Radovan Karadzic a processo all’Aja lunedì 26 ottobre 2009: nel cuore del territorio europeo i massacri della guerra etnica jugoslava che l’Europa non seppe fermare (l’adesione alla UE della Bosnia-Erzegovina e degli altri paesi balcanici è atto dovuto e va accelerato)

il cartello della città di Srebrenica, in Bosnia, l'11 luglio, o forse il 12 luglio 1995, come segnato in rosso, momento del massacro di ottomila persone
il cartello che indica la città di Srebrenica, in Bosnia: l'11 luglio, o forse il 12 luglio 1995, come segnato in rosso, c'è stato il massacro di più di ottomila persone

Srebenica è una piccola città che si trova nell’estrema parte orientale della Bosnia Erzegovina, vicina al confine con la Serbia (quasi alla stessa latitudine di Sarajevo) e che ora, nelle suddivisione del territorio bosniaco tra “Federazione di Bosnia ed Herzegovina” e “Repubblica Srpska” (cioè tra Bosnia mussulmana e Bosnia serba) Srebrenica appartiene a quest’ultima entità politica territoriale. Qui, a Srebrenica, nel 1994 era stata istituita, per volontà dell’ONU, una cosiddetta “enclave mussulmana”, assieme ad altre due zone della Bosnia (Goradze e Zepa) come luogo di protezione (chiamate “safe areas”) a difesa delle comunità mussulmane assediate dalle truppe serbe di Milosevic (Safe Area era pure Sarajevo, dove i civili erano quotidianamente sotto il fuoco dei cecchini serbi).

la cittadina di Srebrenica
la cittadina di Srebrenica

E nell’enclave di Srebrenica la difesa veniva appunto garantita dall’ONU (l’Unprofor) con presenza di soldati olandesi. Quel che accade è che i civili mussulmani furono attratti a Srebrenica con la speranza di protezione e, di fatto, i soldati ONU olandesi si prestarono a “consegnarli” (tutti gli uomini dai 14 anni in su) agli uomini del famigerato generale Mladic (tuttora latitante, e non si capisce come mai…) che trucidarono più di ottomila persone (il giorno più tragico pare sia stato l’11 luglio, o forse il 12, di quell’orribile anno che fu, per la storia d’Europa, il 1995). E l’Occidente (l’Europa, l’America… ma fa impressione in particolare il silenzio europeo di allora) sapeva e ha visto, ma preferì per lungo tempo tacere. Satelliti americani avevano fotografato e avvistato le fucilazioni e le successive fosse comuni…

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Iugoslavia inizia lunedì 26 ottobre il processo a uno dei maggiori protagonisti di quei massacri, cioè l’allora presidente della Repubblica serba di Bosnia (Repubblica Srpska), Radovan Karadzic.

I giornali ne stanno parlando poco di quest’avvenimento, anche perché altre vicende internazionali sono ora gravi. Ma il futuro dell’Europa e della pace nel nostro continente e nel mondo, deve fare i conti bene con quelli incredibili anni di massacro a pochi chilometri da casa nostra che non è stato possibile (non si è voluto) fermare.

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IL MASSACRO DI SREBRENICA

11 luglio 2009 – di Emma Bonino
11 luglio 1995: mi ricordo bene questa data. Ero commissaria europea responsabile per gli aiuti umanitari d’urgenza e mi trovavo a Strasburgo, al Parlamento Europeo, quando giunse la notizia della caduta di Srebrenica. Subito cominciai a temere il peggio. Il giorno dopo vidi alla Cnn le immagini delle donne sfuggite alla carneficina ammassate sulla pista dell’aeroporto di Tuzla. Decisi di partire all’istante. Trovai le donne e i bambini ancora lì, all’addiaccio. Non un uomo in vista. Capii subito cosa fosse successo, senza bisogno di vedere le foto satellitari americane o aspettare qualche rapporto ufficiale. Usai tutte gli strumenti di cui disponevo per allertare il mondo intero su quello che stava accadendo. Sono passati 14 anni e da allora l’Europa e l’Onu convivono con lo spettro di Srebrenica, ma anche di Sarajevo, Goradze, Zepa, e di altre cosiddette “safe areas” assediate e bombardate dagli uomini di Milosevic. Certo, al Tribunale dell’Aja alla fine sono stati consegnati – non senza difficoltà – i mandanti del massacro di Srebrenica ma manca ancora Ratko Mladic, l’esecutore materiale. Dopo tanti anni sarà difficile risarcire le famiglie delle vittime di Srebrenica mentre noi tendiamo ad avere la memoria corta, a volte cortissima, come se gli eccidi nell’ex Jugoslavia fossero avvenuti nella notte dei tempi. Ma oggi l’Europa, allora così assente, qualcosa può fare: accelerare la prospettiva di adesione della Bosnia-Erzegovina e degli altri paesi balcanici all’Unione europea. L’allargamento dell’Europa vuol dire allargamento di democrazia e di stato di diritto, gli unici valori che hanno chiuso la stagione dei lutti e delle lotte fratricide tra europei.

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il cimitero in ricordo degli ottomila massacrati dell'11-12 luglio 1995
il cimitero in ricordo degli ottomila massacrati dell'11-12 luglio 1995

Srebrenica, corsa contro il tempo per la verità sul massacro

(Giampiero De Andreis – il Velino)   Non sarà facile che dal processo a Radovan Karadzic possa scaturire la verità sulla strage di Srebrenica, dove nel luglio 1995 le truppe serbo-bosniache uccisero circa ottomila civili musulmani. A parte il boicottaggio del Tribunale da parte dell’imputato, che ha annunciato l’intenzione di non presentarsi all’udienza fissata per il 26 ottobre, ci sono altri problemi ad impedire l’accertamento delle reali responsabilità dell’eccidio.

Se è scontato infatti che a commettere materialmente la strage siano state le truppe che facevano capo al generale Ratko Mladic e al presidente della Repubblica serba di Bosnia (Srpska), appunto Karadzic, non mancano le illazioni su presunte responsabilità dell’Occidente. Sotto accusa, in particolare, sono finiti i caschi blu olandesi, responsabili delle tre enclavi musulmane minacciate dalle truppe serbo-bosniache, Srebrenica, Goradze e Zepa. Ma anche degli americani nella persona di Richard Holbrooke, assistente del segretario di Stato per gli affari europei e ora inviato in Afghanistan e Pakistan per l’amministrazione Obama. Secondo quanto rivelato da Karadzic alla prima udienza di questo processo e abbondantemente circolato come gossip all’epoca dei fatti, gli Stati Uniti, tramite Holbrooke, avrebbero offerto ai principali leader serbo-bosniaci l’immunità in cambio dell’abdicazione. A firmare gli accordi di Dayton che chiusero la guerra, per la Repubblica Srpska fu infatti il presidente serbo Slobodan Milosevic, in assenza di Karadzic ormai in fuga.
“So da fonti di intelligence – ha raccontato l’allora ministro della Difesa olandese Joris Voorhoeve – che i serbi avevano già deciso di prendere le tre enclavi orientali, tra le quali Srebrenica. Queste decisioni furono prese probabilmente a maggio o a giugno, un paio di mesi prima quindi”. Voorhoeve sostiene che la comunità internazionale sapeva cosa stava per accadere: “Due membri del Consiglio di Sicurezza sapevano che stava per giungere l’attacco. Non dico che sapevano che l’attacco sarebbe stato seguito dallo sterminio di massa ma in ogni caso, malgrado sapessero, non fecero niente”. Una teoria che sembrò confermata dallo stesso Holbrooke in un’intervista del 2005, quando disse che nelle istruzioni iniziali ricevute da Washington era previsto il “sacrificio” di Srebrenica, Zepa e Goradze.

L’ex inviato nei Balcani, poi protagonista della stipula degli accordi di Dayton, ha in seguito ritrattato quell’intervista, sostenendo che a una domanda a sorpresa rispose senza fare adeguatamente mente locale. Anzi, sostiene Holbrooke, “quando le forze serbo-bosniache attaccarono Srebrenica nel luglio 1995 e cominciarono a massacrare migliaia di civili innocenti, io chiesi una risposta forte da parte degli Stati Uniti e della Comunità internazionale, compreso l’uso di bombardamenti aerei per proteggere le aree protette dalle Nazioni Unite. Purtroppo queste azioni non vennero intraprese”. Alla fine furono fatte due diverse indagini, una da parte delle Nazioni Unite e una dal governo olandese, ansioso di verificare il comportamento dei propri caschi blu. Entrambe, secondo i promotori, furono ostacolate dal comportamento dei governi coinvolti, assai riluttanti a fornire la necessaria documentazione. Questo materiale è stato richiesto da alcuni avvocati durante il processo a Slobodan Milosevic, incompiuto a causa della morte dell’ex presidente jugoslavo. In quell’occasione fu lo stesso Tribunale dell’Aja a stabilire che su determinati documenti vigeva il segreto di Stato.
Durante il suo processo, Milosevic a un certo punto chiamò a testimoniare una serie di personalità del periodo tra le quali Bill Clinton, Madeleine Albright, Helmuth Kohl e Kofi Annan. Secondo l’ex leader serbo, i fatti di Bosnia del 1995 furono in parte provocati dall’Occidente. Anzi, una teoria poi suffragata da numerosi autori (ad esempio Diana Johnstone nel suo Fool’s Crusade) sostiene che gli eccidi nel territorio bosniaco furono spesso commessi dai musulmani oppure esagerati per giustificare l’intervento militare americano. E che le atrocità commesse da croati e musulmani di Bosnia non furono inferiori a quelle perpetrate dai serbi. Non ci fu comunque l’occasione di provarlo perché Milosevic morì improvvisamente d’infarto nella sua cella dell’Aja nel 2006. Sta di fatto che Karadzic (che tra l’altro all’epoca di Srebrenica era in rotta di collisione con Milosevic) sostiene le stesse argomentazioni e facendo inorridire i parenti delle vittime della strage ha chiesto di esaminare il dna dei corpi riesumati a Srebrenica per provare che il numero delle esecuzioni è stato deliberatamente esagerato dall’Occidente. Secondo l’imputato, che non nega un certo numero di esecuzioni sommarie, la maggior parte di quei corpi appartiene a musulmani caduti in combattimento e morti in un periodo molto più lungo. La sua richiesta è stata respinta perché difficilmente anche con il dna si potrebbe capire realmente data e causa delle morti.
Così come Milosevic, Karadzic ha deciso di difendersi da solo piuttosto che utilizzare un avvocato. Una circostanza che tra l’altro gli consente di tenere in cella un telefono e un computer. La recente decisione di boicottare il procedimento, tuttavia, potrebbe allontanare ulteriormente la verità. Il Tribunale penale internazionale per i crimini nell’ex Jugoslavia, a meno di una proroga da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, chiuderà i battenti alla fine del 2010. E considerata la media della durata dei processi appare molto difficile che possa terminare il caso Karadzic in tempo. Anche perché sono ben undici i capi di imputazione affibbiati all’ex presidente serbo-bosniaco: dai crimini di guerra a quelli contro l’umanità; dal massacro di Srebrenica all’assedio di Sarajevo; dalla deportazione forzata di civili all’utilizzo dei funzionari dell’Onu come scudi umani. Durante l’udienza del 29 agosto Karadzic, non volendo riconoscere la legittimità della Corte, non si è dichiarato né colpevole né innocente. Così, seguendo il proprio regolamento, il presidente del Tribunale ha considerato il silenzio come una dichiarazione di non colpevolezza. Alle parole “not guilty” l’imputato non ha potuto esimersi dall’esclamare: “Preferirei sentirlo alla fine del processo piuttosto che all’inizio!”. Il timore è che alla fine del processo non ci si arrivi proprio. E che ai parenti dei defunti di Srebrenica non venga data né la condanna di Karadzic né una prova delle eventuali responsabilità dell’Occidente.

(Giampiero de Andreis) 23 ott 2009  da http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=977771

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A Sarajevo i parenti delle vittime sono partiti per l’Aja, dove lunedì 26 ottobre si apre il processo a Radovan Karadzic. A gran voce chiedono giustizia, chiedono che l’ex leader serbo-bosniaco paghi per i crimini commessi. Karadzic è accusato di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio. Ha già fatto sapere che non si presenterà davanti ai giudici del Tribunale Penale Internazionale, che dovranno trovare una via d’uscita.

Su Karadzic pendono 11 capi d’accusa per crimini commessi durante la guerra in Bosnia tra il 1992 e il 1995. E’ considerato responsabile, tra l’altro, del massacro di Srebrenica, più di 7000 musulmani furono uccisi. In Montenegro, i parenti e gli amici lo difendono e lo considerano un eroe. “Sappiamo che è pulito e innocente – dice il cugino. Stava combattendo per la causa. Era sul giusto cammino, ha creato la repubblica Srpska. Ha combattuto per il suo popolo, così come tutti gli altri hanno combattuto per il proprio popolo”.

Karadzic è stato arrestato lo scorso anno. Rifiuta di comparire in aula, poiché sostiene di non avere avuto abbastanza tempo per preparare la sua auto-difesa. Ora ai giudici il compito fare avanzare quello che è considerato il processo più complesso mai affrontato.

Da http://it.euronews.net/2009/10/24/verso-l-aja-per-l-inizio-del-processo-a-karadzic/

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Tributi al Karadzic poeta, il bardo di Srebrenica

da il Foglio del 3/4/2009 – Giulio Meotti

Il magazine letterario slovacco Dotiki, che è finanziato dallo Stato, ha pubblicato le poesie dell’ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic, arrestato lo scorso luglio a Belgrado dopo oltre 13 anni di latitanza e sotto processo davanti al Tribunale penale internazionale dell’Aia che lo ha accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. Intanto dalla Russia, l’Unione degli scrittori ha assegnato a Karadzic il premio “Imperskava Cultura” “per il coraggio e l’eroismo”. Il 26 luglio del 2008 spiegammo che il bardo della pulizia etnica, il pianificatore della più grande strage di civili dalla Seconda guerra mondiale, soltanto pochi mesi prima dall’orgia di sangue di Srebrenica venne pubblicato con tutti gli onori anche dalle riviste italiane di letteratura. I suoi versi parlavano di città dai “vestiti vuoti”, di un sole “torturatore”, di città colme di “pali e teste”, della “nostra vita che si sbriciola come un segno fragile” e del sangue mescolato al “fango nostrano”.  Nel gennaio 1995 le liriche di Karadzic furono pubblicate dalla rivista “La Vallisa”, il quadrimestrale di letteratura edito a Bari e diretto dallo stimato professor Daniele Giancane. “A noi tocca tenere vive le ragioni della poesia, la verità dell’universo letterario da qualunque parte provenga – scriveva il direttore Daniele Giancane nell’introduzione a Karadzic – magari per trovare un punto d’incontro e di riconciliazione. Ci sembra giusto mostrare come un responsabile additato da tanti come responsabile di violenze e massacri sia in ogni caso anche un fine poeta. Insomma, siamo di fronte a un poeta e tanto basta”. Il volume presentava i versi di Karadzic come un contributo di letteratura serba, era comprensivo di una fotografia di Karadzic, una breve agiografia e un suo ringraziamento al popolo italiano (“Cari italiani…”). Il regista polacco Paul Pawlikowski ha filmato Karadzic mentre legge alcune di queste poesie sul monte Trebevic davanti a Sarajevo. Iniziò a comporre che aveva 21 anni e non ha mai smesso neppure durante la latitanza. Figlio di un partigiano cetnico, i guerriglieri che combatterono contro i nazisti e furono massacrati dai comunisti, Karadzic ha scritto quattro libri di poesie. Ha ricevuto il premio “I sentieri dell’infanzia” e si continua con le uscite dei suoi volumi fino al 17 ottobre 2005, a Pozarevac. Ha ricevuto il premio Solohov dalla lega degli scrittori russi e le sue poesie per bambini vennero elogiate dagli accademici di Belgrado. Il 24 marzo 2006 gli conferiscono, al Media Center di Belgrado, il “Premio per l’opera di tutta una vita”, ritirato dal fratello Luka. Sembra di vederli i migliaia sommariamente uccisi fino a quando i campi non erano pieni leggendo la poesia “Inferno”. Karadzic dice che “l’inferno è passato dalla nostra parte”, vede cerberi che camminano nelle strade, “cacciano i nostri sguardi teneri”, non ha senso avere paura della morte, “tutto quel che ci aspetta là è già successo qua”. L’inferno non è di là, “è già visibile a cui vuole vederlo”. Sarajevo, in una poesia scritta ben prima del conflitto balcanico, “brucia come un grano d’incenso”. Dall’aprile del 1992 Sarajevo iniziò a bruciare davvero come l’incenso, bombardata dalle artiglierie serbe che circondavano la capitale e Karadzic, da psichiatra a poeta, fece il grande salto diventando capopopolo di un’etnia guerriera. Scriveva che “la peste echeggia” e “le belve mute si osservano”. Sbaglia chi definisce Radovan Karadzic “banale”.

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LA SCHEDA

Karadzic, psichiatra e poeta, boia di Srebrenica e Sarajevo

Radovan Karadzic
Radovan Karadzic

da “La Repubblica” (articolo datato 2006, prima della cattura di Karadzic)

RADOVAN Karadzic è considerato, insieme a Ratko Mladic e Slobodan Milosevic, la figura simbolo delle brutalità commesse durante le guerre balcaniche. Incriminato per genocidio e crimini di guerra, aveva sulla propria testa una taglia di 5 milioni di dollari messa dal governo degli Stati Uniti.
Nato a Petnjica, nel nord del Montenegro da un padre che aveva fatto parte dei Cetnici, il gruppo monarchico jugoslavo che combatteva contro la resistenza partigiana comunista di Tito, si trasferì a Sarajevo, in Bosnia Erzegovina, per studiare di psichiatria. Amante della poesia, si avvicinò allo scrittore nazionalista serbo Dobrica che lo incoraggiò a intraprendere la carriera politica.
Nel 1989 fu tra i protagonisti della fondazione in Bosnia Erzegovina del Partito Democratico Serbo (Srpska Demokratska Stranka) che si proponeva di proteggere e rafforzare gli interessi dei Serbi di Bosnia Erzegovina. Il 3 marzo 1992 un referendum cui avevano partecipato solo i Croato-Bosniaci e i Bosniaci Musulmani (mentre era stato boicottato dai Serbi di Bosnia), sancì l’indipendenza della Repubblica dalla Jugoslavia.
Poco più di un mese dopo la Bosnia Erzegovina venne riconosciuta dall’Onu come uno stato indipendente e sovrano, ma i Serbi di Bosnia non riconobbero il nuovo stato e proclamarono la nascita nei territori a prevalenza serba della Repubblica Serba (Republika Srpska), di cui Karadzic divenne presidente. E’ accusato di aver ordinato la “pulizia etnica” di popolazioni bosniache e croate. La doppia accusa di genocidio che grava nei suoi confronti è collegata a due terribili momenti del conflitto: la strage di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo.
Dal 1996 è ricercato per crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nella Ex-Jugoslavia. L’Interpol ha emesso contro di lui un mandato per crimini contro l’umanità, la vita e la salute pubblica, genocidio, gravi violazioni delle convenzioni di Ginevra del 1949, omicidio e violazioni delle delle norme e delle convenzioni di guerra. In sua difesa, i suoi sostenitori affermano che non ha colpe più gravi di quelle commesse da altri leader di Paesi in stato di guerra.
La sua capacità di evadere la cattura per tutti questi anni ha fatto di lui un eroe popolare in alcuni ambienti nazionalisti serbi. Nel 2001 centinaia di suoi sostenitori hanno manifestato in sua difesa nella sua città natale. Nel novembre del 2004 corpi militari britannici fallirono un’operazione militare organizzata per la cattura sua e di altri sospettati. Nel marzo del 2003 la madre, Jovanka, lo invitò pubblicamente a non arrendersi, ma nel 2005 i leader serbo-bosniaci lo invitarono ad arrendersi e meno di un mese fa sua moglie Liljana Zelen si è unita al coro, chiedendogli di consegnarsi.

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L’Aja, Karadzic boicotta il processo

la Repubblica del 23/10/2009 – Pietro Del Re

«La mia difesa non è pronta, perciò io non ci sarò». Con queste parole Radovan Karadzic ha annunciato l´intenzione di boicottare l´apertura del processo dell´Aja, in cui dovrà rispondere di undici capi di imputazione tra cui crimini di guerra, crimini contro l´umanità e genocidio per la strage di Srebrenica. Nella lettera di sei pagine inviata ieri ai giudici del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, l´ex leader dei serbi di Bosnia scrive: «Essendo il maggiore, più complesso, importante e delicato processo mai celebrato davanti a questa corte, sarebbe puramente criminale avviare il procedimento nelle presenti circostanze».
Come annunciato la settimana scorsa, la prima udienza del processo è prevista per lunedì prossimo. Karadzic, che aveva già reso noto che si difenderà da solo, ha detto di essere stato travolto «da un milione di pagine» di materiale che non è ancora stato in grado di leggere. Le regole di procedura del tribunale stabiliscono che la presenza dell´imputato in tribunale è un elemento essenziale di un dibattimento equo. A questo punto la corte potrebbe decidere che a Karadzic non dovrebbe essere consentito di ostacolare la giustizia. I giudici dell´Aja potrebbero quindi nominare un legale per rappresentarlo.
Arrestato nel 2008, e attualmente è detenuto nel carcere speciale dell´Aja, il 4 settembre scorso Karadzic aveva chiesto altri dieci mesi di tempo per preparare la difesa. La richiesta era stata respinta, così come l´appello presentato tre settimane dopo.
Sempre ieri, invece, il ministero della Giustizia svedese ha annunciato che martedì prossimo sarà liberata l´ex presidente dei serbi di Bosnia, Biljiana Plavsic, detenuta a Stoccolma per crimini di guerra. La Plavsic era stata condannata a 11 anni per crimini contro l´umanità e ha scontato due terzi della pena. Contro la sua liberazione si sono pronunciate numerose associazioni di musulmani bosniaci, tra cui le “Madri di Srebrenica”, sopravvissute al massacro di oltre ottomila musulmani di quella città nel luglio 2005. La settantanovenne Biljana Plavsic era stata la vice di Karadzic negli anni bui della guerra di Bosnia.
Da quando è stato istituito, nel maggio 1993, il tribunale ha incriminato 161 persone coinvolte nella guerra che ha accompagnato la dissoluzione della Jugoslavia. Per 120 imputati il giudizio è già stato emesso. Per ora è stata comminata solamente una condanna per genocidio contro il generale serbo di Bosnia, Radislav Krstic, per il massacro di Srebrenica. Due sono ancora i latitanti: Ratko Mladic, capo militare dei serbi di Bosnia, e Goran Hadzic, ex-presidente della repubblica autoproclamata serba di Krajina.

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Massacro di Srebrenica

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il massacro di Srebrenica fu un genocidio e crimine di guerra, consistito nel massacro di migliaia di musulmani bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale  Ratko Mladic nella zona protetta di Srebrenica che si trovava al momento sotto la tutela delle Nazioni Unite.

È considerato uno dei più sanguinosi stermini di massa avvenuti in Europa dai tempi della seconda guerra mondiale: secondo fonti ufficiali, le vittime del massacro furono circa 7.800, sebbene alcune associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime affermino che furono oltre 10.000. Al momento (luglio 2009), grazie al test del DNA, sono state identificate solo 3.215 vittime, mentre altre 4.000 circa risultano essere scheletri esumati dalle fosse comuni.

I terribili fatti avvenuti a Srebrenica in quei giorni sono considerati tra i più orribili e controversi della storia europea recente e diedero una svolta decisiva al successivo andamento della guerra in Jugoslavia. Il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY) istituito presso le nazioni Unite ha accusato, alla luce dei fatti di Srebrenica, Mladić e altri ufficiali serbi di diversi crimini di guerra tra cui il genocidio, la persecuzione e la deportazione. Gran parte di coloro cui è stata attribuita la principale responsabilità della strage, siano essi militari o uomini politici, è tuttora latitante.

I FATTI. Il massacro

Nel quarto punto della risoluzione 819 del 16 aprile 1994 l’Onu decide di incrementare la propria presenza nella città e nelle zone limitrofe, successivamente, il 6 maggio con la risoluzione 824, istituì come zone protette le città di Sarajevo, Tuzla, Zepa, Goražde, Bihać e Srebrenica; inoltre, con la risoluzione 836, dichiarò che gli aiuti umanitari e la difesa delle zone protette sarebbero stati da garantire anche all’occorrenza con uso della forza, utilizzando soldati della Forza di protezione delle Nazioni Unite, i cosiddetti Caschi blu.

La cosiddetta zona protetta di Srebrenica fu delimitata dopo un’offensiva serba del 1993 che obbligò le forze bosniache ad una demilitarizzazione sotto controllo dell’ONU. Le delimitazioni delle zone protette furono stabilite a tutela e difesa della popolazione civile bosniaca, quasi completamente musulmana, costretta a fuggire dal circostante territorio, ormai occupato dall’esercito serbo-bosniaco. Decine di migliaia di profughi vi cercarono rifugio.

Verso il 9 luglio 1995, la zona protetta di Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati dall’armata serbo-bosniaca. Dopo un’offensiva durata alcuni giorni, l’11 luglio l’esercito serbo-bosniaco riuscì ad entrare definitivamente nella città di Srebrenica.

Gli uomini, dai 14 ai 65 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per procedere allo sfollamento; secondo le istituzioni ufficiali i morti furono circa 7.800, mentre non si hanno ancora stime precise del numero di dispersi. Fino ad oggi circa 5000 corpi sono stati esumati, di cui appena 2000 sono stati identificati.

Il massacro

Durante i fatti di Srebrenica, i 600 caschi blu dell’ONU, le tre compagnie olandesi Dutchbat I, II e III, non intervennero: motivi e circostanze non sono ancora stati del tutto chiariti.

La posizione ufficiale è che le truppe ONU fossero scarsamente armate e non potessero far fronte da sole alle forze di Mladić. Si sostiene, inoltre, che le vie di comunicazione tra Srebrenica,Sarajevo e Zagabria non fossero ottimali, causando ritardi e intoppi nelle decisioni.

Quando i serbi si avvicinarono all’enclave di Srebrenica, il colonnello Karremans diede l’allarme e chiese un intervento aereo di supporto il 6 e l’8 luglio 1995, oltre ad altre due volte nel fatidico 11 luglio. Le prime due volte il generale Nicolaï a Sarajevo rifiutò di inoltrare la richiesta al generale Janvier nel quartier generale dell’ONU a Zagabria perché le richieste non erano conformi agli accordi sulle richieste di intervento aereo. Non si trattava ancora, infatti, di atti di guerra con battaglie a fuoco. L’11 luglio, quando i carri armati serbi erano penetrati nella città, Nicolaï inoltrò la domanda di rinforzi a Janvier, che inizialmente rifiutò. La seconda richiesta dell’11 luglio fu onorata ma gli aerei (F-16) che stavano già circolando da ore in attesa dell’ordine di attaccare avevano nel frattempo ricevuto ordine di tornare alle loro basi in Italia per potersi rifornire di carburante.

Alla fine, solo due F-16 olandesi procedettero ad un attacco aereo, praticamente senza alcun effetto. Un gruppo di aerei americani apparentemente non fu in grado di trovare la strada. Nel frattempo l’enclave era già caduta e l’attacco aereo fu cancellato per ordine dell’ONU, su richiesta del ministro Voorhoeve, perché i militari serbi minacciavano di massacrare i caschi blu dell’ONU di Dutchbat.

Gran parte della popolazione ed i soldati olandesi erano già fuggiti e si erano rifugiati nella base militare dell’ONU di Potocari. Davanti alla minaccia ed allo spiegamento di forze di Mladić, i caschi blu decisero di collaborare alla separazione di uomini e donne per poter tenere la situazione sotto controllo, per quanto fosse possibile nelle circostanze.

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Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia è un organo giuridico delle Nazioni Unite a cui è affidato il compito di perseguire i crimini commessi nell’ex Jugoslavia negli anni successivi al 1991.

Introduzione.

Il tribunale è una corte ad-hoc istituita il 25 maggio 1993 con la risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ed è situata all’Aia, nei Paesi Bassi. È la prima corte per crimini di guerra costituita in Europa dalla seconda guerra mondiale ed è chiamata a giudicare gli eventi avvenuti in 3 differenti conflitti: in Croazia (1991-95), in Bosnia-Erzegovina (1992-95) e in Kosovo (1998-99) .

I reati perseguiti e giudicati sono principalmente 4:

gravi infrazioni alla Convenzione di Ginevra del 1949; crimini contro l’umanità; genocidio; violazioni delle consuetudini e delle leggi di guerra.

La corte può processare solamente persone singole, quindi nessun Stato, partito politico o organizzazione ricade sotto la sua giurisdizione; la pena massima applicabile è l’ergastolo. Entro il 31 dicembre 2004 la procura deve terminare le indagini, entro il 2008 tutti i primi gradi e nel 2010 chiude tutto, tranne che per Ante Gotovina, Ratko Mladić e Radovan Karadžić.

Nome.

Il nome originale completo del tribunale è International Tribunal for the Prosecution of Persons Responsible for Serious Violations of International Humanitarian Law Committed in the Territory of the Former Yugoslavia since 1991, o abbreviato International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY). La traduzione italiana è: “Tribunale Internazionale per il perseguimento di persone responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale commesse nel territorio dell’ex-Jugoslavia dal 1991”, o più semplicemente Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia.

Organizzazione.

Il tribunale impiega circa 1.200 persone e le sue componenti principali sono:

le camere giudicanti, la cancelleria, la procura.

Attuale presidente è Fausto Pocar (Italia; dal 2005). Suoi predecessori sono stati Antonio Cassese (Italia; 19931997), Gabrielle Kirk-McDonald (USA; 19971999) e Claude Jorda (France; 1999-2002), Theodor Meron (USA; 20022005).

Dal 1º gennaio 2008 è procuratore Serge Brammertz (Belgio). Suoi predecessori sono stati Ramón Escovar Salom (Venezuela, 1993–1994), Richard J. Goldstone (Sud Africa, 1994–1996), Louise Arbour (Canada, 1996–1999) e Carla Del Ponte (Svizzera, 1999–2007), che è stata contemporanemente anche procuratore per il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda fino al 2003.

Fonti del diritto

Il Tribunale ha dovuto affrontare problemi giuridici sotto due aspetti fondamentali: la determinazione delle regole procedurali e l’individuazione del corpus di norme da applicare.

Per quanto attiene al primo profilo, con le Norme di Procedura e Deposizione adottate nel 1994, il Tribunale optò per l’adozione di un sistema misto, in cui si intersecano elementi propri della tradizione giuridica anglosassone (common law) con altri propri dei sistemi continentali di civil law (cui apparteneva anche il sistema socialista dell’ex Jugoslavia).

Come già nello storico Processo di Norimberga, sotto l’aspetto procedurale venne preferita l’impostazione del rito accusatorio di common law, nel quale accusa e difesa si trovano sullo stesso piano ed espongono ad un giuria imparziale le rispettive ragioni presentando in udienza prove e testimonianze.

Nel sistema ibrido adottato dal Tribunale dell’Aja, la Procura conduce le indagini e predispone l’atto di accusa, che viene sottoposto alla conferma della Corte (formata da 3 giudici senza giuria), la quale sente i testimoni indicati dalle parti.

Una delle questioni più controverse è relativa all’istituto del patteggiamento. Diversamente da quanto accade nei sistemi di civil law, infatti, la corte non è obbligata a comminare gli anni patteggiati dall’imputato, la qual cosa ha creato non poca confusione sia tra gli accusati che tra gli stessi giudici ed avvocati formati nei sistemi di tradizione continentale.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, al Tribunale si poneva il problema della mancanza di un “codice penale internazionale”, cioè di un corpus omogeneo di norme sanzionatorie di diritto internazionale applicabili ai singoli individui. Le uniche norme direttamente applicabili dalla Corte erano le poche previsioni contenute in alcune convenzioni internazionali. Di conseguenza le fattispecie di reato non hanno una definizione univoca e le relative pene sono altrettanto aleatorie.

Imputati.

Il 16 marzo 2006 il Tribunale dichiara che gli incriminati sono 161, dei quali 2 sono tuttora latitanti e 85 già processati: 43 dichiarati colpevoli, 8 assolti, 25 scagionati dalle accuse, 4 trasferiti alle rispettive corti statali e 6 nel frattempo deceduti.

Gli accusati vanno da soldati semplici a generali e comandanti di polizia, fino a politici di primo piano e perfino capi di governo. Ecco i principali imputati “di alto livello”:

Slobodan Milošević Presidente della Serbia e della Federazione Jugoslava (deceduto l’anno scorso)

Radovan Karadžić capo politico dei serbo-bosniaci, nonché Presidente della Republika Srpska

Ratko Mladić comandante dell’esercito serbo-bosniaco

Ante Gotovina generale dell’esercito croato

Dragan Vasiljković paramilitare serbo

Naser Orić comandante dell’esercito bosniaco a Srebrenica

Stojan Zupljanin comandante serbo-bosniaco

Dragan Obrenović comandante serbo bosniaco

Milan Babić Primo Ministro della Repubblica Serba di Krajina (Republika Srpska Krajina, RSK)

Ramush Haradinaj Primo Ministro del Kosovo

Biljana Plavšić ex-Presidente della Republika Srpska

Željko Ražnatović “Arkan” comandante paramilitare serbo

Vojislav Šešelj Presidente del Partito Radicale Serbo (Srpska radikalna stranka,SRS)

Goran Hadžić Presidente dell’autoproclamata repubblica serba di Krajina

Milan Lukić comandante del gruppo paramilitare Aquile bianche

Gli imputati e i condannati sono detenuti nel carcere di Scheveningen, situato a 4 km dal Tribunale.

Giudici

Ci sono 16 giudici permanenti e 12 giudici ad litem che servono il tribunale. Essi sono eletti per quattro anni dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Essi possono essere rieletti.

Il 17 novembre 2008, il giudice Patrick Robinson (Giamaica), è stato eletto il nuovo presidente del Tribunale permanente da giudici in una sessione plenaria straordinaria. Il giudice O-Gon Kwon (Corea del Sud) è stato eletto come nuovo Vice-Presidente.

………

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2 thoughts on “Radovan Karadzic a processo all’Aja lunedì 26 ottobre 2009: nel cuore del territorio europeo i massacri della guerra etnica jugoslava che l’Europa non seppe fermare (l’adesione alla UE della Bosnia-Erzegovina e degli altri paesi balcanici è atto dovuto e va accelerato)

  1. domenico mercoledì 4 novembre 2009 / 8:32

    articolo eccellente – si espongono chiaramente i fatti e lasciano un minimo di interpretazione delle mancanze internazionali

  2. Luca Piccin martedì 10 novembre 2009 / 8:48

    E’ evidente la VOLONTA’ di non intervenire durante gli scontri armati nei balcani.
    Il diritto internazionale è attualmente troppo debole, ma in questo caso a prevalere sembra l’interesse occidentale per lo smembramento dell’ultimo baluardo comunista in Europa. Infatti la NATO (soprattutto USA, ma non solo) ha deciso di fermare le offensive solo dopo i bombardamenti in Kosovo e il successivo rovesciamento del governo di Belgrado, obbiettivo principale. Una guerra assurda, come lo sono i massacri tutti, tanto più che oggi si parla di integrazione della Croazia, la Slovenia è già nell’Unione, e presto o tardi altre nazioni slave ne faranno parte. Perché accendere la miccia dei conflitti interni? Il maresciallo Tito è riuscito a fare da collante a tutti i popoli slavi, ma non era un mago e neanche un tiranno sanguinario. L’Europa ha un debito con le genti dei Balcani: agevolare il loro sviluppo economico, trasferire conoscenze e favorire progetti di cooperazione. L’accento dovrà essere messo sui progetti di tipo Interreg, sulla collaborazione al di là di frontiere fittizie.
    I nostri nonni si sono combattuti; ora noi andiamo all’Oktoberfest. E’ giusto che le nuove generazioni balcaniche facciano altrettanto, superando gli odii e le barriere sempre più inutili, nell’epoca del villaggio globale.

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