Venezia che continua a spopolarsi: l’idea di due città in una, quella inevitabile dei turisti (regolamentati), e quella dei veneziani (da rilanciare) (ma la “sublagunare” aiuta solo il turismo di massa e i nuovi sviluppi urbani di terraferma)

sublagunare uscita di emergenza
Sembrano dischi volanti posati sulla laguna. Eccole le uscite di emergenza immaginate per la futura “sublagunare”. Nel progetto preliminare di queste piattaforme ovali che spuntano in mezzo all’acqua, ce ne sono tre nel tratto tra Tessera e Murano, un’altra tra Murano e le Fondamente Nuove. In caso di incendio, o di qualsiasi altra emergenza, i passeggeri della sublagunare dovrebbero raggiungere queste uscite, prima percorrendo a piedi fino a mezzo chilometro lungo il tubo sotterraneo e poi salendo per 14 rampe di scale. A quel punto, dopo aver sollevato una speciale griglia, si troverebbero nel "disco volante": la piattaforma ovale interamente realizzata in lega di alluminio, con un piano di calpestio in legno trattato per sopportare l’esposizione all’ambiente lagunare

Il calo costante, lento ma continuo di chi abita a Venezia (la città è scesa sotto i 60.000 abitanti) per alcuni è vista come cosa grave, per altri è un falso problema. Venezia è comunque una città bellissima (ancora…) ma che deve confrontarsi con i disagi della “lentezza” (è strano dire questo quando si osanna al vivere fuori dal traffico), e anche con un costo generale della vita che non tutti possono permettersi. E deve pure sopportare una terraferma (una cintura urbana in terraferma) molto “aggressiva”, forse meno costosa e più attraente nei servizi alla persona: lo sviluppo dei servizi urbani di Mestre in questi ultimi anni, con le grandi e diffuse aree verdi che sono nate, con un centro costruito di grande pregio (come la chiusura al traffico e valorizzazione di Piazza Ferretto), con nuovi luoghi per i giovani (come il Centro Candiani), con mezzi pubblici diffusi in città e verso le altre aree urbane dell’area metropolitana “PaTreVe” (il triangolo Padova – Treviso – Venezia)… ebbene questi elementi sono anche loro motivo di crisi (e spopolamento) di Venezia, che riesce sempre meno ad essere competitiva nell’ “abitare” (nei costi, nei servizi…). Se poi aggiungiamo i progetti di “nuove città”, nuovi centri commerciali, sportivi, edilizi, dei servizi terziari che tra non molto ci saranno tra Padova e Mestre (cioè “Veneto City” tra Mira e Dolo) e, in particolare per Venezia, anche il “Quadrante di Tessera”, altro megacentro di attrazione economica-edilizia-commerciale… tutto questo pare che venga a creare parecchie difficoltà allo sviluppo futuro di Venezia (economico, di attrazione all’abitare…) e possa prevalere la “città museo” con ingorgo quotidiano di turisti.

Ci chiediamo se è invece possibile trovare attività lavorative e sviluppi economici compatibili in questa incredibile bellissima città… e se questo possa nascere parallelamente (e in forma distaccata) ai grandi flussi turistici che inevitabilmente invadono ogni giorno Venezia… Come ad esempio coinvolgere in progetti economici molte delle isole della Laguna ora abbandonate o poco utilizzate…..Individuare una lista di attività “di qualità” possibili, formative per i giovani, dentro tutti quei luoghi veneziani non permeati dagli incessanti flussi turistici (luoghi “non turistici” ora anche spesso un po’ in degrado)… questo permetterebbe una rivitalizzazione dell’ “abitare a Venezia” parallela al turismo che mai cesserà. Attività nel campo dell’innovazione informatica, dell’editoria, della sartoria e della moda, dei tanti prodotti di nicchia che l’artigianato veneto di terraferma produce…. magari (questo sì!) approfittando dei milioni di visitatori annui che passano lì a pochi metri, e che li si può offrire cose di qualità, utili e “a giusto prezzo”; al posto dei soliti prodotti da souvenir e a prezzi da rapina… Per far questo è ovvio che “il Pubblico”, gli enti preposti, dovrebbero agevolare (con esenzioni, sgravi fiscali, licenze, formazione professionale, dando visibilità…) lo sviluppo di questo tipo di offerta di qualità e a costo accessibile (è molto spesso “il settore pubblico” ad avere il ruolo di indirizzo verso forme nuove di sviluppo economico, di incentivazione dell’offerta e della domanda).

Sul futuro di Venezia si innesta la “questione Sublagunare”. Il progetto, che sta andando avanti, di creazione di una metropolitana subacquea (fatta di due grandi tubi a venti metri sotto l’acqua della Laguna) che colleghi Tessera a Murano e all’Arsenale (ma qualcuno dice che il progetto si estenderà a Piazza San Marco e così allargandosi…); questo progetto a noi pare assai pericoloso: snatura ancor di più una città che “deve contenere il turismo”, permettendo un approccio “mordi e fuggi” alla città. Insomma il turista farà poca fatica ad arrivare nei luoghi centrali di Venezia e, questo, incredibilmente (per qualsiasi centro urbano sarebbe una cosa importante) è dannoso per Venezia che non può sopportare il peso di più turisti di quel che già adesso fa. Se scorrevolezza e modi di mobilità adeguata meritano di essere realizzati (specie proprio per chi vorrà abitare a Venezia) altre possono essere le soluzioni (…incominciamo a parlarne succintamente qui, partendo dal rilevare lo spopolamento e l’idea che si sta concretizzando di sublagunare) (invitandovi a leggere poi qui il pezzo finale: il poetico racconto sul girovagare a Venezia dello scrittore turco premio Nobel Orhan Pamuk).

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In città un abitante in meno al giorno: il patron dell’Harry’s Bar prevede il futuro

«ALLA FINE SARO’ L’ULTIMO DEI VENEZIANI»

di Arrigo Cipriani, patron dell’Harry’s Bar, da “il Corriere della Sera” del 24/10/2009

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Arrigo Cipriani

Siamo nel 2022 e in aprile avrò novant’anni. Noi di Vene­zia siamo rimasti in dieci. Ricor­do che nel 2009 eravamo ancora sessantamila, forse un po’ me­no, calcolando quelli che abita­vano nelle isole della laguna ve­neziana. Dalla città nei trent’anni prece­denti erano emigrati duecento­mila abitanti. Con loro se ne era andato l’inimitabile tessuto so­ciale. Quello fatto dei piccoli ne­gozi di alimentari, degli artigia­ni, del senso dell’umorismo che caratterizzava il vivere e dava un senso alla vita, quell’antica capa­cità di ridere di sè stessi e degli altri. Quel modo di incontrarsi per la strada come in famiglia. Al posto del macellaio qualcuno aveva aperto una piccola galleria d’arte e invece del fruttivendolo un negozio di maschere, appese a centinaia dietro una vetrina che la faceva assomigliare ad un albero di Natale travestito. Ma ormai era già tardi. Sulle porte d’entrata dei negozi si inco­minciavano a vedere cartelli che annunciavano «vendesi inattivi­tà». Le pietre stavano ormai per prendere il sopravvento sulla ci­vitas.

Eravamo sessantamila vec­chi. Avevo settantasette anni e spesso ero il più giovane a pren­dere il vaporetto che sembrava un pronto soccorso più che un mezzo pubblico. Si parlava di installare un defribillatore su ogni battello. E sessantamila erano i barbari che tutte le mattine dalla terraferma e dalle spiagge, in boxer e canot­tiera, arrivavano per visitare Ve­niceland e le sue bancarelle di souvenir. L’estrema difesa pen­sata dal campione del decoro cit­tadino, l’assessore al turismo, gracchiava dagli altoparlanti un perentorio invito in tre lingue a «tenere pulita la città».

Ogni tan­to per qualche giorno «questi tu­risti» venivano arginati, duran­te le inaugurazioni degli eventi culturali, dagli eyebrows del­l’erudizione artistica, i quali, ra­piti dalla bellezza estetica dei monumenti, e forse vagamente preoccupati dall’acqua che li cir­condava da ogni parte, afferma­vano frettolosamente la loro pre­senza con esplosioni estatiche come: «straordinario! stupefa­cente! » arrischiando qualche volta anche qualche «favolo­so!», per poi ripartire con il jet set dell’arte per altri lidi, per al­tre inaugurazioni. Così adesso siamo rimasti in dieci. Abbiamo ottenuto un servizio di idroambulanze ogni dieci mi­nuti. La cultura tenta ancora di avanzare senza essere interpreta­ta. Anche allora gli artisti che di­segnavano questo mondo del fu­turo, avevano creato oggetti mu­ti per i sordi. Adesso sono rima­ste solo le pietre. (Arrigo Cipriani)

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Gli abitanti potrebbero essere tutti contenuti in uno stadio come quello di Firenze –  La fuga dal centro storico. L’ex sindaco Costa: restano solo i monumenti

A Venezia meno di 60 mila veneziani

– di Marisa Fumagalli, da “il Corriere della Sera” del 24/10/2009

La maledizione di Venezia: troppi turisti, pochi abitanti. «E dov’è la novità? Non certo la dif­ferenza tra 60.000 residenti e 59.999». Massimo Cacciari, sin­daco di Venezia, con una battu­ta ironica, sdrammatizza il se­gnale d’allarme. Ovvero gli ulti­mi dati sulla «fuga» della popo­lazione dal centro storico lagu­nare. Ormai ridotto a «una col­lezione di monumenti» (que­sta, invece, è la sintesi dell’ex primo cittadino, Paolo Costa, oggi presidente del Porto). Per l’esattezza, il numero dei resi­denti segnalato dall’Ufficio stati­stica del Comune (rilevazione del 21 di ottobre) è 59.984. Ci­fra più cifra meno non fa la dif­ferenza, ma a preoccupare è la tendenza.

Se ne va circa un abi­tante al giorno. Irreversibile. Co­sì, l’andare sotto i 60.000 assu­me anche un significato simbo­lico. Venezia e i suoi abitanti, in­somma, sono numericamente assimilabili ai nuclei di Molfet­ta, Crotone, Vigevano. Messi in­sieme, i veneziani doc riempi­rebbero lo stadio di Firenze. La curva dell’erosione, lenta e costante, tradotta in cifre: 174.000 (Venezia e Giudecca) nel 1951, circa 100.000 nel ’78. 80.000 nel 1989, 70.000 nel ’96. Fatto sta che un gruppo di «in­digeni » (riuniti nel sito venes­sia.com) si prepara a celebrare li funerale della città. Il sinda­co- filosofo, c’è da scommetter­lo, bollerà la cerimonia come folklore. Cacciari del resto, non è pessimista. Sostiene, infatti, che oggi non ha senso conside­rare il centro storico staccato da Mestre, da Marghera. Poiché quel che succede a Venezia, più o meno succede anche a Mila­no e a Roma: per varie ragioni, la gente tende a trasferirsi nelle cinture urbane.

Il fatto è — e qui starebbe la differenza — che a Venezia il distacco fisico tra centro e periferia è ben visi­bile: il ponte della Libertà uni­sce/divide la terraferma dalla città lagunare. Ma che cos’è ri­masto, obiettano altri, del tessu­to urbano? I veneziani fuggono, chiudono le botteghe storiche, gli artigiani danno forfait. Victor Gómez Pin, docente di Fi­losofia a Barcellona, si è aggiu­dicato il Premio 2009 dell’Istitu­to Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, con un articolo pubblicato dal País , che denuncia le ricadu­te negative dello spopolamento della storica e famosa Serenissi­ma. «Venezia — scrive — si svuota di veneziani e si popola di centinaia di migliaia di turi­sti che dall’alba al tramonto va­gano, guida alla mano, alla ri­cerca di qualche briciola del­l’anima cittadina…». Luca Mar­zotto, amministratore delegato di Zignago holding, quest’ani­ma riesce a vederla. «Il mio lavo­ro è a Portogruaro, ma da qual­che anno vivo a Venezia — rac­conta —. Qualche disagio c’è, tuttavia il contesto è così affasci­nante che ne vale la pena».

L’im­prenditore Luigino Rossi e la moglie Roberta risiedono in La­guna, soprattutto per i bambi­ni. «I pericoli sono inesistenti, le scuole sono buone, non c’è traffico», spiega lei. «Certo, non tutti possono permetterselo, la vita è costosa», ammette lui. Rossi, che è anche presidente di uno dei 24 Comitati privati per la salvaguardia di Venezia, rilan­cia una proposta, che già fece capolino in passato: «Dobbia­mo far diventare Venezia una città speciale, una sorta di por­to franco. Ciò servirebbe non so­lo ad attrarre capitali, utili per la vita di questa città fragile, ma le agevolazioni fiscali ed altri be­nefici ne stimolerebbero il ripo­polamento». Paolo Costa punta invece sul lavoro. «È una mia vecchia idea, in cui continuo a credere — afferma l’ex sindaco —. Per trattenere i veneziani, ma anche i forestieri, occorre creare un tessuto produttivo moderno, che attragga colletti bianchi. Servono, però, agibili­tà, trasporti veloci, Ecco perché ritengo indispensabile la metro­politana sublagunare». «Vene­zia con pochi abitanti langue nel degrado sociale e materiale — osserva Elio Dazzo, neopresi­dente dell’Apt —. Meno buro­crazia e più agevolazioni aiute­rebbero a portare abitanti nel centro. Inoltre, si potrebbero in­centivare taluni settori. Penso alla creazione di atelier, di aree urbane per residenze di artisti».

Il lamento sulla città in decli­no, a onor del vero, riemerge puntualmente quando cala il si­pario sulla sfavillante stagione mondana e culturale. Non si di­ceva, infatti, nei mesi scorsi, du­rante la Biennale, la Mostra del Cinema, mentre si inaugurava, tra folla e consensi, Punta della Dogana del magnate Pinault, «com’è grande Venezia»? Mari­no Folin, presidente della Fon­dazione Iuav, invita (come il sindaco Cacciari) a smetterla di vedere il bicchiere mezzo vuo­to. «Venezia non è mai stata vi­tale come ora — asserisce —. La fuga? Le statistiche sono fuorvianti. Abitare a Venezia non significa per forza avere la residenza. Moltissimi, italiani e stranieri, la abitano molti mesi l’anno. E’ linfa nuova che spaz­za via i luoghi comuni».   (Marisa Fumagalli)

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Sublagunare, arriva il primo via libera

Passo avanti del metrò subacqueo fra Tessera, Murano e Arsenale. Il pressing di Ca’ Farsetti e Regione. La Salvaguardia approva, si passa alla progettazione esecutiva  – – da “La Nuova Venezia” del 14/10/2009

E la Sublagunare va. La Commissione di Salvaguardia si è spaccata, ma ha approvato a maggioranza (11 a 7) il progetto preliminare per la realizzazione del metrò subacqueo tra Tessera, Murano e Asenale. Un sì che dà il via libera alla progettazione esecutiva dell’opera.
E proprio al progetto esecutivo la Salvaguardia ha rimandato tutte le integrazioni, oggi mancanti, sia sul piano ambientale, sia della sicurezza, visto che non ci sono ancora, tra gli altri, i pareri della Soprintendenza ai Beni Paesaggistici e Architettonici di Venezia, dei Vigili del Fuoco, dell’Azienda sanitaria locale e del Magistrato alle Acque. I rappresentanti delle due Soprintendenze veneziane hanno votato ieri contro il via libera al progetto, ma decisivo è stato soprattutto il pressing del Comune – con l’assessore alla Mobilità Enrico Mingardi in prima fila e il sindaco Massimo Cacciari dietro le quinte – unito a quello dei rappresentanti di Regione e Magistrato alle Acque a far prevalere a maggioranza la linea del sì. Il parere finale della Salvaguardia fa proprie anche le prescrizioni al progetto – presentato da un gruppo di imprese capeggiato da Actv, Mantovani e Sacaim, Studio Altieri di Vicenza, Save, Net Engineering – già avanzate dalla Commissione di Valutazione d’impatto ambientale (Via) della Regione, ma che anche per essa dovranno essere “sanate” con la progettazione esecutiva.
La Commissione, nel voto finale, ha anche inserito l’indicazione che il tracciato della Sublagunare possa essere esteso anche al Lido, a Cavallino e a Chioggia, per “servire” così tutto il sistema lagunare. Nell’accesa discussione che ha preceduto il voto, è stata «bypassato» anche l’esame di eventuali alternative al metrò subacqueo, come ad esempio il possibile collegamento tra la nuova Smfr che arriverà a Santa Lucia con San Giobbe e di qui con una tratta acquea fino a Tessera. Rimandati all’esecutivo anche i monitoraggi e approfondimenti che riguardano anche gli aspetti idrogeologici, rispetto alle falde freatiche nel sottosuolo lagunare toccato dall’intervento, ma anche quelli che riguardano l’impatto ambientale e paesaggistico dell’intervento, con la necessità di prevedere periodiche uscite di sicurezza lungo il tracciato del metrò, che si elevino sopra il livello dell’acqua. Ma anche sotto il profilo della gestione dei flussi turistici e del sistema dei terminal di accesso alla città, ancora largamente incompleto, il progetto preliminare del metrò subacqueo non fornisce, per ora, risposte.
Tutto – gettando, evidentemente, il cuore oltre l’ostacolo – è rimandato al progetto esecutivo, perché ciò che contava, ora, era questo prima via libera, scartando la possibilità di chiedere ora le integrazioni mancanti, prima di decidere. La nuova Sublagunare dovrebbe essere realizzata in in project financing, ma pagata per il 58 per cento dallo Stato e per il 42 dai privati, ed è ferma al Cipe – il Comitato interministeriale per la programmazione economica – in attesa di fondi. Il progetto prevede 14 minuti di percorso per gli otto chilometri da Tessera all’Arsenale, sei stazioni intermedie con piattaforme a Murano e Fondamente Nuove, vagoni capaci di portare 1200 persone l’ora. Anche il quadro economico, che ora prevederebbe un costo di circa 600 milioni di euro – la metà dei quali pubblici – è inevitabilmente destinato a salire, sia perché gli approfondimenti ora mancanti dovranno essere finanziati, sia perché gli aggiustamenti che richiederanno, non saranno certo a costo zero.

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Perche’ no al tram sublagunare: le alternative

di Stefano Boato (pianificatore e urbanista, docente IUAV) – data di pubblicazione: 20.08.2005, da http://www.eddyburg.it/

Il progetto di sublagunare non è solo in contrasto con tutte le norme del Piano ambientale regionale della laguna (PALAV) e del Piano Regolatore comunale (PRG e Varianti della città storica, di Mestre e della Laguna) ma è anche e soprattutto in contrasto con la loro “filosofia” come ha dichiarato lo stesso progettista, il Prof. Benevolo, in Commissione Salvaguardia.
Il progetto è stato predisposto senza il confronto con le proposte alternative che possono ottenere gli stessi risultati con molto minor tempo, spesa e impatti ambientali. La scelta del sistema di trasporto è stata fatta dall’ACTV con logica e interesse aziendali miopi. Si vuole infilare in un tubo sott’acqua il tram di Mestre, dopo averlo fatto proseguire per 4 km in mezzo alla campagna da Favaro a Tessera (in concorrenza con il futuro collegamento all’aereoporto del Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale (S.F.M.R.), per ridurre gli investimenti e i costi di gestione dell’azienda.
Si ipotizza di trasportare nelle giornate più cariche circa 8.000 persone complessive per senso di marcia (stime tutte da verificare). I circa 2500 cittadini viaggiatori pendolari ci metterebbero almeno 1 ora e 50 minuti (con tram pienissimi: 4 persone a mq), cui va aggiunta parte dei circa 5500 turisti giornalieri (caratterizzati da tempi rigorosamente contingentati e concentrati negli arrivi e partenze); se si aggiunge tra le 7 e le 9 qualche volo capace di portare 3-400 passeggeri per Venezia il disastro sarebbe completo.
Per andare da Tessera a Fondamenta Nuove si risparmierebbero circa 10 minuti rispetto ai mezzi acquei ma poi occorre risalire di 22m (da – 20 a + 2 m. sul medio mare per evitare il rischio di invasione di un’acqua alta eccezionale) lungo un tunnel obliquo di circa 60 metri.
Invece di valutare comparativamente le diverse opzioni (tecnologie differenti e servizi acquei) si è scelto un sistema profondamente inadatto alle quantità (pur modeste) e alle qualità della domanda ipotizzata.
Con il paradosso che la linea Favaro-Tessera (dove non c’è domanda) viene realizzata con doppio binario e una frequenza di 30 minuti mentre la linea Tessera-Venezia (con domanda stimata fortemente concentrata) viene realizzata a binario unico e avendo una frequenza ogni sei minuti non trova connessione .
Se le stime si rivelassero errate e i ricavi netti scendessero sotto al 90 % di quelli attesi il Comune sarebbe tenuto a compensare le passività di esercizio.
Per quanto riguarda la compatibilità ambientale i proponenti sanno pochissimo degli aspetti idrogeologici, geologici, stratigrafici e geotecnici del sottosuolo e non sono in grado di escludere che la costruzione del tubo alla profondità di -20 m (con spostamenti e assestamenti di materiali, vibrazioni, peso, stabilità, ecc) modificando la struttura dei sedimenti e i flussi di acqua e di gas sotterranei sconvolga gli equilibri del sottosuolo (e i cicli biochimici e l’inquinamento della laguna in sinergia con i lavori per la realizzazione del Mose). Ciò mentre l’interconnessione degli equilibri è tale che “nelle falde acquifere si riproducono, con ritardi di qualche ora, le variazioni di pressione e di livelli dell’acqua dovute alle corrispondenti fasi di marea che si verificano in superficie” e “Venezia, in una particolarissima e precaria condizione galleggia sugli strati di caranto … come su una membrana elastica” (Ing. Rusconi Montedison, Arch. Giuseppe Rosa Salva, 1992).
Altri problemi sono stati evidenziati quali l’insostenibilità della rumorosità a F.te Nuove e la non sopportabilità di questi flussi di persone nelle strette calli retrostanti, l’aumento dei flussi turistici indotti e il grande aumento dei prezzi delle residenze nelle zone nord della città, la non accettabilità che i molti materiali di scavo del tunnel vengano scaricati in laguna a realizzare finte barene artificiali (mai esistite) lungo il lato est del canale di Tessera quasi a realizzare un argine trasversale alla Laguna a collegamento tra Tessera e Murano.
LE ALTERNATIVE
Nonostante tutto ciò sino ad oggi non è stata fatta la valutazione comparata delle alternative anche se le norme della Valutazione Ambientale Strategica (V.A.S.) in vigore dal luglio scorso la prescrivono e anche se almeno alcune di queste alternative sono state prospettate sin dal 1990.
Sin da allora con la giunta Casellati si sono arretrati i più consistenti flussi turistici giornalieri dal P.le Roma al Tronchetto e si sono predisposti i Piani Particolareggiati per l’avvio dei Terminali acquei di Fusina e di Tessera. Per i turisti un servizio per l’arrivo a Venezia in circa 20 minuti lungo un percorso acqueo era ed è un modo ottimale per entrare da subito in sintonia con la città d’acqua e per non incentivare un approccio di massa “mordi e fuggi”. Ma il terminale di Tessera non è mai stato avviato e recentemente il Piano Particolareggiato è stato modificato per realizzare nell’area insediamenti commerciali, di uffici e alberghieri senza garantire la sua funzione primaria: manca la connessione da un lato con il sistema della mobilità su strada e dall’altro con la darsena per i servizi acquei.
Il sindaco Casellati chiese all’ACTV di avviare da subito il trasporto pubblico acqueo Tessera-F.te Nuove con vaporini o motonavi “piccole” (con circa 300 passeggeri e pescaggio limitato a 1,5 m) ipotizzando la realizzazione di un prototipo con carena “mangia-onde”. Nulla da allora si è mai realizzato nonostante che nel 2000, in occasione del Giubileo, siano stati concessi finanziamenti statali per l’avvio di questa linea.
Ma fin dal 1990 un altro progetto era stato inserito nel Piano Regolatore e prospettato alle Ferrovie per quanto di competenza. La realizzazione di un servizio ferroviario continuo (“navetta”) tra Mestre e Venezia (sui quattro binari del ponte sotto-utilizzati) per servire ampia parte dei cittadini pendolari (lavoratori e studenti) che tutti i giorni entrano a Venezia dalla terraferma (complessivamente circa 65.000).
Erano state previste due uscite laterali dalla stazione ferroviaria connesse a due pontili per i mezzi acquei (lato nord a S.Giobbe e lato sud prospicente il canale Scomenzera) per la connessione con un trasporto acqueo esterno alla città per ridurre la congestione del Canal Grande e del rio di Cannaregio (in dieci minuti si può arrivare a F.te Nuove e con poco più all’Arsenale).
Era stata verificata anche la possibilità di un trasporto meccanico di connessione rapida verso i pontili interno alla stazione ferroviaria (sotterraneo, trasversale ai binari e molto arretrato rispetto alla loro testata; con la possibilità di avviare anche un piccolo rialzo dei binari e una leggera salita verso la laguna con una pendenza del 2 per mille, per realizzare in una fase successiva anche l’innalzamento del ponte ferroviario con strutture sottili ma resistenti per consentire la realizzazione di un sistema acqueo circolare continuo esterno alla città).
La Ferrovia non collaborò alle proposte, ancor oggi è interessata solo alla valorizzazione immobiliare dell’area; quando pochi anni fa fu insediato un pontile sul lato sud della stazione prospicente il canale Scomenzera boicottò l’esperimento impedendo il transito dei passeggeri. Anche il finanziamento stanziato per realizzare la fondamenta e il nuovo ponte delle Vacche sul lato nord verso S.Giobbe non è stato speso.
Nel frattempo però, sia pur con grande ritardo dai primi progetti del 1992, sta per arrivare alla stazione S.Lucia il S.F.M.R. che connetterà la città storica con tutto il territorio della terraferma veneziana e del Veneto. E’ un’occasione strategica importantissima sino ad oggi ignorata e sottovalutata.
La nuova giunta Comunale ha una opportunità straordinaria per avviare operativamente una connessione del S.F.M.R. con i mezzi acquei che consenta l’accessibilità rapida dei pendolari a gran parte della città dall’esterno, fornendo un servizio rapido ai pendolari e decongestionando così anche il traffico acqueo lungo il Canal Grande e il rio di Cannaregio. (Stefano Boato)

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LO STUDIO
Venezia , acqua alta in aumento nei prossimi cento anni. «Mose insufficiente, servono soluzioni complementari»

da “Il Gazzettino” del 25/8/2009
laguna Sempre più acqua alta a Venezia, un fenomeno che potrebbe verificarsi anche fino a 250 volte l’anno. È la previsione, al 2100, fatta da alcuni ricercatori italiani secondo i quali, il Mose, il sistema di chiusura delle bocche di porto il cui completamento è previsto per il 2014 e che eviterebbe le inondazioni della laguna, sarebbe chiamato a un super lavoro. Una situazione che, secondo gli esperti, dovrebbe essere affrontata con interventi complementari. I ricercatori italiani, guidati da Laura Carbognin dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ismar-Cnr), hanno condotto lo studio prendendo in considerazione tre possibili scenari. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Climate Dynamics. «La città di Venezia – ha spiegato Carbognin – nei prossimi 100 anni si abbasserà di circa 5 centimetri, sempre che non ci siano interventi dell’uomo ad aggravare questo trend. Nel frattempo i livelli del mare aumenteranno». Per valutare cosa succederà a fine secolo, i ricercatori italiani hanno preso in considerazione tre ipotesi. Secondo la prima, il mare Adriatico dovrebbe salire di 12 centimetri in un secolo. Le altre due ipotesi, invece, partono dalle previsioni fatte dall’Intergovernal Panel on Climate Change (Ipcc) che, nel peggiore scenario, parla di 48 centimetri di innalzamento del mare a livello globale.
Considerando, dunque, un innalzamento del livello delle acque compreso tra 17 e 53 centimetri, i ricercatori italiani ritengono che, a fine secolo, il fenomeno dell’acqua alta eccezionale, che si ha quando il livello supera i 110 centimetri sul livello del mare, possa avvenire con una frequenza compresa tra 20 e 250 volte l’anno. Questa situazione metterebbe nella condizione di usare troppo spesso il Mose, il sistema di chiuse che dovrebbe riparare Venezia dalle inondazioni. Per questo, suggeriscono i ricercatori, sarebbe necessario studiare e finanziare anche progetti complementari. «I lavori fatti finora – ha spiegato Carbognin – sono già un buon inizio. Tuttavia, una delle proposte avanzate è quella di fare “iniezioni” di acqua salata sotto la città lagunare, a circa 800 metri. Si tratta di uno studio che è ancora a livello preliminare».

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Geolibri

“VENEZIA MINIMA”

(dal profumo di pane) – di Predrag Matvejevic

da “Il Gazzettino” del 7/3/2009

– La ricchezza della storia della città lagunare si riflette nelle svariate forme e nei molteplici nomi assunti dal cibo più povero –

Adesso si chiama “Venezia Minima”: col nuovo titolo, suggerito dallo scrittore Raffaele La Capria, Predrag Matvejevic continua il suo viaggio nella cultura popolare della più straordinaria città del mondo. Ha preso “L’Altra Venezia” (Garzanti), tradotto in una decina di lingue, non si è accontentato di quanto aveva scritto e ha incominciato ad aggiungere capitoli che scavassero nel passato e riproponessero il presente.

Cosa di più adatto a capire la trasformazione della società e della città che andare a cercare tra i vecchi mestieri? Ed ecco un capitolo dedicato al pane di Venezia, un altro alle osterie, un terzo ai barbieri, un altro ancora ai “terazeri”. E il libro così ha cambiato non soltanto titolo, ma anche sostanza. Del nuovo libro di Matvejevic anticipiamo (per concessione dell’autore e dell’editore Garzanti) alcune pagine, quelle dedicate all’arte del pane nella città.

L’autore del “Breviario Mediterraneo”, madre croata, padre russo, dopo aver insegnato a lungo tra Zagabria e la Sorbona di Parigi, allo scoppio della guerra nella ex-Iugoslavia è emigrato. Era l’alba degli Anni Novanta. Da allora ha scelto per sé una posizione che definisce “tra asilo ed esilio”. Dal 1994 vive in Italia, dove è docente di slavistica alla Sapienza di Roma, nominato “per chiaro merito”. I suoi libri in difesa dei diritti dell’uomo e degli intellettuali perseguitati dai paesi dell’Est (da Sacharov ad Havel, da Kundera a Brodskij, per citarne qualcuno) ne hanno fatto un dissidente in attività permanente contro ogni guerra e contro chiunque, nel mondo, cerchi di sopprimere la libertà di espressione.

Il suo sogno è quello di un’Europa capace di riannodare i legami col mondo arabo e di ritrovare le radici. Venezia è la prova che parte di questa utopia in passato è diventata realtà.

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DA “VENEZIA MINIMA” (Ed. GARZANTI), di Predrag Matvejevic (il capitolo dedicato al pane)

La storia del pane coincide con la storia della città, ma segue anche le proprie vie. I legami di Venezia con il mare e la terraferma, con i porti e il retroterra, hanno arricchito la città e il suo pane. Diversi provveditori – Provveditori sopra le Biave – erano incaricati di procurare il grano e la farina, di controllare le riserve, la conservazione, i consumi. La panificazione era pubblica e privata. Ciascun convento aveva il suo forno, ogni ordine religioso le proprie regole, tutte le chiese un’ostia comune.

Coloro che impastavano, cuocevano e vendevano il pane venivano indicati con più nomi: forneri, pistori, panettieri, o vezzeggiativamente panicuocoli. La loro corporazione, chiamata Arte, innalzava la sua insegna e spandeva i profumi del proprio prodotto. I sestieri si riconoscevano dal pane (…). A Venezia il pane si produceva in svariati modi. Vi confluivano le tradizioni dell’antica Roma, i riti del cristianesimo, l’influsso di Bisanzio, i costumi del Levante, la destrezza del Mashreq. I profughi arrivati un tempo da Aquileia avevano conservato le antiche esperienze tramandandole alle popolazioni delle regioni vicine. Conoscevano non soltanto i modesti pani di segale e d’orzo, di avena o di panico, destinati al popolino e ai soldati – panis plebeius o rusticus, panis castriensis – ma anche il più prelibato pane bianco che a Pompei era chiamato siligo panis, oppure quell’altro, ancora migliore, che Orazio esaltò alla tavola di Mecenate (…).

Il cristianesimo diede al pane un alto significato, elevandolo agli onori dell’altare nel rito eucaristico. I più antichi santi protettori dell’Arte dei panettieri furono Sant’Antonio da Padova e il martire San Giobbe (…) Il pane padovano per lungo tempo prevalse su quello veneziano: la snella spaccatina, il bastone grassottello, il gracile pan scafetò e altri. Si ricorda il proverbio tuttora in auge: «Pan padovan, vin vicentin».

In città si stabilirono gli ebrei cacciati dalla Spagna e dal Portogallo, i sefarditi, e i marrani. Nella settimana di Pasqua preparavano il mazzà che, stando alla tradizione annotata dai rabbini nell’Halakhà, doveva essere un pane azzimo, differenziandosi dal pane quotidiano preparato con lievito e detto hamets. Alla vigilia dello Shabbat e nei giorni dello Yom Kippur, dal “vecchio ghetto” a quello “nuovissimo” si spandeva un gradito profumo di pane accompagnato da silenziose preghiere. I veneziani che avevano ascoltato le parole del profeta biblico sapevano che in Terrasanta esisteva il “pane delle lacrime”.

Quando i Turchi occuparono le città e le coste della Grecia, i loro abitanti abbandonarono i focolari, implorando la protezione della Serenissima. A Castello eressero una chiesa di rito orientale consacrandola a San Giorgio: San Giorgio dei Greci. Accanto al tempio costruirono due forni. Offrirono alla città che li aveva ospitati il loro pane della nostalgia.

Fra il Lido e Sant’Elena, in un luogo solitario, sorge l’isolotto di San Lazzaro degli Armeni. Su questo stretto spazio i monaci custodiscono il triste ricordo del loro popolo: libri, preghiere, saggezza. Nei giorni di festa, cuociono il loro pane bianco, piatto, schiacciato, che in lingua armena è detto hatz. Nei brevi momenti della gioia, impastano anche il rotondo ciorek, cosparso di sesamo, infarcito di uva secca. Dividevano con la gente di Venezia il loro pane dell’esilio.

Quando sulle caravelle spagnole dal Nuovo Mondo arrivarono in Europa i primi sacchi di mais, le galee veneziano li portarono in Turchia – in tal modo aiutarono il sultano a salvare i sudditi dalla fame. Gli fu dato il nome di granoturco. Ne trattennero per i propri bisogni una parte per cuocere quel pane giallo che tuttora troviamo da un estremo all’altro della laguna insieme alla polenta. Conviene forse chiamarlo pane della salvezza.

Nei pressi dell’Arsenale (Arzenà de’ Veniziani), a San Martino e Sant’Elena, un tempo ci s’imbatteva in una decina di forni e di panetterie che producevano e vendevano il famoso pan biscotto: gallette piatte, rettangolari o rotonde, con sale o senza condimenti. Se ne nutrivano i marinai durante i lunghi peripli (…) I veneziani le esportavano ovunque arrivavano. Le ho trovate a Spalato, al Pireo, a Valona, ad Alessandria d’Egitto: il pane dei viaggiatori, dei marinai.

Venezia fu occupata da Napoleone, che non l’amava, e dall’Austria, che non era amata. Insieme alla Marseillaise, le truppe francesi portarono il modesto pane repubblicano: le pain bis. I soliti archivi registrano la presenza di numerosi panettieri e fornai giunti e stabilitisi a Venezia dalle regioni tedesche e austriache, in particolare dalla Carniola, che si dimostrarono diligenti nel loro lavoro ancor prima dell’occupazione austriaca della città. Al morbido e soffice panin servirono talvolta da modello il Kipfel e il Kaiser-semmel. Dalle regioni continentali arrivò sui lidi adriatici una specie di pane della pazienza.

Il pane a Venezia riassume e condensa tradizioni, mescolanze e influenze assai diverse e divergenti. È difficile spiegare le sue forme, origini, composizioni. Come definire o addirittura tradurre i loro nomi e le differenze? Ciabatta, cioppa (ciopa) e ciopeta, bovolo e montasù, pan arabo, pan azimo, pan biscoto, anaretta e puccia di Cortina, rosetta, manina e navicella, ziccoletto e gialetto (in dialetto zaleto, che sarebbe poi un panetto fatto con farina di granoturco) e ancora lo sfarzoso pan buffetto e il misero pan tagliato o traverso…

A Cannaregio ci sono due calli, una accanto all’altra, che derivano il nome dai forni del pane: Calle del Forno. Vicino al Campo di San Luca incontriamo di nuovo una Calle del Forno. Anche questo dimostra l’importanza del pane a Venezia.

Nei loro santuari i veneziani hanno avuto modo di vedere e di osservare diversi pani. Nella chiesa di San Marco, sulla volta nord della cupola dell’Assunzione, un enorme mosaico di Domenico Bianchini eseguito su cartole di Jacopo Tintoretto raffigura l’Ultima Cena: la mano di Gesù Cristo è sollevata sul pane nell’atto di accingersi a spezzarlo e benedirlo. A Santa Maria della Salute si ammirano invece le Nozze di Cana dipinte dallo stesso maestro: sulla tavola davanti ai convitati s’estende una lunga fila di pani. Chi visita attentamente il Palazzo Ducale noterà un’iscrizione – Insegna dell’Arte dei fornai – e potrà vedere anche la grande composizione di Andrea Vicentino che raffigura la «distribuzione dei pani» in guerra. Ci s’imbatte dappertutto nel pane, diverso da un luogo all’altro. Tintoretto gli ha dedicato diversi grandi dipinti: La raccolta della manna orna il soffitto della Sala Superiore della Scuola di San Rocco (…) da una parte somiglia a piccoli pani, dall’altra a grandi ostie. Anche L’Ultima Cena, nella medesima Scuola, ci mostra vari altri tipi di pane (…).

Un pane speciale nutre e stimola la fede e l’intelletto: «Oh, beati quelli pochi che seggiono a questa mensa dove lo pane de li angeli si manuca», scrisse al tramonto della sua vita il sommo Dante (Conv. 1.7). E c’erano veramente delle mense alle quali la scienza e la conoscenza, libere da mercanteggiamenti e intrighi, si univano elevandosi. Anche Venezia ha avuto il suo “pane degli angeli”.

Nelle prigioni veneziane ai detenuti veniva distribuito il “pane di San Marco”. Fatte le debite eccezioni, i detenuti ne ricevevano la quantità appena sufficiente per non morire di fame: un tozzo di pane e un boccale d’acqua. Il pane della prigione.

Sui muri delle case e delle chiese, in luoghi poco esposti, l’occhio coglie difficilmente delle incavature, delle nicchie con una porticina metallica, ricoperte dalla ruggine o dalla patina. Accanto si legge l’iscrizione: Pane dei poveri. Ne ho trovata una nella piccole e angusta Calle de le Carozze, nei pressi di Palazzo Grassi, sul muro laterale della chiesetta di San Samuele, sotto la statua della Madonna. Qui non veniva lasciata soltanto una crosta di pane, ma si aggiungeva qualche soldino di elemosina. La Serenissima conosceva l’avidità e l’usura, ma non le erano estranee la pietà e la carità.

Venezia ha goduto del suo pane di sfarzo e di opulenza, ma usava anche il pane della misericordia e della miseria.

…………

VENEZIA E QUEL PIACERE DI SMARRIRSI

Di Orhan Pamuk, da “la Repubblica” del 21/7/2009

E adesso – mi dico – supero questo ponte elegante e poi svolto a destra, e poi a sinistra, avanzo fino allo sbocco del passaggio angusto tra due alti palazzi, e mi ritrovo in quel magnifico campo. Attraverso quel ponte elegante, svolto a destra, poi a sinistra e cammino fino allo sbocco del passaggio angusto tra due alti palazzi (sì, sì, sta proprio lì in mezzo, il vecchio distinto lampione stretto tra due muri; sì, certo, mi ricordo anche di quello): ma la strada va a finire in tutt’ altro posto, e non mi porta in quel campo tanto bello.

Un attimo di smarrimento,e poi provo a convincermi che mi trovo nel “bel campo”: e non sono diverso da uno che si sveglia da un incubo e cerca di persuadersi che la stanza in cui si trova è proprio quella sua solita, come suo è il letto dove è sdraiato.

Mi fermo, mi ripeto che devo inquadrare lo slargo da un altro scorcio, e voglio ritornare al punto di partenza. Mi volto indietro, per rendermi conto di essermi fatto sfuggire anche quella calle stretta stretta che mi ha condotto fin lì. Al posto del sentiero appena percorso compare una visione ancor più impressionante di quel “bel campo”; sul pelo dell’ acqua ferma e verdognola tra due palazzi alti intrisi d’umidità che lentamente affondano, si riflettono vivaci i colori di un terzo edificio.

Nello specchio dell’ acqua immobile colgo l’azzurro del cielo, il candore di una nuvola, il verde delle piante sul balcone. Osservo le alghe attaccate al ciglio del rio e mi ricordo di avere già assistito a quella visione. Tu di qui c’ eri già passato e avevi già contemplato lo specchio dell’ acqua immobile proprio come stai facendo adesso – mi suggerisce la memoria.

Solo che, con questo mio perdermi per calli, per campi, giù per stretti vicoli ciechi, viene meno anche la fiducia che nutro nella forza della mia memoria. Resto comunque uno che viene da Istanbul, cioè da una città dove le strade non corrono parallele e di rado s’ incrociano a perpendicolo, dove anzi in genere avanzano a tentoni, contorte, con salite e discese; a Venezia non dovrei dunque perdermi.

La gente come me si districa tra le strade delle città incidendosi nella mente le immagini dei luoghi, diversamente da quelli di New York, che fissano i numeri delle vie. Il meandro angusto, il muro di mattoni rossi coi vasi di fiori, il ponte elegante, il lampione intaccato dalla ruggine, la porta d’ ingresso del cinema: ecco, è in questo modo che la mia memoria visiva procede a una registrazione. E con questi quattro o cinque elementi mi costruisco dei modelli mentali, li dispongo su una scaletta, e quasi secondo i balzi del cavallo nel gioco degli scacchi, mi muovo verso la meta.

Tali schemi visivi imparati a memoria funzionerebbero come i pezzi di un puzzle: una volta che tutte le tesserine sono ricomposte, allora vengo a conoscere tutti gli indirizzi, le vie della città…, e non sono più tenuto a passeggiare da turista, una mappa alla mano. Pure, alla fine della seconda settimana del mio soggiorno veneziano, continuo a perdermi, e spesso anche, tra le calli. Sono convinto di essere arrivato proprio nello slargo inseguito (che so, mettiamo Campo Santa Margherita?), e invece mi ritrovo, guarda un po’ , da tutt’ altra parte.

No, però, attento: questo qui non è un luogo del tutto estraneo: c’ ero già stato qui… Una sensazione che mi irrita, anziché darmi gioia: per quale ragione non riesco a incidere nella mente con la mappa di Venezia? mi domando contrariato. E intanto ammiro stupito la bellezza del campo che ho di fronte. E se proseguissi da qui? E se cedessi al richiamo delle calli? Ma anche questo insinuante invito ha il solo scopo di confondermi, quasi entrassi in una sala a vedere un film a proiezione già avviata.

Ero bambino; avevamo passato un’ estate intera a Istanbul, in pieno centro. Con mio fratello frequentavo ogni giorno imperterrito quei cinema dove si programmavano due film, l’ uno di seguito all’ altro. Eravamo sempre in anticipo, e c’ era l’ occasione di entrare nella sala per seguire la pellicola già iniziata. Dovevamo forse passare il tempo a ciondolare nell’ atrio polveroso e umido del locale? O ci conveniva invece vederci subito il secondo tempo dell’ ultimo film, e poi tutto il primo, e finalmente rivedere daccapo e intero tutto il secondo? Le possibilità ci confondevano col loro ventaglio: avresti insomma detto che ci eravamo perduti nel reticolo delle calli di Venezia.

Più tardi, ricordo che quel campo nuovo e inaspettato si trova all’ altro capo di Venezia, sulla riva opposta del Canal Grande. Almeno credo. Un punto della mia mente, nascosto e un po’ stanco, ma nondimeno ostinato e autoritario, mi ripete adesso, simile a un computer che si ostina su un errore, che non sono nei pressi del Campo Santa Margherita, e mi trovo invece da tutt’ altra parte. Forse preso da tanti pensieri rivolti a tante cose, ho camminato troppo a lungo assorto, mi dico, in cerca di una spiegazione.

E così, questa mia mente che confonde i luoghi, si mette a rimescolare anche i tempi. Potrei magari, vero e proprio sonnambulo, aver attraversato i ponti, girovagato di calle in calle ed essere arrivato fin qui? Esito tra la figura del mondo che percepiscono i miei occhi e quella che la mia mente vorrebbe contemplare. Ma continuo a procedere, abbandonato all’ incanto delle visioni stupende, al fascino di essere qui, in un angolo di Venezia.

Continuo ad avanzare, e a ogni passo vivo dentro di me la sensazione di lasciarmi alle spalle un pezzo intricato e difficile della mia esistenza… Non vado più alla ricerca del luogo in cui vengo a trovarmi sulla mappa di Venezia. Le gambe mi portano spontanee alle mete che i miei occhi desiderano. E se la mia mente la smette di ostinarsi a ruotare intorno al progetto di vita che mi sono prefisso, allora il mondo si trasforma in una terra straordinaria di meraviglie, pullulante di opportunità misteriose, di svariate, invitanti novità.

Stupito della mia libertà, oltrepasso le nuove calli, i muri decrepiti, i pertugi,i cortili assopiti, le case con la biancheria distesa sui fili tra le finestre. Ho constatato adesso che è possibile sentirsi liberi sbarazzandosi dei progetti e dei ricordi che uno si conficca in testa… Anche prima sentivo che l’oblio avrebbe reso l’uomo felice e libero, e non capivo quei personaggi che nei film, privati della memoria in seguito a un incidente, cercavano di recuperare il loro passato, con le sofferenze che il processo comporta. Una vita nuova è una visione sempre più bella.

È con questi pensieri, i gomiti puntati sulla spalla di un ponte, che sotto, nello specchio bagnato ed immobile, colgo due antichi palazzi che affondano piano piano, e l’azzurro del cielo, il candore di una nuvola, il verde delle piante nei vasi. E mi cresce dentro la sensazione che il tempo si è fermato. Poi un uomo, in una lingua che non riesco a indovinare, mi chiede la strada. Ha una mappa, eppure si è perduto. Ci mettiamo insieme a cercare un luogo, e non tra le calli, ma su quella mappa che lui tiene fra le mani. (traduzione di Semsa Gezgin e Giampiero Bellingeri) – ORHAN PAMUK

venezia
mappa dei primi del seicento di Venezia
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