Geofilm – “Lebanon” (Libano) del regista Samuel Maoz: la cultura israeliana che cerca la pace – Lo stato delle cose in Medio Oriente: la difficoltà ad arrivare a due Stati (Israele e Palestina) indipendenti che coesistano pacificamente

LebanondiSamuelMaoz “Lebanon” del regista israeliano Samuel Maoz è un film (Leone d’Oro a Venezia) imperdibile: sotto il profilo artistico, ma anche in quello politico, storico, di cronaca vissuta “dentro una guerra che pare irrisolvibile ma non lo è”. E’ ambientato durante la guerra in Libano del 1982, e tutto il film in pratica si svolge all’interno di un carro armato israeliano con quattro giovanissimi soldati, spauriti, cui si dà l’incarico di avanzare e fare terra bruciata (e qui nascono tutti i loro dubbi, le loro paure, l’estraneità a quel che li viene chiesto di fare).

Invitandovi a leggere le due esposizioni e critiche del film qui di seguito nei primi due articoli che vi proponiamo, c’è poi da soffermarsi sullo “stato delle cose” del conflitto in Medio Oriente; in particolare se potrà mai avverarsi l’annoso progetto di avere in quell’area due Stati autonomi che non si fanno la guerra ma vivono in pace: Israele e la costituzione di un vero Stato Palestinese. Su questo terreno si sta impegnando molto l’America di Obama, ma i risultati non sembrano venire. Il leader israeliano Netanyahu pare essere ostaggio dell’estrema destra nel suo governo; dall’altra i palestinesi sono al loro interno divisi tra Abu Mazen presidente, ricattato dal gruppo fondamentalista Hamas (che controlla la Striscia di Gaza).

Ma l’elemento interessante che troverete negli articoli che vi proponiamo, è dato dall’impegno della “cultura” israeliana nella ricerca di una pace possibile. Cultura vista su due branchie fondamentali nella nostra epoca: il cinema (e prima di Maoz con il suo Lebanon, c’è stato il bellissimo film animato “Valzer con Bashir” di Ari Folman, e anche “Il giardino dei limoni” di Eran Riklis; e di entrambi abbiamo già parlato in questo blog (Valzer con Bashir –  Il giardino dei limoni ). E, oltre al cinema, “la cultura israeliana” è impegnata a trovare una soluzione di pace con scrittori che hanno raggiunto una fama internazionale, come Abraham Yehoshua (di cui qui vi proponiamo un articolo importante), David Grossman, Amos Oz… Cinema e letteratura di primordine mondiale (registi, scrittori, autori bravi nell’esporre un “esistenzialismo” allo stesso tempo intimo, personale, ma anche dai forti connotati politici) che ha fatto conoscere il dramma mediorientale al mondo, e che prospetta soluzioni possibili per eliminare la sofferenza (verrebbe quasi da dire, paradossalmente, che questi registi e scrittori, rappresentano una guerra vinta non da israeliani e neanche dai palestinesi, ma della possibilità della pace).

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LA GUERRA TRA ORRORI E IDIOZIA – 1

LEBANON (Levanon , Israele, 2009) di Samuel Maoz; con Oshri Cohen, Michael Moshonov, Reymond Amsalem, Itay Tiran, Yoav Donat, Dudua Tasas.

Giugno 1982, inizio della guerra in Libano. In un villaggio bombardato dall’Aviazione Militare israeliana entra un carro armato: è carico di armi, ma soprattutto è guidato da quattro giovani soldati. Sono Shmulik, l’artigliere, Assi, il comandante, Herzl, l’addetto al caricamento dei fucili, e Yigal, l’autista.   Dove eravamo rimasti? Direi ad Ari Folman e al suo Valzer con Bashir. Con il suo documentario di animazione, il regista israeliano metteva su pellicola il suo stesso percorso di ricerca del proprio passato, alla ricerca di un periodo non cancellato dalla memoria ma tenuto nascosto, sottopelle, fino alla sua immancabile esplosione in tutto il suo orrore.

Come Folman, Samuel Maoz, qui al suo esordio col lungometraggio, ragiona sul suo passato, e come il regista di Valzer con Bashir è la prima volta che riesce ad affrontare il ricordo. Due film vissuti in modo soggettivo: da una parte una realtà addolcita oniricamente dalla straniante animazione e dalle note malinconiche di Max Richter, dall’altra l’esperienza dal vivo, “in diretta”, dell’orrore vissuto in prima persona

Al di là delle possibile contestazioni storiche e politiche, che accusano i due registi e i due film di tentare di lavarsi la coscienza di anni di massacri, quello che interessa del percorso dei due film, accomunati non solo dalla storia di Folman e Maoz, che quel giugno 1982 erano lì, e dall’originalità degli spunti di base, è proprio la rielaborazione, con conseguente restituzione allo spettatore, di sensazioni, ricordi filtrati attraverso i propri occhi (anzi: la propria mente, che non cancella ma rielabora), in un’esperienza sensoriale che è il punto iniziale per un’analisi delle pellicole.

Il discorso è anche più pertinente parlando di Lebanon, visto che Valzer con Bashir diventa anche cinema teorico che si avvicina addirittura al De Palma di Redacted. Lebanon è un’esperienza fisica nel quale lo spettatore viene catapultato direttamente dentro un carro armato per tutta la durata del film, con tutte le conseguenze del caso.

A Venezia, dove il film ha vinto il Leone d’Oro, è stato sin dall’annuncio del programma “spinto” da Müller per la sua originalità e forza, e poi ha fatto parlare critica e pubblico, fino alla vittoria finale. E non poteva essere altrimenti, visto che il lavoro soggettivo di Maoz cattura lo spettatore e gli fa vivere la guerra in prima persona, grazie a tutto l’ausilio teorico e tecnico che ci si aspetterebbe da un film del genere.

E quindi ci troviamo a vivere per 90 minuti in un carro armato sporco, buio e claustrofobico, di cui potremmo quasi sentire l’odore di polvere da sparo e di liquido oleoso; gli unici contatti con l’esterno sono l’apertura del carro armato e soprattutto il mirino del mitragliatore. L’unica soggettiva sul mondo esterno possibile, appunto.

La sceneggiatura porta già in sé insita l’idea pacifista della pellicola: Lebanon non è soltanto un film di guerra, non è un film soltanto su una guerra, ma un film “sulla guerra”. Perché appunto l’esterno praticamente non è vissuto, non si riconosce, potrebbe essere ovunque. C’è solo morte, distruzione, sangue e umiliazione, spesso e giustamente senza sconti. Proprio come in ogni guerra.

Ed è così che il film di Samuel Maoz, con la sua regia dinamica e controllata, la fotografia che fa miracoli nel rendere la sporcizia all’interno del carro armato e il potente lavoro condotto sul sonoro (da brividi), diventa una convincente rivisitazione di un proprio percorso da incubo, ed anche un film che riesce a raccontare l’orrore della guerra in senso universale. L’inquadratura finale, con il meraviglioso campo di girasoli, è una conferma netta.

(da http://www.cineblog.it/post/18877/lebanon-di-samuel-maoz-recensione-in-anteprima )

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LA GUERRA TRA ORRORI E IDIOZIA – 2

di Roberto Pugliese, da “Il Gazzettino” del 9/9/2009

Fatte le debite proporzioni, sull’argomento guerra Labanon di Samuel Maoz sta a The men who stare at goats di Grant Heslov come “Orizzonti di gloria” di Kubrick sta al suo “Dottor Stranamore” o meglio ancora a “M.A.S.H.” di Bob Altman. Quanto dire che l’orrore e il ridicolo, il tragico e l’idiota possono benissimo convivere nel raccontare e incriminare l’ormai plurimillenaria vocazione dell’uomo ad autodistruggersi.

Maoz, come il suo compatriota Ari Folman autore dello strepitoso e profondo war-cartoon “Valzer con Bashir”, è un ex soldato israeliano che ha combattuto e visto il massacro da vicino. L’episodio da lui costruito è reale ed appartiene al primo degli innumerevoli conflitti della polveriera libanese, mostrando qualche similitudine con quanto accaduto un decennio dopo ai rangers americani abbattuti con l’elicottero dietro le linee nemiche a Mogadiscio durante il raid contro Aidid (rievocato in “Black Hawk Down” di Ridley Scott): in questo caso è un tank israeliano, con dentro quattro giovanissimi e spauriti soldatini, scortato da un gruppo di parà capeggiati da uno spietato ufficiale, a rimanere bloccato dentro un villaggio libanese precedentemente raso al suolo dall’aviazione, così da divenire ideale bersaglio per terroristi ed esercito siriano.

La sfida di Maoz è inanzitutto tecnica: l’intero film si svolge all’interno del carro armato, eccettuate prima e ultima inquadratura in uno sterminato campo di girasoli. La percezione e la visura dell’esterno avviene solo attraverso la feritoia di osservazione, che diviene così mezzo di pianificazione ma anche unico possibile sguardo sulla morte.

La rappresentazione è implacabile e di agghiacciante realismo, il regista non fa sconti alla pietà (l’episodio insostenibile della famiglia in ostaggio dei terroristi), il senso di claustrofobia è estremo, con un utilizzo allucinante del sonoro, il contrappunto fra i quattro ragazzi che si pisciano adosso dalla paura e chiamano la mamma ha un doloroso sapore di autenticità. Cui si aggiungono figure emblematiche, come il prigioniero siriano terrorizzato e implorante (la scena finale in cui uno dei carristi lo aiuta a urinare è di uno struggimento salvifico) e un falangista libanese sadico e torturatore. Non c’è criticità né autocritica in “Lebanon”, ma solo la volontà di restituire in soggettiva – per “momenti”, più che in un unicum narrativo – un’esperienza estrema di sopravvivenza. (Roberto Pugliese)

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Guerra del Libano (1982)

SCHEDA da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La guerra del Libano del 1982 (ebraico מלחמת לבנון, Milkhemet Levanon, Milkhemet Levanon, arabo حرب لبنان), ossia “Guerra del Libano”, anche indicata in ambito militare israeliano con l’espressione Operazione Pace in Galilea (מבצע שלום הגליל, Mivtsa Shalom HaGalil), cominciò il 6 giugno 1982, allorché le Forze di Difesa Israeliane (FDI) invasero il sud del Paese dei cedri. Il governo d’Israele dette il via libera all’invasione come risposta al tentativo di assassinio messo in atto da parte del Fath contro il proprio ambasciatore nel Regno Unito, Shlomo Argov, e in risposta ad attacchi d’artiglieria dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina contro aree popolate nel nord della Galilea. Si veda anche Operazione Litani.

Dopo aver attaccato l’OLP i siriani e le forze musulmane libanesi, Israele occupò il Libano meridionale. Assediati nel settore Ovest di Beirut e assoggettati a pesanti bombardamenti, l’OLP e le forze siriane della FAD (Forze Arabe di Dissuasione), giunte in Libano nel corso della guerra civile libanese su incarico della Lega Araba, negoziarono lo sgombero dal Libano dell’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina sotto la protezione di organizzazioni internazionali istituzionalmente neutrali.

Dal luglio 2006, allorché la maggior parte degli israeliani ha cominciato a chiamare il conflitto in Libano “seconda guerra libanese”, la guerra del 1982 è stata spesso chiamata “prima guerra libanese”.

– per continuare l’approfondimento: http://it.wikipedia.org/wiki/Guerra_del_Libano_(1982) –

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Hezbollah e Hamas, nemici non terroristi

di ABRAHAM B. YEHOSHUA, da “La Stampa” del 9/10/2009

Fin dal giorno della sua fondazione Israele è stato aggredito da nazioni arabe che non ne accettavano l’esistenza e ne volevano la distruzione. Tali nazioni venivano qualificate dagli israeliani come «nemiche», non come «terroriste». Nel 1948 la Giordania pose l’assedio ai quartieri ebraici di Gerusalemme, li bombardò per qualche mese e impedì ai residenti di approvvigionarsi di acqua e cibo. Ciò nonostante Israele non definì mai la Giordania «Stato terrorista». Anche la Siria martellò per anni le comunità civili israeliane in Galilea e nella valle del Giordano, eppure, anche nei suoi confronti, Israele evitò di usare la definizione di «Stato terrorista».
Durante la guerra del 1948, scoppiata dopo la decisione delle Nazioni Unite di dividere la regione, le vittime civili di ambo le parti furono numerose, interi villaggi (per lo più palestinesi) furono distrutti e i loro abitanti costretti alla fuga o cacciati. Ma mai quella guerra fu ritenuta, né dagli israeliani né dagli arabi, uno scontro tra «terroristi». Per lunghi mesi, dopo la guerra dei Sei giorni, Giordania, Siria, e anche Israele, presero di mira centri abitati (soprattutto lungo il Canale di Suez), eppure mai Israele considerò i suoi vicini «Stati terroristi». Li vedeva come nemici con i quali aspirava a raggiungere un giorno la pace.
A partire dagli Anni Novanta, soprattutto in seguito allo scontro prolungato con i palestinesi, il termine «nemico» cominciò a essere sostituito con quello di «terrorista». Infatti, non possedendo uno Stato, ogni azione militare compiuta dai palestinesi (da loro considerata una «legittima opposizione all’occupazione») veniva vista da Israele come un atto di terrorismo. Israele prese a utilizzare questo termine per esprimere da un lato la sua profonda diffidenza verso le intenzioni di pace dei palestinesi e dall’altro per giustificare la sua riluttanza a fare concessioni e per ottenere la simpatia generale nella lotta contro questo fenomeno, soprattutto dopo gli attentati alle Torri Gemelle. Ma la sostituzione del termine «nemico» con quello di «terrorista» ha creato negli ultimi anni problemi etici complessi.
Per terrorismo si intende infatti una forma di lotta condotta verso obiettivi civili e militari da persone che, mantenendo celata la propria identità, mirano a seminare il panico tra la popolazione e a sovvertire il regime esistente o la linea politica delle sue istituzioni. Poiché i terroristi, per definizione, si discostano dalla popolazione in mezzo alla quale vivono, quest’ultima non viene associata agli atti da loro compiuti e quindi ogni azione rivolta contro di essa sarà considerata un crimine.
(Abraham B. Yehoshua)

Ma dopo il ritiro di Israele dal Libano e dalla Striscia di Gaza sarebbe più appropriato qualificare i movimenti Hamas e Hezbollah semplicemente come «nemici» (come fanno peraltro i loro esponenti nei confronti di Israele) in quanto non rientrano nella definizione di «terrorismo». I loro rappresentanti agiscono alla luce del sole, esercitano pieno controllo sul territorio nel quale vivono, amministrano enti e istituzioni pubblici, possiedono distintivi segni di identità quali uniformi e bandiere, e mantengono un legame profondo e vincolante con la popolazione locale di cui sono i rappresentanti. Esponenti di Hezbollah, un movimento dichiaratamente armato, sono deputati nel Parlamento libanese e ministri nel suo esecutivo. E il governo di Hamas, democraticamente eletto, amministra la vita pubblica nella Striscia di Gaza.
La loro ideologia non corrisponde alla definizione corrente di terrorismo ma va ben oltre: distruggere lo Stato di Israele e rispedire gli ebrei alle nazioni dalle quali provengono. E infatti Hamas e Hezbollah si proclamano nemici giurati di Israele, come fecero la Giordania e l’Egitto dopo la nascita dello Stato ebraico e prima che le numerose guerre li inducessero a cambiare idea, a riconoscere Israele e a concludere con esso la pace. Hezbollah e Hamas vanno quindi considerati alla stregua di nemici e, stando così le cose, ne consegue che Israele non ha alcuna responsabilità legale verso i cittadini che li hanno scelti come governanti e che sono quindi parte della lotta contro di esso.palestine-map12
È chiaro che secondo le norme che regolano i conflitti internazionali è proibito colpire indiscriminatamente e senza motivo civili estranei ai combattimenti armati. Questo vale per Hezbollah, per Hamas e, ovviamente, per Israele. Ma da un punto di vista etico-legale è altrettanto chiaro che lo scontro che vede opposto Israele a Hamas e a Hezbollah è una guerra tra nemici e non la lotta di uno Stato contro un’organizzazione terroristica.
Tuttavia, nel momento in cui Israele proclama i suddetti movimenti «organizzazioni terroristiche», la situazione si complica giacché i civili fra i quali questi «terroristi» vivono non solo non possono essere considerati complici delle loro azioni ma sono addirittura ritenuti sorta di loro «ostaggi» e ogni volta che li si colpisce si commette un doppio crimine. E così, nonostante Israele si sia ritirato del Sud del Libano e dalla Striscia di Gaza, gli insediamenti civili israeliani nella zona siano ormai un ricordo e la Striscia mantenga un valico di frontiera con l’Egitto, lo Stato ebraico viene ancora visto come responsabile di ciò che vi avviene e le sue azioni giudicate non come quelle di chi combatte contro un nemico ma come quelle di chi si trova ad affrontare attacchi terroristici in una regione sotto sua responsabilità ed è tenuto a compiere una rigorosissima distinzione tra «cattivi» e «innocenti».
Il rapporto Goldstone doveva basarsi sul presupposto che l’operazione «Piombo fuso» è stato uno scontro tra due Stati in conflitto, responsabili della difesa e della sicurezza dei propri cittadini i quali non potevano essere lasciati in balia di attacchi di razzi né della dura reazione militare che ne è conseguita. L’aver ignorato tale realtà lo ha reso lacunoso e ha inasprito le critiche nei confronti di Israele, malgrado le fondate e preoccupanti accuse di comportamenti scorretti di Tsahal verso la popolazione civile.

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Sulla guerra a Gaza del dicembre 2008 – gennaio 2009 (L’attacco israeliano denominata “Piombo fuso”) leggi su questo blog:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/01/06/geopolitica-la-guerra-dei-centanni-del-medio-oriente/

https://geograficamente.wordpress.com/2008/12/29/geoguerra-la-striscia-di-gaza-al-primo-posto-nei-conflitti-nel-pianeta/

https://geograficamente.wordpress.com/2009/01/18/geopolitica-israele-i-perche-di-una-tregua-avvenuta-positiva-anche-se-tardiva/

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Israele che attacca l'Iran

La carta  illustra un’ipotesi di attacco israeliana contro l’Iran. Sono indicate le possibili rotte degli attacchi aerei, la gittata dei missili Jericho III, e vengono rappresentati anche i principali obiettivi israeliani in territorio iraniano, come gli impianti per l’acqua e per la lavorazione dell’uranio. (Carta tratta dall’editoriale “Va’ dove ti porta il cuore” di Limes 4/09 La rivolta d’Iran nella sfida Obama-Israele )

Mini-editoriale Limes 4/09 La rivolta d’Iran nella sfida Obama-Netanyahu

Obama tra Iran e Israele: va’ dove ti porta il cuore

di Lucio Caracciolo

Il presidente americano deve scegliere tra cuore e mente, tra valori e interessi. L’apertura all’Iran ha innescato uno scontro frontale con la nuova amministrazione israeliana, avvantaggiata dall’instabilità iraniana. Obama può cedere sul nucleare iraniano, ma per Netanyahu è un tabù.

Per comprendere appieno l’impatto geopolitico della crisi iraniana conviene decrittarne il senso sullo sfondo del braccio di ferro Obama-Netanyahu. La sfida l’hanno lanciata gli Stati Uniti, sulla spinta di almeno tre vettori: lo stato di necessità in cui si dibattono e che li ha indotti ad aprire ai nemici giurati dello Stato ebraico, Iran in testa; la sensazione diffusa nell’establishment washingtoniano di essere stati menati per il naso dagli amici israeliani sempre e su tutti i dossier; e le convinzioni del presidente circa l’oppressione dei palestinesi, assimilata a quella sofferta dai neri d’America, fino ad accostarla all’Olocausto.
Il governo di Gerusalemme, scioccato, ha prima esitato poi raccolto il guanto. L’alleanza con la superpotenza protettrice è fondamentale. Ma non fino al punto di oltrepassare le “linee rosse”, il limite oltre il quale l’esistenza dello Stato ebraico è in pericolo. Per Netanyahu la frontiera invalicabile è il monopolio israeliano dell’arma atomica in Medio Oriente.
Naturalmente il primo ministro non può dichiararlo, visto che Israele persegue la strategia dell’ambiguità, non negando né confermando quel che tutti sanno, ossia che detiene almeno 150 testate nucleari. (…)
Quando gli emissari inviati da Gerusalemme a sondare gli umori della nuova amministrazione sul nucleare persiano si sono sentiti rispondere che sì, bisogna fare di tutto per fermare Ahmadi-Nejad, ma alla fine “meglio la Bomba (iraniana) dei bombardamenti (israeliani)”, è scattato l’allarme.
In un rapporto al gabinetto Netanyahu, il Mossad ha dipinto Obama come una minaccia per la sicurezza nazionale. Opinione condivisa da gran parte dell’establishment e dell’opinione pubblica. Secondo un sondaggio, il 50% degli israeliani considera Obama filopalestinese, solo il 6% lo vede amico dello Stato ebraico – Bush lo era per l’88% degli intervistati.
Per Netanyahu la bomba atomica iraniana è Amalek, il nemico perenne degli ebrei di cui al Deteuronomio (25, 17-19). Per il primo ministro israeliano la metafora è pertinente. Anzi, cogente: “Cancella la memoria di Amalek di sotto il cielo, non te ne dimenticare”, ammonisce il sacro testo. La storia condannerebbe Israele se cedesse agli iraniani/amalekiti.

Altro che potenza razionale, l’Iran è retto da “una setta messianica apocalittica” che non si farebbe scrupolo di annientare lo Stato ebraico con tutta la sua gente. Per questo non sarebbe nemmeno necessario lanciare la Bomba su Tel Aviv. Il possesso dell’arma definitiva da parte persiano-sciita spingerebbe tutte le potenze arabo-sunnite della regione a dotarsene in proprio.
E soprattutto scatenerebbe i gruppi terroristici palestinesi e libanesi, insieme a jihadisti d’ogni colore, che sotto l’ombrello atomico iraniano potrebbero colpire con razzi e attentati le aree più esposte d’Israele, mettendo in fuga gli abitanti della Galilea e del Negev. Unita alla pressione demografica palestinese, per cui nel 2030 gli ebrei saranno ridotti al 35% degli abitanti nelle terre dell’ex Mandato britannico, tale esodo segnerebbe l’inizio della fine per l’impresa sionista. (…)
La vittoria più o meno rubata di Ahmadi-Nejad rafforza Netanyahu nella disputa con Obama. I servizi segreti israeliani sono convinti che il consenso al presidente e al regime resti robusto. Il capo del Mossad sostiene che il grado di manipolazione del voto in Iran non sia stato superiore a quello usuale nelle democrazie liberali. Gerusalemme fa di tutto per descrivere Ahmadi-Nejad e Khamenei come perfettamente in sella. I dirigenti israeliani non curano di celare la loro Schadenfreude. Gioia maligna trapela ad esempio dalle dichiarazioni a caldo del vicepremier Silvan Shalom – “le elezioni iraniane sono uno schiaffo in faccia a chi (leggi: Obama, n.d.r.) credeva l’Iran fosse pronto a un vero dialogo con il mondo libero per fermare il suo programma nucleare” – e da quelle successive del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, insoddisfatto dalle tiepide reazioni di Obama: “Il fatto che questo regime continui ad essere un partner accettabile per il dialogo (leggi: per Obama, n.d.r.) è davvero un brutto messaggio”. Nel breve, il verdetto delle convulsioni iraniane è secco: Netanyahu 1 – Obama 0. (Lucio Caracciolo)

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Focus Medio Oriente: negoziati di pace. La storia. Sono nate negli ultimi 40 anni. I coloni sono quasi 270 mila, numero raddoppiato dal 1995. Le denunce. Gli organismi internazionali dichiarano che queste realtà violano tutti gli accordi. Il presidente Usa chiederà una moratoria

ISRAELE  E  LA  MAPPA  DELLE  COLONIE

– È il tema al centro dell’ incontro Obama-Netanyahu-Abu Mazen In Cisgiordania 121 insediamenti «autorizzati», 102 illegali –

di Francesco Battistini, corrispondente a Gerusalemme de “il Corriere della Sera” del 22/9/2009

L’ ultima (e unica) volta in cui Netanyahu andò da Obama a parlare di colonie da congelare, maggio scorso, lo stesso giorno sui giornali israeliani uscì il progetto d’ una nuova colonia da costruire a Maskiot, nella Valle del Giordano. Stavolta (ci si riferisce all’incontro con Obama a Whasington del 22 settemsbre scorso, ndr) sarà diverso. Ma non troppo: Bibi, Barack e Abu Mazen si vedono all’ Onu, tutti insieme per la prima volta, argomento gli insediamenti, e nessuno si aspetta granché.

«L’ unico a volere questo incontro è Obama – riassume Nahum Barnea, editorialista israeliano -. Gli altri due sono lì solo perché l’ assente ha sempre torto». Netanyahu, ostaggio dell’ estrema destra nel suo governo; il presidente palestinese, ricattato dall’ascesa dei fondamentalisti di Hamas. Eppure, è di qui che deve passare la soluzione dei Due Stati che tutti (più o meno) dicono di volere. E al momento è su questo problema che il presidente americano si gioca la partita arabo-israeliana.

Ecco un piccolo atlante per orientarsi nella disputa. Che cosa sono Le colonie israeliane di cui si discute? Sono nate negli ultimi quarant’ anni al di là della Linea Verde, ovvero del confine che prima della Guerra dei Sei Giorni (1967) divideva Israele dall’ area giordana. Oggi si trovano sulle Alture del Golan, sotto amministrazione civile israeliana, ma soprattutto nell’ area di Gerusalemme Est e in Cisgiordania (la West Bank, che Israele preferisce chiamare Giudea e Samaria).

Sono 121 quelle nate su spinta e finanziamento dei vari governi israeliani: vere città come Maale Adumim (sorto nel 1975 alle porte di Gerusalemme, più di 30mila abitanti) o Ariel (1978, 16mila abitanti), simboli come Gush Etzion (fondato nel 1967), cantieri sempre aperti come Gilo. Più di 50 sono invece le colonie totalmente illegali, alcune microscopiche, nate senza il permesso formale del governo israeliano.

Chi ci abita. Le colonie occupano il 3 per cento della Cisgiordania, ma di fatto il loro controllo si estende al 40 per cento delle municipalità. Dal 1996, nessun governo israeliano ha ufficialmente autorizzato la costruzione di nuovi insediamenti, ma gli interventi per bloccarli sono stati praticamente zero. Uno degli ostacoli principali al congelamento, su cui adesso insiste Netanyahu, è la loro «crescita naturale»: il 5,5% l’ anno, contro una media nazionale dell’ 1,8. Oltre ai 180mila che vivono nei quartieri ebraici di Gerusalemme Est, i coloni sono quasi 270mila.

La popolazione (130mila nel 1995) è raddoppiata in poco più di dieci anni e l’ età media è molto bassa: solo il 2,9% dei coloni ha più di 65 anni, contro una media nazionale del 10%. Secondo il governo israeliano, questo aumento impetuoso non può essere limitato. L’ Anp sostiene invece che sono le politiche di incentivi e di esenzioni fiscali, fortemente volute in passato proprio dal Likud, il partito del premier, a favorire questa crescita naturale.

I palestinesi: sgomberare. A dirlo, sono innanzi tutto gli organismi internazionali. Dall’ Onu alla Corte internazionale dell’ Aja, dall’ Unione Europea alla Croce rossa, decine di documenti dichiarano questi insediamenti una violazione degli accordi sanciti dalla Convenzione di Ginevra, a Oslo nel 1993, dalla Road Map e dalla conferenza di Annapolis del 2007. Molti Paesi, come la Gran Bretagna, boicottano i prodotti agricoli degli insediamenti. Anche la Corte Suprema di Israele ha stabilito (2005) che questi territori non fanno parte dello Stato di Israele, poiché solo Gerusalemme Est è stata annessa nel 1980.

Peraltro, proprio a Gerusalemme Est, dopo Annapolis sono aumentate le costruzioni nei quartieri orientali ebraici (750 nuovi progetti) e le demolizioni delle case palestinesi «abusive»: fra il 2004 e il 2008, ne erano state buttate giù 88, mentre solo nei primi sei mesi del 2009 ne sono state distrutte 40.

I coloni: vogliamo restare. Secondo un censimento del 2007, solo il 31,09% dei coloni è disponibile a una trattativa (ma non al ritiro), mentre gli altri si dividono fra ultraortodossi che tengono duro «per motivi religiosi» (il 29,08%) e chi aderisce alle tesi della destra Likud (38,96%) o della destra estrema (0,87%).

La tesi prevalente: molti terreni sono stati comprati con regolari contratti. E poi Israele ha già ritirato i coloni dal Sinai, nel 1982, e da Gaza nell’ agosto 2005. «Altre concessioni sono pericolose e l’ avvento di Hamas nella Striscia ne è la dimostrazione. Inoltre, sono stati i palestinesi a rifiutare le offerte di restituzione fatte dai governi Barak e Olmert» (oltre il 95% della Cisgiordania).

Negli ultimi mesi sono aumentate le violenze dei coloni, specie nell’ area di Hebron. Una donna, Daniela Weiss, guida gli attacchi mirati dell’ala estrema contro i palestinesi o i pacifisti della sinistra israeliana: a ogni tentativo di sgombero, si risponde con aggressioni organizzate.

Cosa vuole Netanyahu. Dopo mesi d’ attesa, il premier israeliano non dice no alla richiesta Usa di una moratoria (parola preferita a congelamento) degli insediamenti a partire da ottobre. Obama vorrebbe lo stop di un anno, Netanyahu è disponibile a sei-nove mesi, ma con varie condizioni: 1) escludere da ogni trattativa Gerusalemme Est, proclamata capitale di Israele ma non riconosciuta come tale dalla comunità internazionale; 2) terminare le 2.400 case già in costruzione in sette aree, da Gush Etzion a Maale Adumim, fino a Maskiot (valle del Giordano); 3) il riconoscimento da parte dell’ Anp delle radici ebraiche dello Stato di Israele.

A New York, Bibi è andato con un dato in tasca: nei primi otto mesi del 2009, i progetti edilizi nelle colonie sono comunque già calati del 34% rispetto all’ anno prima. La betoniera non si è fermata. Però, inevitabile, sta rallentando.

Cosa vuole Abu Mazen. Per il presidente palestinese, la «moratoria» non somiglia neanche da lontano a un reale stop. L’ Anp chiede l’ applicazione delle risoluzioni e degli accordi internazionali, col ritiro integrale dei coloni (sia pur diluito nel tempo): al momento, gli insediamenti spaccano in quattro la Cisgiordania e isolano Gerusalemme Est («Che non va esclusa dalla trattativa»), impedendo «la contiguità territoriale del futuro Stato palestinese» tra Nablus, Ramallah, Gerico, Hebron e Betlemme.

Inoltre, l’ Anp teme che una dichiarazione di «ebraicità» dello Stato di Israele suoni come una rinuncia all’ identità della parte occupata, danneggiando proprio gli arabi israeliani (il 20 per cento della popolazione), oltre a essere la pietra tombale sul diritto al ritorno dei profughi del 1948: quattro milioni di palestinesi, dal Libano e dalla Giordania.

Cosa vuole Obama. La questione degli insediamenti è la pre-condizione della «pace in due anni» che il presidente Usa sogna. Oltre a eventuali sanzioni più dure all’ Iran, chieste da Netanyahu, in cambio di un congelamento di almeno un anno ci sarebbe la disponibilità di alcuni Paesi arabi più moderati, come il Qatar e l’ Oman, a scambiare ambasciatori con Israele e a concedere l’uso dello spazio aereo alla compagnia di bandiera israeliana, El Al.

Obama ci crede, ha impegnato il meglio dei suoi collaboratori, da Dennis Ross a Rahm Emanuel. E all’ inviato in Medio Oriente, George Mitchell, dicono abbia dato di persona il consiglio: «Prendi casa a Gerusalemme. E sulle colonie, non mollare l’ osso». (Francesco Battistini)

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Approvato il rapporto Goldstone. Usa e Italia votano contro

L’Onu: «crimini di guerra» a Gaza

di Francesco Battistini da “il Corriere della Sera” del 17/10/2009

Consiglio per i diritti umani. Accuse a Israele per l’operazione «Piombo fuso» e ad Hamas

GERUSALEMME — Criminale di guerra. E contro l’umanità. Per avere fatto un uso sproporzionato della forza. Per le violenze a Gerusalemme Est. E aver inflitto una punizione collettiva ai palestinesi di Gaza.

SWITZERLAND-UN-RIGHTS-MIDEAST-GAZAVenticinque palline bianche impallinano Israele, al Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Venticinque sì che adottano le 575 pagine del Rapporto Goldstone e, dopo nove mesi, mettono al mondo la prima sentenza su quei 22 giorni di bombe dell’operazio­ne Piombo Fuso: «Una grave violazione del diritto umanita­rio internazionale».

Il pronunciamento, del tut­to scontato, stabilisce che i 10 mila documenti allegati, le 1.200 foto, le 200 interviste, i cinque mesi d’indagine del giudice sudafricano Richard Goldstone e dei suoi collabora­tori, un’inglese, un irlandese e una pakistana, tutto questo è credibile. E dice che Israele de­ve presentare una sua inchie­sta altrettanto credibile, entro sei mesi. Altrimenti, il Consi­glio di sicurezza discuterà d’un vero processo internazio­nale per crimini di guerra e contro l’umanità.

IL RAPPORTO – Il Rapporto per la verità con­tiene accuse anche a Hamas, per le violazioni dei diritti nel­la Striscia, l’uso di scudi uma­ni e gli oltre 10 mila razzi Qas­sam lanciati in dieci anni sulle città del Sud israeliano. Ma di questo, la sessione ginevrina dell’Onu s’è occupata solo a margine: il documento d’azio­ne punta il dito soprattutto sui 1.300 morti della guerra, indicando per Hamas un gene­rico obbligo d’indagare.

Lo stesso Goldstone, che è d’ori­gine ebraica e ha ricevuto vio­lenti attacchi dalla destra israe­liana, se n’è lamentato: «Que­sta risoluzione mi rattrista: si riferisce solo alle accuse con­tro Israele. Non c’è una frase che condanni Hamas, com’è invece nel mio rapporto». Giustizia è quasi fatta, esul­tano i palestinesi: «L’impor­tante è che queste parole si tra­ducano in maggior sicurezza per noi» (Nabil Abu Rdeneh, portavoce di Abu Mazen); «speriamo che questo voto porti a un processo degli occu­panti sionisti» (Taher Al Nou­nou, Hamas). È un premio al terrorismo mondiale e una mi­naccia al processo di pace, av­verte il governo Netanyahu: “L’esercito israeliano ha usato i guanti di velluto sui civili di Gaza” (Eli Yishai, ministro dell’Interno); «Chi ha votato sì sappia che la prossima vol­ta toccherà alla Nato in Afgha­nistan o ai russi in Cecenia».

SCHIERAMENTI – Numeri e dichiarazioni non spiegano ogni cosa, però. In­nanzi tutto perché Netanyahu temeva un risultato peggiore: le febbrili consultazioni degli ultimi giorni hanno evitato che ai 25 scontati sì di Cina e Russia, Paesi arabi e islamici, s’aggiungessero anche i voti di tutta l’Unione europea, del Giappone, della Sud Corea. Invece, oltre ai 6 no traghettati da Stati Uniti e Italia, so­no spuntate 11 asten­sioni, e pure da Paesi tradizionalmente anti­sraeliani come Norve­gia o Belgio.

«Che si schierassero contro di noi Djibuti o il Bangladesh — confida l’amba­sciatore israeliano a Ginevra, Aharo Leshno-Yaar —, lo sape­vamo. La nostra paura era che si schierassero anche gli al­tri ». Non è accaduto. O me­glio, non in misura massiccia. Un po’ perché solo gli Usa ave­vano criticato apertamente il Rapporto, ma solo Londra l’aveva difeso. Un po’ perché la stessa Autorità palestinese aveva spinto per un rinvio del voto (c’è in ballo il processo di pace e la mediazione di Oba­ma), salvo ripensarci per le proteste di piazza. E poi per­ché a Ginevra sapevano benis­simo tutti che questo voto non porta a granché: in Consi­glio di sicurezza, basterà il ve­to Usa a farlo rimanere un’im­pallinata a salve, o poco più. «È vero, sono solo 25 palli­ne — dice Ahmed Tibi, depu­tato arabo della Knesset —. Ma servono a contare il no­stro onore».

…………….

GERUSALEMME, SI RIAPRE LA GUERRA DELLA SPIANATA

PIETRE E FIONDE CONTRO LA POLIZIA CHE CARICA CON I LACRIMOGENI: 34 FERITI  –   PALESTINESI IN RIVOLTA: VOGLIONO TOGLERCI I LUOGHI SACRI

di ALDO BAQUIS, da “La Stampa” del 26/10/2009

TELAVIV. Gerusalemme ha vissuto ieri una nuova giornata di violenze quando centinaia di fedeli islamici si sono scontrati, a due riprese, con reparti della polizia israeliana sulla Spianata delle Moschee, un luogo sacro sia ai musulmani che agli ebrei.

Di prima mattina la contesa Spianata si è trasformata in un campo di battaglia. Fedeli islamici armati di fionde hanno lanciato biglie contro gli agenti israeliani. Altri dimostranti hanno indirizzato contro di loro pesanti pietre e bottiglie incendiarie: in precedenza avevano cosparso il pavimento di olio per renderlo viscido e incontrollabile.

La polizia ha reagito con irruenza ricorrendo a gas la- crimogeni e bombe assordanti. In seguito i disordini si sono estesi ai vicoli della città vecchia, ad alcuni sobborghi palestinesi di Gerusalemme, ai posti di blocco ai margini della Cisgiordania.

Venticinque palestinesi e nove agenti feriti, una ventina di fermi sono il bilancio immediato di una nuova giornata di disordini fomentati – secondo la polizia – dal Movimento islamico in Israele: una formazioni sempre più in sintonia con Hamas che, secondo diversi esponenti di governo a Gerusalemme, dovrebbe essere messa fuori legge.

Già da sabato i responsabili islamici della Spianata avevano lanciato appelli allarmati ai loro seguaci affinché giungessero domenica in massa a Gerusalemme per difendere la Moschea Al Aqsa (uno dei luoghi più sacri all`Islam) da possibili attacchi di «ebrei fanatici».

Si riferivano a un convegno rabbinico, che si è svolto nella serata di ieri nel Palazzo di Salomone, una sinagoga di Gerusalemme Ovest, distante dalla Spianata. Rabbini nazionalisti hanno ribadito che è un dovere per gli ebrei ascendere sulla Spianata – dove fino al 70 d.C. sorgeva il Tempio di Gerusalemme – per elevarvi preghiere, in attesa che sia possibile edificarvi un nuovo Tempio.

Alcuni di essi hanno auspicato il divieto di ingresso alla Spianata per i musulmani «che la stanno trasformando in una base terroristica antiisraeliana».

Questi eventi destano vivo allarme nella leadership della Autorità nazionale palestinese (che ha accusato il governo israeliano di puntare ad una escalation) e nei Paesi vicini, fra cui Egitto e Giordania, i quali hanno biasimato il comportamento della polizia israeliana.

Anche l`Organizzazione della Conferenza islamica (Oci) ha denunciato la «violazione» da parte della polizia israeliana e ha convocato una riunione straordinario del suo Comitato esecutivo per decidere come «rispondere».

Negli ambienti islamici si afferma che il governo israeliano avrebbe stanziato centinaia di milioni di dollari per «ebraicizzare» Gerusalemme:

prove concrete non sono state avanzate, ma il messaggio basta da solo ad esacerbare gli animi e a far paventare che la moschea Al Aqsa possa rappresentare la miccia di una nuova intifada islamica. (Aldo Baquis)

schede-appunti sul tema:

Le organizzazioni islamiche denunciano I`«ebraicizzazione» della Città Santa Guerriglia dopo che gli ultrà ebraici hanno detto di voler pregare davanti ad Al Aqsa

Intifada Le sfide di Arafat e di Sharon La prima rivolta i Partita nel 1987 dal campo profughi di Jabalia, si è espansa a tutti i territori palestinesi. 160 israeliani e 1100 palestinesi sono stati uccisi in scontri, attacchi e imboscate.

La rivolta – che ha compreso anche atti di disobbedienza civile – è scemata verso il 1993 con l`avvio del processo di pace.

La seconda rivolta ~ L`Intifada di al-Aqsa scoppia il 28 settembre 2000, quando Arie] Sharon e il suo entourage di 1.000 uomini armati, entrarono sulla Spianata delle moschee. In sei anni la Seconda Intifada ha causato 5000 morti tra i palestinesi e oltre mille tra gli israeliani, comprese centinaia di civili.

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