L’Euregio “Trento – Bolzano – nord Tirolo” positivamente avanza: ma perché tutte le altre aree regionali (e istituzionali) italiane non riescono a ridefinirsi in modo geograficamente più virtuoso?

Tirol-Suedtirol-Trentino
Le tre aree che compongono l' “Euregio Tirolo - Alto Adige – Trentino”

Lo scorso 29 ottobre i 106 consiglieri provinciali di Trentino, Alto Adige e del Tirolo hanno votato (all’unanimità) un progetto di stretta collaborazione fra le tre entità istituzionali sui temi dell’energia, della sanità specialistica e dei trasporti. Che fa vedere, questa decisione, la capacità (politica, culturale) di superare i confini nazionali ed arrivare a costruire concretamente quella che (sembra, dai fatti) sempre più sarà l’ “Euroregio” formata da Trento, Bolzano e il Tirolo austriaco.

E’ sintomatico che, dall’altra, ci si trovi in Italia a doversi confrontare con realtà locali istituzionali (i comuni, le Provincie, le Comunità Montane) che sembrano sempre più non in grado di governare il territorio di loro competenza (a volte con sovrapposizioni tra di loro e con costi altissimi per la collettività).

Noi geografi proprio dalle pagine di questo blog l’anno passato abbiamo formulato proposte di creazione di città di almeno 60.000 abitanti che superassero lo spezzettamento attuale degli 8.100 comuni italiani (avevamo proposto un esempio: riunire i comuni della Marca Trevigiana, che sono 95, in dieci città).

Abbiamo sostenuto l’abolizione delle Provincie, o che perlomeno esse diventassero unico soggetto di erogazione di servizi sovra-comunali ora gestiti da soggetti plurimi, e antieconomici, costosi per il loro mantenimento (Consorzi di acquedotti, rifiuti, del gas, delle fognature, dei trasporti, etc…. ATO, cioè Ambiti Territoriali Omogenei che spesso si sovrappongono agli stessi Consorzi…).

In questa razionalizzazione dei servizi si colloca in modo naturale l’individuazione di aree culturalmente, economicamente, geomorfologicamente omogenee, che superino vecchie strutture (come quelle appena descritte) che creano spesso disparità tra i cittadini. Per fare un esempio, è indubbio che le attuali Aree Metropolitane, in fase di costruzione in Italia, avranno risorse finanziarie maggiori dei comuni di montagna e pedemontani, e di tutti quelli che resteranno fuori dai contesti urbani che invece sono “in progress” in questo momento. E questo porterà (sta già portando) pure una disparità nel “diritto di cittadinanza” fra le persone (nel sistema scolastico, dei trasporti, della sanità…).

La capacità di individuare, in un unico progetto di unificazione europea, realtà territoriali più adatte ed efficienti rispetto ai confini degli stessi Stati nazionali, delle attuali regioni, delle provincie e dei comuni, appare come una necessità virtuosa di essere positivamente disponibili al cambiamento. Come pare stia accadendo nell’Euroregione “Bolzano, Trento e Tirolo”.……………

BOLZANO, TRENTO E TIROLO: VIA ALL’EUROREGIONE

di Diego Andreatta, da “AVVENIRE” di venerdì 30 ottobre 2009 TERRITORIO E GOVERNO: le tre Province collaboreranno sull’energia, la sanità e i trasporti

MEZZOCORONA (TRENTO).  Chi guarda ancora con scetticismo all’Europa delle regioni e dei popoli, ieri (giovedì 29 ottobre, ndr) in Trentino si sarebbe convinto: sta prendendo forza in varie aree di confine il «modello Gect», un acronimo che sta per Gruppo europeo di cooperazione territoriale.

Si tratta di quello strumento operativo, dotato di personalità giuridica e adottabile anche senza il consenso degli Stati nazionali, che può dare finalmente gambe alle idee di collaborazione interregionale e internazionale.

Lo hanno adottato all’unanimità – un applauso spontaneo ha seguito il voto – i 106 consiglieri provinciali di Trentino, Alto Adige e Tirolo che, dopo oltre vent’anni di riunioni biennali quasi sempre evanescenti, hanno trovato finalmente una formula convincente, «copiandola» dai nove Gect spuntati qua e là in Europa, a due anni dall’entrata in vigore di questa formula giuridica.

«Oggi mettiamo una pietra miliare nella collaborazione tra le regioni dell’antico Tirolo», gongolava il presidente austriaco dell’assemblea tirolese, Hervig van Staa, mentre Dieter Steger, presidente del Consiglio provinciale di Bolzano, insisteva sull’«autonomia» del nuovo organismo operativo, «la cui creazione rappresenta una svolta per la creazione di un’Europa delle Regioni e non più solo degli Stati nazionali».

«Dopo 100 anni le nostre tre regioni possono contare finalmente su uno strumento giuridico che ha una dimensione ottimale. Possiamo saldare il debito con le nostre radici e la nostra storia comune», proclama in aula il presidente trentino Gianni Kessler.

Troppa enfasi? Lo ritengono alcune forze politiche d’opposizione (PdI in particolare, ma anche la componente “separatista” di lingua tedesca, sia pure per altre ragioni) che peraltro hanno approvato l’istituzione di questo Gect denominato «Euroregione Alto Adige/Sudtirol, Tirolo e Trentino».

Un passaggio segnalato come «memorabile» l’altro ieri anche al Parlamento di Vienna dall’intervento del governatore altoatesino Luis Durnwalder alle celebrazioni per il bicentenario di Andreas Hofer. Le tre giunte provinciali appaiono già impegnate a tradurre i progetti comuni (con segreteria organizzativa a Bolzano) in scelte di governo.

Il presidente del Trentino Lorenzo Dellai ha parlato di una giornata «dal valore straordinario per rinforzare il sentire comune, al di là e oltre le differenze». «Mai come ora ha continuato Dellai – sussistono le condizioni ottimali per costruire fino in fondo la regione europea».

Ma cosa potrà cambiare nel vecchio Tirolo con l’istituzione del Gect, che avrà un organo di governo ed un organo assembleare comune? Si potranno gestire collegialmente («Senza chiedere prima, né a Vienna né a Roma», chiosa il presidente van Staa) progetti d’interesse trasversale: l’autosufficienza energetica (con la possibilità di attingere alle risorse delle regioni limitrofe, nel caso in cui si esauriscano le proprie), la sanità specialistica (con la possibilità di stipulare convenzioni tra enti pubblici e privati oggi precluse) i trasporti (con il potenziamento dei collegamenti tra Innsbruck e Lienz, quindi anche con l’Alto Adige e il Trentino), la promozione comune del turismo nelle Dolomiti.   Ma si è auspicata anche attenzione alle minoranze linguistiche, progetti televisivi bilingui, gemellaggi di scuole e un libro di storia locale finalmente comune. (Diego Andreatta)

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SCHEDA

Gruppo europeo di cooperazione territoriale (GECT)

Al fine di superare gli ostacoli che si incontrano nella cooperazione transfrontaliera, i gruppi europei di cooperazione territoriale (GECT) sono strumenti di cooperazione a livello comunitario i quali consentono a gruppi cooperativi di attuare progetti di cooperazione territoriale cofinanziati dalla Comunità ovvero di realizzare azioni di cooperazione territoriale su iniziativa degli Stati membri.

ATTO

Regolamento n. 1082/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, relativo al gruppo europeo di cooperazione territoriale (GECT) [Gazzetta ufficiale L 210 del 31.7.2006].

SINTESI

In esito alle difficoltà incontrate dagli Stati membri nel campo della cooperazione transfrontaliera, il presente regolamento introduce un nuovo strumento di cooperazione a livello comunitario nel contesto della riforma della politica regionale, per il periodo 2007-2013. Si tratta del gruppo europeo di cooperazione territoriale (GECT), dotato di personalità giuridica, che sarà operativo a decorrere dal 1° gennaio 2007.

Obiettivo

Il GECT ha lo scopo di agevolare e di promuovere la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale tra i suoi membri. Il gruppo è composto da Stati membri, collettività regionali, collettività locali o organismi di diritto pubblico a titolo facoltativo.

Per saperne di più: http://europa.eu/legislation_summaries/agriculture/general_framework/

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Sulle nuove politiche territoriali (e di sviluppo delle aree montane), riprendiamo alcuni stralci da un’intervista a Lorenzo Dellai, presidente della Provincia di Trento, che possono dare spunti interessanti.

IL MIO TRENTINO CON MUCCHE E COMPUTER

di Enrico Franco, da “il Corriere della Sera” del 29/10/2009
Mucca o computer, giacca in lana cotta o gessato internazionale, schützen o arte contemporanea provocatoria? Perché opporre una strada all’altra? Percorriamole entrambe. È questa la bussola politica di Lorenzo Dellai, da dieci anni governatore della Provincia autonoma di Trento. …..

Presidente, l’anno scorso si è presentato all’asta degli allevatori e ha acquistato una mucca. Poche ore dopo ha tenuto un discorso in cui spronava a investire sul fronte dell’innovazione tecnologica. Un colpo al cerchio e uno alla botte?
«Ma no! Sono due facce della stessa medaglia. Senza la sua storia, il Trentino diventerebbe arido. E senza innovazione e modernità sarebbe condannato. Noi siamo costretti a investire su entrambi i fronti. D’altronde, la crisi globale economica in corso — che è anche crisi politica, culturale, sociale — nasce proprio dall’errore di aver dissociato la modernizzazione dai valori. La mia mucca, che ho chiamato Fortunata, vive in valle di Sole e sta benissimo, mentre il computer mi serve per connettermi con il mondo».

Lei ama indossare anche le giacche di lana cotta e i vestiti tirolesi…
«È solo un abbigliamento comodo e carino… Capisco il sottinteso: allora ricordo che l’asse con Bolzano e Innsbruck fa parte del filone storico- identitario. Per secoli questo è stato un territorio di lingua italiana nell’ambito del Tirolo storico. La nostra autonomia nasce con Bolzano e con l’Austria per favorire la pacificazione intorno al Brennero. Ma la regione europea che vogliamo costruire con Bolzano e Innsbruck guarda non al passato, bensì a un nuovo concetto di Europa, quello dei popoli e delle nazioni. L’Europa ne ha bisogno se vogliamo tornare all’idea degasperiana».

L’attenzione a Nord, in ogni modo, non le impedisce di avere un ottimo rapporto con il governatore veneto, il forzista Galan.
«Se la storia ci porta sull’asse del Brennero, certo l’economia e il mettere in rete le opportunità ci spingono a rapportarci con tutti i territori vicini e con il mondo intero. Il Veneto come la Lombardia sono preziosi sul piano sociale quanto economico».

Già, i territori confinanti. L’autonomia trentina viene spesso vista come un privilegio: ha ancora una giustificazione reale?
«Il Trentino ha cercato la sua autonomia sia durante l’impero austro-ungarico, sia quando è diventato territorio italiano. È la nostra identità, rientra nella nostra Costituzione materiale che ha avuto un riconoscimento in quella formale. L’autonomia non è legata solo alle risorse finanziarie».

Non negherà che il vostro bilancio sia assai più corposo di quello delle regioni ordinarie?
«Il federalismo fiscale è uno scenario nuovo: ci batteremo per difendere competenze e prerogative dell’autonomia, ben sapendo che dovremo portare il nostro apporto responsabile al mutato quadro statale. Peraltro non c’è mai stato un assistenzialismo di Stato: è vero che gran parte delle risorse rimane qui, ma la Provincia si fa carico di quanto altrove è competenza nazionale (sanità, scuola, infrastrutture), fatta eccezione per giustizia e ordine pubblico. Penso, come il presidente Napolitano, che ci debba essere leale cooperazione tra le istituzioni».

È in questo contesto che va inserito il vostro impegno per la ricostruzione nell’Abruzzo terremotato dove avete dimostrato grande efficienza?
«È una tradizione antica del Trentino intervenire in tempo reale quando ci sono delle emergenze. Non è solo efficienza, ma un frutto del volontariato, un nostro culto. Siamo ancora lì: circa 2.500 trentini sono andati in Abruzzo per periodi diversi e in gran parte sono volontari. Per la fine dell’autunno avremo costruito 320 case in legno, tre chiese, cinque scuole».

Torniamo al Trentino. Lei ha lanciato la sfida di Metroland, una rete di ferrovie locali che permetta di raggiungere il capoluogo in mezz’ora da ogni valle. È la scommessa da vincere per entrare nella storia?
«Senza scomodare la storia, vorrei semplicemente aver impostato tre progetti entro la fine del mio mandato. Il primo è l’ euroregione del Tirolo storico: così la nostra autonomia sarà al riparo da qualsiasi involuzione istituzionale o politica nazionale e, inserita in una dimensione transnazionale, potrà guardare al futuro senza essere autoreferenziale. Il secondo riguarda il consolidamento del sistema universitario e della ricerca: vogliamo sia fortemente internazionalizzato, perciò investiamo su quella che è oggi la vera risorsa strategica, ossia la conoscenza. Il terzo è appunto Metroland che non è solo un modo per spostarsi. Ripensando le reti di comunicazione (anche garantendo a tutti la connessione internet ad alta velocità), vogliamo in realtà recuperare un gap di opportunità tra capoluogo e valli».

(Enrico Franco, 26 ottobre 2009)

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OCCASIONI  MANCATE: alla Camera il Pdl si oppone al ddl: «E’ in corso il riordino delle autonomie locali, meglio aspettare»

Province intoccabili, salta l’abolizione col voto di Pdl e Pd

da “il Messaggero” del 14/10/2009, di Fabrizio Rizzi

ROMA – Le Province non saranno abolite, almeno per ora. Più probabilmente, non lo saranno per tutta la legislatura. L’esame del progetto dell’Idv è stato rinviato, attraverso una sospensiva presentata dal Pdl, che ha ottenuto 261 sì, 253 no e due astenuti.

«E’ in corso il riordino delle autonomie, meglio aspettare», questa la giustificazione di Giorgio Stracquadanio, Pdl. Gli unici contrari sono stati l’Udc e l’Italia dei valori, ma il Pd ha espresso un voto in linea con gli altri partiti di opposizione, pur affermando un no nel merito.

Gianclaudio Bressa, Pd, ha spiegato così: «Nel programma del centrosinistra era prevista» la soppressione «solo dove fossero state istituite le città metropolitane. Basta attuare la Costituzione». Invece, Pier Ferdinando Casini, ha accusato la maggioranza e il Pd: «anno dimenticato gli impegni per l’abolizione delle province, assunti da Berlusconi e Veltroni, andando in televisione a chiedere il voto agli italiani». Anche Di Pietro ha denunciato le promesse mancate: Pdl e Pd «sono stati presi con le mani nel sacco».

Nel giorno in cui l’Aula di Montecitorio ha affossato ben due proposte di legge dell’opposizione (l’altra riguarda il contrasto all’omofobia), la discussione sull’abolizione non è mai decollata.

Di Pietro ha attacco sostenendo che l’argomento, dal «tempo della Costituzione», è al centro del dibattito: perché le Province sono ritenute «inutili carrozzoni» che oltretutto vengono a pesare, nelle tasche dei cittadini, come «l’importo di una legge finanziaria in un anno». Ovvero, gli enti provinciali costano, secondo Di Pietro, «13-15 miliardi di euro l’anno», con un organico di «2900 consiglieri e 900 assessori» oltre a «50 presidenti e vice-presidenti di provincia» ai quali vanno aggiunti «100 presidenti di giunta».

A sua volta, il leader dell’Udc, Casini, ha spiegato che le Province «costano 16 miliardi all’anno» mentre «il personale politico 115 milioni all’anno». Ed ha chiesto al Parlamento di «adempiere agli impegni assunti con gli elettori», ricordando di aver fatto campagna elettorale, come candidato premier (insieme a Berlusconi e Veltroni), a favore dell’abolizione di questi enti. «Oggi, a un anno di distanza, la maggioranza si è dimenticata di questo impegno e l’opposizione del Pd pure». Ma Casini ha avvertito che l’impegno assunto con il corpo elettorale è, comunque, prioritario (“si doveva pensare prima se era giusto o sbagliato”), rispetto all’annuncio roboante fatto prima delle votazioni.

Dalla Lega, con Luciano Dussin, si è alzato uno sbarramento, a favore della sospensiva. «Servono risposte complessive» ha affermato, come il Codice delle autonomie o il federalismo fiscale. Secondo l’esponente del Carroccio, i tagli alle Province pesano poco nella spesa pubblica, «incidono solo per il 2 per cento e con riferimento alla voce al personale, solo per l’l,7%». I numeri grossi sono altri: «il 60 per cento» dei denari viene inghiottito dall’amministrazione centrale, il 23 per cento è speso dalle Regioni, il 15 per cento dai Comuni. Se sprechi vi sono, ha aggiunto, sono annidati nelle Regioni, come, ad esempio, in Veneto. Su 5 milioni di abitanti ci sono 60 consiglieri, ma anche in una regione confinante, ben più piccola, «vi è lo stesso numero di consiglieri regionali». Ha annunciato infine che tagli agli sprechi arriveranno con il ministro Calderoli: «Sta lavorando per sopprimere 3mila enti, quindi 30mila posti inventati in consigli di amministrazione. Il risparmio che potrebbe portare questa riforma, a regime, dovrebbe essere di 5 miliardi di euro». Altri risparmi, ha aggiunto, veranno dal federalismo fiscale. In Veneto, secondo Unioncamere, «il modello di funzionamento della Pubblica amministrazione, gestita da Regione, Province e Comuni, se entrasse a regime in tutto il Paese comporterebbe un risparmio complessivo di 30 miliardi di euro all’anno». In sostanza, le Province vanno mantenute. (Fabrizio Rizzi)

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“Riaperte” dalla Consulta potranno ripartire tra molte incertezze

Comunità montane: tutto come prima, peggio

di Luca Anzanello, da “il Gazzettino” del 6/8/2009

Vittorio Veneto. Tornano, sia pure da “precarie”, le Comunità montane, comprese quelle trevigiane delle Prealpi e del Grappa. Dopo le aspre polemiche in consiglio regionale (e in alcuni comunali) e gli appelli – con tanto di manifestazioni romane – a non disperdere i patrimoni di questi enti e i loro investimenti sui territori, martedì la giunta regionale ha sostanzialmente “rimesso in moto”, con l’assessore di reparto Flavio Silvestrin, le comunità venete, comprese quelle che mesi fa erano state commissariate. Nella stessa seduta, la giunta Galan ha anche destinato alle 18 comunità (11 delle quali mai soppresse), attraverso il vice governatore e assessore all’agricoltura Franco Manzato, fondi per un milione di euro. Di questi, circa 80mila andranno alla Comunità delle Prealpi trevigiane, presieduta fino all’anno scorso da Gianpiero Possamai, poi sostituito dal commissario liquidatore Pietro Rizza. Che ora potrebbe o essere sostituito da un commissario ad acta che curi la “ripartenza” della Comunità con sede a Vittorio Veneto, o rimanere al suo posto cambiando ruolo.

Il “ribaltone” è nato nei giorni scorsi, quando una sentenza della Corte Costituzionale, nata da un ricorso di alcune Regioni, ha stabilito che le competenze sulle comunità montane spettano alle regioni stesse e non allo Stato.

Così decidendo, i vari commissariamenti sono “decaduti”. E ora, dopo che tra l’altro sembrava sul punto di andare a buon fine il progetto di sostituire la “vecchia” comunità con una Unione di Comuni, cosa succederà? Tenuto conto che nel frattempo la gran parte dei Comuni appartenenti alla comunità delle Prealpi trevigiane ha rinnovato le proprie amministrazioni, è probabile che la Regione nomini il commissario ad acta che “traghetti” la Comunità di via Vittorio Emanuele II verso la composizione del nuovo consiglio e della nuova giunta. Assai probabile che la geografia della comunità, quella precedente il commissariamento, rimanga uguale, con tutti i comuni che ne facevano parte riconfermati nel loro ruolo.

«La nuova giunta rischia di avere un futuro incerto», prevede il presidente pre–commissariamento Gianpiero Possamai, che elogia Rizza per il lavoro svolto in questi mesi. Secondo l’ex presidente «ora che la Corte Costituzionale si è espressa, la Regione dovrà decidere cosa fare delle comunità  montane. Auspico che i vertici regionali non solo mantengano aperte le comunità, ma che spingano verso un loro potenziamento, in senso di competenze e di disponibilità finanziarie visto l’ottimo rapporto tra costi e benefici e gli investimenti resi possibili sui territori. Se non ci sarà una chiarezza sul futuro di questi organismi, la nuova giunta sarà limitata nella sua azione amministrativa».

Che il problema principale delle “nuove” comunità montane sarà il bilancio lo conferma anche il vicegovernatore del Veneto Manzato: «Un elemento di difficoltà, per il futuro di questi enti, è rappresentato dal mancato arrivo di risorse dal Governo centrale – spiega il numero due della giunta regionale – o questi fondi li troverà la Regione o bisognerà rivedere l’assetto delle comunità montane». (Luca Anzanello)

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sempre da “il Gazzettino” del 6/8/2009, sulla “riapertura” delle Comunità Montane:

DAL “GRAPPA” UN CORO UNANIME – «Situazione paradossale: con quali risorse dovremmo rimetterci in moto?»

CRESPANO DEL GRAPPA – Più che a favore della“comunità Montana” la possiamo definire una”scomunica montana” quella degli ex amministratori pedemontani. «Non ero favorevole prima e lo sono ancora meno adesso», il pensiero nudo e crudo proprio dell’ultimo presidente della Comunità Montana del Grappa ed attuale sindaco di Paderno, Giovanni Bertoni.

Così la notizia della possibile riapertura della Comunità Montana del Grappa dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale è stato recepito in maniera tiepida anzi, negativa proprio dagli ex amministratori locali. «È una situazione ridicola. Un anno fa le nostre comunità montane erano inutili e ora il Consiglio di Stato ci dice che la legge è illegittima; lo si sapeva da subito, ma dopo un anno questa situazione crea solo disagio, un anno in cui c’è stato un buco amministrativo, e durante il quale il Commissario ha fatto il suo dovere: chiudere un’istituzione. Ora arriva questa sentenza che rimette in moto tutto di nuovo. E poi ci si chiede: ma con quali risorse? Sinceramente non lo so; stiamo in attesa e vediamo. Sono disponibilissimo a riparlarne solo ed esclusivamente per salvare la nostra montagna e le sue immense risorse. Ma perché non creare una comunità montana allargata ai comuni di tutto il massiccio?».

Sulla stessa frequenza d’onda anche l’ex vice presidente ed attuale vice sindaco di Castelcucco, Novella Franciosi: «Mi trovo pienamente d’accordo con Bertoni. A suo tempo avevamo condiviso molte di queste idee circa il futuro della Comunità Montana che non ha mai visto riconosciuti i propri meriti che sono tanti; uno su tutti, l’elettricità in Grappa. Ora si viene a parlare di ricostituirla dopo che si è smantellato tutto: ma con quali fondi si riparte?». Stesso quesito posto anche da Denis Farnea, un anno fa consigliere di maggioranza della Comunità, espressione del Comune di Cavaso del Tomba ed attuale assessore provinciale: «In tutta sincerità sono molto perplesso. Non era corretto come si era comportata la Regione ed è un errore quello che sta facendo ora. Qui non si capisce o non si vuol capire una cosa: mancano le risorse economiche. Io invece lancio un’idea: che siano le conferenze dei sindaci a decidere, a legiferare sulle sorti della nostra montagna». (Gabriele Zanchin)

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articoli del blog correlati all’argomento qui trattato:

https://geograficamente.wordpress.com/2007/12/19/proposta-dieci-citta-ununica-marca-trevigiana/

https://geograficamente.wordpress.com/2009/07/12/sudtirolo-o-alto-adige-muro-tra-etnie-o-ponte-tra-culture-il-nuovo-irredentismo-e-indipendentismo-riapre-la-questione-altoatesina-adesso-che-l%e2%80%99unione-europea-dovrebbe-far-superare-gli-st/

https://geograficamente.wordpress.com/2009/06/20/la-geografia-di-una-luogo-tra-confini-imposti-identita-condivise-e-immaginazione-collettiva-lo-strano-caso-di-asiago-rigoni-stern-e-il-quirinale/

https://geograficamente.wordpress.com/2009/05/17/europoli-il-pensiero-forte-della-rete-delle-citta%e2%80%99-oltre-ogni-stato-nazione-e-chi-non-abita-in-questi-luoghi-che-si-organizzi/

https://geograficamente.wordpress.com/2009/04/05/georiforme-%e2%80%93-cambiare-o-abolire-le-province/

https://geograficamente.wordpress.com/2009/02/03/geoprogetti-mantenere-o-abolire-le-province-cosa-propongono-i-geografi/

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una proposta geografica:

10 CITTA’: UN’ UNICA MARCA TREVIGIANA

La proposta che facciamo alle nostre Comunità locali è quella di razionalizzare le unità amministrative dei comuni trevigiani, creando realtà politiche più autorevoli, efficaci ed efficienti nei servizi per il cittadino.

Pertanto proponiamo di costituire 10 città nel territorio della provincia di Treviso al posto degli attuali 95 comuni.

Questo anche nello spirito della riforma prevista con la realizzazione delle aree metropolitane. Là dove si parla di “comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione territoriale e in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali”.

LA DEBOLEZZA POLITICA DEI CONSORZI DI SERVIZI E LA NECESSITA’ DI VERE AGGREGAZIONI URBANE

I Consorzi di servizi, come i cosiddetti ATO, Ambiti Territoriali Omogenei (per i rifiuti, l’acquedotto etc.), stanno dimostrando tutta la loro impossibilità ad essere nel territorio elemento di presenza e proposta politica sovracomunale, comprensoriale, cioè di un’area omogenea composta da più comuni.

La necessità di creare aree urbane omogenee è nei fatti. Va chiarito che per “aree urbane” si intende pure e prioritariamente il mantenimento del bene ambientale cui il territorio della provincia di Treviso, nonostante tutto, è ancora assai ricco: dato dalle attività agricole, dal sistema idrogeologico naturale ed artificiale, da forme organizzative territoriali che arricchiscono i nostri luoghi (come la centuriazione romana, i campi chiusi con le siepi, le aree cosiddette a palù, il ricchissimo sistema viario locale fatto di strade e stradine, l’assetto collinare, pedemontano e montano di grande pregio…).

Crediamo che città territorialmente omogenee, di non meno di 50.000 abitanti, possano esercitare un ruolo politico autorevole nel contesto provinciale, regionale, sovraregionale e in tutte le istituzioni preposte ai servizi strategici (economici, dell’istruzione, sanitari…), pur mantenendo queste “nuove città” una dimensione “a misura d’uomo”.

DIMINUIRE DRASTICAMENTE I COSTI DELLA POLITICA

Questa nostra proposta di creazione di 10 città al posto di 95 comuni, ha uno dei suoi scopi specifici nella razionalizzazione dei servizi, con una forte diminuzione dei COSTI DELLA POLITICA. Inutile chiedere un impegno concreto alla riduzione di tali costi (della politica) a livello centrale, quando nei contesti locali la miriade di piccoli e medi comuni viene a sopportare oneri finanziari, “politici” e amministrativi, assurdi rispetto alle esigenze di efficiente ed economico soddisfacimento dei bisogni dei propri cittadini.

In questi anni ci siamo accorti che non basta consorziare questi servizi con la creazione di ambiti territoriali omogenei: i costi delle tariffe (dell’acqua, dei rifiuti, del gas, etc.) sono quasi sempre cresciuti, anziché ridursi, e questi stessi servizi non sono certo migliorati. La riduzione dei costi avverrà con  l’accorpamento dei comuni, creando così realtà amministrative più consistenti e la drastica eliminazione delle burocrazie locali: creare vere città, con un territorio urbano dove l’elemento “ambiente” viene ad essere un bene preziosissimo (ben superiore a quello delle attuali città venete). Un ambiente naturale da mantenere integro ed eventualmente migliorare, ripristinare, luogo per luogo, comune per comune.

LA VALENZA POLITICA DI 10 CITTA’ AL POSTO DI 95 COMUNI

La proposta dell’accorpamento dei comuni creando così vere città (10 città al posto di 95 comuni) è comunque non legata solo alla migliore erogazione dei servizi essenziali e a una riduzione dei costi di essi servizi (a vantaggio delle tasche dei cittadini). Non è solo questo. Ha, prima ancora, una valenza politica forte, di innovazione per tutta la Marca Trevigiana. Solo realtà a dimensione più grande e omogenea rispetto a medio-piccoli comuni riusciranno ad avere un effettivo peso politico, contrattuale, nel contesto regionale e sovraregionale, rispetto a singoli piccoli comuni, anche se consorziati tra di loro. E, necessariamente, le 10 città, dovranno esprimere un loro progetto per il presente e per il futuro. Questo ruolo di sostegno per progetti comuni nelle aree omogenee non ha mai saputo, potuto, voluto esercitarlo la Provincia, e tantomeno la Regione. Nel dopoguerra e fino agli anni 80 la “politica del territorio”, del Comprensorio, in parte è stata appannaggio del sistema dei partiti, realtà che interagivano non solo localisticamente, ma anche appunto a livello comprensoriale, di “area” (un esempio: se due scuole professionali si dovevano creare, una era bene che fosse nell’area provinciale sud-orientale, l’altra in quella nord-occidentale; ora non conta più alcun criterio del genere). Se difficile è che si ritorni a modi più razionali e “pensati” che si sono avuti nella politica del dopoguerra (anche se qualcuno potrebbe auspicarlo), è necessario individuare elementi istituzionali che lo facciano perché è il loro compito specifico (come si usa dire, la loro “mission”). Dal che la proposta di costituire 10 città al posto dei 95 comuni.

Bisogna avere il coraggio e la concretezza di guardare con occhi nuovi al futuro e alle necessarie strategie di vita delle nostre comunità. Se vogliamo mantenere la nostra autonomia, le nostre tradizioni, la nostra base culturale, è necessario essere maggiormente attrezzati ai cambiamenti economici, sociali, culturali che vengono avanti. Realtà amministrative più larghe e omogenee territorialmente non possono che far bene. Ne va per le maggiori opportunità che potremo offrire ai nostri giovani (ad esempio nel campo dell’istruzione e formazione professionale) ma anche per i vantaggi per tutte le fasce di età (nell’assistenza socio-sanitaria, in tutti i servizi alla persona).

LE MUNICIPALITA’ RESTANO, I SERVIZI LOCALI AUMENTANO, MA I COSTI VENGONO DRASTICAMENTE RIDOTTI

Ciò non significa che dobbiamo perdere la nostra origine “paesana”, comunitaria, anzi. Ogni città delle 10 che proponiamo manterrà per ciascun comune una municipalità, continuando ad erogare (e migliorare) in ogni singolo territorio i servizi essenziali, senza però avere le spese che ora ciascun comune “autonomo” ha di mantenimento della classe politico amministrativa (sindaci, assessori, consiglieri comunali, segretari comunali, dirigenti, manager vari…), e con le attuali strutture burocratiche che nella scala economica dei comuni medio-piccoli sono diventate oramai sempre più insostenibili (se non li accorpiamo adesso in un’unica città, molti comuni medio-piccoli a breve “salteranno” da soli, non più in grado di sostenere il costo degli apparati burocratici e dei servizi alla popolazione). Pertanto i “servizi al territorio e nel territorio”, locali, come l’anagrafe, la sanità, l’istruzione, l’ufficio edilizia, i servizi alle attività economiche… e quant’altro (anche servizi di “altra” gestione, come l’ufficio postale), saranno incentivati per ogni frazione, per ogni realtà locale (la possibilità che l’informatica offre di gestione di sportelli unici con funzioni polivalenti va sfruttata al massimo nei quartieri, frazioni, colmelli… ovunque vi sia la necessità).

LE RISORSE DEL FEDERALISMO FISCALE E LA PROPOSTA DI TRATTENERE IL 20% DELL’IRPEF

Solo nell’ambito di realtà politico-amministrative autorevoli, di una certa consistenza demografica e territoriale, possiamo credibilmente prospettare un mantenimento di risorse finora erogate al “centro” per poi essere distribuite in servizi alle cosiddette “periferie” (come l’IRPEF). Il trattenere il 20% per cento dell’IRPEF da parte di Amministrazioni medio-piccole potrebbe non far combaciare l’entrata fiscale ottenuta, con i servizi per i cittadini da erogare con tale risorsa finanziaria (non essendo in grado piccole Amministrazioni di gestire servizi complessi).  Pertanto l’interessante proposta maturata in questi mesi da parte dei sindaci (in particolare veneti) di trattenere “presso di sè” il 20% dell’IRPEF in carico ai propri cittadini, troverebbe una più logica concretizzazione in città di almeno 50.000 abitanti, in grado di erogare servizi complessi.

RIDURRE LA TASSAZIONE, MIGLIORARE I SERVIZI, CONTARE DI PIU’; MAGGIORI OPPORTUNITA’ AI GIOVANI

Tutto quanto fin qui detto con pure l’impegno immediato (imprescindibile) di ridurre drasticamente i costi e la tassazione comunale (come, ad esempio, l’addizionale comunale e la futura imposta locale che sostituirà l’ICI, ma anche le tariffe delle “erogazioni” essenziali). Prospettando un sistema scolastico di formazione dei giovani efficiente, innovativo rispetto alle sfide della globalizzazione, e adatto anche alle caratteristiche del territorio; individuando un sistema socio-sanitario migliore in grado di mantenere e innovare gli attuali standard. Dieci città che sappiano programmare e progettare con efficienza la sicurezza, in casa e fuori, dei propri cittadini.  Insomma un territorio che riacquista la “progettualità perduta” in questi anni. Che offre cultura, formazione ai giovani e a tutte le persone, che si interroga su come aiutare l’economia.

Ecco le 10 nuove città e gli attuali comuni che rientrerebbero in ciascuna di esse:

1. CITTA’ DI TREVISO (Treviso)

2. CITTA’ CASTELLANA (Castelfranco, Resana, Vedelago, Istrana, Paese, Loria, Riese,

Castello di G.)

3. CITTA’ ASOLANA PEDEMONTANA (Asolo, Fonte, Castelcucco, Monfumo, S.Zenone,

Possagno, Borso, Crespano, Cavaso, Pederobba, Paderno, Maser)

4. CITTA’ MONTEBELLUNESE (Montebelluna, Caerano, Trevignano, Volpago, Crocetta,

Cornuda, Giavera, Altivole)

5. CITTA’ VALLATA PEDEMONTANA (Valdobbiadene, Segusino, Vidor, Moriago, Sernaglia,

Farra, Miane, Follina, Cison, Pieve di S.)

6. CITTA’ VITTORIESE (Vittorio Veneto, Revine, Tarzo, Colle Umberto, Cordignano, Cappella,

Sarmede, Fregona, Orsago)

7. CITTA’ CONEGLIANESE (Conegliano, Susegana, S.Lucia, Mareno, Refrontolo, S.Fior,

S.Vendemiano, S. Pietro di F., Godega, Codognè, Gaiarine)

8. CITTA’ PIAVE-LIVENZA-OPITERGINA (Oderzo, Ormelle, Cimadolmo, S.Polo di P.,

Vazzola, Fontanelle, Mansuè, Gorgo al M., Meduna, Motta di L., Ponte di P., Chiarano,

Cessalto, Portobuffolè, Salgareda)

9. CITTA’ ALTA PIANURA TREVIGIANA (Nervesa, Arcade, Spresiano, Povegliano, Villorba,

Maserada, Breda, Carbonera, Ponzano, S.Biagio di C.)

10. CITTA’ FIUME ZERO-SILE-PIAVE (Mogliano, Preganziol, Zero B., Monastier, Casale sul

S., Casier, Silea, Roncade, Quinto, Morgano, Zenson)

One thought on “L’Euregio “Trento – Bolzano – nord Tirolo” positivamente avanza: ma perché tutte le altre aree regionali (e istituzionali) italiane non riescono a ridefinirsi in modo geograficamente più virtuoso?

  1. MARAGRITA BUSSOLON giovedì 11 marzo 2010 / 5:07

    Voglio di più informazioni della cultura della nostra lontana come il tirol, la sua musica, il suo ballo tradizionali e anche la sua gente.
    Carissimi saluti…

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