Se ne è andato, a 101 anni, Claude Lévi-Strauss, massimo esponente della cultura del ‘900, antropologo del “pensiero selvaggio”, oltre ogni omologazione delle civiltà

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«Alla scala dei millenni, le passioni umane si confondono. Il tempo nulla aggiunge o toglie agli amori e agli odi provati dagli uomini, ai loro accanimenti, alle loro lotte, alle loro speranze: sono gli stessi sempre. Sopprimendo a caso qualche secolo di storia, non si perde nulla di significativo della nostra conoscenza della natura umana. La sola perdita irreparabile sarebbe quella delle opere d’arte che quei secoli avrebbero visto nascere. Perché gli uomini non si differenziano, fino a non esistere neppure, che grazie alle loro opere. Come la statua di legno che partorì un albero, le opere d’arte soltanto ci danno la certezza che nel corso delle epoche qualcosa, tra gli uomini, è realmente accaduto» (Claude Lévi-Strauss)

Quando Antropologia e Geografia sono la stessa cosa.

E’ morto alle soglie dei 101 anni il grande antropologo francese che ha segnato il Novecento mettendo in discussione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche la centralità dell’uomo nel sistema vivente. “Ha assestato un colpo mortale all’umanesimo narcisista, alla convinzione che ci siano culture superiori, più progredite e avanzate di altre. Nessuno come lui negli ultimi 60 anni ha influenzato la filosofia e la storia, la psicologia e la critica letteraria, la semiologia e la sociologia, la storia delle religioni e la psicoanalisi, le arti visive e la musica. Nel suo pensiero, come ha scritto con acume Susan Sontag, c’è qualcosa di virile – l’antropologia come una delle poche professioni intellettuali che non richiedano il sacrificio della virilità, dal momento che esige coraggio, desiderio d’avventura e resistenza fisica – e insieme anche il contrario: il desiderio di raffreddare ciò che è caldo, ovvero l’angoscia che la crescente civilizzazione ha portato negli uomini. Le “società calde”, secondo una definizione che ha fatto scuola, sono quelle moderne, «spinte dai demoni del progresso storico», mentre “fredde” sono quelle primitive: statiche, cristalline, armoniose. L’antropologo è per lui l’uomo che oscilla come un pendolo tra i due sistemi, qualcuno che non può mai sentirsi a casa sua in nessun luogo, e che sarà, psicologicamente parlando, sempre un minorato” (testo in corsivo ripreso da Marco Belpoliti su “la Stampa”).

Se c’è una cosa aborrita dall’etnologo francese è il mondo unico, che cancella le differenze o soggiogandole con efferatezza coloniale, o ignorandole in nome di un antirazzismo falso perché disattento a forme di esclusione che penalizzano non solo le razze ma anche gli stili di vita. Il conformismo globale non è progresso.

Nelle società e nei territori che si vogliono omologati in un tutt’uno planetario (il villaggio-mondo), i modi e le ricerche scientifiche (dei popoli cosiddetti primitivi, ma anche delle nostre comunità occidentali) di Claude Lévi-Strauss, hanno portato uno sconquasso (l’elefante che entra in un negozio di cristalleria). E con una tale autorevolezza di pensiero e “studi sul campo” che nessuno poteva obiettare. Ed è così che il senso primo di Lévi-Strauss è stato quello di dimostrare che il pensiero primitivo, “selvaggio”, non è che “viene prima” temporalmente rispetto a quello che viene considerato il più moderno e riconosciuto “pensiero scientifico” presente nelle società cosiddette ricche… ma i due pensieri sono paralleli l’un l’altro, non sono consenguenziali; ed è per questo che la nostra visione del mondo “univoca” è fortemente inadeguata.

La morte di Lévi-Strauss, avvenuta nella notte fra il 30 ottobre e il 1° novembre (avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre) non segna la fine di un’epoca, al contrario: Lévi-Strauss è infatti uno dei padri più famosi di quella scienza, l’antropologia, di cui sentiamo ora molto la necessità in un mondo peraltro assai confuso. E’ sintomatico in Lévi-Strauss il mettere sempre in rilievo il tema della “diversità”: parlando ad esempio della “proibizione dell’incesto” che è forse il tema che accomuna tutte le società “scientifiche” o “selvagge”, egli dice che non è solo l’importante passaggio “dalla natura alla cultura”, ma è qualcosa di più: il permettere (lo diciamo in un temine usato adesso) le “unioni miste”, di uomini e donne provenienti da società diverse.

In un’epoca di rifiuto della conoscenza geografica, culturale, antropologica che spesso ci accomuna nel (non) confrontarci con “l’immigrato”, Levi-Strauss prospetta la capacità che noi dovremmo avere di condividere con “l’altro” miti, territori, speranze future. Pur viaggiando, nelle nostre menti, in quelle che sono le nostre radici, il nostro mondo culturale.

Lévi-Strauss ha scritto un libro assai famoso, “Tristi tropici”, che è insieme racconto, autobiografia, meditazione e libro di viaggi: un diario di viaggio “suo malgrado” (all’inizio dice di odiare i viaggi e gli esploratori). E “Tristi tropici” vi invitiamo a leggerlo per sondare territori geografici e pensieri di un occidentale (come noi) che, pur conservando la sua identità, decide di mettersi in gioco e guardare analiticamente il mondo.…………..

Proponiamo, come inizio, qui un articolo su Lévi-Strauss di grande interesse, scritto da Barbara Spinelli quasi un anno fa…

LEVI-STRAUSS, CENT’ANNI DI DIVERSITA’

di Barbara Spinelli, da “La Stampa” del 23/11/2008

E’ durata quasi una generazione l’ubriacatura del pensiero unico e autosufficiente: l’idea che la strada del progresso sia una sola – la nostra – e che della diversità convenga diffidare. L’idea che la cultura occidentale sia assediata, e che per temprarla occorra non solo immaginare un nemico-distruttore esterno, ma darsi un’identità impenetrabile, densa come un muro. L’idea che chiunque sia radicalmente altro – per storia o colore, per stile di vita o impegno politico – abbia il profilo d’un sovversivo come ai tempi dei totalitarismi.
L’ubriacatura non è finita con l’elezione di Obama, anche se Obama incrina il muro. Non è neppure finita con la crisi economica, anche se il groviglio finanziario ha introdotto nel pensiero unico i veleni che esso voleva abolire: la sfiducia, lo scoraggiamento.

Per uscire dall’ubriacatura sono opportuni farmaci forti. Urge una riflessione profonda sui limiti del monolitismo mentale, urge riscoprire i pregi della varietà, e seppellire infine la presunzione autarchica dello scontro di civiltà. Sono tanti i pensatori che aiutano a disintossicarci, e tra questi il massimo è Claude Lévi-Strauss, l’etnologo che venerdì compirà cent’anni (ndr: l’articolo è stato scritto un anno fa) e che quasi avremmo dimenticato, se non fosse ridivenuto indispensabile.

Ci sono molti motivi per rimettersi a leggere Lévi-Strauss, ma il principale forse è quello che riguarda la diversità: il contributo che essa fornisce al progresso umano è infatti essenziale nella globalizzazione, e stranamente è trascurato. Gli scritti sulla razza (Razza e Storia nel 1952, Razza e Cultura nel 1971) sono preziosi per chiunque voglia capire l’attuale transizione e apprendere l’arte del pensare lungo.
Il progresso, dice Lévi-Strauss, non è qualcosa di continuo, necessario. Procede a balzi, per mutazioni e scarti, come la mossa del cavallo negli scacchi. Soprattutto non è appannaggio di genti privilegiate: non esistono culture infantili, primitive, cui si contrappongono civiltà sofisticate. «Tutti i popoli sono adulti, anche quelli che non hanno tenuto il diario della loro infanzia e della loro adolescenza» (Razza e Storia).

La visione giornalistica fatica a comprenderlo: l’inviato arriva in terre inesplorate, e vede solo la coda d’una storia lunghissima che per mancanza di tempo non capisce. Il vizio s’è oggi esteso, rendendo giornalistica anche la politica estera: è significativo che Bush non sia ricorso – nei rapporti con Arabi, Asiatici, Russi – a esperti che queste culture le studiano continuativamente, senza mettere la propria al centro di tutto. Il giornalista in modo speciale deve pensare contro se stesso, perché le sue semplificazioni influenzano anormalmente le menti.
C’è una metafora con cui Einstein spiega la teoria della relatività, che Lévi-Strauss adotta spesso ma rovesciandola mirabilmente. È la metafora del treno in corsa. Per dimostrare che il movimento dei corpi nello spazio e nel tempo non è una verità assoluta, ma dipende dall’ottica dell’osservatore, Einstein racconta come il passeggero vedrà cose discordanti, a seconda che il treno parallelo guardato dal finestrino vada nella nostra direzione o in quella opposta. Se si sposta con noi, esso ci parrà immobile, molto più lungo del treno che va in senso contrario: solo quest’ultimo sembrerà muoversi.

Tutt’altro accade nell’osservazione delle società, e nella suddivisione fra culture che si muovono e culture inerti. Solo quelle che camminano nella stessa direzione in cui camminiamo noi (essendo più visibili, condividendo costumi, valori) ci parranno in movimento. Le culture che corrono in senso opposto le vedremo appena: il treno «passa così rapido che ne conserviamo solo un’impressione confusa da cui persino i segni di velocità sono assenti». Sarà come immobile. «Non è più un treno, non significa più niente». Il viaggiatore al finestrino vede solo un segmento del mondo: «Noi appariremo l’uno all’altro come privi d’interesse, per il semplice motivo che non ci rassomigliamo».

Lévi-Strauss evoca due figure – l’anziano, l’avversario politico – egualmente incapaci di vedere. Lontani dai centri di decisione, ambedue ritengono il mondo stagnante e vano anche quando non lo è (Razza e Cultura). Ambedue sono spesso incuriositi, meno ricchi di tempo, di spazio e di idee.
Studiare, scambiare informazioni, ascoltare: è uno dei rimedi, ed è il contrario dei conformismi che impregnano il pensiero sulle culture mondiali. La potenza di Lévi-Strauss è proprio qui: basta leggerlo, e lo scontro di civiltà che ha fatto la gloria di Samuel Huntington ingrigisce. Huntington passa, lui resta. Resta la sua idea fondamentale, secondo cui ogni progresso è una coalizione tra forze diverse che cercano una sintesi senza abbandonare la propria diversità.

Se c’è una cosa aborrita dall’etnologo francese è il mondo unico, che cancella le differenze o soggiogandole con efferatezza coloniale, o ignorandole in nome di un antirazzismo falso perché disattento a forme di esclusione che penalizzano non solo le razze ma anche gli stili di vita. Il conformismo globale non è progresso: è «umanità ossificata, confusa in un genere di vita unico»; è entropia, energia che sfinisce. Il progresso non è nella difesa d’un particolarismo superiore ma in uno scambio col difforme che feconda il nostro pensiero trasformandolo. La divergenza non è scandalo: è la condizione perché la storia cessi di esser stazionaria, solitaria e diventi cumulativa, capace di combinazioni complesse. Ci sono epoche che Lévi-Strauss considera esemplari: il Neolitico, il Rinascimento, la Rivoluzione industriale. Edificando sulla differenziazione, esse avanzarono formidabilmente. Chi vede ovunque sovversivi s’adagia nell’inerzia storica.
Ogni coalizione con le diversità è minacciata da esiti paradossali. A forza di collaborare, le culture tendono alla consonanza, i particolarismi s’appannano, vivificano meno. L’omogeneità e il maggiore volume delle società accresceranno le diversificazioni interne, ma non subito né automaticamente. La sfida consiste nel trovare un equilibrio fra integrazione e differenza, e nell’evitare il «pigro, comodo riposo» che garantisce «l’immagine della somiglianza migliorata»: la storia non è fatta di somiglianze crescenti; è «piena di avventure, rotture, scandali». Quando le diversità non rifioriscono conviene cercarne di nuove, addirittura suscitarle, ridar spazio a minoranze, a avversari, anche a sistemi ideologici antagonisti. «Barbaro è solo chi crede nella barbarie».

Se il progresso è sintesi fra culture occorre salvaguardare gli scarti, proteggendo quelle che l’antropologo chiama le micro-solidarietà, le società parziali; custodendo perfino le superstizioni. Uno dei più luminosi saggi è sul Babbo Natale Giustiziato, che narra l’intreccio sottile, involontario, tra cristiani e pagani. Ogni genitore o nonno, alla vigilia delle feste, ne scoprirà la delizia.
Lévi-Strauss è una mente veramente grande, e non solo per la visione cupa, dunque realista, che egli ha dell’occidente, delle sue crudeltà, delle sue megalomanie. È un grande perché, pur disperando, non cessa di pensare e credere. Tutta la vita l’ha spesa per dire che si può sempre scegliere un’altra via, che tutto poteva e può andare diversamente, solo che lo si voglia.

La necessità è un muro, ma ha sue crepe. Il pianeta corre allo squasso, ma si può edificare un altro umanesimo, fondato non sull’uomo morale superiore ma sui diritti dell’essere vivente, sia esso uomo, pianta, specie animale. «I giochi non sono mai fatti. Possiamo ricominciare tutto. Quello che è stato fatto e mancato può esser rifatto», scrive in Tristi Tropici. Purché si ritrovi «l’indefinibile grandezza dei cominciamenti»: quella soglia in cui il nulla quasi non c’è più e già quasi iniziano l’essere, le parole per dirlo, l’azione per influenzarlo. (Barbara Spinelli)

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E’  MORTO  L’ANTROPOLOGO  LEVI-STRAUSS

da “La Stampa” del 3/11/2009

Aveva 100 anni, dopo l’esilio in Usa e il ritorno in Francia studiò logiche e dinamiche dei rapporti di parentela. Padre dello strutturalismo, esaminò usi e costumi dei popoli “primitivi”.

PARIGI. «Nulla, allo stato attuale della ricerca, permette di affermare la superiorità o l’inferiorità di una razza rispetto all’altra»: questa citazione è rappresentativa di ciò che è stato l’uomo e lo scienziato sociale Claude Levi-Strass, morto la notte di sabato, che avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre. Si tratta in assoluto uno dei più grandi antropologi e intellettuali del Novecento, la cui vita è stata dedicata a far capire che cultura non è solo la produzione artistica di un popolo, ma è il complesso delle peculiarità del popolo stesso.
L’opera di Levi-Strauss e la sua antropologia culturale di matrice strutturalista (di cui è uno dei padri fondatori) sono anche per questa ragione universali, nel senso che non permettono più graduatorie tra una cultura e un’altra. I suoi studi vanno oltre l’ambito scientifico e si possono ricondurre anche a quello politico e letterario. È in questo senso emblematica una delle sue opere più famose, Tristi Tropici, il cui titolo è divenuto da tempo un modo di dire per intendere il senso di fine di un mondo, che in questo studio è riferito al naufragio di un’intera civiltà, quella delle tribù indie del Brasile, a metà anni ’30.
A livello letterario il saggio è stato messo alla pari con un classico francese, le Memorie d’oltretomba di Chateaubriand: un’autobiografia intellettuale in cui convivono l’esperienza del viaggiatore, la ricerca sul campo e il confronto fra società moderne e primitive, che si risolve spesso a favore di queste ultime. Oltre ad essere tra i primi studi a mettere in evidenza il distacco di Levi-Strauss dallo spiritualismo e idealismo francese, nel quale si era formato, a favore di un’indagine che si muova su basi concrete, costruite sulla comparazione delle strutture fondative delle società stesse.
«I veri selvaggi» sono per lui «le popolazioni meno acculturate e nello stesso tempo più interessanti», come disse al ritorno dai suoi viaggi nella foresta amazzonica. Con Levi-Strauss si amplia e si sdogana, come si è detto, dalla tradizionale definizione occidentale il termine cultura. La Cultura cede il passo alle culture, alle espressioni delle peculiarità di un popolo, una tribù, un gruppo.

Nato a Bruxelles il 28 novembre 1908, compie gli studi a Parigi dove completa la sua formazione laureandosi in filosofia nel 1931. Non soddisfatto dell’ambiente filosofico che lo circonda, dirige il suo interesse verso le scienze umane, in particolare l’antropologia e la sociologia. Nel 1935 si trasferisce a San Paolo per insegnare sociologia all’università. Trascorre cinque anni in Brasile e poi, dopo un breve ritorno in Francia, sua patria d’adozione, a quel tempo assediata dai nazisti, si rifugia – per sottrarsi dalle persecuzioni antiebraiche – negli Stati Uniti, dove conosce e frequenta l’elite degli intellettuali emigrati, insegnando alla Nuova Scuola per le Ricerche Sociali.
Il legame con Roman Jakobson, decisivo nella messa a punto del metodo d’indagine strutturalista, per esaminare le varie forme di aggregazione sociale, le lezioni alla Columbia University a New York e il dottorato alla Sorbona con la tesi sulle strutture elementari della parentela – un cult per l’epoca – sono solo alcune delle tappe del percorso professionale e umano di Levi-Strass.
Scienziato sociale, intellettuale ma anche filosofo politico per la capacità di opporre, negli anni settanta, una lettura analitica della società a quella ideologica di stampo marxista. Avanguardista, anticipatore di nuovi modi di approccio al reale: con “Pensiero Selvaggio”, entra in polemica con Jean Paul Sartre, in merito alla libertà della natura umana e con “Il crudo e il cotto” si impegna sul concetto di mito, che sostiene nascere nel punto di passaggio dalla natura alla cultura.
Tanti i riconoscimenti. Membro dell’American Academy of Arts and Letters, Laurea ad honorem dalle Università di Oxford, Harvard, Columbia ed è stato anche onorato della Grand-croix de la Legion d’honneur.
Un anno fa, al compimento dei suoi cent’anni, la Francia, dove è ritornato a vivere, gli ha dedicato una serie di iniziative il cui fulcro è stato al museo di Quai Branly, dedicato alle arti primitive, ai piedi della Torre Eiffel – di cui lo stesso Levi-Strauss è stato grande sostenitore – con un percorso completo intorno alle esplorazioni dello studioso (proiezione di fotografie e documentari e visite tematiche sulle popolazioni studiate dall’etnologo francese) e una targa dedicata all’entrata.
Negli ultimi anni, pur fedele alla sua scelta di ritirarsi dall’indagine scientifica, ha continuato in modo attivo a pubblicare meditazioni sull’arte, sulla musica e sulla poesia, concedendo, talvolta, interviste in cui ha offerto, attraverso reminiscenze della propria vita, ancora diverse occasioni di riflessione.

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LEVI-STRAUSS  SCIAMANO  D’OCCIDENTE

di SILVIA RONCHEY, da “La Stampa” del 4/11/2009

“Con il passare degli anni, ogni giorno di più provo la sensazione di usurpare il tempo che mi resta da vivere e penso che niente giustifichi più il posto che occupo ancora su questa terra», aveva dichiarato Claude Lévi-Strauss quattro anni fa, quando non ne aveva ancora novantasette. L’ultimo grande maestro del nostro tempo, l’autore di Tristi Tropici, del Pensiero selvaggio, del Crudo e il cotto, ma anche di quel meraviglioso compimento che è “Guardare, ascoltare, leggere”; il pensatore che ha segnato il Novecento mettendo in questione non solo la centralità della cultura occidentale, ma anche quella dell’uomo nel sistema vivente, forse voleva che, in quel sistema, la sua vita durasse cent’anni, ma non uno di più. Ne avrebbe compiuti centouno tra meno di un mese. È morto, forse non casualmente, nella notte dei Morti, l’unico rito precristiano e tribale che si celebri ancora oggi in tutto il mondo.
Avevamo festeggiato il suo centesimo compleanno, il 28 novembre dell’anno scorso, pubblicando una parte dei dialoghi avuti a Parigi anni prima. In quelle conversazioni lo avevamo interrogato anche sulla morte. La vedeva molto vicina, non se ne preoccupava affatto. Non gli poneva problemi metafisici, considerava troppo metafisico perfino Seneca, con la sua idea che la vita sia una meditatio mortis, una perenne preparazione alla morte. Lévi-Strauss, contemporaneo dell’esistenzialismo, andava più in là. La sua morale ultima, la sua dichiarazione di fede, era: niente è.
L’aveva ripresa da Montaigne, la ritrovava nel buddismo, di cui era stato curioso all’inizio della sua parabola intellettuale. Naturalmente, aggiungeva conversando nella grande casa parigina piena di libri e di antiche maschere tribali, per vivere bisogna fare come se le cose avessero un senso. Ma criticava perfino Sartre, che sosteneva la necessità di dare un senso alle cose. Sartre pensava che un senso alle cose lo si possa dare veramente, mentre Lévi-Strauss credeva che non ci si arrivi mai. Esistono solo due scelte: «O vivere la vita nel modo più soddisfacente possibile, e allora comportarsi come se le cose avessero un senso pur sapendo che in realtà non ne hanno nessuno: restare lucidi, lasciarsi portare, andare all’avventura. O altrimenti ritirarsi dal mondo, suicidarsi oppure condurre un’esistenza da asceta tra le foreste e le montagne».
In fondo, da giovane, aveva scelto la seconda opzione, quando nel 1935, dopo la laurea in filosofia, presagendo che la carriera accademica non gli sarebbe riuscita facile, era andato a vivere fra le tribù indie dell’Amazzonia e del Mato Grosso. Era stato compagno di studi di Simone de Beauvoir e Merleau-Ponty, ma la sua mente, polimorfa e multidisciplinare fin dall’infanzia, dedita alla pittura e alla musica quanto alla scrittura e alla lettura, era intollerante alle sistematizzazioni. Fu una duplice sconfitta al Collège de France a dargli quella straordinaria libertà di scrittura che fa di Tristi Tropici, dedicato al lungo soggiorno tra i Nambikwara, uno dei capolavori filosofici del Novecento.
La mente di Lévi-Strauss era votata al bricolage, analizzato nel Pensiero selvaggio, o al collage, dove oggetti e pensieri non contano per se stessi, ma per le reciproche relazioni. È lo spirito dello strutturalismo: tutto è linguaggio, dalla poesia al formicaio, alla Sonata.
I manuali parlano di lui come del fondatore dell’antropologia strutturale. Eppure, molte volte ha detto di sentirsi sollevato dalla fine della moda strutturalista degli Anni 70. La radice dello strutturalismo andava per lui cercata nel Settecento di Chabanon, un musicologo dimenticato che aveva anticipato Saussure. Anzi, aveva aggiunto, «andrei perfino oltre, fino ad affermare che i veri inventori della linguistica strutturale sono stati gli Stoici».
Questa capacità, da vero strutturalista, o da vero sciamano, di stabilire per ogni oggetto di studio relazioni e connessioni istantanee e multiple, gli derivava anche da immense letture. Conosceva la cultura classica quanto quella tribale, sfruttava contemporaneamente, sincronicamente e per così dire sinfonicamente le intuizioni dei filosofi greci e i sapienti castelli di carte dei filosofi tedeschi. Ma non voleva «neppure dare l’impressione che il suo lavoro fosse una filosofia». La sua intimità con la poesia era così grande da permettergli di percepire, quasi per sinestesia, i suoni come colori, di confrontare le Vocali di Rimbaud coi neri di Manet e questi con la «tastiera sincromatica» di un dimenticato autore del XVIII secolo, padre Castel.

Lévi-Strauss vedeva nero il futuro ma traeva luce dal passato. Era avido di qualsiasi informazione gli venisse da questo sconfinato territorio, ormai così poco frequentato dalla modernità da renderlo quasi più selvaggio delle giungle del Brasile. Ad avvicinarci, a Parigi, era stata la sua curiosità per il mondo bizantino, un’Atlantide sommersa di cui aveva colto l’immensità, e di cui andava interrogando i riti, i miti, i colori.
«Odio i viaggi e gli esploratori»: così aveva scritto all’inizio di Tristi Tropici, citando Madame de Staël. Era naturalmente un paradosso. Un antropologo non può non essere un viaggiatore, viaggia per i continenti, per le culture, per gli argomenti, per le epoche. Ci dimostra quanto sia illusoria la differenza tra la civiltà e ciò che chiamiamo lo stato selvaggio. Ci spiega che anche dietro la più sofisticata delle usanze si nascondono tabù insondabili e paure ancestrali. Si potrebbe dire: che ne sarebbe di tutte le nostre incertezze, senza Lévi-Strauss? Per fortuna, attraverso il suo esempio e i suoi libri, Lévi-Strauss, anche se la scorsa notte dei Morti se ne è andato, varcando l’ultimo confine del suo viaggio, compiendo l’ultimo dei suoi riti di passaggio, resta con noi per sempre.

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LEVI-STRAUSS, IL VERO GALILEO DEL XX SECOLO

di MARCO BELPOLITI, da “La Stampa” del 4/11/2009

A un intervistatore, Claude Lévi-Strauss ha raccontato che prima ancora di essere capace di camminare, e molto prima di saper leggere, dal fondo della carrozzina condotta dalla madre aveva identificato nelle prime tre lettere dell’insegna di un macellaio (boucher) e quelle del panettiere (boulanger) la medesima forma: bou. Cercavo, diceva, già a quella età delle invarianti. Tutto il lavoro del grande antropologo francese sta in quel gesto: cercare le permanenze in ciò che muta, si tratti di un rituale, una maschera, un sistema culinario o di un tabù sessuale, l’incesto. È lo strutturalismo; e come ebbe a chiosare Roland Barthes, nel 1962, «l’uomo strutturale prende il reale, lo scompone, poi lo ricompone».
L’antropologo come bricouler: arrangiarsi con quello che si ha disposizione, e costruire nuove strutture con i residui delle precedenti. L’idea che ha guidato Lévi-Strauss nella sua lunga vita di studioso e di scrittore è di cercare le costanti che si nascondono sotto le somiglianze, investigando il nesso che lega le cose tra loro, al di là delle apparenze. Detto così sembra astratto, in realtà è stato un uomo di grande sensibilità, dedito all’osservazione dei fatti minuti. Il suo sforzo intellettuale era di trovare ciò che è comune alle culture umane rovesciando le pretese dell’antropocentrismo. Un vero e proprio Galileo del XX secolo, ha assestato un colpo mortale all’umanesimo narcisista, alla convinzione che ci siano culture superiori, più progredite e avanzate di altre. Una sua celebre frase suona così: «Il fine ultimo delle scienze umane non consiste nel costruire l’uomo ma nel dissolverlo».
Pensiero profondamente laico, il suo, figlio dell’Illuminismo, che cerca di demolire la convinzione giudaico-cristiana, ma anche cartesiana, che «la creatura umana è la sola a essere creata a immagine e somiglianza di Dio». Il decentramento dell’uomo, la sua relativizzazione rispetto alle invarianti costituite dalle «strutture dello spirito umano», fa di Lévi-Strauss, ebreo non credente, uno dei punti più forti della cultura del ’900. Il suo anti-etnocentrismo lo portava a scrivere che non sono gli uomini a pensare i miti, ma viceversa: i miti stessi pensano gli uomini, e per lo più a loro insaputa.
Nessuno come lui negli ultimi 60 anni ha influenzato la filosofia e la storia, la psicologia e la critica letteraria, la semiologia e la sociologia, la storia delle religioni e la psicoanalisi, le arti visive e la musica. Nel suo pensiero, come ha scritto con acume Susan Sontag, c’è qualcosa di virile – l’antropologia come una delle poche professioni intellettuali che non richiedano il sacrificio della virilità, dal momento che esige coraggio, desiderio d’avventura e resistenza fisica – e insieme anche il contrario: il desiderio di raffreddare ciò che è caldo, ovvero l’angoscia che la crescente civilizzazione ha portato negli uomini. Le società calde, secondo una definizione che ha fatto scuola, sono quelle moderne, «spinte dai demoni del progresso storico», mentre fredde sono quelle primitive: statiche, cristalline, armoniose. L’antropologo è per lui l’uomo che oscilla come un pendolo tra i due sistemi, qualcuno che non può mai sentirsi a casa sua in nessun luogo, e che sarà, psicologicamente parlando, sempre un minorato.
Nel 1962, quando gran parte del suo lavoro era dispiegato, ma non concluso, la Sontag intitolava giustamente il suo saggio su di lui «l’antropologo come eroe», mettendo in luce come il nemico di Lévi-Strauss fosse la storia, quella stessa che nell’arco di trent’anni aveva distrutto e ingoiato i popoli amazzonici, i suoi amati Nambikwara, nudi, poveri, nomadi e belli. Nonostante l’apparente freddezza del pensiero, l’antropologo francese è stato un grande esteta. Grande scrittore prima di tutto, autore di uno dei capolavori assoluti del Novecento, Tristi Tropici: insieme racconto, autobiografia, meditazione e libro di viaggi. Pessimista radicale, Lévi-Strauss è stato un amante assoluto della libertà, e come ricordava Italo Calvino recensendo uno dei suoi libri dal titolo programmatico, Lo sguardo da lontano, il fondamento della libertà stava per lui «in quel pulviscolo di piccole ineguaglianze, abitudini, credenze, che i pianificatori della libertà hanno fatto di tutto per far scomparire». Una lezione importante in tempi di massificazione come i nostri.

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tristi tropici - il saggiatoreDal Mato Grosso all’Amazzonia, lo straordinario racconto delle spedizioni etnologiche di Lévi-Strauss presso le tribù indigene del Brasile mescola felicemente il pittoresco al rigore scientifico, l’avventura alla testimonianza appassionata e commossa. Difficilmente esauribile in una definizione di genere, “Tristi Tropici” è un’esplorazione condotta all’interno dell’antropologia stessa, alla ricerca delle sue leggi e del suo campo d’azione. Il libro rappresenta un’autobiografia intellettuale in cui convivono l’esperienza del viaggiatore, la ricerca sul campo e il confronto fra società moderne e primitive, che si risolve spesso a favore di queste ultime. (“Tristi tropici” ed. Il Saggiatore, 16 euro)

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Darwin e Lévi-Strauss, tristi tropici paralleli. Nel bicentenario del naturalista inglese l’addio al centenario indagatore della vita.

di GUIDO CERONETTI, da “La Stampa” del 5/11/2009

Si è spenta mentre va terminando l’anno del bicentenario darwiniano la luce di Claude Lévi-Strauss, battitore della conoscenza antropologica e indagatore della vita, di statura equivalente a quella di Charles Darwin: Plutarco ne avrebbe potuto collocare i ritratti nelle sue Vite parallele.

Si somigliano anche nelle difficoltà affrontate, nei Tristi Tropici sperimentati come luoghi della meraviglia naturale e di un pensiero selvaggio (titolo levistraussiano del 1962, alla memoria di Maurice Merleau-Ponty) che qui, nel continente ipercivilizzato, conferma l’Evoluzione non tanto come passaggio da stadio a stadio ma come, misteriosamente, territorio illimitato di frantumazioni e coaguli incessanti di eventi mentali che escludono la credenza facile nella primitività.
Lévi-Strauss ha strappato il velo del Primitivo e dell’Indistinto dai popoli senza scrittura, e là ci ha mostrato che nel pensiero selvaggio gli strati sovrapposti a strati celano l’adorabile segreto dello stesso universo macromicrocosmico, dello stesso principio del «come in Alto così in Basso» dell’ermetismo tradizionale. C’è da dubitare fortemente che la dottrina indologica e teosofica delle reincarnazioni possa, da una concezione autentica della scienza, quando si tocca alla res cogitans come attributo della Divinità, restare fuori. L’opera di Claude Lévi-Strauss e quella di Charles Darwin non sono gabbie da scimmie, ma finestre spalancate in faccia alle costellazioni, da cui si contemplano la galassia-uomo insieme alle infinite altre, coi loro bagliori sanguinosi e i loro collassi gravitazionali incompresi.
Cento anni più uno di transito in corpo carnale nel mondo Terra sono una quantità che sgomenta. Soltanto una eccezionale energia mentale consente di attraversare in perfetta lucidità una tale apertura d’arco. Avrà conosciuto, il duro Claude, le crudeli umiliazioni, i melmosi inferni della moderna Depressione? La sua visione del mondo è nitidamente nichilistica; la bussola della sua ricerca antropologica è nel segno del tragico svanire di tutto in significati che nascondono, immutabile, il germe dell’insignificante. Mi domando se abbia avuto, fino all’ultimo, la forza di sopportare, domani sopra domani, il peso in sé del sillabario del Tempo come contenitore d’inutilità e di non senso. Amara sempre, la nostra povera vita ha bisogno di Buchi Bianchi luminosi da contrapporre alla tristezza meta-tropicale di quelli neri delle galassie.
Lévi-Strauss a questo è approdato: lo rivela un meraviglioso pensiero con cui termina e culmina la sua esplorazione umanistica di “Guardare, ascoltare, leggere”, pubblicato nel 1993, all’età di ottantacinque anni: «Alla scala dei millenni, le passioni umane si confondono. Il tempo nulla aggiunge o toglie agli amori e agli odi provati dagli uomini, ai loro accanimenti, alle loro lotte, alle loro speranze: sono gli stessi sempre. Sopprimendo a caso qualche secolo di storia, non si perde nulla di significativo della nostra conoscenza della natura umana. La sola perdita irreparabile sarebbe quella delle opere d’arte che quei secoli avrebbero visto nascere. Perché gli uomini non si differenziano, fino a non esistere neppure, che grazie alle loro opere. Come la statua di legno che partorì un albero, le opere d’arte soltanto ci danno la certezza che nel corso delle epoche qualcosa, tra gli uomini, è realmente accaduto».
Un uomo così riassume una civiltà. Conobbe, nella Parigi dei suoi tempi, tutto quanto ci fosse di degno d’essere incontrato e pensato; sterminata come i suoi viaggi era la sua memoria di cose, libri, persone. Nella nostra debolezza di esseri umani che invecchiano avendo pensato insieme drammaticamente il Transitorio e l’Eterno, il Sublime e il Terribile, è di grande conforto vedere in Claude Lévi-Strauss, immagine solare dell’Ebreo ramingo e ritornante, un exemplar vitae humanae che finalmente testimonia ben più della grandezza che della miseria dell’uomo.

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IL VIAGGIO DELL’ANTROPOLOGO

di Claude Lévi-Strauss, da “Tristi tropici”, 1955 (ed. Il Saggiatore)

Soprattutto ci si domanda: che cosa siamo venuti a fare qui? Con quale speranza? A quale fine? Che cosa è realmente un’inchiesta etnografica? L’esercizio normale di una professione come le altre, con l’unica differenza che lo studio o il laboratorio sono separati dal domicilio da qualche migliaio di chilometri? O la conseguenza di una scelta più radicale che implica una discussione del sistema nel quale siamo nati e cresciuti?

Avevo lasciato la Francia da quasi cinque anni, avevo abbandonato la mia carriera universitaria; durante questo tempo i miei compagni più saggi erano andati avanti; quelli che, come me un tempo, avevano tendenza per la politica, erano oggi deputati, e quanto prima sarebbero stati ministri. Ed io invece correvo i deserti, perseguendo relitti di umanità.

Chi o che cosa aveva dunque fatto esplodere il corso normale della mia vita? Era stato uno stratagemma, un abile raggiro, che mi avrebbe permesso di reintegrare la mia carriera con vantaggi supplementari dei quali si sarebbe tenuto conto? Oppure la mia decisione esprimeva una incompatibilità profonda nei confronti del mio gruppo sociale da cui, qualunque cosa accadesse, avrei dovuto isolarmi sempre di più?

Invece di aprirmi un universo nuovo, per un singolare paradosso, la mia vita avventurosa mi restituiva piuttosto il vecchio, mentre quello a cui avevo aspirato si dissolveva fra le mie dita. Tanto più gli uomini e i paesaggi alla conquista dei quali ero partito perdevano, a possederli, il significato che me ne aspettavo, tanto più a queste immagini deludenti, anche se reali, se ne sostituivano altre, tenute in riserva dal mio passato e alle quali non avevo attribuito alcun valore quando appartenevo ancora al mondo che mi circondava.

Viaggiando per paesi che pochi occhi avevano contemplato, dividendo l’esistenza di popoli la cui miseria era il prezzo –da essi pagato per primi- perch’io potessi risalire il corso dei millenni, non scorgevo più né gli uni né gli altri, ma solo visioni fugaci della campagna francese che mi ero negata, o framenti di musica o di poesia che era l’espressione più convenzionale d’una civiltà contro la quale avevo optato, e dovevo persuadermene, per non correre il rischio di smentire il senso che avevo dato alla mia vita. Per settimane, su quell’altopiano del Mato Grosso occidentale, ero stato ossessionato non da ciò che mi circondava e che non avrei rivisto mai più, ma da una melodia nota e arcinota che il mio ricordo impoveriva maggiormente: quella dello studio n. 3, opera 10, di Chopin, nella quale mi sembrava, per una derisione alla cui amarezza ero ancora sensibile, che si riassumesse tutto ciò che avevo lasciato dietro di me. (Claude Lévi-Strauss)

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CHI ERA – Divenuto noto al grande pubblico per la sua opera «Tristi Tropici», l’accademico francese aveva consacrato la sua vita allo studio dei popoli “primitivi”, ai simboli e alle strutture di gruppo. Sul piano teorico era considerato in antropologia il massimo teorico dello strutturalismo, corrente di pensiero che sostiene che tutti gli aspetti culturali di una società siano riconducibili a strutture fondamentali.

LA VITA – Nato a Bruxelles, ma da genitori francesi, nel 1908, Levi-Strauss avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre. Levi-Strauss studia legge e filosofia alla Sorbona di Parigi non concludendo gli studi in legge, ma laureandosi in filosofia nel 1931. Inizia ad insegnare in un liceo di provincia condividendo questa sua esperienza con il grande filosofo francese Maurice Merleau-Ponty e con la scrittrice Simone de Beauvoir. Le sue posizioni filosofiche sono molto critiche nei confronti delle tendenze idealiste e spiritualistiche della filosofia francese del periodo fra le due guerre, soprattutto perchè egli riconosce in se stesso un’esigenza di concretezza che lo porta verso direzioni completamente nuove. Scopre presto nelle scienze umane, in particolare nella sociologia e nell’etnologia, la possibilità di costruire un discorso più concreto e innovatore sull’uomo. Decisivo l’incontro con Paul Rivet, che conosce in occasione dell’esposizione di Jacques Soustelle al Museo Etnografico, e con Marcel Mauss del quale fu allievo. Rimane affascinato dal forte senso del concreto che scaturisce dall’insegnamento di Mauss e dal metodo che egli utilizza per spiegare e analizzare i riti e i miti primitivi. Nel 1935 viene offerto a Lèvi-Strauss di andare ad insegnare sociologia a San Paolo in Brasile, dove una missione culturale francese aveva avuto l’incarico di fondare l’università. Questa sarà l’occasione per conoscere un mondo completamente diverso da quello europeo ma soprattutto per entrare in contatto con le popolazioni indie del Brasile che diventeranno l’oggetto delle sue ricerche sul campo.
Tornato in Francia nel 1939 viene mobilitato allo scoppio della seconda guerra mondiale ma nel 1941, subito dopo l’armistizio, a causa delle persecuzioni contro gli ebrei, è costretto a fuggire e riesce ad imbarcarsi per gli Stati Uniti. A New York conosce e inizia a frequentare molti altri intellettuali emigrati e ad insegnare presso «La Nuova Scuola per le Ricerche Sociali». Insieme a Jacques Maritain, Henri Focillon e Roman Jakobson, è considerato uno dei fondatori dell’École Libre des Hautes Études, una specie di università-in-esilio per accademici francesi. Gli anni trascorsi a New York sono per Lèvi-Strauss molto importanti per la sua formazione. La sua relazione con il linguista Jakobson gli è d’aiuto per mettere a punto il suo metodo di indagine strutturalista. (Jakobson e Lèvi-Strauss sono infatti considerati le figure centrali dello strutturalismo). Lèvi-Strauss è anche considerato, insieme a Franz Boas, uno degli esponenti maggiori della antropologia americana. Insegna questa disciplina presso la Columbia University a New York e il suo lavoro gli fa ottenere un titolo che gli servirà per essere accettato con facilità negli Stati Uniti. Nel 1948 Lèvi-Strauss ritorna a Parigi e in quell’anno consegue il suo dottorato alla Sorbona con una tesi maggiore e una minore, come era tradizione in Francia, dal titolo «La famiglia e la vita sociale degli Indiani Nambikwara» (The Family and Social Life of the Nambikwara Indians) e le «Le strutture elementari della parentela» ( The Elementary Structures of Kinship).
«Le strutture elementari della parentela» viene pubblicato l’anno seguente e immediatamente considerato uno degli studi più importanti di antropologia sui rapporti di parentela fino a quel momento effettuati. Già Emile Durkein, aveva pubblicato un famoso studio, dal titolo «Forme elementari della vita religiosa», frutto di una analisi su come i popoli organizzano le loro famiglie esaminando le strutture logiche che vengono a formarsi nelle relazioni tra i vari componenti. Mentre, tra gli antropologi inglesi, Alfred Reginald Radcliffe-Brown sosteneva che la parentela era basata sulla discendenza da un comune antenato, Lèvi-Strauss sostiene che la parentela era basata sull’alleanza tra due famiglie che si viene a creare quando una donna proveniente da un gruppo sposa un uomo appartenente ad un altro gruppo. Tra gli anni 1940 e 1950 Lèvi-Strauss continua le sue pubblicazioni e ottiene sempre maggior successo. Al suo ritorno in Francia lavora come amministratore della CNRS, al Musèe de l’Homme e in seguito all’École Pratique des Hautes Études, alla sezione di «Religious Sciences», sezione precedentemente fondata da Marcel Mauss e rinominata «Comparativie Religion of Non-Literate Peoples». Nel 1955 pubblica «Tristi Tropici», essenzialmente un diario di viaggio nel quale annota le sue impressioni, frammiste a una serie di geniali considerazioni sul mondo primitivo amazzonico, che risalgono al periodo intorno al 1930 quando egli espatriò dalla Francia. Nel 1959 Lèvi-Strauss diventa titolare della cattedra di Antropologia sociale presso il Collège de France. Dopo qualche tempo pubblica «Structural Anthropology» che comprendeva una collezione dei suoi saggi con esempi e teorie strutturaliste. In quel periodo sviluppa un programma che comprende una serie di organizzazioni, come un Laboratory for Social Anthropology e un nuovo giornale, l’Homme, per poter pubblicare i risultati delle sue ricerche. Nel 1962 pubblica quello che per molti venne ritenuto il suo più importante lavoro, «Pensèe Sauvage». Nella prima parte del libro viene delineata la teoria della cultura della mente e nella seconda parte questo concetto si espande alla teoria del cambiamento sociale. Questa seconda parte del libro coinvolgerà Lèvi-Strauss in un acceso dibattito con Jean-Paul Sartre riguardo alla natura della libertà umana. Ormai diventato una celebrità, Lèvi-Strauss trascorre la seconda metà degli anni sessanta alla realizzazione di un grande progetto, i quattro volumi di studi dal titolo Mythologiques. In esso, Levi-Strauss analizza tutte le variazioni dei gruppi del Nord America e del Circolo Artico esaminando, con una metodologia tipicamente strutturalista, le relazioni di parentela tra i vari elementi.

claude-levi-strauss_tristi tropici
Claude Lévi-Strauss in Brasile nel 1935
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One thought on “Se ne è andato, a 101 anni, Claude Lévi-Strauss, massimo esponente della cultura del ‘900, antropologo del “pensiero selvaggio”, oltre ogni omologazione delle civiltà

  1. Pb80 lunedì 29 luglio 2013 / 12:07

    Levi-Strauss è un grandissimo ma le solite interpretazioni di tendenza sono limitative. Non dimentichiamoci che il cosiddetto “pensiero unico” scientifico e “occedentale” promosso soprattutto dagli USA è il solo che abbia preconizzato e attuato una civiltà multietnica superando proprio quelle barriere superstiziose che caratterizzano molte civiltà primitive e totalitarie dove genocidi, massacri e repressioni varie sono allegramente compiuti nel nome di idoli, feticci e tradizioni tribali varie, per non parlare di quando quelle stesse culture ammettono violenze e soprusi su donne, bambini e “diversi” ( es. neri albini). Se siamo i primi (anche grazie a Levi-Strauss) che stanno superando queste atrocità che naturalmente hanno contraddistinto anche noi, vediamo di non criminalizzarci in nome di un buonismo sinistroide che non è altro che l’ultima delle ideologie che portano sempre a societá chiuse e totalitarie, l’esatto opposto di quanto voluto dal grande antropologo

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