Conferenza di Copenaghen a rischio fallimento – l’accordo sul clima, sulla riduzione delle emissioni di gas serra, bloccato dai veti dell’intransigenza cinese e (per Obama) dalla lobby petrolifera americana -Il rischio di un sogno di salvezza dall’inquinamento globale che si sta infrangendo – La mobilitazione (della cultura, della politica, delle associazioni) per salvare Copenaghen

le difficoltà della politica di Obama (Barack Obama - Official White House Photo by Pete Souza)

Si sta mettendo male per la conferenza sul clima di Copenaghen che inizierà il prossimo 7 dicembre: la quindicesima conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici (COP15), di certo la più importante per numero di partecipanti, Paesi coinvolti, leaders presenti e per senso dell’urgenza e drammaticità che la circonda. Se vi capita di poter fare qualcosa (firmare un appello, partecipare a iniziative di cambiamento della vostra vita in senso meno consumistico, aderire a manifestazioni, coinvolgere associazioni cui siete soci, ect., ebbene, questo è il momento di farlo).

Stati Uniti e Cina (i due paesi producono da soli il 40% di emissioni nell’atmosfera) hanno messo un “alt”, un veto, ad ogni accordo globale, internazionale, migliorativo delle obsolete prescrizioni del trattato di Kyoto.    Il nuovo trattato che si doveva (dovrebbe?) avrebbe dovuto fissare:
– una serie di impegni ambiziosi di riduzione delle emissioni da parte dei paesi sviluppati dell’ordine del 25-40 per cento rispetto al 1990 (anno base per gli accordi di Kyoto) entro il 2020;
un’azione adeguata da parte dei paesi in via di sviluppo per ridurre la crescita delle loro emissioni, a circa il 15-30 per cento in meno rispetto ai livelli normali al 2020;
– un accordo finanziario per aiutare i paesi in via di sviluppo a mitigare le emissioni e ad adattarsi ai cambiamenti climatici, dell’ordine di 100 miliardi di euro l’anno entro il 2020.

Importante è anche il mettersi in gioco in quest’occasione delle associazioni ambientaliste internazionali (come WWF e Greenpeace), e altre associazione del mondo delle Organizzazioni Non Governative, venendo a produrre un documento (Il “Copenhagen Climate Treaty”) sostenuto con iniziative in varie parti del mondo, che propone ai “Grandi della Terra” una serie di misure efficaci contro la catastrofe ambientale, come:

I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a ridurre le proprie emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990.

I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a fornire risorse finanziarie addizionali ai Paesi in Via di Sviluppo pari ad almeno 150 miliardi di dollari all’anno (fino al 2020) per supportare la transizione verso un sistema energetico pulito basato su fonti rinnovabili, per fermare la distruzione delle foreste tropicali e per misure di adattamento agli inevitabili impatti del cambiamento climatico.

I Paesi in Via di Sviluppo si impegnino a ridurre la crescita delle proprie emissioni del 15-30% al 2020 rispetto a uno scenario “business-as-usual”.

Soluzioni pericolose, come ad esempio l’energia nucleare, non rientrino tra le opzioni finanziabili all’interno del Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni.

La deforestazione (e le emissioni ad essa associate) sia fermata in tutti i Paesi in Via di Sviluppo al più tardi entro il 2020. L’obiettivo “Deforestazione ZERO” deve essere raggiunto già entro il 2015 in Amazzonia, Congo e Indonesia.

Come vedete l’ambientalismo e le proposte generali previste per una possibile approvazione a Copenaghen non si discostano di molto: a parte il “no” convinto all’energia nucleare e impegni più precisi nell’ambito del blocco della deforestazione da parte degli ambientalisti, il tema politico dominante è lo stesso: da una parte aiutare i paesi poveri, in via di sviluppo, a crescere senza dover inquinare (come hanno invece fatto storicamente i paesi ora ricchi); dall’altra far sì, per i paesi ricchi, che lo sviluppo presente e futuro si basi su energie rinnovabili, sulla drastica riduzione dei sistemi che ora inquinano.

Su tutto questo le sfaccettature dei tanti paesi, delle tante realtà nazionali, che mostrano ancora una volta una condizione di difficoltà ad arrivare a un vero “governo del mondo”, mancando appunto un’autorità in grado di prendere delle decisioni virtuose per tutti, magari rinunciando, i ricchi ad alcune “comodità” inquinanti, e i “poveri” a stabilire il loro sviluppo su basi ecocompatibili (e su questo aspetto crediamo che il rafforzamento dei poteri degli organi internazionali porterebbe a risultati più efficaci).

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CLIMA: I “G2” AFFONDANO LA CONFERENZA DI COPENAGHEN

da “AVVENIRE” del 17/11/2009

Gli Stati Uniti e la Cina devono fare «importanti passi in avanti» per affrontare il problema dei cambiamenti climatici. Ieri, da Shanghai, il presidente americano Barack Obama ha ribadito la necessità di un intervento da parte dei due Paesi che insieme producono oltre il 40% delle emissioni dannose per l’ambiente. Una precisazione giunta a poche ore dall’aver messo la parola fine sulle speranze di un successo della conferenza Onu di Copenaghen.

Sipario che è calato poiché Usa e Cina si sono trovare d’accordo sul fatto che in Danimarca non venga firmato nessun impegno vincolante.

La Commissione europea ha fatto sapere che nonostante il «no» sino-americano «è fondamentale continuare i negoziati fino all’ultimo momento perché a Copenaghen si trovi un`intesa alta, globale e operativa.

La Ue vorrebbe che l’accordo «entrasse in vigore rapidamente, contenesse impegni precisi e concreti sulla riduzione delle emissioni e sul contributo finanziario per la lotta ai cambiamenti climatici».

Le commissioni a livello ministeriale, al lavoro da ieri nella capitale danese, hanno però dovuto tener conto del fatto che all’incontro Apec a Singapore, il capo della Casa Bianca aveva dichiarato «non realistico» aspettarsi che nelle prossime tre settimane «sia possibile negoziare un accordo completo che costituisca un vincolo a livello internazionale».

Una chiusura di Stati Uniti e Cina che ha spinto il premier danese, Lars Rasmussen, a recarsi d’urgenza in Asia per cercare di salvare la quindicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, avanzando una proposta di compromesso accettabile sia da Washington sia da Pechino. «Visto il fattore tempo e la situazione dei singoli Paesi, nelle prossime settimane dobbiamo focalizzarci su quello che è possibile», aveva ammesso il premier proponendo che a Copenaghen si dia il «mandato per continuare i negoziati e fissare una scadenza per la loro conclusione».

Un piano cioè in due fasi che potrebbe dare modo di raggiungere accordi politici durante i 12 giorni del summit, rimandando gli impegni vincolanti a un incontro successivo.

Una proposta sostenuta da Washington – dove la nuova legge sul clima giace ferma in Congresso – e non osteggiata da Pechino dove ha fatto sapere il ministero degli Esteri «la si sta valutando». Si sta già discutendo la scadenza per la seconda fase, con le Nazioni Unite che premono per un nuovo trattato vincolante entro la metà del 2010 da siglare a Bonn. Il ministro danese per il Clima e l’Ambiente, Connie Hedegaard ha detto invece che «una data più realistica potrebbe essere fissata per il dicembre 2010, in Messico».

Alcuni Paesi sono però ben fermi sulle proprie posizioni. Tra questi, il Brasile che insieme alla Francia vuole, entro il 2050, ridurre le emissioni di anidride carbonica di almeno il 50% rispetto ai livelli del 1990 e che – come ha spiegato il presidente Luiz Inacio Lula Da Silva – intende far valere le proprie proposte a Copenaghen.

Non si danno per vinte, poi, le organizzazioni di difesa per l`ambiente Greenpeace, Wwf e Legambiente che, criticando il presidente americano, ieri sono scese in campo congiuntamente per cercare di salvare il vertice, appellandosi ai governi di tutto il mondo perché «si impegnino a sottoscrivere a Copenaghen un accordo vincolante per tagliare le emissioni di gas serra».

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BRUTTO CLIMA INTORNO A OBAMA

da http://www.lavoce.info/ – di Marzio Galeotti 17.11.2009

Il non possumus di Barack Obama a Singapore a proposito dell’accordo sul clima ha colto tutti di sorpresa. E ha lasciato tutti delusi. Alla fine si sarà persa un’altra occasione per colmare il divario tra ciò che andrebbe fatto e ciò che si è disposti a fare. Il negoziato cerca di spostare il più avanti possibile gli impegni vincolanti, ma gli aggiornamenti scientifici sui cambiamenti climatici ci dicono che ogni giorno che passa la situazione si fa più critica. L’attesa per le decisioni degli Stati Uniti non deve distogliere l’Europa dal perseguire gli obiettivi che si è data.

Possiamo immaginare che i molti sostenitori dell’ineluttabilità del +4oC si affretteranno ad affermare che l’avevano detto, che ci avevano visto giusto, che era inevitabile, che sarebbe andata a finire così. Ma la verità è che il non possumus di Barack Obama a Singapore a proposito dell’accordo sul clima, ha colto tutti di sorpresa. E ha lasciato tutti delusi, come se avessero preso un pugno nello stomaco.
Ancora pochi giorni fa, Obama aveva dichiarato che sarebbe andato a Copenaghen se ciò avesse dato l’impeto necessario a stringere l’accordo. E già si ravvisava l’opportunità che a Cop15 fossero presenti i grandi del mondo – Angela Merkel, Gordon Brown, Nicolas Sarkozy – forse gli unici capaci di realizzare all’ultimo minuto il miracolo.

IL FILM DEI NEGOZIATI

Ma poi abbiamo riavvolto il film del negoziato sul clima e abbiamo rivissuto le fasi che ci hanno fatto passare dalle attese alla speranza, fino allo scetticismo e alla disillusione, e infine alla delusione.
Si sapeva già nel 1997 che il Protocollo firmato a Kyoto in occasione di Cop3 lambiva appena il problema. Era solo un assaggio – si era detto – che serviva non tanto a operare un concreto e consistente taglio alle emissioni di gas-serra, quanto a rodare gli ingranaggi di un complicato meccanismo connesso all’accordo: dai registri delle emissioni, al monitoraggio e al rispetto degli accordi, all’avvio dei cosiddetti meccanismi di flessibilità. Aspetti che avevano impegnato le parti nelle successive conferenze.

Ma dopo che il Protocollo era divenuto operativo il 16 febbraio del 2005, al termine del processo di ratifica che ne aveva consentito l’avvio, ci si era cominciati a chiedere cosa era necessario fare nel secondo periodo, quello dal 2012, quello del post-Kyoto. Quando si sarebbe dovuto fare sul serio.
Mentre le nostre conoscenze scientifiche sul problema dei cambiamenti climatici crescevano e si facevano più precise, come certificato dai rapporti dell’Ipcc del 2001 prima e del 2007 poi, si arrivava alla conferenza di Bali, la Cop13. In quell’occasione veniva inaugurato un percorso, la cosiddetta Bap (Bali Action Plan), che seguendo un doppio binario avrebbe dovuto condurre al nuovo trattato, la cui data veniva fissata a Copenhagen per Cop15.

La Bap era un nitido esempio di non decisione: poiché prendere impegni con effetto immediato era troppo costoso, economicamente e politicamente, si decideva di non decidere o, più propriamente, si decideva che si sarebbe deciso.
A Bali venivano costituiti due gruppi di lavoro: uno, Ad Hoc Working Group on Kyoto Protocol o Awg-Kp, costituito dai paesi che avevano ratificato il protocollo di Kyoto, e quindi a esso vincolati, che dovevano ragionare sulla prosecuzione dell’accordo nello spirito e lungo le linee stabilite dal protocollo; l’altro, Ad Hoc Working Group on Long Term Cooperative Action under the Convention o Awg-Lca, costituito da tutti i paesi – Stati Uniti e paesi in via di sviluppo compresi – che avevano aderito alla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici dell’Onu (Unfccc), impegnato sulla questione della stabilizzazione della concentrazione di gas serra nel lungo periodo.
Nemmeno la Cop14 svoltasi nel dicembre 2008 a Poznan aveva portato a significati progressi concreti, cosicché cresceva l’attesa per ciò che si sarebbe stabilito a Copenhagen: in pratica l’onere della ricerca dell’accordo era stato spostato in avanti e incombeva interamente sulla riunione della capitale danese. È così che quest’anno si sono svolti frenetici incontri dei due gruppi di lavoro prima a Bonn, poi a Bangkok, infine a Barcellona. A questa attività si è sovrapposta quella concepita in seno al G8 a presidenza italiana, da Siracusa a L’Aquila, e al nuovo gruppo del Mef, il Major Economies Forum, lanciato proprio da Obama come occasione di dialogo tra i capi dei più importanti paesi sia ricchi che in via di sviluppo, riunitosi a Washington, Parigi, Città del Messico.

DI RINVIO IN RINVIO

Mentre dunque crescevano le attese su Copenaghen, purtroppo tardavano a prodursi accordi su aspetti essenziali del negoziato. Il nuovo trattato avrebbe dovuto fissare:
– una serie di impegni ambiziosi di riduzione delle emissioni da parte dei paesi sviluppati, compresi gli Stati Uniti, dell’ordine del 25-40 per cento rispetto al 1990 entro il 2020
– un’azione adeguata da parte dei paesi in via di sviluppo per ridurre la crescita delle loro emissioni, a circa il 15-30 per cento in meno rispetto ai livelli normali al 2020
– un accordo finanziario per aiutare i paesi in via di sviluppo a mitigare le emissioni e ad adattarsi ai cambiamenti climatici, dell’ordine di 100 miliardi di euro l’anno entro il 2020.

I progressi fatti nelle sessioni negoziali di quest’anno si rivelavano più lenti di quanto sperato, cosicché il segretario esecutivo della Convenzione sul clima dell’Onu Yvo de Böer dichiarava lo scorso 5 novembre “I don’t think we can get a legally binding agreement by Copenaghen. I think that we can get that within a year after Copenaghen” (“Non penso che si arriverà a un accordo legalmente vincolante a Copenaghen. Credo che potremmo arrivarci entro l’anno successivo alla conferenza di Copenaghen”).

Insomma, ci si cominciava ad adagiare all’idea che a Cop15 sarebbe seguita nel 2010 una Cop15-bis, come del resto (e inutilmente) era già successo a Bonn per la Cop6-bis nel 2001.
Sullo stallo avevano pesato ultimamente l’impuntatura dei paesi del G77+Cina che volevano una prosecuzione del Protocollo di Kyoto anziché un nuovo contenitore, timorosi di vedere nel nuovo strumento l’inserimento di obiettivi vincolanti alle proprie emissioni. Ma aveva anche pesato l’incertezza e l’ambiguità della rappresentanza statunitense sulla quantificazione dell’ impegno di riduzione degli Usa, cosa che aveva quindi suscitato i sospetti di molti dei paesi in via di sviluppo.
Tutto questo fino all’epilogo di ieri. Formalmente il presidente americano ha espresso il suo sostegno alla proposta del premier danese Lars Rasmussen per un accordo in due tempi sulla questione del clima: una intesa politica alla conferenza di Copenaghen di dicembre, seguita successivamente da una intesa legalmente vincolante.
Ma è chiaro che mentre è certa la convergenza unanime sulla prima intesa – così da poter dire che Copenhagen non sarà stata un’inutile passerella – la vera “ciccia” contenuta eventualmente nella seconda intesa viene spostata in là nel tempo. Secondo alcune accezioni l’intesa “legalmente vincolante” consisterebbe in un accordo circa una scadenza entro la quale conseguire un accordo vincolante. Ma anche qui appare chiaro che la scadenza potrebbe essere fissata molto in avanti, essere specificata in modi sufficientemente vaghi e comunque alla fine essere bellamente disattesa.
Purtroppo, alla fine, si sarà persa un’altra occasione per colmare il divario tra ciò che andrebbe fatto e ciò che si è disposti a fare. Il problema è che, mentre il progresso nel negoziato ha lo scopo di spostare il più avanti possibile la seconda asticella, la prima non resta ferma. I continui aggiornamenti sul fronte scientifico stanno risolvendo progressivamente l’incertezza sulle conseguenze che i cambiamenti climatici provocano e all’entità e velocità delle alterazioni in corso. Ciò implica che ogni giorno che passa veniamo ad apprendere che quanto ieri ritenevamo fosse necessario fare, oggi non è già più sufficiente. Questo è dunque il senso e il costo della dichiarazione svuota-Cop15 di Obama a Singapore.
Si sostiene che la dichiarazione è la conseguenza sul versante internazionale delle difficoltà interne del presidente a far approvare il Kerry-Boxer Bill al Senato, dopo che il provvedimento gemello Waxman-Markey era passato con soli sette voti di scarto alla Camera bassa. Senza una legge che introduca limiti alle emissioni domestiche, uniti a un sistema di cap-and-trade, gli Usa non avrebbero la forza politica necessaria per siglare un accordo internazionale. Forse si potrebbe sostenere anche l’esatto contrario: con un presidente convinto della bontà dell’accordo, gli impegni assunti all’esterno potrebbero condizionare – pena la perdita di credibilità – le decisioni interne in materia di clima.

L’EUROPA E LA GREEN ECONOMY

Quanto a noi, ci sembra di essere tornati indietro, a quando aspettavamo l’elezione di un presidente americano finalmente sensibile e deciso a prendere il toro del clima per le corna. Consci che oggi come allora senza un forte e preciso impegno da parte del paese più ricco, difficilmente le nazioni in via di sviluppo a rapida crescita vorranno assumersi le loro crescenti responsabilità secondo modi e misure che in realtà non hanno avuto modo di essere discusse.
L’Unione europea corre intanto per una strada già segnata fino al 2020, per di più rispettando in pieno gli obblighi del protocollo di Kyoto, secondo gli ultimi dati. Sarà bene che nessuno ceda alle sirene di coloro che sostengono che senza l’impegno degli altri, il nostro risulta inutilmente oneroso. Molti paesi – sia sviluppati che non – si sono dati obiettivi di sostenibilità ambientale che intendono perseguire: molti degli interventi riguardano profondi cambiamenti del sistema con cui si produce, distribuisce e consuma l’energia. Efficienza energetica ed energie rinnovabili sono gli ingredienti di quella che la perdurante crisi economica ha consacrato come green economy. Crediamo che i recenti sviluppi del negoziato internazionale debbano dare ancor più impulso  per rendere la green economy un elemento permanente del nostro processo di crescita.

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Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (da Wikipedia, l’enciclopedia libera)

La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change da cui l’acronimo UNFCCC o FCCC) è un trattato ambientale internazionale prodotto dalla Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development), informalmente conosciuta come Summit della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il trattato punta alla riduzione delle emissioni dei gas serra, sulla base dell’ipotesi di riscaldamento globale.

Il trattato, come stipulato originariamente, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle nazioni individuali; era quindi legalmente non vincolante. Invece, esso includeva previsioni di aggiornamenti (denominati “protocolli”) che avrebbero posto i limiti obbligatori di emissioni. Il principale di questi è il protocollo di Kyōto, che è diventato molto più noto che la stessa UNFCCC.

Il FCCC fu aperto alle ratifiche il 9 maggio 1992 ed entrò in vigore il 21 marzo 1994. Il suo obiettivo dichiarato è “raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico”.

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notizie recenti dal nostro blog sull’argomento:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/09/22/il-vertice-onu-di-new-york-sul-clima-in-preparazione-di-copenaghen-%e2%80%93-misure-drastiche-e-concrete-sulle-emissioni-o-sara-suicidio-collettivo/

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da http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Cop15/2196 ):

Dal 7 dicembre avrà luogo a Copenhagen la 15-esima conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici (COP15, appunto), di certo la più importante per numero di partecipanti, Paesi coinvolti, leaders presenti e per senso dell’urgenza e drammaticità che la circonda.

COP15 è preceduta da sessioni multilaterali di preparazione (Bankog, Barcelona solo per citare le più recenti) ed ha la responsabilità di partire dal palese insuccesso di Kyoto, che rende sempre più scottante e più globale l’agenda ambientale.

Da Obama a Hu Jintao, da Ban Ki- Moon a Lula, da Correa ai leaders delle ONG e delle lobbies globali si confronteranno in una città verde dell’Europa scandinava. Così complessa da avere la bicicletta come mezzo egemone per gli spostamenti urbani e convivere con l’altrettanto danese centrale elettrica a carbone della E.On contro cui i movimenti hanno manifestato anche lo scorso 26 settembre

COP15 è un vertice ONU che sta creando un enorme dibattito politico globale, che porta a ragionare sull’agenda ambientale gli indigeni dell’Equador ed i recenti Climate Camps inglesi, i movimenti europei. ma immediatamente anche, e diversamente, i protagonisti delle nuove isole continentali che nell’ultimo decennio hanno fatto la loro potentissima irruzione nel già vecchio mondo post-bilaterale.

Non è, insomma, per nulla un dibattito semplice e provinciale, ma, invece, complesso, globale e non scontato.

La partita è talmente importante da poter essere considerata un vero spartiacque, tanto dal punto di vista degli equilibri globali, quanto della gestione della crisi di sistema in corso.

Il dibattito di COP15 rifletterà la necessità del nuovo corso di Obama di trovare un nuovo punto di mediazione nel multeralismo che è seguito al fallimento del bushismo. Forse la nuova divisione internazionale delle quote annuali di CO2 rappresentano la misura del nuovo equilibrio tra il green course dell’amministrazione americana, l’insorgenza produttiva cinese (non bilanciata dal consumo interno), la tumultuosa dinamica sudamericana che vede i più pesanti nuovi esempi nel biocarbunante di Lula e nel petrolio di Chavez.

Alcune players come WWF e Greenpeace, raccolte nella cordata Copenhagen Climate Treaty, hanno già diffuso un’ipotesi di risoluzione che sancisce un’ipotesi di rinegoziazione dello sviluppo, nella quale emerge che la linea di ripartizione si definisce più tra Ovest ed Est, che tra Nord e Sud del mondo.

Beppe Caccia nella video-intervista che pubblichiamo ci fornisce una fondamentale lettura della precarietà nel e del clima ed indaga il connubio strettissimo che si riscontra tra crisi ambientale, processi di accumulazione e rivolte. E soprattutto invita a considerare fino in fondo come questo non sia un tema “ecologico” -cioè riservato e limitato agli ecologisti- ma fino in fondo una prospettiva di critica complessiva della crisi del capitalismo, un piano di lettura generale, e, dall’altra parte, davvero speciale per indagare la composizione politica dei movimenti.

C’è moltissima lotta di classe attorno alle contraddizioni ambientali e viceversa, il comando si determina anche intorno alla governance delle issue climatiche.

Non solo, ma mai come oggi assistiamo alla finanziarizzazione dei beni, delle risorse ambientali, delle materie prime e dei cibi, valga per tutti l’esempio dei futures sui cereali, la cui esplosione dei prezzi ha generato enormi profitti speculativi e rivolte represse nel sangue con un’ampiezza mai vista prima.

O, diversamente, quante volte alla radice dei processi migratori c’è la scelta di sottrarsi e fuggire da territori devastati da un equilibrio mutato o perso?

Insomma, il dibattito va affrontato in forma moderna, nuova, con grande attenzione alla globalità e, quindi, all’eccentricità della prospettive di critica. E..soprattutto senza rete, come acrobati del presente.

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VERSO COPENHAGEN – GREENPEACE e WWF “IL TESTO DEL TRATTATO SUL CLIMA DELLA SOCIETA’ CIVILE, EQUO ED EFFICACE, CONSEGNATO AI NEGOZIATORI”

(da http://www.wwf.it/UserFiles/File/News%20Dossier%20Appti/DOSSIER/comunicati%20stampa/clima_2009_9_22_WWF_Greenpeace.pdf )

Nel percorso verso il Summit sul clima di Copenhagen, Greenpeace e WWF si sono impegnate, insieme ad altre associazioni internazionali, per stilare un proprio “Trattato sul Clima per Copenhagen”: il lungo testo, che è stato già distribuito ai negoziatori di 192 paesi, ha impegnato per un anno le principali associazioni mondiali che si occupano delle politiche climatiche.

La notizia viene rilanciata in occasione dell’incontro di oggi presso l’Onu sul clima che anticipa i lavori del Palazzo di Vetro e a poche ore dalla proiezione in anteprima mondiale del film ‘manifesto’ sul clima promosso dalle due associazioni, The Age of Stupid di Franny Armstrong.

Il documento contiene un vero e proprio testo legislativo che evidenzia gli elementi chiave necessari per concludere un accordo globale equo e ambizioso, in grado di mantenere gli impatti dei cambiamenti climatici al di sotto dei livelli di rischio inaccettabili identificati dalla maggior parte degli scienziati. Dopo aver considerato le osservazioni e i contributi giunti da vari esperti è in preparazione un testo affinato del trattato che verrà presentato nel corso delle prossime sessioni negoziali, prima dell’appuntamento clou per il Summit di Copenaghen a dicembre.

Il documento descrive il percorso che il mondo dovrebbe avviare per evitare cambiamenti climatici catastrofici, riconoscendo che l’incremento delle temperature globali deve mantenersi al di sotto dei 2 gradi centigradi. Si stabilisce un tetto globale alle emissioni – e un idoneo budget di carbonio – e si spiega in dettaglio come i Paesi in Via di Sviluppo e quelli industrializzati possano contribuire alla salvezza del pianeta e delle popolazioni, coerentemente con i propri mezzi e le proprie responsabilità. Il documento mostra infine come i Paesi più poveri e vulnerabili del mondo possono essere protetti e risarciti.

“E’ la prima volta nella storia che una coalizione di gruppi della società civile fa un passo di questo genere. Abbiamo stilato quello che a oggi è il più coerente documento legislativo che mostri soluzioni per il clima bilanciate e credibili, basate sull’equità e la scienza” – ha dichiarato Mariagrazia Midulla, Responsabile Clima ed Energia del WWF Italia.

“Abbiamo posto al centro di questo Trattato la protezione del clima insieme a quella del pianeta e delle popolazioni di tutto il mondo e ci aspettiamo che i governi facciano altrettanto – ha dichiarato Francesco Tedesco, Responsabile Energia e Clima di Greenpeace. “Ciò di cui abbiamo bisogno per raggiungere a Copenaghen l’accordo ambizioso che il mondo sta aspettando è una semplice operazione di ‘copia-incolla’ di questo testo”.

Il Trattato chiede un accordo legalmente vincolante che consista di 3 parti: l’aggiornamento del protocollo di Kyoto per rafforzare gli obblighi dei Paesi industrializzati; un nuovo protocollo di Copenhagen che contenga impegni legalmente vincolanti per i Paesi industrializzati, compresi gli USA, e stabilisca percorsi a basso contenuto di carbonio per i Paesi in Via di Sviluppo, sostenuti dal mondo industrializzato; un insieme di decisioni che prepari il terreno di lavoro per i prossimi 3 anni.

L’adattamento è un’altra componente chiave del Trattato che definisce una Adaptation Action Framework (Piano d’azione per l’adattamento) che include sussidi, indennità e compensazioni per i Paesi più vulnerabili. “L’aiuto ai Paesi più poveri e vulnerabili del Pianeta per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici ormai inevitabili è un elemento cruciale. Senza un Trattato ambizioso ed efficace a Copenhagen andremo sempre più incontro a guerre per le risorse, sconvolgimenti, rifugiati ambientali e catastrofi naturali” sottolineano WWF e Greenpeace.

NOTE:

Il “Copenhagen Climate Treaty” è stato redatto da Greenpeace, WWF, IndyACT – la Lega degli Attivisti Indipendenti, Germanwatch, la David Suzuki Foundation, il Centro Nazionale Ecologico dell’Ucraina e alcuni dei maggiori esperti mondiali.

Il Trattato sul Clima per Copenhagen include i seguenti punti:

– Le emissioni globali di carbonio per il 2020 da tutte le fonti di gas serra non dovrebbe superare 36.1 Gt CO2e (equivalenti), portando le emissioni al di sotto dei livelli del 1990 ed entro il 2050 dovrebbe essere ridotto fino a 7.2 Gt CO2e, in altre parole dell’80% al di sotto dei livelli del 1990.

– La proposta di una nuova istituzione – la Copenhagen Climate Facility – per gestire i processiper il taglio delle emissioni, l’adattamento e la protezione forestale secondo il nuovo trattato globale.

– La ricetta per un piano di azioni a lungo termine sia per i paesi sviluppati (Zero Carbon Action Plans, ZCAPs) che per quelli in via di sviluppo (Low Carbon Action Plans, LCAPs).

– Obiettivi vincolanti per i Paesi di più recente sviluppo (NICs) – come Singapore, Corea del Sude Arabia Saudita – in linea con il principio della Convenzione di stabilire responsabilità e capacità comuni ma differenziate.

Per giungere ad un accordo ambizioso ed efficace a Copenaghen, Greenpeace e WWF chiedono che:

– I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a ridurre le proprie emissioni di gas serra di almeno il 40% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990.

– I Paesi industrializzati, come gruppo, si impegnino a fornire risorse finanziarie addizionali ai Paesi in Via di Sviluppo pari ad almeno 150 miliardi di dollari all’anno (fino al 2020) per supportare la transizione verso un sistema energetico pulito basato su fonti rinnovabili, per fermare la distruzione

delle foreste tro icali e per misure di adattamento agli inevitabili impatti del cambiamento climatico.

– I Paesi in Via di Sviluppo si impegnino a ridurre la crescita delle proprie emissioni del 15-30% al 2020 rispetto a uno scenario “business-as-usual”.

– Soluzioni pericolose, come ad esempio l’energia nucleare, non rientrino tra le opzioni finanziabili all’interno del Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni.

– La deforestazione (e le emissioni ad essa associate) sia fermata in tutti i Paesi in Via di Sviluppo al più tardi entro il 2020. L’obiettivo “Deforestazione ZERO” deve essere raggiunto già entro il 2015

in Amazzonia, Congo e Indonesia.

Roma, 22 settembre 2009

Uffici stampa:

WWF Italia, 06 84497377, 213, 265, 329 8315725 – c.maceroni@wwf.it

Greenpeace, 06 68136061 int. 211 – 39 3496066159 – mariacarla.giugliano@greenpeace.org

LINK AL TRATTATO:

SUL SITO DI GREENPEACE:

http://www.greenpeace.org/raw/content/international/press/reports/ngo-copenhagen-treaty.pdf

SUL SITO DEL WWF INTERNAZIONALE:

http://panda.org/what_we_do/footprint/climate_carbon_energy/climate_deal/?166141

4 thoughts on “Conferenza di Copenaghen a rischio fallimento – l’accordo sul clima, sulla riduzione delle emissioni di gas serra, bloccato dai veti dell’intransigenza cinese e (per Obama) dalla lobby petrolifera americana -Il rischio di un sogno di salvezza dall’inquinamento globale che si sta infrangendo – La mobilitazione (della cultura, della politica, delle associazioni) per salvare Copenaghen

  1. EDO ORAZI giovedì 19 novembre 2009 / 11:50

    Obama: da “Yes, we can” a “No, we can’t”.
    Cina: 3000-4000 anni fa era la più civile del mondo; oggi è la più incivile, zozzona e intransigente.

  2. Luca Piccin lunedì 23 novembre 2009 / 0:59

    Il problema del clima è legato alla gouvernance.
    Non è un singolo paese che può gestire il problema, neanche USA e Cina da soli, malgrado il loro “peso”, possono dettare le regole.
    Certo l’accordo tra le due superpotenze sarebbe la base su cui costruire un futuro certamente più pulito; è molto probabile che il clima non ha ancora la stessa importanza dell’economia…
    Inoltre la gouvernance del problema è difficile perché i paesi in via di sviluppo vedono questi accordi come un freno al loro progresso…

  3. cristiano domenica 13 dicembre 2009 / 23:12

    con copenaghen si materializza la profezia della bibbia:
    Tutti i re della terra si radunano per la battaglia finale contro Cristo: harmaggedon- dopo: verra’ l’ira di Dio.

  4. chiara venerdì 8 gennaio 2010 / 14:47

    è bellissimo !!!!! =D

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