Il vertice Fao di Roma fallito: sicurezza alimentare e sicurezza ambientale (fame e clima) che non trovano la strada del cambiamento – la mancanza di un “sano egoismo” dell’Occidente nel sostenere i paesi poveri

In questa mappa (la fonte è la Fao) vengono illustrati i numeri (in milioni) della popolazione malnutrita mondiale: si può vedere che i dati peggiori appartengono alla regione Asia-Pacifico, seguita dall’Africa sub-sahariana e dall’America Latina

“Jacques Diouf, direttore generale della Fao, ha chiesto 44 miliardi di dollari per la fame (i governi europei ne hanno spesi 3 mila per il sistema bancario in difficoltà…). Anche la lotta alla fame è un interesse strategico. Non si può pensare la fame come un fenomeno che colpisce popolazioni ai margini del consorzio umano.  La grande fame tocca le campagne, arriva nelle grandi periferie urbane, uccide i deboli e i bambini, spopola il mondo agricolo. La sua onda andrà ben al di là dei Paesi in via di sviluppo. Genera instabilità, ulteriore urbanizzazione, immigrazione verso il Nord del mondo. C’ è una complicità tra inefficacia delle azioni e donatori avari, che non sono moralmente in grado di esigere risultati” (Andrea Riccardi, da “il Corriere della Sera” del 17/11 scorso)

Riportiamo qui alcune notizie e riflessione sul fallimento del vertice FAO tenutosi a Roma dal 16 al 18 novembre. Snobbato dai maggiori leader mondiali, che, è chiaro, in un’epoca di crisi economica non vogliono impegnarsi in alcun modo per risollevare le sorti di un miliardo di persone che vivono in condizioni di malnutrizione. Eppure, nel “villaggio globale mondo”, tutto è interconnesso (come ricorsa Andrea Riccardi nello stralcio a un suo articolo che qui sopra riprendiamo). Manca un “sano egoismo” di metter fine alle “morti per fame”; come manca la volontà, e magari una parte di “sacrificio consumistico” per ridurre i nostri sprechi a vantaggio della risoluzione della crisi ambientale sempre più forte del pianeta.

Sviluppare idee e iniziative (culturali, economiche, politiche) sui temi della “sicurezza alimentare” e della “sicurezza ambientale” mondiali, è una necessità non più rimandabile. Il vertice Fao, dicono i più attenti osservatori, non ha solamente deluso per la mancanza di impegni economico-finanziari di sostegno al superamento della fame (20 miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo agricolo nei prossimi tre anni erano stati annunciati nel G8 dell’Aquila per i Paesi in via di sviluppo…), ma ancor di più si è rivelato inutile per la mancanza di idee e di un progetto perseguibile per il Sud del Mondo, per la popolazioni in difficoltà. E niente idee, niente proposte e, chiaramente, nessun impegno neanche in termini di tempi, scadenze, per improntare progetti e azioni concrete.

La necessità di un’agricoltura sostenibile (superare le monocolture di sola esportazione); un coordinamento sulla sicurezza alimentare, sul sistema sanitario, sull’acqua per tutti, sulla conservazione ambientale…. la creazioni di strumenti internazionali efficaci… (ora la FAO è inutilmente costosa nel suo mega-apparato; l’ONU è un’istituzione debole…). Il controllo sul prezzo delle materie prime e in particolare delle derrate alimentari…. Tutte operazioni urgenti e preliminari allo sviluppo, affinché tutti possano vivere dignitosamente. La riqualificazione degli enti che operano “per” e “nei” paesi poveri, pare cosa fondamentale (il rilancio della FAO e la sua riorganizzazione con non più sprechi potrebbe, si prospetta, avvenire con una direzione politicamente autorevole: e il nome di Lula, ora presidente brasiliano in scadenza di mandato il prossimo anno, la garantirebbe di certo).

……………..

Conferenza fallita, i poveri aspettano – di Giulio Albanese, da “Avvenire” del 19/11/2009

IL NULLA DELLA FAO L’INDIFFERENZA DEI GRANDI

Rammarico e delusione di fronte ad un’altra occasione mancata. Sono questi i sentimenti che meglio esprimono il disagio degli uomini di buona volontà, su scala planetaria, rispetto alle conclusioni del vertice della Fao sulla sicurezza alimentare svoltosi dal 16 al 18 novembre.

Un evento inconcludente, forse il peggiore nella storia di questa benemerita organizzazione Onu, caratterizzato dall’indifferenza dei Grandi della Terra e soprattutto dall’assenza di obiettivi concreti e modalità attuative in campo economico.
Se da una parte è vero che i principi chiave del documento acclamato dai capi di Stato e di governo in assemblea plenaria formulano gli orientamenti della strategia futura nella lotta contro la fame, dall’altra rimangono pur sempre semplici enunciazioni, mancando ad esempio le cifre reali degli stanziamenti.

Insomma, quei famosi 44 miliardi di dollari annui, che lo stesso direttore generale della Fao, Jacques Diouf, si era preoccupato di inserire nel testo preparatorio, sono stati depennati nella versione finale per assicurare il voto del Canada, dell’Australia e dei Paesi del G8. Inoltre, è davvero sconcertante il fatto che nel testo sia mancato un preciso riferimento temporale: entro quando, cioè, raggiungere l’obiettivo di sradicare la piaga della fame, che oggi affligge oltre un miliardo di persone.
E cosa dire poi di quel fantomatico coordinamento di controllo sulla sicurezza alimentare, dato che nessuno s’è preoccupato di definirne i meccanismi nel testo finale? Per non parlare della questione climatica o della cosiddetta agricoltura sostenibile che, sebbene siano state enunciate, mancano di quelle indicazioni operative per cui sia possibile realizzare progetti a breve, medio e lungo termine. Per chi si sforza di riconoscere nella storia contemporanea l’orizzonte cristiano della speranza, il messaggio di Benedetto XVI ha presentato davvero l’unica nota positiva delle intere assise, un indirizzo che se fosse stato accolto da chi di dovere, proprio per la sua concretezza, avrebbe potuto segnare la svolta.
Ed invece questo summit ha rilevato palesemente la debolezza di un sistema istituzionale internazionale di cui la Fao, forse più di altri organismi, rappresenta la cartina al tornasole. Ma sarebbe fuorviante prendersela con le Nazioni Unite che, da molto tempo a questa parte, hanno dimostrato d’essere un organismo frenato dal pesante fardello della burocrazia.
La verità è che l’Onu, attraverso le sue molteplici diramazioni, è l’espressione eclatante di quello che i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza intendono che sia: un’istituzione debole a cui però viene affidata l’ardua missione di rappresentare il consesso delle nazioni come unico organismo “super partes” a livello planetario.
E allora sarebbe più onesto che il presidente Usa Barack Obama o il premier britannico Gordon Brown (tanto per citare alcuni tra gli illustri assenti), che in altri tempi sembravano fossero i portabandiera della solidarietà globale, ammettessero la mancanza di volontà politica dei rispettivi governi. La posta in gioco è alta essendo l’inedia una questione morale che ancora una volta viene “premeditatamente” lasciata nel cassetto, con conseguenze devastanti per una moltitudine smisurata di uomini e di donne, mentre si preferisce investire, con grande disinvoltura e spregiudicatezza, per salvare l’alta finanza e sostenere le spese militari.
Sta di fatto che nella suggestiva cornice dell’Urbe a farla da padroni sull’Aventino sono stati personaggi alquanto controversi come il colonnello libico Muammar Gheddafi o il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, i quali, a modo loro, hanno cercato di travestirsi da paladini del Sud del mondo. Sarebbe comunque un errore pensare che il Ricco Epulone possa continuare a fare il bello e il cattivo tempo. Perché la salvezza di Lazzaro è oggi più che mai un precetto per tanta società civile, “voce di chi non ha voce”.  (Giulio Albanese)

………….

Il rapporto FAO 2009 (pubblicato nello scorso ottobre)

UN MILIARDO DI AFFAMATI (da “Nigrizia”, mensile dei missionari Comboniani)

Oltre 100 milioni di persone in più, rispetto al 2008, hanno fame nel mondo. Mentre sono sempre più lontani gli Obiettivi del Millennio, gli affamati crescono anche nei paesi ricchi, raggiungendo i 15 milioni. È l’allarme lanciato dall’ultimo rapporto sullo Stato dell’insicurezza alimentare, presentato il 14 ottobre dalla FAO.

“Dimezzare il numero di chi ha fame entro il 2015”. Sembra essere ormai definitivamente archiviato, l’Obiettivo del Millennio assunto dai capi di stato e di governo, durante il Vertice mondiale per la sicurezza alimentare, nel 2007. Le persone affamate sono arrivate a superare, nel 2009, il miliardo, mentre cresce, mentre la scarsità di cibo non risparmia neanche i Paesi ricchi, che registrano un aumento di poveri del 15,4% rispetto allo scorso anno.

Si tratta dei livelli più alti raggiunti dal 1970. A lanciare l’allarme è stata la Food and Agriculture Organisation (FAO), in occasione della presentazione, oggi, del rapporto 2009 sullo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo.
Il primato, per insicurezza alimentare, lo mantiene la regione Asia-Pacifico, con 642 milioni di persone che hanno fame, seguita dall’Africa Subsahariana, con 265 milioni, dall’America Latina, con 53 milioni e dall’Africa settentrionale e orientale, con 42 milioni.
Oltre 100 milioni di persone in più, rispetto all’anno scorso, soffrono la fame. Un sesto di tutta l’umanità.

Secondo la FAO, nonostante un leggero calo nel 2008, il costante aumento dei prezzi delle materie prime alimentari tra il 2006 e il 2008, avrebbe spostato fuori dalla portata del reddito di queste persone tutti gli alimenti di base. All’attuale crisi, si aggiungono le preoccupazioni per il futuro.     Nei prossimi 40 anni, secondo Jacques Diouf, direttore generale della FAO, il fabbisogno alimentare, aumenterà di circa il doppio. http://www.nigrizia.com/sito/copertina.aspx

…………….

http://www.fao.org/hunger/en/

………………

“FERMATE I PREDONI DELLE TERRE”

da “La Stampa” del 18/11/2009 – di Marina Verna

Un codice di condotta per regolare il «land grab», l`accaparramento di terre prese in affitto da investitori stranieri – soprattutto Stati del Golfo Persico, Egitto, Cina e Corea del Sud – sottraendole ai piccoli agricoltori locali. Nella sola Africa, 20 milioni di ettari.

L’annuncio è stato dato nella seconda giornata del vertice mondiale sulla sicurezza alimentare della Fao da David Hallam, vicedirettore del dipartimento Commercio: «Il codice parte dalla necessità di trasparenza e di chiarezza verso i piccoli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo, che oggi si vedono sottrarre le loro terre senza capire che cosa stia avvenendo».

I tempi saranno comunque «molto lunghi» e solo tra un anno termineranno le consultazioni – avviate a settembre all’Assemblea Onu – tra Fao, Ong e settore privato. Per Ifad e Fao è importante definire schemi di «business» partecipato tra industria e piccoli contadini locali.

Un «codice etico» serve e «presto», ha sottolineato anche il presidente dell’Ifad, Kanayo Nwanze, perché «gli investimenti stranieri che portano infrastrutture e lavoro sono i benvenuti, purché non portino via le terre alle comunità locali».

Più radicale la posizione dei rappresentanti di contadini, pescatori e popoli indigeni, che hanno animato il Forum parallelo della società civile e presentato alla Fao una dichiarazione in cui ribadiscono che la sicurezza alimentare è legata al «diritto all’accesso e al controllo delle terre e delle fonti d’acqua da parte dei piccoli contadini». E poi: «Il land grab deve essere fermato. Tutte le politiche che riguardano i terreni agricoli devono essere fatte in accordo con i piccoli agricoltori».

La mattina si era aperta con la richiesta del presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, di porre fine alle sanzioni contro il suo Paese, giudicate «illegali e inumane». E con l’auspicio che i 20 miliardi di dollari per sostenere lo sviluppo agricolo nei prossimi tre anni, annunciati dal G8 dell’Aquila per i Paesi in via di sviluppo, non vengano usati «come un` arma politica». Infine, un appello ad aumentare gli investimenti in favore «dei piccoli agricoltori, specialmente donne e giovani».

Dopo Mugabe ha parlato il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan: per risolvere i problemi legati alla sicurezza alimentare, ha detto, «è necessario investire nel settore agricolo e dare la priorità ai piccoli agricoltori, aiutando il loro accesso alla produzione».

Un concentrato di retorica ha permeato anche quest`anno il vertice Fao. La montagna delle delegazioni di 187 Paesi, con capi di stato e di governo, ha partorito solo un documento finale che chiede il rispetto di impegni già presi.    Giudizio generale: vertice vuoto, senza soldi freschi né proposte concrete.

Cinque punti, vaghissimi e neppure vincolanti. Il padrone di casa, Jacgues Diouf, attacca i governi mondiali: «Basta egoismo, basta speculazioni sul cibo, basta modelli alimentari orientati al solo consumo». Ancora parole. Nobilissime, ma non certo inedite.

………….

GLI AIUTI OCCIDENTALI CI STANNO ROVINANDO

da “La Stampa” del 17/11/2009 – di Roberto Giovannini

Dambisa Moyo è nera, giovane, e molto arrabbiata. Nata in Zambia 28 anni fa, questa brillante economista con un dottorato a Oxford, un passaggio alla Banca Mondiale e alla Goldman Sachs tra Londra e New York, ha scritto l’anno scorso un libro sull’Africa e l’Occidente e il fallimento della politica degli aiuti internazionali – Dead Aid, sottotitolo «Why Aid is Not Working and How There is Another Way for Africa» – che ha sollevato una tempesta di polemiche. Le bordate sono arrivate soprattutto da sinistra e dal mondo liberal. Lei parte da una banale constatazione:il trilione di dollari di aiuti in 30 anni non ha portato sviluppo autonomo e non ha cancellato la povertà, ma ha foraggiato élite politiche corrotte e creato una mentalità di dipendenza. Dunque, meglio abolire gli aiuti ai governi, limitandoli alle popolazioni; meglio puntare sugli investimenti diretti, che creano occupazione; meglio, soprattutto, rovesciare l’approccio pietistico (simboleggiato da Bono e Angelina Jolie) che vede nei «poveri africani» degli «oggetti» di aiuto, passivi simboli del senso di colpa dell’Occidente opulento.

Dove ha sbagliato l`Occidente?

«Basta esaminare cosa ha funzionato e cosa no. Se si guarda alla Cina, all’India, al Sudafrica, negli ultimi 30 anni lì si è verificato un successo: basato non certo sugli aiuti, ma sul commercio, sugli investimenti, sulla crescita dei mercati di capitali, sullo sviluppo del credito, sul sostegno al risparmio e all’afflusso delle rimesse degli emigrati. Un modello completamente diverso dall’Africa, che dimostra che c’è una via maestra per crescere e ridurre la povertà».

Qualcuno l’accusa di offrire un alibi a chi vuole tagliare gli aiuti. Altri obiettano che senza spazzare via le corrotte élite politiche africane la via virtuosa allo sviluppo resterà un`utopia.

«Non ho mai detto che l’Occidente debba abbandonare l’Africa; dico solo che dovrebbe sviluppare commercio e investimenti, e non continuare su una strada sbagliata e fallimentare. E poi, è proprio la politica degli aiuti ad alimentare una leadership politica africana tanto orribile. Se non si cambia, non avremo mai leader politici di qualità. Le persone serie, di valore, i tanti giovani africani preparati e intelligenti, non sono interessati a impegnarsi in politica, che è un gioco fasullo basato su questa cultura dell’elemosina fondata sul senso di colpa del mondo ricco che rafforza i politici corrotti».

Per qualcuno la Cina sta assumendo in Africa un profilo di potenza neocoloniale ma a suo giudizio è un`opportunità.

«Certo, anche i cinesi in alcuni casi sostengono dittatori e politici corrotti, ma in ultima analisi la Cina con i suoi investimenti sta portando sviluppo e migliorando il tenore di vita, che è un prerequisito – attraverso la nascita di una classe media della democrazia e del buon governo. Sappiamo che la Cina sta giocando una sua partita politica, ma per l’Africa è una vera chance di cambiamento. L`Occidente, invece, pare molto più interessato alla sopravvivenza delle dinastie politiche sue clienti».

È in corso una crisi planetaria, pare complicato trovare risorse per l`Africa.

«Un flusso limitato di aiuti dovrà esserci sempre, come sostegno temporaneo e per le emergenze, ma prima o poi vi renderete conto che noi africani siamo come tutti gli altri: ci servono posti di lavoro. Come generarli? Ad esempio, comprendendo che l’Africa è un imponente e giovanissimo mercato, con il 60% della popolazione con meno di 24 anni».

Ma c`è una burocrazia soffocante, continue tangenti…

«Ma è normalissimo, dato il contesto economico. Non c’è lavoro, e se ne hai uno non ti pagano per 6-8 mesi, un anno. Se in Italia i dipendenti pubblici non ricevessero lo stipendio da un anno, tutti chiederebbero tangenti! Sarà così, finché non si rimette in moto un processo di sviluppo virtuoso. Negli anni ’60, nell’Africa che si affacciava all`indipendenza, c’era fierezza, dignità, avevamo leader con grandi idee. Oggi c’è una pletora di piccoli capetti che vanno ai vertici internazionali a mendicare aiuti e non hanno mai una proposta. Una mentalità che purtroppo si è diffusa in tutta la società».

Molti commentatori liberal hanno duramente criticato le sue proposte. Come si spiega questo atteggiamento?

«Pensano che l’Africa non ce la possa fare. Vogliono «avere cura» degli africani, e sentirsi in colpa per loro. In fondo gli fa comodo pensare che non siamo eguali, che abbiamo bisogno di loro, che ci serve un’elemosina e non posti di lavoro. Nessuno pensa che in Cina e in India ci sono più poveri che in tutta l’Africa. Ma avete mai visto uno spot con un bambino cinese povero e affamato? Mai. Perché i cinesi sono rispettati e si fanno rispettare. L’Africa per qualcuno è solo la terra della guerra, della malattia, della corruzione, della povertà. A una certa opinione liberal va benissimo così».

…………..

Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite con il mandato di aiutare ad accrescere i livelli di nutrizione, aumentare la produttività agricola, migliorare la vita delle popolazioni rurali e contribuire alla crescita economica mondiale. La FAO lavora al servizio dei suoi paesi membri per ridurre la fame cronica e sviluppare in tutto il mondo i settori dell’alimentazione e dell’agricoltura. Fondata il 16 ottobre 1945 a Città del Québec, Québec, Canada, dal 1951 la sua sede è stata trasferita da Washington a Roma. Da Novembre 2007, ne sono membri 191 paesi più la Comunità Europea.

……….

Uno  spreco  chiamato  Fao:  800  milioni  di  bilancio  divorati  dalla  burocrazia

da “Il Gionale” del 3/6/2008 – di Emanuela Fontana

La Fao spenderà 784 milioni per la fame nel mondo nel biennio 2008-2009. Ma quanto denaro arriverà ai 5 milioni di bambini sotto i 5 anni che rischiano di morire per malnutrizione?
Circa la metà delle spese dell’agenzia Onu se ne va nella gestione della struttura. Lo dice il recente rapporto di un comitato di valutazione esterna commissionato dalle Nazioni Unite: 470 pagine su presente e futuro dell’agenzia con sede a Roma.

Scrive la commissione Christoffersen: «In molti uffici i costi amministrativi sono superiori ai costi del programma». Ma la sproporzione tra spese di struttura e spese operative si legge anche dalle voci di bilancio.

Qualche esempio: per la sicurezza alimentare la Fao prevede uno stanziamento di 59 milioni di euro, per l’«ufficio del direttore generale», 41,5 milioni di euro. La struttura che lavora a stretto contatto con Jacques Diouf costa più di 9 milioni. Ma ne sono esclusi l’ufficio «di coordinamento e decentralizzazione» (7,1 milioni di euro), l’ufficio legale (5,3 milioni di euro), l’ufficio del programma e della gestione del budget (altri 11 milioni).
Complessivamente, le voci del bilancio Fao strettamente alimentari, in cui compare la parola cibo, «food», sono tre, per un totale di 90 milioni di euro, circa il 15% del bilancio generale. Queste voci «mirate» sono i 59 milioni per sicurezza e «riduzione della povertà», 1,2 milioni di euro per «emergenze e gestione post-crisi», 29 milioni per «politiche dell’alimentazione e dell’agricoltura».
Ci sono poi una serie di spese per conservazione e gestione del pesce, del legno, della carta, delle sementi, lo sviluppo della tecnologia: per tutte queste attività, strettamente legate allo scopo dell’agenzia, la Fao spende 219 milioni di euro.
Ha un costo anche la «conoscenza»: studi, statistiche, «alleanze» contro la fame, a metà strada tra lo «scopo» e la gestione: sono altri 200 milioni circa. Ma proprio questa parte del bilancio è piuttosto criticata dal rapporto di valutazione esterna: capita spesso alla Fao, si legge nel dossier, che «tecnici specialisti non possono viaggiare per mancanza di fondi destinati ai viaggi». In pratica si studiano progetti che poi non possono essere condotti sul campo.  La sede locale più costosa è quella di Bangkok (18 milioni di euro).

Nel bilancio ci sono poi tutti i costi per il personale, per le riunioni: altri 200 milioni di euro circa. Più di 7 milioni di euro se ne vanno in «meeting e protocollo», 17,6 milioni si spendono per la comunicazione, 20,2 milioni per «il coordinamento e la decentralizzazione dei servizi». Ma non se ne occupava l’ufficio del direttore generale? Lo spacchettamento delle competenze è uno dei gravi problemi della Fao. Si legge dal rapporto Christoffersen: «La burocrazia della Fao è molto costosa e farraginosa e si caratterizza per un elevato livello di sovrapposizione e di duplicazione degli sforzi». E nonostante i 20 milioni di euro spesi solo per «coordinare», il dossier nota che «le relazioni tra le attività sul campo e la sede sono gravemente frammentate».

…………

IL VERTICE DELLA FAO

Lotta alla fame: per umanità e anche per interesse strategico

Le carestie nel Sud generano instabilità, ulteriore urbanizzazione, e una crescita dell’ immigrazione verso il Nord del mondo – da “il Corriere della sera”, di Andrea Riccardi

Il problema è drammatico: un miliardo di persone muoiono di fame. Paesi come l’ Etiopia, l’ Eritrea, il Congo, il Ciad rischiano il collasso alimentare. L’ allarme è stato lanciato dalla Fao al vertice a Roma. Al di là del contorno un po’ rituale e talvolta folkloristico del meeting, di cui riferisce la cronaca, ci si interroga sulla forza di questi allarmi.

L’ opinione pubblica è assuefatta e distratta. Nel mondo globalizzato, tante notizie ci raggiungono e tutti vedono le immagini più orribili. Fino a ieri, una foto tragica (come quella di un bambino africano denutrito) toccava l’ opinione pubblica, che faceva pressione sui governi perché agissero.

Oggi è diverso. Il nostro mondo è diventato poco sensibile al dolore degli altri? Il presidente Lula, tra i pochi «grandi» presenti al vertice, ha dichiarato giustamente: «Molti sembrano aver perso la capacità di indignarsi». D’ altra parte la Fao, che ha alle spalle alcune battaglie meritorie, non ha conquistato un’ autorità indiscussa.

La si sospetta di eccessiva burocrazia e di esubero di personale, mentre da qualche anno se ne chiede la riforma. A Roma i leader venuti al vertice sono sessanta; mancano all’appello quasi tutti i grandi. Forse li tiene lontani dalla discussione il timore di impegnarsi. È comprensibile, perché lo 0,5% del prodotto interno lordo in aiuti allo sviluppo entro il 2010 è un obiettivo da cui ci si allontana.

Ma si ha la sensazione che il vertice della Fao non sia più uno dei luoghi alti della comunità internazionale. La Fao comincia a scivolare, come immagine, nel cono d’ ombra degli enti che vivono per autoalimentarsi, quando dovrebbe occuparsi dell’ altrui alimentazione. Non è che il discredito della Fao sia un guadagno per nessuno. Il problema è un altro.

Non possiamo più ragionare in pieno XXI secolo con categorie novecentesche. La società globalizzata è un intreccio che presuppone un «bene comune internazionale». Benedetto XVI ha ricordato il valore della solidarietà «in nome della comune appartenenza alla famiglia umana universale». Non è solo un discorso umanitario, ma una visione realista del futuro, perché spesso la solidarietà intuisce l’ interesse di tutte le parti e non solo di quella colpita. Del resto, di fronte alla crisi finanziaria, i grandi Paesi hanno saputo mobilitarsi. Hanno investito cifre da capogiro, cogliendo un interesse strategico.

Jacques Diouf, direttore generale della Fao, ha chiesto 44 miliardi di dollari per la fame (i governi europei – ricordava ieri il nostro giornale – ne hanno spesi 3 mila per il sistema bancario in difficoltà). Anche la lotta alla fame è un interesse strategico. Non si può pensare la fame come un fenomeno che colpisce popolazioni ai margini del consorzio umano.

La grande fame tocca le campagne, arriva nelle grandi periferie urbane, uccide i deboli e i bambini, spopola il mondo agricolo. La sua onda andrà ben al di là dei Paesi in via di sviluppo. Genera instabilità, ulteriore urbanizzazione, immigrazione verso il Nord del mondo. C’ è una complicità tra inefficacia delle azioni e donatori avari, che non sono moralmente in grado di esigere risultati.

Ci vuole un soprassalto di comprensione dell’ interesse di tutti, perché alla lunga le sorti degli uni sono legate agli altri. Il senso della comune famiglia umana, in quello che è più vitale, il cibo, esprime l’ interesse generale della comunità mondiale.

Un aumento del 9 per cento degli affamati in un anno è indice di uno scivolamento, che richiede subito una politica nuova. Un impegno più forte dei Paesi ricchi potrà esigere maggiore efficienza dalla Fao e da chi opera sul campo. Se un quinto dell’ umanità muore di fame, le conseguenze cadranno anche sul resto.

…………

L’amaro addio di Diouf e alla Fao sognano già Lula

Il direttore: “non era una riunione del G8”. Ma i potenti della terra ignorano l’appuntamento

Il giudizio delle Ong: un nulla di fatto contro la fame – di Giampaolo Cadalanu, da “la Repubblica” del 19/11/2009

Aveva scommesso sul vertice, Jacques Diouf: un ultimo grande appuntamento per segnare una traccia, prima di lasciare la Fao per nuove avventure politiche nel natio Senegal. Ma ha perso. Al momento di trarre le conclusioni, il direttore dell’agenzia Onu si è rifugiato nell’ultimo baluardo, la “opinabilità” dei giudizi, sottolineando che il vertice di Roma può essere visto come bicchiere mezzo vuoto, ma anche mezzo pieno.

Ed è tornato ancora a dire che «questo non era un summit del G8», quindi l’assenza dei “Grandi” non è misura di insuccesso. Ma prendere le decisioni necessarie per la lotta contro la fame, passare – come voleva Diouf – «dalle parole ai fatti», toccava comunque ai potenti della Terra. E questi a viale Aventino non si sono nemmeno affacciati: i capi di Stato e di governo dei paesi ricchi non c’erano, gli Usa non hanno mandato nemmeno il ministro. Vale il giudizio delle organizzazioni non governative: un “nulla di fatto”.

Fra i diplomatici circola una generica soddisfazione per l’accordo sul documento finale, ma forse è l’unica. In realtà il summit di questi tre giorni potrebbe essere l’ultimo del suo genere. Se le decisioni fondamentali non si prendono qui, a che servono i vertici? La domanda era sempre nell’aria: Diouf rispondeva ricordando che la Fao propone e i paesi dispongono. Ma forse il punto, dicono molti alla Fao, è questo: all’agenzia servirebbe un potere che adesso non ha. Ha ragione Diouf: il nostro è un forum, si cercano accordi, non si può imporre nulla.

In prospettiva però un potere nuovo può saltar fuori, quanto meno se si da retta alle indiscrezioni che circolano nell’ex ministero mussoliniano delle Colonie. A trasformare il ruolo della Fao potrebbero bastare carisma, credito, fiducia, rapporti personali, e magari una storia di successo contro la fame nel proprio paese: doti che non mancano al possibile prossimo direttore generale, Luis Inacio Lula da Silva.

«Lula sì, che potrebbe riaccendere gli entusiasmi», dice un funzionario dell’agenzia, mentre sul viso l’espressione disillusa scompare. Le condizioni ci sono tutte: quando Diouf andrà via, l’anno venturo, Lula sarà libero da altri impegni. Per le rotazioni abituali negli organismi mondiali, la poltrona della Fao stavolta dovrebbe andare a un sudamericano. In più, questa nomina potrebbe rispecchiare l’accresciuto ruolo internazionale del Brasile.

Un personaggio di questo calibro al posto del controverso Diouf permetterebbe un rilancio dell’agenzia. Sarebbe anche la risposta a un’altra domanda, inespressa e quasi inesprimibile perché poco rispettosa del politically correct, che però circolava a diversi livelli nel summit. Uno dei nodi del problema fame è la qualità della classe di governo nei paesi in via di sviluppo. C’era chi si soffermava sugli sprechi delle delegazioni strabordanti, chi segnalava casi come la Guinea equatoriale, il cui ministro dell’agricoltura è un collezionista di macchine sportive costosissime. Ma se sia nato prima il corrotto del Sud povero o il corruttore del Nord ricco, è un dilemma inestricabile.

Annunci

One thought on “Il vertice Fao di Roma fallito: sicurezza alimentare e sicurezza ambientale (fame e clima) che non trovano la strada del cambiamento – la mancanza di un “sano egoismo” dell’Occidente nel sostenere i paesi poveri

  1. Locali Roma martedì 24 novembre 2009 / 13:57

    basterebbe tanto poco per estinguere la fame nel mondo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...