I territori pedemontani e montani ora abbandonati – Il caso VALSTAGNA (provincia di Vicenza): la possibilità di un recupero ambiental-economico, non dimenticando i segni di guerra

il comune di Valstagna, in Valbrenta, sulla Valsugana

Valstagna è un comune del vicentino di circa duemila abitanti che ben si vede percorrendo la Valsugana pochi chilometri dopo Bassano del Grappa verso Trento. La Valsugana è una valle quasi tutta trentina, che va da ovest ad est, e che nella sua parte finale supera il confine istituzionale di regione entrando nella Provincia di Vicenza, e si restringe tra le montagne, incassata fra l’Altopiano di Asiago e il Monte Grappa, prendendo il nome di Canale di Brenta (dal fiume che scende questa valle di origine glaciale) e sfocia poi appunto nella pianura veneta nei pressi di Bassano del Grappa.

E il comune di Valstagna è appunto una parte di questo restringimento della Valsugana: è ben visibile dalla strada per la sua mirabile bellezza: al di là del Brenta, a ridosso del fiume, il nucleo centrale del paese. Ma dall’altra parte, nell’altro versante, una grandissima cava di calcare-calce scarnifica la montagna.   Pertanto due versanti contrapposti: uno ancora integro (nella parte bassa il bellissimo paese, e sopra si vede la vegetazione in abbandono); l’altro versante (verso il Grappa) è quello segnato dalla grande cava.

Ed è della parte in abbandono, sopra il paese, in direzione dell’Altopiano di Asiago, che vogliamo qui parlare a proposito di Valstagna: paese che si trova a 160 metri sul livello del mare, e la marginalità interessa le aree impervie, senza strada, sopra i 600 metri. E’ in quelle aree abbandonate che si coltivava il tabacco (dal 1600 in poi) e, per questo, si era messo in opera un vasto piano di sistemazione dei versanti a terrazze (qui vengono chiamati masiere). Il tabacco come eredità economica storica che si era aggiunta al commercio del legname. E il centro urbano di Valstagna era sorto sul fiorire dei commerci del legno e del tabacco. Coltivazione di tabacco che ha avuto il momento di crisi a fine ‘800 (prima era favorita dal monopolio del governo di Venezia). Sotto il governo austriaco cala progressivamente. Dal 1866 in poi, con lo Stato italiano, conviene di più coltivare il tabacco in pianura e non in posti “di versante” (anche se in Valstagna il tabacco era più pregiato, “di montagna”, ma l’era industriale impone la quantità sulla qualità…). Nel corso del ‘900 la coltivazione del tabacco è progressivamente ancora calata: dal 1951 (allora 400 ettari coltivati) al 1971 quasi niente. E rimangono le case abbandonate sviluppate in altezza (i piani alti servivano all’essiccazione del tabacco) con tante finestre per far circolare l’aria; i ricordi del contrabbando assai diffuso, nei tempi in cui, prima della Grande Guerra, poco più in là c’era il confine austriaco…

Il progressivo abbandono della parti alte del paese, del versante, anche con la fine del pascolo, hanno portato al sopravanzare del bosco, all’impossessarsi di rovi, robinie e altre piante infestanti di quelle case che ospitavano i lavoratori del tabacco e facevano da magazzino-essiccatoio. E’ il caso di Postarnia, “borgo – luogo – territorio” pressoché abbandonato nella parte più alta di Valstagna. La non più presenza di persone che “vanno su” per lavorare (coltivare e raccogliere il tabacco), o che abitavano lì (sempre con funzione economiche-agricole), ha fatto mancare quel presidio naturale al mantenimento del luogo stesso: se un sentiero (che spesso fa anche da scolo artificiale dell’acqua) frana poco o tanto, nessuno lo ripristina perché nessuno ci passa quotidianamente (non ne fa uso), e così man mano, all’avanzare del bosco selvaggio segue il degrado e la fine delle opere virtuose dell’uomo (e delle donne, erano loro le vere protagoniste del lavoro e dei manufatti costruiti con la fatica dei mezzi rudimentali), come i terrazzamenti (che consentivano il drenaggio dell’acqua), ma anche i sentieri, gli scoli dell’acqua.

A proposito di acqua un altro esempio di degrado e abbandono è la scomparsa delle cisterne d’acqua, che erano un mirabile esempio di gestione della RISORSA ACQUA: una serie di canalizzazioni (appunto ora abbandonate, spesso fagocitate dai rovi del bosco) che portano l’acqua a CISTERNE SOTTERRANEE. Opere ingegnose che si trovano soltanto qui e servivano per poi irrigare i terrazzamenti (poi ci sono anche vasche d’acqua, a mo’ di pozzi, nelle cavità carsiche). Pertanto tecniche ingegnose per custodire l’acqua.

Lavori di ritrovamento di una canalizzazione che porta a una cisterna d’acqua, a Postarnia, nella parte alta di Valstagna, dell’ottobre scorso, eseguita da volontari di “Geograficamente” sotto il coordinamento e la supervisione del prof. Angelo Chemin (e del Dott. Luca Lodatti del Dipartimento di Geografia di Padova)

E un altro segno che rischia definitivamente di scomparire nell’abbandono sono I SEGNI DI GUERRA, della Grande Guerra nella quale qui si sono costruire gallerie e manufatti in previsione del soccombere dell’esercito nell’Altopiano di Asiago e della possibile discesa del “nemico” in pianura.

Ma in queste aree “alte” di Valstagna c’è chi prova a pensare e praticare un progetto (di vita) economico, di ripresa di questi luoghi ora in abbandono. Abitanti del posto che restaurano case e tentano forme di coltivazione, allevamento, apicoltura. Tentativi di ripresa del pascolo, di utilizzo economico del legname, di possibili iniziative di agriturismo intelligente, che valorizzi e faccia conoscere l’ambiente; tutto questo in luoghi che rimangono, nonostante tutto, di bellezza assoluta e segnati da una storia sia antica che recente, di valore. Degli ultimi cento anni si respirano in Valstagna: i segni della Grande Guerra, il passaggio dalla miseria e fame a una prospettiva di benessere ma, con esso, di abbandono (l’emigrazione vicina e lontana,  che queste terre hanno subito essendo terre “difficili” da viverci).

Ora potrebbe venire (se si vuole) il momento della ripresa, la fine della marginalità, per uno sviluppo che valorizzi il bene ambientale che queste terre possono recuperare completamente (ad esempio con una strada, un percorso carrabile, verso i luoghi alti di Valstagna, che sia non impattante e permetta un più facile accesso ai posti ora in abbandono; con la pulitura del bosco selvatico; con il ripristino del sistema dei manufatti di raccolta delle acque; con un’economia rurale e agroturistica compatibile…).

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SEGNI  DI  GUERRA  A  VALSTAGNA

MEMORIE  DI  UNA  FERITOIA (di  RACHELE  AMERINI)

Mario e Gino sono state le prime persone che ho conosciuto. Quando qui c’era la guerra, la Grande Guerra, loro controllavano da questa mia posizione sopraelevata la Val Frenzela, Valstagna, le acque della Brenta. Ricordo che la prima volta che le artiglierie aprirono il fuoco, stavano aiutando Nino a scaricare dal mulo le munizioni per la mitragliatrice. Fu questione di pochi secondi. Si udirono le urla allarmate dei soldati di guardia nel vicino tratto di trincea; Mario e Gino entrarono di corsa nella galleria, seguiti da Elviro e Antonio, due giovanissimi fratelli da poco arrivati, da Nino con il mulo. Assieme, vedemmo cadere i proiettili su Valstagna, sul Tovo, nubi di polvere, udimmo i suoni della distruzione, e poi il silenzio rotto dai respiri, dagli sguardi…

Ma i miei ricordi della guerra sono in gran parte svaniti. Cessata la guerra, il giorno che tutti se ne andarono, che anche Mario e Gino tornarono nei loro altrove, mi chiesi cosa ne sarebbe stato di me, che dopotutto ero uno strumento della guerra e che per i suoi scopi mi avevano dato forma all’interno della roccia aprendomi gli occhi sul mondo. Un mondo devastato. I primi anni furono gli anni della ricostruzione, anche di gran parte dei terrazzamenti crollati. Udivo, la mattina quando era ancora buio, i passi degli uomini e delle donne che s’incamminavano su per le mulattiere per raggiungere i campi, dove tentavano di ripulire quei fazzoletti di terra che i loro avi avevano strappato alla montagna. A volte, si rifugiavano tra le mie pareti ed io potevo ascoltare le loro storie: Bruno era riuscito a collocare buona parte del materiale che vi era nel suo campo all’interno di un ricovero, Emanuela e Tommaso avevano adattato un altro ricovero in cisterna approfittando dello stillicidio carsico, si raccontava che alcuni avessero ricavato nascondigli per il tabacco da contrabbando erigendo dentro le gallerie falsi muri o scavando piccoli pozzi. Erano i malgari ad avere qualche problema, su in cima a Col d’Astiago e Col Novanta, ché le trincee erano pericolose per le bestie e con tutti i buchi delle granate la terra da pascolo somigliava a un colabrodo.

In quegli stessi anni ho visto molti abitanti risalire i versanti per accogliere i residuati della guerra, o per raccoglierli mentre andavano nei campi o a fare legna. Reticolati, schegge di bomba, proiettili, qualche utensile abbandonato dai soldati, elmetti, forbici, bisacce; tutto quanto potesse essere rivenduto veniva ammucchiato ai margini della mulattiera e poi, a fine giornata, portato giù in paese. Per brillare i calibri più grossi, gli uomini utilizzavano un ricovero poco sopra Valstagna. Spesso, il silenzio delle valle veniva rotto dal rombo di un’esplosione. Ma bisognava stare attenti. Circolavano voci di numerosi uomini, ragazzi menomati o anche morti a causa di esplosioni mal riuscite. Fu proprio così che Bruno perse un braccio.

Mese dopo mese, anno dopo anno, il gruppo dei recuperanti si andò sfoltendo. Chi era morto, chi ci aveva rimesso un arto o la vista o l’udito, ma, soprattutto, giorno dopo giorno, mancava chi era partito. Io sentivo Bruno borbottare mentre percorreva la mulattiera che da Lora Alta conduce a Costella: un tale era andato a Milano, i fratelli di Giuditta erano da mesi in Francia, i suoi figli si erano imbarcati per raggiungere i cugini in Argentina…

Colpa della miseria, del tabacco, della fame. Dalla valle erano emigrati, in quegli anni, quasi tutti i giovani e buona parte delle famiglie. Bastava guardare i declivi, una volta curati tanto da apparire un giardino e ora conquistati dal bosco, per credere a quelle parole.

Coloro che erano rimasti tornarono a parlare di guerra, ma non della guerra passata come tante volte facevano. Iniziarono a discutere su una nuova guerra, sul fascismo, su Mussolini.Molti emigrati tornarono in paese, per essere allontanati nuovamente, inviati a combattere su fronti lontani. Il paese fu occupato dai tedeschi. La sirena annunciava i bombardamenti e tutti correvano, correvano verso le gallerie più vicine per rifugiarvisi. Chi era rimasto fu impiegato nella cosiddetta TODT. Lavoravano tutto il giorno e costruivano gallerie, gallerie e ancora gallerie. Mi chiedevo a cosa servisse costruire tante gallerie… Nel frattempo, le visite di Bruno si erano fatte più frequenti. Spesso di notte Bruno mi raggiungeva in compagnia di altri uomini a me sconosciuti. Erano partigiani.

Un pomeriggio, udii uno sparo proveniente dai versanti e poco dopo vi fu un fuggifuggi generale: qualcuno aveva ucciso un giovane soldato tedesco che si trovava sul ponte di Valstagna. Bruno osservò quegli uomini raccogliere precipitosamente carte, fucili, zaini e incamminarsi per la mulattiera alla ricerca di un posto più sicuro. Poi si sedette sul gradino dove una volta era appoggiata la mitragliatrice di Mario e Gino e guardò pensieroso il monte Cornon. Ben presto arrivarono due soldati tedeschi, con volti cupi guardarono quell’uomo non più giovane e mutilato, lo portarono via.

La guerra finì e la popolazione continuò a emigrare in cerca di fortuna, sempre più campi venivano abbandonati, la vegetazione cresceva senza che nessuno se ne curasse più. Solo alcuni bambini, durante le libere giornate estive, venivano a giocare tra le rovine della guerra. Giocavano alla guerra tra le rovine della guerra. Giacomo, tra i bambini, era il più vivace, il più curioso. Ogni tanto gli capitava di trovare, in mezzo alla terra, un proiettile. Allora lo mostrava compiaciuto agli altri, e ne descriveva con minuzia le caratteristiche.

Mentre gli uomini arrivavano, partivano, tornavano, io da qui li ho sempre osservati, da questo punto fisso ho sempre avuto gli occhi posati su queste valli, queste acque, questa gente. Sono pochi coloro che trascorrono l’intera vita sempre nel medesimo luogo, e si potrebbe pensare che questi, prigionieri della propria immobilità, non possano conoscere il mondo. In realtà, da questa mia posizione, ho visto passare un intero mondo, un universo di personaggi e storie, di geografie: versanti nudi e rumoreggiare di cannoni, ma anche mormorio continuo d’acque, rintocchi di campane, calpestio di animali, storie di uomini… Oggi la rigogliosa vegetazione mi impedisce di vedere, ma posso udire, lontano, nuovi rumori, il borbottio dei motori in fondovalle, le detonazioni cadenzate della cava di Carpanè. E vicino il silenzio, e l’attesa solitaria di un viandante che almeno per pochi istanti torni a raccontarmi la sua storia. (RACHELE AMERINI)

…il racconto che avete letto e il materiale che qui di seguito Vi proponiamo è ripreso dal Pieghevole allegato al libro “Sulle tracce della Grande Guerra tra Valstagna e il Col d’Astiago”, a cura di Mauro Varotto, Comune di Valstagna 2006, realizzato nell’ambito del “Progetto operativo di ricerca, recupero e valorizzazione dei segni di guerra di Busa del Cimo”, cofinanziato nel 2003 dalla Regione del Veneto e dal Comune di Valstagna.   –   Responsabile scientifico del Progetto: MAURO VAROTTO   –   Responsabile del Progetto di sistemazione sentieristica: ENRICO FONTANARI – Principali collaboratori (censimento manufatti e allestimento testi): RACHELE AMERINI, ANGELO CHEMIN, ENRICO FONTANARI, LUCA LODATTI, GIACOMO PERLI, MAURO VAROTTO.    –     Interventi di pulizia e ripristino del “Sentiero del Vu”: Servizi Forestali Regionali (Vicenza) e volontari del Comune di Valstagna. Per informazioni: Comune di Valstagna – Museo etnografico del Canal di Brenta. Sito internet: www.comune.valstagna.vi.it e-mail: info@comune.valstagna.vi.it

http://www.museivalstagna.it/webvalstagna/453Pieghevole.pdf

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Le linee di sbarramento “delle stelle” e “dei terrazzi”

Nel novembre del 1916, dopo la “Strafexpedition”, si provvide a rafforzare le difese nel Canale di Brenta, naturale via di penetrazione verso Bassano in caso di sfondamento della linea sull’altopiano. Alle tre linee difensive progettate nella primavera del 1916 sul margine meridionale dell’Altopiano, che dovevano servire in caso di arretramento della prima linea, si aggiunsero altre quattro cortine sul settore più delicato, quello del margine orientale sul ciglio del Canale di Brenta:

1) Col d’Astiago, Valstagna, Carpanè, Col Moschin;

2) Col d’Astiago, Oliero, Col Moschin;

3) Monte Campolongo, Tovi, Bortoli, Case Gennari;

4) San Nazario, ciglione del Grappa.

Tra la fine del 1917 e l’inizio del 1918 furono conclusi i lavori di realizzazione degli sbarramenti. I lavori vennero programmati e diretti dall’ufficio del Genio con sede a Fontanelle, che utilizzava oltre ai reparti del Genio zappatori le centurie lavoratori costituite da militari di classi anziane e operai borghesi.

Le difese del Salto dei cavalli, del Col d’Astiago, del monte Campolongo furono i lavori indilazionabili eseguiti per primi. Esse facevano capo al Col D’Astiago e al Col Moschin sul Grappa ed erano di importanza fondamentale nella delicata cerniera del Canale di Brenta tra Grappa e Altopiano.

La linea di sbarramento di Valstagna-Carpanè scendeva dal Col d’Astiago e si diramava all’altezza del Prà Lungo-Dosso Pasqualaite (a quota 750 metri circa) in due linee: la prima denominata “Linea dei Terrazzi” scendeva verso Lora Alta e Valstagna; la seconda, denominata “Linea delle Stelle”, si manteneva in posizione più arretrata scendendo da Costellai a Londa.

Le opere difensive erano costituite da trincee scavate nella roccia che collegavano avamposti con nidi di mitragliatrice e ricoveri in caverna, con campo di tiro che batteva, oltre alla fronte, anche i settori laterali. Il tutto era circondato da più linee di reticolati. In funzione di linea arretrata erano costruite piazzole per l’artiglieria collegate da strade carrozzabili per il trasporto dei pezzi e del munizionamento.

Tutti questi apprestamenti erano serviti da una imponente rete idrica di cui l’acquedotto di Oliero-Col d’Astiago fu una delle opere più notevoli.

La mappatura dei manufatti bellici censiti nell’area tra Valstagna e il Col d’Astiago. Il censimento ha consentito di documentare oltre 200 segni di guerra, in prevalenza sconosciuti e nascosti dalla vegetazione.

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SENTIERO DEL VU

Albino Celi detto il “Vu”: un recuperante tra storia e leggenda

Il suo nome era Albino, ma per il modo in cui scelse di vivere avrebbe potuto chiamarsi meglio Libero. Alla confusione del paese e alle chiacchiere della gente preferì sempre il silenzio delle montagne e la tranquillità dei boschi. Nella sua vita fu considerato dai più un personaggio, tant’è che per il suo modo di vivere in solitudine e in condizioni disagiate, e per il suo stile di vita semplice e schietto, ha dato ispirazione al film di Ermanno Olmi “Il recuperante” e figura ne Le stagioni di Giacomo di Mario Rigoni Stern.

Albino Antonio Celi nacque a Valstagna nel 1884. Appena ne ebbe la possibilità se ne andò dal paese e si trasferì in Austria, dove visse arrangiandosi a fare i lavori più disparati. Nel 1915, a seguito dello scoppio della Guerra, il governo austriaco gli impedì di rientrare in patria: trascorse altri tre anni lontano dall’Italia e dai campi di battaglia che insanguinavano le montagne dove aveva trascorso la giovinezza, in val Frenzela e sul Col d’Astiago. Subito dopo la guerra avrebbe iniziato a lavorare ad Asiago, alla ricostruzione della città devastata. Un’attività che non gli piaceva e che abbandonò presto per fare il recuperante.

In anni di ricerca divenne un vero e proprio esperto nel disinnescare ordigni, che acquistava inesplosi dagli altri recuperanti. Il suo recupero era di qualità più che di quantità: polvere asciutta per i cacciatori ai quali chiedeva in cambio scarpe o vestiti smessi; il rame lo vendeva per comprare il cibo strettamente necessario. Fin dal principio si stabilì nella zona dell’Ortigara, dove rimase per buona parte del suo tempo, dormendo nelle gallerie con la sola compagnia del suo cane. Di tanto in tanto scendeva fino ad Asiago per le provviste e per contattare qualche acquirente all’osteria; in quelle occasioni dava del “Vu” a tutti, sia per una forma di rispetto, ma anche per mantenere un certo distacco dalle persone, tanto che alla lunga questa sua insistita forma di cortesia gli valse il soprannome di “Vu”.

Pur essendo uno dei personaggi più noti in tutto l’Altopiano, erano in pochi a sapere il suo nome. Trascorse solitario tra i monti gran parte della sua vita, fino alla vecchiaia, quando si rese conto che non poteva più vivere in montagna e si costruì una baracca sotto il ponte di Roana. Morì ad Asiago nel 1963, lasciando il ricordo di un uomo povero ma libero di vivere nella sua montagna.

Valstagna, Sentiero del Vu

D’intesa con l’Amministrazione comunale di Valstagna si è deciso di titolare a “El Vu” il percorso escursionistico tra Valstagna e il Col d’Astiago (segnavia CAI 775), per ricordare non solo la sua origine valstagnese, ma lo stretto legame da sempre esistito tra il Canale e l’Altopiano, l’eredità pericolosa della guerra e la preziosa opera di liberazione dagli ordigni operata dai recuperanti. La sua figura incarna, infine, l’attaccamento e la conoscenza capillare dei luoghi, la lealtà nei confronti degli uomini, il rispetto per la tranquillità e la solitudine che la montagna anche oggi dovrebbe ispirare a chi la frequenta.

Gli itinerari

Avvertenze

All’interno delle gallerie esiste la possibilità di distacco di materiale roccioso e non è stato possibile procedere ad una loro messa in sicurezza. Si invita pertanto alla cautela, è raccomandabile l’uso di una torcia elettrica e di un caschetto protettivo. Vige il divieto di accendere fuochi.

Informazioni generali sugli itinerari

È possibile scegliere tra due proposte escursionistiche di diversa lunghezza e difficoltà:

1) Percorso ad anello tra Col d’Astiago e Cima del Cimo (per tutti)

2) “Sentiero del Vu” tra Valstagna e Col d’Astiago – Segnavia CAI 775 (per escursionisti)

1) SENTIERO AD ANELLO TRA COL D’ASTIAGO E CIMA DEL CIMO

Partenza: Col d’Astiago (Valstagna), bivio poco dopo malga Col Novanta, quota 1200.

Per raggiungere il punto di partenza dalla pianura si sale a Rubbio, si segue a destra la diramazione verso Sasso di Asiago per circa 3 km; si prende a destra la strada che entra in val Biancoia e su fondo naturale a sinistra raggiunge dopo circa 3 km malga Col Novanta e un bivio con le indicazioni di parcheggio.

Dislivello: circa 400 metri tra salita e discesa.

Durata: l’intero percorso richiede circa 3 ore, ma vi è la possibilità di accorciare il tragitto in più punti.

Difficoltà: nessuna. Percorso interamente su carrareccia, mulattiera o sentiero facile.

Descrizione: Dal parcheggio si segue la carreggiabile che a destra conduce alla Casara Col d’Astiago, si prosegue oltre la malga scendendo a destra su mulattiera che conduce in breve ad un belvedere sul Canale di Brenta. Poco oltre si lascia il tracciato principale per prendere a destra la mulattiera militare che conduce alla Forcella di Val d’Ancino, uno dei punti più interessanti dell’intero percorso, dove è possibile incontrare una serie di ricoveri, lunghe gallerie con postazione, trincee, postazioni di tiro (vedi descrizione Sentiero del Vu). Si ritorna sui propri passi fino alla curva del belvedere sul Canale, prendendo a destra il tracciato che risale la dorsale pascoliva di Col d’Astiago: si incontrano una serie di gallerie (la più lunga con sviluppo di oltre 80 metri) e postazioni collegate da linee di trincea. Si sale costeggiando una pozza di abbeveraggio fino al tetro scheletro del serbatoio sommitale. Si prosegue su carrareccia scendendo a nord verso Cima del Cimo. Al primo tornante si imbocca a sinistra la mulattiera militare che conduce a Cima del Cimo seguendo la linea di trincee parallela alla mulattiera. Una galleria passante poco dopo conduce sul versante opposto, aprendosi su una radura circondata da un’estesa e suggestiva faggeta. È questo il punto in cui parte la strada che, al ritorno, conduce a Posta di Sopra e al parcheggio auto. Si prosegue su mulattiera militare con vista panoramica sul Canale, incontrando scassi su roccia, ricoveri, postazioni in trincea. Dopo una serie di piccoli tornanti, un breve tracciato sulla sinistra adduce a una galleria con tre accessi dei quali uno ostruito. Poco oltre, un’altra galleria presenta uno degli accessi “a pozzo”, in origine dotato di scala per la risalita. Si giunge infine ad un bivio. Seguendo il tracciato sulla destra si raggiunge l’ultima galleria passante e si può proseguire, un po’ malagevolmente, verso Le Mandre. Proseguendo a sinistra si raggiunge la sommità di Cima del Cimo (quota 1074), costeggiando un muro confinario di pascolo e giungendo a due poste per la legna che servivano Le Mandre e Le Pirche a fine Ottocento. Ci si trova a questo punto sopra le popolarmente denominate “Grotte Bianche”, roccia calcarea che caratterizza il versante nordorientale di Cima del Cimo. Qui un sentiero dalle tracce labili e non segnalato segue la trincea che si snoda verso il Salto dei Cavalli e Col del Vento, per poi collegarsi al tratto terminale della Calà del Sasso. Si ritorna sui propri passi fino alla galleria passante che conduce alla comoda strada che aggirando il Col d’Astiago porta al parcheggio.

2) SENTIERO DEL VU – SEGNAVIA CAI 775

Partenza: Canale di Brenta (Valstagna), località Londa, 300 m. a sud del ponte di Carpanè in direzione di Campolongo (circa 50 metri prima della Casa di riposo).

Dislivello: 1080 metri (solo salita).

Durata: 4 ore (solo salita), con possibilità di diversi percorsi di discesa (Le Mandre-Postarnia; Calà del Sasso; Sentiero delle Pozzette, per un totale complessivo di 7 ore) e di un percorso più breve (variante di Postarnia, 3 ore).

Difficoltà: percorso prevalentemente su mulattiera o sentiero ben segnalato, con alcuni tratti ripidi e leggermente esposti, per escursionisti.

Descrizione del percorso

Da contrada Londa si sale seguendo il percorso di un “vallegone” tra campi terrazzati per la coltivazione del tabacco, oggi in buona parte abbandonati e degradati. All’altezza della prima casa si piega a sinistra e poi a destra si imbocca l’impluvio della valle Mille Covoli; si prosegue tra imponenti “masiere”, in alcuni punti alte oltre 4 metri, aggirando lo sperone roccioso del Casteler. Una prima deviazione a sinistra raggiunge una prima serie di ricoveri sotto roccia. Si prosegue tra terrazzi abbandonati e ricoperti da boscaglia di carpino, nocciolo, qualche esemplare di albero da frutto (ciliegi), fino a raggiungere la Galleria delle Quattro Bocche, postazione d’artiglieria da cui si gode ottima vista su Valstagna e Carpanè. Si prosegue su mulattiera fino ad intercettare il tracciato dell’Alta Via del Tabacco, che si segue a destra tra campi terrazzati in abbandono e qualche rudere, salendo con stretti tornanti il versante sinistro della Valle Mille Covoli. Si incontrano i primi ruderi di origine bellica, una cisterna e un ricovero su roccia riattato successivamente a cisterna d’acqua. Il sentiero sale quello che un tempo era un versante prato-pascolivo interamente sfalciato, punteggiato da esemplari di quercia e castagno. Lungo il percorso si susseguono i ricoveri scavati su roccia, alcuni con sviluppo di parecchi metri, fino ad un pozzo-cisterna lungo il sentiero che precede l’arrivo alla casetta recentemente ristrutturata di Costellai, da cui si gode uno splendido panorama verso il settore meridionale del Canale di Brenta (45 min). Al primo tornante salendo da Costellai, una breve deviazione a destra conduce in pochi minuti (con un breve tratto disagevole, attrezzato con un cordino) a un ricovero, un tratto di trincea e una panoramica postazione di tiro sotto roccia, con splendida vista su Valstagna e il suo fondovalle. Si torna a ricalcare il tracciato dell’Alta Via del Tabacco, proseguendo tra ricoveri, scassi su roccia, ruderi di baraccamenti in pietra a secco e una galleria lunga circa 30 metri che termina in una postazione di avvistamento, con scritte di varie epoche, forse anche di partigiani che in questi luoghi trovarono validi nascondigli (1 h). Si procede fino al Dosso Pasqualaite, dove si abbandona il tracciato dell’Alta Via del Tabacco per proseguire a sinistra su ampia mulattiera militare. [Qui è possibile scegliere di accorciare il percorso, evitandone il tratto più impegnativo, proseguendo lungo l’Alta Via del Tabacco dritti verso Postarnia e Tovo per poi scendere a Valstagna e quindi a Londa in circa 1 ora].    Si passa accanto ad una cisterna d’acqua (circa 2000 litri) e altri ruderi di baraccamenti sopra e sotto il sentiero. Si aggira l’impluvio prativo della valle Mille Covoli, accompagnati dal suono argentino di una cascatella. Dopo una seconda cisterna e un ricovero sotto roccia la mulattiera perde il suo andamento dolce e regolare inerpicandosi tra balze rocciose per condurre ad una galleria a forma di Y con postazione e cisterna d’acqua. Si guadagna rapidamente quota e su una cengia che costeggia la parete rocciosa si raggiunge una postazione di mitragliatrice sotto roccia, dotata di alcuni scalini (1h. e 30 min.) e con ottima vista panoramica. Al successivo displuvio, un foro circolare richiama il sistema di frantumazione del tabacco; qui si piega a sinistra costeggiando la trincea della “Linea delle Stelle”.   [Anche qui è possibile proseguire dritti verso Lora Alta e Prà Negro, per rientrare a Valstagna con anello circolare in 1h e 15min.].    Si continua a salire verso le ardite pareti rocciose del Monte Ricco, costeggiando una serie di ampi ricoveri su covoli di origine carsica (2 h), fino a raggiungere la linea spartiacque tra valle d’Ancino e valle Stolaita, a quota 800. Dalla forcella il percorso si inerpica sul ripido versante ricoperto oggi da bosco di faggio, fino a quota 900, dove una traccia sulla sinistra conduce ad una breve linea di trincea e alla balconata naturale de “la Grottona”, con superba vista sul settore meridionale del Canale di Brenta, Bassano e la laguna veneta (2 h 30). Non è improbabile avvistare qui qualche esemplare d’aquila che nidifica solitaria tra le precipiti pareti rocciose.    Il sentiero risale zigzagando un ripido pendio, lungo il quale sono visibili a sinistra le feritoie in cemento di due postazioni sotto roccia. Si raggiunge di nuovo il displuvio tra valle Stolaita e val d’Ancino e lo si segue a destra in salita costeggiando la linea di trincea, fino a raggiungere il complesso di fortificazioni e manufatti della Forcella di Val d’Ancino (3 h e 30). Qui è possibile osservare una serie di postazioni e ricoveri sotto roccia collegate da trincea, tra cui una postazione osservatorio a forma quadrangolare absidata (scritta “MCMXIII” su parete d’ingresso), con ottima vista verso il Canale di Brenta e la zona orientale dell’Altopiano, e una galleria ancora ben conservata, il cui articolato sviluppo raggiunge i 60 metri e termina in una postazione di mitragliatrice.   Si prosegue fino ad intercettare la strada che a sinistra conduce alla Casara di Col d’Astiago;   la si segue per poi abbandonarla in corrispondenza di una curva-belvedere dove si risale a destra il pendio erboso che intercetta una serie di lunghe gallerie e conduce alla sommità del Col d’Astiago dominata dal serbatoio dell’acquedotto, manufatto che richiederebbe quanto meno una mitigazione estetica (4 h).

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(da: http://www.comunitamontanadelbrenta.vi.it/turismo/cultura/rurali.htm )

LE MASIERE

Le masiere, o “terrazzamenti” sono una delle caratteristiche peculiari del paesaggio del Canale di Brenta e sono legate all’economia agricola della valle.

La risorsa economica che dal 1600 in poi ebbe maggior sviluppo e segnò il paesaggio e il modo di vivere del Canale fu, la coltivazione del tabacco.

Non c’è documento scritto di quando questa pianta arrivò. La leggenda, ancor viva, tramandata da padre in figlio racconta che “siamo i più vecchi coltivatori” e che “la semenza” arrivò nel bastone cavo di un “frate” (monaco) benedettino (La leggenda ricalca alla lettera quella dell’introduzione del baco da seta, proveniente dalla Cina, in Europa.)

Questa coltivazione si diffuse dopo il 1560 circa, dapprima nell’antico territorio dipendente dal Monastero di Santa Croce di Campese e poi, dal 1817 ne fu permessa la coltivazione anche sulla Sinistra Brenta [passaggio dell’imperatore d’Austria Francesco I° per S. Nazario – lapide nella piazza di S. Nazario].

Nella seconda metà del 1800 tutto il terreno disponibile, fin sulle coste impervie e dirupate delle montagne, è messo a cultura. Così scrive un testimone oculare:

Pochissimo è il terreno arabile della valle, e la massima parte di quello coltivato è del genere che nei catasti si distingue col nome di coltivo da vanga. E’ veramente mirabile l’arte e la perseveranza con cui questi valligiani seppero, con fatiche inapprezzabili ed impagabili, ridurre a coltura alcuni tratti dei ripidi declivi delle montagne, cambiando queste in grandiose scalee, i cui scaglioni, impendenti l’uno sull’altro, sono piccoli campicelli, sostenuti dalla roccia e da muricciuoli, e creati, ingrassati, adacquati con terra, concime ed acqua portati sin lassù a schiena d’uomo! Da tre secoli quella brava gente lavora per ridurre le nude rocce a campi preziosi; e, laddove nel 1502 il secretario ducale Alvise de Piero, in una sua relazione al Consiglio di X scriveva che Valstagna, capoluogo della valle, non aveva alcun palmo di terreno, ora nei campicelli creati da quella industre popolazione si coltivano circa 20.000.000 (venti milioni!) di piante di tabacco ogni anno“(Brentari 1885, p.85).

Questi terrazzamenti sono ancora in parte visibili, dove invece il bosco ha ormai riguadagnato il suo dominio si può avere la ventura di imbattersi in muraglioni di pietra che ancora, improvvisi, si ergono tra le piante.

Masiere deriva dal latino maceries e significa “mucchi di pietra”, muri a secco, come appunto sono i manufatti che si trovano sulle nostre montagne.

L’epoca della massima diffusione di queste tecniche di costruzione è la seconda metà del 1800. Dobbiamo però rilevare come questa tecnica si trovi particolarmente applicata nel medioevo nei terreni di pertinenza dei monasteri benedettini. Possiamo quindi pensare che anche questo sia uno dei frutti della messa a coltura della valle incrementata dal Monastero di Santa Croce di Campese dal 1124 in poi.

Le aree dove troviamo la maggior frequenza e gli aspetti più significativi sono:

1 – San Gaetano (Valstagna). E’ l’esempio più significativo e spettacolare maggiormente conservato.

2 – Tutta la fascia della mezzacosta tra San Gaetano e Valstagna a monte del paese e delle contrade.

3 – La costa di Postarnia di Valstagna.

4 – La mezzacosta di Campolongo .

5 – Campese, a monte della strada campesana. A monte della chiesa di San Martino i terrazzamenti presenti fino a mezzacosta, sono ora occultati dalla vegetazione.

6 – Le Bresagge di Solagna.

7 San Nazario, in particolare ai Lanari e a Piancastello.

Questi manufatti sono un esempio unico e irripetibile di uso del suolo e costituiscono un monumento storico e paesaggistico che caratterizza la valle.

…………………………………..

dal Notiziario del CLUB ALPINO ITALIANO – SEZIONE DI MAROSTICA E SOTTOSEZIONE DI SANDRIGO (12 ottobre 2008)

SENTIERO DEL “VU”

di Michele Torresan

Già da qualche tempo mi ritrovo, d’inverno, a frequentare i sentieri della Valsugana, vuoi perché più comodi a casa, vuoi perché le temperature sono più consone a percorrerli, vuoi perché le ore di luce sono ridotte, sta di fatto che sovente risalgo i crinali di destra o sinistra Brenta in questo periodo. Ma facciamo un passo indietro….

Circa tre anni or sono, un amico mi svela l’attuazione di un nuovo percorso, o meglio, la ripresa e risistemazione di vecchi tragitti militari nei pressi dell’abitato di Valstagna, che dovrebbero raggiungere il Col d’Astiago in Altopiano. La curiosità di andarlo a percorrere è molto forte, nonostante conosca ben poco sulla sua collocazione logistica, fatto salvo il fatto che si trova tra Oliero e Valstagna stessa, ma tant’è che ci provo lo stesso. Mi trovo così un pomeriggio a vagare nei pressi della Casa di Riposo del suddetto Comune per capire da dove partire, non ci sono ancora le tabelle segnaletiche, speriamo almeno in qualche segno rosso.

Non proprio di rosso si tratta, ma di azzurro, che sia il tracciato di qualche non competitiva? Per il momento la seguiamo, poi si vedrà. Prima fra case, poi terrazze e vallette, seguo la traccia che mi porta, dopo breve tratto, a svoltare decisamente verso sud: mmh!, non è certo di qua che si sale, meglio girare. Ed imboccato a destra una specie di “menador”, comincio a salire finchè si esaurisce presso una parete; la evito per tracce verso sinistra, per riattraversare a destra e continuare a salire per tracce sempre più in alto senza però sapere dove.

Intanto avvicino una cresta, la risalgo, chè forse da lì riesco a capir la situazione; mi ritrovo su uno spartiacque, la vista spazia, un rudere di qua, una borgatina di là, una traccia più in basso a destra, potrebbe essere la volta buona: con attenzione mi calo e rapidamente la raggiungo. Sembra proprio il percorso giusto, ma ci stanno ancora lavorando, dappertutto ci sono arbusti tagliati e si stanno sistemando dei gradini con travetti e pietrisco. Guardo l’orologio, si è fatto tardi per oggi, meglio rientrare, seguendo il percorso ritrovato, così da risultare utile per la prossima volta. Rientrando passo davanti a manufatti bellici e varie gallerie e postazioni, che mi fanno oltremodo capire di essere nel giusto. Oramai so dove salire.

E’ passato quasi un anno dalla volta precedente e sono subito stupito dal fatto che hanno sistemato la tabella segnaletica: Sentiero del Vu n. 775. Bene, saliamo! Ho giusto un paio d’ore che spero mi siano utili per risalire almeno dove la volta scorsa se non un po’ più in su. Sale ripida su ghiaie da riporto e brevi e fitti tornanti una valletta incassata tra erte pareti su cui insistono varie gallerie e postazioni di guerra, con tanto di tabelle informative: hanno fatto proprio un bel lavoro. Incrocio la Via del Tabacco e la seguo fino ad una casetta riattata.

Qui vicino una breve digressione porta ad una postazione con osservatorio e tratti di trincea presso una forcelletta molto panoramica sul Canal del Brenta. Risalgo ancora un poco e presso un tornante prendo la diramazione di sinistra che, per aerea cengia, avvicina uno stretto canale attrezzato con fune metallica a superare bei gradoni di roccia mai difficili, fino ad una galleria ad Y e quindi, ancora per cengia, ad altra postazione con gradini e di nuovo sul sentiero normale.

Uno sguardo avanti, l’altro all’ora e mi ritrovo in ritardo: prima del buio devo scendere, ormai il percorso si intuisce ben ripulito. Alla prossima. Sembra sia destino che trascorra circa un anno tra una passata e l’altra su questo sentiero e devo ancora valutare se esiste possibilità di discesa alternativa, sì da compiere un percorso ad anello. Questa volta mi porto l’Assunta e mi prendo una giornata in modo da avere il tempo materiale di visionare l’intero tragitto e di farlo in compagnia che non guasta la vista, ma anzi.

Risaliamo fino al punto dello scorso anno, notando il miglioramento del cammino, è chiaro che la gente comincia a percorrerlo, si pulisce da solo. Continuiamo a salire tra il rado bosco ad una postazione con ricovero in grotta, poi più su lungo una cresta sassosa, sempre al riparo del bosco ed avviciniamo una forcella con postazioni (F.lla Val d’Ancino).

L’andar si fa più agevole, incontriamo una carrareccia che seguiamo verso sud ad un bel punto panoramico sul Canale; qui svoltiamo a destra e risaliamo un breve pendio prativo che avvicina la casera d’Astiago e poco dopo la cima stessa, sormontata purtroppo dall’ignobile bruttura dell’acquedotto dell’Altopiano. Nonostante l’ambiente non sia dei migliori, decidiamo di concederci una pausa di ristoro e riposo prima del prosieguo verso l’ignoto.

Puntiamo a nord per avvicinare la Cima del Cimo, ma senza raggiungerla imbocchiamo una traccia a destra che dovrebbe condurre (tabella) a le Mandre, antico insediamento rurale ormai abbandonato a mezzacosta sopra Valstagna. Seguiamo a fatica i rari segnavia rossi su terreno ripido che poi scompaiono per lasciar posto a rare frecce gialle (sempre marcia non competitiva?) fino a raggiungere la borgata.

Continuiamo a scendere tra esili tracce che si fanno man mano più evidenti a ritrovar altro alpeggio, qui sembra frequentato, casetta con i fiori, altre ristrutturate o in via di, teleferica nuova fiammante, il nome: Case Postarnia, bel luogo! Ormai non dovrebbe essere difficile rientrare, anche se dobbiamo ancora penare un po’ per trovare la giusta traccia che in basso diventa un bel sentiero con varie diramazioni, tutte segnalate, che noi non seguiamo, ma anzi procediamo vivacemente verso il basso.

Cammina, cammina si comincia a trovar sentore di “civiltà”, una nuova sterrata con tanto di parcheggio ed il sentiero scomparso. Lo ritroviamo un tornante di sotto seminascosto dalle opere di contenimento della strada. Lo recuperiamo e scendiamo rapidamente sulla provinciale per la Val Franzella, a pochi passi dal centro di Valstagna. A questo punto non ci resta altro che seguire l’asfalto fino alla macchina. Siamo riusciti nel nostro intento di compiere un bel giro tondo su terreno a volte poco se non per nulla segnalato, ma penso ne sia valsa la pena.

Un cruccio ancora mi turba: ma chi o che cosa è od era questo “VU”? Domandare è lecito, rispondere cortesia.

L’Amministrazione Comunale di Valstagna ha pensato di dedicare questo sentiero ad Albino Celi, detto “El Vu” per il suo modo di rivolgersi alle persone, dando a tutti, sia per cortesia che per mantenere un certo distacco, del Voi, dialettalmente del Vu, e da questo il suo soprannome. Questo signore piuttosto schivo e burbero ebbe i suoi natali a Valstagna verso la fine dell’800, da qui se ne partì e dopo varie vicissitudini ritornò per farvi il recuperante di ordigni bellici, diventando molto conosciuto per la sua impareggiabile bravura nel disinnescare gli inesplosi, vivendo in modo solitario e libero tra l’Altopiano ed il Canal del Brenta.

E proprio per evidenziare questo stretto legame che sempre è intercorso fra le due comunità, nonchè per l’opera di liberazione dagli ordigni bellici da parte dei recuperanti, che il sentiero è stato così titolato. (Michele Torresan)

…………….

sul tema dell’abbandono dei territori abbiamo recentemente inserito un articolo in questo blog che vi segnaliamo:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/10/15/quando-il-verde-%e2%80%9ce-troppo%e2%80%9d-l%e2%80%99abbandono-dei-territori-porta-al-degrado-di-aree-montane-e-pedemontane-invase-da-sterpaglia-con-disequilibri-pericolosi-nel-sistema-idrogeologi/

per saperne di più sugli itinerari della Valstagna:

http://www.magicoveneto.it/Valsugan/Valstagna/Valstagna_Sentiero-del-Vu.htm

http://www.comunitamontanadelbrenta.vi.it/

Canale del Brenta, panorama
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3 thoughts on “I territori pedemontani e montani ora abbandonati – Il caso VALSTAGNA (provincia di Vicenza): la possibilità di un recupero ambiental-economico, non dimenticando i segni di guerra

  1. rachele.amerini lunedì 23 novembre 2009 / 14:34

    Soltanto una precisazione sul resoconto di Michele Torresan: l’insediamento de Le Mandre non è in abbandono né abbandonato. Anzi, si potrebbe dire che è uno degli insediamenti più vivaci del versante: grazie alla cura (e alla caparbietà) del proprietario, un vero conoscitore del territorio.

  2. andrea giovedì 22 settembre 2011 / 6:20

    su “le masiere”
    direi che esempi importanti sono anche a sasso stefani e costa

  3. Katiuscia sabato 17 marzo 2012 / 0:33

    Località Postarnia attualmente conta circa otto proprietari, è vero che la maggior parte di essi l’ha abbandonata, ma c’è ancora qualcuno che ce l’ha nel cuore e ci mette anima e corpo da più di trentasei anni per riuscire a mantenerla integra come un tempo.
    Quindi non facciamo di tutta l’erba un fascio….

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