Europa – Il primo dicembre entra in vigore il Trattato di Lisbona: sarà una possibilità di rilancio di un’Europa che pare irrimediabilmente sul viale del tramonto? (mentre accanto al “G2 – Usa e Cina” crescono India, Brasile, e altri grandi paesi giovani e motivati allo sviluppo innovativo…)

Europa dal satellite

Il basso profilo delle due personalità che rappresenteranno nel mondo l’Unione europea per due anni e mezzo a partire dal primo dicembre (presidente del Consiglio UE il belga Herman Van Rompuy; rappresentante per la politica estera e di sicurezza l’inglese Catherine Ashton) denotano che gli Stati nazionali (27) che compongono l’Unione Europea non vogliono perdere le loro prerogative di “unicità” nei confronti del mondo Una rendita acquisita nei secoli (leggete il bellissimo articolo sull’argomento “come è nato il nazionalismo negli stati europei” che qui, nella parte finale, abbiamo messo di Paolo Mieli, da “il Corriere della Sera”).

Ma gli analisti geopolitici (che tutti concordano che l’Europa è irrimediabilmente fuori dai processi di trasformazione e autorevolezza del mondo, che ora ha altri protagonisti) pensano anche che in fondo il processo, seppur troppo lento, di unificazione, per arrivare a quella che potremmo utopisticamente (ma realisticamente) chiamare “Stati Uniti d’Europa”, questo processo in fondo va avanti, e l’attuazione (finalmente) di quanto previsto dal Trattato di Lisbona, seppur con personaggi “modesti” come leadership al comando, è un passo positivo.

Resta il fatto che, nello sviluppo geopolitico dell’ “Europa unita”, a noi piacerebbe una spinta più decisa in questo senso. Come il “Movimento Federalista Europeo” auspica (e porta avanti in tante iniziative) tre sono i punti fondamentali dove l’Europa potrebbe rafforzarsi in uno spirito unitario e da subito tornare ad essere un soggetto fondamentale per il mondo. E qui cerchiamo sinteticamente di esporli.

Herman Van Rompuy, nominato presidente del Consiglio europeo

1 – Se la candidatura del presidente della Commissione Europea fosse nata con un’elezione (che poteva essere collegata alle recenti elezioni del Parlamento Europeo) fatta su LISTE UNICHE EUROPEE (un capolista che è anche in candidato a diventare presidente…) l’eletto sulla lista vincitrice avrebbe avuto un riconoscimento dal basso (sul progetto politico della sua lista) assai ragguardevole: è chiaro che il presidente scelto adesso dai governi, Van Rompuy, per quanto bravo possa essere, al tavolo internazionale con l’America, la Cina, viene ad avere un’autorevolezza limitata (è solo un rappresentante di 27 Paesi).

Catherine Ashton, nominata alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza
2 – Il BILANCIO EUROPEO è fatto dell’uno per cento del prodotto interno lordo di tutti i 27 paesi; ed è già motivo di sprechi colossali, e inoltre i 27 paesi cofinanziatori voglio il “giusto ritorno” ai soldi che versano. Una politica europea sana e dinamica richiede un bilancio “vero”, creando anche un Ministro delle Finanze, con regole fiscali e di gestione delle entrate uniche e virtuose ( la “mano” che prende i soldi è la mano che li spende, senza sprecarli ma su progetti non di distribuzione a pioggia fra i vari paesi, ma progetti unici europei).

3 – La Unione Europea dovrebbe con più convinzione esercitare una POLITICA ESTERA E DELLA SICUREZZA. Cosa può voler essere l’Europa nel mondo? Potrebbe essere un protagonista assoluto per la creazione di una FORZA DI PACE. C’è già l’idea di costruire una “forza di reazione rapida”, di polizia, per i casi di conflitti civili devastanti per popolazioni… e questa “forza di pace” potrebbe essere formata non solo da forze di polizia, ma anche su base volontaria dove “operatori di pace, di missione, di progetti umanitari” potrebbero farne parte…

………..

UN FUTURO SENZA EUROPA

di Mario Deaglio, da “La Stampa” del 18/11/2009

Il viaggio in Asia di Barack Obama ha aperto una fase totalmente nuova per l’economia e la politica mondiale. Per rendersene conto può essere utile aprire una carta geografica del mondo e cercarvi le Hawaii, dove il presidente Obama è nato 48 anni fa. Piantate in mezzo al Pacifico, queste isole distano circa 8000 chilometri da Washington e 8500 da Pechino. Mentre l’Europa si trova a circa 12 mila chilometri. L’Europa è uno dei luoghi geograficamente più lontani dalle Hawaii; basti pensare che per andare a Mosca da Honolulu la rotta più breve passa da Tokyo e non da Londra o Parigi. Il Presidente Obama ha inoltre frequentato le scuole elementari a Giacarta, in Indonesia.
Prima ancora di qualsiasi ragionamento economico o politico ci sono qui premesse molto solide per spiegare l’importanza che egli attribuisce all’area del Pacifico. Obama è un autentico «uomo del Pacifico», mentre quasi tutti i presidenti recenti provenivano prevalentemente dalla costa atlantica e dall’emigrazione europea e spesso avevano ricevuto parte della loro educazione superiore in Europa.

Alla propensione culturale si aggiunge, in maniera prepotente, la realtà dell’economia: dai Paesi asiatici bagnati dal Pacifico (Cina, India, Giappone e «tigri asiatiche») dal 2001 a oggi è derivato circa il 55 per cento della nuova produzione mondiale ossia del «di più» che si è prodotto rispetto al Duemila. Se a quest’Asia dinamica aggiungiamo l’America del Nord arriviamo al 70 per cento della nuova produzione mondiale mentre da un’Europa Occidentale assai poco dinamica – che pure è complessivamente, la seconda area economica del pianeta – è derivato appena l’11-12 per cento. Grazie alla crisi attuale, secondo le più recenti proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, nel 2009 la produzione mondiale scenderà dell’1,1 per cento per il pesante arretramento dell’area dell’euro e, in misura minore, degli Stati Uniti; i Paesi dinamici dell’Asia cresceranno del 6,2 per cento.
Siamo in presenza di un’inversione dei «poli economici» del mondo: dopo circa duecento anni in cui gli incrementi produttivi e le realizzazioni tecnologiche sono avvenute in grandissima prevalenza nei Paesi prossimi all’Atlantico Settentrionale, ora non solo il centro dell’attività produttiva, ma anche quello delle tecnologie e della ricerca scientifica si sta spostando verso i Paesi che si affacciano sul Pacifico (e, in parte, sull’Oceano Indiano). La nuova Asia che Obama ha davanti non è quella che produce magliette a prezzi stracciati, ma quella le cui esportazioni elettroniche sono più del doppio di quelle americane, che sa costruire treni ad alta velocità e mandare astronauti nello spazio e che crea più di metà del software del mondo. In un recente libretto, un noto intellettuale francese, Alain Minc, ha avanzato l’ipotesi che entro breve tempo tutti i premi Nobel possano essere conferiti ad asiatici.
La nuova politica americana parte dalla presa d’atto di questa situazione e dalla volontà degli Stati Uniti di partecipare – senza far giocare più di tanto le superiori dimensioni dell’economia americana quasi certamente destinata a essere tra breve raggiunta dalla Cina – a questo nuovo orizzonte e alle prospettive che così si aprono alla stessa America e al mondo. Lo strumento più probabile di collaborazione sarà un settore industriale che ancora non esiste, quello energetico-ambientale, nel quale confluiranno tecnologie diverse e che farà diminuire fortemente l’importanza economico-politica del settore petrolifero. Per il forte carattere innovativo di questa possibile e difficile politica industriale a livello mondiale, America e Asia hanno platealmente rifiutato di essere vincolate a priori dalla conferenza di Copenhagen, fortemente voluta soprattutto dagli europei.
L’Europa, per la prima volta da tempi immemorabili, non viene neppure formalmente invitata al tavolo dei grandi. Di fronte a un simile dinamismo e a quest’ampiezza di visioni si scopre vecchia, stanca e divisa. E’ bastata l’opposizione testarda di un pugno di elettori irlandesi e del presidente della Repubblica Ceca a bloccare a lungo un progetto di costituzione, che non è certo il più elevato esempio di quella democrazia che gli europei spesso considerano il miglior prodotto della loro civiltà. All’interno dei singoli Paesi, una selva di interessi – sicuramente legittimi ma minoritari – blocca trasformazioni che possano davvero garantire lavoro per i giovani e pensioni per gli anziani: gli oppositori dell’alta velocità, gli agricoltori per le vie di Bruxelles, gli scaricatori dei porti, i membri di ordini professionali che non gradiscono concorrenza hanno finora fatto prevalere le visioni «corte» rispetto alle visioni «lunghe» che vanno di moda nel Pacifico.
Discuteranno del futuro di tutti, compreso il nostro, senza di noi. Il prossimo «governo» europeo (ancora sfornito di veri poteri) ha un compito molto difficile (… ) (Mario Deaglio)

………….

La riforma della Ue rafforza i poteri dell’ Europarlamento

di Anna Zavaritt, da “il Sole 24ore” del 2/11/2009

È cominciato il countdown: tra otto giorni, martedì 1°dicembre, entrerà in vigore il Trattato di Lisbona.

Intanto con le nomine del belga Herman Van Rompuy alla presidenza e dell’inglese Catherine Ashton agli Esteri, sono state poste le due tessere istituzionali più importanti. Tutto è pronto, quindi dopo il travagliato sì pronunciato dalla Repubblica ceca, l’ultimo dei 27 stati membri a ratificare quella che inizialmente avrebbe potuto essere la nuova carta costituzionale del Vecchio continente.

Il testo ridefinisce la composizione numerica e alcune delle prerogative degli organi comunitari, introducendo la nomina biennale (che sostituisce la rotazione semestrale) del presidente del Consiglio Ue e il ministro degli Affari esteri europeo. E se da una parte per la prima volta nella storia comunitaria è stata introdotta la possibilità di recedere dall’Unione, dall’altra l’Europarlamento avrà poteri più estesi, in nuovi ambiti (ambiente, agricoltura e immigrazione), e sarà anche numericamente più forte (da 736 a 751 seggi, di cui 73 all’Italia).

Sorte inversa per la Commissione, che dal 2014 sarà composta da un numero di membri pari a due terzi degli stati Ue (e non più 27 commissari, uno per ogni paese).

Gli equilibri cambieranno anche in seno al Consiglio europeo, il direttivo che rappresenta gli stati membri: dal 1° gennaio 2010 infatti la presidenza non sarà più a turnazione semestrale, ma durerà due anni e mezzo, sarà rinnovabile una volta e incompatibile con altri incarichi a livello nazionale. Dal 2014 sarà inoltre introdotta una doppia maggioranza qualificata nel conteggiare i voti, abbandonando quindi l’unanimità: a favore di una decisione dovrà votare almeno il 55% degli stati in rappresentanza di almeno il 65% della popolazione totale della Ue.

Fino al 2017 resterà in vigore la cosiddetta “clausola di loannina”, che consente a un blocco di paesi rimasti in minoranza di chiedere il rinvio «per un tempo ragionevole» di una decisione assunta dalla maggioranza ma con margini ristretti.

L’altra nuova figura prevista dal Trattato di Lisbona è l’Alto rappresentante per la politica estera, formalmente vietato chiamarlo ministro, chiamato ad affiancare il presidente del Consiglio Ue nelle scelte strategiche a livello internazionale. La neoeletta Ashton avrà però un “doppio cappello” , perché sarà anche uno dei vicepresidenti della Commissione, con carica quinquennale, e dovrà gestire il ricco budget europeo di aiuti ai paesi terzi (circa o miliardi di euro).

Riforme istituzionali, quindi, ma non tutte lontane dalla vita dei cittadini. Anzi, il Trattato introduce uno strumento di proposta legislativa popolare. Con un milione di firme cittadini appartenenti a un «numero significativo» di stati membri si potrà invitare la Commissione a presentare una proposta di tipo europeo per raggiungere gli ambiziosi obiettivi di crescita e sviluppo definiti dal Trattato.

Infine le istituzioni europee – e gli stati membri quando applicano la legge comunitaria – sono tenute al rispetto dei diritti sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali (diritti individuali connessi alla dignità dell’uomo; di libertà, di uguaglianza, di solidarietà; diritti legati alla cittadinanza e alla giustizia), che diventa un vero e proprio vademecum di condotta per tutta la Ue.

1- PRESIDENTE PER DUE ANNI. Il Trattato di Lisbona, che entra ufficialmente in vigore dall’ dicembre 2009, ha istituito la figura del presidente del Consiglio europeo. Il neoeletto belga Herman Van Rompuy  entrerà in carica il 1° gennaio 2010, con un mandato di due anni e mezzo e non più di durata semestrale a rotazione tra i 27 stati. Il Consiglio, che si riunisce dal 1961, è nato con l’obiettivo di decidere in maniera meno formale gli indirizzi strategici dell’Europa. Con il trattato di Maastricht (articolo 4) è diventato a pieno titolo organo dell’Unione, composto dai capi di stato o di governo dei paesi Ue, assistiti dai ministri degli esteri, nonché dal presidente della Commissione europea e da un altro membro della Commissione. Si riunisce in seduta ordinaria ogni anno a giugno e a dicembre a Bruxelles, fornendo poi al Parlamento una relazione della riunione.

2- IL MINISTRO DEGLI ESTERI. Poteri ampliati per Catherine Ashton, neoeletta alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza (anche se non si chiamerà ministro degli esteri come previsto dalla Costituzione). Sarà al tempo stesso vicepresidente della Commissione e gestirà il ricco budget europeo di aiuti ai paesi terzi (circa 50 miliardi di euro). Scompare infatti la figura del commissario alle relazioni esterne.

3- IL SISTEMA DI VOTO. Gran parta delle materie sarà decisa a maggioranza. L’unanimità (con la possibilità di veto da parte di uno qualsiasi degli stati membri) rimane per le questioni fiscali, di politica estera e per pochi altri ambiti. La Gran Bretagna gode però di alcune esclusioni in materia di giustizia e affari interni. Nel Consiglio dal 2014 si avrà una maggioranza se a favore di una decisione voterà almeno il 55% degli stati in rappresentanza di almeno il 65% della popolazione totale della Ue. Fino al 2017 vige la cosiddetta clausola di “Ioannina” (dal nome della città greca dove è stata elaborata nel 1994), che consente a paesi rimasti in minoranza di chiedere il rinvio di una decisione assunta con una maggioranza molto ristretta per «un periodo di tempo ragionevole».

4- COMMISSIONE PIU’ MAGRA. Dal 2014 La Commissione europea si riduce: non avrà più 27 commissari (uno per stato membro), ma un numero pari a due terzi degli stati membri. Il trattato contiene una clausola secondo la quale, se la maggioranza dei parlamenti nazionali si esprime contro una bozza di direttiva della Commissione, quest’ultima deve riesaminare la propria proposta. Se decide di non modificarla, dovrà fornire spiegazioni scritte.

5- PARLAMENTO PIÙ FORTE. Il numero di seggi del Parlamento europeo salirà da 736 a 751. All’Italia ne spetterebbero73, come alla Gran Bretagna. Ma Bruxelles sarà anche dotato di nuovi poteri per quanto riguarda la legislazione e il bilancio della Ue e gli accordi internazionali. In particolare, l’estensione della procedura di codecisione garantirà al Parlamento europeo una posizione di parità rispetto al Consiglio, dove sono rappresentati gli Stati membri, per la maggior parte degli atti legislativi europei.

6- LA CARTA DEI DIRITTI. Il trattato di Lisbona rimanda alla Carta come vero e proprio catalogo dei diritti di cui tutti i cittadini Ue dovrebbero godere nei confronti delle istituzioni europee e delle garanzie vincolanti del diritto comunitario. I sei capitoli della Carta riguardano: i diritti individuali connessi alla dignità dell’uomo; la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà; i diritti legati alla cittadinanza e alla giustizia. Questi diritti sono derivati essenzialmente da altri strumenti internazionali, come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, e vengono così giuridicamente integrati nell’Unione. Le istituzioni europee sono tenute al rispetto dei diritti sanciti dalla Carta. Gli stessi obblighi incombono agli stati membri quando attuano la legislazione della Ue. La Corte di giustizia provvederà alla corretta applicazione della Carta. L’inserimento di un riferimento alla Carta nel Trattato non altera i poteri dell’Unione, ma offre maggiori diritti e libertà ai cittadini.

7- LE PETIZIONI POPOLARI. Viene anche introdotto uno strumento di democrazia diretta. Secondo questa nuova disposizione, un milione di cittadini provenienti da un numero significativo di Stati membri possono prendere l’iniziativa di invitare la Commissione a presentare una proposta su questioni per le quali reputano necessario un atto giuridico dell’Unione ai fini dell’attuazione del trattato di Lisbona. I dettagli della procedura saranno definiti con un’apposita normativa.

……………..

Perché Van Rompuy non sarà Churchill

di Gianni Riotta, da “il Sole 24ore” del 24/11/2009

Una colonna dell’europeismo come Mario Monti, sul Corriere della Sera, giornale che fregia la testata con la bandiera a stelle d’oro dell’Unione, e un critico severo di Bruxelles, Wolfgang Münchau sull’euroscettico Financial Times, concordano controcorrente: la nomina dell’oscuro ex premier belga Van Rompuy a presidente del Consiglio Ue va bene, benissimo.
Come sapete la reazione generale, anche al Dipartimento di Stato americano, è opposta. L’Europa s’è detto – e questo giornale ha così scritto per primo, con Enrico Brivio – si accontenta di nomi modesti, a Van Rompuy s’accompagna la sconosciuta baronessa inglese Ashton come ministro degli esteri, e non punta su leader forti, capaci di imporre un punto di vista comunitario alle beghe nazionalistiche delle cancellerie. Un Tony Blair, per fare solo un esempio, avrebbe potuto sedersi da pari a pari con Obama, Hu Jintao e Putin, e non limitarsi a prendere appunti se convocato da Merkel o Sarkozy. Difficile invece immaginarsi Van Rompuy tenere botta a Washington e Mosca, o avanzare un’agenda non già omogeneizzata da Berlino e Parigi.
L’obiezione di Monti e Münchau va però valutata bene, perché viene da due analisti non inclini alla propaganda e affezionati ai ragionamenti. La diagnosi è analoga: per Monti, Van Rompuy è «il presidente di un processo di costruzione… capace di creare consenso»; per Münchau «l’uomo giusto al posto giusto», temprato da anni di mediazione «tra fiamminghi e valloni».
Perché un europeista doc e un disincantato si trovano d’accordo? Perché rassegnati, o soddisfatti, nell’accettare l’Europa così com’è, dimessa ogni speranza di leadership globale. Potevamo incarnare questo progetto futuro in un presidente, o una presidente, forte e abbiamo scelto il bonsai Van Rompuy&Ashton. La crisi finanziaria e la morte della Costituzione, mal redatta da Giscard d’Estaing e perciò bocciata dagli elettori, hanno lasciato in mano ai governi solo ambizioni nazionali.
Van Rompuy, con tutte le sue virtù di mediatore, siederà a capo di un gran condominio, popolato da inquilini di mezza età, benestanti ma non troppo, che protestano a viva voce se i giovani disoccupati tirano tardi rumorosi in cortile, e stringono borsetta e portafogli alla vista di un lavoratore immigrato. Il problema, qui han ragione Monti e Münchau, non sono Van Rompuy o la baronessa. Il guaio è il calcolo, domestico e cinico, che ha persuaso Sarkozy e Merkel a imporli. Scegliere interlocutori magari capaci di mediare, ma sempre sulla base di quanto loro proposto, incapaci di far avanzare il discorso politico del continente.
Il sogno di un’Europa leader di pace e sviluppo, ancora vivo ai tempi della presidenza Ue di Prodi, euro e allargamento a Est, è rinviato, sine die. Non più tardi del maggio 2000, parlando all’Università Humboldt di Berlino, il ministro tedesco Joschka Fischer poteva genialmente affermare «l’euro è un progetto politico». Allora la Turchia voleva essere ingaggiata in un processo che l’avrebbe riportata a una cittadinanza europea antica come i greci, i romani, i bizantini. La difesa comune europea sembrava creare infine quell’esercito unitario proposto dall’ormai anziano Winston Churchill al neonato Consiglio d’Europa, in storiche sedute che ebbero addirittura come cronista Eugenio Montale.
Nulla di queste speranze è oggi vivo. La Costituzione s’è ristretta a lottizzazione e burocrazia. La Turchia deve guardare all’Asia e, semmai, all’America. L’euro è superbo contro il dollaro ai saldi di Natale, ma non sarà la divisa del XXI secolo. Le radio portatili militari europee stentano a parlarsi tra loro, ed è difficile rifornire un blindato di un paese dall’autocisterna di un altro.
Che Van Rompuy sappia ben mediare, temprato da estenuanti negoziati nelle lande care a Brueghel il Vecchio, non dubitiamo. Piuttosto, siamo afflitti dalla mancanza di ambizione, davanti a un G-20 dove i paesi dell’Unione peseranno sempre meno (l’Italia retrocederà al numero 15 in pochi anni). Gli Stati Uniti già ponderano il sorpasso di popolazione in età da lavoro sulla Cina, entro il 2050 (chi l’avrebbe mai detto?).
La stizza con cui Parigi e Londra difendono gli obsoleti scranni al Consiglio di sicurezza Onu, ai danni di Roma, Berlino, Madrid ricorda un aristocratico decaduto che non rinuncia ai coltelli d’argento senza più lama: un seggio europeo unico che valore morale altissimo, ancor prima che geopolitico, avrebbe avuto!
Questi son fatti, il resto, purtroppo, auspici ben educati ai quali associarsi è giusto, ma inutile. Se poi, invece, il felpato ex premier belga e la sobria baronessa inglese smentiranno i fatti, inverando gli auspici, saremo i primi a rallegrarcene. E offriremo in penitenza moules et pommes frites alla moda di Bruxelles, annaffiate da schiumante Bass ale inglese. Ma non ci contate. (Gianni Riotta)

…………

UN BASSO PROFILO UTILE ALL’EUROPA

di Pietro Manzini 24.11.2009, da http://www.lavoce.info/

Sono forse nomine di basso profilo quelle che hanno portato Herman Van Rompuy alla carica di presidente del Consiglio europeo e Catherine Ashton a ricoprire il ruolo di alto rappresentante per gli affari esteri. Ma non è detto che siano sbagliate. Perché secondo il Trattato il presidente non ha spazi per elaborare una propria linea d’azione e dunque ben venga un mediatore. E un ministro degli Esteri britannico può permettere la fusione tra le ambizioni internazionali del Regno Unito e dell’Unione Europea.

Se si parte dal presupposto che Tony Blair sarebbe stato il perfetto “presidente dell’Europa”, la scelta di Herman Van Rompuy per quell’incarico e di Catherine Ashton per il posto di alto rappresentante per gli affari esteri è indubbiamente, come ha commentato gran parte della stampa, low profile.
Tuttavia se lasciamo da parte le qualificazioni generiche come “presidente dell’Europa” e consideriamo la realtà politica e giuridica degli incarichi apicali europei, le scelte degli Stati possono essere qualificate come minimaliste, ma forse hanno anche qualche merito.
IL RUOLO DEL PRESIDENTE
Apparentemente la posizione di presidente del Consiglio europeo è quella politicamente più importante di tutta l’Unione. Il Consiglio europeo infatti raccoglie i capi di Stato e di governo e, secondo il trattato, “definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali” dell’Unione Europea: ne è il cuore e l’anima. Parlamento, Commissione e Consiglio traducono in atti legislativi ciò che il Consiglio europeo decide sul piano politico.
Tuttavia il suo presidente ha un ruolo molto limitato. Secondo il Trattato, “presiede e anima i lavori”, ne assicura la “preparazione e la continuità”, si adopera per “facilitare la coesione e il consenso”, e infine presenta al Parlamento una relazione dopo ciascuna delle riunioni del Consiglio. Dunque più che un presidente è un chairman. Più che fare il leader, deve fare il padrone di casa.
Ancora meno il presidente può fare sul piano internazionale. Sempre secondo il Trattato, “assicura al suo livello la rappresentanza esterna dell’Unione” per le materie relative alla politica estera e di sicurezza. Ma lo deve fare “fatte salve le attribuzioni all’alto rappresentante”. Sennonché quest’ultimo ha attribuzioni a 360 gradi, e dunque gli spazi a disposizione del presidente nell’arena internazionale sono ristrettissimi. Ancora: il presidente del Consiglio potrà avvalersi solo di uno staff ridotto e di budget limitato. Tutta la macchina amministrativa, infatti, continua a essere nelle mani della Commissione.
Infine, esiste un limite intrinseco in questa nuova figura. Il presidente del Consiglio europeo non può elaborare una sua linea politica perché l’istituzione che preside non ammette, per definizione, una posizione politica diversa dalla sintesi dei 27 differenti interessi nazionali espressi dagli Stati membri. Il presidente deve limitarsi a favorire e ratificare questa sintesi, e non ha spazi per elaborare una sua propria linea d’azione.
Dunque, a ben vedere, questo incarico si attaglia molto meglio a Van Rompuy, grande mediatore della politica belga, piuttosto che all’“ingombrante” Tony Blair.
E QUELLO DELL’ALTO RAPPRESENTANTE
Diverso il discorso per l’alto rappresentante, vale a dire il ministro degli Esteri europeo. Insieme a José M. Barroso, è l’unico che siede sia nel Consiglio europeo sia nella Commissione. Riassume in sé gran parte dei poteri che, prima di Lisbona, erano divisi tra il vecchio alto rappresentante (Javier Solana) e il commissario per le Relazioni esterne. “Conduce a nome dell’Unione il dialogo politico con i terzi ed esprime la posizione dell’Unione nelle organizzazioni internazionali e in seno alle conferenze internazionali”.

Nel suo compito, poi, il ministro potrà avvalersi di un vero e proprio servizio diplomatico europeo. Il servizio, previsto dal trattato di Lisbona, sostituirà gradualmente quelli nazionali, sarà ramificato in tutto il mondo e dotato di notevoli mezzi economici e umani. Henry Kissinger si domandava chi dovesse chiamare per parlare con l’Europa di politica internazionale. Ora gli europei sono in grado di fornirgli un nome e un numero di telefono.
L’incarico poteva essere affidato a Tony Blair? Per la sua notorietà nel mondo appariva il candidato ideale, ma è certo che, in ogni caso, non avrebbe potuto interpretare in maniera dinamica e forte il suo ruolo. Considerato il quadro politico e istituzionale dell’ Unione, si sarebbe comunque trovato a muoversi nei limiti fissati, da un lato, dai 27 Stati membri e, dall’altro, dal presidente della Commissione, che rimane pur sempre il motore amministrativo e legislativo dell’Unione. Catherine Ashton non ha il peso politico e l’esperienza di Blair, ma potrebbe rivelarsi più adatta di lui ad abitare nel delicato equilibrio dei poteri europei.
Ma l’aspetto più positivo di questa scelta sta nella nazionalità della Ashton. Questa nomina è l’occasione per cercare la fusione tra le ambizioni internazionali britanniche e dell’Unione Europea. Il Regno Unito, senza il peso economico e politico dell’Europa, è destinato ad essere sempre più un attore velleitario. L’Unione si gioverebbe della straordinaria esperienza diplomatica e della visione globale della più grande ex potenza coloniale. Alternative? L’irrilevanza internazionale di entrambi.

………..

Dalla fine dell’ impero romano ai rischi del XXI secolo Il saggio Lo storico Patrick J. Geary e l’ origine di un continente

La nazione etnica: se ritorna la minaccia di un mito violento

(Paolo Mieli, da “il Corriere della Sera”)

Nascita dell’ Europa e rivendicazione di sovranità: così da Est a Ovest l’ identità si impose come ideologia.

È vero che l’ origine delle nostre identità nazionali risale a mille e cinquecento o duemila anni fa? L’ editore Carocci si accinge a tradurre Il mito delle nazioni – Le origini medievali dell’ Europa, un importante libro dello storico statunitense Patrick J. Geary che fa a pezzi questa radicata convinzione. Nella prefazione all’edizione italiana di questo testo, un grande medievista, Giuseppe Sergi, ricorda il dibattito che nel Novecento ha diviso i cultori della materia in «primordialisti», «perennisti» e «modernisti» («cioè tra coloro che ritengono le identità nazionali, nell’ ordine, senza tempo e “naturali”, oppure di radici antiche e di lunghissima durata, o in gran parte costruite e inventate in età moderna») e fissa un punto di svolta per questo genere di studi nell’anno 1979 quando fu pubblicato il monumentale libro di Herwig Wolfram che distruggeva, fino a negarla, l’ identità dei Goti.

E il discorso non vale solo per i Goti. In sostanza tutti quei popoli a cui in Europa ci richiamiamo per dare lustro alla nostra identità di oggi, in quanto tali non sono mai esistiti. Del resto di quei secoli si sa poco – chi è interessato a farsene un’ idea la più aggiornata deve assolutamente leggere Dieci secoli di medioevo di Renato Bordone e del Giuseppe Sergi di cui si è appena detto, pubblicato da Einaudi – e l’ ignoranza ha favorito la creazione di miti delle origini: è l’ «oscurità» dell’ Alto Medioevo, afferma Geary, «a renderlo facile preda dei sostenitori del nazionalismo etnico; alcune rivendicazioni possono essere fondate impunemente su un’ appropriazione del periodo delle migrazioni, proprio in quanto pochissimi lo conoscono davvero».

Due storici dell’ antichità, soprattutto Erodoto ma anche Tacito, ci hanno messi in guardia dagli «effetti perniciosi» della classificazione di popoli diversi da quello a cui appartiene chi si occupa di storia. Discorso che vale per l’ antichità ma anche per tempi successivi. E infatti ai nomi di popoli che abbiamo imparato a scuola corrispondono «sempre» (sostiene Sergi) nell’ Alto Medioevo «federazioni provvisorie di aggregati tribali la cui stessa composizione è mutevole all’ interno».

Talché si può dire che la storia delle nazioni che hanno popolato l’ Europa nell’ Alto Medioevo non comincia nel VI secolo, bensì nel XVIII quando se ne è cominciato a parlare. Ciò non significa che gli uomini che hanno vissuto mille e cinquecento anni fa non avessero un senso nazionale o di identità collettiva, ma questo senso era tutt’ altra cosa da come ce lo ha presentato la storiografia degli ultimi due secoli. Ben lungi dall’ essere neutrali, i metodi moderni nell’ ambito della ricerca storica e della storiografia sono stati sviluppati in funzione degli obiettivi perseguiti dai nazionalisti.

Sostiene Geary che la storia moderna è nata nell’Ottocento appunto come strumento al servizio dell’ ideologia nazionalista e in quanto tale ha trasformato la nostra visione del passato in «una discarica di rifiuti tossici intrisa dei miasmi del nazionalismo etnico» i quali si sono insinuati nei recessi più reconditi della coscienza popolare: «Bonificare questa discarica – afferma – è la sfida più grande con cui gli storici devono oggi fare i conti».

Le rivendicazioni di sovranità cui oggi assistiamo in Europa a est come a ovest, dice dunque l’ autore de Il mito delle nazioni, sono una creazione del XIX secolo, un’ epoca nel corso della quale la combinazione tra le filosofie politiche romantiche di Rousseau e Hegel, la storiografia «scientifica» e la filologia indoeuropea hanno prodotto il nazionalismo etnico: questa pseudoscienza ha condotto l’ Europa, per ben due volte, alla distruzione e potrebbe tornare a farlo.

La vera natura dei popoli europei nel corso del primo millennio era molto più fluida, complessa e dinamica di quanto immaginino i moderni nazionalisti. I nomi di questi popoli possono sembrarci familiari dopo un migliaio di anni, ma le realtà sociali, culturali e politiche che essi definivano erano radicalmente diverse da ciò che sono oggi. «Per questa ragione – afferma Geary – abbiamo bisogno di un nuovo approccio che ci consenta di capire che cosa furono i popoli d’ Europa, in particolare nel corso di quel periodo di formazione dell’ identità europea che fu il primo millennio; dobbiamo anche capire come certi preconcetti, che nel Novecento hanno richiamato milioni di uomini nelle strade e ne hanno spediti ancor più nella tomba, abbiano preso forma soltanto un secolo fa».

Ma in che consiste il mito? Qualsiasi studente di storia dell’ Europa occidentale, sintetizza Geary, conosce a memoria un certo tipo di racconti: un giorno, i popoli germanici, come i Burgundi, i Goti o i Longobardi, che vivevano nel sud della Scandinavia, hanno intrapreso una lunga marcia verso sud, spinti dai cambiamenti climatici, dalle carestie, dalla sovrappopolazione o per altre cause ancora ignote. Questi popoli hanno attraversato tutta l’ Europa, portando con sé le loro lingue, i loro costumi, le loro tradizioni e trasmettendo la loro identità ai propri figli, nel corso di migrazioni che si sono susseguite per diverse generazioni, fino ai giorni in cui si sono ritrovati ai confini dell’ impero romano. Lì, guidati da eroici re-guerrieri discendenti di antiche famiglie reali o nobili, hanno sfidato il potere di Roma e si sono ritagliati dei regni sui resti dell’ impero.

Fra questi Germani eroici si possono menzionare l’ ostrogoto Teodorico, discendente dell’ antica famiglia reale degli Amali; Alarico, il capo dei Visigoti, che era della dinastia dei Balti; Alboino, il capo dei Longobardi, che apparteneva alla famiglia dei Gauti; il franco Clodoveo, membro della famiglia reale merovingia… È in nome di questo lontanissimo passato che nell’ Ottocento e nel Novecento alcuni leader hanno incitato i loro popoli ad aspirare prima e a lottare poi per la loro nazione. Ma, afferma Geary, «niente nei documenti di cui disponiamo giustifica queste rivendicazioni storiche e linguistiche, indipendentemente dalla loro carica emotiva».

Niente. «La corrispondenza tra i “popoli” altomedievali e i popoli contemporanei è un mito».

Appunto: «Il mito delle nazioni». Se c’ è un modo con il quale lo studio di quei primi secoli dell’ era cristiana può aiutarci a far luce sull’ oggi questo è assai più sofisticato. Qualche anno fa, in un bellissimo libro edito da Laterza, Alessandro Barbero ha provato a individuare – tra mille cautele – i tratti che favoriscono un’identificazione tra quel che è possibile osservare nei tempi attuali e quel che accadeva duemila anni fa: oggi come allora viviamo in un mondo che si considera prospero e civile, segnato da disuguaglianze e squilibri al suo interno, ma forte di un’amministrazione stabile e di un’economia integrata; all’ esterno, popoli costretti a sopravvivere con risorse insufficienti, minacciati dalla fame e dalla guerra, e che sempre più spesso chiedono di entrare; una frontiera militarizzata per filtrare profughi e immigrati; autorità di governo che devono decidere volta per volta il comportamento da tenere verso queste emergenze, con una gamma di opzioni che va dall’allontanamento forzato all’accoglienza in massa, dalla fissazione di quote d’ ingresso all’ offerta di aiuti umanitari e posti di lavoro.

Poi, proseguiva Barbari (questo il titolo del libro), a partire dalla crisi del III secolo l’ immigrazione rappresentò per l’ impero romano una risorsa indispensabile: tanto il ripopolamento delle campagne spopolate dalla guerra e dalle epidemie, quanto il reclutamento di un esercito in un contesto di ossessiva fame di uomini, finirono per dipendere in larga misura dalla capacità del governo di accogliere immigrati o, in caso di bisogno, di organizzare deportazioni forzate verso l’ interno dell’ impero.

E «nonostante l’ estrema brutalità con cui queste operazioni venivano normalmente condotte nonché la paurosa corruzione degli apparati incaricati di gestirle, esisteva comunque un consenso di fondo sulla necessità di questa manodopera e sull’ opportunità di favorirne l’ assimilazione». Anche Geary si sofferma sulla crisi del III secolo e ne parla come di un fenomeno complesso provocato dalla crescente pressione esercitata sulla frontiera danubiana, in Nordafrica e al confine con la Persia, così come dal calo demografico e dalla crisi politica in Italia, centro tradizionale del potere romano.

Questa crisi ebbe come esito uno spostamento dell’ asse del potere dall’ Italia alle frontiere dove l’ esercito cercava di contenere i barbari. Da quel momento gli imperatori non furono più «creati» nei vecchi centri dell’ impero, ma vennero scelti e addestrati fra i comandanti delle truppe stanziate lungo le frontiere. Quando questi «imperatori da caserma» si rivelarono incapaci di soddisfare le rivendicazioni economiche dei loro soldati o di guidarli alla vittoria contro gli eserciti rivali così come contro i nemici barbari, furono assassinati dalle proprie truppe.

Tra il 235 e il 284, diciassette imperatori su venti andarono incontro a una morte violenta, spesso dopo solo qualche mese di travagliato governo. I costi per sostenere una macchina militare sempre più dispendiosa e ciò nonostante inefficace, divennero un peso insostenibile proprio per quei gruppi che in passato avevano più beneficiato del sistema imperiale: i proprietari terrieri delle province. Questi ultimi a loro volta ne scaricarono i costi sulle spalle di coloni e schiavi e di conseguenza l’impero dovette affrontare un periodo di rivolte sempre più gravi nonché di abbandono delle terre da parte dei contadini. A questo punto l’ imperativo più urgente era quello di domare la minaccia rappresentata dai barbari.

Tra il 253 e il 275, cioè nella stagione che va da Gallieno ad Aureliano, furono impartite brutali sconfitte ai Franchi, agli Alamanni e infine ai Goti; dopodiché le incursioni continuarono in modo sporadico ma per un altro secolo le frontiere rimasero essenzialmente sicure. Anche perché per gli eserciti barbari la sconfitta equivaleva alla distruzione della loro identità. Il livello di devastazione causato dalle invasioni barbariche nell’impero non era nulla se paragonato alle distruzioni e ai massacri perpetrati dagli eserciti romani in occasione delle loro spedizioni al di là del Reno o del Danubio.

Uno scritto del 310 descrive il trattamento riservato ai Brutteri dopo una spedizione punitiva guidata da Costantino: i barbari furono intrappolati in una regione di foreste impenetrabili e di paludi; gran parte di loro furono uccisi, il loro bestiame confiscato, i loro villaggi dati alle fiamme; tutti gli adulti furono dati in pasto alle belve nell’ arena e i bambini venduti come schiavi.

Nel 270, dopo aver vinto il loro esercito, l’ imperatore Aureliano strinse un trattato con i Vandali che divennero federati dei Romani e prima della fine del secolo trattati di questo genere furono conclusi anche con i Franchi e con i Goti, che divennero a tutti gli effetti amici di Roma; cosicché nelle zone di confine si fronteggiarono da quel momento fazioni barbare filoromane e antiromane.

Sosteneva però poi Barbero a conclusione del suo libro che la situazione precipitò definitivamente quando l’ impero si vide costretto a lasciar entrare moltitudini di gente che in realtà non sapeva come sistemare e a proporre loro sistemazioni troppo precarie per essere soddisfacenti; «quando cioè sotto la spinta delle circostanze non si poté più parlare di una politica dell’ immigrazione, come quella che bene o male, in modi brutali e corrotti, aveva comunque permesso di accogliere una moltitudine di profughi e immigrati, e di rinnovare profondamente la composizione etnica degli stessi gruppi dirigenti».

A partire da allora, «gli stanziamenti delle bande barbariche e dei loro capi sul suolo delle province d’Occidente, e gli obblighi di mantenimento imposti alle popolazioni provinciali, comportarono sempre più spesso una perdita dell’ effettivo controllo governativo su quei territori, e la nascita con il tempo di regni dapprima autonomi e poi a tutti gli effetti indipendenti». E fu la caduta dell’ impero romano d’ Occidente.

Finché si giunse, racconta Geary, alla creazione nel VI secolo di nuovi regni territoriali in quello che era stato l’ impero romano, cosa che mutò tanto la natura dei popoli che diedero i loro nomi a queste entità regionali, quanto quella dei «nuovi» barbari che si stabilirono nelle zone di frontiera abbandonate da questi gruppi. Ciò che si tradusse in una parziale cancellazione dei limiti che separavano i Romani dai barbari, se non nella loro totale abolizione.

Per tutto il IV e il V secolo, la linea di divisione principale nella società era stata quella che separava i romani dai barbari. Se nell’ Antichità classica la parola «barbaro» faceva risuonare almeno una sia pur leggera nota di disonore, nel mondo militare della Tarda Antichità gli eserciti federati accettavano di buon grado questo termine in quanto percepito come una designazione neutra, o addirittura positiva, della loro identità non romana, un’ identità collettiva assai più stabile della miriade di nomi tribali che potevano essere affibbiati alle loro famiglie e ai loro eserciti.

E all’ inizio del VII secolo, questa distinzione tra Romani e barbari aveva perso qualsiasi significato. La cittadinanza romana non aveva alcun valore; gli abitanti delle regioni erano divisi in base all’ appartenenza a una determinata classe sociale, non in base alla lingua, alle usanze o alla legge. Il termine «barbaro», quindi, cominciò ad assumere un nuovo significato: quello di straniero e, sempre più spesso, quello di pagano. E quando dei cristiani vengono definiti barbari, la parola ha una connotazione negativa e serve a designare un nemico violento, un nemico che, sebbene cristiano, si comporta come vuole lo stereotipo del pagano. Ed è a questo punto che, conclude Geary, con la scomparsa dei barbari dall’ impero scomparvero anche i Romani. (Paolo Mieli)

In libreria. I molti paralleli fra le emergenze di ieri e oggi:

– Il saggio di Patrick J. Geary, Il mito delle nazioni – Le origini medievali dell’ Europa è in uscita da Carocci (pp. 224, 18,70), con prefazione di Giuseppe Sergi.

– Renato Bordone e lo stesso Giuseppe Sergi pubblicano invece da Einaudi Dieci secoli di medioevo (pp. 430, 26 euro), nel quale si intende depurare il millennio medievale dagli «stereotipi colti» che caratterizzano le conoscenze su questa fase storica.

– Alessandro Barbero ha dato alle stampe qualche tempo fa, con Laterza, il saggio Barbari – Immigrati, profughi, deportati nell’ impero romano (pp. 356, 16), in cui è tracciato un parallelo fra le emergenze del passato e quelle di oggi.   (Paolo Mieli)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...