Geolibri – “Leggere il tempo nello spazio” di Karl Schlogel – quando la geografia si pone l’obiettivo di salvare il mondo

Il mercato centrale di Sarajevo. Luogo di armonia e incontro, tra il convivere di chiese cristiane, moschee, sinagoghe. E il 5 febbraio 1994, qui i cecchini filo-serbi che sparavano dalle colline sulla popolazione inerme (che qui cercava di procurarsi pane e poche possibili vettovaglie), hanno colpito con vari proiettili di artiglieria questo mercato, con 68 morti e oltre 200 feriti tra la popolazione bosniaco musulmana

La bellezza dell’Europa. L’Europa non è stata soltanto l’area della terra bruciata e dello sterminio degli ebrei, bensì anche un continente di incredibile varietà e di inimmaginabile ricchezza. La potente ispirazione a creare la nuova Europa non è affatto possibile senza l’ispirazione della sua ricchezza e della sua bellezza. L’Europa nasce prima di tutto non per paura a come reazione a una minaccia, bensì perché è qualcosa, rappresenta qualcosa. Non sono soltanto la sua letteratura in molte lingue, i suoi idiomi e la sua arte, ma anche e in particolare il suo paesaggio e le città che vi sorgono. Da tali paesaggi trapela tuttora che sono stati paesaggi plurietnici e che ancora lo sono in elementi spuri, che sono il risultato di complicate ibridazioni e situazioni conflittuali che si danno soltanto in queste forme, che rappresentano microcosmi culturali, ancora presenti con tale vivezza di colori soltanto nelle città del Nuovo mondo. Non è facile parlare sinteticamente di Vienna e Trieste, della Bucarest dell’architettura moderna, della Praga di Carlo IV, della Mosca di Fedor Sehtel, della San Pietroburgo di Sergej Djagilev e della Cracovia della cosiddetta età dell’oro senza scivolare nel kitsch e nella nostalgia. Ma anche senza scadere nell’idealizzazione romantica, occorre insistere sulla ricchezza dell’Europa prima della sua violenta disibridazione e della pulizia etnica per trovare un punto fermo su ciò che l’Europa può riuscire a fare. Non riguarda soltanto le grandi metropoli cosmopolite, ma anche i centri delle province europee. Come si può essere europei senza mai essere stati a Riga? Come si può parlare della ricchezza dell’Europa senza pensare ad Odessa? Non bisogna aver sentito nominare almeno una volta Gran Varadino o aver letto qualcosa su Salonicco? Si può essere per l’Europa in coscienza e pienamente convinti soltanto quando si sa qualcosa della sua ricchezza e della sua bellezza. (da “LEGGERE IL TEMPO NELLO SPAZIO – saggi di storia e geopolitica”, di Karl Schlogel, ed. “Bruno Mondadori”, 24 euro).

Karl Schlögel è uno dei massimi storici tedeschi. Insegna Storia dell’Europa dell’Est a Francoforte sull’Oder presso l’Europa-Universität Viadrina. In questo libro, che qui vi proponiamo, si propone di mostrare che lo spazio è una dimensione essenziale della Storia, in cui l’uomo lascia i suoi innumerevoli «geroglifici». Schlogel cerca di mostrare continuamente (in questo scritto che è un saggio di storia e geopolitica, ma anche in altri scritti, mai pubblicati in Italia, e nei suoi articoli su giornali: ve ne abbiamo proposto uno tempo fa su questo blog: https://geograficamente.wordpress.com/2009/03/30/viaggio-senza-meta-in-uneuropa-finalmente-unita-nonostante-tutto/ ), cerca di individuare la bellezza storica, delle origini, dell’Europa, malgrado tutto, oltre gli orrori delle guerre mondiali del ‘900 (scatenate da paesi europei), oltre lo sterminio nazista degli ebrei e altre minoranze; oltre la recente terribile guerra civile e “pulizia etnica” balcanica.

Il luogo dove è accaduto qualcosa diventa significativo di una storia, di un percorso, spesso doloroso. Nei vari capitoli (ognuno a sè, ma tutti col filo conduttore dell’importanza che viene ad assumere il “luogo”) si parla di Berlino e del muro che la divideva; di Sarajevo sotto il tiro dei cecchini serbi nella prima metà degli anni ’90, vista attraverso una vecchia carta di quelli anni; si parla appunto della tragedia della deportazione nazista, attraverso gli orari ferroviari dei convogli del Reich (terribile). Oggetti, carte, strade, città, quartieri, posti di “normalità” che sono stati palcoscenici di vicende molto spesso assai dolorose.

Schlogel si concentra molto sulla necessità di leggere le carte, cioè sull’importanza della cartografia, come forma di rappresentazione dello spazio. E se uno spazio è sì NATURA, poi ARTIFICIO UMANO (l’uomo che lo ha cambiato in qualche modo), ma poi che è anche ACCADIMENTO (cioè ciò che è accaduto e sta accadendo in quel luogo), l’autore sembra voler dire che dobbiamo avere la capacità di “leggere” il luogo che viviamo, o percorriamo, o attraversiamo, e che siamo lì più o meno per caso. Lo dobbiamo vedere, quel luogo, con quello che c’è stato in passato, quel che è oggi e quel che possiamo immaginare potrà essere in futuro: nel bene o nel male, ma il pensiero geografico cerca di simulare sempre la necessità che un luogo sia sempre migliore in futuro di quel che è oggi o è stato in passato, negli accadimenti umani e nel suo essere paesaggio.

Il libro ci sprona ad analizzare un orizzonte storico nuovo, la necessità di studiare la storia nei suoi documenti materiali e spaziali. Ci ricorda come non sia necessario consumare le scale di un Archivio di Stato per sorprendere il passato e vagheggiare altre dimensioni. Possono bastare alcune tracce di un tempo addormentato. Basta saperle leggere queste tracce per scoprire cosa può essere successo in un frammento di passato che ci ha fatti diventare quali adesso siamo. Basta lo scontrino di un caffè come documento storico. Bastano i biglietti del metrò, possono essere interessanti come la vita di una persona. Come gli edifici che ci parlano di ieri e raccontano di noi (Giuseppe Marcenaro).
Il fascino di queste pagine di Schlögel sta nella sua scrittura. Più di un saggio storico o estetico, si tratta di un’opera letteraria tout-court, senza bisogno di altre etichette e qualificazioni accademiche. Tutto questo lo si intende bene nella bellissima recensione di Giuseppe Marcenaro, scritta per “La Stampa Tuttolibri” del 17 ottobre 2009. E qui ve la proponiamo. Poi, di seguito tentiamo di approfondire il discorso dei luoghi, e dell’importanza della lettura geografica di essi, attraverso un articolo apparso su “il Sole 24ore”, sull’anniversario della caduta del muro, di Robert Kaplan, dal titolo “La rivincita della geografia”.

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Karl Schlogel «Leggere il tempo nello spazio» facendo rivivere frammenti perduti che ci svelano chi siamo stati. Sul marciapiede rintocca la Storia

di GIUSEPPE MARCENARO, da “la Stampa” del 17/10/2009 (Tuttolibri)

E’ vero. La storia si «legge» anche sulle arenarie dei marciapiedi. Controprova a Bruxelles. Una lastra troppo grande per essere inserita tra le altre, risultava mezza dentro e mezza fuori dell’alveo cui era destinata. Pigrizia di uno stradino o inconscia botta di surrealismo? Non si poteva fare a meno di pensare a Magritte, i cui dipinti sono l’autentica biografia di assurde atmosfere della capitale dei belgi. La lastra a mezz’aria, incongruo e stravagante geroglifico, è riapparsa nella memoria quando sono arrivato al capitolo «Il selciato del marciapiede» del libro LEGGERE IL TEMPO NELLO SPAZIO di KARL SCHLOGEL. Sono inciampato in una frase illuminante – «Sapeva riconoscere una città dalla descrizione di un marciapiede» – e sono planato su una citazione formidabile tratta da Konstantin Paustovskij, il grandioso memorialista del decennio della rivoluzione russa: «studiavo inevitabilmente tutti i marciapiedi e i selciati c’erano inquietanti gocce di sangue borsellini vuoti e documenti di identità strappati pacchetti di sigarette egiziane, ami arrugginiti, bottoni, monete di rame, chiodi e mozziconi, ma nessuno vi prestava attenzione».

Per me una conferma e un premio autoassegnato per il riguardo rivolto, a suo tempo, a una lastra abbandonata a tradimento su un marciapiede di Bruxelles. Come un flaneur della parola scritta, per arrivare a quella parte del libro di SCHLOGEL che esplora i selciati della città ero già transitato nella parte intitolata «LEGGERE LE CARTE», dove si tratta di come il mondo abbia spazialità in una carta geografica e l’ordine del pianeta stia nelle linee fittizie che formano la sua illusoria proiezione in una rappresentazione grafica. Nella combinazione di nomi, di segni e di frontiere, in un groviglio statico e assolutamente provvisorio.

La carta geografica è il selciato delle nostre Illusioni. Sulle piante delle città e delle case si prende coscienza di come sarebbero potute andare le cose. Le piante attestano: era qui, è successo qui. E questo vale anche per i luoghi dove non e’ rimasto nulla o una misera traccia. Adottiamo così nella mente il principio del montaggio. Erigiamo una costruzione con elementi provenienti dal risveglio di dettagli che mettono in moto il lavoro della memoria. I resti alimentano il ricordo e creano scenari: i «passaggi aerei» di Djaghilev per i teatri e gli hotel europei, l’ingresso di Birkenau, l’inesistente ghetto di Kovno, il muro di Berlino che non c’è più, l’aura mutata del sinistro hotel Lux sulla ex via Gorkij, la moscovita «Casa sul lungofiume» ecc. ecc. Il Baedeker, con incorporate tra le sue pagine tutte le carte delle strade del mondo, si sovrappone al marciapiede, al quale si assimila il biglietto dell’elettrico 37 di Lisbona, rinvenuto tra le pagine 102 e 103 di una «Medusa» (il mondo nuovo di Aldous Huxley) trovato tra la slavinata di libri fuori uso su una bancarella insulsa del mercatino di viale Maresciallo Pilsudski a Roma; diventa «documento mentale» come il depliant dell’olimpiade berlinese del 1936, acquistato in una semidismessa cartolibreria di Gendarmenmark nella ex Berlino Est; come il programma di sala della rappresentazione del Don Giovanni, diretto nel 1933 a Salisburgo da Bruno Walter; come l’elenco telefonico di Berlino del ’32 con i nomi dimenticati, gli elenchi dissolti, gli indirizzi scomparsi, i numeri accecati.

Mettiamola in questi termini. La storia è sviluppo di TEMPO. Avvolta da uno SPAZIO. Anche minimo. Magari quello di un cassetto entro cui si sono confinati i resti di una storia quotidiana dimenticata: del giorno prima, di trent’anni prima, di mille anni prima. Splendido allora il libro che ci ricordi come non sia necessario consumare le scale di un archivio di stato per sorprendere il passato e consentirci di vagheggiare verso una dimensione altra con soltanto alcune tracce di un TEMPO addormentato. E scoprire, dandogli la sveglia, cosa può essere successo in un frammento di passato che ci ha fatti diventare quali siamo. Maestro chi ci indica lo scontrino di uno scalercio caffè del Marais come documento storico. I biglietti del metrò possono essere più interessanti della vita di una persona. Raccontano. Come gli edifici.

E qui e’ impossibile non sprofondare in quella geografia dello spirito coniugata a una città, la Parigi del XIX secolo trasfigurata da Benjamin: un esempio conclamabile di storia dell’uomo, sovrapponendo passages, fotografie, bambole, menu e bibelots la moda, gli abiti e i falpalà gli interni e gli arredamenti inequivocabili sinopie di una classe che «vediamo» attraverso una risulta da brocantage. Tutto si consuma e si attualizza nella fortissima rappresentazione letteraria: un rampicante immemorabile si intreccia come un tessuto ulcerato creando i rapporti, le concatenazioni e le sovrapposizioni più eccentriche. E’ l’universo delle affinità misteriose: la biblioteca di Babele e il gabinetto del dottor Caligari: l’asciugacapelli e la Venere di Milo, la protesi e il fermacarte, lo spazzolino e lo spolverino si ritrovano, e con impensata affettività si riconoscono come dopo una lunga separazione. Con stupefacenti excursus nelle camere d’albergo «per i vivi»; e nei crematori «per i morti». Luoghi di dissoluzione spaziale e temporale. In una accasciata poltrona di famiglia, modellata dalle forme degli antenati, si percepiscono alberi genealogici e si sprofonda pensando al mondo.

Grazie a tutte le suggestioni provate leggendo «IL TEMPO NELLO SPAZIO», alle attenzioni e alle illusioni, ci si sente progressivamente autorizzati a chiederci se il fascino di queste pagine dipenda dal fatto che, nonostante l’esplicita dichiarazione, il libro di Schlogel non sia proprio un saggio storico e neppure un sondaggio di estetica trasfigurata. Piuttosto un’opera letteraria tout-court, al di là dei generi e delle qualificazioni da inventario accademico. E senza neppure fare un grosso sforzo, magari al corrente della cosa, avendone gioiosa conferma, sorprendersi del perchè uno scrittore come W. G. Sebald – il soggiogante autore di Austerlitz, vertigini e gli emigranti – fosse un attento cultore dell’opera di Schlogel. (Giuseppe Marcenaro, La Stampa)

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LEGGERE IL TEMPO NELLO SPAZIO

I luoghi sono testimoni affidabili. I ricordi sono flessibili, al punto che si possono immaginare e inventare passati. I luoghi, al contrario, non si adattano: sono sempre stati dove sono.
Hanno una vita propria. Una specie di diritto di veto. Sono le montagne che continuano a esistere anche quando la fede che le ha spostate è svanita da tempo. Sono le pianure che continuano a esistere anche quando tutta la fatica è stata compiuta.
Sono le superfici su cui restano visibili le tracce lasciate da generazioni ormai trascorse.    La tragedia della deportazione nazista, raccontata percorrendo gli orari ferroviari dei convogli del Reich. Le tracce del cruento assedio di Sarajevo negli anni novanta, rinvenute in una mappa d’epoca della città. La ricostruzione della politica russa d’inizio Novecento nell’analisi delle sedi di partito e del loro arredamento d’interni. Secondo tali percorsi si muove Karl Schlögel, capace, nei suoi studi innovativi sullo spazio e la storia d’Europa, di ritrovare il senso del passato nei luoghi che di quel passato sono stati teatro. In questo libro si interrogano cartine, atlanti geografici, planimetrie di edifici scomparsi, case aristocratiche, ghetti e hotel di lusso, selciati di marciapiedi, cimiteri, guide del telefono.
Si perlustrano i varchi del muro di Berlino e si seguono i passi di Walter Benjamin attraverso i passages parigini e nei labirinti silenziosi delle biblioteche. Il risultato di tali esplorazioni è una storiografia rigorosa quanto inattesa, non limitata all’uso di fonti scritte, ma in grado di interpretare il passato attraverso oggetti concreti; di arricchire, introducendo una nuova dimensione geografica, la tradizionale impostazione cronologica: di leggere il tempo nello spazio.

Se si dovesse fare una critica agli storici di professione si potrebbe rimproverarli di ignorare completamente la geografia. Parte da questo assunto lo storico tedesco Karl Schlögel che, con la sua raccolta di saggi Leggere il tempo nello spazio (Bruno Mondadori), prova a ricostruire la storia moderna attraverso una serie di dettagli fino a ora ignorati. Così le deportazioni naziste nei campi di concentramento sono spiegate (anche) attraverso le analisi degli orari ferroviari durante il Reich; l’assedio di Sarajevo è messo in relazione con le mappe della città, la Rivoluzione d’Ottobre è spiegata attraverso l’analisi degli arredamenti interni della Russia zarista.

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La rivincita della Geografia

di Robert D. Kaplan (Robert D. Kaplan is national correspondent for The Atlantic and senior fellow at the Center for a New American Securit)

da “il Sole 24ore” del 23/5/2009

Vent’anni fa, l’abbattimento del Muro di Berlino da parte delle folle festanti di tedeschi simboleggiò qualcosa di molto più profondo della semplice caduta di un confine arbitrario. Questo evento segnò l’inizio di un ciclo intellettuale che vide tutte le divisioni – geografiche e non – come sormontabili, che usò i termini «realismo» e «pragmatismo» solo in senso spregiativo e che chiamò in causa l’umanesimo di Isaiah Berlin o le inaccettabili concessioni fatte a Hitler a Monaco per giustificare un intervento internazionale dopo l’altro. Sotto questo aspetto, il liberalismo armato e il neoconservatorismo esportatore di democrazia degli anni Novanta condividevano le medesime aspirazioni universaliste. Purtroppo, però, quando la paura di Monaco porta a fare il passo più lungo della gamba, il risultato è il Vietnam, o, nel caso attuale, l’Irak.
E così è cominciata la riabilitazione del realismo, e con essa un nuovo ciclo intellettuale. Il termine «realista» viene oggi usato in segno di rispetto, mentre «neo-con» è indice di derisione. L’analogia del Vietnam ha mandato in soffitta quella di Monaco. Thomas Hobbes, che celebrava i benefici morali della paura e vedeva l’anarchia come la principale minaccia per la società, ha preso il posto di Isaiah Berlin come filosofo del ciclo attuale. Oggi l’attenzione non è rivolta tanto agli ideali universali, quanto piuttosto alle distinzioni particolari, da quelle etniche a quelle culturali e religiose. Chi sottolineava queste cose un decennio fa veniva dileggiato come «fatalista» o «determinista». Oggi viene applaudito come «pragmatista». E questa è l’idea chiave maturata negli ultimi due decenni: che al mondo ci sono cose peggiori dell’estrema tirannia, cose che in Irak siamo stati noi a provocare. Dico questo dopo aver sostenuto io stesso la guerra.
Così, dopo esser stati castigati, oggi ci siamo riscoperti tutti realisti. O, perlomeno, crediamo di esserlo. Il realismo, però, è qualcosa di più della semplice opposizione a una guerra, quella in Irak, che col senno di poi sappiamo essere andata male. Realismo significa riconoscere che le relazioni internazionali sono governate da una realtà più cruda e più segnata dai limiti di quella che regola gli affari interni dei singoli paesi. Esso significa mettere l’ordine al di sopra della libertà, perché quest’ultima diventa importante soltanto dopo che il primo è già stato stabilito. Significa concentrarsi su ciò che divide l’umanità anziché su ciò che la unisce, come avrebbero invece voluto i sommi sacerdoti della globalizzazione. In breve, il realismo ha a che fare con il riconoscimento e l’accettazione di quelle forze che sfuggono al nostro controllo e che pongono dei limiti all’azione umana: la cultura, la tradizione, la storia, le cupe maree di passionalità che giacciono immediatamente sotto alla sottile patina di civilizzazione. Da qui emerge quella che, per i realisti, è la domanda centrale negli affari esteri: chi può fare che cosa a chi? E fra tutte le spiacevoli verità in cui il realismo è radicato, la più sgradevole, la più brusca e la più deterministica di tutte è la geografia.
Di fatto, la forza all’opera nel recente ritorno del realismo è la rivincita della geografia, intesa nel senso più tradizionale del termine. Nel Settecento e nell’Ottocento, prima dell’avvento della scienza politica come una materia accademica autonoma, la geografia era una disciplina onorata – anche se non sempre formalizzata – nella quale politica, cultura ed economia venivano spesso pensate in riferimento alle carte orografiche. Così, nell’età vittoriana e in quella edoardiana, la realtà fondamentale era costituita dalle montagne, dalle pianure e dagli uomini che su di esse nascevano, mentre le idee, per quanto nobili potessero essere, erano soltanto un aspetto secondario. Ciononostante, abbracciare la geografia non significa accettarla come una forza implacabile contro cui l’umanità non può nulla. Essa, piuttosto, serve a limitare la libertà umana e la facoltà di scelta con un pizzico di accettazione del fato. Ciò è tanto più importante oggi, in quanto la globalizzazione, anziché cancellare l’importanza della geografia, la sta rafforzando. I mezzi di comunicazione di massa e l’integrazione economica stanno indebolendo molti Stati, mettendo a nudo un mondo hobbesiano di piccole regioni litigiose. Al loro interno, le fonti di identità locale, etnica e religiosa si stanno riaffermando; e dato che esse risultano ancorate a specifici terreni, il modo migliore per spiegarle consiste nel fare riferimento alla geografia. Come sono le faglie a determinare i terremoti, così il futuro politico sarà definito da conflitti e instabilità segnati da un’analoga logica geografica. Lo sconvolgimento generato dall’attuale crisi economica viene poi a rafforzare ulteriormente l’importanza della geografia, in quanto indebolisce l’ordine sociale e gli altri prodotti della civiltà umana lasciando, come uniche strutture di contenimento, le frontiere naturali del globo.
Così, anche noi dobbiamo ritornare alle mappe e, in particolare, a quelle che chiamo le «zone frantumate» dell’Eurasia. Dobbiamo riprendere quei pensatori che hanno dimostrato di conoscere meglio il territorio. E dobbiamo aggiornare le loro teorie per prepararci alla rivincita della geografia nella nostra epoca.
Se vogliamo comprendere le idee della geografia, dobbiamo andare a cercare quei pensatori che provocano un profondo disagio negli umanisti liberali, quegli autori che pensavano che le mappe determinassero quasi ogni cosa, lasciando ben poco spazio alla libertà d’azione dell’uomo.

Una di queste persone è lo storico francese Fernand Braudel, che nel 1949 pubblicò Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II. Portando la demografia e la natura stessa nel cuore della storia, Braudel contribuì a ridare alla geografia il posto che le competeva. Nella sua lettura della storia, ci sono delle forze ambientali permanenti che conducono a tendenze storiche durevoli, le quali, a loro volta, predispongono l’insorgere di eventi politici e guerre regionali. Secondo Braudel, per esempio, erano state la povertà e la precarietà dei terreni coltivabili attorno al bacino del Mediterraneo, unite a un clima instabile e spesso flagellato dalla siccità, a spingere gli antichi greci e romani nelle loro conquiste. In altre parole, la nostra convinzione di avere il controllo sui nostri destini è solo un’illusione. Per comprendere le attuali sfide poste dal cambiamento climatico, dal riscaldamento dell’Artico e dalla scarsità di risorse come il petrolio e l’acqua, dobbiamo riprendere in mano l’interpretazione ambientale degli eventi sviluppata da Braudel.
Così, allo stesso modo, dobbiamo anche riprendere in esame la considerazione strategica del mare aperto elaborata da Alfred Thayer Mahan, un capitano di vascello statunitense autore de L’influenza del potere marittimo sulla storia, 1660-1783. Vedendo il mare come il grande «spazio comune» della civiltà, Mahan pensava che la potenza navale fosse sempre stata il fattore decisivo nelle lotte politiche globali. Fu proprio Mahan, nel 1902, a coniare il termine «Medio Oriente» per indicare quell’area tra l’Arabia e l’India che rivestiva una particolare importanza per la strategia navale. Di fatto, Mahan considerava gli oceani Pacifico e Indiano come i cardini del destino geopolitico del mondo, in quanto avrebbero consentito a una nazione marittima di proiettare la propria potenza tutto attorno ai confini dell’Eurasia e, quindi, di avere un influsso sugli sviluppi politici fin nelle profondità dell’Asia centrale. Il pensiero di Mahan ci aiuta a capire perché l’Oceano Indiano sarà il cuore della sfida geopolitica nel XXI secolo (e anche perché il suo libro è oggi così di moda fra gli strateghi cinesi e indiani).
In modo simile, lo stratega olandese-americano Nicholas Spykman vedeva le coste degli oceani Pacifico e Indiano come le chiavi per il predominio in Eurasia e come i mezzi naturali per tenere sotto scacco la potenza terrestre della Russia. Prima di morire nel 1943, mentre gli Stati Uniti stavano combattendo contro la potenza nipponica, Spykman predisse l’ascesa della Cina e la conseguente necessità, per gli Stati Uniti, di difendere il Giappone. E anche se gli Stati Uniti stavano lottando per liberare l’Europa, Spykman li mise in guardia avvertendoli che l’emergere, dopo la guerra, di una potenza europea unificata si sarebbe infine dimostrato contrario ai loro interessi. A tanto giungono le previsioni del determinismo geografico.
Forse, però, la guida più significativa per comprendere la rivincita della geografia è il padre della geopolitica moderna, sir Halford J. Mackinder, che è famoso non per un libro ma per un singolo articolo, «Il perno geografico della storia», che ha avuto origine da una conferenza tenuta nel 1904 per la Royal Geographical Society di Londra. L’opera di Mackinder costituisce l’archetipo della disciplina geografica, il cui tema viene da lui efficacemente riassunto in questi termini: «È l’uomo, e non la natura, a dare inizio ai processi storici, ma è la natura, in larga misura, a controllarli».
La sua tesi è che la Russia, l’Europa orientale e l’Asia centrale sono il «perno» attorno a cui ruota il destino del predominio mondiale. In un libro successivo, avrebbe indicato quest’area eurasiatica come la «heartland», il cuore del mondo. Attorno a quest’area ci sono quattro regioni «marginali» del continente eurasiatico che corrispondono alle quattro grandi religioni; e questa corrispondenza, secondo Mackinder, non è un caso, in quanto ai suoi occhi anche la fede è meramente subordinata alla geografia. Ci sono due «terre monsoniche»: una a est, perlopiù lungo le rive del Pacifico, che è la patria del buddhismo; l’altra a sud, di fronte all’Oceano Indiano, che è la patria dell’induismo. La terza regione marginale è l’Europa, che è bagnata a ovest dall’Atlantico ed è la patria del cristianesimo. Ma la più fragile delle quattro regioni marginali è il Medio Oriente, la patria dell’islam, «povera d’acqua per la prossimità con l’Africa» e per la maggior parte «scarsamente popolata» (nel 1904, all’epoca della conferenza).
Questa carta orografica dell’Eurasia, e gli eventi che si stavano svolgendo su di essa all’alba del XX secolo, costituiscono l’argomento delle riflessioni di Mackinder, e la frase d’apertura lascia già presagire la loro portata: «Quando, in un remoto futuro, gli storici guarderanno il gruppo di secoli che stiamo attraversando e li vedranno ridotti in uno scorcio prospettico, come noi oggi vediamo le dinastie egizie, essi forse descriveranno gli ultimi quattrocento anni come l’epoca colombiana, ponendo la sua fine a poco dopo il 1900».
Mackinder spiega che mentre la cristianità medievale era «rinchiusa dentro una regione ristretta e minacciata all’esterno dai barbari», l’età colombiana – l’età delle grandi scoperte – vide l’Europa espandersi al di là degli oceani, verso nuove terre. Pertanto, nel XX secolo, «noi dovremo nuovamente confrontarci con un sistema politico chiuso», questa volta con un «orizzonte mondiale».

«Ogni esplosione di forze sociali, anziché dissiparsi all’esterno nello spazio sconosciuto e nel caos barbarico, verrà invece a rimbombare dagli estremi confini del globo, e gli elementi più deboli nell’organismo politico ed economico del mondo ne saranno di conseguenza sconvolti».
Percependo che gli imperi europei non avevano più spazio in cui espandersi, cosa che avrebbe reso globali i loro conflitti, Mackinder previde, sia pur vagamente, la portata di entrambe le guerre mondiali.
Mackinder considerava la storia europea come «subordinata» a quella dell’Asia, in quanto vedeva la civiltà dell’Europa come il mero risultato della lotta contro l’invasione asiatica. L’Europa, scrive, è diventata quel fenomeno che di fatto è soltanto a causa della sua conformazione geografica: una serie intricata di montagne, valli e penisole, limitata a nord dai ghiacci polari e a ovest dall’oceano, bloccata dai mari e dal Sahara a sud e posta di fronte all’immensa, minacciosa pianura russa a est. In questo paesaggio ben delimitato si riversarono una serie di invasori nomadi provenienti dalle brulle steppe dell’Asia. L’unione di franchi, goti e cittadini provinciali romani contro questi invasori pose le basi della moderna Francia.

Analogamente, anche le altre potenze europee ebbero origine (o quantomeno maturarono) attraverso i loro incontri con i nomadi asiatici. Di fatto, furono le presunte angherie commesse dai turchi selgiuchidi ai danni dei pellegrini cristiani a Gerusalemme a offrire il pretesto per lanciare le crociate, che Mackinder considera come l’inizio della moderna storia collettiva dell’Europa. La Russia, nel frattempo, per quanto le sue foreste acquitrinose la proteggessero da numerose schiere d’invasori, cadde preda, nel XIII secolo, dell’Orda d’oro dei mongoli. Questi conquistatori decimarono e, in seguito, trasformarono la Russia. Ma dato che la maggior parte dell’Europa non conobbe mai un simile livello di distruzione, essa fu in grado di emergere come la guida politica del mondo, mentre alla Russia fu in gran parte precluso l’accesso al Rinascimento europeo.

La Russia – il modello di impero terrestre, con poche barriere naturali a difenderla – avrebbe imparato per l’eternità che cosa significa essere brutalmente conquistati. E, di conseguenza, sarebbe stata perennemente ossessionata dalla spinta a espandersi e a mantenere il controllo del territorio.
Le scoperte chiave dell’epoca colombiana, scrive Mackinder, non fecero altro che rafforzare la cruda realtà della geografia. Nel Medioevo, i popoli d’Europa erano rimasti in larga misura confinati alla terraferma. Ma dopo la scoperta della rotta attorno al Capo di Buona Speranza, gli europei ebbero all’improvviso accesso a tutta la fascia costiera dell’Asia meridionale, per non parlare delle scoperte strategiche nel Nuovo Mondo. Mentre gli europei occidentali «solcavano gli oceani con le loro flotte», prosegue Mackinder, la Russia si stava espandendo con eguale energia sulla terraferma, «emergendo dalle sue foreste settentrionali» per pattugliare le steppe con i suoi cosacchi, irrompendo in Siberia e mandando i propri contadini a coltivare il grano nelle steppe sud-occidentali. Era sempre la vecchia storia che si ripeteva: Europa contro Russia, una potenza marittima liberale (come Atene e Venezia) contro una potenza terrestre reazionaria (come Sparta e la Prussia). Il mare, infatti, oltre a portare influenze cosmopolite in virtù dell’accesso a porti remoti, offre anche quell’inviolabile sicurezza dei confini di cui la democrazia ha bisogno per svilupparsi.
Nel XIX secolo, sottolinea Mackinder, l’avvento delle macchine a vapore e l’apertura del Canale di Suez accrebbero la mobilità della potenza marittima europea attorno alla fascia costiera meridionale eurasiatica, così come le ferrovie stavano iniziando a fare lo stesso per la potenza terrestre nel cuore dell’Eurasia. Era pertanto ormai pronto lo scenario per lo scontro per il predominio eurasiatico, cosa che conduce Mackinder a formulare la sua tesi centrale: «Se riflettiamo su questa rapida esposizione delle grandi tendenze della storia, non è forse evidente la presenza di una certa continuità a livello di rapporti geografici? La regione perno della politica mondiale non è forse quella vasta area dell’Eurasia che risulta inaccessibile alle navi, ma che nell’antichità era aperta alle scorrerie dei nomadi a cavallo e, oggi, sta per essere coperta da una rete di ferrovie?».
Proprio come i mongoli battevano alle porte – e spesso le sfondavano – delle regioni marginali attorno all’Eurasia, la Russia avrebbe ora rivestito il medesimo ruolo di conquista, perché, come scrive Mackinder, «le quantità geografiche in gioco sono più misurabili e più grossomodo costanti di quelle umane».
Il determinismo di Mackinder ci ha preparati per l’ascesa dell’Unione Sovietica e della sua vasta zona d’influenza nella seconda metà del XX secolo, oltre che per le due guerre mondiali che l’hanno preceduta. In fin dei conti, nota lo storico Paul Kennedy, questi conflitti sono stati delle lotte per il controllo delle regioni «marginali» di Mackinder, dall’Europa orientale all’Himalaya e oltre. La strategia di contenimento della Guerra Fredda, inoltre, dipendeva pesantemente dalle basi lungo le fasce costiere del Medio Oriente e dell’Oceano Indiano. Di fatto, la proiezione della potenza americana in Afghanistan e in Irak, nonché le attuali tensioni con la Russia riguardo al destino politico dell’Asia centrale e del Caucaso, non fanno altro che rafforzare ulteriormente la tesi di Mackinder. Nell’ultimo paragrafo del suo articolo, egli lascia balenare anche lo spettro di una possibile conquista cinese della regione «perno», cosa che renderebbe la Cina la potenza geopolitica dominante del mondo. Guardate come gli immigrati cinesi stanno oggi rivendicando demograficamente alcune parti della Siberia, mentre il controllo politico della Russia sui suoi estremi confini orientali si va indebolendo.

La saggezza del determinismo geografico resiste attraverso i secoli perché riconosce che le lotte più profonde dell’umanità non vertono attorno alle idee ma attorno al controllo del territorio, nello specifico il cuore e le fasce costiere dell’Eurasia. Naturalmente, anche le idee contano, e si diffondono attraverso i confini geografici. Ciononostante, c’è una certa logica geografica dietro al fatto che alcune idee mettano radici in determinati luoghi. L’Europa orientale, la Mongolia, la Cina e la Corea del Nord erano tutti regimi comunisti contigui alla grande potenza terrestre dell’Unione Sovietica. Il fascismo classico è stato un problema prevalentemente europeo. E il liberalismo ha messo le proprie radici più profonde negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, che non a caso sono sostanzialmente due nazioni insulari nonché due potenze marittime. È facile provare avversione verso questa sorta di determinismo, ma è molto più difficile confutarla.
(Traduzione di Daniele Didero)

23 maggio 2009
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