I privati entrano nella gestione della pubblica ACQUA: pericoli e paure (motivate) che un bene primario (comune) non sia più bene di tutti

da http://www.ecoblog.it

   Nella gestione della distribuzione dell’acqua ora potranno entrare soggetti non pubblici. Nella riforma dei servizi pubblici locali proposta dal Governo è stato definitivamente approvato il cosiddetto”Decreto Ronchi” (con voto di fiducia di Camera e Senato il 19 novembre scorso) che prevede, tra varie cose, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa la gestione delle risorse idriche. In realtà riguarda solo tre servizi: appunto l’acqua, poi i rifiuti e i trasporti locali. Interessante notare che sono stati depennati da questa possibilità di far entrare soggetti privati altri tre servizi: le farmacie comunali, la distribuzione del gas naturale e il trasporto ferroviario regionale. Da ciò che è stato considerato come possibile gestione privata a ciò che è rimasto totalmente pubblico, pare di capire che si cercano capitali privati per servizi che hanno la necessità di una forte riorganizzazione delle infrastrutture, degli impianti (ma ne parliamo di questo tra poco).

   Pertanto, tornando all’acqua, e sintetizzando il decreto (che qui alla fine pubblichiamo l’articolo di legge che ci interessa, il 15) l’affidamento diretto (senza gara) del servizio di erogazione dell’acqua potrà essere mantenuto da consorzi, municipalizzate e altre strutture pubbliche se al loro interno sarà inserita  una partecipazione privata con almeno il 40 per cento, cioè entrerà un socio privato industriale (non solo finanziario!) con compiti di gestione. Se ciò non accade si va a una pubblica gara e può vincere un’impresa privata o una pubblica (cioè chi farà le condizioni migliori).

   Un bel problema inserire tout-court un socio privato almeno al 40% per municipalizzate, consorzi, etc.! Perché questo porta a rivedere molte strategie, rapporti: in primis il privato non interviene in un’impresa per rimetterci (a prescindere dallo scopo sociale dell’impresa); il privato è per sua natura portato a realizzare un profitto (giustamente). E l’acqua non è un “prodotto” o un “servizio” come un altro. Vedremo cosa accadrà di questi “inserimenti privati” di ben almeno il 40% di privati.

   Secondo chi ha voluto e approvato queste legge ciò porterà a maggiore efficienza in servizi (acqua, rifiuti, trasporto locale) malati da sempre di sprechi e inefficienza (e rendite di posizione parassitarie: ricordiamo i consiglieri di amministrazione di nomina politica lottizzati e spesso super pagati; e le clientele che ci sono…). Ma è un intento quello del legislatore, a nostro avviso, prima di tutto di tentare di coinvolgere i privati nella “patata bollente” di servizi che han bisogno di un sacco di soldi (e riorganizzazione) per funzionare nei prossimi anni, e decenni. Sia chiaro che poi i soldi per il rifacimento degli acquedotti li tireranno fuori (tutti e anche il profit privato) i cittadini, pagandoli nella tariffa domestica (o commerciale, industriale…): ma allora loro (cittadini) se la prenderanno con il privato e non con il politico di turno che non dovrà sopportare soccombenti impopolarità. 

   A proposito dell’erogazione dell’acqua ricordiamo che la maggior parte degli acquedotti sono obsoleti, con manufatti (condutture) in cemento-amianto (se venisse fuori da qualche studio che l’amianto non fa male solo ai polmoni…sarebbe un bel problema), che perdono per strada quasi la metà dell’acqua che trasportano nelle abitazioni (per non parlare poi dell’uso di quell’acqua buona, pulita, potabile che il sistema di erogazione idraulica porta a far usare nella maggior parte nello sciacquone del water (non esiste in pressoché tutte le case un doppio canale di erogazione con acqua da riciclo).

   E, tra i fautori del decreto, si insiste col dire che la proprietà dell’acqua resta pubblica (un apposito emendamento al decreto in questo senso è stato accolto). Non si può non dire che gli argomenti adotti per privatizzare (o far partecipare il privato) nei servizi pubblici non abbiano una loro seria ragione.

manifestazione a Roma per l'acqua pubblica

   Ma fa lo stesso impressione e crea vera preoccupazione pensare a una ditta privata (magari una multinazionale, senza “figure fisiche” identificabili, magari di un azionariato diffuso e anonimo; senza persone con le quali potersi confrontare) che gestisce un servizio. E magari c’è qualcuno, povero, in difficoltà, che non ce la fa a pagare, e allora che si fa? Si toglie il servizio, l’acqua?  … Di questi dubbi e perplessità ne abbiamo parlato nel settembre scorso in occasione della prima emanazione del decreto Ronchi.

https://geograficamente.wordpress.com/2009/09/12/la-privatizzazione-dell%e2%80%99acqua-e-altri-servizi-alla-persona-e-di-fatto-avvenuta-come-ora-la-comunita-puo-garantire-i-cittadini-nella-tutela-di-servizi-fondamentali/

   Ribadiamo qui i nostri dubbi e le nostre preoccupazioni. Inanzitutto è aleatorio dividere il ruolo di proprietario dell’acqua (pubblico) e il possibile gestore privato: chi gestisce e ha il possesso del bene ne è anche, seppur temporalmente, il vero proprietario. Poi è vero che ci saranno (già ci sono) promesse per dettagliare il più possibile i bandi di gara, al fine di creare garanzie affinché a nessuno sia tolto il diritto all’acqua (bisognerebbe sicuramente prevedere un minimo vitale d’acqua quotidiano per ciascun individuo, a prescindere dalla riscossione di tributi… ma a volte c’è chi ha più bisogno, chi meno…). Ma poi va quasi sempre a finire che le gare, i bandi, restano incompleti e carenti, che non si può prevedere e regolamentare tutto. A questo proposito manca pure un’ “Autorità di controllo, di garanzia”. Chi regola questo settore? Chi sta attento che il “bene acqua” sia gestito senza fenomeni di sopraffazione verso qualcuno?… i Comuni no di certo (non ne hanno la forza e la capacità, e la pressione elettorale che subisce il politico locale non dà certo garanzie…). E allora chi? …allo stato attuale si fanno tre ipotesi: 1)il Comitato di Vigilanza sull’uso delle Risorse Idriche, cioè il CO.VI.R.I. http://www.coviri.it/ ; 2)ampliare le competenze dell’Autorità per l’energia elettrica e del gas; 3) l’istituzione di un’autorità ad hoc….Tutte e tre le soluzioni sembrano deboli, non in grado di controllare il territorio nazionale.

   Un discorso che poi più volte abbiamo qui ribadito è che non troviamo corretto che alcuni servizi di grande necessità, di grande utilità, come la costruzione o il rifacimento di un acquedotto, siano, i costi, messi in tariffa, a totale carico, ripartizione, del consumatore diretto. Troviamo più giusto che i servizi vadano a prendere risorse finanziarie nella fiscalità generale (diretta, come l’Irpef, imposta progressiva a seconda del reddito; o l’Iva, imposta indiretta sui consumi…). Sembrerebbe la stessa cosa: chi paga è il contribuente; ma non è così. E’ la fiscalità generale, le Entrate dello Stato, delle Regioni, degli Enti locali (ora nella logica corretta di un federalismo fiscale) che devono interessarsi alla qualità, conservazione ed erogazione dei beni comuni come l’acqua, e del suo trasporto nelle abitazioni (gli acquedotti). Un sistema di finanziamento come si fa per l’istruzione obbligatoria, la sanità, le ferrovie… (se dovessimo pagare l’infrastruttura ferroviaria in un viaggio in treno da Venezia a Milano, ammortizzando rotaie, locomotiva e quanto altro, non basterebbero 500 euro di prezzo del biglietto di sola andata…). E non è una scusante che la Legge Galli del 1994 preveda i costi impiantistici in tariffa.

   Già nel sistema del “project financing” su infrastrutture pubbliche (come strade, porti, piscine…) (cioè il privato che finanzia l’opera in cambio del ritorno economico dato dalla sua successiva gestione) si può vedere che molto spesso, ad attenta analisi, non viene ad essere un buon affare per la collettività. Qui, con la gestione privata, o semiprivata, dell’acqua, rischiamo interventi di organizzazione e di costruzione di manufatti (acquedotti) a costi impiantistici esagerati (perché in monopolio di gestione e costruzione) che poi il consumatore finale dell’acqua (tutti) pagherà totalmente.

   Più semplice e corretto sarebbe stato trovare l’ente pubblico “giusto” (territorialmente, organizzativamente) per gestire con efficienza economica e minori costi il “sistema acqua”. Noi proponevamo tempo fa di strutturare l’Ente Provincia per questo. Ora (la Provincia) ente costoso e quasi inutile, che però potrebbe diventare un ente di gestione di quei servizi pubblici (come tutela e controllo ambientale, comunicazioni, sistemi fognari, rifiuti, trasporto locale e, appunto acqua) che i Comuni, le Municipalizzate, i Consorzi, gli ATO (Ambiti Territoriali Omogenei) ora mostrano di avere difficoltà funzionali gestionali nell’espletare al meglio il servizio a suo tempo loro assegnato. La Provincia potrebbe assumere su di sè l’organizzazione vera e virtuosa dei servizi pubblici sovracomunali al cittadino.

   Cosa accadrà nei prossimi mesi, anni, sulla effettiva possibilità (ora prevista per legge) di privatizzazione dell’acqua. Già le amministrazioni locali stanno “tirando fuori le unghie”…  (vien da chiedersi: per difendere un “bene comune” o privilegi e rendite di posizione?!?)… C’è la possibilità che si aggiunga caos al caos (nei servizi al cittadino e nella difesa del “bene acqua”). E che non se ne faccia nulla (ma anche così, fermi al presente, non va bene).

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L’ACQUA AI PRIVATI E’ GIA’ UN AFFARE D’ORO

di Marco Sodano, da “La Stampa” del 23/11/2009

Col decreto boom in Borsa. E Acque Potabili ha raddoppiato il suo valore. Intanto Parigi fa dietrofront: dopo 25 anni si torna alla gestione pubblica

   Primi profitti in arrivo per i big del business acqua. Giovedì scorso l’approvazione del decreto che privatizza la gestione del servizio idrico ha fatto volare il titolo di Acque potabili: ha segnato più 27,9%. In un mese il valore di Borsa della società è cresciuto dell’81%, in un anno è raddoppiato (+99,25). A ruota Mediterranea Acque: giovedì più 14, in un mese +49, in un anno più 27. L’antipasto.
   Resta da capire quali vantaggi porterà, la riforma dell’acqua, alle famiglie italiane. Acqua privata uguale reti più efficienti? Non tutti ne sono convinti. Il primo in Europa fu Jacques Chirac nel 1984. Era il sindaco di Parigi e diede il via a un programma di privatizzazione delle acque della capitale. Ora però il municipio ha cambiato idea: negli ultimi 25 anni i prezzi sono cresciuti sistematicamente senza che migliorasse il servizio, e si sono registrati troppi casi di abusi, prezzi gonfiati e corruzione. Dal primo gennaio 2010 l’acqua torna alla gestione municipale. Dicono le stime che così si risparmieranno trenta milioni l’anno, denaro che in parte sarà investito nella rete idrica e in parte servirà a tenere stabile il prezzo.
   Quattro anni dopo toccò Margaret Tatcher, la signora delle privatizzazioni. Nel 1989 diede in appalto il servizio idrico di Inghilterra e Galles: nel giro di pochi anni i prezzi erano raddoppiati, mentre la qualità del servizio non era cambiata. In Bolivia, nel 1999, provarono a privatizzare l’acqua a Cochabamba. Da un giorno all’altro il prezzo si impennò del 35% e la decisione fu ritirata perché era scoppiata una mezza rivolta. In Italia c’è il caso Arezzo. La prima città che ha affidato il suo servizio idrico ai privati, sempre nel ‘99, oggi si trova a pagare una bolletta tra le più alte del Paese, in media 400 euro l’anno a famiglia. Secondo il presidente di Nuove Acque, la società che gestisce il servizio, quel prezzo andrebbe addirittura raddoppiato.
   Lo impongono i costi di gestione – e manutenzione – della rete. Certo lo stato delle condotte in Italia dimostra che gli investimenti sono necessari: il 30% dell’acqua si perde tra una falla e l’altra, 2,6 miliardi di metri cubi l’anno. Sui costi industriali la perdita incide per 220 milioni l’anno (quasi il 10% del fatturato delle 250 società idriche che lavorano nel Paese, 2,5 miliardi), ma il mancato ricavo finale arriva a costare al sistema paese nel suo complesso 3 miliardi. Privatizzare, dice chi è d’accordo, spinge i gestori a spendere nella rete per renderla più efficiente. Eppure da quando è cominciato il processo di privatizzazione, a metà anni Novanta, gli investimenti in Italia sono scesi del 70% mentre le tariffe sono cresciute del 61. E con l’ultimo provvedimento i privati avranno spazi sempre più ampi nella gestione, mentre gli enti pubblici saranno costretti a ridurre la loro presenza.
   Le aziende italiane del settore ribattono che hanno programmato dieci miliardi di investimenti, cinque dei quali potrebbero partire nei prossimi cinque anni. Però aggiungono che c’è anche la componente prezzo. La legge prevede che chi investe nell’oro blu non possa guadagnare più del 7% del capitale investito. Le tariffe, viceversa, non possono crescere oltre il 5% l’anno: chiedono che il limite sia portato più in alto. Puntualmente, il Blue Book 2008 (compilato dall’associazione delle imprese), prevedeva un aumento del 10% nel 2010, e del 26,1% entro il 2020.
   All’opposto il caso dell’Acquedotto Pugliese. Controllata al 95% dalla Regione Puglia, l’azienda che gestisce una delle reti più critiche d’Italia negli ultimi due anni ha ottenuto risultati di peso. In tre anni ha investito 400 milioni, riducendo le perdite e risparmiando 40 milioni di acqua. Tra quest’anno e l’anno prossimo i pugliesi se la caveranno con un aumento di circa 70 centesimi al metro cubo, dodici euro l’anno in più per una famiglia di tre persone. Il governatore della Puglia Nichi Vendola ha promesso che per privatizzare i suoi tubi il governo dovrà passare sul suo corpo. Resta il fatto che la legge è legge, ma l’esempio pugliese sembra dimostrare che non sempre il pubblico è inefficiente. Fermare la corsa dei privati sarà comunque difficile. Il fatturato mondiale dell’acqua è una torta da 600 miliardi. Il big Veolia nel 2008 ne ha fatturati 35. Il gigante russo dell’energia Gazprom ha fatto poco più del doppio (75 miliardi) con petrolio e gas. Difficile lasciare il business a bocca asciutta.

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Battaglia sull’ acqua ai privati il governo chiede la fiducia

di Paolo Rumiz, da “la Repubblica” del 18/11/2009

   DUNQUE oggi alla Camera si va alla fiducia sull’ acqua. Che bisogno aveva il governo di questo mezzo estremo per trasformare in legge un decreto, avendo i numeri di una larga maggioranza? Che fretta c’ è su un tema di simile portata? È abbastanza intuibile. Se si affronta un iter normale, le cose vanno per le lunghe visto che il Pd è intenzionato a dar battaglia con l’ Italia dei valori. Entrambi i partiti hanno annunciato un fuoco di sbarramento a suon di emendamenti. Ma se accade, la storia comincia a far rumore; e se fa rumore c’ è il rischio che gli italiani mangino la foglia.

   Cadrebbe la cortina di silenzio che negli ultimi anni ha avvolto il business legato alla distribuzione del più universale e strategico dei beni nazionali. Il nodo è semplice. Lo Stato è in bolletta, da vent’ anni non investe più come si deve sulla rete e oggi meno che mai ha soldi per un’ azione di ammodernamento che costerebbe come otto ponti sullo stretto di Messina.

   Meglio dunque lasciare la patata calda ai privati, che con meno remore politiche potrebbero scaricare sulle tariffe il costo di un’ operazione indilazionabile, e che per la mano pubblica è una delle ultime ghiotte occasioni di far cassa. Da qui un decreto che, caso unico in Europa, obbliga a mettere in gara tutti i servizi legati all’ acqua e accelerarne la trasformazione in Spa, dimenticando che, quasi ovunque le grandi società sono entrate nel gioco, le tariffe sono aumentate in assenza di investimenti sulla rete.

   Ovvio che meno se ne parla, meglio è. Se in Parlamento scatta la bagarre, c’ è il rischio che i Comuni virtuosi (inclusi quelli con i colori della maggioranza), che hanno tenuto duro nel non cedere i loro servizi alle società di Milano, Genova, Bologna e Roma, creino un’ alleanza per proteggere “l’ acqua del sindaco”, cioè il loro ultimo territorio di autogoverno e autonomia dopo la perdita dell’ Ici. Se se ne parla, può succedere che gli utenti apprendano che, laddove le grandi società sono entrate in campo, le perdite della rete sono rimaste le stesse, i controlli di qualità sono spesso diminuiti e magari le tariffe sono aumentate .

   Magari si capisce che vi sono servizi che non possono essere privatizzati oltre un certo limite, perché allora l’ acqua passa al mercato finanziario, diventa quotazione in borsa,e il cittadino non ha più un sindaco con cui protestare dei disservizi, ma solo un sordo “call center” piazzato magari a Sydney, Pechino o New York. No, non si deve sapere che siamo di fronte a un passaggio epocale, di quelli che cambiano tutto, come la recinzione dei pascoli liberi nell’ Inghilterra del Settecento.

   Non è un caso che si sia tentato di buttare una riforma simile nel pentolone di un decreto omnibus riguardante tutti i pubblici servizi, e non è un caso che – durante la discussione – si sia scorporato dal decreto medesimo il discorso il gas, i trasporti e il nodo delle farmacie. Gas, trasporti e farmacie erano la foglia di fico.

   Se oggi nel decreto su cui si pone la fiducia rimane solo l’ acqua con i rifiuti, significa che l’acqua e i rifiuti sono il grande affare indilazionabile, l’ accoppiata perfetta su cui si reggono i profitti delle multi-utility, e parallelamente le ingordigie della criminalità organizzata. Non è un caso che si parli tanto di “oro blu”.

   La storia dell’ umanità lo dice chiaro. Chi governa l’ acqua, comanda. Le prime forme di compartecipazione democratica dal basso sono nate in Italia attorno all’ uso delle sorgenti, quando i paesi e le frazioni hanno pensato ad affrancarsi grazie all’ acqua. Lo scontro non è tra pubblico e privato, ma tra controllo delle risorse dal basso e delega totale dei servizi, con conseguente, lucroso monopolio di alcuni. Oggi potremmo dover rinunciare a un pezzo della nostra sovranità. – PAOLO RUMIZ

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L’ACQUA RESTA PUBBLICA, MA ADESSO SARA’ GESTITA CON PIU’ EFFICIENZA E MENO SPRECHI

di ANDREA RONCHI, ministro delle Politiche comunitarie ed estensore del decreto Salvainfrazioni.

da “MF – MILANO FINANZA” di giovedì 19 novembre 2009

   La riforma dei servizi pubblici locali rappresenta un traguardo atteso da oltre un decennio dal sistema Italia. Un obiettivo che è stato perseguito, in un arco di tempo di dieci anni, da governi di colore diverso attraverso tre tentativi di riforma messi in cantiere e poi bloccati o resi inefficaci dalle resistenze politiche o dal potere di veto degli enti locali. Oggi con le nuove norme contenute nel dl Salvainfrazioni, approvate in via definitiva alla Camera, è stato finalmente messo un punto ed è stato suggellato un provvedimento che consentirà un’apertura ai mercati e dei mercati.

   L’obiettivo di questa riforma è chiaro: rendere più aperto e competitivo il settore dei servizi pubblici locali che altro non sono che l’interfaccia delle amministrazioni locali, una cartina di tornasole attraverso cui misurare, negli adempimenti quotidiani, la qualità della vita dei cittadini. La direttrice sulla quale ci siamo mossi è chiara: aumentare l’efficienza e diminuire gli sprechi. Il risultato ritengo possa essere considerato soddisfacente. Il nuovo quadro normativo favorisce l’industrializzazione del sistema, l’irrobustimento delle aziende, la trasparenza attraverso il meccanismo delle gare e il consolidarsi di un vero mercato dei servizi.

   Inoltre con la riforma vengono poste le premesse per una rapida e progressiva ripresa degli investimenti a beneficio di alcuni settori, in particolare quello idrico, per anni sottoposti a veti politico-ideologici incrociati.

   Su quest’ultimo punto è necessario spendere parole chiare: l’acqua è per legge un bene pubblico e tale resterà anche con le nuove norme che ne ribadiscono l’identità e l’appartenenza. In queste ore sono risuonate accuse e grida d’allarme, in larga parte strumentali, che hanno tentato di veicolare il falso messaggio della privatizzazione dell’acqua, confondendo il concetto di proprietà con quello di gestione.  Naturalmente non è avvenuto nulla di tutto questo.

   Il governo è perfettamente consapevole che l’acqua non è una merce come tutte le altre e che l’accesso a essa è un diritto fondamentale su cui le istituzioni hanno il dovere di vigilare. Questo, però, non vuol dire che l’acqua debba obbligatoriamente essere gestita da un monopolio pubblico perché troppo spesso i monopoli pubblici hanno generato diseconomie di scala e si sono tramutati in carrozzoni, diventando fonte inesauribile di sprechi.

  Il dl Salvainfrazioni chiude una stagione e volta decisamente pagina rispetto al passato. Mette un punto rispetto alla anomala prassi dei Comuni troppo spesso azionisti e regolatori e afferma in maniera chiara la natura pubblica delle risorse idriche, stabilendo al contempo regole precise per la partecipazione dei privati alla gestione. Oggi le tariffe sono in forte aumento con un incremento che dal 2000 a oggi è stato pari al 47%. Inoltre sul territorio nazionale resiste una forte disparità delle bollette e si consolida l’odioso fenomeno della dispersione con il 34% dell’acqua potabile sprecata a causa di gestioni inefficienti. E tutto questo, ovviamente, ha un costo come conferma uno studio di Althesys Strategia Consultant secondo il quale in un anno in Italia si perde «non solo una grande quantità di acqua (circa 3-4 mila miliardi di metri cubi) ma anche molto denaro: tra i 4 e i 5,2 miliardi di euro».

   Tutto questo non è più accettabile. Il servizio va affidato a chi, soggetto pubblico o privato, offre condizioni di efficienza e di costo più convenienti per il cittadino. La pubblicizzazione a prescindere non ha più senso. E’ arrivato il momento di rendere le società di servizi pubblici capaci di competere sul mercato italiano ed europeo, garantendo la qualità, controllando i costi e diminuendo i fattori di inefficienza.

   Ora bisogna compiere l’ultimo passo individuando standard minimi di qualità, settore per settore, vigilando sulle tariffe e garantendo il corretto funzionamento delle gare sul territorio. Un atto dovuto nei confronti del cittadino-consumatore che deve essere tutelato e garantito rispetto a possibili comportamenti speculativi. 

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Mario Agostinelli

L’acqua e il saccheggio dei beni comuni

Una politica senza futuro (c’è qualcosa di nostro che non si venderebbero?)

Il decreto Ronchi per la privatizzazione dell’acqua approvato con voto di fiducia alla Camera il 18 novembre avrà vita durissima e si rivelerà un boomerang per un Governo che guarda solo agli equilibri interni, ed è all’oscuro del sentimento reale del Paese. Proprio nello stesso giorno Stefano Rodotà presentava alla stampa il disegno di legge delega per i beni comuni; qualche giorno prima Niki Vendola aveva annunciato di trasformare l’Acquedotto Pugliese SpA in ente pubblico regionale; nei giorni successivi le Regioni di centrosinistra hanno cominciato a muoversi per impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la legittimità della svendita di un diritto non riconducibile alla categorie delle prerogative civili e sociali legate alle persone, ma tutt’uno con il concetto di vita, di civiltà, di umanità. Le reazioni sono impressionanti: basta osservare la rete e il tam tam che la attraversa: piccoli comuni sconosciuti, città di grande tradizione si uniscono in manifestazioni spontanee; Paolo Rumiz, Alex Zanotelli, Dario Fo si precipitano a manifestare il loro sdegno sui quotidiani più prestigiosi e diffusi; gli uomini di governo si affannano a dichiarare ai fogli più servili che non è successo nulla, tranne che l’imposizione della razionalità del mercato alla riottosità dei sognatori.

«Maledetti voi!» è l’incipit di una lettera che Alex, il missionario comboniano invia per denunciare quella che chiama «la più clamorosa sconfitta della politica». Ma la spontaneità delle reazioni si sta già facendo movimento e innesca processi di informazione, autoapprendimento, orientamento della protesta che esplodono solo in casi rari ma vincenti. Ribellioni che sottintendono lesioni così profonde da manifestarsi con modalità trasversali, non controllabili dalle maggioranze al potere e nemmeno dai media più invasivi. Sono convinto che questa prevaricazione di un Governo pur abituato a far ingoiare vulnus terribili al senso comune, verrà alla fine ritirata, come è successo in Lombardia per una analoga legge che obbligava i comuni alla privatizzazione dell’erogazione dell’acqua e che è stata modificata dopo una protesta clamorosa dei sindaci sostenuti dai loro cittadini.

Sono assai più che segnali di resistenza verso un governo che proseguendo nell’attività dei precedenti esecutivi, anche di centro-sinistra, ha in mente un progetto rozzo, ma chiaro: la svendita del patrimonio pubblico, la volontà di fare affari attraverso lo sfruttamento dei beni comuni, ovvero di quei beni di appartenenza collettiva, tra i quali ovviamente spicca l’acqua. L’ultimo grande bottino, l’ultimo grande saccheggio. Cosa resterà da vendere dopo il saccheggio dei beni comuni, se non le proprie coscienze?

In fondo dovremmo interrogarci sulle ragioni per cui l’attuale fase storica, contrariamente a quella che si va chiudendo con la fine del XX secolo, comincia ad anteporre le questioni della vita a quelle dell’economia. Non ancora a livello delle scelte politiche, almeno della parte ricca e privilegiata del mondo intenta a procrastinare quanto più possibile una improbabile dimensione della crescita, quanto nella coscienza diffusa dei movimenti e nella percezione ancora incerta ma allarmata delle popolazioni alle prese con un mutamento imprevedibile e ostile del comportamento della natura, a partire proprio dalla scarsità e dalla precarietà di beni come l’acqua. Un mutamento per la prima volta nella storia della civiltà rilevabile nello spazio e nel tempo della propria vita individuale.

Forse l’offuscamento della dimensione solo economica proviene dalla constatazione che la questione della sopravvivenza e del futuro non sembrano più dipendere esclusivamente dai rapporti tra umani o dai conflitti redistributivi tra i soggetti sociali, quanto piuttosto dalla relazione tra l’intera umanità e l’ambiente naturale. Una grande sfida per la nostra epoca, che ancora una volta sembra essere anticipata da eventi di massa che evidenziano la discontinuità e il cambiamento come temi di massima urgenza, mentre la politica continua ad aggrapparsi irrealisticamente ad un continuismo impossibile e irresponsabile e consegna al mercato le scelte che essa per prima deve saper compiere.  

Acquabenecomune.org, firma la petizione.

(23 novembre 2009)

SUL TEMA DELL’ACQUA “BENE COMUNE” VEDI ANCHE:

http://www.cevi.coop/public/SiTE/index.php?tit=Home&m=1

Centro Internazionale per la Civiltà dell’Acqua (http://www.civiltacqua.org/ )

ZOES – http://www.zoes.it – (un social network eco-sostenibile finanziato da Banca Etica)

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SERVIZI LOCALI: LE REGOLE NON POSSONO ATTENDERE

Da http://www.lavoce.info/ di  Carlo Scarpa  18.11.2009

Nessuna privatizzazione dell’acqua o di altro, ma certo una maggiore spinta a che le amministrazioni locali mostrino se le loro imprese sono veramente efficienti. Nulla di male in questo, ma manca un pezzo. Manca una regolazione seria dei settori, che oggi non hanno regole chiare che possano veramente garantire una partnership pubblico-privato virtuosa. Occorre completare il quadro delle regole. E farlo rapidamente. Perché altrimenti i rischi sono tanti.

   Pare ormai definitivo. Passerà la riforma dei servizi pubblici locali proposta del governo, con la benedizione sostanziale di diversi esponenti dell’opposizione. In realtà, riguarda solo tre servizi, ovvero acqua e rifiuti e trasporti locali, ma per questi avviene effettivamente qualcosa di significativo. L’aspetto fondamentale è che si cerca di quasi-vietare gli affidamenti diretti di un comune a una impresa interamente pubblica. Se si vogliono fare affidamenti diretti, ci deve essere con almeno il 40 per cento un socio privato industriale (non solo finanziario) con compiti di gestione. Se no, si va in gara.

CONTRO LE INEFFICIENZE

La ratio è evidente. Accanto a tante imprese pubbliche efficienti, ce ne sono tante che gettano via denaro pubblico. Si noti che i privati, motivati dai profitti, a parità di efficienza verosimilmente chiederanno prezzi più alti delle imprese pubbliche. E allora le imprese pubbliche efficienti resteranno a galla, anche perché se sono veramente tali vinceranno le gare. Quelle che sono così inefficienti da perdere le gare perfino contro i privati, che dai prezzi devono ricavare margini di profitto, personalmente non le rimpiangerò.
Per dare un’idea, nel 2005 risultavano in perdita circa un terzo delle imprese locali del settore igiene urbana e il 40 per cento nel settore idrico. E il trasporto pubblico locale va anche peggio. (1) Nella più ottimistica interpretazione, siamo di fronte a deficit pubblici che le amministrazioni locali nascondono nelle loro imprese per non farli risultare dai bilanci comunali. Ma, temo, in molti casi c’è ben di peggio. A queste situazioni occorre dare una risposta, anche per lasciare spazio a imprese vere; magari pubbliche, perché no, ma vere.
Una delle norme introdotte dice che se si vuole evitare la gara, allora abbiamo bisogno di almeno il 40 per cento di capitale privato. È forse il punto più debole della norma, ma non è insensato. Diversi studi sull’Italia (ma non solo) ci dicono che le imprese a capitale misto sono più efficienti di quelle totalmente pubbliche. Ma è evidente che l’arrivo “forzato” del privato non è in sé una panacea; tante volte le imprese miste sono migliori di quelle pubbliche proprio perché sono state vendute al privato le imprese più appetibili (quelle scadenti, nessuno se le compra). Oltre tutto, costringere a vendere non promette bene quanto a gettito pubblico e si può dubitare che molte amministrazioni  vorranno andare su questa strada, se non per eludere la norma con qualche socio privato di comodo. Ma, come si diceva, se non ci riescono non è la fine del mondo: è solo la messa a gara del servizio.

NON C’È UNA PRIVATIZZAZIONE DEL SERVIZIO IDRICO…

È triste che qualcuno chiami tutto questo “la privatizzazione dell’acqua”. È cattiva informazione, ai limiti della mala fede. Quello che si vuole è la messa a gara dei servizi. Se uno poi vuole mantenere la proprietà pubblica delle imprese lo può fare, ma queste devono dimostrare sul campo di valere almeno quanto quelle private. Si noti bene: le imprese pubbliche “brave” non avranno problemi, e in Italia per fortuna ne abbiamo diverse.
Il timore di qualcuno è che la presenza dei privati aumenti i prezzi, in particolare dell’acqua. No, a questa obiezione la risposta è semplice: se non si vogliono i privati allora si faccia una gara, e se l’impresa interamente pubblica farà veramente prezzi più bassi, allora il privato non passerà. Avremo una gestione privata solo se sarà il privato ad avere prezzi più bassi, ma allora il problema non esiste.
Resta poi un’altra questione, che prescinde dalla proprietà pubblica o privata. Ovvero, il fatto che il settore idrico ha bisogno di investimenti immensi (decine di miliardi di euro già oggi previsti) e che i costi dovranno essere coperti da prezzi più alti. Ma questo resterà vero anche se il gestore è pubblico, ed è cosa nota da almeno quindici anni: la legge Galli è del 1994, quando al governo c’era Carlo Azeglio Ciampi; il provvedimento per l’adeguamento dei prezzi data al 1996, firmato da Antonio Di Pietro nel primo governo Prodi.

UN GROSSO PROBLEMA APERTO

Se l’impianto del provvedimento è sostanzialmente accettabile, lascia però aperti un paio di problemi. Il primo, risolvibile con un regolamento apposito, è come saranno fatte le gare. Il secondo è invece assai più serio, ovvero chi regola questi settori. Si spinge per una maggiore presenza privata in alcuni servizi che però non hanno una regolazione degna di questo nome.
Ad esempio, nell’acqua già oggi questo è un problema che sta per esplodere. Da un lato, il regolatore non può essere (come è oggi) un organo politico locale, troppo sottoposto a pressioni elettorali spicciole: inutile obbligare alla privatizzazione se non si creano le condizioni per tutelare gli investitori. Dall’altro, i livelli di qualità rischiano di essere sacrificati se i comuni non hanno organi capaci di svolgere il monitoraggio. Problema, questo, ancora più acuto per il settore dei rifiuti.
Il provvedimento non è sbagliato, ma manca un pezzo. Non era certo un decreto ministeriale che poteva farlo, ma ora l’istituzione di organi di regolazione per questi servizi non può più attendere. Pena, il caos.

 (1) Dati e analisi più complete saranno contenute nel volume “Comuni SpA. Il capitalismo municipale in Italia”, di Scarpa, Bianchi, Bortolotti e Pellizzola, in corso di pubblicazione per Il Mulino (fine 2009).

 Commento

Nome: Massimo GIANNINI  Data: 23.11.2009

Penso che a) se non c’è scritto privatizzazione, l’apertura a soggetti privati, ancorché messi in gara con il pubblico, è rischiosa visto che si passerebbe da un monopolio pubblico ad uno privato e non si vede perché sull’acqua si debbano fare profitti. A quando anche sull’aria? b) Guardi che i libri dicono che l’acqua non è una commodity è un diritto e quindi un bene pubblico come lei lo definisce giustamente. Se lei lo dà a un privato e io non posso permettermi il prezzo per il suo consumo che si fa? Il fatto che lo si tratti come una commodity non lo esclude da essere un bene pubblico puro. L’acqua dovrebbe essere non escludibile (non discriminare nessuno,non sul prezzo) e non rivale (chi ne consuma troppa anche a pagamento la esaurisce e c’è chi resta senza) c) se gare non si sanno fare e il privato italiano non dà garanzie perché si vuol procedere per forza con quel decreto se si può’ fare altrimenti? Se studi in vari paesi non evidenziano alcuna correlazione tra intervento dei privati e aumento di efficienza, investimenti e expertise soprattutto visti i prezzi, perché farlo da noi? Forse effettivamente non c’è niente di male…ma

 Nome: Edigioia  Data: 21.11.2009

Mi pare il caso di notare come anche queste nuove disposizioni evidenzino due problemi: 1) Opposizione: sparando nel mucchio, così larga parte dell’opposizione ha voluto osteggiare l’approvazione di disposizioni che di certo non prevedono alcuna privatizzazione del bene pubblico acqua. Si fa opposizione con slogan palesemente falsi, e l’opinione pubblica non pare in grado di discernere nel merito in maniera obbiettiva, assopita in questa continua zuffa da talk show. Ciò mi pare rappresenti un grave problema politico in quanto comporta una bassissima condivisione pubblica delle ragioni di qualsiasi decisione inerente interessi pubblici. La già svogliata società civile viene sempre più resa mero bagaglio di voti o al limite di comparse da manifestazione di piazza; 2)Governo/Parlamento:altra “riforma” dei servizi pubblici locali mediante norme inserite in leggi contenitore (storicamente finanziarie, ora di adeguamento comunitario) che si vanno non a sostituire ma a sommare alle norme già esistenti. Pare che in questo come in altri settori in Italia sia perennemente vigente la sola disciplina transitoria, altro che riforme. Dove sta l’ideologia?

 Nome: Massimo GIANNINI  Data: 20.11.2009

Io credo che se un servizio pubblico di un bene pubblico, quindi non di mercato, come l’acqua é inefficiente in mano pubblica, la soluzione non é dandone necessariamente la gestione e distribuzione ai privati che si risolve il problema. Chi la pensa così ha un’ideologica fede nel mercato e nelle imprese private. Mi pare che i rischi di gestione in mano privata di certi beni pubblici siano maggiori, soprattutto in Italia. Senza contare che prima ai Comuni gli si tolgono risorse eppoi gli si dice vendetevi i gioielli, anche se non luccicano, perché tanto non sapete amministrarli. L’ultimo esempio é appunto Alitalia “svenduta” ai soliti furbi, della banda Telecom, salvo prima di vendergliela gli si è fatto un prestito “ponte”, che ancora non torna indietro… Monopolio?

 Nome: pier  Data: 20.11.2009

Correggetemi se sbaglio: (1) L’infrastruttura è pubblica e pubblica rimarrà, ci saranno solo interventi di ammodernamento dove necessari (e questi potrebbero entrare in bolletta); (2) L’infrastruttura di distribuzione è unica e non è nemmeno lontanamente logico e pensabile che se ne faccia un’altra (altre) parallela. Fatte queste premesse, credo sia incontestabile che ci si trovi in una situazione di monopolio: in pratica nel mio paesino/cittadina/città l’acqua la gestisce uno e uno solo, quello che ha vinto la gara. A questo punto nella mia logica se il gestore è monopolistico non può che essere pubblico perché, pur con tutte le critiche del caso (carrozzone inefficente etc..), è l’unico che in monopolio garantisce di tutelare l’interesse pubblico. Il tema è piuttosto creare entità di controllo indipendenti che vadano a indagare dove ci sono sprechi e trovino soluzioni: per esempio chiudendo il carrozzone “che fa acqua da tutte le parti” e assegnando la gestione alla municipalizzata virtuosa del paese vicino. Forse mi sfugge qualcosa in questo ragionamento.. Capaci di fare le gare?

 Nome: Arturo Ricci  Data: 19.11.2009

Passando dalla teoria alla pratica occorre porsi una domanda. E’ realistico che i Comuni italiani siano in grado di gestire delle gare così complesse come quelle riguardanti la gestione del servizio idrico e molti degli altri servizi di interesse economico e generale? E una volta stipulati i contratti sono poi in grado di gestire i contratti stessi, monitorare il rispetto degli obblighi contrattuali, applicare le penali, etc. Chi scrive ritiene di no e che i Comuni italiani, nella maggior parte dei casi, non sanno nemmeno come è fatto l’impianto che danno in gestione, quanti sono gli investimenti da fare, quanta acqua entra, quanta se ne perde e quanta arriva agli utenti, quanti sono i ricavi, quanti siano i costi di gestione. In queste condizioni si faranno gare senza oggetto e si sa che difficilmente a rimetterci saranno i privati, con i loro costosi e sofisticati uffici legali. Una discussione consapevole sull’argomento deve quindi far convergere le persone ragionevoli del paese su un punto solo ma urgente: dotiamoci di un apparato tecnico in grado di farle queste benedette gare senza scordarci il vero obiettivo, ovvero pagare meno possibile il servizio. E’ la mistificazione della parola “mercato” a farci paura

 Nome: Domenico De Leonardis  Data: 19.11.2009

Professore non è la scarsa fiducia del mercato ma l’applicazione falsamente ideologica che i nostri amministratori ne danno sistematicamente a minare la fiducia di noi lettori. Lei cita il caso Alitalia e non aggiungo altro. facciamo un po’ di conti inventati

Nome: franco becchis  Data: 19.11.2009

Condivido la pacata analisi di Carlo Scarpa, e segnalo che continuo a incontrare persone (studenti, professionisti, giornalisti, professori…) che mi dicono “stanno privatizzando l’acqua”, sull’onda di una cattiva informazione pubblica e della emotività che questo bene particolare porta con se. Segnalo che, a lato di tutta la vicenda, c’è il tema della proprietà delle reti e delle infrastrutture, a cui le Fondazioni di origine bancaria sembrano interessate. Propongo un gioco: un sindaco ha una impresa pubblica locale che gestisce il servizio idrico e che vale, secondo gli analisti, €50 milioni, con profitti pari a zero per non irritare gli utenti con le bollette. Quale livello di profitti (e dividendi) per il futuro andrebbero garantiti a un privato che entri con il 40%, cioè tirando fuori €20milioni, per invogliarlo a fare partnership? e chi dovrà garantirlo? e quanta parte andrà in “affitto” delle reti e infrastrutture scorporate dal servizio. cordiali saluti Franco Becchis

LA RISPOSTA AI COMMENTI

di Carlo Scarpa 19.11.2009

cari lettori,
mi era evidente che i commenti che avrei ricevuto sarebbero stati di questo tono, che non condivido ma che rispetto, anche se mi piacerebbero reazioni più argomentate e meno “ideologiche”. Oggi tutto quello che “odora” di mercato è terribilmente fuori moda. Così come, quando il paese era pieno di imprese di banche di stato, panettoni di stato ecc., ci lamentavamo dell’invadenza statale e del clientelismo.
E’ proprio per quello che qualcuno di voi chiama “Lo sviscerato amore per il furto della nostra amministrazione pubblica” che costringere a mettere queste imprese nel confronto competitivo è opportuno. Ciò che questa legge cerca di evitare è proprio che imprese inefficienti gestiscano il servizio sprecando i nostri soldi. In qualche caso questa è forse una battaglia improba, una “mission impossibile” ma è giusto provarci.
Ma potrei anche citare il caso di una piccola impresa pubblica locale che finora ha gestito il servizio di raccolta dei rifiuti in forma diretta in una serie di piccoli comuni. Ma che, chiamata a partecipare alle gare, ha scoperto – senza sorpresa – che i privati volevano prezzi più elevati, e che quindi era lei a poter fare le condizioni migliori.
E’ un’impresa ragionevolmente efficiente, che nel confronto col privato non ha nulla da temere. Per un’impresa del genere, non succederà nulla.
Non c’è bisogno di privatizzazione.
Si noti in particolare che se un sindaco voleva vendere parte dell’impresa ecc., lo poteva fare anche prima di questa legge. Se poi i sindaci vogliono fare delle nefandezze, non è questa legge che consente loro di farne di più, anzi. Questa norma pone dei limiti, non aumenta le loro possibilità.
Infine, non sono innamorato del “privato” per se. Ma si ricordi che operazioni quali quella di Alitalia (che ho a suo tempo censurato pesantemente proprio su questo sito) erano sballate proprio perché “fuori mercato”. Il problema in quel caso era proprio il mancato rispetto delle regole del mercato. E, di nuovo, il mancato rispetto del denaro pubblico.
cordiali saluti.
Carlo Scarpa

(materiale ripreso da www.lavoce.info )

…………………………..

Decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135
“Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee. (09G0145)”
 

Art. 15
Adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica

Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 223 del 25 settembre 2009

 1. All’articolo 23-bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, terzo periodo, dopo le parole: «in materia di distribuzione del gas naturale», sono inserite le seguenti: «, le disposizioni del decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, e della legge 23 agosto 2004, n. 239, in materia di distribuzione di energia elettrica, le disposizioni della legge 2 aprile 1968, n. 475, relativamente alla gestione delle farmacie comunali, nonché quelle del decreto legislativo 19 novembre 1997, n. 422, relativamente alla disciplina del trasporto ferroviario regionale.»;

a-bis) al comma 1, quarto periodo, dopo le parole: «sono determinati» sono inserite le seguenti: «, entro il 31 dicembre 2012,»;

b) i commi 2, 3 e 4 sono sostituiti dai seguenti:

«2. Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria:

a) a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei princìpi del Trattato che istituisce la Comunità europea e dei princìpi generali relativi ai contratti pubblici e, in particolare, dei princìpi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento e proporzionalità;

b) a società a partecipazione mista pubblica e privata, a condizione che la selezione del socio avvenga mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei princìpi di cui alla lettera a), le quali abbiano ad oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione di specifici compiti operativi connessi alla gestione del servizio e che al socio sia attribuita una partecipazione non inferiore al 40 per cento.

3. In deroga alle modalità di affidamento ordinario di cui al comma 2, per situazioni eccezionali che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire a favore di società a capitale interamente pubblico, partecipata dall’ente locale, che abbia i requisiti richiesti dall’ordinamento comunitario per la gestione cosiddetta “in house” e, comunque, nel rispetto dei princìpi della disciplina comunitaria in materia di controllo analogo sulla società e di prevalenza dell’attività svolta dalla stessa con l’ente o gli enti pubblici che la controllano.

4. Nei casi di cui al comma 3, l’ente affidante deve dare adeguata pubblicità alla scelta, motivandola in base ad un’analisi del mercato e contestualmente trasmettere una relazione contenente gli esiti della predetta verifica all’Autorità garante della concorrenza e del mercato per l’espressione di un parere preventivo, da rendere entro sessanta giorni dalla ricezione della predetta relazione. Decorso il termine, il parere, se non reso, si intende espresso in senso favorevole.»;

c) dopo il comma 4, è inserito il seguente:

«4-bis. I regolamenti di cui al comma 10 definiscono le soglie oltre le quali gli affidamenti di servizi pubblici locali assumono rilevanza ai fini dell’espressione del parere di cui al comma 4.»;

d) i commi 8 e 9 sono sostituiti dai seguenti:

«8. Il regime transitorio degli affidamenti non conformi a quanto stabilito ai commi 2 e 3 è il seguente:

a) le gestioni in essere alla data del 22 agosto 2008 affidate conformemente ai princìpi comunitari in materia di cosiddetta “in house” cessano, improrogabilmente e senza necessità di deliberazione da parte dell’ente affidante, alla data del 31 dicembre 2011. Esse cessano alla scadenza prevista dal contratto di servizio a condizione che entro il 31 dicembre 2011 le amministrazioni cedano almeno il 40 per cento del capitale attraverso le modalità di cui alla lettera b) del comma 2;

b) le gestioni affidate direttamente a società a partecipazione mista pubblica e privata, qualora la selezione del socio sia avvenuta mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei princìpi di cui alla lettera a) del comma 2, le quali non abbiano avuto ad oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio, cessano, improrogabilmente e senza necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante, alla data del 31 dicembre 2011;

c) le gestioni affidate direttamente a società a partecipazione mista pubblica e privata, qualora la selezione del socio sia avvenuta mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei princìpi di cui alla lettera a) del comma 2, le quali abbiano avuto ad oggetto, al tempo stesso, la qualità di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio, cessano alla scadenza prevista nel contratto di servizio;

d) gli affidamenti diretti assentiti alla data del 1° ottobre 2003 a società a partecipazione pubblica già quotate in borsa a tale data e a quelle da esse controllate ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile, cessano alla scadenza prevista nel contratto di servizio, a condizione che la partecipazione pubblica, si riduca anche progressivamente, attraverso procedure ad evidenza pubblica ovvero forme di collocamento privato presso investitori qualificati e operatori industriali, ad una quota non superiore al 40 per cento entro il 30 giugno 2013 e non superiore al 30 per cento entro il 31 dicembre 2015; ove siffatte condizioni non si verifichino, gli affidamenti cessano improrogabilmente e senza necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante, rispettivamente, alla data del 30 giugno 2013 o del 31 dicembre 2015;

e) le gestioni affidate che non rientrano nei casi di cui alle lettere da a) a d) cessano comunque entro e non oltre la data del 31 dicembre 2010, senza necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante.

9. Le società, le loro controllate, controllanti e controllate da una medesima controllante, anche non appartenenti a Stati membri dell’Unione europea, che, in Italia o all’estero, gestiscono di fatto o per disposizioni di legge, di atto amministrativo o per contratto servizi pubblici locali in virtù di affidamento diretto, di una procedura non ad evidenza pubblica ovvero ai sensi del comma 2, lettera b), nonché i soggetti cui è affidata la gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni patrimoniali degli enti locali, qualora separata dall’attività di erogazione dei servizi, non possono acquisire la gestione di servizi ulteriori ovvero in ambiti territoriali diversi, né svolgere servizi o attività per altri enti pubblici o privati, né direttamente, né tramite loro controllanti o altre società che siano da essi controllate o partecipate, né partecipando a gare. Il divieto di cui al primo periodo opera per tutta la durata della gestione e non si applica alle società quotate in mercati regolamentati e al socio selezionato ai sensi della lettera b) del comma 2. I soggetti affidatari diretti di servizi pubblici locali possono comunque concorrere su tutto il territorio nazionale alla prima gara successiva alla cessazione del servizio, svolta mediante procedura competitiva ad evidenza pubblica, avente ad oggetto i servizi da essi forniti.»;

e) al comma 10, nell’alinea, le parole: «centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto» sono sostituite dalle seguenti: «il 31 dicembre 2009»;

f) al comma 10, alla lettera a) la parola: «diretti» è sostituita dalle seguenti: «cosiddetti in house» e dopo le parole: «patto di stabilità interno» sono inserite le seguenti: «, tenendo conto delle scadenze fissate al comma 8,»;

g) al comma 10, la lettera e) è abrogata.

1-bis. Ai fini dell’applicazione dell’articolo 23-bis, comma 8, lettera e), del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, come sostituito dal comma 1 del presente articolo, nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano sono fatti salvi, nel rispetto delle attribuzioni previste dagli statuti delle predette regioni e province autonome e dalle relative norme di attuazione, i contratti di servizio in materia di trasporto pubblico locale su gomma di cui all’articolo 61 della legge 23 luglio 2009, n. 99, in atto alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.

1-ter. Tutte le forme di affidamento della gestione del servizio idrico integrato di cui all’articolo 23-bis del citato decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, devono avvenire nel rispetto dei princìpi di autonomia gestionale del soggetto gestore e di piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche, il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche, in particolare in ordine alla qualità e prezzo del servizio, in conformità a quanto previsto dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, garantendo il diritto alla universalità ed accessibilità del servizio.

2. All’articolo 9-bis, comma 6, del decreto-legge 28 aprile 2009, n. 39, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 giugno 2009, n. 77, il quarto periodo è soppresso.

2-bis. All’articolo 195, comma 2, lettera e), secondo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, le parole: «diciotto mesi» sono sostituite dalle seguenti: «due anni».

2-ter. All’articolo 6, comma 1, lettera p), del decreto legislativo 13 gennaio 2003, n. 36, le parole: «31 dicembre 2009» sono sostituite dalle seguenti: «31 dicembre 2010».

2-quater. All’articolo 8-sexies, comma 2, terzo periodo, del decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 208, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2009, n. 13, la parola: «centoventi» è sostituita dalla seguente: “duecentodieci”.


[1] Si veda anche l’Avviso di rettifica pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 227 del 30 settembre 2009.

…………………..

IL PAESE DELL’ACQUA RIBELLE

di PAOLO RUMIZ, da “la Repubblica” del 15/11/2009

BIELLA. Ci hanno messo un secolo a conquistarsela la loro acqua, e ora non la mollano neanche morti. Non la mollano ai comuni e nemmeno alle spa comunali che la legge in discussione in parlamento obbligherebbe – caso unico in Europa – a diventare ancora più private, con inevitabile accorpamento dei servizi nelle mani di poche aziende.

   È il «no» di chi ha scelto un’ altra strada, quella del privato no-profit, dell’autogestione sparagnina senza aiuti statali, ma fieramente indipendente, nella pienezza dello spirito di servizio pubblico. Sono cento piccole alleanze di paese che hanno tenuto duro, costruendo un arcipelago che ha il suo nucleo forte a est di Biella, sulle montagne ai piedi del Rosa dove Fra Dolcino consumò la sua ultima resistenza e dove – sempre attorno ai torrenti – nacque un secolo fa il più grande distretto italiano del tessile: l’ Associazione dei consorzi delle “acque libere”, una realtà-modello che governa centoventi sorgenti, cento chilometri di tubi, e serve cinquemila abitanti con tariffe tra le più basse d’ Europa (mezzo euro al metro cubo) a fronte di una qualità eccellente.

   Gli hobbit della rete partigiana subalpina li trovi annidati nel labirinto morenico tra Biella e la Valsesia; le loro valli (e le loro acque) sono segnate da santuari – San Rocco, San Bernardo, Brughiera, Novarelia – nidi d’aquila da cui domini mezzo Nord. Nell’aria fina ecco l’ Adamello, l’ Appennino, la piramide innevata del Monviso, la cupola di Superga e quella di San Gaudenzio a Novara oltre le risaie del Vercellese. Vista pazzesca, in questi giorni di sole dedicati a San Martino: luccicano i fiumi alpini come carta stagnola, in discesa verso il Po che taglia la pianura sotto il Monferrato. «Ora ti faccio vedere come trattiamo l’acqua», fa Piero Tempia, sessantasette anni, piccolo bruno di razza alpina, e scende a saltelli in un bosco da Excalibur disseminato di ricci di castagne, tana sicura di tartufi.

   La sacra ampolla è in fondo a una valletta, chiusa a chiave, sigillata come in un tempio. Sei rubinetti, uno per ciascuna delle fonti intorno. Una vasca di decantazione in acciaio, una di raccolta, una pompa che spinge in cima al monte. Ci saliamo a piedi, la vista è immensa. Tempia sale quassù due volte alla settimana col suo mazzo di chiavi a controllare. È il portinaio delle acque, pare San Pietro. Sotto i piedi, mimetizzata, una riserva da 150mila litri, sensori di livello, depurazione a raggi Uva, il punto zero di distribuzione capillare su è giù per le colline. In principio fu Mezzana Montaldo, su un cocuzzolo dove l’ acqua non arrivava.

   Fu un’alleanza di operai detta “Comunione” – istituita con atto notarile – che nel 1907 ebbe una fonte in regalo dal “comendatur” Garlanda in Comune di Triverio, e mise i soldi per un acquedotto destinato ai “rubinetti” della pubblica via. Un secolo dopo, il consorzio di Montaldo, frazione (introvabile sulla carta) del Comune di Mezzana Mortigliengo, è all’ avanguardia. È stato il primo nel Biellese ad abolire il cloro, e ora governa con sapiente dosaggio quattordici piccole sorgenti, quindici chilometri di tubi dell’ ultimo tipo, impianti di depurazione a ultravioletti e un sistema di pronto intervento da fare invidia. Il segreto: utenti e gestori sono la stessa cosa. Se c’ è un guasto, la segnalazione è fulminea, e la riparazione altrettanto. Su prestazione gratuita e volontaria.

   Bisogna arrendersi: qui pubblico e libero non sono affatto la stessa cosa. «C’ è molto più pubblico in un consorzio privato di quanto si creda», osserva al telefono Simone Ubertino Rosso, ventiquattrenne di Montaldo, che studia scienze politiche in Cina. Era segretario del consorzio già a diciotto anni e oggi, da ottomila chilometri di distanza, segue ancora con passione i destini della sua acqua “ribelle”. Segno che i vecchi di quassù hanno qualcuno cui passare la mano.

   Nella vicina Valle Cervo, che ha ceduto alle spa, vivono male lo scippo delle fonti. «Quelli di Biella salgono quassù a spiegarci cos’ è l’ acqua, ci dicono che ci sarà la grande sete futura… ma qui piscia dappertutto… gli unici a morir di sete sono gli ubriaconi in bolletta…», ride la battagliera Chiara Fiorina che ha una locanda sulla strada a Quittengo. Dice un avventore, spalmando toma all’aglio sul pane: «La fregatura si chiama Ato, autorità territoriale ottimale. Sta tutta nella lettera O. Con quella te la mettono in quel posto», e giù un sorso di Barbera. Difatti, brontola la gente, non c’ è niente di ottimale nella gestione delle grandi spa.

   «Hanno il peggio del pubblico e il peggio del privato. Debiti e alte tariffe». «In un anno il Cortar (società pubblica biellese) ha fatto un milione di debiti», ghigna il sindaco di Mezzana, Alfio Serafia del Pdl. Per ripianare, si è giocato sulle bollette, ed è chiaro che «così i bilanci si fanno in quattro e quattr’ otto». Carletto Bellini di Trivero: «Loro sprecano e si beccano i contributi. Noi risparmiamo e ci becchiamo calci nei denti».

   Nel Biellese non ci sono castelli, il feudalesimo non ha mai attecchito e per mille anni la cosa pubblica è stata governata dal concilio dei “fuochi”, un primogenito a famiglia, e per dirimere le liti tribali c’ era l’Ammano, un difensore civico ante-litteram. In un mondo così, destra e sinistra sono concetti astratti. Ciò che conta è «il problema». In Valle Cervo, per esempio, il problema è che, da quando i grandi hanno mangiato i piccoli, l’ acqua costa più di prima. «A noi- obiettano- ci tocca pagare la depurazione delle acque più sporche della città di Biella».

   L’ eterna storia del lupo che si mangia l’ agnello. «Non voglio che le cose cambino», dice Giancarla, di Montaldo, a dire che qui la resistenza si fa richiamandosi all’ antico. «Non si può sbattere un bene universale in un mondo dove o sfrutti o sei sfruttato», ti dicono, «perché l’ acqua alla fine si vendica». Da quando sono arrivate le spa, quasi nessuno pulisce i canali di scolo, le radici degli alberi si infilano “a coda di topo” nelle tubazioni e l’ acqua s’ intorbida.

   Le grandi piogge fanno sfracelli: l’ ultima ha scoperchiato le tombe di Campiglia, le ossa dei morti sono arrivate alla scuola e «i bambini nell’ intervallo ci han pure giocato», scherzano ma non troppo i biellesi. Quassù tutti gli schemi saltano. Non è pubblico contro privato, ma oculatezza contro sperpero, piccolo contro grande, responsabilità contro burocrazia, olio di gomito contro finanza, difesa dei territori contro grande distribuzione. È la resistenza a un centro lontano e indifferente, spalleggiato in periferia da Asl che consentono alle grandi spa magari di mettere in rete acqua all’ arsenico, ma bastonano i piccoli acquedotti virtuosi con sadiche prescrizioni.

   A Cossato, dove la Strona esce verso le risaie dei «ranàt» (termine derisorio per quelli stanno dabbasso), quando gli parli di acqua potabile non pensano mica a quella comunale. L’ acqua vera è solo quella dei montanari. È la buona rete che, come un sistema linfatico parallelo, comincia a scorrere già in periferia, nella frazione di Ronco in Val Strona. E difatti è lassù che va la gente a fare scorta. Vengano a vedere, i parlamentari che vogliono spingere le acque plurali d’ Italia in un unico pentolone. La processione dalla Padania inquinata comincia ogni sabato, con le taniche, a caccia di sorgenti.

   Attorno alla fontana di Lora in comune di Trivero, che spilla H2O doc, pulita con raggi ultravioletti, nei weekend si fa a gomitate per riempire le bottiglie. C’ è qualche matto che viene fin da Milano con la station wagon piena di cassette e giura che gli conviene. E gli altri? Quelli che non conoscono le acque libere, che fanno? Nemmeno loro bevono l’ acqua del sindaco che sa di piscina.

   Quelli corrono nei mercatoni a comprare acqua prigioniera, poi tornano gobbi con dieci chili di confezione sotto plastica per ciascuna mano, a tenere alto l’ italianissimo record mondiale di consumo di minerale, 172 litri-anno pro capite. E lì il cerchio della nostra anomalia, quella dell’ unico stato europeo che obbliga a privatizzare, si chiude alla perfezione. Come un teorema. Funzionava – bene o male – l’ acqua pubblica, prima che la legge Ronchi negli anni Novanta la spingesse verso il pentolone delle spa. Da quel momento le Asl e le burocrazie si sono accanite sui piccoli comuni, finché la loro vita è diventata impossibile. Per questo, per evitare grane, molte acque libere son passate di mano.

   E molti consorzi, massacrati di divieti, per paura hanno calato le brache e ceduto gratis i loro impianti-modello. Risultato: colpo mortale al territorio, alle autonomie, alla democrazia di base. In parallelo, col nuovo regime spa, s’ è visto un crollo di investimenti sulle reti (scesi di due terzi in quindici anni), e un parallelo aumento di tariffe. Il tutto, spesso, con perdite di bilancio, ovviamente ripianate del remissivo utente italiano o dallo Stato-Pantalone. Da domani potrebbe essere peggio: il controllo delle acque montanare passerebbe a Milano, Bologna. O magari a Parigi, o in Australia, come è capitato alle acque inglesi, finite a un’ unica azienda straniera.

   L’ alleanza del Biellese orientale è fatta da quelli che non hanno ceduto: trentadue consorzi uniti per fare massa critica e resistere alle pressioni. « Ma alura, quand’ è che vai a pulire le vaschette », brontola un signore di Vallemosso, vedendo passare il presidente del suo consorzio. «Vede?», dice Giovanni Pizzato, «mi stanno alle costole. Questa è la nostra forza. È il segno che mi avvertono appena qualcosa non va.

   Sette anni fa l’ acqua era calata di colpo, così siamo corsi su e abbiamo cambiato cinquecento metri di tubo in due giorni. Potevamo fare un rattoppo, invece no. Noi non lasciamo buchi, nemmeno nel bilancio». Poco a monte di Mortigliengo è venuto giù un pezzo di strada provinciale, mangiata dall’ acqua per via delle cunette che nessuno pulisce. Il crollo ha messo a nudo il tubo del metano, ma la Provincia non ha un euro per intervenire, così la ferita si allarga. Ecco come l’ incuria uccide i territori. «L’ Italia – dice Piero Tempia – è il Paese delle inaugurazioni. Si tagliano i nastri, vengono le tv, poi tutto finisce lì. Manutenzione zero». Succede con le strade: figurarsi con l’ acqua, che non si vede. (Paolo Rumiz)

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