Europa SOS Razzismo – Il primo dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona: non negli Stati Uniti d’Europa ma in un’Europa divisa in (piccole) patrie, tra chiusure e razzismi espressi o incombenti, dove i destini del mondo si decidono altrove

Mario Ballotelli, giovane calciatore assai bullo e forse antipatico, ma non per questo dev’essere vittima di continui episodi di razzismo (sintomatici di malessere sociale)…… “Ciò che non gli viene perdonato è di non essere uno dei tanti campioni di colore che arrivano, aiutano a vincere e se ne vanno. Balotelli è nero ma parla bresciano ed è italiano, rivendica la sua identità italiana. E’ il simbolo del passaggio dall’Italia di ieri a quella di domani. E’ questo che manda in corto circuito i razzisti.” (GianAntonio Stella, il Corriere della Sera… vedi tutto l’articolo in seconda pagina)

L’Europa che rafforza da questo dicembre le sue istituzioni, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, è un’Europa confusa: che comprende la necessità di essere unita con politiche “uniche” (sui problemi internazionali, sull’economia, sull’ambiente…), ma prevalgono le “piccole patrie” e gli individualismi di ciascuna nazione. Sul tema dell’immigrazione manca una politica di sviluppo dei paesi poveri (buona parte dell’Africa se la stanno comprando i cinesi…) e ci si muove solo con respingimenti a volte crudeli (lasciando al loro destino naufraghi, o nella mani di un paese che non riconosce le regole del diritto internazionale, come la Libia).

Un’Europa dove episodi di razzismo, di xenofobia si moltiplicano (ma questo accade quando non c’è una prospettiva chiara, un progetto futuro innovativo pur saldamente basato su quei principi di “libertà, uguaglianza, fraternità” sorti proprio in Europa dalla rivoluzione francese).  Diamo qui conto di questa nuova stagione che si apre nei suoi effetti contrastanti, tra il positivo e il negativo (il trattato di Lisbona che rinsalda le istituzioni europee, ma il diffondersi del razzismo e delle chiusure a volte xenofobe nei confronti degli immigrati, dei poveri, o di chi ha la pelle nera… la voglia di aprire un’altra era sul tema ambientale –l’Europa spinge perché si ottengano risultati positivi dall’imminente Conferenza di Copenaghen- e la totale assenza di una politica estera unitaria sui grandi problemi del mondo – è da sperare nella nuova figura di Ministro degli Esteri, la baronessa inglese Ashton a cui è affidato il duro compito di creare una politica internazionale europea-).

No della Svizzera ai minareti

E l’episodio del referendum svizzero, che ha bocciato la possibile costruzione di minareti nel suo territorio, imbarazza e crea preoccupazione nelle forze europee: si teme una catena di episodi, manifestazioni, petizioni, referendum che vengano a copiare quanto è accaduto in Svizzera.

Su tutto questo (il pessimismo della ragione…) predomina la speranza che il pur lento processo di unificazione europea riesca a tirar fuori le grandi risorse (umane, democratiche, di intelligenze, di solidarietà…) di cui è ancor vivo il suolo europeo (l’ottimismo della volontà…).

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TRATTATO IN VIGORE, L’EUROPA RIPARTE DA LISBONA

di Luigi Offreddu, da “Il Corriere della Sera” del 2/12/2009

BRUXELLES – Battesimo con fuochi d’artificio sulle sponde dell’Atlantico, ieri notte, per l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, la «Costituzione leggera» dell’Unione europea.      Che promette molte cose: snellirà una macchina troppo complessa, così almeno si spera; e rafforzerà l’Europarlamento, che potrà vagliare molte decisioni prese dal Consiglio dei ministri dell’Unione.

Sempre grazie al Trattato, la Ue ha due leader «stabili»: il presidente del Consiglio, il belga Herman Van Rompuy, in carica per due anni e mezzo; e il «ministro degli Esteri», l’inglese Catherine Ashton. Di più (sempre negli auspici): il Trattato libererà lo stesso Consiglio dalle gabbie dei veti posti dai singoli governi, e gli consentirà di esprimersi anche a maggioranza e non più solo all’unanimità, almeno su certe materie. Nascerà poi la «difesa europea», un esercito comune creato all’inizio da un gruppo ristretto di Paesi.

In due parole: «meno chiacchiere e una boccata di aria fresca», per dirla con un diplomatico anglosassone di sede a Bruxelles. A Lisbona, anche il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha parlato di giornata storica. E con lui, un pugno di primi ministri riuniti intorno alle 400 pagine della «Costituzione leggera» (700, con gli annessi) hanno ricordato chi – oltre 50 anni fa – firmò il Trattato di Roma, prima base dell’Unione, per constatare che un bel po` di strada è stata fatta.

Così lo svedese Fredrik Reinfeldt, presidente di turno della Ue fino al 31 dicembre, ha detto che il nuovo Trattato regalerà ai cittadini una Ue dotata di più «democrazia e trasparenza». Accanto a lui c`era José Luis Zapatero, suo successore nella stessa carica da gennaio: i presidenti di turno esisteranno infatti ancora, con il presidente del Consiglio «stabile», e questo è uno dei punti che più hanno calamitato le critiche degli scettici.

Un altro punto controverso è quello della guida dell’Eurogruppo, l’organismo che riunisce i ministri finanziari della zona Euro. Ieri, a Bruxelles, si doveva scegliere il successore dell’attuale presidente, il lussemburghese Jean-Claude Junker, il cui mandato scade a ottobre. C’era un altro candidato a quella carica, Giulio Tremonti. Ma a tarda ora, secondo il tedesco Wolfgang Schauble, si sarebbe deciso che con il Trattato di Lisbona si riparte da zero. E così Junker «molto probabilmente» verrà rieletto il 18 gennaio, per altri 18 mesi. I ministri hanno mandato anche un altro segnale: l’euro, oggi, è «sopravvalutato».

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LE SFIDE CRUCIALI DELLA NUOVA EUROPA

di Giuseppe Mammarella, da “il Messaggero” del 1/12/2009

E’ nata la nuova Europa, quella costruita dal Trattato di Lisbona che entra in vigore a tutti gli effettì dotando l’Unione di quella personalità giuridica necessaria perché essa acquisisca piena legittimità internazionale. Ma delle due maggiori cariche previste dal Trattato, il Presidente e l’Alto rappresentante della politica estera europea, solo la seconda, la baronessa Catherine Ashton ha assunto le sue funzioni. Il Presidente designato, Herman Van Rumpuy dovrà attendere il primo di gennaio per entrare nella pienezza dei suoi poteri a confermare che l’Europa si costruisce giorno dopo giorno.

La signora Asliton parte in anticipo, quasi a sottolineare la maggiore delicatezza del suo compito e il maggior impegno richiesto dalla carica. Al momento dell’annuncio la sua designazione, come quella di Rumpuy, era stata accolta dalla stampa europea con giudizi non privi di durezza per la personalità dei due designati e per le scelte di basso profilo fatte dal vertice dell’Unione.

Poi nei giorni successivi ha prevalso una valutazione più meditata per le qualità personali ma soprattutto per la natura dei compiti che attendono i due prescelti a guidare l’Europa per i prossimi anni. Rumpuy si è attribuito la funzione di mediatore per la quale tutti gli riconoscono doti ed esperienza eccellenti.

Va riconosciuto che nell’attuale fase della vita dell’Unione che vede un ruolo più incisivo rispetto al passato dei governi nazionali anche sulla scia degli interventi resi necessari dalla crisi economica, sarebbe utopico attendersi un ruolo diverso come quello che era stato auspicato di direzione e di leadership. E’ piuttosto attraverso la mediazione e l’armonizzazione delle posizioni e delle voci che potrà nascere una politica ragionevolmente unitaria e coerente.

Sarebbe ugualmente irrealistico attendersi dalla Ashton la formulazione e l’implementazione di una politica estera comune ai 27 Stati rimasta latitante per tanti anni alla quale il pur bravo Solana ex mister Pesc ha cercato di dar corpo con limiti che sono sotto gli occhi di tutti. Compito della Ashton sarà soprattutto quello di creare gli strumenti di una politica estera e in primis quello di un corpo diplomatico che -per la sua consistenza e le risorse che gli sono state attribuite- si preannuncia dì notevole rilievo.

Un compito che richiederà tempo e scelte oculate e soprattutto coerenza e continuità di indirizzi. Quella europea dovrà dialogare utilmente con le diplomazie nazionali evitando conflitti e cercando di mediare e coordinare posizioni ed interessi secondo modi e metodi ancor tutti da inventare e sperimentare.

Insieme alla diplomazia l’altro indispensabile strumento di una politica estera è quello di una forza militare, a sostegno degli obiettivi che l’Unione si darà sul piano internazionale, e qui si tocca una delle maggiori deficienze dei governi se non un vero e proprio fallimento.

Nonostante che di una forza europea integrata si parli da decenni, i risultati raggiunti sono meno che simbolici e da qualche tempo gli sforzi perla costruzione di una pur minima struttura sembrano essere stati sospesi.

È ovvio che il problema investe tutta una serie di scelte politiche fondamentali e soprattutto i rapporti con gli Stati Uniti all’interno della Nato, ma nelle attuali contingenze di un mondo in cui gli equilibri sono in fase di rapida evoluzione, ulteriori rinvii rischierebbero di creare situazioni irrecuperabili. Insieme alla diplomazia e ad una forza militare integrata la politica estera richiede soprattutto l’adesione dei cittadini per la realizzazione di quegli interessi economici politici ideali in cui essi si riconoscono e in cui sostanzialmente consiste la politica estera.

Resta pertanto da rafforzare e in alcuni casi da costruire una identità europea che non contraddica quella delle singole identità nazionali. È un compito tanto più urgente in un’Europa dove lo spirito europeista è parzialmente inquinato dal ritorno di tentazioni nazionaliste e di preoccupazioni sovraniste.

Il Trattato di Lisbona offre strumenti e poteri per aprire una fase nuova nella storia dell’unità europea che pur allontanandosi ulteriormente dal programma federalista delle origini, e potrà segnare un nuovo passo irreversibile e forse decisivo verso una politica estera diretta a conservare all’Europa la capacità di operare al livello dei maggiori protagonisti vecchi e nuovi, della politica mondiale.

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No della Svizzera ai minareti. Un divieto offensivo

di Pierluigi Battista, da “il Corriere della Sera” del 30/11/2009

La bocciatura svizzera dei minareti si gloria con nobili intenzioni stilistiche e architettoniche, come se davvero lo splendore autoctono dei laghi e delle montagne avesse bisogno di essere protetto dall’intrusione di torri sgraziate. Ma nel referendum svizzero hanno bocciato a maggioranza la libertà religiosa. Non la tutela del paesaggio, ma la guerra preventiva ai luoghi della preghiera. Si sentono minacciati, ma hanno fatto di un minareto il quartier generale del nemico.

Non hanno chiesto il controllo di ciò che viene predicato e agitato nelle moschee. Non si sono ribellati a costumi in contrasto con i principi che ci sono più cari, dalla libertà della donna alla separazione tra politica e religione, dalla democrazia all’autonomia delle leggi civili dalle pretese di un testo sacro. E non hanno nemmeno vellicato un istinto di sicurezza, che in Svizzera, per la verità, ha meno ragioni di esasperarsi che da noi.

No, hanno manifestato un’ostilità preventiva e non negoziabile ai luoghi di culto. Hanno identificato nel muezzin che dai minareti chiama i fedeli alla preghiera il nemico in agguato, il simbolo della minaccia, l’aggressione a un’identità culturale. E se c’è un esempio della tanto evocata tirannide della maggioranza, da ieri basta recarsi in Svizzera per contemplarne un modello.

Hanno dato la risposta peggiore alla minaccia islamista che incombe sull’Europa, peggiore anche dell’illusione multiculturalista i cui contraccolpi negativi sono oggi al centro della riflessione autocritica in Gran Bretagna e in Olanda. Se pensavano a una ritorsione per le persecuzioni e le discriminazioni religiose che infestano i Paesi in cui la legge non è che l’applicazione letterale e senza scampo della sharia, hanno imboccato la strada più pericolosa. Più pericolosa per le minoranze religiose che nel mondo dell’integralismo islamico non hanno diritto di parlare, esprimersi, pregare, esporre i simboli del proprio credo.

È ovvio che i primi a rammaricarsi per il risultato svizzero siano stati i vescovi: non si può rispondere con i divieti a chi considera un reato punibile con la morte il semplice possesso di un crocefisso. Non è con l’ostruzionismo che dovrebbe impedire la costruzione di un minareto che si possono salvare le chiese altrove saccheggiate e bruciate, o avere più a cuore la sorte degli ebrei e dei cristiani che sono costretti alla clandestinità della loro fede.

Il divieto di minareto è inutilmente offensivo, controproducente. E colpisce il bersaglio sbagliato. Schiaccia i più moderati nelle braccia degli oltranzisti. Suscita risentimenti e vittimismi. Offre gratuitamente argomenti a chi parte per l’Europa con intenzioni ostili. Scambia catastroficamente la religione con la politica. Anziché chiedere conto agli islamici dei loro comportamenti, li umilia ostacolando le loro preghiere. Invece di esigere che tutto si svolga alla luce del sole, ricaccia nell’ombra chi vuole solo pregare e non ha intenzione di unirsi ai nemici dell’Occidente che considerano l’Europa terra di infedeli da combattere.

Non c’è niente di male nella costruzione di una moschea (che in Svizzera sono già duecento, peraltro) o di un minareto. Il male è che le moschee diventino luogo di reclutamento del verbo fondamentalista, e questo male è destinato a inasprirsi dopo il referendum svizzero. Il male non è la libera preghiera, ma il velo islamico non liberamente scelto ma imposto da autorità onnipotenti, padri padroni, mariti prepotenti. Non è il suono del muezzin, ma l’ostentazione di un’ostilità minacciosa, come quella che ha conosciuto Milano quando, in gesto di sfida, si inscenò la genuflessione islamica davanti al sagrato del Duomo. Si capisce che alcuni esponenti della Lega esultino per il risultato svizzero. Si capisce un po’ meno che siano seguiti da chi invece non ha fatto della purezza etnico-religiosa la propria bandiera.

Che dovrebbe battersi per la reciprocità della libertà religiosa e perché sia garantita l’integrità delle chiese e delle sinagoghe, la sacralità dei luoghi di culto ovunque essi siano. Il resto è solo paura, terrore cieco. Ma la paura fa commettere errori imperdonabili. Anche se espressi a maggioranza. Anche se la democrazia smarrisce se stessa, se non tutela le minoranze. Comprese quelle che pregano in modo diverso.

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Minareti, ora l’Europa teme l’ondata estremista

I partiti della destra radicale: «Ora referendum ovunque»

di Marco Zatterin, da “la Stampa” del 1/12/2009

BRUXELLES. Geert Wilders ha colto la palla al balzo. Lui, l’uomo che guida la destra radicale in Olanda, quello che per stabilire il parallelo fra il Corano e il Mein Kampf di Hitler ha pure fatto un film, s’è subito preso la briga di invocare un referendum contro i minareti sulla falsariga di quello svizzero.

Il suo Partito per la Libertà conta sulla carta sul 15% dei consensi nei Paesi Bassi, un seguito costruito alimentando lo scontro con gli immigrati, soprattutto di fede islamica. Eppure è difficile che la spunti. La coalizione che guida lo Stato Orange resta ancorata ai principi del liberismo e dell’apertura all’altro. Ma questo non toglie che il voto elvetico rafforzi nettamente l’ossigenato leader xenofobo e che, in un futuro non lontano, le cose potrebbero andare diversamente.
La consultazione popolare di domenica ha ringalluzzito gli schieramenti più estremisti anche in Belgio e Austria. Il Partito del popolo danese ha chiesto formalmente che si vada alle urne contro le torri della mezzaluna. Sono voci rumorose. Fuori dai governi, però. Nelle dichiarazioni ufficiali delle capitali il dissenso per la scelta svizzera è netto, le parole stigmatizzano una decisione «che divide e che può minare la costruzione di una società sana e multietnica». Riassume l’ex presidente della Commissione europea Jacques Delors, uno dei padri dell’Europa unita: «Sinora abbiamo vissuto con l’idea che le religioni diverse possano coesistere in uno Stato democratico con il rispetto di tutti e un minimo di diritti». Adesso, fa notare, ci sono pulsioni nuove. «E mi rattrista che si confonda la fede con l’origine».
Difficile avere un quadro esatto delle moschee in Europa, nessuno raccoglie i dati. Le stime variano comunque da 7 a 15 mila. In Francia negli ultimi anni si è avuto un vero e proprio boom di minareti, all’ombra dei quali ombra pregano i 5 milioni di musulmani dell’esagono. A Parigi è in funzione da tempo una Grande Moschea, mentre quella di Strasburgo – progettata dall’italiano Portoghesi – ha la cupola installata da venerdì. Dopo vent’anni di travagli dovrebbe aprire fra un anno. Normale che il ministro degli Esteri Bernard Kouchner definisca i risultati svizzeri «espressione di intolleranza». E normale che il ministro dell’Interno spagnolo Alfredo Pérez Rubalcaba ribadisca che avrebbe votato contro la proibizione dei minareti.
La più grande moschea d’Europa è stata inaugurata nel 1992 proprio a Madrid e in 4 delle diciassette regioni del Paese iberico dal 2005 nelle scuole si offre l’ora settimanale (e facoltativa) di islam. Per Rubalcaba «ciò che è successo in Svizzera non si ripeterà». Qualche dubbio comincia a serpeggiare in Germania. Wolfgang Bosbach, il cristianodemocratico che guida la Commissione Interni del Parlamento, ha dichiarato all’Hamburger Abendblatt che le cronache svizzere riflettono «una diffusa paura dell’islam» presente anche nel suo Paese, dove le moschee turrite sono oltre duecento e un altro centinaio è in costruzione. Il governo non sembra però intenzionato a cambiar rotta. Nonostante qualche polemica persino nella supercattolica Colonia, patria del padre cristiano-conservatore della democrazia, Konrad Adenauer, prosegue l’attività nei cantiere della Grande Moschea, che avrà due minareti da 55 metri.

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IMMIGRATI: MENO LAVORO, PIU’ RAZZISMO

di Antonio De Florio, da “il Messaggero” del 23/9/2009

I morsi della crisi economica si fanno sentire e gli immigrati sono i primi a essere colpiti. Le imprese hanno tagliato del 50 per cento le assunzioni di stranieri, le rimesse a casa sono scese di 4-5 punti, fioccano gli sfratti e aumentano solo gli episodi di razzismo. Le domande di regolarizzazione on-line al Viminale di colf e bandanti, (alla scadenza di fine settembre, ndr) sono state appena 145.000: erano previste più di mezzo milione di richieste.   E’ questa l’ultima radiografia tracciata dal Censis per l’Ocse con il rapporto “International migration outlook”, presentato al Cnel di Roma.      Poche cifre per capire le dimensioni della crisi: nel 2009 le nuove assunzioni di immigrati sono state 92.500 a fronte delle 171.900 dell’anno precedente. Nel Settentrione, dove c’è la maggiore concentrazione dei flussi migratori, gli sfratti per morosità a causa dell’aumento del canone o della perdita del lavoro hanno ricevuto un’impennata e il 22% delle famiglie che devono forzatamente abbandonare le case sono straniere.   Parallelamente si è arenata la corsa al mattone; negli ultimi due anni l’acquisto di appartamenti da parte di immigrati è calato del 23,7%. Per non parlare dei risparmi mandati nel proprio paese: sono diminuite del 10% le somme pro capite che gli immigrati inviano mensilmente in patria (155 euro nel 2008 a fronte dei 171 del 2007) ed è rallentata la crescita complessiva delle rimesse (6,4 miliardi di euro).

Il vicedirettore del Censis Carla Collicelli denuncia un altro aspetto: «Con la crisi sono cresciuti gli episodi di intolleranza».  Sono aumentati in particolare gli atti di discriminazione, il 22,3% dei quali subiti nel mondo del lavoro: il 32.1% delle denunce riguarda la fase di accesso al mercato del lavoro, il 23,2% lecondizioni lavorative, il 19,6% azioni di mobbing.

I flussi migratori restano comunque di segno positivo almeno fino allo scorso anno: gli stranieri regolarmente residenti in Italia sono cresciuti del 16,8% nel 2008, 493.729 unità in più rispetto all’anno precedente, per un totale di 3.432.651 presenze. Al primo gennaio 2008 erano 1.684.906 le famiglie con almeno un componente straniero, pari al 6,9% del totale.

Lo scorso anno i rapporti di lavoro di stranieri registrati presso l’Inail sono stati più di tre milioni e 200 mila.   Nel 42% dei casi si tratta di donne. E il 71,6% delle colf e delle badanti che lavorano in Italia (pari complessivamente a circa un milione e mezzo) sono di origine immigrata.

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Immigrati, l’integrazione è sicurezza

di Renzo Guolo, da “la tribuna di Treviso” del 2/11/2009

I dati che emergono dal dossier statistico sull’immigrazione della Caritas sono assai significativi. In Italia gli immigrati regolari sono oltre quattro milioni e mezzo, tenendo conto delle recentissime regolarizzazioni; quelli con il permesso di soggiorno il 7,2%. Il Veneto è la seconda regione per presenza (11,7%) dopo la Lombardia (23,3%). Le donne sono la metà di questo universo. Un quinto degli immigrati è rappresentato da minori. Gli alunni stranieri, ormai oltre seicentomila, rappresentano il 7% della popolazione studentesca.

Ovviamente l’incidenza più alta si registra nelle scuole elementari (8,3%). Da qui al 2050, orizzonte che può sembrare lontano a noi ma non ai nostri figli, gli stranieri potrebbero essere dodici milioni.

E’ possibile di fronte a questi numeri affrontare la questione immigrazione nella sola ottica dell’ordine pubblico? O forse è più conveniente mettere l’accento sull’integrazione come produttrice di sicurezza?  Un approccio che negli ultimi tempi fa trasversalmente proseliti. Non è solo la Chiesa a stabilire un preciso nesso tra sicurezza e integrazione, ma anche la politica più avveduta. Come dimostra la convergenza su questioni come il diritto di voto amministrativo e l’accesso alla cittadinanza degli stranieri, tra una sinistra realista e quei settori della destra non contaminati da derive populiste e xenofobe.  Il punto di partenza è ritenere l’integrazione degli immigrati necessaria perché produce non solo crescita economica o finanziamento del welfare, ma anche sicurezza e lealtà politica.

Posizione che costituisce un rovesciamento delle logiche securitarie che pulsano in certa destra, che sull’equazione immigrazione-devianza, immigrazione-invasione delle culture altre, ha demagogicamente prosperato. Nonostante non abbia proposto alcuna soluzione al problema e si sia limitata a sfornare, inefficaci quanto pericolose ricette xenofobe.

L’accento sulla coppia integrazione-sicurezza sgombera anche il campo dalla retorica del multiculturalismo facile. Un mutamento di prospettiva che depotenzia la rendita politica della Lega.  Sotto il tallone di ferro leghista si è, infatti, imposto in Italia un modello nominalmente assimilazionista, ispirato dalla generica formula «gli immigrati rispettino le nostre leggi e tradizioni». Poco più che uno slogan, corredato da una raffica di divieti. Ne è risultato un assimilazionismo forzoso ma monco: l’assenza di cittadinizzazione lo rende poco appetibile agli immigrati, che dovrebbero rinunciare alle proprie identità, culturali, etniche e religiose, in cambio del nulla.

Se in Francia, luogo per eccellenza dell’assimilazionismo, la rinuncia ai particolarismi identitari ha come oggetto di scambio politico la cittadinanza, in Italia si chiede di rinunciarvi a priori e senza discutere.  Un modello, quello imposto dal Carroccio, essenzialmente disciplinare, fondato sullo sguardo di ordine pubblico. Formalmente assimilazionista, il modello disciplinare si regge sullo ius sanguinis che sbarra l’accesso alla cittadinanza allo straniero.

Ideologicamente assimilazionista, il modello disciplinare funziona, di fatto, come un modello multiculturalista. Stigmatizzando gli immigrati come portatori di irriducibili e ascrittive differenze etniche e religiose, rinuncia a stimolare qualsiasi interazione che non sia funzionale all’economia, alimentando in tal modo una separatezza che riproduce intoccabili ghetti identitari. Un modello, quello disciplinare, che non garantisce nemmeno la lealtà politica assicurata nei paesi che hanno adottato il modello multiculturalista da quanti ritengono conveniente il patto che lo sorregge.

Questo assimilazionismo senza assimilazione, questo multiculturalismo negato e di fatto riprodotto nella sua versione, priva di vantaggi sistemici, dell’enclave identitaria rancorosa e ostile, rischia di provocare, in un futuro non troppo lontano, seri problemi. Dentro al magma oscurato della segregazione sociale crescono, infatti, più che stranieri, estranei.

Affrontare la questione a partire dal diritto di voto alle amministrative, facendo leva sul principio liberale che stabilisce il nesso tra tassazione e rappresentanza in un paese che pure fa votare anche chi non vi risiede da lungo tempo e paga imposte e tasse altrove, e dall’accesso alla cittadinanza, significa puntare su un modello di integrazione politica.

E scommettere che la coesione sociale possa essere meglio garantita dalla condivisione dei principi costituzionali e dalla comune consuetudine alle regole del gioco, piuttosto che dalle richieste di riconoscimento delle specifiche identità nella sfera pubblica o dalla loro negazione a priori.

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Il caso Super-Mario è il simbolo del passaggio dal Paese di ieri a quello di domani

I fischi in campo a Balotelli, e la colpa di sentirsi italiano

Sogna la maglia azzurra e manda fuori gioco i razzisti
di GianAntonio Stella, da il Corriere della sera del 1° dicembre 2009

«Mangiabanane schifoso!». Provateci voi, a giocare a calcio davanti a decine di migliaia di tifosi, mentre dagli spalti si le­vano certi cori infami. Provateci voi, a tene­re i nervi saldi e sorridere dei teppisti e se­guire i consigli di chi raccomanda una bri­tannica compostezza mentre ti urlano «Se saltelli / muore Balotelli!» e «Ne-gro / di-mer-da!» e «Non ci sono italiani ne­gri! ». Provateci voi, a vivere portando il pe­so che si porta addosso super-Mario. Ob­bligato, e Dio sa quanto ne farebbe volen­tieri a meno, a essere un simbolo: quello del passaggio dall’Italia di ieri a quella di domani.

Ma certo, il ragazzo qualche volta rove­scia la sua timidezza, che dicono superiore perfino alle qualità tecniche, in provocazio­ni da bullo. Come quando, dopo un gol alla Roma, andò a fare le linguacce ai tifosi gial­lorossi spingendo Francesco Totti a dire che: «Se a diciotto anni mi fossi io compor­tato così mi sarei preso calci nel sedere da Giannini, due schiaffi da Mazzone e il re­sto me lo avrebbero dato a casa». Troppo facile, però, dire che ha un caratteraccio. Dietro le sue intemperanze, le sue ribellio­ni, i suoi sfoghi, c’è qualcosa di più. Dico­no: non c’entra il razzismo, tanto è vero che George Weah, Frank Rijkaard, Patrick Vieira, Marcel Desailly, Clarence Seedorf e tanti altri giocatori di colore hanno avuto pochi problemi. Ed è vero, in parte. Come spiegò Ruud Gullit: «Se sei miliardario e giochi nel Milan sei un po’ meno negro». Come accade dai tempi in cui Sesostris III, quattro millenni fa, fece mettere nel pro­fondo sud del paese un cippo: «Frontiera sud. Questo confine è stato posto nell’an­no VIII del regno di Sesostris III, re dell’Al­to e Basso Egitto, che vive da sempre e per l’eternità. L’attraversamento di questa frontiera via terra o via fiume, in barca o con mandrie, è proibita a qualsiasi negro, con la sola eccezione di coloro che deside­rano oltrepassarla per vendere o acquista­re in qualche magazzino». Insomma: nien­te neri, se però vengono a far girare i sol­di…

Qual è allora la differenza tra Balotelli e, per esempio, Lilian Thuram? Non ha gli oc­chialetti da professorino? Non fa le stesse buone letture? Non mostra lo stesso garbo davanti ai microfoni? No. Ciò che non vie­ne perdonato al giovane campione interi­sta è di non essere uno dei tanti campioni di colore («vabbè, puzzano, ma se ci fanno vincere…») che arrivano, aiutano a conqui­stare gli scudetti o una medaglia olimpica e a fine carriera se ne tornano a casa. Balo­telli è nero ma parla bresciano ed è italia­no. Peggio, rivendica la sua identità italia­na: «Sogno la maglia azzurra come l’ha so­gnata ogni bambino italiano». È questo che manda in corto circuito i razzisti. Come ha scritto sul manifesto lo storico inglese John Foot, troppi abitanti della pe­nisola «trovano semplicemente impossibi­le accettare che Mario Balotelli sia di fatto italiano. Per loro, non esistono black ita­lian. Gli immigrati vanno bene fintanto che restano invisibili, non camminano per strada, non danno fastidio e non hanno di­ritti. Sono buoni a nulla, non possono esse­re ‘uno di noi’. Balotelli fa cadere il velo su queste spaventose contraddizioni». La reazione la vedi sugli spalti. Dove ad esempio i tifosi della Juve, per smuovere le autorità calcistiche e guadagnare mesi fa al­la loro squadra la condanna a giocare a por­te chiuse, dovettero insistere e insistere nei loro barriti razzisti fino al punto di fare scrivere al giudice sportivo Gianpaolo To­sel che i cori erano stato intonati «in molte­plici occasioni» («ai minuti 4’, 26’, 35’, 41’, 42’ del primo tempo e 11’, 19’, 22’, 25’, 30’ del secondo tempo») e «in vari settori del­lo stadio» e in assenza «di qualsiasi manifestazione dissociativa da par­te di altri sostenitori ovvero di in­terventi dissuasivi da parte della so­cietà ».

E la vedi in internet. Dove i blog sono infestati di messaggi di anonimi suprematisti bianchi come uno che si fir­ma «Baronva1» e manda Mario a «fanculo ai gorilla nella foresta ghanese» o un altro che sul sito neonazista stormfront.org si firma Once Were White Warriors («una vol­ta eravamo guerrieri bianchi») e impreca contro «la velina bionda paparazzata col negro Balotelli»: «Mi vengono i conati quando si vede un negro abbracciato ad una bianca». E sempre lì si torna, all’urlo «non esisto­no italiani neri». Lo stesso lanciato contro Leone Jacovacci, il giovane e formidabile pugile figlio di un laziale e una congolese che, dopo essere cresciuto nel viterbese ed essersene andato dall’Italia per sottrarsi ai pregiudizi razziali guadagnando la fama sul ring col nome di Jack Walker, ebbe il fegato di sfidare il Duce nel 1928 tornando a Roma per strappare il titolo tricolore al campione in carica nazionale ed europeo Mario Bosisio. Una vicenda straordinaria, raccontata dallo storico Mauro Valeri nel li­bro «Nero di Roma» e conclusa da una pro­gressiva emarginazione voluta da un regi­me che spingeva le mamme a cantare ai piccoli «ninna nanna la tua razza / bimbo bello non è pazza / mentre altrove la fami­glia / si finisce in gozzoviglia». Lo stesso ripetuto per decenni alle centi­naia di figli di italiani che negli anni ’50 e ’60 dell’Amministrazione fiduciaria in So­malia, avevano approfittato («Non esagero dicendo che la maggior parte ha la mada­ma, qualcuno anche sposato», scrisse l’arci­vescovo di Mogadiscio Venanzio Filippini nel 1951) delle ragazze locali. Bimbi strap­pati alle madri, rinchiusi nei collegi locali, trasferiti a forza negli istituti della penisola e qui diventati adulti tra le occhiate di di­sprezzo per la pelle nera nonostante la car­ta d’identità italiana senza mai avere le scu­se ottenute da altre «generazioni rubate», come gli aborigeni australiani, gli inuit ca­nadesi o i rom jenische svizzeri.

Lo stesso urlo ribadito in questi anni a giovani come Matteo Fraschini che, dopo essere stato adottato in fasce da un profes­sionista milanese ed essere cresciuto sot­to la Madonnina fino ad avere un per­fetto accento meneghino, ha deci­so che non ne poteva più del­l’aria fetida che tirava e ha deciso di trasferirsi in quell’Africa do­ve mai aveva vissu­to. Ha spiegato a La Stampa Franco Rossi, uno che orga­nizza tornei giovanili di calcio, che l’Italia è piena di «pulcini» come superMario: «Ti accorgi che quei ragazzi di origine africana sono in real­tà italianissimi quando li senti parlare con i compagni in dialetto veneto, romano, na­poletano, piemontese…». Per loro forse, domani, sarà un po’ più facile. Forse. Ma se piglieranno qualche fischio in meno, al­l’uscita dagli spogliatoi, sarà perché molti se li sta prendendo oggi Balotelli. Il quale, decida o no Marcello Lippi di convocarlo, la sua maglia azzurra se l’è già conquistata. Con quell’amore verso un paese che qual­che volta tanto amore non se lo merita af­fatto. (GianAntonio Stella)

One thought on “Europa SOS Razzismo – Il primo dicembre è entrato in vigore il Trattato di Lisbona: non negli Stati Uniti d’Europa ma in un’Europa divisa in (piccole) patrie, tra chiusure e razzismi espressi o incombenti, dove i destini del mondo si decidono altrove

  1. Luca Piccin venerdì 4 dicembre 2009 / 8:42

    Il mondo è uno ed unico come i suoi abitanti.
    I ministri dell’immigrazione sono per me un “non-sense”.
    Lo sono almeno fino a quando esisteranno due pesi e due misure; una politica ultraliberale da imporre al globo intero, attraverso, G2, G8, G20, O.M.C., F.M.I., banca mondiale, U.E., ecc. E politiche americane ed europee protezioniste, che proteggono i propri mercati e produttori con sovvenzioni.
    Gli affamati aumentano, da 850 milioni a oltre 1 miliardo, ma non è il momento di pensarci, c’è la crisi! Poco importa quel che accade altrove, la Cina è lontana, in Africa “hic sunt leones”…
    In Burkina Faso tutta la terra è stata occupata, il cotone OGM impoverisce suoli e contadini, questi emigrano in città, per agonizzare, o nei paesi vicini per essere massacrati da elites locali che giocano sapientemente su questioni etniche di comodo.
    Così molti disperati cercano di accedere al nostro mondo, ma la fortezza europa non vuole i barbari!
    Non sono più tollerabili il particolarismo, la chiusura: il commercio è globale, lo è anche il lavoro, e dunque i lavoratori. E’ possibile trovare un legame tra quel che accade nel profondo della foresta ghanese, nella pampa argentina, nelle steppe kirghise, nella polinesia francese, nella periferia di Milano. Siamo tutti cittadini del mondo, oggi più che mai.
    Mettiamocelo bene in testa.

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