CLIMA: inquinamento, energia, sviluppo, pace e nuovi modelli di vita: la conferenza di Copenaghen passa per un mondo troppo diseguale (ma il treno del cambiamento, e del business verde, è partito: difficile, per fortuna, scendere ora)

smog a Pechino

Tra i momenti di ottimismo (pochi), e le previsioni più pessimistiche sui risultati che porterà il vertice di Copenaghen che si apre lunedì 7 dicembre (durerà due settimane, fino al 18), quel che si capisce (e si può prevedere accadrà) è che ognuno farà a suo modo: garantirà impegni e farà promesse. In un mondo diviso per nazioni nelle quali ognuno ha esigenze diverse: i ricchi (Usa ed Europa) di rilanciare il loro sviluppo anche pensando alla crisi ambientale, i paesi emergenti (Cina, India, Brasile…) non impedendo la crescita vertiginosa delle loro economie (ma anche loro, e di più, con problemi ambientali non indifferenti… pensiamo alla cappa di smog che sempre più avvolge le città asiatiche…); i paesi poveri, in cerca di risorse per una possibilità di ricchezza (purtroppo pronti molto spesso, o necessitati, a svendere il loro ambiente). Quest’ultimi (cioè i paesi poveri) sembrano prospettare una linea politica (di proposta) di ridurre il 50% delle emissioni di CO2 in proprio (cioè facendosene carico direttamente), e il 50% a carico dei paesi ricchi che dovrebbero finanziare uno sviluppo ecocompatibile. Difficile ahinoi che ottengano granché (visti gli egoismi e i guai finanziari ed economici dei ricchi).

Una proposta che potrà essere alla base di Copenaghen (un obiettivo da perseguire) è che entro il 2050 si eviti (si contenga) l’aumento previsto di 2 gradi di temperatura della biosfera: sarebbe una catastrofe climatica (coste, isole che sparirebbero dall’innalzarsi del mari, una desertificazione diffusa…). Ridurre pertanto le emissioni inquinanti perché questo non accada. La parola chiave più usata nel dibattito in corso è EFFICIENZA ENERGETICA, con l’incremento di risorse energetiche locali (cioè diffuse sui territori) ed ecocompatibili (energie rinnovabili non inquinanti).

Un ruolo importante, strategico, nel far fallire o ottenere risultati utili al vertice di Copenaghen passerà in ogni caso per quel che decideranno i grandi paesi emergenti (veri protagonisti in Danimarca): Cina, India e Brasile. Si impegnerà concretamente la Cina a riconvertire la sua produzione energetica basata su centrali a carbone che, peraltro, sta compromettendo la salute di tanta parte delle masse metropolitane dei suoi cittadini?     E come far capire a Lula, presidente del Brasile, che la politica di sviluppo dei biocarburanti (appunto per la produzione energetica) a danno della foresta amazzonica è un guaio non solo per l’intero pianeta ma, appunto, visto che in quel pianeta c’è pure il Brasile, anche per la sua politica energetica? (Lula vorrà sicuramente soldi dai paesi ricchi per salvaguardare l’Amazzonia…).    E l’India, la più scettica a impegnarsi in qualcosa di nuovo nello sviluppo energetico, si adeguerà agli altri se nascerà una proposta comune di riduzione fattiva della CO2?    Su questo sta pure il ruolo degli USA di Obama, e del tentativo di quest’ultimo di convincere le lobbies interne del petrolio a recedere (un po’) dai loro interessi; e il ruolo dell’Europa, in questo caso la più disponibile a una svolta verso la riduzione delle emissioni inquinanti. E gli altri (i paesi poveri e “non emergenti”) che stanno a guardare e a sperare in un qualcosa per loro di utile…

Nepal, appello per il clima. Il governo sale sull’Everest - Sabato 5 Dicembre 2009, Alcuni hanno avuto bisogno delle maschere d'ossigeno, ma non si sono fermati: il premier nepalese ed i 22 ministri del governo hanno tenuto la riunione di consiglio più "alta" della storia. Un altro messaggio sui rischi del riscaldamento del globo dopo il meeting in fondo all’oceano proposto dal governo delle Maldive, l’arcipelago che rischia di venire sommerso. Ai 5.242 di quota, accompagnati da sherpa e medici, ci sono arrivati in elicottero: poi venti minuti di riunione nel colle del Kala Pattar (ottima vista della montagna più alta del mondo) per lanciare il "manifesto dell'Everest": dieci punti che saranno presentati alla conferenza sul clima di Copenaghen. Guidati dal premier Madhav Kumar Nepal, reduce da una grave forma influenzale, i ministri nepalesi hanno ricordato che dalle loro montagne dipende la vita di 1,3 miliardi persone. È dai ghiacciai dell'Himalaya che nascono i dieci principali fiumi dell'Asia.(da “Il Gazzettino” 5/12/2009)

Pertanto, pare di capire dai possibili risultati della Conferenza, ci saranno impegni non da virtuoso “governo mondiale” (che sembra non ci sia proprio, il governo del mondo, attorniato com’è da lobbies finanziarie ed economiche poco propense al cambiamento) ma ogni singola nazione, ogni singolo stato (specie i più importanti, i “ricchi” e gli “emergenti”) che “lancia proposte” e impegni individuali nel tavolo dove si gioca il futuro del pianeta. Perché, quel che si capisce, il CLIMA è legato alla necessità di un governo mondiale, pertanto alla pace e allo sviluppo, a un mondo dove tutti possano vivere il più possibile serenamente.

E l’Italia?  gli impegni del protocollo di Kyoto non li ha rispettati: dal 1995 al 2012 doveva ridurre del 6,5 per cento le emissioni in atmosfera. Invece c’è un aumento della CO2 del 10 per cento (una forbice da colmare del 16,5 per cento…). E l’Italia è pure il paese dove ci sono più automobili di ogni altro paese al mondo (un veicolo ogni abitante e mezzo). Comunque (e qui sta il dato strano) con i veicoli più efficienti energeticamente (non solo nelle auto nuove ma in tutto il parco circolante di veicoli). L’Italia è a un bivio: se credere nello sviluppo ancor più massiccio di fonti energetiche alternative, o se adagiarsi nella futuribile speranza (fra quanti anni sarà?) dell’utilizzo del nucleare (che a nostro avviso sarebbe un passo indietro, un “non sviluppo”).

Investire sugli effetti positivi di efficienza energetica dati da tecnologie raffinate, semplici e non inquinanti (le biomasse, l’eolico, il solare, le minicentrali diffuse idroelettriche…), con l’autoproduzione energetica degli edifici e delle attività economiche; concentrarsi su politiche di risparmio e non spreco (pensiamo al trasporto a lunga distanza dell’energia con megaelettrodotti, dove si perdono quantità di energia che possono arrivare al 50 per cento di quanto immesso in rete…). Un’ ”intensità energetica” (consumo di energia per unità di prodotto interno lordo) più efficiente, investendo sugli effetti positivi, sull’efficienza energetica, con benefici sia sulla bolletta di ciascun utente, che su quella del paese intero e, appunto in primis, sul CLIMA. Per questo, nonostante le previsioni assai pessimistiche sui risultati del vertice di Copenaghen, si può credere, pensare, che il “treno in corsa del cambiamento” non si possa fermare.

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CLIMA, LA SFIDA DANESE “ENTRO IL 2050 EMISSIONI DIMEZZATE”

di Luigi Offeddu – da “Il Corriere della Sera” del 1/12/2009

Verso Copenaghen – La proposta: 80% a carico dei Paesi ricchi – Ma l’India dice già no: strada senza uscitaBRUXELLES – La Danimarca, padrona di casa della Conferenza mondiale sul clima, prova ad alzare l’asticella della corsa e a proporre la scommessa più alta di tutte: non 20 e non 30 per cento in meno nelle emissioni di gas-serra da qui al 2050, come si era detto finora, ma un dimezzamento, un taglio netto del 50% rispetto ai livelli del 1990, e soprattutto addebitato quasi totalmente ai paesi più ricchi. L’80% dei costi della «pulizia dei cieli», secondo questa proposta, sarà sostenuto dalle nazioni più industrializzate.     Con la speranza che ciò convinca i Paesi più poveri. E con l’urgenza di un allarme: secondo i danesi, il picco massimo delle emissioni mondiali sarà toccato già verso il 2020.

Tutto ciò sta in una bozza informale di accordo frutto di una serie di consultazioni fra governi: un documento di lavoro. E che, si affannano a ripetere gli estensori danesi, non deve essere inteso come una proposta già chiusa. Perché le divisioni fra i governi sono grandi, e ogni dettaglio mal calibrato può far saltare tutto. Il testo non scende volutamente nei particolari, non chiarisce quali debbano essere gli obiettivi a breve termine nei tagli delle emissioni, di cui i Paesi ricchi vogliano farsi carico: e poiché «gli altri», i Paesi poveri, hanno invece chiesto proprio questo, una dichiarazione di disponibilità a breve, già si levano le proteste.

L’India, Paese di grandi bisogni e di grandi ricchezze, e quarto produttore al mondo di gas-serra, ha già bocciato l’idea danese: «E’ una strada senza uscita». Durissimo il ministro indiano dell’Ambiente, Jairam Ramesh: a Copenaghen ci sarà «un fallimento», se sarà approvata questa proposta che «non si basa su stime realistiche».

L’India ha pronta una sua bozza «non negoziabile», su cui avrebbe già raccolto il consenso di Brasile, Cina, Sudafrica: un testo che non fissa date né quantifica i tagli delle emissioni, ma dice in sostanza: «Ci chiedete troppo». Perché, parola del ministro Ramesh, «le nostre emissioni pro capite sono molto basse. Siamo pronti a discutere sul livello di efficienza energetico: ma dobbiamo avere un senso di realismo, che paiono non avere i Paesi sviluppati, su quello che i Paesi in via di sviluppo possono o non possono fare». India, Cina e Brasile esigono che Usa, Ue e gli altri «partano» per primi nei tagli, fissando subito i traguardi da qui a 5 o 10 anni. I loro «no», rilevano fonti Ue da Bruxelles, possono però essere dettati dalle necessità del negoziato.

E la proposta danese è giudicata ugualmente importante: perché fissa obiettivi ambiziosi, dopo tanti traccheggiamenti al ribasso, e perché porta idealmente la firma di Connie Hedegaard. Che era fino all’altro ieri la ministra danese del Clima, che sarà fra 7 giorni la padrona di casa della Conferenza di Copenaghen, e che è la neo-commissaria europea al cambiamento climatico. Come dire: con lei, parlerà un po’ tutta l’Europa.

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CLIMA, L’IMPEGNO USA “TAGLIEREMO DEL 17% LE EMISSIONI NOCIVE”

di Paolo Valentino, da “Il Corriere della Sera” del 26/11/2009

Nella battaglia del clima, Barack Obama getta il cuore oltre l’ostacolo – il presidente parteciperà al vertice

Fa una scommessa ad alto rischio. E annuncia che andrà al vertice di Copenaghen, il 9 dicembre, per difendere a nome degli Stati Uniti un obiettivo di riduzione severa delle emissioni di gas serra, che il Congresso non ha ancora sottoscritto, né è scontato che lo farà. È la prima volta in oltre dieci anni, che un’Amministrazione americana fa una promessa così forte sul global warming, impegnandosi a lavorare con la comunità internazionale, «per trovare una soluzione globale alla minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici e gettare le basi per un nuovo futuro sostenibile, fondato sull’energia pulita».

Ai delegati del summit danese, Obama dirà che gli Stati Uniti intendono ridurre le loro emissioni nocive rispetto ai livelli del 2005 «nel raggio» del 17% entro il 2020, del 43% entro il 2030 e dell’83% entro il 2050. Sono gli stessi parametri contenuti nel decreto sull’energia e il clima, votato in giugno dalla Camera dei Rappresentanti, ma bloccato al Senato, dove rischia di rimanere ancora per mesi e soprattutto di essere ricalibrato su target più modesti.

Nel calcolo politico del presidente, le due Camere dovrebbero essere in grado nei primi mesi del 2010 di accordarsi su un testo finale, che rispecchi grosso modo il suo impegno, per prepararsi poi a ratificare l’eventuale accordo internazionale che conterrà quegli obiettivi. Sarebbe una prima storica: il Congresso Usa non ha mai approvato un trattato sul clima con valore vincolante.

La Casa Bianca non nasconde le incognite e i pericoli di questo approccio, il cui successo dipende da una combinazione di elementi in buona parte fuori dal suo controllo. Ai dubbi sulla capacità dei democratici di avere i voti necessari a far passare le legge in Campidoglio, si sommano infatti l’incertezza sulle scelte dei maggiori Paesi emergenti, su tutti Cina e India, che hanno due economie fra le più inquinanti, ma fin qui si sono rifiutate di prendere impegni significativi sulla riduzione dei gas-serra. «Ovviamente noi speriamo che questi Paesi presentino loro piani d’azione molto ambiziosi», ha detto Carol Browner, consigliere speciale di Obama per l’Energia e il Clima.

Le attese per Copenhagen erano state ridimensionate due settimane fa al vertice dei Paesi dell’Asia-Pacifico di Singapore, quando Usa e Cina avevano accettato la mediazione del premier danese Rasmussen, che aveva proposto di lavorare per un accordo politico in dicembre, negoziando successivamente sui dettagli.

Ma pochi giorni dopo, a Pechino, il presidente americano aveva rilanciato, chiedendo che nella capitale danese si giunga a «un accordo immediatamente operativo», che fissi tra l’altro obiettivi vincolanti di riduzione delle emissioni di C02.

L’annuncio della presenza di Obama a Copenhagen, dove sarà accompagnato da una mezza dozzina di ministri e consiglieri fra i quali il responsabile dell’Energia Steven Chu, è stato commentato positivamente da Rasmussen, secondo il quale «è una conferma dell`impegno del presidente a dare un contributo all’intesa».

Ma altri leader europei e le organizzazioni ecologiste hanno espresso dubbi e critiche sull’utilità di un’apparizione così breve. La Conferenza danese dura infatti dal 7 al 18 dicembre. «Dovrebbe partecipare ai giorni finali della trattativa, quando arriveranno decine di capi di governo», ha detto il ministro dell’Ambiente svedese, Andreas Carlgren.  Secondo Kyle Ash, esperta di Greenpeace Usa, «il vertice sul clima non è solo l’occasione per una foto e il presidente Obama dovrebbe esserci insieme a tutti gli altri leader».

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PECHINO LO AIUTERA’

di Francesco Sisci, da “La Stampa” del 27/11/2009

Dopo Obama, anche il premier cinese Wen annuncia che sarà nella capitale danese –  Tra le promesse, anche quella di piantare alberi su una superficie pari al 15 per cento dell’Italia Dopo qualche giorno di cielo terso, Pechino è avvolta da una densa nebbia dal sapore acre. 0ffusca ì contorni dei palazzoni da 40 piani e più, ritarda arrivi e partenze degli aerei, appanna le luci delle automobili, confonde i profili delle persone che camminano per strada di giorno o di notte, ed entra ovunque, fin dentro il cuore politico della capitale, Zhongnanhai, la Casa Bianca cinese.

E’ con questa nebbia nel cuore e ancor più nei polmoni che i leader cinesi ieri hanno annunciato il loro piano di battaglia per la conferenza di Copenhagen sull’ambiente: entro il 2020 taglieranno le emissioni da carbone del 40-45 per cento rispetto ai livelli del 2005. Il premier Wen Jiabao sarà presente al summit per sottolineare l’impegno del Paese.

E’ una promessa mastodontica per la Cina, che fino a ieri ancora sembrava prendere le misure sui tagli all’inquinamento. E’ un segnale industriale e politico all’America che solo il giorno prima annunciava per il 2020 riduzioni delle emissioni di gas serra intorno al 17% rispetto ai valori del 2005 e dell’83% entro il 2050.

Ma si tratta di un messaggio forte anche ad altri Paesi in via di sviluppo, India in testa, che finora sono stati più restii a mettere nero su bianco una politica di tagli all`inquinamento.

L’annuncio di Pechino fa seguito alle dichiarazioni cinesi dei giorni scorsi che chiedevano misure concrete per Copenhagen, non solo accordi di circostanza. La spallata cinese, insieme al nuovo impegno americano, dovrebbe dare un forte impulso alla conferenza, dove, fino a ieri, pochi speravano si potesse raggiungere un accordo effettivo. A Pechino spiegano che si tratta di un impegno politico importante per il presidente Usa Barack Obama.

Da mesi la Cina è impegnata a cercare di dare una mano al successo della presidenza americana e l’ambiente è una delle due gambe su cui si sono mosse le promesse elettorali di Obama. «Sull’altro dossier importante, quello della riforma sanitaria, non possiamo fare niente, ma sull’ambiente ci impegniamo», spiegava un alto funzionario cinese.

Non si tratta certo solo di altruismo per la Cina. I tagli all’inquinamento sono parte di una politica mossa con decisione per arrivare a grossi risparmi dei consumi di energia. Parte di questa strategia è l’acquisto da parte cinese di tecnologie ambientali di origine americana. Tali tecnologie dovrebbero consentire di raggiungere un altro obiettivo cinese, quello di produrre il 15% di energia primaria da fonti non fossili.

Inoltre, cinesi e americani hanno costituito un piano di ricerche congiunte sul carbone, per migliorarne l’efficienza e abbattere l’inquinamento. La Cina produce dal carbone circa il 70% della sua energia e l’America oltre il 50%.

In concreto la Cina ha già promesso di riportare entro il 2010 il livello di consumo di energia medio per produrre 1.000 yuan di prodotto interno lordo ai livelli del 2005. Tali innovazioni dovrebbero contribuire quanto meno a ridurre l’aumento di richiesta di petrolio, e quindi a calmierarne i prezzi globali, ma poi le nuove tecnologie dovrebbero migliorare complessivamente la qualità dell’industria cinese.

Inoltre, per il 2020 il Paese si è impegnato a piantare 40 milioni di ettari di nuove foreste, rispetto al 2005, uno spazio grande quasi quanto il 15% del territorio italiano. In particolare nella provincia del Guangdong, la base della nuova industria cinese, il governo ha imposto alle 200 maggiori città e alle 200 maggiori imprese, di migliorare l’efficienza energetica del 20% entro l’anno prossimo.

Già quest’anno la Cina è diventata il maggiore mercato al mondo di turbine a vento, superando l’America.

Allo stesso tempo però emergono nuove fonti di inquinamento. Quest’anno l’aumento delle vendite di automobili potrebbero essere di oltre. il 70%, portando con certezza la Cina a essere il primo mercato al mondo nel settore. Qui poi la gran parte delle auto sono di grossa cilindrata, a benzina e quindi con grandi consumi.

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L’AMERICA, LA CINA E LA SFIDA DEL CLIMA

di Lucio Caracciolo, da “La Repubblica” del 1/12/2009

A problemi globali risposte globali. Questo mantra circola nei media e nella retorica pubblica occidentale, e non solo. Ha la forza dell’autoevidenza. A scavare appena sotto la superficie, tale verità appare meno assoluta.   Nulla come la questione climatica rivela lo iato fra le politiche dei governi e delle organizzazioni che cercano di affrontarla – o fingono di farlo – a partire dai propri interessi e la propaganda universalista che le veste.

In questo senso non rileva sapere chi abbia ragione, fra la grande maggioranza degli scienziati che denuncia il riscaldamento dell’atmosfera terrestre e ne attribuisce la responsabilità primaria all’uomo, e chi invece l’attribuisce ad altri fattori, su cui non potremmo intervenire, o addirittura sostiene che il clima si sta raffreddando.

Una vera e propria guerra di religione, con trucchi e colpi bassi, essendo in gioco corposi interessi – finanziamenti alla ricerca, status, ma soprattutto vincoli alla crescita economica dei singoli paesi – che però non cambia la sostanza del problema: si può, si vuole affrontare tutti insieme una questione che interessa ciascuno in quanto abitante del pianeta? Persino accettando il punto di vista negazionista, ciò implicherebbe fondamentali decisioni di tutti gli attori politici ed economici, a cominciare dalla rinuncia a qualsiasi grado di controllo delle emissioni di gas serra.

Il dibattito che ha preceduto la conferenza internazionale di Copenaghen, destinata a disegnare il dopo-Kyoto, ossia a sancire normativamente modi e tempi della riduzione delle emissioni di anidride carbonica, sembra falsificare il postulato globalista: sul tema planetario per eccellenza prevalgono risposte nazionali, asimmetriche, scoordinate. Il caso cinese e quello americano lo dimostrano palesemente.

La Cina assicura di voler ancorare il suo galoppante sviluppo ai precetti della knowledge economy e si scopre un’anima verde, promettendo di ridurre entro il 2020 i “suoi” gas serra per unità di pil del 40-45% rispetto al 2005. Si può dubitare della fattibilità di un simile obiettivo, considerando che crescendo al ritmo dell’ultima generazione (un 10% annuo, forse più) resta difficile immaginare, a meno di una rivoluzione tecnologica, che in dieci anni i cinesi possano raddoppiare il prodotto interno lordo e quasi dimezzare i gas serra per unità di prodotto. In ogni caso, si tratta di una scelta sovrana proclamata da Pechino, non vincolata a nessun trattato internazionale.

Quanto a Obama, che aveva fatto dell’ecologismo uno dei suoi cavalli di battaglia in campagna elettorale, ora promette di abbattere le “sue” emissioni del 17%, sempre entro il 2020. Ma se il Congresso non gli darà via libera, queste parole resteranno vuote. Ancora una volta, sono i singoli paesi- e quali paesi! – che decidono di questioni che ci toccano tutti. Il parallelismo Obama-Hu Jintao in campo ambientale, e in prospettiva nei trasferimenti strategici di tecnologie, segnala che anche il clima sarà in futuro affare da G2. Il tono verrà da Washington e da Pechino, o non verrà.

Al di là delle sovranità nazionali gelosamente difese da chi le detiene, c’è un elemento più fondamentale che impedisce una politica globale sul riscaldamento (o in ipotesi sul raffreddamento) climatico: le diverse percezioni sui suoi effetti a seconda delle latitudini in cui si vive. Per i paesi africani o financo mediterranei minacciati dall’avanzata delle desertificazione, l’innalzamento di un paio di gradi della temperatura media del pianeta equivale alla catastrofe. Per i paesi nordici – specie gli artici – il quadro è rovesciato, o quasi. È già in corso la competizione fra americani, russi, canadesi, norvegesi, danesi e altri Stati del Grande Nord per accaparrarsi le materie prime artiche, a cominciare dagli idrocarburi, che diventerebbero sempre più accessibili per lo scioglimento dei ghiacci. Un fenomeno che sta aprendo nuove rotte commerciali transcontinentali e potrebbe rivoluzionare i commerci internazionali.

Insomma, la Terra è una e la specie umana pure, ma ci comportiamo come fossero tante. Non sarà Copenaghen a cambiarci la testa.

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MENO EMISSIONI: UNA VIA C’E’

di Michael Spence, Nobel per l’Economia, da “il Sole 24ore” del 24/11/2009

EMERGENZA CLIMA VERSO COPENHAGEN – Nessun obiettivo di riduzione dovrebbe essere imposto agli stati più poveri: il risultato va raggiunto attraverso la gestione di un meccanismo di scambi di quote – Creare un circolo virtuoso tra Occidente e paesi in via di sviluppo – TRASFERIRE TECNOLOGIA: prima di chiedere sacrifici ai Pvs è necessario aiutarli a migliorare la qualità dello sviluppo, riducendo l’impatto inquinante I combustibili fossili presentano molti aspetti problematici: sono molto cari; sono fonte d’instabilità politica e di difficoltà di approvvigionamento e a mano a mano che a livello globale il loro consumo aumenta, i costi e le spese associate al loro utilizzo probabilmente s’impenneranno ancora molto.

Cosa ancora peggiore, implicano immensi e insostenibili costi in termini di emissioni di anidride carbonica.

L’uso dei combustibili fossili – ai quali è riconducibile l’aumento delle emissioni di C02 – pare andare di pari passo con la crescita e lo sviluppo. Rispetto ai paesi avanzati, il mondo in via di sviluppo ha sia bassi redditi procapite sia bassi livelli procapite di emissioni di anidride carbonica. Imporre rigide limitazioni all’aumento delle loro emissioni potrebbe ostacolare pesantemente la crescita del loro Pil e pregiudicare gravemente la loro capacità di tirarsi fuori dalla povertà.

Il mondo in via di sviluppo ha anche serie e giuste obiezioni per ciò che concerne pagare di tasca propria un intervento di miglioramento del cambiamento del clima. I paesi sviluppati sono collettivamente responsabili di gran parte dell’attuale accumulo di C02 nell’atmosfera, come pure di una significativa quota (per quanto in lieve calo) delle emissioni annuali mondiali. Di conseguenza – così sostengono i rappresentanti del mondo in via di sviluppo – i paesi avanzati dovrebbero accollarsi in pieno la responsabilità di risolvere il problema.

Limitarsi a un semplice scaricabarile delle responsabilità nei confronti dei paesi avanzati, esentando i paesi in via di sviluppo dal dovere di limitare le emissioni a loro volta, non porterà ai risultati voluti. Per avere successo, una strategia finalizzata a combattere il cambiamento del clima deve essere non soltanto giusta, ma anche efficace. Se si consente ai paesi in via di sviluppo di crescere, e al contempo non sarà imposta alcuna riduzione alle loro emissioni di anidride carbonica, nei prossimi 50 anni la media delle emissioni pro- capite di C02 in tutto il mondo raddoppierà, fino a quadruplicare quasi i livelli ritenuti sicuri, a prescindere da quello che faranno in merito i paesi avanzati.

Questi ultimi, da soli, non possono garantire il raggiungimento in ambito globale di sicuri livelli di CO2. Limitarsi ad attendere che i paesi in via di sviluppo in forte crescita recuperino il distacco con i paesi avanzati è ancor meno una soluzione proficua. Di conseguenza, la sfida più grande e importante per il pianeta è individuare una strategia che incoraggi la crescita nel mondo in via di sviluppo, ma seguendo una strada che si prefigga di raggiungere livelli sicuri di emissioni globali di anidride carbonica entro la metà del secolo.

Comprendere in che modo perseguire questo obiettivo significa dissociare la questione di chi debba pagare per gli sforzi più consistenti necessari a frenare il cambiamento climatico dalla questione di dove debbano aver luogo questi cambiamenti a livello geografico.

In altre parole, insomma, se i paesi avanzati assorbono le spese necessarie a ridurre le emissioni sul breve periodo, mentre gli sforzi per ridurre le emissioni diminuiscono la crescita delle emissioni nei paesi in via di sviluppo, il conflitto tra la crescita dei paesi in via di sviluppo e il successo nella limitazione delle emissioni globali può essere riconciliato, o quanto meno sostanzialmente ridotto.

Queste considerazioni indicano che nessun obiettivo di riduzione delle emissioni dovrebbe essere imposto ai paesi in via di sviluppo, almeno fintantoché non si avvicinano a livelli di Pii procapite paragonabili con quelli dei paesi avanzati. Un corollario di importanza fondamentale per questa strategia è il trasferimento della tecnologia su ampia scala ai paesi in via di sviluppo, il che consentirebbe loro sia di crescere sia di ridurre le proprie emissioni.

La comunità internazionale ha già accettato il principio di base in virtù del quale i ricchi dovrebbero accollarsi la maggior parte delle spese connesse a migliorare il cambiamento climatico. Il Protocollo di Kyoto ha fissato una serie di “responsabilità comuni ma differenziate”, che comportano ruoli asimmetrici per i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, e con obblighi per i paesi in via di sviluppo che si evolvono a mano a mano che essi progrediscono.

Il modo migliore per attivare questa strategia consiste nei ricorrere a un sistema di scambi commerciali per l’acquisto di quote di anidride carbonica (carbon credit trading system) nei paesi sviluppati, in modo tale che ciascun paese avanzato si veda assegnare una determinata quantità di permessi in base ai quali definire i propri livelli ammissibili di emissioni.

Se un paese supererà tale livello, dovrà acquistare ulteriori permessi da altri paesi che riescono a raggiungere l’obiettivo di contenere le proprie emissioni al di sotto dei livelli autorizzati.

Ma un paese avanzato potrà anche impegnarsi a ridurre sostanzialmente i livelli di emissione nel mondo in via di sviluppo e così guadagnare ulteriori permessi pari al valore complessivo dei risultati raggiunti nella riduzione delle emissioni (consentendo così di rilasciare maggiori emissioni in casa propria).

Un simile sistema innescherebbe un’accanita caccia imprenditoriale alle migliori opportunità di riduzione a basso costo delle emissioni nei paesi in via di sviluppo, perché i paesi ricchi vorrebbero sicuramente pagare meno abbassando le emissioni in altri paesi. Di conseguenza, anche quest’opera di contenimento delle emissioni diverrebbe più efficiente, e le stesse spese sostenute dai paesi avanzati produrrebbero riduzioni più consistenti delle emissioni globali.

Per quanto riguarda i paesi in via di sviluppo, pur non avendo espliciti permessi o obiettivi fintantoché non raggiungeranno lo status di paese sviluppato, saprebbero che a un certo punto (per esempio quando le loro emissioni di CO2 raggiungeranno i livelli medi dei paesi sviluppati) entreranno anch’essi a far parte del sistema globale di limitazione. Ciò fornirebbe loro un incentivo anche prima di raggiungere quel momento preciso, esortandoli a prendere decisioni in materia di definizione dei prezzi energetici e di efficienza che nell’insieme ridurrebbe in ogni caso la crescita delle loro emissioni senza con ciò ostacolare la loro crescita economica, estendendo quindi il periodo di tempo durante il quale i livelli delle loro emissioni rimarranno privi di vincoli.

Il conflitto tra paesi sviluppati e in via di sviluppo per le responsabilità legate alla riduzione delle emissioni di Co2 non dovrebbe in ogni caso pregiudicare la possibilità di raggiungere un accordo globale. Una soluzione equa è sicuramente complessa, quanto è complesso del resto il cambiamento del clima stesso, ma per lo meno è sicuramente possibile.

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IL VERTICE DELLE POLEMICHE “FALSI I DATI SUL CLIMA”

Vigilia a Copenaghen. Ma ora Obama è fiducioso L´accusa respinta dagli scienziati “Nessun trucco” Al vertice 103 capi di Stato e di governo

di Antonio Cianciullo – da “la Repubblica” del 6/12/2009

COPENAGHEN – I 15 mila delegati delle Nazioni Unite che stanno arrivando a Copenaghen apriranno un summit diviso tra le polemiche e un´improvvisa ventata di ottimismo. Ieri il direttore dell’Unep, Achim Steiner, ha lanciato accuse sull’incursione di hacker nei computer dell’University of East Anglia: «È stato montato un presunto climategate sostenendo che dei dati del 1999, che avrebbero messo in discussione il cambiamento climatico, sono stati manomessi. È un tentativo maldestro di distrarre l’opinione pubblica alla vigilia del summit». La vicenda coinvolge anche l’ex vicepresidente americano Gore, che sulle teorie degli scienziati britannici aveva fondato la denuncia contenuta nel film «An incovenient truth».

Nonostante le polemiche della vigilia, la conferenza Onu parte galvanizzata da una serie di aperture alla trattativa da parte di quei paesi che fanno la differenza. Obama ha trasformato la visita di cortesia del 9 dicembre, una semplice tappa nel percorso per ritirare il Nobel, in una presenza strategica il 18, quando si prenderanno le decisioni finali. A Copenaghen in quei giorni è previsto l’arrivo del presidente cinese, che intende investire in energia pulita tra 44 e 66 miliardi di dollari l’anno per 10 anni, e del presidente russo Dmitri Medvedev, che ha deciso un taglio delle emissioni serra del 25%. Ieri anche il premier indiano Singh ha detto che prenderà l’aereo per Copenaghen. E il Brasile ha subito rilanciato annunciando una delegazione di 700 persone guidata dal presidente Lula per cancellare la sua immagine di paese distruttore di foreste e spingere il Sudamerica verso un accordo globale.
A questo punto i capi di Stato e di governo in arrivo sono 103. Era dal 1992, dall’Earth Summit di Rio, che non si registrava una presenza così rilevante a una conferenza sull’ambiente. Restano però molti nodi da sciogliere. Il primo è il carattere vincolante degli impegni: il protocollo di Kyoto ha segnato il passaggio dalle dichiarazioni di buona volontà agli obblighi, tornare indietro è difficile. Il secondo è la rapidità dell´intervento: tagli entro il 2020. Il terzo i fondi per le tecnologie avanzate: c’è consenso su un pacchetto da 10 miliardi di dollari l’anno per aiutare i paesi in via di sviluppo, ma la richiesta è 40 volte superiore. (antonio cianciullo)

LA BLOGOSFERA E IL VERTICE DI COPENAGHEN

di Laura Kiss, da “La Repubblica – Affari&Finanza” del 23/11/2009

Sul vertice sul clima poche le speranze che il risultato di questo incontro porti a passi concreti verso la riduzione delle emissioni a livello globale, seppure sui blogg li appelli per un radicale cambiamento nelle politiche energetiche si faccia sentire sempre più forte. Come ad esempio su http://gualerzi.blogautore.repubblica.it , dove si legge: “Per quanto nessuno riponesse più grandi speranze nell’esito del vertice di Copenaghen, malgrado il cinismo con cui la questione è stata archiviata dai leader del G2, rimangono in ogni caso alcuni motivi per non disperare più del necessario. II ragionamento più importante è quello che da tempo porta avanti Amory Lovins, il più grande sostenitore della rivoluzione industriale ed energetica verde. Il treno del cambiamento – è il succo del suo ragionamento – è ormai partito e ribaltare il paradigma dello sviluppo non è né una questione politica né tantomeno diplomatica:

sarà il business a fare comunque dell’efficienza energetica, delle rinnovabili e del conseguente taglio alle emissioni una necessità ineludibile”.

E su www.gdonline.it/web /blog.as si lancia un appello: “E’ importante che si arrivi ad un trattato che permetta eque opportunità di sviluppo per paesi e regioni. Ai paesi poveri deve essere permesso di svilupparsi, e i paesi sviluppati devono prendersi le più grandi responsabilità per le loro enormi emissioni attuali. Noi rappresentanti delle organizzazioni giovanili europee siamo tutti molto impegnati per il nostro clima e per il nostro futuro. Invitiamo dunque il summit di Copenhagen a trovare un accordo su risultati concreti “.

Anche dal blog http://serevolution.wordpress.com/tag/ viene lanciato un appello ai grandi della terra: “Dobbiamo correre ai ripari il prima possibile. A dirlo le associazioni ambientaliste e diversi esperti del clima. Uno fra tutti James Hansen della NASA: “E’ necessario ridurre l’uso di combustibili fossili e in 20 anni potremmo salvare la Terra” dice. In caso contrario è lo stesso Hansen a prevedere un aumento del livello dei mari di 7 metri a fine secolo.”

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