Il vertice di Copenaghen sul CLIMA al suo debutto: un contesto confuso (paesi ricchi ed emergenti, quelli poveri che sperano) tentando di decidere sul futuro di un’umanità divisa tra miseria e consumismo. Con una “spinta esterna” mediatica, del mondo intero, affinché in Danimarca si decida qualcosa di buono e di concreto

I cambiamenti climatici sono la più grave minaccia alla salute e sopravvivenza dei bambini nel 21esimo secolo (“Save the Children” la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la tutela dei diritti dell’infanzia dal 5 ottobre scorso ha lanciato la campagna EVERY ONE per dire basta alla mortalità infantile) (vedi la campagna di “Save the children” all’interno di questa pagina del blog)

Qualcuno potrebbe ipotizzare che la catastrofe climatica generalizzata, globale (la catastrofe “piccola”, a macchia di leopardo in giro per il mondo, esiste già, con inondazioni, desertificazione, eventi atmosferici dirompenti…) che di qui a qualche decennio potrà esserci, può far inabissare il pianeta in una specie di “mondo oscuro” dove beni primari (comuni a tutti) come l’acqua e l’aria non inquinati, saranno assegnati con una specie di “tessera annonaria” con la quale ciascuno dovrà decidere come impiegare la propria quota d’aria o d’acqua. E questo poi solo nel caso si sia in un contesto di democrazia ed equità (e di peggio potrebbe capitare…).

   Le preoccupazioni che dal vertice in corso di Copenaghen non ci decida niente di buono sono assai probabili. “Da Copenaghen non uscirà un accordo vincolante perché alcuni Paesi non sono ancora pronti, in primo luogo gli Stati Uniti e la Cina”, ha detto il presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso. A Copenaghen si punterà quindi, secondo il presidente dell’esecutivo comunitario, a stilare una bozza d’accordo che possa poi diventare un trattato vero e proprio accettabile da tutti i Paesi industrializzati e da quelli in via di sviluppo.

   Lo stesso mondo dell’economia sembra guardare con occhi diversi, con speranze contrastanti, alla possibilità di un accordo. Qui di seguito vi proponiamo un articolo de “il Sole 24ore”, quotidiano di Confindustria, dove si mostra positivamente di sperare ad un accordo virtuoso alla Conferenza in corso: del resto da molto tempo il Sole 24ore dedica molto spazio agli sviluppi dell’economia verde, a tutte quelle attività che si basano su nuovi sistemi produttivi ecocompatibili e basati sulle energie rinnovabili (sembra quasi, leggendolo, che si voglia spronare i propri associati a investire sull’economia ambientale, a crederci di più). Dall’altra, sempre nel mondo economico, esistono ancora delle paure e delle perplessità a “cambiare rotta” (vi proponiamo sempre qui un’intervista de “il Gazzettino” a Aldo Fumagalli, responsabile di Confindustria del progetto “Sviluppo Sostenibile” dove questi mostra perplessità e timori che un accordo di “rispetto del clima” che coinvolga i paesi europei e non altri paesi emergenti (e gli USA) danneggi fortemente la competitività industriale europea. Dubbi forse fondati, ma l’innovazione di un’ “industria pulita” noi pensiamo che alla fine paga, è vincente nella competizione internazionale e nei nuovi modelli di sviluppo che ci aspettano nei prossimi anni.

   Su tutto si percepisce a Copenaghen il silenzio, l’assenza, il “potere debole” dei paesi poveri, per niente “in via di sviluppo” (come si diceva una volta) o “emergenti” (come sono adesso Cina, India, Brasile, Sudafrica).

Il miglioramento del clima interessa loro prima ancora dei paesi ricchi (se i “ricchi” hanno l’acqua inquinata cercano quella in bottigliette minerali; i poveri non hanno manco sta possibilità…). Loro, i paesi poveri (o meglio, potremmo dire, le popolazioni di quei paesi) non hanno voce a Copenaghen. Ed è un “misuratore” del possibile successo di Copenaghen spingere perché in questi giorni si parli il più possibile di “loro” (paesi poveri) e di come costruire un mondo sì meno inquinato, ma anche più equo nelle condizioni sociali.

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CI RESTA POCO TEMPO

In occasione della conferenza che si apre in Danimarca, 56 quotidiani di 45 Paesi pubblicano questo editoriale comune e si appellano ai rappresentanti dei 192 stati presenti

   “Oggi 56 giornali di 45 paesi stanno facendo un passo senza precedenti, quello di parlare con una unica voce in un editoriale comune. Lo facciamo perché l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza.
   Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza. I pericoli sono diventati sempre più manifesti nel corso dell’ultima generazione. Ora hanno cominciato a parlare i fatti: 11 degli ultimi 14 anni sono stati i più caldi mai registrati, la calotta artica si sta sciogliendo e i surriscaldati prezzi del petrolio e dei generi alimentari sono solo un assaggio della distruzione che ci attende. Sulle pubblicazioni scientifiche la domanda non è più se la causa sia imputabile agli essere umani, ma quanto è breve il tempo che abbiamo ancora a disposizione per contenere i danni. Nonostante tutto ciò, fino a questo momento la risposta del mondo è stata tiepida e debole.
   Il cambiamento climatico è stato prodotto nel corso di secoli, ha conseguenze che dureranno per sempre e le possibilità che abbiamo di controllarlo saranno determinate dai prossimi 14 giorni. Ci appelliamo ai rappresentanti del 192 paesi riuniti a Copenhagen affinché non esitino, non si lascino prendere la mano dalle controversie e non si accusino reciprocamente, ma che ricavino delle opportunità dal più grande fallimento della moderna politica. Si dovrebbe evitare una lotta tra il mondo ricco e quello povero o tra Occidente e Oriente. Il cambiamento climatico colpisce tutti e deve essere risolto da tutti.
   L’aspetto scientifico è complesso ma i fatti sono chiari. Il mondo deve prendere delle misure per contenere entro 2°C gli incrementi della temperatura, un obiettivo che richiederà che il picco globale delle emissioni e l’inizio del loro successivo decremento avvenga entro i prossimi 5-10 anni. Un innalzamento superiore di circa 3-4°C – la stima più bassa dell’incremento della temperatura qualora non si agisca – inaridirà i continenti e trasformerà le terre agricole in deserti. La metà di tutte le specie potrebbe estinguersi, un numero senza precedenti di persone sarebbe costretto all’esodo, interi paesi sarebbero innondati dal mare.
   Sono in pochi a ritenere che Copenhagen possa ancora produrre un trattato in una sua versione finale – verso un tale trattato si è potuto cominciare a fare reali progressi solo con l’arrivo del presidente Obama alla Casa Bianca e la fine di anni di ostruzionismo degli Stati Uniti. Il mondo si trova ancora oggi alla mercé della politica interna statunitense, dato che il presidente non può impegnarsi pienamente sulle azioni necessarie finché non lo avrà fatto il Congresso degli Stati Uniti.
   A Copenhagen però i rappresentanti politici possono e devono trovare un consenso sugli elementi essenziali di un accordo giusto ed efficace nonché – e questo è un punto cruciale – su un rigido calendario per trasformare questo accordo in un trattato. La prossima conferenza delle Nazioni Unite sul clima prevista per il giugno prossimo a Bonn dovrebbe essere considerata la data ultima o, come ha detto un negoziatore, “possiamo concederci un tempo supplementare ma non di rigiocare la partita”.
   Al centro dell’accordo ci deve essere una intesa tra il mondo ricco e quello in via di sviluppo che preveda, tra le altre cose, come sarà distribuito il costo della lotta al cambiamento climatico – e come si distribuirà una risorsa che solo recentemente è diventata preziosa: le migliaia di miliardi circa di tonnellate di anidride carbonica che rilasceremo prima che la colonnina del mercurio abbia toccato livelli pericolosi.
   Alle nazioni ricche piace ricordare la verità aritmetica secondo la quale non ci può essere una soluzione finché i giganti del mondo in via di sviluppo, quale la Cina, non adotteranno misure più radicali di quelle messe in atto finora. Il mondo ricco, però, è responsabile per la maggior parte dell’anidride carbonica che si è accumulata nell’atmosfera – tre quarti di tutta l’anidride carbonica rilasciata dal 1850. Il mondo ricco deve quindi ora indicare la strada e ogni singolo paese in via di sviluppo deve impegnarsi a ridurre le emissioni in modo tale da abbassare entro un decennio il proprio contributo di gas serra a livelli sostanzialmente inferiori a quelli del 1990.
   I paesi in via di sviluppo vorranno ricordare che loro hanno contribuito alle cause del problema solo in misura minore e che le regioni più povere del mondo saranno quelle più colpite. Tuttavia, questi paesi contribuiranno sempre di più al riscaldamento e devono quindi impegnarsi in prima persona in una azione significativa e quantificabile. Sebbene finora sia l’azione dei paesi avanzati sia quella dei paesi in via sviluppo non abbia raggiunto il livello auspicato da taluni, il recente impegno su nuovi target per le emissioni da parte dei due paesi che più inquinano al mondo, Stati Uniti e Cina, sono dei passi importanti nella direzione giusta.
   La giustizia sociale esige che il mondo industrializzato si dimostri generoso nel fornire risorse per aiutare i paesi più poveri a adattarsi al cambiamento climatico e a adottare tecnologie pulite che consentano loro di crescere economicamente senza che ciò comporti un aumento delle emissioni. Anche l’architettura di un futuro trattato dovrà essere stabilita in maniera ferma, prevedendo un monitoraggio multilaterale rigoroso, premi equi per la protezione delle foreste e una valutazione credibile delle “emissioni esportate”, in modo tale che il costo possa essere suddiviso in maniera equa tra chi produce prodotti inquinanti e chi li consuma. L’equità richiede inoltre che la dimensione del peso che ciascun paese sviluppato si accollerà tenga in considerazione la sua capacità di reggerlo; per esempio, i nuovi membri della Ue sono spesso molto più poveri della “vecchia Europa” e non dovrebbero soffrire di più dei loro partner più ricchi.
La trasformazione avrà un costo ingente che sarà in ogni caso molto inferiore al conto pagato per salvare la finanza globale e molto meno costoso delle conseguenze di non fare alcunché.
   Molti di noi, nel mondo sviluppato in particolare, dovranno cambiare il proprio stile di vita. L’era dei voli che costano meno del tragitto in taxi all’aeroporto sta volgendo alla fine. Dovremo acquistare, mangiare e viaggiare in maniera più intelligente. Dovremo pagare di più per l’energia e usarne meno.
   La prospettiva del passaggio a una società a basso impatto di anidride carbonica contiene tuttavia più opportunità che sacrifici. Alcuni paesi hanno già verificato che abbracciare la trasformazione può portare crescita, posti di lavoro e una migliore qualità della vita.
   Anche il flusso dei capitali ci dice che l’anno scorso, per la prima volta, gli investimenti destinati alle varie forme di energia rinnovabile hanno superato quelli impiegati per la produzione di elettricità da combustibili fossili.
   Liberarci della assuefazione all’anidride carbonica in pochi decenni che si riveleranno brevi, facendo fronte a una sfida senza uguali nella nostra storia, richiederà uno sforzo straordinario all’ingegneria e all’innovazione. Ma se mandare l’uomo sulla luna o scoprire i segreti dell’atomo sono state imprese nate dal conflitto e dalla competizione, la corsa contro l’anidride carbonica che sta per iniziare dovrà essere improntata a uno sforzo collaborativo che miri alla salvezza collettiva.
   Per avere la meglio sul cambiamento climatico occorrerà che l’ottimismo trionfi sul pessimismo, che una visione di ampia portata trionfi sulla miopia, su di ciò che Abraham Lincoln chiamò “i migliori angeli della nostra natura”.
   È con questo spirito che 56 giornali di tutto il mondo si sono uniti per questo editoriale. Se noi che proveniamo da ambiti nazionali e politici così diversi possiamo concordare su ciò che occorre fare, anche i nostri leader possono farlo.
   I rappresentanti politici che si riuniranno a Copenhagen hanno la possibilità di decidere quale sarà il giudizio della storia su questa generazione: una che ha capito la minaccia e che ne è stata all’altezza con le sue azioni oppure una talmente stupida da aver visto arrivare la catastrofe e di non avere fatto alcunché per impedirla. Vi imploriamo di fare la scelta giusta”.
(traduzione di Guiomar Parada) 7/12/2009

Ecco l’elenco dei 56 quotidiani di 45 Paesi che il 7 dicembre hanno pubblicato l’editoriale comune sul clima:
Süddeutsche Zeitung – Germania
Gazeta Wyborcza – Polonia
Der Standard – Austria
Delo – Slovenia
Vecer – Slovenia
Dagbladet Information – Danimarca
Politiken – Danimarca
Dagbladet – Norvegia
The Guardian – Gran Bretagna
Le Monde – Francia
Liberation – Francia
La Reppublica – Italia
El Pais – Spagna
De Volkskrant – Olanda
Kathimerini – Grecia
Publico – Portogallo
Hurriyet – Turchia
Novaya Gazeta – Russia
Irish Times – Irlanda
Le Temps – Svizzera (francese)
Economic Observer – Cina
Southern Metropolitan – Cina
CommonWealth Magazine – Taiwan
Joongang Ilbo – Corea del Sud
Tuoitre – Vietnam
Brunei Times – Brunei
Jakarta Globe – Indonesia
Cambodia Daily – Cambogia
The Hindu – India
The Daily Star – Bangladesh
The News – Pakistan
The Daily Times – Pakistan
Gulf News – Dubai
An Nahar – Libano
Gulf Times – Qatar
Maariv – Israele
The Star – Kenya
Daily Monitor – Uganda
The New Vision – Uganda
Zimbabwe Independent – Zimbawe
The New Times – Ruanda
The Citizen – Tanzania
Al Shorouk – Egitto
Botswana Guardian – Botswana
Mail & Guardian – Sudafrica
Business Day – Sudafrica
Cape Argus – Sudafrica
Toronto Star – Canada
Miami Herald – Usa
El Nuevo Herald – Spagna
Jamaica Observer – Giamaica
0La Brujula Semanal – Nicaragua
El Universal – Messico
Zero Hora – Brasile
Diario Catarinense – Brasile
Diaro Clarin – Argentina

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UN CLIMA PIENO DI DUBBI DA SCIOGLIERE

di Marco Magrini – da “Il Sole 24ore” del 7/12/2009

Il vertice di Copenhagen – LE QUESTIONI FONDAMENTALI –  Equilibrio. I cambiamenti dipendono da una gran mole di variabili.  I limiti di Kyoto. C`è chi critica l`impianto ereditato dal Protocollo – Gas serra, ecoincentivi, energie rinnovabili: dieci temi per capire la posta in gioco

   Quindicimila persone, 5mila giornalisti, 192 delegazioni, 45 capi di Stato, tutte le organizzazioni non governative in prima linea. Con il vertice climatico che durerà fino al 18 dicembre, Copenhagen è presa d’assalto: perfino gli alberghi della non lontana Malmó, in Svezia, sono esauriti. Per la bellezza di due settimane, quindi, gli occhi del mondo saranno puntati sulla capitale danese. Ma sono occhi pieni di dubbi. Ne abbiamo raccolti un po’, nei giornali e sui blog, fra i più interessanti. Cercando di azzardare una risposta.

1 – Le certezze scientifiche sui cambiamenti climatici sono ancora troppo vaghe. Non ci sono evidenze sul legame tra livello delle emissioni e riscaldamento del pianeta.

Sì e no. Diciamo che le certezze hanno un largo spettro di incertezza. Ma che i gas-serra abbiano la proprietà fisica di trattenere la radiazione infrarossa del pianeta Terra (una sorta di effetto di ritorno dell`irradiazione solare) è indisputabile: è un fenomeno conosciuto sin dall`Ottocento. Tanto per fare un esempio, l’Ipcc, la massima autorità scientifica in questioni climatiche, sostiene che la variazione della temperatura media del pianeta potrà crescere a fine secolo in una forchetta che va da 1,6 a 6 gradi centigradi, a seconda della concentrazione dei gas-serra e molte altre variabili. Ai due estremi, gli effetti climatici sarebbero estremamepte diversi: accettabile il primo, catastrofico il secondo. Il sistema climatico planetario non solo si regge su equilibri delicatissimi, ma è anche regolato da una quantità di variabili impressionante.

Non è un caso, se i supercomputer attualmente costruiti vengano usati soprattutto per simulare le esplosioni nucleari e il sistema meteorologico. Per concludere: in mezzo alle incertezze, c’è la certezza che sia molto meglio non correre rischi.

2 – I costi necessari per ridurre le emissioni sono di gran lunga superiori ai benefici che ne deriverebbero per l’ambiente.

   Questo è quel che insegna il Protocollo di Kyoto, dove i costi hanno superato i benefici. Però va detto che Kyoto non è stato pienamente applicato e riguardava un esiguo numero di paesi, visto che gli Usa non l’hanno mai neppure ratificato.   Con Copenhagen, ammesso che si arrivi a un accordo, le cose potrebbero andare diversamente.   Ma non ci sono solo i costi: la General Electric ad esempio, con la sua iniziativa Ecoimagination lanciata tre anni fa, ha dimostrato che si può abbassare le emissioni e risparmiare. Investendo pesantemente nella ricerca, l’industria dell’energia rinnovabile potrebbe davvero diventare, come dice Obama, il futuro motore dell’economia. A quel punto, i benefici supererebbero largamente i costi.

3 – I paesi poveri emettono poca anidride carbonica. Quindi il problema delle emissioni riguarda solo i paesi più sviluppati.

   Vero. I paesi più poveri non avranno obblighi, anzi: si tratterà di aiutare la loro crescita fornendo tecnologie energetiche non a base di combustibili fossili.   Sarebbe il miglior modo per assicurare un’uscita dalla povertà, senza compromettere gli sforzi del mondo ricco. E’ esattamente il dilemma che si pone con i paesi che stanno uscendo dalla povertà con le proprie gambe, come Cina e India, che sono rapidamente diventate – grazie alla forza della demografia – il primo e il quinto inquinatore al mondo.

4 – Dal 2030 in poi la crescita di emissioni sarà responsabilità esclusiva dei paesi in via di sviluppo.

   Esclusiva, no. Ma prevalente, sì. L’Agenzia internazionale dell’energia stima che, da qui al 2030, con una domanda di energia che sarà del 55% superiore a quella di oggi, il mondo dovrà investire 26mila miliardi di dollari nell’infrastruttura energetica, oltre metà della quale nei paesi emergenti come Cina e India. Secondo il principio delle «comuni ma differenziate responsabilità», Pechino e New Delhi non hanno sin qui avuto obblighi di tagliare le proprie emissioni. Entrambi, si dicono disponibili a ridurre sensibilmente l’intensità energetica della loro economia: ovvero emettere di meno rispetto al Pil. Il successo del vertice dipenderà da quale parte attiva decideranno di recitare: senza di loro, qualsiasi sforzo planetario sarebbe inutile.

 5 – Senza incentivi degli Stati, il costo delle energie rinnovabili è insostenibile.

   Vero. Ma gli incentivi non devono durare per sempre, anzi: devono dare tempo alla ricerca di avanzare e all’industria di raggiungere le necessarie economie di scala. Sarebbe folle dimenticare che, ogni giorno, il Sole invia sulla Terra decine di migliaia di volte l’energia di cui ha bisogno il genere umano per far girare il mondo. I Paesi che hanno varato politiche di sostegno alle rinnovabili, come gli ospiti danesi hanno fatto con l’energia eolica, hanno abbassato le proprie emissioni e, al tempo stesso, hanno fatto nascere un’industria competitiva nel settore con migliaia di posti di lavoro. Il 28% dell`energia elettrica della Danimarca, viene da fonti rinnovabili. Il motto del governo, che ha appena stanziato 150 milioni di euro per la ricerca, è: «il vento è gratis».

6 – In questi anni non si è fatto nulla sui cambiamenti climatici e i miglioramenti sul livello delle emissioni sono dovuti esclusivamente alla recessione mondiale.

   Vero. Le emissioni non erano mai scese su base annuale, finché la recente fase recessiva – segno di un mondo sempre più interconesso – non le ha fatte declinare. Il Protocollo di Kyoto, in vigore dal febbraio 2005, non ha avuto effetti significativi sui miliardi di tonnellate di CO2 emesse ogni anno nell’atmosfera tramite l’uso dei combustibili fossili.

7 – A Copenhagen l’Europa giocherà un ruolo di assoluta marginalità: Usa, Cina e India sono i veri arbitri del futuro del pianeta.

   Vero, ma… L’Europa è stata fin qui la paladina indiscussa della diplomazia climatica. Solo l’America sprecona (le sue emissioni procapite sono il doppio dell’Europa e il quadruplo della Cina) e i nuovi giganti economici dell’Est, potranno fare la vera differenza: senza la loro partecipazione, l’avanguardia europea diventa fatalmente inutile. Tuttavia, senza la spinta dell’Europa le Nazioni Unite non sarebbero forse mai arrivate a questo vertice così cruciale. Ancorché così incerto. Al momento, la migliore soluzione che si profila è un accordo-quadro, da completare però l’anno prossimo.

8 – Gli obiettivi di Copenhagen sono troppo ambiziosi. Sarebbe più opportuno puntare a un’intesa su alcune azioni immediate e pochi principi di massima.

   Vero. Ma questo è il prezzo che si paga alla diplomazia. Le bozze di accordo circolate nei mesi scorsi erano di centinaia di pagine, scritte in un linguaggio perlopiù incomprensibile e disseminate di parentesi vuote con i numeri e i dettagli da aggiungere. Semmai c’è chi critica addirittura, come James Hansen della Nasa, l’impianto ereditato da Kyoto e che a Copenhagen dovrebbe essere fedelmente ricalcato: il sistema dei certificati che, a patto di pagare, danno il diritto a emettere una tonnellata di C02. Hansen, che propone una più semplice e diretta carbon tax sui consumi di combustibili fossili, li paragona alle indulgenze. Non ha mica tutti i torti.

9 – Il vertice fallirà perché i paesi ricchi e quelli poveri non troveranno alcun accordo economico.

   È una previsione realistica. Nel 2000, al Palazzo di Vetro i leader del mondo hanno messo nero su bianco la volontà di dimezzare la fame nel mondo con la promessa di fornire i necessari finanziamenti. Non l’ha mantenuta quasi nessuno. Gli accordi di Copenhagen, già nelle semplici premesse, includono un robusto flusso di decine di miliardi di dollari, dal mondo ricco a quello più povero. Se questo snodo non si concretizza il vertice fallirà. Ma l’ultima parola non è detta: spetta alla diplomazia.

10 – Gli accordi internazionali sono solo una scappatoia: la riduzione della C02 in atmosfera dipende dalla nostra attenzione al risparmio energetico nei gesti quotidiani.

   Il risparmio energetico è la prima, più facile e più economica risposta al dilemma climatico in corso. Aumentare l’efficienza dell’illuminazione casalinga o di certi processi industriali, costa relativamente poco e porta l`immediato beneficio di un risparmio sui consumi. È la misura più rapida da prendere, ma non è sufficiente.

 QUATTRO OBIETTIVI AMBIZIOSI

1 – Un trattato sul clima

– Limitare il riscaldamento terrestre a non più di due gradi Celsius sopra i livelli pre-industriali, che molti scienziati indicano come soglia per un pericoloso cambio climatico.

– Accordo su una data per rivedere gli obiettivi, per esempio nel 2014.

2 – Taglio alle emissioni

– I paesi industrializzati fissano gli obiettivi nazionali per tagliare i gas serra dal 2020 e tutti i paesi si accordano sull’obiettivo di dimezzare le emissioni entro il 2050.

– I paesi del G8 hanno già deciso di tagliare le loro emissioni dell’80% entro il 2050.

3 – Aiuti ai paesi in via di sviluppo

– Sostenere finanziariamente i paesi in via di sviluppo per aiutarli a limitare le emissioni di gas serra, vincere la sfida delle conseguenze sul clima e favorire l’accesso alle tecnologie a basso utilizzo di carbone.

4 – Riscaldamento globale

– Individuare una data nel 2010 per decidere un accordo sul clima legalmente vincolante: le scadenze potrebbero essere un meeting a giugno 2010 a Bonn o il prossimo dicembre in Messico.

– Decidere se creare un nuovo trattato globale per garantire l`impegno di tutti i paesi o mantenere e ampliare l’attuale Protocollo di Kyoto.

 ALCUNI SITI  DELLA CONFERENZA

www.unfccc.int   http://en.copl5.dk/   www.google.com/cop15  – www.greetings.cop15.dk : Il governo danese chiede a tutti di inviare un messaggio ai leader mondiali riuniti a Copenhagen. Alcuni messaggi selezionati saranno poi mostrati su maxi schermi durante gli eventi del vertice  –   www.seald?edeal2009.org : Per firmare la petizione dell’Onu a favore di un accordo tra i leader mondiali http://www.foss?7-of the-day.org/

Ogni giorno verrà assegnato il premio `Fossilof The Day` al paesi che si comporta peggio durante i negoziati. Il Fossil of the Day è un’iniziativa del Climate Action Networkwww.climatenetwork.org.uin  network mondiale che raccoglie circa 500 organizzazioni non governative per la tutela ambientale. Il premio è stato assegnato per la prima volta a Bonn nel ‘99.

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LA SFIDA DEL CLIMA TRA POVERI E RICCHI

di Barbara Corrao, da “Il Messaggero” del 7/12/2009 

Al vertice danese si arriva con una frattura tra le due metà del pianeta su quali obiettivi accettare e su come ripartire ii costo degli interventi.  Cina, India, Brasile e Sud Africa non vogliono sacrificare lo sviluppo

   Non era mai successo prima che 191 Paesi della terra si riunissero per parlare dei cambiamenti climatici. Basterebbe già questo record a caratterizzare la Conferenza di Copenhagen come un evento del tutto speciale.

   Che poi si arrivi ad un accordo vincolante, e in quali tempi, è una questione del tutto diversa. La conferenza si apre con una serie di incognite: gli innegabili passi avanti compiuti da Usa e Cina e la stessa prevista presenza dei due presidenti fa capire che nessuno vuole assumersi, a cuor leggero, la responsabilità di un fallimento.

   Ma quanto e cosa sono disposti a mettere sul piatto, si vedrà solo alla fine del summit. La frizione tra i Paesi del mondo ricco e sviluppato e i Paesi del mondo emergente e di quello più povero è l’altra grande incognita del vertice danese: quanto e come distribuire i costi degli interventi, questo è il vero nodo.

   Superarlo sarà la vera sfida delle due settimane di confronto.

Europa e Usa. L’obiettivo dichiarato del summit è di fissare misure in grado di contenere il surriscaldamento climatico dovuto ai gas serra entro i 2 gradi nel 2050. Secondo gli esperti, il target è in linea con le decisioni europee che assumono un taglio del 20% (rispetto al 1990) delle emissioni al 2020, migliorato se possibile al 30% (ma su questo punto l’Italia ha chiesto una verifica che coinvolga anche Stati Uniti e Cina) e un’ulteriore riduzione del 50% delle emissioni al 2050. Finora gli Stati Uniti hanno promesso una riduzione del 17% (rispetto al 2005 e non al 1990) delle emissioni di Co2 in rapporto al Pil entro il 2020 e del 42% entro il 2030.   Rapportato ai parametri europei significa in concreto un taglio iniziale di appena il 4%. Dimezzare le emissioni entro il 2050 è l`obiettivo della bozza presentata dal governo danese ma è già stata bocciata dagli emergenti.

Gli emergenti. E’ qui il punto cruciale. Cìna, India, Messico, Brasile e Sud Africa attribuiscono la maggiore responsabilità della situazione attuale ai paesi ricchi e giudicano insufficienti gli impegni presi, Perciò rilanciano: per arrivare ad una taglio del 50% entro il 2050 i Paesi ricchi dovrebbero assumere il 40-45% dei tagli al 2020 e l`80-90% al 2050, considerando il 1990 come anno di riferimento. Inoltre, aggiungono, il costo delle minori emissioni dei Paesi più poveri dovranno comunque essere finanziati dalla metà più ricca del pianeta: diversamente i poveri sarebbero condannati a rinunciare allo sviluppo.

   E così l’India si dice disponibile a tagliare del 20-25% rispetto al 2005 la propria intensità carbonica (cioè la quantità di emissioni in rapporto al Pil) mentre la Cina propone una soglia del 40-45% delle emissioni rispetto al 2005 e il Brasile si ferma a meno 36,1-38,9 percento. Tanto per avere un’idea delle cifre in ballo, i cinesi hanno calcolato che per raggiungere il loro target occorre una spesa di 30 miliardi di dollari l’anno. E stiamo comunque parlando di tagli che non comportano una riduzione delle emissioni ma una loro minor crescita rispetto a quanto farebbero in assenza di interventi.

L’adattamento. Non c’è dunque accordo su come ripartire il peso e i costi degli obiettivi di lungo periodo. Ma si discute anche sull’immediato e su come avviare il cosiddetto “first trackf rance”. Ossia sugli ìnterventi da compiere per evitare, subito, inondazioni, frane e tutti quei flagelli che sono legati al fattore climatico. Incluse anche, per esempio, le barriere per proteggere gli atolli del Pacifico dall’innalzamento del mare.

Secondo i calcoli della Banca Mondiale si tratta di una cifra stimabile tra 75 e 100 miliardi di dollari l’anno per i prossimi 40 anni. Cifra che gli emergenti giudicano insufficiente. Gli Usa sono disposti a dare 1,2 miliardi l’anno per l’aiuto climatico, incluso l’adattamento.

L’Europa non riesce a decidere e parla di offrire 5-7 miliardi l’anno, ma anche qui si tratta di stabilire come distribuire la spesa tra i paesi membri. Il poverissimo Bangladesh spende 50 milioni di dollari, per proteggersi dalle inondazioni, ma anche l’Inghilterra sta rinforzando gli argini del Tamigi con una spesa di circa mezzo milione di dollari.

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CLIMA, E’ SCATTATA L’ORA ZERO

da “il Gazzettino” del 8/12/2009

COPENAGHEN – Ottimismo ma anche determinazione a sconfiggere gli ostacoli negazionisti e raggiungere l’obiettivo di un accordo con appelli accompagnati da immagini catastrofiche per toccare le coscienze di tutti. Si è aperto con una partenza forte ed in un’atmosfera speranzosa il vertice dell’Onu sui mutamenti climatici a Copenaghen (Cop15). Nelle ore dell’apertura, India, Cina e Brasile hanno annunciato di voler portare alla Conferenza danese una bozza comune su cui instradare il negoziato, come ha riferito a New Delhi il ministro per l’Ambiente indiano, Ramesh. Le speranze dell’umanità partono proprio da Copenaghen, ha affermato, nelle prime battute della conferenza, il premier danese Lars Loekke Rasmussen: «L’umanità guarda speranzosa alla conferenza di Copenaghen come all’ultima possibilità per bloccare il riscaldamento globale: nelle prossime due settimane la capitale danese sarà agli occhi del mondo “Hopenaghen”, il porto della speranza».
      Alla lista dei Paesi disponibili a rallentare le loro emissioni di gas si è aggiunto ieri il Sudafrica che ha proposto di ridurre il livello di crescita dei gas serra del 34% entro il 2020 e del 42% entro il 2025 a patto che ciò avvenga nel quadro di un accordo internazionale e di aiuti finanziari e tecnologici dei paesi più sviluppati.
      Anche l’Italia chiede «un accordo vincolante per tutti, perché non è possibile che a pagare siano alcuni – gli occidentali – e gli altri si limitino solo ai suggerimenti», ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini.
      Nel giorno inaugurale è stato diffuso un video-shock in cui si vede una bimba che si sveglia in un deserto, con la terra che si spacca e le onde che la travolgono e implora: «Per favore salvate il pianeta». Da segnalare pure l’arrabbiatura del Nobel per la pace, Rajendra Pachauri: lo scienziato ambientalista indiano che presiede il Gruppo intergovernativo degli scienziati (Ipcc) è intervenuto sul furto di e-mail all’East Anglia University nel Regno Unito: emergerebbe che i dati relativi a catastrofiche previsioni ambientali per il futuro, a causa dell’effetto-serra, sono stati manipolati. Pachauri l’ha definito un tentativo di screditare un lavoro «trasparente e obiettivo» condotto da più di vent’anni, raccogliendo ed esaminando dati provenienti da tutto il pianeta e da numerosi organismi scientifici indipendenti.
      Il rappresentante italiano dell’Ipcc, Sergio Castellari ha rimarcato che si tratta di e-mail personali di scienziati risalenti anche a 10 anni fa che «non inficiano la solidità scientifica dei dati».
      A Copenaghen, in previsione di possibili contestazioni no global sono in atto eccezionali misure di sicurezza. Un ex deposito di birra funge da maxi-carcere provvisorio e le forze dell’ordine hanno piazzato cannoni ad acqua nei punti strategici. Da Svezia e Germania sono arrivati cani fiuta-bombe che perlustrano la zona del Bella Center, sede del vertice che accoglie 12mila delegati di 190 Paesi e 3500 giornalisti, e che culminerà il 17 e il 18 con il summit di centodieci statisti di tutto il mondo.
      Un sondaggio Ifop per il quotidiano francese Le Monde rivela che dall’80 all’88% di americani, europei e giapponesi (l’85% degli italiani) vorrebbe cambiare stili di vita e ridurre i consumi, se è utile a produrre meno gas dannosi all’ambiente. Solo un italiano su tre ammette però di essere ben informato sulla Conferenza Onu e il 60% è scettico sull’applicazione di misure concrete.

…………………..

«Rischiamo di perdere i mercati»

Allarme di Fumagalli (sviluppo sostenibile di Confindustria): no a fughe in avanti dell’Europa

Da “il Gazzettino” del 8/12/2009, di Emanuele Perugini

«Mi auguro che a Copenaghen emergano due fattori. Il primo è che si arrivi al più presto a definire un programma di lavori che porti in tempi brevi ad accordi equivalenti per i paesi industrializzati e comunque ambiziosi per quelli in via di sviluppo. Il secondo elemento è il messaggio che gli obiettivi di taglio delle emissioni si devono raggiungere con un mix di ricette e che l’intervento più importante da fare è quello relativo all’efficienza energetica».
      Per Aldo Fumagalli, presidente della Commissione Sviluppo sostenibile di Confindustria, il vertice sul clima che si è aperto ieri «deve arrivare ad un accordo equo».
      Cosa vuol dire?
      «Che gli accordi che saranno raggiunti dovranno impegnare su obiettivi omogenei. Soprattutto i Paesi industrializzati. Se non sarà così, rischiamo di indebolire le nostre imprese sul mercato internazionale. Solo per raggiungere gli obiettivi del 20% di energia rinnovabile in Italia prevediamo un aumento di 25 euro per Megawatt della bolletta energetica. Un costo davvero alto».
      Qual è lo stato attuale delle trattative?
      «Il problema è tra l’Europa che si è data degli obiettivi molto ambiziosi (20% di emissioni in meno entro il 2020) e gli Stati Uniti (propongono di ridurre del 4% le loro emissioni rispetto al 1990). Posizioni divergenti. Gli Usa propongono poi una riduzione al 2030 del 32% delle emissioni. E questo perché fino al 2020 hanno bisogno di mettere in cantiere una enorme riconversione del sistema produttivo che darà i suoi frutti solo dopo».
      Che fare, dunque?
     
«O l’Ue spalma nel tempo i suoi obiettivi e sposta la data di riferimento al 2030, così come propongono gli Usa, oppure questi si impegnino nel raggiungimento di obiettivi più ambiziosi, entro il 2020. Se però rimangono ancora queste differenze il rischio reale è che le imprese europee si troveranno a dover pagare un prezzo più alto di quelle americane e ne risentiranno in termini di competitività».
      E la Cina?
     
«Negli ultimi giorni è passata da una netta opposizione a qualsiasi taglio di emissioni, a una più morbida che prevede di fatto di ridurre la percentuale di consumi di anidride carbonica per unità di prodotto. Invece di tagliare, significa consumare di meno e rallentare la crescita delle emissioni. Mi sembra una posizione da prendere in seria considerazione nei negoziati di Copenhagen, anche se è ancora insufficiente».
      Su cosa puntare per ridurre le emissioni secondo lei?
     
La partita più importante è quella dell’efficienza energetica. Quella sulla quale siamo ancora in attesa di una direttiva dell’Unione europea. Attraverso interventi solo in questo settore ci si aspetta una riduzione del 36% delle emissioni mondiali».

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Save the Children e Cambiamenti climatici: sono un’emergenza globale per i bambini

I cambiamenti climatici sono la più grave minaccia alla salute e sopravvivenza dei bambini nel 21esimo secolo e costituiscono una grave emergenza, sostiene Save the Children la più grande organizzazione internazionale indipendente per la difesa e la tutela dei diritti dell’infanzia che il 5 ottobre scorso ha lanciato la campagna EVERY ONE per dire basta alla mortalità infantile.

   175 milioni di bambini all’anno saranno vittime dell’aumento dei disastri naturali nel corso del prossimo decennio. Alluvioni, cicloni, carestie colpiranno i bambini ancora più duramente e con più frequenza, quale effetto dei cambiamenti climatici, afferma l’organizzazione internazionale: passati da 200 ogni anno ai 400 attuali, si prevede che i disastri naturali triplicheranno (+320%) di qui al 2030. Disastri che andranno di pari passo con un aumento della malnutrizione e di alcune malattie come malaria, polmonite, diarrea, già allo stato attuale i più pericolosi killer dei bambini.

   In occasione del lancio del nuovo rapporto “Riscaldamento globale e sopravvivenza infantile nell’era del mutamento climatico”, da Barcellona dove sta partecipando con una propria delegazione all’importante Vertice Negoziale sul clima, Save the Children chiede ai leader del mondo di firmare e sottoscrivere l’ accordo sui cambiamenti climatici che sarà al centro dell’importantissimo e decisivo vertice sul clima in programma a Copenaghen a dicembre e che intende aiutare i bambini dei paesi più poveri a fare i conti con gli effetti del riscaldamento globale.

   Nel suo nuovo dossier Save the Children mette in luce il fatto che i cambiamenti climatici esacerberanno quelle che già sono le principali cause di mortalità infantile, come per esempio la diarrea, la malnutrizione e la malaria.

   La diarrea, il killer di 1 milione di bambini ogni anno, si stima che crescerà del 10% entro il 2020. La malnutrizione, che attualmente affligge 178 milioni di bambini ed è causa di morte per 3.2 milioni di essi ogni anno, colpirà 25 milioni di bambini in più di qui al 2050. E la malaria, responsabile di 1 milione di minori vittime ogni anno, coinvolgerà oltre 320 milioni di persone entro il 2080.

   “I bambini purtroppo già stanno morendo per colpa del clima così cambiato e in mancanza di misure e azioni immediate queste morti cresceranno”, commenta Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Children Italia. “Quasi 9 milioni di bambini muoiono ogni anno prima del loro quinto compleanno per cause stupide e prevenibili come la diarrea e la polmonite. I cambiamenti climatici renderanno ancora più minacciose queste malattie. A meno che non si prendano subito provvedimenti, i cambiamenti climatici diventeranno come un treno lanciato a folle velocità con i bambini a bordo”, commenta ancora Valerio Neri.

Il rapporto di Save the Children inoltre sottolinea come saranno le persone più povere nei paesi più poveri le più colpite, poichè i mutamenti del clima riducono la possibilità per le comunità di accedere all’acqua potabile e di coltivare prodotti nutrienti, fanno salire i prezzi e facilitano la diffusione della zanzara malarica. I bambini con meno di 5 anni, nei paesi poveri, saranno i più colpiti.

   Nell’Africa occidentale l’attuale crisi alimentare, esacerbata dagli imprevedibili andamenti meteorologici, sta rapidamente peggiorando: oltre 20 milioni di persone sono a rischio di grave malnutrizione e hanno un disperato bisogno di aiuti alimentari. In Etiopia, 6.2 milioni versano in questa condizione, in Kenya 4 milioni di persone rischiano di morire di fame.

   “I minori nei paesi in via di sviluppo non sono responsabili dei cambiamenti climatici tuttavia sono i più colpiti e quelli che ne pagano le più pesanti conseguenze”, spiega ancora il Direttore Generale di Save the Children Italia. “Spetta quindi alle nazioni ricche che per secoli hanno prodotto anidride carbonica aiutare i paesi più poveri a fronteggiare il mutamento del clima”.

   Come? Save the Children chiede ai governi dei paesi industrializzati di:

 assicurare finanziamenti per aiutare i paesi e le comunità più povere ad adattarsi ai cambiamenti climatici già in essere. I fondi debbono essere indirizzati a rafforzare salute, acqua e sistemi igienico-sanitari nei paesi più in difficoltà cosicché siano pronti a fronteggiare gli effetti dei cambiamenti climatici.

 I paesi in via di sviluppo debbono mettere a punto piani per l’adattamento ai cambiamenti climatici che tengano in conto le specifiche esigenze dei bambini e che includano un sistema di allerta precoce in grado di avvisare i pubblici ufficiali dell’arrivo di un disastro come alluvioni, cicloni, epidemie e carestie. Save the Children sta contribuendo in diversi paesi alla realizzazione di sistemi di allerta: in Bangladesh, per esempio, lavora con i volontari per garantire ai bambini e alle rispettive famiglie di essere evacuati verso i rifugi anti-ciclone quando scatta l’allarme.

 Debbono essere erogati fondi immediati e di facile accesso per supportare le persone più povere ad adattarsi all’impatto del cambiamento di clima e anche per contribuire alla resilienza delle persone e dei bambini – cioè al recupero delle proprie capacità.

   Inoltre “è essenziale che la comunità internazionale firmi un accordo vincolante a Copenhagen, che comprenda anche stanziamenti per aiutare i paesi più poveri ad adattarsi ai cambiamenti climatici e che impegni i paesi sottoscrittori a ridurre le emissioni di anidride carbonica dell’80% entro il 2050”, conclude Valerio Neri. E’ in ballo la sopravvivenza del pianeta e di milioni di bambini incolpevoli”.

Scarica il rapporto “Feeling the Heat – Child survival in a climate change”
Per ulteriori informazioni:
Ufficio stampa Save the Children Italia
Tel: 06.48.07.0023/71
press@savethechildren.it

Sulla campagna contro i cambiamenti climatici e “pro bambini del mondo” di “save the children” vedi anche:

http://www.repubblica.it/2006/12/gallerie/ambiente/save-copenaghen/1.html

………….

LO SCENARIO DELLA CONFERENZA DI COPENAGHEN (di Michele Salvadori  da http://chepianetafaremo.blogspot.com/2009_11_01_archive.html )

   Provo a ricapitolare la situazione che ci attende all’apertura della Conferenza di Copenaghen.
Nel 1997 nasce il trattato internazionale noto come “Protocollo di Kyoto” sul riscaldamento globale. L’obiettivo che questo trattato si pone è quello di ridurre a livello mondiale la produzione di gas serra del 5% nel periodo 2008-2012.
   Nel 2002 i Paesi dell’Unione Europea si impegnano a ridurre la loro produzione di gas serra dell’8% entro il 2012. Nel 2005 entra in vigore il Protocollo di Kyoto, frattanto ratificato anche dalla Russia.
   Nel 2007 gli USA annunciano che non sottoscriveranno l’impegno di Kyoto.

   In uno studio dal titolo “Clima: è vera emergenza” (Brioschi Editore) l’economista Nicholas Stern, della London School of Economics, già capo economista della Banca Mondiale, afferma che l’impatto del carbonio sull’atmosfera sembra peggiore di quello stimato fino a solo due o tre anni fa. Oggi le probabilità che le temperature medie della Terra aumentino di 5 gradi entro il 2050 sono del 50%. L’ultima volta che la Terra è stata così calda fu nell’Eocene. Se questo dovesse verificarsi sarebbero pressoché inevitabili la distruzione di una grossa fetta della superficie arabile del mondo e il conseguente inizio di migrazioni da parte di centinaia di milioni di persone. A parere dello scienziato inglese l’incontro di Copenaghen di dicembre può trasformarsi nell’incontro internazionale più importante dalla fine della seconda guerra mondiale.
   I Paesi sviluppati, dove vive circa un abitante della Terra ogni sei (sarà uno su dieci nel 2050) da soli rappresentano attualmente il 70% delle emissioni accumulate dal 1950 ad oggi. In futuro però la maggior parte delle emissioni verrà dai cosiddetti Paesi in via di sviluppo che tuttavia obiettano che i responsabili fino ad oggi dell’effetto serra sono i Paesi industrializzati e pertanto è giusto che siano questi a doverne sostenere i costi in base al vecchio principio del “chi inquina paga”; ed aggiungono che avendo bisogno di uscire dalla soglia di povertà al momento per loro è impossibile rinunciare a bruciare combustibili fossili o a tagliare le foreste, salvo ottenere aiuti economici da parte proprio dei Paesi più  industrializzati
   Attualmente i due Paesi responsabili della maggior produzione di emissioni di CO2 sono Cina e Stati Uniti (da soli ne producono quasi la metà delle complessive), e molto dipenderà dunque anche dalle strategie che questi ultimi adotteranno e che però, in un periodo di recessione come quello che stiamo affrontando non nascondono le loro grosse perplessità in merito a possibili riduzioni delle emissioni di CO2.
In particolare gli USA temono che adeguandosi alle scelte degli altri paesi industrializzati alla fine possano offrire grossi vantaggi economici a India e Cina.
   Intanto l’Unione Europea (che si era già data i seguenti obiettivi entro il 2020: – 20% di Energia Rinnovabile,
– 30% di riduzione delle emissioni di gas serra -se gli USA faranno lo stesso altrimenti si fermeranno al 20%-, – 20% l’aumento dell’efficienza energetica) nello scorso mese di ottobre ha raggiunto un nuovo accordo che prevede entro il 2050 un’ulteriore riduzione delle proprie emissioni pari al 80-95% rispetto a quelle prodotte nel 1990.
   In questo contesto l’Italia, avendo esaurito il tetto assegnatole dal Protocollo di Kyoto, per aprire nuovi impianti energetici dovrebbe pagare un miliardo di euro. “Questi soldi – ha osservato il nostro Ministro per l’Ambiente Prestigiacomo – paradossalmente andrebbero a Paesi come la Polonia che sono meno virtuosi di noi”. 

   Insomma, lo scenario che aprirà l’incontro di Copenaghen, appare estremamente complesso. Il problema principale è che l’atmosfera terrestre non consente di seguire i tempi e le abituali regole del compromesso politico ed un ulteriore rinvio di certe scelte potrebbe risultare davvero pericoloso.
   Già oggi un innalzamento di un solo grado della temperatura ed il conseguente ulteriore scioglimento delle calotte polari causerebbe un gravissimo danno per le terre coltivabili del Bangladesh e negli altri Paesi situati al livello del mare. (Michele Salvadori)   

3 thoughts on “Il vertice di Copenaghen sul CLIMA al suo debutto: un contesto confuso (paesi ricchi ed emergenti, quelli poveri che sperano) tentando di decidere sul futuro di un’umanità divisa tra miseria e consumismo. Con una “spinta esterna” mediatica, del mondo intero, affinché in Danimarca si decida qualcosa di buono e di concreto

  1. hd martedì 5 gennaio 2010 / 15:21

    troppo lungoooooooooooooooooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  2. mario giovedì 7 gennaio 2010 / 16:24

    non potevate farlo più corto, é troppo lungo

  3. anna giovedì 7 gennaio 2010 / 21:19

    bravi!!!!!!!!!!!
    belle conclusioni!!!!

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