GeoEuropa: la crisi sociale ed economica della GRECIA, e la penetrazione nel continente europeo della CINA (che si sta insediando nella Repubblica Ellenica). Il ruolo strategico del MEDITERRANEO per il commercio mondiale

scontri ad Atene

   Un anno fa nella piccola (e isolata) Islanda, isola-lembo estremo settentrionale d’Europa, è scoppiata una rivolta sociale (mai vista lì) originata dalla crisi finanziaria mondiale partita dal fallimento della “Lehman Brother” statunitense… nella mite (non da un punto di vista climatico) capitale Reykjavik ne son successe di tutti i colori… manifestazioni di piazza, auto rovesciate, fuoco nelle strade e disordini diffusi…. Molti avevano perso le loro ricchezze dalla crisi internazionale, e quel piccolo (e ricco) paese ne è stato investito particolarmente (più di altri) dalla crisi finanziaria (ed economica) mondiale.

   Qualcosa di simile, di peggio, ora sta accadendo in Grecia, culla della civiltà mediterranea, europea (e non solo), paese meno ricco e problematico di altri del nucleo tradizionale europeo, che sembra per ora essersi salvato, dalla crisi sociale, politica e, in primis, economica di questi mesi e anni, per essere nell’Unione Europea, agganciato all’euro e a una politica da Bruxelles di regole ferree di controllo del tasso di inflazione e del debito interno. Ma non basta, non è bastato.

   Disordini ad Atene e in altre città, crisi politica e sociale ed economica, da affrontare per l’appena insediato (da 50 giorni) governo di matrice socialista di George Papandreou (figlio del mitico Andreas ex primo ministro fondatore del Pasok al termine del regime dei colonnelli, e nipote di Geórgios Papandréu, primo premier della Grecia al termine dell’occupazione nazista nel 1944).

   Pertanto vien da pensare che ora i disordini nascono quasi sempre dall’economia in crisi, dal diffondersi di “povertà” più o meno forti: ma così forse è sempre stato, dall’assalto ai forni del ‘600 di manzoniana memoria, alla perdita di bond finanziari che ora permettono per alcuni un livello di vita medio-alta; dalla disoccupazione (e povertà) crescente, alla mancanza di prospettive per il presente e il futuro…

   Una crisi sociale ed economica, un debito pubblico interno, quella della Grecia, che di fatto viene a decretare il fallimento di quel paese: se non ci fosse qualcuno all’esterno che lo sorregge. E qui sta il punto. A salvare la Grecia non basta la timida politica dell’Unione Europea, ma ora ci sta pensando la Cina che, pare, si sta comprando ciò che di meglio il paese ha (in cambio della salvezza dello stesso). E’ la tecnica cinese per “entrare” in determinate aree geografiche: correre in soccorso finanziario per poi posizionarsi all’interno. E’ accaduto col farsi carico del debito statunitense investendo in titoli di stato; poi diversificando i propri investimenti in Africa (fin quasi a colonizzare larghe parti e territori di quel continente); ed ora, grazie alla Grecia che cerca aiuti esterni, entrando in Europa dalla sua porta nobile meridionale.

  
   Se è pur vero che anche l’Europa è presente in Cina, investe e produce in quell’immenso paese, ora c’è una specie di controffensiva cinese verso l’Europa, che parte proprio dalla “porta ellenica”. Ma non è solo questo che interessa al gigante cinese.

   Alla Cina (come agli Stati Uniti) interessa il controllo (o la presenza) del Mediterraneo, a partire proprio da Atene, dal porto del Pireo: il Mediterraneo è e resta il nucleo centrale di tutto il commercio mondiale, e il G2 che ora controlla il mondo (Stati Uniti e Cina) ha bisogno di esserci in quest’area.

   Cerchiamo qui di seguito di spiegarlo prendendo dai giornali proprio notizie su ciò che sta accadendo in Grecia adesso; in particolare poi da un’interessantissima analisi di Lucio Caracciolo (Direttore di LIMES, rivista di geopolitica) sui motivi delle manovre cinesi approfittando della grave crisi greca. Un mondo che si muove e cambia sotto i nostri occhi. Spiace ancora una volta rilevare la “mancanza dell’Europa”, il ruolo subalterno, subordinato e secondario che il frammentato (in stati nazionali piccoli e autarchici) continente europeo ha in questo momento (e, pare, potrà avere per chissà quanto tempo ancora).

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LA GRECIA SULL’ORLO DEL CRAC CON LO SPETTRO DELLA VIOLENZA “MA I CINESI CI SALVERANNO”
di Ettore Livini, da “la Repubblica” del 6/12/2009

Cosco, uno dei colossi di Pechino, ha in concessione per 35 anni il porto del Pireo.
   «La Grecia non è il Dubai, non siamo in bancarotta», assicura il premier George Papandreou. «Camminiamo su un filo, d´accordo, ma le banche estere non hanno niente da temere», gli fa eco il ministro dell´economia George Papakonstantinou. Le rassicurazioni della politica e l´arcobaleno apparso ieri all´alba sul Partenone non devono trarre in inganno. L´orizzonte di Atene è tornato scurissimo.

   «Pensavamo di aver visto il peggio un anno fa, quando il crac islandese ci aveva fatto temere il default nazionale», dice Christos Papanagiou, padroncino di 25 Tir in servizio al Pireo. Invece no. Lui contempla sconsolato venti dei suoi mezzi fermi, per mancanza di lavoro, ai cancelli della dogana del porto. La Grecia (economicamente parlando) è passata dalla padella alla brace. Il motivo? Semplice: l´economia non va (-1,5% il pil 2009, primo calo dal ´93). E i conti pubblici – si è scoperto un mese fa – sono stati taroccati per anni. «A giugno ci dicevano che era tutto ok», ricorda Takis Michalos mentre dal suo gabbiotto vende i biglietti del traghetto per Rodi.
   Il rapporto 2009 deficit/pil – assicurava l´esecutivo di centrodestra di Kostas Karamanlis – era previsto al 3,7%. Storie. A ottobre, quando le urne hanno consegnato il paese ai socialisti del Pasok, Papandreou ha scoperto di essere seduto su una polveriera. «Errori statistici», è la versione ufficiale. Ma il deficit ellenico è stato rivisto al 12,7%. E il paese – che dal 2000 era cresciuto (sempre che i dati fossero giusti) a un tasso medio del 4% – si è risvegliato all´improvviso. Per la seconda volta in un anno.
   «Siamo sull´orlo del precipizio», è la sintesi di Papakonstatinou. E´ vero: la Ue ha già alzato il cartellino giallo. I rendimenti dei titoli di stato sono schizzati all´insù (fino al 2% in più dei Bund tedeschi). Il governo lotta contro il tempo per mettere a punto una finanziaria credibile in un´Atene blindata da 6mila poliziotti per il primo anniversario, oggi, dell´uccisione di un 15enne nel quartiere anarchico di Exarchia: dopo i primi scontri, ieri sera, sono state arrestate 12 persone, tra cui cinque italiani. E ora i mercati, preoccupati che Bruxelles abbandoni il paese al suo destino, ha iniziato a sognare l´arrivo in soccorso del più improbabile dei principi azzurri: la Cina.
   «Uno sogno? Mica tanto – dice Papanagiou indicando il labirinto di container che copre il molo numero due del Pireo come un gigantesco Lego colorato – guardi là». Ci sono i cassoni azzurri della Hanjing, quelli turchesi della China Shipping. Pile e pile. «Hanno iniziato ad arrivare un anno fa – spiega – e adesso si stanno moltiplicando». L´asse tra Atene e Pechino, via mare, c´è già. Da quando nel 2008 Karamanlis ha ceduto in gestione per 35 anni alla cinese Cosco il cuore del porto più antico del Mediterraneo, incassando 3,4 miliardi di euro. «Non che siano stati accolti benissimo», sorride Papanagiou.
   I camalli ellenici si sono messi di traverso («li capisco, oggi lavorano sei ore e guadagnano più di un banchiere a Londra», dice il trasportatore). In pochi mesi di scioperi hanno aperto una voragine di 500 milioni nei conti del porto e l´hanno spinto fuori dalla classifica dei primi 100 scali mondiali.
   Senza però scoraggiare i pazientissimi cinesi. «Mi sono offerto come garante per un´intesa e il lavoro, per ora, è ripartito», dice il numero uno della Piraeus Port Authority Georgios Anomeritis. L´enorme striscione biancoazzuro “Cosco go home” appeso all´ingresso dello scalo container è l´ultimo ricordo della vertenza: ora la Cosco vuole moltiplicare per cinque la capacità del Pireo in cinque anni e si muove già come fosse a casa sua.
   Lo sbarco sui moli di fronte all´isola di Salamina potrebbe però essere solo il primo passo. La strategia dei cinesi sullo scacchiere estero è chiara. Africa docet. Si presentano con il libretto degli assegni in mano nei paesi in difficoltà. E a colpi di renminbi (le leggi del capitalismo valgono anche per i comunisti) riscrivono gli equilibri geo-politici. Atene è un candidato ideale. Il costo del debito è schizzato alle stelle (l´anno prossimo ci sono da rifinanziare 52 miliardi di bond). E le sirene orientali sono in agguato.
   «La Grecia sta trattando per piazzare 25 miliardi della sua esposizione alla Cina», ha scritto il Wall Street Journal. E la smentita del governo è parsa a molti assai tiepida: «Non ci sono al momento piani di questo tipo – ha detto il pragmatico Papakonstantinou, formatosi alla London School of economics -. Ma come tutti al mondo stiamo studiando come diversificare la nostra posizione debitoria». Papandreou, per ora, è tranchant: non ci sarà bisogno di nessun salvataggio, promette, la Grecia rimetterà in sesto i conti entro i paletti Ue. Bruxelles, visti gli scivoloni ellenici sui numeri, è scettica: ha bocciato la prima bozza di finanziaria e minaccia sanzioni finanziarie a febbraio.
   «Qualche dubbio l´ho anch´io – conferma Yannis Anghelopoulos, 21enne studente seduto fuori dalla facoltà di economia -. Il Pasok ha vinto promettendo di tassare i ricchi e aiutare i poveri. Ma se toccherà pensioni, stipendi statali e amminstrazione pubblica, rischia di vedersi rivoltare contro l´elettorato socialista». E allora? L´Europa, con l´economia in ripresa e l´euro al sicuro, potrebbe scegliere la linea dura. Mollando la Grecia, in caso di difficoltà sul debito, e costringendola a bussare al Fondo Monetario. «Papandreou forse sarebbe contento – conclude Anghelopoulos – Un´austerity imposta dall´esterno potrebbe costringere i greci ad accettare i sacrifici». O un ottimo alibi, sussurra qualcuno, per cedere a Pechino le chiavi del paese. (Ettore Livini)

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GRECIA: LA SINDROME CINESE, L’EUROPA E IL G2

di Lucio Caracciolo, da LIMES, rivista italiana di geopolitica ( tratto da LIMES –rivista italiana di geopolitica http://temi.repubblica.it/limes/ ) (10/12/2009)

La crisi greca un test per la Germania e l’eurozona. L’aiuto interessato di Pechino. La presa sul porto del Pireo.

La Grecia sta disperatamente cercando di evitare il collasso delle sue finanze pubbliche. E’ una partita esistenziale per Atene, almeno ad ascoltare il grido d’allarme del primo ministro ellenico, George Papandreou: “Lo stallo della finanza pubblica minaccia la nostra sovranità”. L’emergenza s’è aggravata dopo che martedì (8 dicembre, ndr) l’agenzia Fitch ha abbassato il rating del debito sovrano greco da “A-minus” a “BBB plus con outlook negativo”, mentre Standard&Poor’s sta valutando una misura analoga.
Mercati, agenzie e governi interessati non si fidano troppo delle promesse di risanamento del governo di Atene. Il deficit è pari al 12,7% del pil, mentre il debito l’anno prossimo potrebbe toccare quota 125% sul pil. Le cadute a ripetizione della Borsa e dei bond greci, in un contesto politico e sociale alquanto agitato, confermano che la crisi ellenica sarebbe già finita in tragedia se il paese non godesse della protezione dell’euro, peraltro non illimitata.
Questo non è solo un dramma greco. E’ anche un paradigma utile a rivelare le strategie delle principali potenze mondiali, specie della Cina, in una tempesta economica tutt’altro che placata. Non si tratta solo di capire se ed eventualmente fino a che punto gli europei, in particolare i tedeschi, siano disposti a muovere in soccorso di un’economia debole dell’Eurozona, a costo di sacrificare quel che resta del patto di stabilità. Ma attraverso il prisma greco si può anche farsi un’idea sul grado di intesa della strana coppia Usa-Cina e testarne il modo di approcciarsi all’Europa e al Mediterraneo.
In tale prospettiva, occorre ricordare che, per esorcizzare lo spettro del default del suo Stato, Papandreou ha speso le ultime settimane in frenetici quanto riservati contatti con Pechino, in particolare con la Bank of China. Obiettivo: convincere i cinesi ad acquistare a partire dal mese prossimo almeno 25 miliardi di bond greci. Questa mossa sarebbe supportata, fra gli altri, da alcuni influenti amici americani del premier greco (Papandreou è di madre statunitense). Goldman Sachs e JP Morgan sarebbero della partita. Complessivamente, per non affogare Atene punta a piazzare 47 miliardi di bond in euro l’anno prossimo.
I cinesi sono disponibili ad acquistare titoli greci. Ma avendo da tempo appurato di poter prendere Atene per il collo, puntano in cambio ai “bocconi buoni” ellenici, ad alcuni asset industriali di valore strategico.

Soprattutto vogliono stringere la presa sul porto del Pireo, principale scalo container nel Mediterraneo orientale, destinato in prospettiva non breve a crescere grazie al previsto rafforzamento dell’aggancio alla rete ferroviaria europea via Balcani. Sicché le navi portacontainer che trasportano merci dalla Cina e dall’Asia verso l’Europa centrale potrebbero sempre più guardare al Pireo come a un’ottima alternativa ai porti del Northern Range (Le Havre, Rotterdam, Amburgo), che richiedono otto giorni di navigazione in più ma offrono servizi e collegamenti straordinariamente convenienti rispetto ai concorrenti mediterranei. Fatto è che la cinese Cosco Pacific Ltd. ha concluso nel 2008 un accordo per operare i moli 2 e 3 del Pireo per 35 anni (prezzo: 4,3 miliardi di dollari), e sta mirando ad altri investimenti logistici.
Perché  Pechino corre in soccorso di Atene? I cinesi partono ovviamente dalla constatazione che sono i greci ad aver bisogno di loro, non viceversa. Pechino è impegnata a diversificare gradualmente e con molta prudenza il credito accumulato in questi anni nei confronti degli Usa, che minaccia di diventare un peso insostenibile, vista la profondità della crisi americana e i dubbi sulla tenuta del dollaro. In ogni caso a Pechino non si parla di ricadute geopolitiche, semmai si ricorda che gli investimenti cinesi in Europa sono ben inferiori a quelli europei in Cina e derivano da valutazioni puramente economico-finanziarie. Inoltre vengono evocate le radici americane di Papandreou, i suoi legami con ambienti bancari e finanziari di New York, a suggerire che dietro la Grecia c’è l’ombra degli Stati Uniti, che non vorrebbero lasciar fallire un paese comunque alleato e strategicamente collocato nel Mediterraneo – specie ora che della Turchia si fidano molto meno. Insomma, l’intesa salva-Grecia avverrebbe sotto l’egida del G2.
A queste considerazioni converrebbe aggiungere una postilla geoeconomica (A) e una geopolitica (B), più una considerazione finale su che cosa (non) è l’Europa per i cinesi (C).
A) Per la Cina il Mediterraneo è il principale corridoio di sbocco delle sue merci verso il grande mercato europeo.

In questa prospettiva il Pireo è solo uno degli anelli della catena globale del valore – dalla fabbrica al consumatore, ossia dalla Cina all’Europa via Mediterraneo – che Pechino sta cercando di irrobustire. Con buon successo. Le imprese cinesi investono su tutta la portualità mediterranea, anche nordafricana (qui si va alla grande, anche se il crollo di Dubai World lascerà qualche traccia), e perfino a Napoli, dove la cinese Cosco ha stabilito una partnership paritetica al 46% con Msc. Si noti di passaggio che i porti italiani sarebbero davvero interessanti per gli investimenti cinesi, non fosse che per due fattori: la modestia dei retroporti e quindi dei collegamenti con i mercati di consumo, e l’attivismo neoprotezionistico delle mafie. Esempio: a Gioia Tauro si è mobilitata a suo tempo la ‘ndrangheta, inventando uno pseudosindacato con tanto di bandiere rosse, per ostacolarvi lo sbarco di investitori con gli occhi a mandorla.
Non c’è dubbio che gli investimenti cinesi abbiano una logica economica. Che siano determinati anche dal privilegio/vincolo di disporre di enormi quantità di denaro. Ma c’è ancora meno dubbio sul fatto che le operazioni economiche e finanziarie di Pechino abbiano ricadute geopolitiche, in termini di crescente influenza cinese nell’area mediterranea intesa nel suo complesso: europea, africana, mediorientale. Un’area dove negli ultimi anni gli americani stanno ammainando bandiera, mentre non solo cinesi, ma anche arabi, indiani e brasiliani stanno entrando alla grande. E lo chiamavamo mare nostrum.
B) I cinesi guardano al mondo con gli occhiali del G2, ma questo orizzonte non è ancora una realtà strutturata. La simbiosi economica non basta a produrre un’alleanza. Che i cinesi finora hanno perseguito, sottotraccia e talvolta apertamente. Ma i dubbi aumentano. Dopo averlo mitizzato, Pechino è sempre più delusa dal colosso americano, dalla pochezza della sua leadership politica e dalla inaffidabilità delle sue strutture finanziarie. Come gli amanti delusi, i leader cinesi oscillano fra il sentimento che li porterebbe a stringersi comunque all’America, e la sensazione di aver puntato troppo su un cavallo che sta percorrendo il viale del tramonto.
Questa delusione si esprime in codice. Come quando Wen Jiabao, subito dopo il crollo di Wall Street, faceva notare che in America si legge solo mezzo Adam Smith, quello della Ricchezza delle Nazioni, mentre si dimentica l’altro Smith, quello che teorizzava la necessità dell’intervento statale per redistribuire la ricchezza e garantire l’armonia sociale. O quando in novembre il numero due del regime, Xi Jinping, parlando alla Scuola centrale del Partito, ha raccomandato di “incoraggiare attivamente nel partito egemone la creazione di un modello di studio del marxismo”. Che i cinesi riscoprano Marx è una notizia. Tradotto in italiano: forse ci siamo sbagliati a cercare di imitare troppo gli americani, a legarci troppo a loro, immaginando un percorso di riforme economiche e poi politiche in direzione liberaleggiante e parademocratica. Conviene invece puntare sul nostro capitalismo guidato e autoritario come modello utile per noi e spendibile nel resto del mondo.
C) Il mese scorso il nostro ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha avuto il privilegio di parlare davanti alla succitata Scuola del Partito. Tremonti è stato brillante nel promuovere il ruolo del nostro paese e dell’Europa, ricordano i suoi uditori. La sua tesi: il G2 non basta, ci vuole il G3, ossia un treppiede Cina-Europa-Usa come garanzia della stabilità mondiale. “I tavoli si reggono su tre gambe, non su due”, ha notato Tremonti.
Un tempo questa constatazione avrebbe acceso la fantasia degli eurofili cinesi. Oggi il clima a Pechino è più sobrio. Dopo essersi illusi, per wishful thinking, sulla crescita di un fattore di potenza europeo autonomo dagli Usa e dalla Russia, con il quale la Cina avrebbe stabilito una partnership privilegiata in funzione antirussa e di bilanciamento dell’egemonia americana, i cinesi hanno rinunciato a sperare nell’Europa in quanto soggetto geopolitico. Preferiscono coltivare relazioni con i singoli paesi, specie con la Germania. A noi guardano soprattutto per il nostro stile di vita e in quanto eredi di un millenario patrimonio culturale, sperando che si abbia qualcosa da insegnar loro nella gestione di tale eredità (i cinesi stanno scoprendo con molto ritardo l’importanza economica e di soft power del patrimonio artistico-culturale).
Per il resto, sono a caccia di asset. Con la consapevolezza che molti paesi europei – la Grecia è in cima alla lista – hanno bisogno di loro. Nel negoziato bilaterale sono i cinesi a tenere il coltello dalla parte del manico. Ciò che dovrebbe, ancora una volta, spingerci a fare l’Europa. E che invece, ancora una volta, ci trova chiusi nei tragicomici particolarismi nostrani. (Lucio Caracciolo)

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SCHEDA (da LIMES 2009 “Il Mare nostro è degli altri”):

   Un terzo del commercio mondiale transita nel Mediterraneo. Le esportazioni asiatiche, soprattutto cinesi, raggiungono i mercati europei e americani in prevalenza attraverso le rotte che passano da Suez e poi da Gibilterra.
   Lungo la rotta che passa a sud dell’Africa, doppiando il Capo di Buona Speranza, vengono trasportati 12,2 milioni di teu, l’unità di misura usata per calcolare la capienza dei container, contro i 15,3 che attraversano il Mediterraneo, nonostante la crescente minaccia dei pirati lungo il corno d’Africa, all’imboccatura del Mar Rosso.
   L’Italia stenta a intercettare questo enorme flusso nonostante la sua posizione geografica favorevole perché non dispone delle infrastrutture portuali e di trasporto terrestre su cui invece poggiano non solo i grandi hub del Nord Europa, a cominciare da Rotterdam, ma ormai anche i nuovi grandi porti della costa Sud, come il gigantesco scalo di Tangeri.
   E’ in corso una dura competizione tra i porti del Mediterraneo per diventare uno dei grandi hub utilizzati dalle compagnie di trasporto per movimentare i container da navi più grandi a navi più piccole o inviarli direttamente via terra verso i mercati di riferimento dei singoli porti.
   In molti stanno investendo sulla sponda Sud del Mediterraneo, che rappresenta  un mercato da 280 milioni di abitanti in forte crescita demografica ed economica. Ormai in queste regioni gli investimenti europei sono solo il 40% del totale e quelli americani il 10%, contro il 30% proveniente dai paesi del Golfo Persico e il 20% da paesi emergenti come Brasile, India, Cina, che scommettono sul Mediterraneo meridionale anche per salvaguardare le rotte marittime per loro così importanti.
   In questa fase di crisi è una grande opportunità di crescita per l’economia italiana. E’ il Mediterraneo è la nostra Cina.
(Tratto dal quaderno speciale di Limes 2009 “Il Mare nostro è degli altri” ). (22/06/2009)

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Da LIMES – rivista italiana di geopolitica

Northern range e Mediterraneo occidentale: i ritardi logistici

carta di Laura Canali

Il traffico con l’estremo oriente delle zone del northern range e del Mediterraneo. Riportati anche il flusso di scambio con l’America Latina e lo sviluppo dell’asse nord-sud.

La mappa illustra i maggiori porti europei e il traffico con l’estremo oriente nelle regioni della northern range e del Mediterraneo, Sono inoltre raffigurate le rotte delle navi portacontainer e le rotte verso i principali porti europei

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Atene, 10-12-2009 – da “Rainews24.it”

Grandi falo’ hanno illuminato questa notte e fino alle prime ore della mattina le strade intorno al Politecnico di Atene, per i numerosi cassoni dell’immondizia dati alle fiamme. La protesta, che ha fatto temere una ripresa delle violente manifestazioni che hanno caratterizzato gli ultimi giorni e non completamente estinte, e’ avvenuta mentre la capitale e’ sepolta sotto migliaia di tonnellate di rifiuti a causa dello sciopero che continua da alcuni giorni degli addetti municipali. Questi chiedono miglioramenti contrattuali che le autorita’ non vogliono concedere.

Di fronte all’emergenza il governo ha chiesto al sindaco di Atene di intervenire, ed oggi un tribunale dovra’ decidere se dichiarare o meno illegale lo sciopero, come gia’ avvenne per quello dei mesi scorsi al porto del Pireo.

La Grecia si trova “nel reparto di terapia intensiva” e la crisi finanziaria ne minaccia “la sovranita”‘ per la prima volta dal 1974, quando il paese torno’ alla democrazia dopo la dittatura dei colonnelli. Lo ha detto ieri con toni drammatici il premier Giorgio Papandreou assicurando pero’ che non c’e’ rischio di default e che il suo governo e’ pronto a fare “tutto il necessario” per riacquistare credibilita’ e fermare la crisi.

La Banca centrale europea intensifica la pressione sulla Grecia perche’ questa adotti subito le riforme necessarie a ripianare i conti pubblici.

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Il Pireo, il porto di Atene (a circa 10 chilometri dal centro della città) è forse il più importante e strategico porto del Mar Mediterraneo

IL CASO GRECIA E’ UN MONITO PER TUTTA L’EUROPA

Da “MF – MILANO FINANZA” di martedì 8 dicembre 2009 – di Angelo De Mattia

Non cessa il disagio sociale in Grecia, che ieri è stata sconvolta da nuove manifestazioni di piazza. Scontri e disordini si erano avuti un paio di giorni fa, tra anarchici e forze di polizia, ricorrendo l`anniversario dell`uccisione dello studente Alexandros Grigoropoulos. Il quadro complessivo è quello di un Paese che ricorda, sia pure in formato ridotto, l`Italia tra la metà degli anni Settanta e una buona parte degli anni Ottanta: forti scontri sociali (al di là della peculiarità solo italiana del terrorismo) e gravi difficoltà economiche. Per avviare il superamento di queste ultime, decisive sono state l`adesione alla Comunità europea e la ferrea azione di contrasto dell`inflazione condotta dalla Banca Europea.

   L`Europa fu metaforicamente vista, in questo caso, come il chiodo nella roccia che, con la corda, consente allo scalatore il superamento degli ostacoli nella sua ascesa oppure può diventare, per incapacità o scarsa determinazione di chi deve scalare, lo strumento al quale finisce con l`impiccarsi lo scalatore.

   L`attuale governo greco ha ereditato una situazione sociale, economica e finanziaria assai delicata. La miscela delle tensioni che attraversano la società e l`economia, con gradi e natura diversi, rischia di creare problemi anche all`interno dell`Unione europea. Non sarà fonte di rischi sistemici, come è stato detto, ma non può affatto escludersi che, in mancanza dell`avvio con decisione di un`azione di risanamento della finanza pubblica e di sviluppo dell`economia, riverberi consistenti si abbiano nella Comunità. Effetto-domino, dunque, difficile; ma non altrettanto singole situazioni imitative. La Grecia registra un deficit al 12% del pil e un debito oltre il 130% del prodotto, insieme con un consistente disavanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Viene da un passato non lontano nel quale, anche per la partecipazione alla moneta unica sin dall`inizio, i conti pubblici erano stati decisamente manipolati e, quindi, era stata rappresentata agli organismi comunitari una situazione della finanza pubblica ben diversa da quella reale. E l`agenzia di rating S&P ieri ha ritenuto necessario mettere sotto osservazione il rating (oggi al livello A-) del debito sovrano del Paese ellenico in vista di un possibile taglio.

   In queste condizioni, il monitoraggio degli operatori, degli osservatori e, prima ancora, delle autorità e dei policy maker è concentrato sull`andamento degli spread dei rendimenti dei titoli pubblici (in buona parte collocati all`estero) nei confronti di quelli dei titoli tedeschi, risultando essere, gli spread greci, i più alti dei Paesi dell`eurosistema e, comunque, presentando il più alto incremento rispetto a un anno fa. Del resto, basta riflettere sul fatto che la partecipazione all`euro comporterebbe la necessità di conseguire un avanzo primario per valutare in maniera ancor più preoccupante il livello del deficit/pil (nel 1998 l`Italia si impegnò a conseguire un avanzo del 5%).

   In tali condizioni, occorrerebbe una drastica manovra di revisione della spesa e di promozione di riforme, anzitutto sul versante dell`amministrazione pubblica e nella lotta all`evasione fiscale. Lo stesso presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha parlato di «interventi difficili e coraggiosi» che è necessario prendere.

Nel ripercorrere i caratteri della finanza pubblica della Grecia, si incontrano concetti familiari. Potrebbe essere, per l`economia italiana, quasi un de te fabula narratur. Ma non è così, perché oggi il quadro delle due economie non è molto dissimile, ma la scala è molto diversa e la prospettiva di iniziative di rilancio è meno incerta in Italia, anche se qui è caratterizzata da ritardi ed errori di impostazione delle relative manovre.

   Perdurando le tensioni nella penisola ellenica, o addirittura accrescendosi le tensioni sociali – che hanno riverberi immediati sulla fiducia in una operazione di risanamento della finanza pubblica – il Consiglio europeo potrebbe intervenire, in base all`art. 100 del Trattato Ce, per imporre specifiche misure e anche, eventualmente, per concedere a determinate condizioni un`assistenza finanziaria comunitaria.

   Ma non siamo a questo punto, almeno finora. Del resto, se si rendesse necessario un tale intervento è difficile dire se esso apporterebbe benefici o, all`opposto, per la ulteriore sia pure involontaria drammatizzazione della situazione che si percepirebbe, provocherebbe più danni che vantaggi, stimolando preoccupazioni, se non panico, a livello internazionale.

   Né i greci possono riporre tutte le loro speranze, come una certa stampa riporta, su accordi, anche per il collocamento del debito, con altri Paesi forti (come per esempio la Cina) o addirittura in operazioni che possano coinvolgere in qualche modo il loro inestimabile, straordinario patrimonio archeologico, artistico, storico (cosa ben diversa è l`impulso e il doveroso sviluppo di una forte politica per il turismo). Non è la cosmesi finanziaria, ma non è neppure una manovra all`acqua di rose sulla spesa che possono avviare un progressivo riequilibrio del bilancio dello Stato, per il quale occorre un piano severo, pluriennale, misurabile nei suoi stati di avanzamento, che riguardi l`entrata, la spesa e una sorta di politica di tutti i redditi. Un piano del genere non esclude, certamente, accordi come quelli citati, che però sarebbero stipulati in una condizione non di emergenza, ma di sicuro avvio di un processo riformatore.

   Su interventi limitati alla messa in sicurezza dei conti pubblici, la Grecia potrebbe prendere anche esempio dall`Italia; ma dovrebbe guardarsi bene dal seguire fino in fondo solo quest`ultima politica, non alimentata dall`impulso alla crescita, non sorretta da uno stimolo deciso alla domanda aggregata, con il conseguente rischio di un rigorismo sterile che, limitato al numeratore del rapporto deficit/pil, non si dà carico del denominatore, quasi fosse un fattore trascurabile.

   Dunque, un`operazione di riassetto della finanza pubblica va accompagnata con una politica economica adeguata. Non ci si può nascondere che scelte severe ma lungimiranti, a produttività differita, potrebbero sulle prime addirittura accrescere le tensioni sociali. Di qui la necessità del coinvolgimento di tutte le forze della società e della politica. Per il governo, da poco subentrato nella guida del Paese e quindi non direttamente responsabile della situazione che si è determinata, si tratta di dare prova di capacità di governare valida sia per la Grecia che per l`Europa.

   Per l`Italia, non è che aver compagni (sia pure con significative differenze) al duol scema la pena per i problemi della finanza pubblica e dell`economia. In effetti, alla Grecia occorrerebbe aggiungere, per segnalare le pazienti nella finanza pubblica, anche l`Irlanda e, con alcune sensibili differenze, Inghilterra e Spagna.

Ma ciò non può essere motivo tranquillizzante se non ci limitiamo a vedere le variazioni dei principali dati economici mese su mese, in questi ultimi tempi, ma raffrontiamo oggi gli indicatori a come essi erano prima della crisi finanziaria e ragioniamo sulle prospettive ad almeno 4-5 anni per il ritorno ai livelli pre-crisi.

   D`altro canto, una diffusione ad altri Paesi delle problematiche relative al deficit e al debito, nonché al relativo finanziamento, accresce il rischio di un`impennata dell`onere da sostenere all`uopo e, comunque, esige che siano adottate adeguate misure preventive.

   Ciò è ancor più necessario in previsione della progressiva smobilitazione delle misure non convenzionali annunciate dalla Bce e di una politica della liquidità un po` meno permissiva, anche se per ora non è previsto affatto un intervento sui tassi ufficiali di interesse, cosa che, per la verità, sarebbe oggi assai dannosa. E sperabile in ogni caso, anche per vicende come quella greca, che la promozione dell`exit-strategy sia quanto mai ben ponderata. Proprio per i passati episodi di non corretta rappresentazione dei conti pubblici greci, sarà poi fondamentale, se non si vorrà ledere la fiducia di operatori e mercati, la massima trasparenza sulla salute attuale delle finanze dello Stato e sulla sua evoluzione.

   In definitiva, può dirsi che con la crisi greca è diventato imperativo categorico non abbassare la guardia in Europa, con riferimento ai bilanci dei singoli Paesi e all`onere per il loro finanziamento. La Bce ripete spesso questa esigenza; deve divenire patrimonio comune, accompagnata però dall`altrettanto importante esigenza della promozione della crescita, per la quale l`Unione potrebbe dare un suo diretto contributo riprendendo almeno una delle tante versioni dei programmi (per esempio, nelle infrastrutture) proposti in questi mesi e che traggono ispirazione dal famoso piano Delors.  (Angelo De Mattia)

………….

24/1/2009 – LA GRANDE CRISI – PAESI IN BANCAROTTA – IL CASO ISLANDA SCOPPIATO UN ANNO FA

POVERA EUROPA, LE PIAZZE IN FIAMME

Il governo dell’Islanda vacilla sotto le pietre dei cortei. Ma l’effetto domino si propaga a Riga, Sofia, Vilnius

MARCO ZATTERIN su LA STAMPA del 24 gennaio 2009
   Non c’è il Quarto stato in piazza, si contano sulle dita di una mano gli operai fra i tanti che da giorni tirano pietre, carta igienica, e – moda che s’afferma – scarpe, contro i palazzi del potere di Reykjavik. L’anima della rivolta sono coloro che hanno perso la ricchezza, non quelli che non l’hanno mai avuta. L’Islanda era sino a due anni fa regina in ogni classifica di sviluppo e benessere, un Bengodi che cresceva senza sosta. Poi c’è stata la crisi finanziaria, la bancarotta generalizzata, il prodotto interno lordo previsto in flessione di 10 punti. Il popolo della piccola tigre dell’Atlantico del Nord, terra di geyser, di banche e di Suv, teme di perdere tutto e protesta sull’orlo di una crisi di nervi. Da martedì i cortei sfilano davanti all’Althing, il parlamento islandese. Giovedì, per la prima volta dal 1949, anno dell’adesione alla Nato, sono intervenuti i reparti antisommossa coi gas lacrimogeni per disperdere la folla. Erano due-tremila anime, ma sull’isola fredda fanno l’un per cento della popolazione. Hanno bersagliato con uova e lattine persino l’auto del premier Geir Haarde, che ieri ha annunciato elezioni anticipate per il 9 maggio. Vogliono che la politica si rimbocchi le maniche, risolva la crisi, allontani i corrotti.
   La gente comune non si sente colpevole della crisi e non intende pagarne il prezzo. Tocca a deputati e banchieri. Per questo è pronta a tutto. Capita però che non siano i soli. E che all’insofferenza islandese se ne accompagni una diffusa nei Paesi del Baltico, nell’Europa dell’Est e, madre di tutte le recenti proteste, in Grecia. Gli osservatori cominciano a segnalare un’ondata circolare di disordini latenti in numerosi stati. La diagnosi diffusa è che la crisi economica provocherà presto altri sommovimenti. «Può succedere quasi dappertutto – ha detto alla Bbc il direttore del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss Kahn -, può capitare da noi come nei Paesi emergenti. Sinora abbiamo avuto scioperi che sembrano normali, ma credo che la situazione possa peggiorare in fretta». E’ un quadro «molto, molto serio», stigmatizza il francese di Washington. Ha motivo di essere preoccupato. Una settimana fa se le sono date di santa ragione a Sofia. Duemila persone si sono raccolte davanti al parlamento bulgaro spinte dal desiderio, dicevano gli organizzatori, «di non essere più il Paese più povero e corrotto dell’Ue».
   Fianco a fianco hanno sfilato gli agricoltori, preoccupati per il basso valore dei loro prodotti, e gli studenti, infuriati per la troppa criminalità e insicurezza. Le forze dell’ordine ci sono andate pesanti. Botte e arresti. Gli analisti fanno notare che il male bulgaro è una questione di malcostume politico, non di crisi economica, perché il Paese non è in recessione (Pil 2009 previsto a +1,8%). L’insofferenza è però abile a colpire nel debole ogni volta che varca un confine. Ed è contagiosa. Ne sa qualcosa il governo lettone. A Riga si sono avuti i disordini più violenti dalla caduta della Cortina di ferro. Un corteo di 10 mila persone ha sfidato apertamente la polizia per chiedere un’azione di rilancio economico al governo. Quest’anno la crescita nello Stato baltico sarà negativa di 7 punti e la disoccupazione raddoppierà al 10%.
   «E’ crollata la fiducia nelle istituzioni», concede il presidente Valdis Zatlers, ormai rassegnato a spingere per le elezioni anticipate. Pochi giorni prima la capitale lituana Vilnius è stata teatro di uno spettacolo simile: manifestanti che lanciano uova e pietre, polizia in assetto antisommossa, lacrimogeni. «Sono segnali seri e non ancora gravi – spiega una fonte diplomatica di Bruxelles -. Il problema è se la scintilla dovesse reinnescarsi nei grandi Paesi, anzitutto in Grecia». E l’Italia? «E’ tranquilla, per il momento». Ad Atene, in effetti, i sindacati minacciano nuovi scioperi «probabili» dopo l’ondata di violenza di dicembre. Gli economisti stimano che il barometro della tensione si muoverà in parallelo con l’andamento della disoccupazione. Vuol dire che Francia, Spagna e Irlanda sono sul livello di guardia. «C’è una crescente convinzione che le autorità pubbliche hanno perso il controllo della situazione», puntualizza Robert Wade, un economista della London School of Economics. Occorre una sana iniezione di fiducia nel momento in cui la crisi picchia più duro. «In caso contrario – si sottolinea a Bruxelles – sarà la piazza a parlare. Con conseguenza realmente difficili da prevedere».

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