Copenaghen è Eco-Metropolis. La capitale della Danimarca cerca con i fatti di convincere il mondo a perseguire la riconversione ecologica. E ci siamo tutti a Copenaghen, con le difficoltà a esprimere nuovi modelli di vita (e intanto a metà vertice la situazione resta critica circa un risultato positivo)

Corteo del 12 dicembre scorso a Copenaghen "pro-Clima" (sullo sfondo Christiansborg Palace)

Di risultati positivi finora il vertice di Copenaghen sembra averne dati ben pochi. Evidente la separazione tra un’Europa disposta a mettersi in gioco, rispetto alle esigenze dei paesi emergenti (in primis Cina, India e Brasile) che chiedono di “poter inquinare” per perseguire il loro sviluppo. Ma la situazione è meno semplice di quel che appare: anche nei paesi emergenti si comprende che lo sviluppo industriale di “vecchia maniera” ha costi altissimi da sopportare, in termine di salute dei cittadini, di distruzione anche del proprio ambiente.

La riconversione ecologica è pertanto una “necessità di tutti”. In primis poi di quei paesi poveri o in via di sviluppo, dove le protezioni per la popolazione dall’inquinamento (in termini di tutela della salute, di cibi sani) rischia di essere di più difficile reperibilità rispetto ai paesi ricchi. Insomma l’acqua non inquinata è più fortemente necessaria ai poveri che ai ricchi; se i ricchi sopperiscono comprando acqua in bottiglia, minerale (che i poveri non possono permettersi).

famiglie alla manifestazione pro-Clima con le biciclette di Christiania (celebre quartiere hippie di Copenaghen)

Ecologia pertanto come prima necessità di sviluppo dei paesi e delle popolazioni più povere, non come impedimento al loro sviluppo. Comprendiamo che quest’idea di una riconversione ecologica di tutto il pianeta non è un concetto facile, e si scontra pure con modi di vita consolidati (come l’uso nei paesi ricchi di mezzi di trasporto privati, le automobili, che anche i poveri, giustamente, rivendicano… perché a noi sì e a loro no?). E poi su questo terreno (oltre ai “vizi” del vivere dispendioso e consumista di noi occidentali), intervengono pure vecchie lobbies che riciclano un’industrialismo in grave difficoltà nei paesi dov’è nato, si è sviluppato e sta affannosamente arrancando, che potrebbe essere del tutto superato dalla rivoluzione informatica e tecnologica, da modi nuovi, più ecocompatibili di produrre ricchezza.

la critica al Summit nella manifestazione del 12 dicembre

Insomma, nel darvi qui una breve rassegna stampa dello “stato dell’arte” a metà conferenza a Copenaghen, preme anche dire che a Copenaghen di fatto ci siamo tutti noi (e non solo le rappresentanze politiche (ed economiche con i loro interessi). Un successo del vertice di Copenaghen passa anche per un cambiamento concreto del nostro modello dispendioso di vita (e qui è la parte più difficile del “vertice” di Copenaghen). Ma iniziamo col parlare di questa splendida città, l’Eco-Metropolis capitale di Danimarca.

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NELLA CAPITALE VERDE

Luci soft, bici e mulini a vento: i segreti del modello Copenaghen

di Anais Ginori, da “la Repubblica” del 3/12/2009

COPENAGHEN. Per la famiglia Bang oggi è il giorno degli esami. Katrine, studentessa di 21 anni, suona alla porta di casa che è già buio da molte ore e manca poco alla cena. Casper Bang fa accomodare nella villetta in mattoni rossi del quartiere Bronshoj. La ragazza con la divisa blu comunale entra, apre il taccuino, guarda subito il soffitto. «Lampadina a risparmio energetico?». No, a incandescenza da 40 watt. «Cambiandole tutte – annota Katrine – potrà risparmiare tre quarti del suo consumo elettrico».

La perlustrazione continua in salone. Quando vede i faretti alogeni, Katrine quasi trasecola. Si consola vedendo che il televisore è un modello Lcd. «Meglio di quelli al plasma ma c’ è il problema dello standby. Un terzo della bolletta della luce proviene da alimentazione elettrica senza consumo». Dopo aver messo a soqquadro l’ intera casa, controllato persino il pomello della doccia e l’ isolamento della cantina, la volontaria del Comune annota percentuali dei vari «inquinatori domestici», poi traduce tutto in emissioni di Co2.

La famiglia Bang si è candidata ad essere una delle novantamila “Climate Family” di Copenaghen. La capitale danese vuole mostrare al mondo che è possibile vivere ecologicamente «senza rinunciare allo stile di vita moderno». “Hopenaghen”, s’intitola la campagna che da un anno ha preparato la città al vertice sul Clima.

«Vogliamo diventare una Eco-Metropolis, un modello che tutti potranno imitare» promette il sindaco Ritt Bjerregaard. Vicino al canale Nyhavn, sono state appena installate nuove colonnine per le auto elettriche, mentre si stanno sperimentando gli autobus a idrogeno. Con i suoi 450 chilometri di piste ciclabili, Copenaghen è la città più “green” d’ Europa: un cittadino su tre va in bicicletta al lavoro. Le strade hanno uno speciale asfalto per ridurre l’ inquinamento acustico, tutti gli abitanti hanno diritto a un’ area verde a meno di quindici minuti a piedi, la raccolta dei cassonetti della spazzatura avviene ogni 8 ore, il 70% dei rifiuti è riciclato, il 20% della spesa alimentare è biologico.

La pressione politica degli ultimi mesi – corsi ambientali nelle aziende, pubblicità nei ristoranti sull’ eccessivo consumo di carne, show ecologici per bambini alla tv- viene da lontano. Il principale corso del centro, Stroget, è stato pedonalizzato già negli anni Sessanta e nel 1971 il governo danese è stato il primo al mondo a creare un ministero dell’ Ambiente.

Due anni fa, è stato istituito anche il ministero del Clima, guidato da Connie Hedegaard, presidente della Conferenza mondiale e appena nominata commissario europeo. La Danimarca, che ha rifiutato il nucleare nel 1986, è diventata la patria dell’energia eolica (20% del fabbisogno nazionale). I moderni mulini a vento della Vestas, primo produttore mondiale, puntellano il panorama. «Tutto è cominciato come in una favola», racconta Maj Held Sallingboe, della Danish Wind Industry Association. «Durante il primo shock petrolifero, i contadini della penisola dello Jutland piantarono le turbine nei loro orti. Allora, era solo un esperimento».

Per capire di cosa si discute al vertice, bisogna andare in un sottoscala dell’ università di Copenaghen. Il termometro segna meno 30 gradi. Dentro alla cella frigorifera, il ghiaccio del Polo Nord è conservato in grandi lastre, in cubetti, in piccoli pezzi avvolti nella plastica. «Questi campioni raccontano la storia del Clima», spiega Thomas Blunier. Il ricercatore del Center for Ice and Climate ha passato l’estate nella base di Neem, nordovest della Groenlandia, 2.545 metri di altitudine. Le trivelle che scavano in profondità dovrebbero dare preziose informazioni. «Attraverso gas, sostanze biologiche ed elementi imprigionati nel ghiaccio siamo in grado di capire com’era il clima 38mila anni fa».

Blunier ha appeso nel suo ufficio un lungo diagramma con le oscillazioni delle temperature a partire da 850.000 anni fa. «L’ attuale picco di solito precede un brusco calo, ci aspetta una nuova era glaciale. Non possiamo dire quando, sappiamo però che non abbiamo mai avuto un aumento del Co2 in queste proporzioni nel passato. Se sopravviveremo? Certo, ma questa volta non avremo molto tempo per adattarci». La pioggia, per esempio, è una delle variabili che più preoccupa gli studiosi del centro danese. «Le precipitazioni potrebbero mancare completamente in alcune stagioni e concentrarsi in pochi giorni dell’ anno, mettendo in pericolo i cicli dell’ agricoltura».

L’ obiettivo della Danimarca è dichiararsi “carbon neutral” entro il 2025. La piccola isola di Lolland, un’ ora e mezza di macchina da Copenaghen, lo sta già diventando. «L’ elemento positivo è che gli abitanti ci chiedono di fare sempre di più. Qui l’ecologia è davvero una sorta di religione», racconta Silvia Magnoni, economista italiana diventata manager di Sea Bass Solutions, il consorzio pubblico che gestisce i progetti locali. In questa remota zona del paese, famosa per le sue coltivazione di barbabietola da zucchero, si sperimentano fonti di energia come l’ incenerimento del letame, la coltivazione di alghe, le piattaforme galleggianti per la “wave energy”, la trasformazione di elettricità in idrogeno da conservare.

La discarica più grande si chiama “industrial environmental park” ed in effetti è un parco. L’ ingresso è gratuito, i cassonetti per il riciclo di una trentina di materiali sono sistemati su una rotonda ad altezza d’ uomo, d’estate ci fanno i concerti, c’ è un laghetto in mezzo per far giocare i bambini, a venti metri un impianto trasforma i rifiuti in energia. «Il sistema pubblico- spiega Magnoni- prevede una tassazione che disincentiva i consumi anti-ecologici mentre sono sostenuti gli stili di vita a basso impatto ambientale».

Mentre i leader mondiali sono riuniti nel Bella Center di Copenaghen, Katrine continua a bussare alle porte delle “Climate Family”, luminosi esempi per il nostro futuro. «Se seguirete tutti i miei consigli – conclude parlando con la famiglia Bang – potrete eliminare 500 chili di anidride carbonica all’anno». La studentessa iscritta al corso di Gestione delle risorse naturali capisce che non è sufficiente. Riprende la calcolatrice. «Ovvero un risparmio di 2.400 corone sulle bollette». Più di trecento euro. La ragazza vede che adesso ha fatto breccia. Sorride. Puntare solo sulla sensibilità ecologica, forse, ancora non basta. (ANAIS GINORI)

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Se avrà successo la mediazione danese, si arriverà un’unificazione delle due proposte

NUOVO PATTO CLIMATICO O RILANCIO DI KYOTO?

di Franco Foresta Martini, da “il Corriere della sera.it” del 14/12/2009

Due i documenti in discussione: il primo rifonda su nuove basi gli interventi per la riduzione dei gas serra, il secondo ripropone i meccanismi dell’attuale Protocollo

COPENHAGEN – La Conferenza sui cambiamenti climatici di Copenhagen entra lunedì nella fase conclusiva con un dilemma ancora irrisolto: quale forma avrà il nuovo patto per la riduzione dei gas serra da approvare entro venerdì o sabato prossimi?

LA PRIMA IPOTESI – Due documenti si contendono la scena. Il primo, elaborato da un gruppo di mediatori denominato AWG-LCA (acronimo di: «ad hoc working group on long term cooperative action»), si propone di fare ripartire su nuove basi l’azione a difesa del clima, favorendo il rientro degli Stati Uniti che si erano tirati fuori dal Protocollo di Kyoto e chiamando a impegni più stringenti i Paesi in via di rapido sviluppo come Cina e India. La bozza di trattato presentata da questo gruppo, sebbene ancora piena di parentesi quadre (argomenti controversi in sospeso), pone come primo obiettivo l’impegno di limitare l’aumento delle temperature medie globali entro 1,5°C o al massimo 2°C, soglia oltre la quale il sistema climatico potrebbe subire danni irreversibili. Per rispettare questa condizione la riduzione globale dei gas serra entro il 2050 dovrà essere almeno del 50% rispetto ai livelli del 1990 (ma in parentesi quadra sono indicate alternative ben più elevate, fino al 95%). La divisione degli impegni, cui tutti i Paesi, nessuno escluso, dovrebbero sottostare, vedrebbe il gruppo degli industrializzati caricarsi dei maggiori oneri di riduzione: 25%-40% entro il 2020; e 75%-90% entro il 2050. I Paesi in via di sviluppo, da parte loro, si impegnerebbero a ridurre del 15%-30% entro il 2020, supportati da consistenti programmi di aiuti e di assistenza tecnologica. Poi si vedrà.

LA SECONDA IPOTESI – Un altro gruppo di negoziatori denominato AWG-KP (ad hoc working group under Kyoto Protocol) ha elaborato una bozza di trattato che consiste in una riedizione dell’attuale protocollo di Kyoto, da rendere operativo oltre la sua data di scadenza del 2012. In questo caso i Paesi già impegnati al 5,2% di riduzione delle emissioni, fissano i nuovi obiettivi al 2030 e al 2050 (numericamente simili a quelli indicati dall’altro gruppo) e concordano la tabella di ripartizione degli oneri Paese per Paese. La bozza sollecita i governi a decidere anche se includere il nucleare e lo stoccaggio geologico dell’anidride carbonica fra le tecnologie cui fare ricorso per limitare le emissioni di gas serra. In apparenza le due bozze di trattato sono simili negli obiettivi e nei metodi. La differenza sostanziale sta nel fatto che un trattato climatico ex novo, come quello elaborato da AWG-LGA, anche se firmato all’unanimità da capi di Stato e di governo riuniti a Copenhagen (ipotesi ultra ottimistica), prevede un lungo processo di ratifica da parte dei parlamenti dei singoli stati aderenti. Invece, un rilancio con nuovi obiettivi dell’attuale Protocollo di Kyoto avrebbe valore vincolante immediato per tutti i Paesi che l’anno già adottato come legge nazionale, tranne per gli Stati Uniti i quali dovrebbero decidere di entrarci in questa seconda fase.

GLI ORIENTAMENTI – La situazione è così complessa e densa di incognite che sembra difficile arrivare a una soluzione definitiva entro la settimana appena iniziata. La «mission impossible» è affidata all’abilità del primo ministro danese Lars Rasmussen, il quale entro la serata di martedì 15 dicembre, e cioè prima dell’arrivo dei capi di Stato e di governo, dovrebbe prospettare la soluzione più praticabile, per esempio l’unificazione delle due bozze di trattato con un testo accettato da tutti. Ma ecco, in breve, gli orientamenti di alcuni dei principali attori del confronto climatico, quali emergono alla vigilia del giro negoziale conclusivo:
Usa: sembrano contrari a un rilancio del vecchio Protocollo di Kyoto e propendono per l’approvazione di un nuovo trattato climatico.
Unione Europea: se nuovo trattato sarà, esso dovrà essere legalmente vincolante come quello di Kyoto e contenere precisi obiettivi di riduzione delle emissioni, anche per i Paesi in via di sviluppo.
Cina: vedrebbe con maggiore favore una reiterazione dell’attuale Protocollo di Kyoto, con impegni vincolanti più massicci da parte dei Paesi industrializzati e non vincolanti, cioè su base volontaria, da parte di quelli in via di sviluppo.

Franco Foresta Martin
14 dicembre 2009

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I PAESI AFRICANI TORNANO AI NEGOZIATI

da “il Corriere della Sera.it” del 14/12/2009

Le loro Delegazioni avevano abbandonato i lavori del vertice lunedì mattina – Dopo aver avuto rassicurazione che sarà data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto

COPENAGHEN – I Paesi africani hanno deciso di riprendere la partecipazione ai negoziati alla Conferenza Onu di Copenaghen sul clima, dopo aver avuto rassicurazione che sarà data maggiore enfasi a nuovi impegni nel solco del Protocollo di Kyoto. Il boicottaggio dei gruppi di lavoro era stato deciso lunedì mattina e alla protesta si erano associati anche gli altri Paesi in via di sviluppo del G77. La presidenza danese ha subito avviato contatti ed è riuscita a ricucire lo strappo, consumatosi a cinque giorni dall’arrivo venerdì prossimo dei leader di 120 Paesi per la fase negoziale conclusiva.

CHE COSA CHIEDONO – I Paesi in via di sviluppo chiedono di dare priorità a un secondo periodo di impegno per i tagli delle emissioni di C02 previsti dal Protocollo di Kyoto rispetto alla più ampia discussione sugli obiettivi di lungo termine per la cooperazione nella lotta ai cambiamenti climatici. «L’Africa ha tirato il freno d’emergenza per evitare che il treno deragli nel fine settimana», ha commentato Jeremy Hobbs, direttore esecutivo di Oxfam International. Fonti occidentali hanno riferito che gli animi si sono accesi dopo «le crescenti tensioni tra americani e cinesi» emerse nella tavola rotonda di domenica con i ministri dell’Ambiente di 50 Paesi. Il timore è che si ripeta il fallimento del 2000 all’Aja, quando si consumò la rottura nella conferenza che avrebbe dovuto completare le regole di Kyoto.

DICIASSETTE FERMI – Intanto sotto il profilo di cronaca si registra il fermo di altre diciassette persone, avvenuto nel corso della manifestazione che si è tenuta davanti al ministero della Difesa a Copenaghen. La maggior parte dei manifestanti – secondo quanto si è appreso – è stata fermata per aver violato la legge che stabilisce l’obbligo di obbedire alle indicazioni della polizia nel corso di manifestazioni, mentre per due il “fermo” è scattato per aver coperto il volto.

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IL SUMMIT DI COPENHAGEN

AL CAPEZZALE DEL CLIMA DIALOGO TRA SORDI

di Roberto Giovannini, da “la Stampa” del 14/122009

Usa contro Cina: «Tagliate le emissioni». L’Ue teme i costi di un nuovo protocollo

COPENHAGEN. Chiuso sbarrato il Centro congressi, formalmente sospesa la Conferenza per una domenica di riposo, ieri la città ha visto i postumi delle scintille di violenza scatenate dai Black Bloc infiltratisi nel pacifico corteo di sabato.
Poi, la domenica è servita per un primo giro informale di incontri tra i 45 ministri dell’Ambiente dei principali Paesi, convenuti nel weekend a Copenhagen. Un appuntamento informale, convocato dalla ministra dell’Ambiente danese Connie Hedegaard in vista della stesura di un nuovo testo che la Danimarca diffonderà domani per cercare di avvicinare le posizioni prima dell’arrivo in città dei leader e Capi di Stato, cui sarà affidato il compiuto di chiudere (sperabilmente) un accordo globale tra giovedì e sabato. Purtroppo, questo incontro è andato decisamente male: tutti – Paesi industrializzati, Usa, Unione Europea, Paesi emergenti – sono rimasti inchiodatissimi sulla loro linea, per niente disposti a fare concessioni. Anzi, i bene informati parlano di toni «vivaci» e di volti scuri al termine della riunione.
Ovviamente chi ha parlato ha usato parole ispirate alla diplomazia: secondo il ministro dell’Energia britannico Ed Milliband, «l’atmosfera è stata positiva, ma le differenze non sono state superate. I nodi principali sono il volume dei tagli delle emissioni, le risorse finanziarie necessarie e la trasparenza degli impegni che ognuno deve assumere». Poco più ottimista il diplomatico cinese Su Wei, per il quale «i leader verranno a celebrare il buon esito di questi negoziati». La situazione è di stallo: gli Usa sono assolutamente riluttanti a impegnarsi in modo forte sulla riduzione dei gas serra entro il 2020, e chiedono a Cina e India di contenere la massiccia crescita di emissioni registrata in questi ultimi anni.
Cina e India ribadiscono che Kyoto impone lo sforzo ai Paesi ricchi, che hanno generato l’80% dell’anidride carbonica dispersa nell’atmosfera. L’Europa e il Giappone a parole sembrano ben intenzionati, ma non vogliono essere gli unici a muoversi, e nell’Ue c’è chi sarebbe ben felice di evitare impegni significativi e magari mandare in malora il protocollo di Kyoto. «Le posizioni sono molto lontane – ha detto il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo – a volte sembra un dialogo fra sordi, con Cina e Usa su fronti speculari. Servirà uno sforzo straordinario, ma non è ragionevole pensare che l’Europa possa da sola caricarsi il grave peso economico di un accordo, onerosissimo per le nostre economie e che non produrrebbe alcun effetto per l’ambiente».
Intanto ieri non sono mancati strascichi della coda violenta della manifestazione di sabato, che si è concretizzata nel più elevato numero di arresti mai registrato nella storia della pacifica Danimarca. I fermati di sabato, ben 968, sono stati praticamente rilasciati tutti nel corso della notte. Tutti meno 13, sottoposti già in giornata a processo. Ieri qualche centinaio di giovani attivisti hanno tentato di andare al porto, dove opera la compagnia di spedizioni Maersk, accusata di contribuire al cambiamento climatico, scandendo slogan. Immediata e durissima la reazione della «Politi», che a suon di manganelli e spray irritanti li ha bloccati, fermandone oltre 250. Per oggi è attesa la risposta dei no global, che hanno promesso un’azione dimostrativa contro il ministero della Difesa.

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Bruxelles Critiche dagli ambientalisti. A Copenaghen prima intesa tra gli emergenti

CLIMA. L’UE TROVA L’ACCORDO: 7,2 MILIARDI AI PAESI POVERI

di Luigi Offedu, da “il Corriere della Sera” del 12/12/2009

La replica: troppo pochi. Dall’ Italia 600 milioni Francia e Germania Sarkozy annuncia l’ intesa insieme a Gordon Brown: «L’ Europa ora sarà leader al vertice sull’ ambiente»

BRUXELLES – Alla fine, l’ Europa ha deciso: 7,2 miliardi di euro in 3 anni (600 milioni la quota dell’ Italia), per aiutare i Paesi poveri a ripulire i loro cieli dall’ inquinamento. Non è proprio ciò che quei Paesi chiedevano, 30 miliardi.

E già la Cina avverte: «I finanziamenti a breve termine non sono la risposta giusta». Ma non sono neppure lo «zero» tondo che minacciava di restare sul tavolo ieri mattina, dopo una notte di convulse trattative a Bruxelles. E poi, c’ è un altro punto messo a segno: i 27 Stati dell’ Ue si dicono disposti a tagliare del 30% le loro emissioni di gas serra da qui al 2020, rispetto al 1990. Spostano cioè più in alto l’ asticella delle promesse, rispetto a quel 20% di tagli deciso nei mesi scorsi.

Non è cambiato l’ obiettivo di fondo: limitare a 1,5-2 gradi l’ aumento massimo delle temperature del globo. Ma l’ offerta europea è vincolata a una condizione: i grandi degli altri continenti – India, Cina, Brasile, Usa – mostrino altrettanta buona volontà, offrendo delle «decisioni compatibili». Si conclude così il vertice dei capi di Stato e di governo della Ue.

Per il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso è un risultato «che va oltre le migliori aspettative», e già si annuncia un altro vertice straordinario per febbraio, stavolta sulla crisi economica. Per Fredrik Reinfeldt, primo ministro di quella Svezia che è presidente di turno della Ue, sul clima i 27 Stati hanno «riconfermato tutte le promesse fatte nei mesi scorsi». L’ Europa, concorda l’ Onu, ha dato «un notevole incoraggiamento» alla battaglia per l’ aria pulita.

Il vertice ha avuto «delle lacune», dice il Wwf. Più dura Greenpeace: «Un’ occasione sprecata». Quanto ai 600 milioni annunciati dall’ Italia, il primo ministro Silvio Berlusconi li definisce un contributo «generoso». E altrettanto fanno per i propri fondi Gran Bretagna, Francia e Germania, che in tre offrono 3,5 miliardi.

L’Europa è riuscita a parlare con una voce sola, nel suo primo vertice dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. E ciò che ha deliberato, verrà ora portato a Copenaghen. Che ieri ha partorito una prima bozza d’accordo fra i Paesi emergenti, Cina e India in testa: secondo le indiscrezioni riconferma gli obiettivi di Kyoto, e invita gli Usa ad aderirvi, ma senza accenni «punitivi»; un’ offerta interessante per Washington.

Intanto, il presidente francese Nicolas Sarkozy mette le mani avanti: l’Europa conquista «una posizione di leadership a Copenaghen». Sarkozy, con il premier britannico Gordon Brown, è stato colui che ha più premuto per un taglio del 30% ai gas serra, ma ora si chiede: «Basterà, tutto ciò? Se lo pensassi, sarei molto ottimista. Credo che basterà ad avviare un’ alleanza fra la Ue e l’ Africa». Ad ogni buon conto, aggiunge l’uomo dell’ Eliseo, «è l’ Europa che prende gli impegni più rilevanti, che annuncia dei finanziamenti concreti: c’ è forse qualche altra parte del mondo che porta a Copenaghen una proposta così precisa? No, non c’ è». (Luigi Offeddu)

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Climate pledge tracker, lanciato dall’UNEP

IL SITO CHE TRACCIA LE PROMESSE SUL CLIMA

da “il Corriere della Sera.it” del 14/12/2009

Si possono confrontare online proposte e progetti di riduzione della Co2 dei Paesi di tutto il mondo

MILANO – Mentre a Copenaghen sta per entrare nel vivo la discussione sul nuovo accordo per limitare la produzione di C02, le Nazioni Unite lanciano un sito online che permette a chiunque di monitorare le promesse e le bugie dei principali paesi del mondo. Si chiama Climate Pledge Tracker ed è stato promosso dall’Intergovernmental Panel on Climate Change che l’anno scorso ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace.

MAPPA INTERATTIVA – Al momento la mappa interattiva traccia gli impegni presi da ogni Paese in seguito all’accordo di Kyoto. In grigio sono rappresentate le nazioni industrializzate del gruppo Annex 1 (tra cui l’Unione Europea e gli Stati Uniti), mentre in azzurro quelle delle economie in via di sviluppo del gruppo Annex 2 (Cina, India, Brasile). Cliccando su ciascuna area, si può accedere ad una scheda dettagliata con tutte le promesse che sono state via via assunte in sede ufficiale.

PROMESSE INSUFFICIENTI – Il sito sarà presto aggiornato con le nuove proposte che emergeranno dal vertice di Copenaghen. Ma è chiara l’intenzione di fare pressione sulle potenze globali affinché rendano più incisive e trasparenti le politiche in tema ambientale. Con due semplici click, è infatti possibile comparare le timide promesse degli Stati Uniti (-17% di emissioni di C02 entro il 2020) e dell’Unione Europea (-20%) con quelle più avanzate del Giappone (-25%) e della Norvegia (-30%). Promesse non del tutto sufficienti per il Panel dell’Onu, secondo cui bisogna ridurre le emissioni globali di C02 di almeno il 25-40% entro il 2020, e dimezzarle entro il 2050.

BUONI E CATTIVI – Il servizio delle Nazioni Uniti non fa una classifica dei buoni e dei cattivi. Ma in rete sono disponibili altre mappe indipendenti che entrano nel merito. Su Climate Action Tracker si può scorrere la lista con i migliori e i peggiori. E scoprire, ad esempio, che Maldive e Costa Rica sono considerati «Paesi modello» (entro il 2021 saranno ad emissioni zero). «Sufficienti» anche le politiche annunciate da Norvegia, Brasile e Giappone. Mentre sono del tutto «inadeguate» quelle delle grandi potenze globali. A cominciare dall’Unione Europea, Stati Uniti, Cina e Russia.

Nicola Bruno
14 dicembre 2009

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