Il vertice di Copenaghen che chiude con un niente di fatto: ma ora la necessità di un cambiamento globale delle produzioni e dei consumi in senso ecologista (e di un mondo più giusto) è cosa acquisita alla coscienza collettiva

New York Post: Aria calda

Il vertice di Copenaghen si chiude con un niente di fatto: un accordo-bozza (proposto da Stati Uniti e Cina a India, Brasile e Sudafrica) (brilla l’inconsistenza politica e diplomatica della divisa Europa…) ribadisce l’obiettivo di tenere nei due gradi centigradi l’aumento medio della temperatura terrestre. Restano non scritti i veri punti chiave: cioè l’entità dei tagli alle emissioni di CO2 entro il 2020 per i Paesi sviluppati e gli obiettivi per quelli emergenti. Oltre al tema della temperatura (dei due gradi di temperatura da non superare rispetto all’epoca pre-industrializzata… pena anche la scomparsa di isole, coste, atolli…) resta il tema di come e quanto veramente finanziare (aiutare) lo sviluppo (in un contesto ecologico, di contenimento delle emissioni) dei paesi poveri (oppositori di un vertice che li considerava assai poco, tutto incentrato tra USA, Cina, con i paesi emergenti Brasile, India e Sudafrica, e il ruolo dimesso dell’Europa in crisi di rappresentanza politica).

La cosa certa sono i fondi, 30 miliardi di euro nel triennio 2010-2012 e 100 miliardi l’anno entro il 2020. «Faremo di tutto perchè l’accordo diventi legalmente vincolante entro il 2010», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon al termine della maratona notturna. «È una prima tappa essenziale» ha aggiunto.

E i paesi poveri rischiano effettivamente di essere marginalizzati definitivamente da ogni sviluppo, da ogni benessere possibile per le loro popolazioni (che inevitabilmente si riverseranno verso i Paesi ricchi per sopravvivere…).

Libération: Copenaghen nel dolore

Comunque, forse, il vertice di Copenaghen è andato meno male di quel che può apparire alla fine delle due settimane di faticose (e senza grandi risultati) trattative. C’è infatti un presa di coscienza generale che il problema “esiste” ed è “assai grave” dell’inquinamento della biosfera, della sopravvivenza del pianeta Terra. E  dell’impossibilità di uno sviluppo per i paesi emergenti (e per quelli poveri…) di prospettare gli stessi modelli attuati in modo scellerato dai paesi di più antica industrializzazione (e benessere). Ma come fare a cambiare in modo virtuoso i vecchi parametri di sviluppo è il vero nodo….

Dall’altra i paesi ricchi che si rendono conto di non poter più vivere negli stessi livelli di consumo e inquinamento… ma come convincere i milioni di abitanti del “pianeta ricco” a cambiare il proprio modo di vita?….

Riportiamo qui alcuni articoli ripresi da vari giornali dove, alle difficoltà di un soluzione (accordo) accettabile del vertice di Copenaghen, si percepisce pure che questa nuova coscienza di cambiamento è stata forse finalmente “ufficializzata”. Da adesso niente sarà più come prima.

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19 dic. – A Copenaghen e’ stato trovato l’accordo sul clima.Dopo una notte di polemiche da parte del blocco dell G77 che minacciava di mandare tutto a monte, il fallimento dei colloqui di Copenaghen e’ stato evitato grazie a uno stratagemma. Il negoziato si e’ concluso con una “presa d’atto” dell’accordo raggiunto da Stati Uniti, Cina e India nonostante la ferma opposizione di buona parte dei Paesi in via di sviluppo. “La conferenza delle parti prende atto dell’accordo di Copenaghen” si legge nella dichiarazione che concluse i lavori dei 193 Paesi, senza che tuttavia ci sia una adesione formale.

Al summit superato l’impasse della notte con una formula diplomatica che «prende nota» dell’intesa già raggiunta tra Usa, Cina, India e Sudafrica. Ma non ci sono numeri sulla riduzione delle emissioni. Il presidente Usa: «Svolta significativa ma per un patto vincolante ci vorrà tempo». Nella notte le dure critiche dei Paesi del Sud del mondo. Gli ambientalisti: fiasco totale. Ban Ki-moon (Onu): è una prima tappa, fondamentale

19/12/2009 (12:57) – LA SCHEDA

Clima, i punti controversi dell’accordo. Obiettivi di riduzione generici e ancora niente tagli vincolanti

Sono soprattutto quattro i punti controversi della proposta di accordo sul clima promossa da Usa, Cina, India Sudafrica e Brasile, di cui la Conferenza Onu di Copenaghen oggi «ha preso nota», rendendola operativa, nonostante l’opposizione del Sudan, del piccolo Stato insulare di Tuvalu, nel Pacifico (il primo paese che ha già avuto dei ’rifugiati climaticì), e dei latinoamericani Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua e Costarica.
Limite all’aumento della temperatura a 2°C e non 1,5°
Il primo punto è quello della soglia massima di aumento della temperatura media dovuta al riscaldamento globale: la seconda delle tre bozze successive di accordo prevedeva che tale soglia, oggi fissata a 2C, venisse portata a 1,5C. Per diversi Stati insulari questo mezzo grado di temperatura in più significherebbe finire sott’acqua.
Nessun taglio del 50% delle emissioni entro il 2050
Il secondo punto che gli oppositori dell’accordo lamentano è la soppressione, nella terza bozza, dell’impegno a ridurre le emissioni globali del 50% entro il 2050. Si tratta, anche in questo caso, di un elemento che faceva parte della seconda bozza, ed è poi stato cancellato.
Niente prolungamento di Kyoto oltre il 2012
In terzo luogo, i paesi in via di sviluppo chiedono che sia previsto nell’eventuale accordo internazionale il prolungamento del Protocollo di Kyoto oltre il 2012, con un nuovo periodo d’applicazione (Kyoto II) dal 2013 al 2020.
Ancora niente tagli vincolanti entro il 2020
Manca, infine, nella bozza di accordo la percentuale complessiva di riduzione delle emissioni globali al 2020 da parte dei paesi più avanzati, anche perché il testo non contiene ancora tutti i piani di tagli dei gas serra, che gli Stati membri dovrebbero adottare entro gennaio. Questi obiettivi, i più ravvicinati, sono anche considerati i più importanti dagli esperti, perché se approvati consentono di ridurre le emissioni gradualmente, senza costringere i Paesi a tagli ancora più pesanti e difficili fra 2020 e 2050.

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ERRORI DA NON RIPETERE

di Franco Venturini, da “il Corriere della Sera” del 19/12/2009

Il vertice di Copena­ghen non poteva falli­re e trascinare così nel discredito i suoi prestigiosi protagonisti. E’ purtroppo per questo, e non per salvare il nostro pianeta minacciato dal ri­scaldamento atmosferico, che molti capi di stato e di governo si sono acconten­tati ieri notte di una formu­la che salva loro la faccia, esalta i pochi progressi del­la conferenza danese e ne maschera a fatica i molti fallimenti.

la platea dei delegati stremati dalla maratona notturna

L’aria che tirava a Cope­naghen, del resto, la si è vi­sta sin dal mattino. Obama è finalmente arrivato, ma senza doni natalizi. Invece il presidente Usa si è dedi­cato a una serie incon­tri- scontri con il premier ci­nese Wen Jiabao, e alla fine i due sono riusciti a sbloc­care un modesto compro­messo con l’apporto anche dell’India, del Brasile e del Sudafrica. Ha così preso corpo una intesa politica che agli impegni vincolanti sostituisce le buone inten­zioni, che aggira gli ostaco­li più ostici, che sottolinea le responsabilità dei «ric­chi » rispetto ai Paesi in via di sviluppo ma lo fa nel mo­do meno credibile, evitan­do persino di citare il sem­pre ripetuto obbiettivo di dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2050. Tra gli industrializzati ognuno fa­rà quel che vorrà su base nazionale o di gruppo (co­me l’Europa, che parlerà a gennaio). E si capisce allo­ra che il consenso di alcuni Paesi in via di sviluppo non sia ancora sicuro, tan­to più che è sparito ogni impegno a concludere nel 2010 un trattato cogente per tutti. L’intento fonda­mentale, quello di contene­re entro 2 gradi l’aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, so­pravvive a fatica. Ma forse soltanto per evitare che Co­penaghen faccia meno del G8 dell’Aquila.

La rissa continua del Bel­la Center e i suoi insoddi­sfacenti risultati offrono al­cune indicazioni. La prima è che il fonda­mentalismo ambientalista, per quanto giusto e soste­nuto dalle indicazioni scientifiche, diventa con­troproducente quando de­ve calarsi nella realtà degli interessi economici e politi­ci. Non si tratta certo di so­spendere la battaglia, ma è necessario, se si vuole pro­gredire sul serio, individua­re metodi negoziali diversi e non arrivare, come è col­pevolmente accaduto a Co­penaghen, con tutti i dos­sier tecnici in alto mare e le sensibilità nazionali al culmine dell’esaltazione.

Poi c’è il tanto temuto G2 cino-americano. Un Obama vincolato dal Con­gresso ha fatto a braccio di ferro con il premier cinese ma alla fine è con lui che ha trovato l’intesa, mentre il presidente Hu Jintao se ne rimaneva prudentemen­te a Pechino. Copenaghen ha confermato che Usa e Ci­na non sono più insensibili al tema del clima. Ma si può star certi che la generi­cità degli accordi sui tagli delle emissioni e ancor più l’assenza di vincoli legali rappresentino per loro, che sono i più grandi inqui­natori del mondo, due otti­me notizie. Gli Usa hanno le elezioni permanenti, la Cina deve continuare a cre­scere.

Veri arbitri nella partita per salvare la terra dai suoi gas continueranno a essere loro, Usa e Cina. C’è da au­gurarsi che ne abbiano an­cora il tempo, quando si sentiranno pronti ad agire sul serio. (Franco Venturini)

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CLIMA, UN ACCORDO A META’ TRA I LEADER

da “la Stampa.it” del 19/12/2009

In nottata sfiorata una rottura per l’ostruzionismo dei Paesi emergenti. Esclusi dal testo “accordi vincolanti”

Folha de S. Paulo (Brasile): Nessun obiettivo sulle emissioni

COPENAGHEN
Accordo di Copenaghen sul clima al vertice Onu. Un intero giorno di lavori no stop poi la Conferenza partorisce un sì che risulta fortemente condizionato. E, soprattutto, nè legalmente nè politicamente vincolante.
Il mondo si aspettava un accordo globale e storico per salvare il Pianeta dalla crisi climatica ma così non è stato. Infatti in sessione Plenaria, la Conferenza Onu ha «preso nota» dell’ accordo per uscire dall’empasse e rendere operativo un testo politico. La decisione comprenderà la lista dei paesi che si sono detti a favore dell’intesa e quelli, invece, dichiaratisi contrari. Per avere un Accordo vincolante l’Assemblea doveva invece votare per consenso il testo.
Una formula che si è resa necessaria dopo la ’rivoltà notturna guidata dal primo ministro dell’Arcipelago del Pacifico, Tuvalu che ha annunciato il proprio voto contrario aprendo un vaso di Pandora. Durissimi gli interventi successivi del Venezuela e del ’bloccò dei paesi dell’America Latina, come Bolivia, Cuba e Nicaragua.
L’Accordo è l’espressione di Usa più quattro paesi, Cina, India, Sudafrica e Brasile. L’Ue ha detto sì anche se in modo tiepido e la delusione dei 27 è trapelata con evidenza. I lavori della notte hanno anche modificato i termini del testo che era uscito ieri sera. La cosa certa sono i fondi, 30 miliardi di euro nel triennio 2010-2012 e 100 miliardi l’anno entro il 2020. «Faremo di tutto perchè l’accordo diventi legalmente vincolante entro il 2010», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon questa mattina al termine della maratona notturna. «È una prima tappa essenziale» ha aggiunto.
Ieri è stata la giornata del presidente americano, Barack Obama. «Non siamo qui per parlare, siamo qui per decidere», aveva detto aprendo la giornata al suo arrivo a Copenaghen. Ma non è stato poi così facile. Il vertice si è chiuso comunque dopo 13 giorni. Sono 193 i paesi che hanno partecipato alla Conferenza, oltre 100 capi di stato e premier, 45.000 richieste di accrediti.

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Gradi ed emissioni, i punti della discordia

Quattro bozze di intesa, si litiga soprattutto sui tempi e sugli obiettivi  – Il testo non sarà politicamente vincolante: per gli ambientalisti è una dura sconfitta  – Uno dei pochi punti di accordo riguarda le foreste: saranno fermati i disboscamenti

da “la Repubblica” del 19/12/2009 di Maurizio Ricci

COPENAGHEN – Almeno quattro bozze di accordo sono circolate ieri, spesso molto diverse fra loro. Ognuna accolta con crescente sconcerto e disappunto dagli ambientalisti e anche da più di un governo, in particolare europeo. L´ultima, emersa in serata, contiene ancora buchi espliciti o punti apertamente contestati. Ecco un panorama della situazione, capitolo per capitolo.
Trattato. Nessun trattato, da Copenaghen può uscire solo un Accordo. È sparita anche la definizione di «accordo politicamente vincolante». (Saltato)
Vincoli. L´idea era di far seguire all´Accordo, entro il 2010, la stesura di trattati legalmente vincolanti, come quello di Kyoto, con meccanismi di verifica e sanzioni, come quello correntemente in atto. Solo una delle bozze cita ancora il 2010 come scadenza finale per arrivare alla stesura di testi legali veri e propri. Si tratterebbe, comunque, di due trattati. Uno che prolunga Kyoto, per i Paesi industrializzati che, allora, lo firmarono. Un altro per gli Usa (che non firmarono quel trattato) e i Paesi in via di sviluppo (come Cina, India e Brasile) che, nel testo di Kyoto, non avevano alcun impegno. (In bilico)
2 gradi. L´obiettivo di mantenere entro 2 gradi l´aumento della temperatura nei prossimi decenni, nel testo c´è. Gli scienziati ritengono che un aumento di oltre 2 gradi comporterebbe conseguenze (siccità, inondazioni, innalzamento dei mari) al di fuori di ogni possibile controllo e difesa. (Approvato)
1,5 gradi. Il testo prevede, per il 2016, un nuovo incontro per stabilire se frenare l´aumento della temperatura a 1,5 gradi, invece di 2. La richiesta di fissare l´obiettivo più in basso dei 2 gradi è venuta soprattutto dai Paesi africani (dove la media mondiale di 2 gradi significa, in realtà, almeno 3,5 gradi) e dalle piccole isole che temono di essere sommerse dall´innalzamento degli oceani. (Novità)
2050. Per arrivare all´obiettivo dei 2 gradi, le emissioni di CO2 dovrebbero diminuire del 50 per cento entro il 2050. Per arrivarci, i Paesi industrializzati taglierebbero le emissioni dell´80 per cento. Ma non basta: anche i Paesi emergenti dovrebbero tagliare le loro e non solo rallentarle. Per questo Cina e Brasile non vogliono un impegno globale del 50 per cento, che vincolandoli, sia pure a lunga scadenza, a ridurre le emissioni, può compromettere la loro crescita economica. Per accettare il 50 per cento, i Paesi emergenti vogliono che i Paesi ricchi fissino un obiettivo di riduzione ambizioso già per il 2020. Ma questo obiettivo ancora non c´è. (In discussione)
2020. Perché l´obiettivo al 2050 sia credibile, i Paesi industrializzati dovrebbero infatti tagliare già nel 2020 le loro emissioni, secondo gli scienziati, del 25-40 per cento. Gli impegni presi finora arrivano solo al 14-18 per cento: secondo un recente rapporto, trapelato dall´ambiente degli scienziati che lavorano con l´Onu, una riduzione così modesta spingerebbe le temperature ad un aumento di 3 gradi. La bozza si limita a registrare gli impegni presi finora dai vari Paesi (Ue 20 per cento sul 1990, Usa 17 e Giappone 25, ambedue sul 2005). Sulla percentuale totale di riduzione c´è una bella «x», con la possibilità di calcolare il taglio, sia rispetto al 1990 (come la Ue) che rispetto al 2005 (come gli Usa). (In discussione)
Verifiche. Una richiesta soprattutto americana, indirizzata alla Cina perché gli impegni presi da Pechino sul rallentamento delle sue emissioni (solo i Paesi industrializzati operano effettivamente dei tagli) siano verificati a livello internazionale. Il testo della bozza parla solo di inventari biennali delle emissioni, da comunicare «secondo nuove linee guida che saranno approvate dalla Conferenza». (Da approfondire)
Foreste. Le foreste sono un grande polmone e la deforestazione un potente fattore di emissioni. La bozza annuncia incentivi (gli Usa hanno già stanziato 1 miliardo di dollari) per allargare le foreste e fermare i disboscamenti. (Approvato)
Finanziamenti. Ai Paesi più deboli viene promesso un aiuto di 10 miliardi di dollari l´anno, per il 2010, 2011, 2012, Si tratta di soldi, precisa la bozza, «nuovi e aggiuntivi», non dunque il riciclo di vecchie promesse di donazioni. Nel caso di piccole isole e di Paesi particolarmente vulnerabili, i soldi saranno impiegati, più che per ridurre le emissioni, soprattutto per difendersi dall´impatto dell´effetto serra. Dopo il 2013, entrerà in funzione un Fondo di Copenhagen per il clima, con finanziamenti che dovrebbero arrivare a 100 miliardi di dollari l´anno, entro il 2020. (Passato)

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Daily Express: Zero sul clima, Brown manderà in rovina la Gran Bretagna

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OBAMA CONVINCE CINA E INDIA

da “Il Sole 24ore” del 19/12/2009, di Adriana Cerretelli e Mario Platero

Accordo sui finanziamenti senza obiettivi vincolanti sui tagli – Europa delusaCOPENHAGEN. Sul clima un accordo piccolo piccolo. Tanto piccolo che gli europei minacciavano ieri sera di non firmarlo, con il presidente francese Nicolas Sarkozy che sparava contro l`intesa che sarebbe stata concordata alla fine tra americani e cinesi. Questa si ridurrebbe a un accordo limitato quasi esclusivamente ai finaziamenti ai paesi in via di sviluppo.   L`accordo prevede di contenere l`aumento della temperatura a due gradi entro il 2020 ma rinvia a gennaio gli impegni sulle emissioni. Per il resto parole, dichiarazioni generiche, insomma niente di quello cui l`Europa aspirava. Per la Casa Bianca non è ancora sufficiente a combattere il cambiamento climatico ma si tratta di un significativo passo avanti.

Con i suoi 193 paesi presenti, 120 con tanto di presidenti e primi ministri per un totale pari all`89% del Pil mondiale, la conferenza Onu di Copenhagen alla fine partorisce un topolino.

Una giornata concitata, quella di ieri: doveva essere l`ultima, quella dei rito della conclusione in gloria. Invece a tarda sera continuava a dimostrarsi inconcludente. E servito a poco l`arrivo del presidente americano Barack Obama, che nella speranza di molti avrebbe dovuto essere il deus ex-machina capace di compiere il miracolo dell`accordo. «Non capisco come si possa pensare di avere un accordo internazionale per poi non condividere le informazioni necessarie a confermare i nostri impegni. E’ una posizione che non ha senso» ha detto il presidente americano in uno dei passaggi in cui ha attaccato più direttamente la Cina nel suo discorso di ieri mattina. Il presidente è stato fin dalle prime parole di apertura alquanto freddo. Poco prima, appena arrivato a Copenhagen alle sette del mattino, si è subito recato a un incontro con 25 protagonisti decisivi della partita. Ma il leader cinese Wen Jiabao non si è presentato.

Ha inviato al suo posto il numero due del ministero degli Esteri, He Yafei. L`atteggiamento provocatorio cinese ha fatto infuriare sia gli americani che gli europei. Poi, dopo il discorso, Obama e Wen si sono incontrati per 55 minuti: «Un incontro costruttivo per risolvere la questione delle verifiche» ha detto una fonte della Casa Bianca. Subito dopo ì due hanno delegato i loro sherpa a continuare il negoziato.

Si sono anche rivisti in tarda serata. Ma fino all`ultimo questiincontri sono serviti a poco per raggiungere gli obiettivi più ambiziosi.

«Per vincere la sfida, la comunità internazionale deve rafforzare la fiducia reciproca, costruire il consenso, fare uno sforzo vigoroso e lanciare la cooperazione» aveva replicato polemiconei confronti di Obama il premier cinese Wen Jiabao, che disertava al incontri multilaterali. «Credo che nemmeno Obama possa tagliare il nodo di Gordio sul clima. Per i paesi in via di sviluppo è una questione di vita, per quelli industrializzati è una questione di stile di vita» ha riassunto sarcastico il ministro indiano Jairam Ramesh. Il mauritano Haùnoude Ould Ahmed ha rincarato amaro: «La Cina non vuole rinunciare al suo diritto allo sviluppo, gli Stati Uniti non vogliono freni alla loro crescita.

`E così il mondo si ritrova imprigionato nella loro trappola». La prima bozza della giornata, quella scaturita da una notte di trattative, era apparsa incoraggiante: c`era l`impegno a concludere entro il 2010 il negoziato blindandolo dentro un trattato globale giuridicamente vincolante.

C`era il pacchetto dei finanziamenti immediati da 30 miliardi di dollari per il 2010-2012 e quelli a lungo termine da 100 miliardi all`anno a partire dal 2020. C`era l`impegno a contenere a 2 gradi il riscaldamento del clima e c`era anche un meccanismo di verifica sull`effettivo taglio delle emissioni (su cui peraltro non c`erano ancora impegni specifici). Con il passare della bozze è sparito il traguardo del trattato giuridicamente vincolante e della data del 2010 per concluderlo.

Sono restati i finanzíamenti ma tutto il linguaggio è stato annacquato. A cominciare dal titolo dell`ultimo testo: una semplice dichiarazione politica chiamata “Accordo di Copenhagen”. Vistosamente vuoti i tre allegati alla medesima, relativi ai tagli delle emissioni dei paesi industrializzati, emergenti e più poveri e ai singoli contributi finanziari.

L`ultimo testo risulta, perché troppo leggero, indigesto all`Europa, che era pronta ad alzare al 25-30% il taglio delle sue emissioni entro il 2020 a patto di analoghí sforzi degli altri. Si conferma inaccettabile per la Cina che continua a non voler sentire parlare di verifiche, come del resto il Brasile.

Il futuro del clima è appeso a un filo sottilissimo.

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La nuova guerra mondiale

di Barbara Spinelli, la “la Stampa” del 6/12/2009

Gli scienziati più preveggenti, quando descrivono l’evoluzione possibile dello sconquasso climatico, parlano di guerra. Guerre tra Stati, per metter le mani su acqua, combustibili, metalli scarseggianti. E poi una guerra più enorme, mai vista, nella quale siamo già immersi come responsabili e vittime. Una guerra che impone revisioni radicali: nel modo in cui viviamo, pensiamo, diciamo; nell’idea che ci facciamo della democrazia, dell’economia. Michel Serres, il filosofo francese che insegna a Stanford, parla di guerra mondiale, un termine apparentemente noto ma che per lui significa tutt’altro: questa volta il conflitto è mondiale perché ha per protagonisti l’umanità e il nostro pianeta, il mondo. Un conflitto anomalo, non tra Stati. L’immagine evocata da Serres è quella dei due uomini di Goya che lottano fino allo stremo.
Inutile domandarsi chi avrà la meglio, nel mortale accapigliamento. I volti striati di sangue, i duellanti hanno i piedi conficcati nelle sabbie mobili. Non ci sono vincitori, se non le sabbie mobili che inghiottiranno l’uno e l’altro indistintamente.
Il vertice sul clima che comincia domani a Copenhagen è un consiglio di guerra che ha questa pintura negra, sullo sfondo. Forse il primo consiglio, perché al vertice di Kyoto nel ’97 erano ancora molti i riluttanti, tra cui i primi avvelenatori che sono America e Cina. Quella fase è superata.
Riluttanti e negazionisti si fanno rari, e la verità del collasso nessuno la mette più in causa. Obama sarà presente al vertice. Pechino, indocile per anni, scopre di essere al tempo stesso colpevole e vittima dello sfascio annunciato.
È come se entrassimo in un altro mondo con gli strumenti mentali del vecchio, inconsapevoli per impreparazione indolente al rischio della sconfitta. Ci inoltriamo pensando che lo scontro sarà tra popoli e Stati, come in passato; che potremo barricarci in fortezze; che potremo fare il morto, come nella guerra fredda, scegliendo la non-azione. Ora invece si tratta di agire, di metterci nella pelle d’un futuro forse non scontato ma di certo plausibile, dicono gli scienziati. Nel ’36, prima dell’ultima guerra, Churchill disse che le procrastinazioni e le mezze misure erano fallite; il tempo delle conseguenze (period of consequences) era iniziato.
Anche oggi entriamo in un’epoca dove l’inazione produce conseguenze, battaglie regressive esiziali: come il divieto svizzero di costruire minareti, il muro tra Stati Uniti e Messico, la cortina che i soldati indiani presidiano lungo il Bangladesh, per evitare che popolazioni minacciate dal clima riparino negli slum di Calcutta, Delhi, Mumbai.
Ripensare la democrazia e perfino i tempi moderni, con i loro dosaggi di necessità e libertà, è ineluttabile. Perché grande è la tentazione di dire: nell’emergenza ricorreremo all’autoritarismo. Perché una parte della popolazione mondiale patisce l’inquinamento dei ricchi, e si sentirà legittimata a esigere non solo aiuto ma accoglienza. Già ora, ci sono terre che cominciano a sprofondare nei mari: il Bangladesh, le Maldive. Nel Pacifico, le isole di Tuvalu scompariranno entro il 2040. Nel 2002, il premier Talake annunciò che avrebbe portato gli Usa davanti alla Corte internazionale di giustizia, per emissione spropositata di gas serra.
Tra le cose da ripensare c’è la paura. Siamo stati educati da Roosevelt a diffidarne: «L’unica cosa da temere è la paura stessa». Ma in fondo la paura è salvezza, se non è politica che paralizza spezzando le resistenze. È la convinzione del filosofo Hans Jonas: «La paura, ancorché caduta in un certo discredito morale e psicologico, fa parte della responsabilità altrettanto quanto la speranza, e noi dobbiamo perorarne la causa, poiché la paura è oggi più necessaria che in qualsiasi altra epoca in cui, animati dalla fiducia nel buon andamento delle cose umane, si poteva considerarla con sufficienza una debolezza dei pusillanimi e dei nevrotici» (Il principio responsabilità, Einaudi 2009).
Sono tante, le paure. Paura di perdere un modo di vita, e il diritto del singolo di produrre e consumare quanto desidera. Paura di rinunciare alla massima libertà moderna ­ la tutela delle condotte private dallo Stato ­ in nome di nuovi limiti e obblighi che solo l’autoritario pugno statale sembra poter inculcare. Infine: paura di immensi spaesamenti, di esser sommersi da un’umanità espiantata e dislocata dallo squasso terrestre.
Sono paure comprensibili. Tra gli effetti più funesti del dissesto climatico ci sono infatti gli esodi immani. Fin d’ora il popolo del Bangladesh (160 milioni) fugge terre inondate o non più coltivabili perché salate. Se il mare dovesse alzarsi d’un metro, perché si sciolgono i ghiacci sull’Himalaya e in Groenlandia, un terzo del Paese s’inabisserebbe e i rifugiati sarebbero 40 milioni, dice la Banca Mondiale. Già oggi migliaia di africani scappano da deserti dilatati. Gli scienziati danno cifre impressionanti. Se temperatura e mari superano certe soglie, i fuoriusciti saranno miliardi. Quel che dimentichiamo è che i più (72 per cento, secondo l’Onu) non vanno in Occidente ma in altri Paesi poveri. Gli sfollati asiatici e africani cadono poi nelle mani delle mafie, il cui potere sugli Stati e sul mondo crescerà. Ma è inane combattere solo le mafie. All’origine c’è l’esodo, e dell’esodo gli occidentali ricchi sono i primi colpevoli, con la loro lunga storia di industrializzazione.
La piaga degli esuli ambientali è scritta nel nostro futuro e non la cureremo erigendo muri e distruggendo la globalizzazione, ma approfondendola. Sono i rifugiati climatici, e non hanno lo statuto dato ai profughi politici nel ’900. Alieni, non hanno diritti e questo è imprevidenza oltre che scandalo. Sono apolidi di un nuovo tipo, inascoltabili perché non i dittatori li perseguitano ma la natura. Lo scandalo è attutito solo se lo si governa: con apposite agenzie Onu, con convenzioni sui rifugiati estese agli esuli climatici. L’alternativa è un pianeta urlante di tumulti e risentimento.
La paura secerne anche chiusura smagata, cuore indurito: la frana dell’altro non mi riguarda, separarmene mi salverà. Nessuno però scampa se si prosciuga il lago del Ciad (di cui vivono 20 milioni di persone), o se sono inondati i grandi delta del Gange, del Nilo, del Mekong. La paura di Jonas è fertile: «Bisogna appropriarsi della paura trasformandola nel dovere di agire. La responsabilità è la cura per un altro essere quando venga riconosciuta come dovere, diventando apprensione».
Al disastro non siamo preparati, e questo ci rende così ignari della democrazia: delle sue fragilità, e delle sue virtù. Solo la democrazia educa tramite l’informazione indipendente, e solo un cittadino informato è responsabile. Solo in democrazia le catastrofi non sfociano in selezioni etniche o sociali. Non è più democrazia, quando l’America trascura New Orleans colpita da Katrina perché abitata da afro-americani. Non è democratica l’Europa centrale che nelle alluvioni sacrifica impassibilmente i concittadini Rom.
Dobbiamo imparare a trattare la Terra come la casa, l’automobile. Non è sicuro ma plausibile che l’incendio le distruggerà, e la paura che ne abbiamo ci spinge a sottoscrivere una polizza d’assicurazione. Lo stesso urge fare con la terra, l’acqua, i mari, le foreste di cui è fatto il pianeta. Nell’immediato potremmo proteggerci asserragliandoci, ma alla lunga perderemo ancor più perché i sacrifici cresceranno. Alla lunga, solo le sabbie mobili della pittura nera saranno vincitrici.
È pensare il futuro, il compito. Lo dice Machiavelli nel Principe, che sopravvivono solo le civiltà che prevedono discosto, lontano, come i Romani antichi: «Li quali, non solamente hanno ad avere riguardo alli scandali presenti, ma a’ futuri, et a quelli con ogni industria ovviare; perché, prevedendosi discosto, facilmente vi si può rimediare; ma, aspettando che ti si appressino, la medicina non è a tempo, perché la malattia è diventata incurabile». (Barbara Spinelli)

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The Moscow Times: La Russia offre 200 milioni di dollari al fondo sul clima dell'Onu

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ARIA CALDA E ARIA FRITTA

di Mario Deaglio, da “La Stampa” del 17/12/2009

Può darsi – anche se appare assai difficile – che, dopo le inaspettate dimissioni della presidente della Conferenza sul clima, i leader dei principali Paesi del mondo riescano ancora a stringersi la mano davanti alle telecamere di Copenhagen e a mettere la loro firma su un accordo di compromesso. Anche in questo caso ci troveremo di fronte a un risultato deludente: dopo i netti contrasti di questi giorni, un’eventuale intesa di facciata dell’ultima ora sarà poco più che «aria fritta», per usare una classica espressione italiana, o «aria calda», per usare l’analoga espressione inglese, del tutto appropriata a una conferenza sul clima.
Il messaggio che uscirà da Copenhagen pochi giorni prima del Natale sarà la fine, almeno temporanea, del «buonismo», o, se si preferisce, del buon senso, in materia climatica. E’ tramontata la speranza che l’evidenza dei dati scientifici e dei mutamenti facilmente verificabili si sarebbe imposta sugli egoismi e sulle miopie dei principali Paesi del pianeta; che i capi di questi Paesi, impauriti dall’arretramento dei ghiacci e dall’avanzamento dei deserti, si sarebbero solennemente impegnati a ridurre entrambi con l’adozione di misure adeguate. Al contrario, gli egoismi nazionali sono addirittura esplosi, e si è passati rapidamente dai discorsi sui principi e sul lungo periodo al litigio sui soldi (molto pochi in questo momento di crisi) disponibili nel breve periodo per arrestare questa minaccia planetaria.
Il clima sembra così essersi trasformato in un gioco a somma negativa in cui tutti escono con la faccia rossa. Primo fra tutti il governo danese, al quale la conferenza è scappata di mano, alimentando le accuse dei Paesi poveri di volerne «pilotare» le conclusioni in favore dei Paesi ricchi. I secondi a soffrirne sono indubbiamente i climatologi: grazie a uno sfortunato «incidente» sono state messe in rete le comunicazioni di posta elettronica di diversi scienziati, dai quali appare possibile che certi risultati siano stati «addomesticati» per dare maggior evidenza al fenomeno del riscaldamento globale, anche se questo non significa necessariamente che il riscaldamento stesso non esista. I non addetti ai lavori hanno così appreso che i dati «esatti» sulle temperature medie sono frutto di una «lavorazione statistica» e che i dati sulle temperature non sono, in definitiva, molto più precisi di quelli sui prezzi o sulla produzione. Se è vero che la crisi finanziaria dovrebbe insegnare un po’ di umiltà agli economisti, la crisi climatica che stiamo vivendo dovrebbe indurre gli addetti ai lavori a minori certezze e a una minore supponenza.
I peccati che si possono imputare ai meteorologi sono però, tutto sommato, ben più leggeri delle accuse che sono piovute sul capo dei politici dei Paesi ricchi. I Paesi emergenti li accusano di aver drammatizzato i dati sul clima per introdurre una sorta di «colonialismo climatico»: dopo avere allegramente inquinato il mondo per duecento anni, le grandi potenze dell’Occidente agiterebbero ora lo spettro del riscaldamento globale per frenare la gigantesca espansione produttiva della Cina, del Brasile e dell’India e bloccare così l’erosione del loro potere economico.
I Paesi ricchi avrebbero favorito il trasferimento nei Paesi poveri delle lavorazioni industriali più inquinanti e cercherebbero oggi di aiutare ancora una volta le proprie multinazionali, che hanno sviluppato le tecnologie del disinquinamento ambientale, a espandere la loro attività in tutto il mondo. Gli africani, poi, si sono espressi con particolare durezza denunciando di essere vittime di un nuovo tipo di sfruttamento in quanto i loro territori sono trattati troppo spesso prima come fonti di materiali da sfruttare senza alcun riguardo all’inquinamento e poi come pattumiere ecologiche in cui depositare i rifiuti di queste stesse materie prime lavorate altrove. Si tratta di accuse non infondate ma rivolte più al passato che al futuro. I Paesi emergenti dovrebbero rendersi conto che, indipendentemente dagli inquinamenti passati, il mondo non può permettersi di aumentare la quantità di materiali inquinanti immessi nell’ambiente. Agli africani occorrerebbe poi chiedere sommessamente perché, essendo indipendenti ormai da mezzo secolo, non usano meglio la loro indipendenza e continuano a peggiorare la situazione con guerre feroci tra di loro invece di svolgere azioni più coerenti per la difesa dei propri interessi comuni.
Mentre l’attenzione mediatica era concentrata su quanto stava accadendo nelle strade di Copenhagen, dove polizia e manifestanti si sono scontrati con particolare durezza, gli scontri più gravi avvenivano quindi nel chiuso delle stanze in cui si svolge la Conferenza. Quello che doveva essere un momento di unione e di solidarietà rischia di trasformarsi in momento di confusione, di polemiche, di ripicche. Da queste divisioni interne potrebbe derivare un altro ostacolo alla continuazione dell’attuale esperimento di globalizzazione: gli imprenditori europei, costretti a imponenti investimenti per rispettare i rigidi vincoli climatici decisi a Bruxelles hanno buon gioco a chiedere un «dazio ecologico» sulle importazioni provenienti da Paesi che non impongono simili vincoli e le relative spese. Per evitare di cadere in un baratro ad un tempo economico ed ecologico, tutti dovrebbero fare un passo indietro: si tratta di una splendida occasione per il presidente Obama, fresco di un (discusso) premio Nobel per la pace di dimostrare di avere veramente la statura di un leader mondiale. (Mario Deaglio)

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  • |   Lettera aperta ai responsabili mondiali

Copenhagen, il coraggio di cambiare la storia

“Copenhagen fallisce”, “Copenhagen non fallisce”, quel che è certo è che la conferenza di Copenhagen non si concluderà con un nuovo trattato post-Kyoto vincolante, ma solo con un accordo politico “ambizioso”. Di un trattato se ne riparlerà nel 2012!
Il fatto non stupisce troppo, anzi appare del tutto coerente con il modo in cui da sempre i responsabili della politica mondiale si sono posti di fronte alla crisi, un problema decisivo per le sorti dell’umanità. Dapprima, per decenni, ne hanno negato l’esistenza stessa. Ne hanno poi riconosciuto la realtà solo quando, negli anni ’70, scattò l’allarme di esaurimento delle energie fossili. Mai comunque hanno  considerato la crisi ecologica nella sua interezza, ma hanno concentrato la loro attenzione soltanto sul mutamento climatico. Certo, è questo l’aspetto più ineludibile dello squilibrio ecosistemico e, a termine, portatore di conseguenze gravissime, ma non è il solo: basti pensare alla costante diminuzione di acqua dolce, necessaria per usi umani e per il buon funzionamento degli ecosistemi,  alla continua e crescente produzione di rifiuti non trattati e non trattabili, tra cui scorie tossiche e radioattive, che invadono territori, mari e oceani, al degrado del suolo con conseguenti effetti disastrosi sulla produzione alimentare. Infine hanno fatto della “green economy” lo strumento primario di soluzione del problema ambiente e insieme (continuando a ignorare gli insuperabili “limiti del pianeta”) della promozione di una nuova crescita produttiva al servizio del capitalismo globale. Ma In tal modo sono riusciti solo ad attizzare gli scontri di interessi fra le economie nazionali ed i grandi gruppi mondiali, finanziari e industriali, in competizione acerrima fra loro: quelle per la propria sopravvivenza, questi per la  supremazia della – sperata – nuova economia: di fatto creando un nuovo pesante fattore dell’attuale fallimento dei negoziati sul clima.
In queste condizioni é più che giustificato esprimere seri dubbi su come e quanto la celebrata “green economy”  possa dare risultati positivi nella lotta contro il riscaldamento atmosferico se – come accade – mentre si moltiplicano pannelli solari, turbine eoliche e automobili ibride, l’obiettivo dell’agire economico continua ad essere la crescita dei prodotti e dei consumi.  Per fare un solo esempio, come pensare che un miliardo di nuove automobili (secondo le stime correnti da produrre nel corso dei prossimi quindici anni) possano, per quanto meno inquinanti, rappresentare un contributo positivo a uno “sviluppo sostenibile”? Se si considera la produzione di centinaia di migliaia di tonnellate di batterie, di fluidi/liquidi, di pneumatici, di vetro, di plastica, di materiali compositi, ecc. che le compongono? E si riflette su quante nuove migliaia di km di strade, autostrade, ponti ecc. circoleranno? E si pensa che ovviamente analoghe considerazioni sono possibili per qualsiasi altro prodotto di consumo, di cui si auspica la crescita? Che dire poi dell’ assurdità di cercare soluzione ai mutamenti climatici attraverso la contesa per più o meno diritti a inquinare e la loro vendita, vale a dire mediante l’esplicita riduzione a merce di aria, acqua, foreste, territorio, capitale biotico, salute, conoscenza?

El Pais: Le potenze risolvono il vertice sul clima con un accordo insufficiente

E tuttavia non ci si può rassegnare a che la conferenza partorisca solamente un accordo politico. La  “mutilazione” di Copenhagen può essere un’occasione storica, da un lato, per accusare con più legittimità e forza l’evidente inadeguatezza dell’attuale politica ecologica mondiale, funzionale alla conservazione del sistema che della stessa crisi planetaria è responsabile; e, dall’altro, per “battagliare” in favore di un vero trattato “ecologico” mondiale, che affronti adeguatamente i problemi del pianeta e dunque le sorti dell’umanità. A tal fine un ruolo decisivo spetta ai rappresentanti eletti dai popoli, e in particolare del Parlamento europeo. Proprio il rischio di fallimento di Copenhagen, con il rinvio sine die di problemi ormai urgentissimi, e la cinica scelta a favore dell’industria capitalistica contro la salvezza dell’umanità, ha messo in luce la debolezza dell’Europa nei confronti delle massime potenze, in contrasto con posizioni più avanzate, spesso sostenute dai rappresentanti dei popoli europei, e in più occasioni dai popoli stessi. Da Copenhagen può partire una pressione forte e decisa  dei rappresentanti eletti sui rispettivi governi. Copenhagen, capovolgendo l’annuncio del proprio fallimento, può diventare un’occasione di fare storia per l’ambiente e per la democrazia. Aspettare il 2012 significherebbe abdicare.

Primi firmatari: Riccardo Petrella, Carla Ravaioli, Leonardo Boff, Eduardo Galeano, Ignatio Ramonet, Dario Fo, Immanuel Wallerstein, Marcello Cini, Aminata Traoré (Mali)

Per aderire all’appello: dimafoni(at)ilmanifesto.it

l'assemblea del vertice

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