Quale urbanistica – ARCHISTAR sì o no? i grandi architetti che rappresentano solo la propria arte (monumenti a sè stessi) a volte bene a volte male; i committenti che non hanno alcuna idea da proporre; gli imitatori numerosi (architetti che copiano). Il resto, il di più, è periferia e “città diffusa” lungo le strade inquinate, grigia e brutta – Una proposta geografica di ricostruzione virtuosa dei territori di vita

Il Guggenheim Museum di Bilbao è il progetto che ha portato Frank Gehry alla popolarità grazie alle sue forme nuove e allo splendore dato dal rivestimento in titanio, che è riuscito a conquistare l'apprezzamento di un vasto pubblico ed a costituire una principale attrattiva per il turismo internazionale nella provincia basca

“Mai come adesso l’architettura è di moda. Nelle riviste, nei quotidiani, in televisione le opere delle superstar dell’architettura sono oggetto della curiosità di lettori che prima erano completamente digiuni in materia. Eppure mai come adesso l’architettura è lontana dall’interesse pubblico, incide poco e male sul miglioramento della vita della gente. A volte ne peggiora le condizioni dell’abitare. Questo accade perché l’architettura è diventata un gioco autoreferenziale, tutta incentrata sulla «firma», sulla genialità del singolo architetto, genialità che è quotata nella borsa della moda al pari di un qualunque brand. L’architettura ha molta più influenza nel bene e nel male sulle condizioni dell’abitare in una città. Gli architetti però si rifugiano in una artisticità che li esclude da qualunque responsabilità. Purtroppo ad essi spesso viene affidata la trasformazione di interi pezzi di città, trasformazioni che spesso compiono con incompetenza, superficialità e convinti che si tratti di un gioco formale. Le città funzionano diversamente; sono il territorio profondo su cui agisce l’inconscio collettivo, sono il luogo delle appartenenze e dei conflitti. Questo libro invita ad abbandonare le archistar al loro egoismo e ad accettare che l’architettura ha esaurito la sua funzione. Oggi c’e bisogno di altro, sopratutto nella situazione di emergenza in cui le città e l’ambiente rischiano di diventare sempre più inabitabili.” (da “Contro l’architettura” di Franco La Cecla, Bollati Boringhieri, 12 euro, presentato in questo blog su https://geograficamente.wordpress.com/2008/06/15/contro-larchitettura/ )

Presentiamo qui di seguito alcuni articoli sull’imperversare delle cosiddette “archistar”, architetti che hanno raggiunto una fama (prima di tutto mediatica) e che amministrazioni comunali grandi e piccole, cioè committenti in cerca della “grande opera” per la propria città, commissionano loro progetti urbanistici, architettonici; sperando che la “firma famosa” e l’originalità del progetto (quando c’è, e non sempre è così…) dia lustro al proprio quinquennio (e decennio) amministrativo, cioè lasci un segno visibile ai posteri.

La moda di assoldare architetti famosi (molto a caro prezzo) verrebbe da dire che (questa moda) è una “non-urbanistica”, una “non-scelta”: si delega ad altri la costruzione di un edificio strategico, o l’assetto urbanistico di un centro più o meno storico, nella speranza che “venga qualcosa di buono”. Bene, niente di male che questo accada. Forse così è sempre stato. Ma lascia perplessi il fatto che il committente (forse a differenza delle epoche precedenti) si affidi a un qualcosa di altamente soggettivo: l’ “archistar” decide lui il futuro urbanistico o architettonico di quel luogo o edificio.

Ma è sbagliato non “scegliere quale città”, per quali esigenze. Ci sarebbe invece il bisogno di tornare a parlare di urbanistica. Di identità di un luogo e, se si vuole, di come modificarlo. Se ad esempio da fine ottocento le città sono state riprogettate per accogliere la ferrovia, le stazioni ferroviarie (pertanto l’elemento della mobilità, dell’ “incontro intermodale”), cioè di gente che va e viene per spostarsi, creando un elemento strategico nel nuovo modo di progettare i centro urbani… (come nell’ “antico medioevale” è stata la creazione della piazza con ai due lati il potere religioso (la chiesa) e dall’altro il potere civile (il municipio) (o i grandi corsi delle grandi città europee in epoca rinascimentale post-riforma per accogliere le masse dei pellegrini)…. Ebbene adesso che tipo di città vogliamo?

E le archistar vorrebbero dirci come risolvere l’urbanizzazione periferica diffusa e grigia?…. Quando il vivere, come la maggioranza delle persone, lungo una strada, non è più un valore, un arricchimento di vita, ma solo il vivere in una infinita periferia, fuori dai contesti culturali dei maggiori centri storici cittadini (ricchi delle loro scuole e università, di una mobilità efficiente, di opportunità che accrescono la propria cittadinanza…). Su questo le archistar non ci sono, e non sono interpellate. Ma non ne facciamo certo una colpa a loro (fanno il loro mestiere). Quel che manca è una politica (di destra, di centro e di sinistra) che dica qualcosa di chiaro su che architettura e che urbanistica ci piacerebbe avere (insomma manca il ruolo della committenza).

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Lo shopping è con tutta probabilità l’ultima forma restante di attività pubblica (Rem Koolhaas) (da “Contro l’architettura” di Franco La Cecla)

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“E’  FINITA  L’ERA  DELLE  ARCHISTAR  EGOISTE”

da “Libero” del 11/11/2009 – di Matteo Tosi

Luca Molinari, curatore nominato da Bondi del prossimo Padiglione Italia: “Superiamo i dogmi dei progettisti vip per rivitalizzare la nstra tradizione”

Mentre il cda della Biennale di Venezia comunicava di aver affidato il ruolo di direttore della prossima Esposizione Internazionale di Architettura a Kazuyo Sejima, prima donna al vertice della manifestazione, il ministro Bondi annunciava di aver avviato le procedure per assegnare a Luca Molinari, progettista di fama internazionale e docente di Storia dell’architettura Contemporanea alla Vanvitelli di Napoli, il compito di Curartore del relativo Padiglione Italia.

Pur giunte a quasi dieci mesi dall’apertura ufficiale dei lavori della Mostra, le due nomine hanno subito trovato riscontro sui media, forse anche perché ormai da qualche tempo impazza in rete e non solo la protesta di una nutrita schiera di credenti contro la bruttezza e la vacuità dei più recenti edifici di culto, in testa la famosa chiesa-cubo inaugurata lo scorso aprile a Foligno su progetto di Massimiliano Fuksas. Uno sdegno che oggi corre attraverso i social network di ogni ordine e grado, sotto forma di un vero e proprio “appello per la rinascita dell’arte (non solo sacra)” rivolto direttamente al Santo Padre, rivelando un’inaspettata attenzione della cosiddetta gente comune per l’arte tutta e per l’architettura in particolare, cosa che sembra non dispiacere affatto al nuovo curatore.

chiesa di San Paolo a Foligno disegnata da Massimiliano Fuksas

«Anzi, mi entusiasma. Perché sono convinto che questa sia un’occasione imperdibile sia per la società che per gli addetti ai lavori, visto che ormai i tempi sono maturi anche da noi per una nuova rivoluzione dell’architettura pubblica e privata. Il vizio tutto nostro e novecentesco di considerare la progettazione degli edifici e degli spazi da vivere esclusivo appannaggio di una ristretta élite di intoccabili sta finalmente risolvendosi in una nuova attenzione per le esigenze della popolazione e delle diverse comunità che la compongono, a partire dal fatto che il problema della contingenza non è più quello di avere una casa a tutti i costi, ma di avere dei luoghi abitabili a trecentosessanta gradi, caldi e accoglienti, con un’anima ben precisa e il più possibile in sintonia con l’identità del luogo».

Verrebbe da pensare che stia per usare l’aggettivo “tradizionale”. Il che, qui da noi, pare assolutamente sconveniente per uno appena nominato da un governo di centrodestra, stia attento a non tirarsi addosso gli strali dell’italica intellighenzia.

«Non credo che esistano un’architettura di destra e una di sinistra, ci sono la buona architettura e quella cattiva, punto. E sinceramente non temo l’ostracismo di nessuno, sono convinto che per me e per la mia serietà parlino la qualità dei miei lavori e il mio curriculum di mostre, studi, convegni e progetti con cui ho portato la tradizione italiana ai quattro angoli del mondo. Ma non fraintendiamoci, perché la nostra più vera tradizione architettonica, sia civile sia religiosa, è sempre stata al passo coi tempi se non all’avanguardia, ed è quello che deve tornare a caratterizzarci. Viviamo una stagione di straordinaria e fertilissima confusione e dobbiamo confrontarci con tradizioni diverse, non possiamo permetterci di trascurare chi abbiamo di fronte per inseguire solo la nostra idea di architettura».

Si spieghi meglio

«Vuol dire che bisogna studiare soluzioni assolutamente contemporanee o addirittura futuribili, ma al tempo stesso ancorate al senso estetico di ciò che ci circonda, e in Italia questo significa 4.000 anni abbondanti di storia. Gli edifici e gli spazi pubblici da pensare non devono scioccare né provocare nessuno, ma semmai essere materni, accoglienti, riscoprire le forme geometriche e la loro armonia, ma senza rinunciare alla vitalità e al divertimento di volumi, materiali e colori diversi».

Anche secondo lei, quindi, è finita l’era delle archistar tutte minimal e concettuale? Condivide anche lei le polemiche scoppiate durante la scorsa Biennale, che denunciavano edifici pensati senza l’uomo che avrebbe dovuto viverli?

«Di sicuro è finita, o deve finire al più presto, l’era dei dogmi e dei progetti basati solo sull’ego di chi li disegna, ma certo i grandi nomi funzionano e funzioneranno sempre. Spero solo che il tempo dell’astrazione a tutti i costi sia passato, perché il limite della passata edizione, secondo me era soprattutto quello di aver nascosto l’architettura stessa, gli spazi, il progetto; e in questo senso avere un direttore come Kazuyo Sejima mi conforta molto. Quello che chiedo a me, invece, è di saper preparare un padiglione che possa funzionare come un laboratorio per disegnatori giovani e meno giovani, così da far convivere istanze diverse e sintetizzarle all’insegna del confronto con l’ambiente e con la società che ci circondano. Un padiglione innovativo, quindi, ma conscio della propria identità storico-estetica, per ridare alla nostra architettura la visibilità internazionale che si merita».

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Archistar? No grazie!

di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 14/05/2008In una intervista a Franco La Cecla sul suo ultimo libro, “Contro l’architettura”, la prova scientifica: i progettisti griffati fanno male alle città

Le chiamano archistar. Volteggiano fra aeroporti, molti dei quali hanno progettato, saltano da Occidente a Oriente, dal Pacifico all’Atlantico. Megalopoli e piccole città. Centri antichi e new towns. Ovunque possibile lasciano il marchio, una firma flessuosa e svolazzante. L’architettura come brand. La definizione di archistar, munita persino di copyright, si deve a due studiose italiane, Gabriella Lo Ricco e Silvia Micheli. Di archistar, di quegli architetti «che costeggiano i canali della moda, del design, dello spettacolo, del marketing e spesso cercano una scorciatoia verso una posizione riconosciuta, che li esima da una continuazione della ricerca», scrive Leonardo Benevolo, fra i padri riconosciuti della moderna urbanistica.
Contro le archistar e il loro sistema si scaglia Franco La Cecla, cinquantasettenne palermitano, architetto di formazione che poi ha virato verso gli studi antropologici (insegna al san Raffaele di Milano e al Politecnico di Barcellona, è stato professore a Parigi e a Venezia) e che ora ha scritto un pamphlet dallo stile impertinente e veloce che si intitola Contro l’architettura (Bollati Boringhieri, pagg. 117, euro 12). La Cecla ha lavorato con Renzo Piano e poi ha fondato un’agenzia per valutare l’impatto sociale delle opere di architettura, ciò che succede in una città in cui avviene una trasformazione urbana. Ed è stato impegnato in contesti molto diversi, da Tirana a Barcellona.
La Cecla, chi sono le archistar?
«Artisti al servizio dei potenti di oggi. Sono grandi, abilissimi professionisti addetti a stabilire trends, a stupire e richiamare il grande pubblico con trovate che hanno pochissimo di un edificio e moltissimo invece a che fare con una messa in scena. Costruiscono enormi cartelloni pubblicitari sedotti da un foglio accartocciato».
Lei si riferisce a Frank Gehry che, nel film a lui dedicato da Sidney Pollack, entra nello studio, appallottola un foglio di carta e dice ai suoi: «Voglio questo»? Il Gehry del Guggenheim di Bilbao?
«Così si vaporizza l’architettura, che diventa una specie di cipolla, solo strati, superfici e niente spazio: è più importante il packaging che non il prodotto. L’architettura è ridotta al rango di tessuto, perde la volumetria. Jean Nouvel promette superfici leggere, vetrate impalpabili, come a dire che l’architettura è solo bidimensionale, deve entrare nelle pagine di una rivista patinata».
Jean Nouvel e Frank Gehry sono considerati due fra i massimi architetti contemporanei.
«Sarà pur vero. Ma per quanto riguarda Gehry vada a leggere cosa scrive John Silber».
Silber è un critico?
«No, è un profano, ma è il rettore della Boston University. Ed è cliente di Gehry, il quale realizzando lo Stata Center, il cuore delle indagini scientifiche all’Mit, avrebbe, secondo Silber, completamente ignorato le esigenze dei ricercatori, inscatolati in spazi comuni, tutti trasparenze e lavagne curve, mentre quel tipo di procedimenti e di studi esigevano una certa intimità, compresa la possibilità di chiudersi una porta alle spalle».
Come ha reagito Gehry?
«Si è molto risentito. D’altronde ad architetti come lui importa poco che la gente non accetti. Ci si traveste subito da geni incompresi. È accaduto per Massimiliano Fuksas, al quale era stato chiesto, progettando il padiglione per il mercato di Porta Palazzo a Torino, di prevedere delle porte scorrevoli. Ma non c’è stato nulla da fare: l’opera d’arte è intangibile».
Torna il paragone con gli artisti?
«Le archistar sono artisti, ma in un senso rinnovato. L’architetto è un “trend setter”, uno che lancia una tendenza. Rem Koolhaas ha aperto nuove direzioni al marketing di Prada. È diventato un guru di atmosfere, non ha fornito solo involucri, ma anche uno spirito tutto nuovo all’azienda di moda. L’archistar non lavora solo per la moda, diventa moda egli stesso, diventa logo, garanzia per poter firmare un negozio, ma anche un museo o un pezzo di città».
Rem Koolhaas non è solo moda.
«Assolutamente no. È forse lui che ha inventato la nuova maniera di essere architetti. È il più colto di tutti. Parla del capitalismo globale come Toni Negri. L’ho visto commentare accoratamente le scene di un caterpillar che demoliva le misere stamberghe di una bidonville con tanta gente che faceva appena in tempo a fuggire dalle baracche. Ma contemporaneamente costruisce grattacieli a Dubai, dove nella più totale ingiustizia distributiva e nella più ideologica imitazione dell’Occidente, si innalzano villaggi avveniristici, milioni di tonnellate di cemento per fare una Malibu nel Mar Rosso. Koolhaas usa la vecchia arma del “siamo realisti”: visto che il mondo è così lasciate almeno che io lo descriva».
Forse l’architettura è pressata da corposi interessi – costruttori, immobiliaristi, grandi investitori. Deve contribuire a produrre profitti. Lei che dice?
«È vero, ma queste ragioni non spiegano tutto. Ci sarebbe da aspettarsi maggiore autocritica e invece è tutta una corsa ad accaparrarsi committenze in ogni angolo del pianeta».
Lei scrive che l’architettura non fa i conti con l’abitare, che «non sa nulla di quell’essenza propriamente narrativa di cui gli spazi sono fatti».
«Prenda l’esempio di New York. Mai come in questi anni a Manhattan si parla di architettura. Lavorano grandi architetti, da Renzo Piano a Gehry a Libeskind. Ma tutta questa effervescenza c’entra poco con la città, è un dibattito di vetrina che risponde alla trasformazione di Manhattan in un “marchio”, in una piattaforma costellata di monumenti da consumare come l’intero sistema di shopping a cui New York sembra pericolosamente ridursi».
L’architettura non produce il senso della città, lei aggiunge, non crea le caratteristiche di attrattiva, di mescolanza, di urbanità…
«Caratteristiche che rivivono nel Bronx, mentre tramontano a Manhattan. Nel Bronx si trovano magnifiche architetture déco, boulevards, ma soprattutto un attaccamento al luogo rielaborato dalle comunità che vi erano e che vi sono insediate. Nulla di speciale, per carità, ma nel Bronx c’è più spazio pubblico di quanto ne abbia prodotto qualsiasi scatola di vetro e latta costruita a Manhattan».
È la seduzione dei luoghi di cui parla lo storico dell’architettura Joseph Rykwert?
«Secondo Rykwert, l’architettura può ancora essere il punto d’incontro di coloro che vogliono costruire una città più giusta. Ma altrove lo stesso Rykwert indica nell’incapacità di produrre simboli condivisi la principale carenza dell’architettura contemporanea. E fa anche un esempio specifico: il concorso per costruire a Ground Zero, la povertà di idee offerta anche da uno come Daniel Libeskind. Non si può immaginare che l’unico modo per aggregare una città ferita sia un banale “costruiamo come prima e più in alto ancora”».
A proposito, che cosa pensa dei tre grattacieli che dovranno sorgere a Milano nell’area dell’ex Fiera, uno dei quali firmato da Libeskind?
«Sono l’esempio di un’architettura autoreferenziale, che si cita reciprocamente. Sono un prodotto glamour, l’unico che si sia in grado di realizzare in una città che sembra una città di provincia».
Lei ha lavorato a Barcellona, chiamato da Josep Acebillo che dirige il piano per le trasfomazioni della città. Da quell’esperienza ha ricavato un’impressione contraddittoria. Perché?
«Barcellona attrae per la sua singolare maniera di vivere, per la socialità densa che esprime. Ricordo interi pomeriggi passati ad ammirare la semplicità dell’arredo urbano, la manutenzione di panchine e muretti, che erano uno dei punti di forza del piano di Oriol Bohigas. Ora la città sembra tornata a vecchie forme di nazionalismo catalano. Credo non ne possa più di quel cosmopolitismo che si è realizzato negli ultimi decenni e che i giovani di tutto il mondo ancora vanno a cercare».
Troppo turismo?
«Barcellona è visitata da cinquanta milioni di persone ogni anno. Si è superato un limite. E la città funziona in modo schizofrenico: la parte antica è un tritacarne di turisti, la parte ottocentesca ha alzato barricate contro i turisti. Non si è realizzato lo sposalizio fra le due anime. I risultati di quanto fatto in questi decenni sono ben visibili e di splendida qualità. Ma anche Barcellona rischia di diventare un logo. E se una città si trasforma in un logo è meglio andare a vivere altrove».

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Archistar City

di Adriana Polveroni, da “L’Espresso” n. 32 dell’agosto 2006

Architettura griffata come status symbol cittadino: qualche dubbio comincia a insinuarsi nell’omologante peana mediatico. Da L’espresso, n.32, agosto 2006 (m.p.g.)

Metropoli come Pechino e Amsterdam. Città come Salerno e Verona. Ovunque si trasforma il volto del tessuto urbano. E poter sfoggiare l’opera di un grande architetto è il nuovo status symbol.
Ci sono città che devono inventarsi un’altra vita. Altre che alla vita che già hanno ne devono aggiungere una nuova, sfarzosamente contemporanea. E altre ancora che in un palcoscenico di primedonne, occupato da Barcellona, Berlino, Londra e Amsterdam, devono sgomitare per ritagliarsi un quarto d’ora di celebrità. E la carta su cui puntare è l’architettura, che occupa i media.

Gli Archistar, divenuti maître à penser, sono riusciti quasi a zittire gli stilisti e a dare la linea nella creatività contemporanea, grazie all’indiscutibile capacità simbolica degli edifici che disegnano e al sostegno di biennali, festival e mostre che vanno dal MoMa di New York al Museo Nazionale di Pechino. Una girandola di soliti noti: Renzo Piano, Santiago Calatrava, Domenique Perrault, Alvaro Siza, Massimiliano Fuksas, Norman Foster, David Chipperfield. Capaci di proiettare le città in quel circuito di infotainment che salda turismo e cultura. E fa entrare soldi nelle casse delle amministrazioni comunali.

In Italia, dopo anni di oscurantismo architettonico, a farsi belle sono molte città. Non solo le grandi come Roma, che cerca di replicare il successo dell’Auditorium di Renzo Piano con (quando vedranno la luce) il Maxxi di Zaha Hadid e il nuovo Macro di Odile Decq, mette in cantiere la Città dei Giovani di Rem Koolhaas e quella dello Sport di Calatrava, il nuovo Centro Congressi di Fuksas e la nuova Fiera di Tommaso Valle.

O Milano, che scommette sul quartiere Santa Giulia firmato da Foster, la vecchia Ansaldo trasformata in polo culturale da Chipperfield e il completamento della nuova fiera di Fuksas con gli interventi di Perrault, Araassociati, Gino Valle e Cino Zucchi. Una bella addormentata come Firenze si risveglia all’idea della stazione per l’alta velocità disegnata da Foster, mentre un pool di giovani architetti, oltre a Gabetti e Isola, sta trasformando l’area di Novoli in una avveniristica zona residenziale e di servizi. Jean Nouvel è al lavoro in un’altra area ex Fiat, a viale Belfiore.

Napoli, non contenta di aver dato una ‘madre’ (il Museo d’arte contemporanea di Alvaro Siza) al cuore antico della città, continua a incassare favori e polemiche con i progetti di Siza e Souto de Moura (risistemazione di piazza Municipio), di Domenique Perrault (stazione Garibaldi), la stazione della metropolitana affidata a Hanish Kapoor e quella per l’alta velocità a Zaha Hadid.
Dietro le grandi, tante piccole e medie città che non si sognano di diventare nuove Bilbao (modello ineguagliabile per l’ardimentosità del Guggenheim di Gehry e per il grintoso sostegno della città), ma si accontenterebbero di bissare il successo di Valencia, Graz e Basilea, benedette da seducenti architetture e promosse nello scenario mediatico.

Attraversata da gran fermento architettonico è Trento, dove l’urbanista catalano Joan Busquets lavora per restituire il fiume alla città e ridurre il traffico privato, mentre Renzo Piano rifà l’area ex Michelin,Vittorio Gregotti quella nord e Mario Botta parte dell’Università. Operazione meno complessa di quella di Sesto San Giovanni, che rinascerà come città terziaria grazie alla matita di Piano, mentre a Bergamo Jean Nouvel allunga con un chilometro rosso fuoco il profilo dello stabilimento Brembo.

A Verona il progetto di trasformazione dell’ex Arsenale in polo museale a firma di David Chipperfield soffre un po’ di mancanza di fondi, ma va avanti. Reggio Emilia conta cinque interventi di Calatrava, tra cui il solito incapricciato ponte piazzato all’ingresso dell’autostrada che pare gridare: ‘Guardatemi!’. A Maranello Fuksas trasforma in turbonuvola il Centro Ricerche Ferrari e chissà cosa farà del vecchio Museo Piaggio di Pontedera.

Non che al Sud ci si giri i pollici: Salerno rilancia con la stazione marittima di Hadid e la cittadella della giustizia di Chipperfield, Benevento affida alla matita dell’italiana Carmen Andriani il suo secondo museo d’arte contemporanea, a Palermo Perrault disegna i ponti pedonali, a Nocera Inferiore aprirà un teatro firmato Souto de Moura.
Tutto per rimettersi in pari nella competizione internazionale, ritardi permettendo. Dando il proprio contributo al fenomeno del ‘turismo del nuovo’ (riferimento, ancora Bilbao), per cui a Roma non si va solo per vedere il Colosseo, ma anche l’Auditorium. Rispetto all’anno precedente, nel 2005 il Parco della musica di Renzo Piano conta il 22 per cento in più degli spettatori, un incremento del 72 per cento delle sponsorizzazioni e del 20 per cento degli incassi. “Numeri che lo collocano al primo posto in Europa e secondo nel mondo solo al Lincoln Center di New York”, dice l’amministratore delegato Carlo Fuortes: “Bisognava dare un simbolo visibile della città che cambiava. Ma per avere più turisti (7 per cento in più all’anno) non bastava aprire un nuovo spazio, bisognava confezionare un’offerta capace di aggiungere all’immenso patrimonio storico che abbiamo un’attrattiva contemporanea”.
Che l’architettura richiami pubblico e soldi l’hanno capito bene anche a Torino, che doveva reinventarsi nel dopo Fiat (12 milioni di metri quadrati l’area dismessa dalle fabbriche). Le Olimpiadi invernali sono state un prezioso investimento, ma il successo continua. “Oggi mentre organizziamo gruppi di turisti per mostrargli il palaIsozaki e l’Oval dello studio Zoppini, stiamo anche decidendo le loro nuove destinazioni: la creatura di Isozaki sarà il contenitore dei grandi eventi e spettacoli, l’Oval ospiterà le fiere. Ma solo nel 2011, quando sarà completato l’interramento del passante ferroviario, liberando una superficie che ospiterà la nuova Biblioteca di Mario Baldini, il grattacielo per la San Paolo progettato da Piano, forse la nuova sede della Regione di Fuksas e 11 grandi opere d’arte, l’operazione potrà dirsi conclusa”, spiega Anna Martina, direttore della Comunicazione, Immagine e Olimpiadi di Torino.
Tutto bene, tranne un fatto. Che la presenza dei bei nomi dell’architettura fosse necessaria per dare una spallata, è fuor di dubbio. Insistere sempre e solo su questi, magari con concorsi a chiamata, pare poco coraggioso. Ma anche qui le cose si stanno muovendo e forse è per questo che la Biennale d’Architettura (dell’autonno 2006 n.d.r.) per la prima volta nella sua storia ha ospitato una mostra dedicata all’architettura contemporanea nazionale, ‘Italia-y-2026, Invito a Verma’. A fronte di una generazione di architetti italiani, oggi sessantenni, pensionati anticipatamente, una nuova leva di professionisti è sul piede di guerra. Lo studio 5+ 1AA di Genova è riuscito ad aggiudicarsi il concorso per il nuovo Palacinema di Venezia, Marco Casamonti (40 anni) e lo studio Archea sono arrivati ex aequo con l’americano Michael Maltzan per l’area Bicocca di Pirelli Re. Pietro Carlo Pellegrini sta ridisegnando quella splendida città che è Lucca, mentre Luca Cuzzolin è al lavoro per il Design Center di San Donà di Piave. Lo studio Garofalo Miura progetta la Chiesa di Santa Maria delle Grazie a Roma e Mario Cucinella la sede unica del Comune di Bologna.
Non basta. “Se tra vent’anni ci ritrovassimo con 20 nuovi Calatrava, Foster, Meier o Hadid, non staremmo poi tanto meglio di ora: il Rinascimento ci insegna che non è questa la strada. Tornare a investire nell’architettura dovrebbe portare a una qualità minima diffusa più alta”, afferma Alfonso Femia, 39 anni, uno dei fondatori di 5+1AA, che vanta progetti dall’Italia (un Centro Espositivo ricavato dall’ex Palazzo del Ghiaccio di Milano, il Centro commerciale di Assago, un’area nella romana Città dello Sport) alla Cina (master plan di Guangzhou).. “Va bene chiamare le archistar, ma per farle lavorare insieme ai nostri ingegneri, politici, amministratori. Per creare un nuovo percorso culturale. Spesso non sono le grandi opere a correggere il maltrattato territorio italiano, ma le piccole e medie: le scuole, gli uffici, le case”.
Ecco il cuore del problema. Quanto bisogno c’è di landmark? A che serve la ‘Superarchitettura’, come la chiamano gli olandesi? A mettere in mostra la città o a ridefinire il paesaggio attraverso segni meno vistosi ma più sostenibili? “Davanti a un’operazione come quella del ponte di Calatrava all’ingresso della mia città, mi chiedo quanto questo segno, pur bellissimo, possa riqualificarla”, afferma Giovanni Catellani, assessore alla Cultura di Reggio Emilia: “Operazioni simili sono grandi occasioni di richiamo e di investimento per la committenza pubblica, ma se non agiscono nel tessuto della città, correggendone l’eccesso di sviluppo quantitativo – come è stato a Reggio Emilia – rischiano di essere simboli estranei. Che sul lungo periodo possono rivelarsi addirittura dannosi”. Le ricostruzioni sono appena iniziate. Le polemiche pure.

…………….

Il caso. Salta il progetto di Shigeru Ban, la protesta di Tokio. Spesi sei milioni
La struttura pensata dal collaboratore di Isozaki era stata presentata al G8

L’AQUILA, STOP AL PIANO DELL’ARCHISTAR
(e il nuovo conservatorio costa il triplo)

Di Orazio La Rocca, da “la Repubblica”del 10/12/2009

Tre megacapannoni – realizzati con moduli edilizi allestiti per usi scolastici provvisori – al posto di una struttura progettata da uno dei più grandi architetti contemporanei, il giapponese Shigeru Ban. La qualità architettonica sacrificata e, quel che è peggio, una grossa perdita economica visto che il nuovo progetto costa circa sei milioni di euro, una cifra quasi tre volte superiore alla previsione di spesa del piano di Ban.

il piano di Shigeru Ban

Ed a farne le spese è il conservatorio “Alfredo Casella” dell’Aquila, danneggiato, come tanti altri edifici, dal sisma. In attesa del suo restauro, si erano subito mobilitati il governo giapponese e Shigeru Ban, specializzato in progettazioni in zone colpite da terremoti o tsunami.
Ban – collaboratore, tra l’altro, di un altro grande architetto, Arata Isozaki – aveva disegnato gratis il nuovo conservatorio e l’auditorium capace di ospitare 600 persone. Il progetto era stato persino presentato dal premier giapponese Taro Aso a Silvio Berlusconi al G8 del luglio scorso all’Aquila. Costava 1,5 milioni di euro, 500 mila dei quali già messi a disposizione dal governo giapponese. Al resto ci avrebbe pensato lo stesso Shigeru Ban con la sua ong, la “Voluntary architets network”. “Niente da fare, il nuovo conservatorio è stato realizzato in una struttura provvisoria con gara d’appalto gestita dalla Protezione civile, con una spesa quasi tripla rispetto al progetto di Ban, sei milioni di euro”, lamenta l’architetto Aldo Benedetti, docente alla facoltà di ingegneria dell’Aquila, delegato a dirigere il progetto di Ban.
Lo “schiaffo” all’architetto giapponese è stato riportato dal principale quotidiano nipponico, Yomiuri Shinbun (oltre 12 milioni di copie) con un articolo al vetriolo fin dal titolo, “All’Aquila, assistenza giapponese sospesa unilateralmente”. In Italia, ne parla ora diffusamente il mensile Il Giornale dell’Architettura, che nell’ultimo numero racconta il “gran rifiuto” aquilano – ma questa volta Celestino V non c’entra – con un ampio reportage intitolato “L’Aquila snobba Shigeru Ban”. Benedetti rivela pure che Guido Bertolaso, come responsabile della Protezione Civile, “l’11 novembre scorso è stato convocato dall’ambasciatore giapponese a Roma per chiarimenti” e che il sottosegretario abbia assicurato che a Ban sarebbe stato assegnato un altro incarico. “Ma non credo proprio che a questo punto il maestro accetterà”, taglia corto Benedetti.

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