Un (triste) anniversario dimenticato da molti (anche da noi): nel dicembre del 1984, 25 anni fa, in India, nel cuore della città di Bhopal, si verificò il più grave incidente chimico-industriale mai avvenuto con 25mila morti. Il futuro della chimica passerà ancora sempre di più per i paesi poveri?

manifestazione a Bhopal (nello stato indiano del Madhya Pradesh) del 3 dicembre scorso

Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 (precisamente a mezzanotte e cinque minuti), nel cuore della città di Bhopal, nello stato indiano del Madhya Pradesh, si verificò il più grave incidente chimico-industriale mai avvenuto. La fuga di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), prodotto dalla Union Carbide, azienda multinazionale americana produttrice di pesticidi, causò la morte di 25.000 persone, avvelenandone da 150.000 a 500.000. Come ha scritto Amnesty International nell’anniversario dei 25 anni dalla strage chimica di un’azienda multinazionale americana in India: “Bhopal è un caso emblematico nel contesto della responsabilità delle aziende. Non è, infatti, soltanto una tragedia dei diritti umani del secolo scorso, ma rappresenta tuttora un triste esempio di come la legge protegga le imprese potenti ma spesso abbandoni a sè stesse le persone che vivono in povertà. A distanza di 25 anni, gli abitanti di Bhopal non sono mai stati in grado di rivendicare i propri diritti e continuano a soffrire per le conseguenze del disastro”.

Il contesto di Bhopal è anche quello del progressivo spostamento delle aziende che con sempre più difficoltà possono praticare produzioni (come quella chimica) o smaltire rifiuti (tossico-nocivi), o produrre altri materiali potenzialmente assai inquinanti per l’ambiente circostante (come ad esempio i cementifici), il loro progressivo spostamento, dicevamo, verso aree del mondo più “disponibili” ad accettare (a basso prezzo) sistemi produttivi pericolosi e inquinanti, per ovvie condizioni di povertà e necessità. Non cambia pertanto la qualità delle produzioni, ma la si porta dove minori (o per niente presenti) sono le resistenze della popolazione e delle autorità pubbliche.

manifestazione a Bhopal del 3 dicembre scorso

La chimica ha sicuramente avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dei consumi (a basso prezzo) per le persone; e per questo facciamo fatica a tirarcene fuori, essendo noi un po’ tutti più o meno coinvolti, nei nostri consumi. Ma anche in questo campo (come in quello prospettato dai cambiamenti climatici che purtroppo non ha sortito effetti positivi di cambiamento a Copenaghen) sembra che siamo arrivati al dunque. E si pone ancora una volta l’annoso problema di come garantire a tutti (a tutto il mondo) beni di consumo a basso prezzo per migliorare le proprie condizioni di vita (e senza inquinare il mondo con prodotti, come le plastiche, di difficile smaltimento).

Su questo dobbiamo fare in modo che possa affermarsi una chimica controllata e garantita al massimo possibile, che produca beni durevoli nel tempo: pertanto la drastica riduzione del potenziale di produzione chimica del pianeta (in crescendo per le giuste necessità di popolazioni emergenti dalla povertà) è connaturato alla creazione di prodotti che siano il più possibile durevoli nel tempo.

E quanto accaduto a Bhopal 25 anni fa (la colonizzazione dell’industria inquinante dei Paesi poveri), nella sofferenza ancora presente di quelle popolazioni, sia perlomeno un segnale di nuova prospettiva di sviluppo globale dove nessuno debba soccombere alle necessità del benessere consumistico di altri. 

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Bhopal, indiani in piazza 25 anni dopo

da “il Corriere della Sera” del 3/12/2009  – Il Premier Singh : «L’enormità di quella tragedia pesa sulla nostra coscienza collettiva»  – Nel 1984 la catastrofe chimica con migliaia di morti. I manifestanti: «Impianto ancora contaminato»

Il 3 dicembre del 1984 una nube altamente tossica fuoriuscì dalla fabbrica della Union Carbide India Limited (UCIL) di Bhopal, filiale indiana di uno dei giganti americani della chimica: i morti furono migliaia, tra 8.000 e 10.000 secondo il Centro di ricerca medica indiana, oltre 25.000 secondo Amnesty International.

Ancora oggi, almeno centomila persone soffrono di malattie croniche, come conseguenza della contaminazione della falda freatica. A un quarto di secolo di distanza, l’impianto giace abbandonato e dietro i suoi pesanti portoni d’acciaio c’è quello che gli ambientalisti definiscono «un disastro nel disastro», un luogo ormai altamente inquinato che, secondo nuovi studi, sta lentamente avvelenando l’acqua potabile per migliaia di indiani. Per questo migliaia di persone, sopravvissuti e attivisti, hanno marciato per le strade di Bhopal, scandendo slogan contro il governo e la Union Carbide ed esigendo risarcimenti per la popolazione e un intervento più incisivo per decontaminare la zona.

SOSTANZE CANCEROGENE – Il premier indiano Manmohan Singh, nel ricordare l’incidente, ha dichiarato: «L’enormità di quella tragedia dovuta alla negligenza pesa ancora sulla nostra coscienza collettiva». Dalla fabbrica fuoriuscirono 40 tonnellate di isocianato di metile, un prodotto utilizzato per fabbricare pesticidi, altamente tossico e irritante, che può causare edema polmonari o polmoniti, enfisemi ed emorragie.

L’impianto teatro dell’incidente è ora abbandonato, il governo del Madhya Pradesh lo ha riacquistato nel 1998, ma secondo gli ambientalisti tutta la zona è ancora contaminata. Nessuno è mai stato processato per l’incidente di Bhopal, ma la Union Carbide ha versato 470 milioni di dollari di risarcimento al governo indiano.

Alcuni inviati della britannica Bbc hanno preso un campione di acqua da una fontana a nord dell’impianto e lo hanno analizzato in Gran Bretagna: in esso è stato ritrovato un quantitativo mille volte superiore a quello raccomandato dall’Oms di tetracloruro di carbonio, una sostanza inquinante con effetti cancerogeni e dannosi per il fegato.

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INDIA
3/12/2009

BHOPAL 25 ANNI DOPO:  UNA FIACCOLATA PER FAR LUCE SULL’ INGIUSTIZIA

da MISNA (Missionary International Service News Agency)

Nella notte scorsa, nelle stesse ore in cui 25 anni fa (il 3 dicembre 1984) avveniva la perdita di gas velenoso dall’impianto della ‘Union Carbide’, una fiaccolata con migliaia di persone ha marciato per Bhopal chiedendo giustizia per le vittime rese invalide dal più grave incidente industriale della storia. Si stima che almeno 3500 persone in quelle ore e 20.000 nei giorni seguenti morirono avvelenate dalla nube di gas metilisocianato, formatasi per il riversamento di acqua in un serbatoio della fabbrica di pesticidi, che invase la vicina baraccopoli.

Secondo il ‘Bhopal group on information and action’, oltre mezzo milione di persone ha subito ferite o danni permanenti per l’esposizione al veleno, molti con conseguenze gravissime sulla qualità di vita, e altre continuano ad ammalarsi a causa dell’inquinamento della zona. “Ancora non è fatta giustizia! . ha detto alla Radio vaticana l’arcivescovo di Bhopal monsignor Leo Cornelio – Tante persone soffrono ancora, soprattutto i poveri.

Certamente dopo questi 25 anni il ricordo di quella tragedia rimane, perché anche l’ingiustizia rimane”. Il presule ha ricordato la fiaccolata e le molte iniziative di protesta realizzate di questi anni ma “non fanno notizia. Si tratta di poveri e quindi non hanno voce” ma a Bhopal “ci sono tanti problemi che non sono stati ancora risolti”.

Provando sconcerto tra la popolazione, ieri, l’Alta corte di Japalpur, capitale del Madhia Pradesh, lo stato indiano dove si trova Bhopal, ha respinto la richiesta delle vittime di rivedere l’accordo firmato nel 1989 tra governo e ‘Union Carbide’ per un risarcimento di 470 milioni di dollari inizialmente destinati a circa 105.000 feriti e ai parenti di 3000 morti, ma poi, dopo accertamenti sul campo tra le persone esposte al veleno e loro parenti, il numero dei risarciti fu alzato a 600.000 persone, che ricevettero ognuno in media 12,410 rupie, pari a 269 dollari.

Le vittime del disastro industriale, assistite da organizzazioni per i diritti umani, nel 2004 sono riuscite ad presentare alla Corte Suprema di New Delhi una richiesta di riapertura del caso, seguita tre anni dopo da una sentenza che evidenziava un difetto di competenza e rimandava la questione all’alta corte di Japalpur. Alla notizia delle sentenza negativa, gli attivisti hanno dichiarato alla stampa che torneranno a rivolgersi alla Corte Suprema di New Delhi. La gente di Bhobal chiede inoltre a gran voce la completa bonifica dell’impianto e dell’area circostante, ricevendo dai governi locali e nazionali solo promesse, mentre la ‘Down Chemical’, che nel 2001 ha acquistato la ‘Union Carbide’, respinge ogni addebito sostenendo di non avere responsabilità di quanto avvenuto prima dell’acquisizione.
(da: http://www.misna.org/ )

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Da: http://www.ambienteweb.org/

Bhopal e’ un caso emblematico nel contesto della responsabilita’ delle aziende. Non e’, infatti, soltanto una tragedia dei diritti umani del secolo scorso, ma rappresenta tuttora un triste esempio di come la legge
protegga le imprese potenti ma spesso abbandoni a se stesse le persone che vivono in poverta’. A distanza di 25 anni, gli abitanti di Bhopal non sono mai stati in grado di rivendicare i propri diritti e continuano a soffrire per le conseguenze del disastro.
La storia
Il 2 dicembre 1984, qualche minuto prima della mezzanotte, migliaia di tonnellate di isocianato di metile, un agente chimico utilizzato nella produzione di pesticidi, e oltre 12.000 chili di reagenti chimici
fuoriuscirono dallo stabilimento di pesticidi della Union Carbide (oggi Dow Chemical Company) di Bhopal, in India. Circa mezzo milione di persone fu esposto a questi gas tossici. Nel giro di pochi giorni ci furono tra le 7000 e le 10.000 vittime e altre 15.000 persone morirono nei 20 anni successivi. La maggior parte viveva in condizioni di poverta’ negli insediamenti abitativi precari che circondavano la fabbrica. Le vittime
erano spesso l’unica o la principale fonte di reddito delle rispettive famiglie e molti hanno perso anche il bestiame, altra fonte di reddito fondamentale. A causa dei problemi di salute, in migliaia hanno perso il
lavoro o la capacita’ di guadagnare denaro. In pratica, tutti quelli che sono stati colpiti dalla fuoriuscita dei gas sono stati trascinati ancora piu’ a fondo nella poverta’.
A distanza di quasi 25 anni, l’area di Bhopal non e’ ancora stata bonificata ne’ sono state condotte inchieste adeguate sull’incidente e sulle sue conseguenze. Piu’ di 100.000 persone continuano a soffrire di
malattie associate al disastro, come disturbi respiratori, cancro, ansia e depressione, malformazioni genetiche e i sopravvissuti sono tuttora in attesa di ottenere una riparazione equa e adeguata per le sofferenze che il disastro ha provocato.
Sebbene il disastro sia avvenuto 25 anni fa, il terribile impatto della fuoriuscita di gas tossici sulla popolazione, sui terreni, sulle falde acquifere e nell’aria, e’ ancora presente. Molti sopravvissuti aspettano
ancora di ottenere un risarcimento economico. Il sito della fabbrica non e’ ancora stato decontaminato. La fuoriuscita delle sostanze chimiche, cosi’ come il loro impatto, non sono mai state adeguatamente affrontate.
Le misure messe in atto dal governo indiano per avviare una riabilitazione dei sopravvissuti al disastro – sia dal punto di vista delle cure mediche sia della riabilitazione socio economica – sono state insufficienti.
Nel febbraio 2001, inoltre, la Union Carbide e’ passata sotto il totale controllo della Dow Chemical Company. Anche se la Union Carbide continua a essere un’entita’ giuridica separata, la sua identita’ aziendale e tutte le sue attivita’ sono interamente integrate con quelle della Dow che, tuttavia, continua a dichiarare pubblicamente di non avere alcuna responsabilita’ per la fuoriuscita delle sostanze tossiche o per l’inquinamento provocato dall’impianto di Bhopal.
Nell’agosto 2008, il governo indiano si e’ impegnato ad affrontare alcune delle richieste della gente di Bhopal. Una delle sue principali promesse era di istituire una Commissione con pieni poteri sul disastro di Bhopal con autorita’ e risorse adeguate per guidare e coordinare l’azione di governo. Secondo il governo, il processo di costituzione della Commissione e’ stato ritardato a causa delle elezioni politiche del 2009. Tuttavia, nel luglio 2008 una bozza del mandato della Commissione era gia’ stata approvata da alcuni ministeri e il primo ministro aveva piu’ volte sostenuto l’iniziativa.

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… A tanti anni dalla catastrofe, cinquemila famiglie dell’Orya basti, di Chola e di Jai Praksh Nagar continuano a bere l’acqua dei pozzi inquinati della fabbrica. Prelievi effettuati da Greenpeace nel dicembre 1999 nei dintorni dei vecchi laboratori rivelano la presenza di tassi di tetracloruro di carbonio seicentosettantadue volte più alti della quantità massima accettabile, e di cloroformio e di tricloroetilene rispettivamente duecentosessanta e cinquanta volte superiori alla stessa dose.
La Union Carbide non ha mai subito processi per il delitto commesso a Bhopal. Nè il governo indiano che sosteneva di rappresentare le vittime nè gli avvocati americani che avevano estorto migliaia di procure a povera gente sono riusciti a ottenere che la giustizia d’oltre Atlantico si dichiarasse competente in una catastrofe che si era verificata fuori dal territorio degli Stati Uniti…

…I difensori della Carbide si opposero dicendo che nessun tribunale americano poteva valutare il prezzo di una vita umana del Terzo mondo. “Come stabilire i danni inflitti a gente che vive nelle capanne?” chiese uno di loro. Un giornale s’incaricò di fare il calcolo. “Una vita americana vale all’incirca cinquecentomila dollari” scrisse il Wall Street Journal. “Tenuto conto del fatto che il prodotto nazionale lordo dell’India rappresenta l’1,7% di quello degli Stati Uniti, la Corte dovrà risarcire il decesso di ogni vittima indiana nella stessa proporzione, ossia versando un indennizzo di ottomilacinquecento dollari (circa diciotto milioni di lire).” Un anno dopo la catastrofe, le vittime non avevano ancora ricevuto una sola rupia dalla multinazionale…
……nell’agosto 1999 il grosso della società fu rilevato, per nove miliardi e trecento milioni di dollari, dal gruppo Dow Chemical….. I promotori delle diverse azioni legali contro la multinazionale di Danbury resero noto che avrebbero obbligato la Dow Chemical ad assumersi le sue responsabilità penali. A questa dichiarazione fece seguito un’immediata risposta del suo presidente: “Non posso assumermi la responsabilità di un avvenimento che risale a quindici anni fa, riguardante un prodotto che non abbiamo mai trattato, in un luogo in cui non abbiamo mai lavorato.”……
Da “Mezzanotte e cinque a Bhopal” di D. Lapierre e J. Moro-Mondadori, 2001.

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Articolo da “Il Manifesto” del 4 gennaio 2003

Bhopal, la Dow denuncia le vittime

di Carola Frediani
Una multinazionale che fa causa alle sue vittime: l’incredibile vicenda, denunciata da Greenpeace, sta accadendo in India, dove la Dow Chemical, colosso della chimica che nel 2001 si è fusa con la Union Carbide, ha chiesto 10 mila dollari di danni ai sopravvissuti della tragedia di Bhopal, colpevoli di aver manifestato per due ore davanti alla sua sede di Bombay e di aver quindi interrotto il suo lavoro. Alla faccia della corporate responsibility tanto decantata sullo stesso sito internet della Dow.

Del resto si tratta solo dell’ultimo tassello di una tragedia che da 18 anni (l’articolo è del 2003, ndr) colpisce gli abitanti di Bhopal, che nel 1984 subirono una delle peggiori catastrofi ambientali del mondo, quando dallo stabilimento dell’allora Union Carbide che produceva pesticidi fuoriuscirono 40 mila tonnellate di gas letale, per un bilancio di 8 mila morti nei primi tre giorni, più altre 500 mila persone seriamente intossicate. Nel corso degli anni si calcola che siano deceduti almeno 20 mila abitanti, e che ancora oggi ne muoia uno al giorno per le conseguenze di quel disastro. Ma procediamo con ordine.

Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984 a Bhopal dalla fabbrica della Union Carbide si disperse nell’aria una miscela di gas letali (tra cui isocianato di metile e acido cianidrico) che inquinò un’area di 40 mila metri quadrati dove vivevano mezzo milione di persone. Come si è detto il numero immediato delle vittime fu altissimo, ma le conseguenze della tragedia, allora ancora imprevedibili anche per la reticenza nel dare spiegazioni da parte della stessa compagnia, furono se possibile anche peggiori. A tutt’oggi non c’è stata alcuna operazione di bonifica dell’area, e come se il tempo non fosse passato l’impianto è rimasto nelle condizioni di 18 anni fa, con i prodotti letali ancora stoccati, con bidoni di sostanze chimiche che continuano ad inquinare la falda acquifera e i campi coltivati. Altissimo è ancora adesso il numero di tumori, aborti, e nascite con malformazioni.

Dopo anni in cui la Union Carbide ha cercato di minimizzare la portata dell’episodio sottraendosi alle proprie responsabilità (molti sospettano che la causa principale dell’incidente fu dovuta ai tagli sulle misure di sicurezza), un accordo tra il governo indiano e la compagnia si è risolto in un indennizzo irrisorio: 473 milioni di dollari, ovvero circa 350-500 dollari a vittima. Delle briciole insomma, specie se si calcola che il fatturato annuo della Dow Chemical, che ha acquisito la Union Carbide, è di 26,5 miliardi di dollari e che la stessa multinazionale Exxon per l’incidente della Exxon Valdez in Alaska (in cui direttamente non morì nessuno) ha pagato finora 5 miliardi di dollari di danni.

E dunque gli abitanti di Bhopal non si sono accontentati. La loro posizione del resto sembrerebbe seguire appieno la logica della corporate responsibility: così come la Dow Chemical ha acquisito attività e benefici della Union Carbide, sostengono gli attivisti, deve accollarsi anche le passività e le responsabilità. Pertanto il 2 dicembre scorso a Bhopal, nell’anniversario di quella tragedia, alcune centinaia di donne hanno sfilato fin sotto la sede della Dow Chemical, chiedendo alla multinazionale americana di non ignorare le sue responsabilità e consegnando della terra e dell’acqua inquinate prelevate direttamente dai dintorni della fabbrica abbandonata.

Le donne avevano in mano anche delle Jhadoo, delle scope tradizionali (simbolo del potere femminile) che volevano ricordare alla Dow la necessità di una bonifica del territorio. Tra le altre richieste, un giusto compenso per le vittime e le loro famiglie, e l’estradizione dagli Stati Uniti di Warren Anderson, ex amministratore delegato della Union Carbide tuttora ricercato dall’Interpol. Alle richieste delle donne alla manifestazione di Bombay del 2 dicembre ha risposto un funzionario della Dow, che le ha riassicurate, promettendo di far presenti le loro rivendicazioni alle «alte sfere» della multinazionale. Dopo qualche tempo, la risposta delle «alte sfere» alle manifestanti è stata una richiesta di danni per «perdita di lavoro».

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