Iran: il Mondo che guarda a quel che lì accade – Una leadership collettiva, popolare (l’Onda verde), senza leader significativi, si contrappone a un regime fuori del tempo – i rischi di una sanguinosa guerra civile e di una lunga repressione a ogni istanza elementare di libertà e apertura al mondo

Violenti scontri e vittime a Teheran, nel giorno dell'Ashura, la più importante festa sciita. Secondo diversi siti vicini all'opposizione iraniana, la polizia ha sparato sui manifestanti, uccidendo almeno quattro persone. Ai media stranieri, dopo le controverse elezioni di giugno, è stata vietata la copertura diretta delle proteste dell'opposizione. Le foto che arrivano dalla capitale iraniana vengono fornite alle agenzie internazionali da reporter indipendenti presenti sul luogo (Ap) (da “il Corriere.it”)

Dopo gli scontri dell’estate, scoppiati a causa delle proteste e delle insurrezioni popolari che contestavano il verdetto delle elezioni del 12 giugno che assegnava la vittoria al presidente uscente Ahamdinejad (contro l’altro candidato, riformista, Moussavi), la rivolta contro il regime è di nuovo scoppiata con la festa dell’Ashura di domenica scorsa (con una dura repressione). Il nuovo elemento scatenante la rivolta popolare al duro regime iraniano è questa volta sorto dalla morte (naturale), il 19 dicembre scorso, del “Grande Ayatollah” Hossein Alì Montazeri, riferimento dei movimenti dei dissidenti al regime di Ahmadinejad. I funerali che ci sono stati il 21 dicembre a Qom (città natale di Montazeri) hanno portato alla cerimonia funebre decine di migliaia di persone, con duri scontri con la polizia. Altri scontri ci sono poi stati il 23 dicembre nella città di Isfahan, luogo di commemorazione di Montazeri. E così è accaduto anche il 24 dicembre a Qom e il 26 a Teheran.

L’Ashura, il giorno dell’espiazione, è una delle feste più sentite dai musulmani sciiti. L’Ashura è stata spesso una ricorrenza simbolo per le rivolte. Cade il decimo giorno del mese di Muharran, un periodo di lutto per la comunità religiosa. Durante le processioni nelle strade, i fedeli, che indossano vesti nere, in una sorta di estasi mistica collettiva si colpiscono il petto con catenelle e si flagellano la schiena, sfilando in corteo coperti di sangue al ritmo martellante dei tamburi. Così ricordano il martirio dell’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto, che nel 680 d.C., nella pianura di Kerbala, con soli 72 uomini, sfidò l’esercito di 4.000 soldati del califfo omayyade Yazid. La battaglia di Kerbala fu una battaglia segnata, un sacrificio consapevole in campo aperto e nell’Ashura si ricorda la dissociazione radicale degli sciiti da coloro che commettono ingiustizia e propagano la corruzione sulla terra. L’Ashura è stata spesso una ricorrenza simbolo per le rivolte sciite: in Iran, dove il 90% della popolazione appartiene a questa fede, l’ayatollah Khomeini aveva proclamato l’Ashura giornata di lotta contro la tirannia monarchica e in questa ricorrenza, nel 1978, si svolsero le massicce proteste di piazza che spianarono la strada alla caduta dello Scià, l’anno successivo.

Insomma tutti gli analisti di geopolitica, conoscitori della realtà iraniana, sembrano focalizzare la situazione di quel paese così esplosiva in questo contesto: cioè l’insostenibilità interna di un regime che fa la voce grossa con il mondo intero, minacciando, in modo sotterraneo, la costruzione della bomba atomica (pur ribadendo, ma nessuno li crede, che farà un uso, del nucleare, solo civile, per la produzione energetica) e con dichiarati progetti di distruzione dello Stato di Israele. In un contesto di squilibrio asiatico mediorientale che l’Iran rappresenta, è emblematico che i maggiori problemi al regime vengano proprio dall’interno del Paese: giovani, studenti, classi medie che oramai non sopportano più un regime tradizionale autoritario con usi e costumi (pensiamo in particolare al ruolo della donna) fermo a decine (centinaia?) di anni fa; e la ribellione è palese (specie nelle grandi città). In un contesto dove i leader riformisti sembrano comunque in una posizione molto moderata, non siamo in grado di dire se questa “opposizione moderata” avvenga per responsabilità morale (onde evitare bagni di sangue, una terribile guerra civile) o se per un mancato coraggio e una più convinta contrapposizione al regime (ci pare che si possa optare per la prima ipotesi).

Cosa accadrà di qui ai prossimi mesi in Iran?  Non è facile prevedere una situazione che per ora appare senza uno sbocco intermedio: il regime è probabile che reprimerà ogni opposizione duramente; la gente, nelle città, è altrettanto probabile che continuerà a protestare, vista l’insostenibilità dei metodi autoritari esercitati dal potere. Qualche “crepa” al potere autoritario potrebbe aprirsi negli apparati di sistema del regime (ad esempio i poliziotti che incominciano a rifiutarsi di svolgere solo funzioni di repressione); e un compito positivo lo potrebbe svolgere la comunità internazionale appoggiando e cercando possibili collegamenti con quella società iraniana che ora si oppone al regime: pensiamo al ruolo che potrebbero avere, oltre ai governi, istituzioni culturali come Università o Fondazioni, aiutando e sostenendo studenti iraniani e associazioni culturali di quel paese che sono in modo connaturato qualcosa d’ “altro” rispetto al regime.   

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IL REGIME SOTTO ASSEDIO

di Renzo Guolo, da “il mattino di Padova” del 29/12/2009

La Repubblica Islamica è in fibrillazione dopo i giorni dell’Ashura. Come di più di trent’annni fa, quando gli iraniani scesero in piazza contro il regime Pahlavi, la festività che ricorda il sacrificio di Hussain, terzo imam della shi’a ucciso nel 680 a Kerbala dal califfo sunnita Yazid, vero atto fondativo dello sciismo, si è trasformato in un giorno di sangue. La polizia ha sparato contro i manifestanti mentre nelle strade di Teheran si gridava «Marg bag diktator!», morte al dittatore, slogan ormai rivolto, più che a Ahamdinejad, a Khamenei.

Mutamento di bersaglio importante, perché rivela come nel mirino dell’opposizione, o almeno della sua ala più insofferente, vi sia non più la sola legittimità del voto del 12 giugno ma la stessa figura della Guida. Ovvero il nocciolo duro del potere.  Che il 10 di Moharran potesse trasformarsi in un massacro era nelle cose.

L’opposizione voleva sfruttare l’occasione: anche perché l’Ashura coincideva con la celebrazione del lutto, che si tiene sette e quaranta giorni dopo la scomparsa, dell’ayatollah Montazeri, l’ex-delfino di Khomeini divenuto, nel tempo, la fonte di legittimazione religiosa dello schieramento ostile alla diarchia Khamenei-Ahmadinejad.

Che conservatori religiosi e “partito dei militari” potessero usare la mano dura era altrettanto prevedibile. Il «basta!» alle manifestazioni annunciato, insieme alla minaccia di cancellare l’opposizione, dalla Guida poche settimane fa non lasciava dubbi. Ma violare quel divieto era una tentazione troppo forte nel giorno in cui milioni di iraniani riempivano le strade per celebrare il martirio di Hussain.

L’entità della protesta, e la sua estensione in città diverse dalla capitale, come Tabriz o Isfahan, ha indotto il regime, o la parte di esso che riteneva un segnale di debolezza non intervenire, alla pesante repressione. Almeno una quindicina le vittime: tra esse il nipote del leader dell’opposizione Moussavi, a quanto sembra vittima di una vera e propria esecuzione mirata destinata a infiammare gli animi. Una scelta, nel giorno di una ricorrenza che mette al centro il rifiuto dell’ingiustizia e dell’oppressione, destinata a spostare consenso verso l’opposizione.

L’Ashura del 2009 segna, dunque, il massimo punto di crisi dell’ala dura del regime. Rotto, ancora una volta dopo Neda, il tabù del sangue, è prevedibile che si inneschi una vorticosa spirale reazione-repressione, che potrebbe avere sviluppi impensati. E non solo per le ricorrenti voci di poliziotti che rifiutano di sparare a altezza d’uomo. Pochi, dentro e fuori l’Iran, pensavano che dopo la fiammata seguita al 12 giugno la protesta sarebbe proseguita. Soprattutto in assenza di un leader carismatico, qualità che Moussavi non possiede.

Eppure l’Onda verde è riuscita a trasformare l’assenza di carisma in leadership collettiva. Condizione che ha spinto l’opposizione ad abbandonare il realismo prudente di Khatami e di Moussavi. E a cercare, trasformando Khamenei e Ahmadinejad in novelli Yazid, la sfida destinata a mutare i rapporti di forza. I giorni di sangue dell’inverno dello scontento iraniano rivelano che in discussione è, ormai, la stessa natura del regime.

L’opposizione si nutre di parole d’ordine islamiche, così come lo sono i suoi leader e come lo era il suo punto di riferimento religioso Montazeri. Ma il sistema, irrigidito nella brutale amicizia tra turbanti e elmetti, non sembra più poter tollerare il residuo margine di pluralismo che derivava dalla istituzionalizzazione delle fazioni, che hanno garantito a lungo una dialettica interna. La pretesa delle milizie, Pasdaran e Basij, e l’ambizione di Khamenei e dell’entourage che lo circonda, di erigersi a unici e autentici custodi della Repubblica Islamica nata della Rivoluzione, non lascia spazio a mediazioni.

Così l’Ashura 2009, seguita da celebrazioni di lutti destinate a generare altri lutti, come già accadde nel 1978, e da nuovi arresti, anche di esponenti di primo piano dell’opposizione, potrebbe essere l’anticipo di uno scontro ancora più sanguinoso, destinato comunque a mutare profondamente gli equilibri politici interni e la stessa strategia americana della “mano tesa” nei confronti dell’Iran. – Renzo Guolo

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BANI SADR: ORA E’ CAMBIATO TUTTO IL REGIME DI KHAMENEI E’ AL COLLASSO

di Anais Ginori – da “la Repubblica” del 29/12/2009

PARIGI – «Dopo il massacro dell’ Ashura niente sarà più come prima». La casa di Versailles è sorvegliata da una volante della polizia. Nel grande salone, Abdolhassan Bani Sadr è in frenetica attività. Circondato da due consiglieri, ha tre telefoni che squillano contemporaneamente. Appena può, consulta il web per vedere nuove immagini che arrivano dall’ Iran e per aggiornare il suo sito in persiano.

«Fidatevi di me, questa volta è diverso», ripete l’ ex presidente iraniano, 76 anni di cui quasi trenta passati in esilio. Per la prima volta, dice, l’ ayatollah Khamenei è davvero in difficoltà. «Il popolo vuole il cambiamento e nessuno potrà più fermarlo», scandisce Bani Sadr.

Il tempo per lui si è fermato a quel 1981, quando la Guida Suprema dell’ Iran ordinò la deposizione del presidente eletto democraticamente appena un anno e mezzo prima. Sembra quasi che, proprio adesso, le lancette si siano rimesse a girare.

Signor Ban Sadr, il regime non arretra e anzi mostra un volto sempre più feroce. Come fa a essere così ottimista?

«Non stiamo parlando della protesta di un giorno. Ricordiamoci che questo movimento è nato nel mese di giugno. Esiste già da sette mesi. L’ Ashura si celebra in memoria dell’ imam Hussein, ucciso in battaglia nel 680 a Karbala. È la giornata del martirio e della redenzione più importante per gli sciiti. Ma durante le celebrazioni è diventato evidente che una parte del paese identifica ormai Hussein con l’ Iran, e il califfo Yazid che lo uccise con Khamenei».

La radicalizzazione del movimento non rischia di provocare una repressione ancora più forte?

«La prima novità è che le manifestazioni si sviluppano ormai in tutto il paese. Non più soltanto a Teheran, Shiraz, Isfahan, ma anche in città medie e piccole. Ovunque lo slogan è lo stesso. «Moharram è il mese del sangue versato, la guida Khamenei sarà insanguinata». Mi stupisce sentir dire dagli occidentali che si tratta di manifestazioni anti-Ahmadinejad. La protesta non è contro il presidente, che d’ altra parte non conta niente. Questo movimento punta dritto a Khamenei».

In questi mesi cos’ è cambiato in Iran?

«Tutto è cominciato con la frode elettorale delle elezioni di giugno. Una parte del popolo ha capito che Khamenei ne era responsabile. Col tempo però il movimento si è allargato, iniziando ad attaccare il regime alle sue fondamenta. Oggi viene contestato il principio in base al quale Khamenei ha pieni poteri. Non si tratta più di avere un presidente piuttosto che un altro. Il popolo adesso chiede una rivoluzione democratica, non accetterà piccoli aggiustamenti. L’ altra novità, a mio avviso storica, è la pluralità delle forze di opposizione che sono scese in campo dopo la morte di Hossein Ali Montazeri».

L’ ayatollah dissidente è diventato un simbolo per l’ opposizione?

«La sua memoria è stata onorata da tutti. Da chi sta sinistra e chi sta a destra, dai gruppi marxisti e da quelli laici, fino ai monarchici o ai repubblicani. Montazeri ha avuto due vite. Quella precedente è durata fino alla sua destituzione ordinata da Khomeini. Nella sua seconda vita è diventato invece un religioso che parla di diritti umani, di libertà, che si oppone alle condanne a morte. Effettivamente intorno alla sua figura si sono riconciliate diverse tendenze politiche. Questo dimostra che il popolo iraniano rifiuta il discorso dell’ Islam violento di Khamenei e vuole invece la visione più moderata di Montazeri».

Perché è così convinto che il massacro dell’ Ashura sia uno spartiacque nella storia dell’ Iran?

«Non è la prima volta che accade. Khomeini lanciò la sua prima sfida allo Scià nel giorno di Ashura del 1963. La Rivoluzione approfittò della stessa data alla fine del 1978 per costringere il monarca ad andarsene, cosa che avvenne due mesi dopo. Ma la violenza che abbiamo visto questa volta è eccezionale anche per noi. Inoltre, è la negazione dei principi spirituali sui quali si basa l’ attuale dittatura. Secondo le mie informazioni, all’ interno del regime c’ è chi pensa che Khamenei stia mettendo in pericolo la sopravvivenza del regime. E per la prima volta ci sono state anche forze dell’ ordine che hanno rifiutato di sparare sulla folla».

Cosa accadrà nei prossimi giorni?

«Tra un mese celebreremo l’ anniversario della Rivoluzione. Prevedo nuove manifestazioni. E anche dopo. Continueranno finché il popolo vincerà. Ci sono tanti segnali incoraggianti. Altre volte ho sperato che l’ Iran potesse tornare ad essere una democrazia. Ma questa volta è diverso. Per la prima volta il regime ha cominciato a tremare».

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IRAN, STRETTA SUI LEADER DELL’OPPOSIZIONE: “NEMICI DI DIO, VANNO GIUSTIZIATI”

Ahmadinejad: «Le proteste sono una pagliacciata organizzata da americani e sionisti»

Teheran attacca Londra: «Basta interferenze». Arrestati la sorella del premio Nobel Ebadi e il riformista Karroubi

da “il CorriereDellaSera.it” del 29/12/2009

TEHERAN – «Una nauseante mascherata promossa da americani e sionisti». Così il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha definito le manifestazioni di protesta degli oppositori al suo regime, in cui sono morte quindici persone (ma il bilancio ufficiale è fermo a otto). «La nazione iraniana ha visto molte di queste mascherate: un sionista e un americano hanno ordinato la carnevalata e ne sono gli unici spettatori». Quindi la minaccia: «È uno spettacolo che fa vomitare, ma quelli che l’hanno pianificato e quelli che vi hanno partecipato si sbagliano». Le dichiarazioni riportate dall’agenzia di stampa ufficiale Irna sono le prime fatte da Ahmadinejad dopo la violenta repressione degli ultimi giorni.

LEADER OPPOSIZIONE – Sul fronte interno ci sono stati molti nuovi arresti di oppositori, due eccellenti: quello del leader riformista Mehdi Karroubi, costretto ai domiciliari, e quello della sorella del premio Nobel per la pace Shirin Ebadi. E si rischia una nuova stretta contro i leader dell’opposizione. Un rappresentante dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema, ha dichiarato che sono «nemici di Dio» e dovrebbero essere giustiziati in base alla Sharia, la legge islamica. «Coloro che stanno dietro all’attuale sedizione nel Paese – ha detto Abbas Vaez-Tabasi, un religioso che rappresenta Khamenei nella provincia di Khorosan (nord-est dell’Iran) – sono mohareb (nemici di Dio) e la legge è molto chiara in merito a quella che deve essere la punizione per i mohareb». In Iran, la Sharia prevede appunto che siano condannati alla pena di morte. Va ricordato che tra le vittime di domenica c’è anche il nipote di Mir Hossein Mousavi, che sarebbe stato ucciso dalla polizia con dei colpi alla schiena. Mercoledì potrebbe essere un’altra giornata di tensione: il governo ha lanciato un invito a manifestare in favore del regime in tutte le città del Paese.

ATTACCO CONTRO LONDRA – Teheran attacca dunque la comunità internazionale. Il ministro degli Esteri Manuchehr Mottaki ha minacciato senza mezzi termini la Gran Bretagna, affermando che se non cesserà gli attacchi contro la repressione delle proteste «riceverà un pugno in bocca». Quindi l’ambasciatore inglese è stato convocato dal governo iraniano. Da Londra un portavoce del ministero degli Esteri ha sottolineato che il diplomatico risponderà «con forza» a ogni critica e insisterà sul fatto che l’Iran deve rispettare i diritti umani.

BOTTA E RISPOSTA – Lunedì il ministro degli Esteri inglese David Miliband aveva definito «preoccupante» la mancanza di autocontrollo mostrata dalle forze dell’ordine iraniane negli incidenti avvenuti nel giorno dell’Ashura. E condanne sono fioccate anche da altri Paesi della Ue e dagli Usa. «Le dichiarazioni di certe autorità straniere mostrano le cose vergognose che hanno fatto – ha replicato a tutti Mottaki -. Finora non abbiamo reso pubblici i loro dossier, su cosa hanno fatto e quando. Ma fortunatamente i popoli ne sono a conoscenza, e la faccenda è chiara». Dall’inizio delle proteste di piazza seguite alle elezioni presidenziali del 12 giugno, Mottaki ha affermato che il tutto era conseguenza di un complotto di Londra. Nessuna parola, invece, contro l’amministrazione americana, nonostante la presa di posizione di Obama, che ha duramente criticato Teheran e chiesto l’immediata scarcerazione delle persone «ingiustamente arrestate».

FRANCIA: LIBERATE I PRIGIONIERI – Sulla stessa linea la Francia, che chiede la liberazione degli oppositori detenuti in Iran, compresa la sorella di Shirin Ebadi. «Chiedo alle autorità iraniane di rispettare il diritto d’espressione democratica dei cittadini e dei partiti politici iraniani, di rispettare la libertà dei media e di liberare tutte le persone ingiustamente detenute» ha detto il ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, aggiungendo che l’arresto di Noushine Ebadi «costituisce una pressione inaccettabile su questa coraggiosa militante della società civile». Kouchner ha espresso preoccupazione anche per la sorte di Emadeddin Baghi, giornalista e presidente dell’Associazione di difesa dei diritti dei prigionieri politici. Anche il presidente Sarkozy ha condannato «la sanguinosa repressione delle manifestazioni» e ammonito che altri arresti «aggraverebbero ulteriormente la situazione».

«COMPLOTTO DEI MEDIA OCCIDENTALI» – Il portavoce di Mottaki, Ramin Mehmanparast, ha ribadito l’accusa a diversi Paesi di fomentare le proteste, annunciando l’apertura di un’inchiesta. Ha poi precisato che diversi giornalisti sono stati arrestati «per aver agito illegalmente». Tra questi un siriano inviato di Dubai Tv; Mohammad Javad Saberi, Badrosadat Mofidi, capo dell’Associazione dei giornalisti iraniani; Nasrin Vaziri dell’agenzia Ilna e Keyvan Mehregan del quotidiano riformista Etemad. I Pasdaran, o Guardiani della rivoluzione, hanno diramato un comunicato affermando che i media occidentali distorcono le notizie con l’obiettivo di rovesciare il governo di Ahmadinejad. Sono stati arrestati anche due dirigenti del Fronte nazionale iraniano, storico partito nazional-liberale fondato nel 1949 dall’ex primo ministro Mohammad Mosaddeq. Il maggiore partito riformista, Mosharekat, ha chiesto ai responsabili del regime di «chiedere perdono al popolo e tornare alla Costituzione per uscire dalla crisi». Definisce gli incidenti di domenica «attacchi di forze militari contro gente indifesa» e le retate contro attivisti politici e giornalisti «vaste operazioni di arresti alla cieca».

ARRESTATO KARROUBI – La notizia dell’arresto dell’ex presidente del Parlamento Mehdi Karroubi è stata diffusa sui blog e su Twitter ed è stata rilanciata su Internet da un giornalista iraniano che ha dichiarato di aver ricevuto l’informazione direttamente dal figlio del leader riformista. È stato nuovamente arrestato anche il cognato dell’altro leader riformista, Mir-Hossein Mousavi. Shahpour Kazemi era già finito in carcere dopo le elezioni presidenziali di giugno con l’accusa di aver attentato alla sicurezza nazionale e pianificato «una rivoluzione» per sovvertire la Repubblica islamica. Era stato rilasciato il 26 novembre su cauzione.

Shirin Ebadi

SHIRIN EBADI

Shirin Ebadi, Nobel per la pace nel 2003, ha reso noto che sua sorella è stata fermata dai servizi segreti iraniani, precisando che tre uomini e una donna si sono presentati lunedì sera nella sua casa a Teheran. Dopo una perquisizione dell’edificio, hanno prelevato la 47enne docente di medicina Noushine Ebadi e sequestrato il suo computer. «L’hanno arrestata per costringermi a mettere fine al mio lavoro – ha detto l’avvocatessa e attivista per i diritti umani -. Non ha fatto nulla di male, non è coinvolta nelle mie attività per i diritti umani e non ha mai partecipato ad alcuna protesta». Due mesi fa Noushine Ebadi era stata convocata dagli apparati di sicurezza. «Le fu detto che doveva convincermi a cessare le mie attività in difesa dei diritti umani, altrimenti sarebbe stata arrestata – ha aggiunto Shirin Ebadi, che vive all’estero dopo le elezioni presidenziali di giugno -. L’arresto di mia sorella è un atto illegale. Il Paese ha bisogno ora di calma più che in qualsiasi altro momento e questo può essere ottenuto solo rispettando la legge. Ogni atto illegale avrà conseguenze negative».

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Iran, l’Onda verde non si ferma: scontri e 15 morti

lunedì 28 dicembre 2009, da http://www.agenziaradicale.com/

Due settimane fa l’ayatollah Khamenei lo aveva promesso: “I nemici della Repubblica islamica sono come schiuma sull’acqua e saranno eliminati agli occhi della nazione” e domenica scorsa, il giorno dell’Ashura – la più importante e sacra del calendario islamico sciita in cui si commemora l’assassinio nell’anno 680 del terzo imam, Hossein, nipote del profeta Maometto – ha visto consumarsi gli scontri più violenti e sanguinosi da quando l’Onda verde iraniana ha iniziato a manifestare nel giugno scorso contro la riconferma alla presidenza di Ahmadinejad.

Una repressione durissima che ha provocato la morte di 15 persone durante gli scontri tra dimostranti e polizia a Teheran, riconosciute anche dalla tv di Stato iraniana. Secondo il ministero dei servizi segreti, tra le vittime ci sarebbero più di dieci appartenenti ai gruppi controrivoluzionari mentre gli altri sarebbero stati uccisi da “gruppi terroristici”. Tra le vittime di domenica, anche un nipote di Mir Hossein Moussavi, ucciso da un proiettile arrivatogli al cuore, sparato dalle forze di sicurezza iraniane che, per disperdere la folla dei manifestanti, hanno colpito ad altezza d’uomo. Vista la gravità della situazione, si teme che i funerali del giovane, che si svolgeranno nella giornata di oggi, possano essere una nuova occasione di proteste contro il regime e di nuovi scontri.

Oltre ai morti accertati, l’Onda verde lascia dietro di sé anche diversi arrestati tra cui Ebrahim Yazdi – una delle voci critiche del regime, vice-premier e ministro degli Esteri nel primo governo dopo la rivoluzione del 1979 e dirigente del Movimento per la Liberazione dell’Iran – prelevato in casa sua questa mattina all’alba dalle forze di polizia e Ali Riza Beheshti, il più stretto collaboratore del leader dell’opposizione Mir Moussavi.

Niente, quindi, lascia presagire una tregua. Anzi, l’opposizione sembra intenzionata ad andare fino in fondo e anche per oggi sono previste diverse manifestazioni in tutto il Paese. Intanto, dalla Comunità internazionale continuano ad arrivare voci di condanna per la repressione da parte del governo di Ahmadinejad e dal Canada e dalla Casa Bianca sono giunte parole dure per “la violenza brutale impiegata contro cittadini che esercitavano il loro diritto alla libertà di espressione”.

Queste le parole di Mike Hammer, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale americano per il quale “Governare tramite violenza e paura non è mai giusto. La speranza, la storia ed anche gli Stati Uniti, sono dalla parte di coloro che vogliono esprimere in modo pacifico i loro diritti universali”.

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IRAN, E’ RESA DEI CONTI

da “Terra” www.terranews.it/

Alle prime ore del mattino di ieri, la televisione di Stato ammette: 15 morti. Poi la polizia rettifica: sono solo 8. In Iran un numero vero di quante persone abbiano perso la vita durante i violenti scontri di domenica scorsa, giorno di inizio della festività sciita dell’Ashura, non si avrà mai. E lo stesso vale per i feriti: 60 per il ministero della Salute, oltre 300 per i siti riformisti.
Nella confusione dei numeri una cosa è certa: il corpo di Ali Habibi Mussavi, il nipote del leader riformista Mir Hossein Mussavi, ucciso ieri a Teheran durante manifestazioni dell’opposizione, è scomparso. A denunciarlo è suo fratello Reza, secondo quanto riferisce il sito internet dei deputati riformisti. «La salma di mio fratello è stata portata via dall’ospedale e non riusciamo a ritrovarla», si legge sulla pagina web, e «nessuno ammette di avere portato via il corpo». L’agenzia ufficiale Irna ha invece reso noto che il corpo di Mussavi e quello di altri quattro rimasti uccisi ieri nella capitale sono tenuti «in custodia per l’autopsia e l’inchiesta giudiziaria».
Intanto la polizia ha negato di avere sparato, così come raccontano invece testimoni oculari che parlano di un proiettile esploso dalle forze dell’ordine e diretto verso un bersaglio simbolicamente importante: un Mussavi, un oppositore. L’incidente sembra segnare l’inizio della guerra civile. Per evitare l’ennesima occasione per manifestare contro il regime è stato fatto sparire il corpo dell’uomo. Senza salma, nessuna commemorazione.
Ma un gruppo di manifestanti inferociti ha sfidato la militarizzazione delle strade di Teheran ed è riuscito a trascinarsi fino all’ospedale, dove è stato trasportato ieri Habibi sanguinante, per chiedere di fare chiarezza su che fine avesse fatto il suo corpo. La risposta alla loro sete di giustizia non è tardata ad arrivare: la folla è stata dispersa con gas e manganelli, ormai si colpisce direttamente sulle teste.
Niente lutto quindi e nessun rispetto per il mese sacro in corso Muharram, in cui il Corano chiede di «proibire» letteralmente la violenza. In altre parole un mese (lunare) di pace, un modo come un altro per interrompere la barbara consuetudine delle tribù preislamiche di farsi continuamente la guerra. Per secoli ha funzionato. Muharram è stato il momento della pace, l’unico sangue lecito per gli sciiti era quello autoprovocato il decimo giorno del mese dalla flagellazione nel rito che ricorda il martirio di Hussein, figlio di Alì, genero di Maometto e primo imam degli sciiti. Ma ieri la giornata  del lutto si è trasformata in quella della resa dei conti.
Un’ondata di arresti eccellenti ha dimostrato ancora una volta quanto il problema dell’opposizione al regime sia qualcosa di profondamente interno alla politica, qualcosa che va al di là delle folle inferocite che reclamano maggiori diritti civili. Così, mentre le strade di Teheran continuavano ad ardere dal giorno precedente, all’alba gli apparati di sicurezza del regime hanno portato via tre stretti collaboratori del leader dell’opposizione Mir Hossein Mussavi: il capo del suo ufficio elettorale, il consigliere e il capo di gabinetto.
Ma l’arresto che ha fatto più scalpore, anche all’estero, è quello dell’ex ministro degli Esteri Ebrahim Yazdi, segretario del partito politico d’opposizione Movimento per la libertà. Yazdi era stato messo agli arresti per 72 ore anche dopo le elezioni presidenziali di giugno, poi era tornato libero. Fedelissimo dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, così come il recentemente scomparso ayatollah Alì Montazeri, non ha nascosto le sue critiche al tandem ultraconservatore della guida suprema, ormai priva di autorevolezza spirituale presso molti cittadini iraniani, insieme con il presidente Ahmadinejad.
Il leader appare ormai sullo sfondo della scena politica: «È solo una pedina di Khamenei» urlava la folla durante la manifestazioni. Sarà, ma intanto è contro di lui che si rivolge l’accusa unanime dell’Unione europea e degli Stati Uniti per quanto sta accadendo nel Paese.

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Iran: con la morte di Montazeri finisce la rivoluzione islamica

da Limes, rivista italiana di Geopolitica

di Bijan Zarmandili

L’ayatollah era la coscienza critica del regime. La storia del religioso, da successore predestinato di Khomeini agli arresti domiciliari. L’opposizione perde una figura morale, ma non aveva un ruolo politico. Khamenei, il suo grande nemico, sempre più ostaggio dei militari. Le incertezze dell’opposizione.

Tra scontri, provocazioni, ipocrite condoglianze, ma anche con la partecipazione di centinaia di migliaia di persone comuni, è stato sepolto l’ayatollah Ali Hussein Montazeri nel cimitero vicino al mausoleo della Santa Masumè nella città di Qom. L’ayatollah Montazeri, che avrebbe dovuto succedere a Khomeini, ma defenestrato quando il fondatore della Repubblica islamica era in vita, è stato il più autorevole e il più costante critico delle degenerazioni della rivoluzione del 1979 in Iran e per la sua tenace opposizione ha pagato prezzi altissimi fino all’ultimo istante della vita, morendo a 87 anni costretto agli arresti domiciliari che duravano da sei anni per ordine del leader supremo Ali Khamenei.
Definire l’ayatollah Montazeri la coscienza critica del regime khomeinista non sarebbe infatti un azzardo retorico: di lui si ricorda l’ opposizione alle migliaia di condanne a morte emesse dai tribunali rivoluzionari agli albori del regime khomeinista, la denuncia dell’introduzione di Velayate-e-Faghih nella Costituzione che concede il diritto di veto a tutti livelli della vita politica del paese al capo supremo del regime, la critica alle strategie affrettate e avventuristiche nel corso della guerra contro gli iracheni e la sua indignazione quando l’eredità della rivoluzione è stata consegnata nelle mani inesperte di Ali Khamenei dopo la morte di Khomeini. La sua voce critica si è sentita altissima fino a pochi giorni prima della morte, quando ha denunciato la barbara repressione messa in atto da Khamenei, dai Pasdaran e da Ahmadinejad contro il movimento verde nato all’indomani delle presidenziali dello scorso giugno.
L’ayatollah Montazeri, quindi,  padre nobile, ma anche  padre bistrattato, violentemente emarginato e spesso deriso della rivoluzione del ’79,  la cui uscita di scena conclude emblematicamente e definitivamente i residui di una rivoluzione islamica che persisteva nella Repubblica degli ayatollah: un processo già da tempo in atto, nel corso del quale progressivamente il regime con forti caratteristiche teocratiche si è mutato in un Stato islamo-militarista.
L’interrogativo che si pone ora, all’indomani della morte dell’ayatollah Montazeri, è in quale direzione si muoverà nei prossimi anni la Repubblica islamica; quale sarà la sorte del giovane movimento di protesta verde che tenacemente resiste e quale sarà il destino del potere concentrato oggi nelle mani di Khamenei, Ahmadinejad e dei pasdaran?
Intanto, va sottolineato che il peso politico dell’ayatollah Montazeri nella recente e odierna crisi politica in Iran è stato un peso relativo. Nel senso che il vecchio ayatollah esercitava una funzione innanzitutto morale, mentre le linee strategiche su cui si è mosso e si muove il movimento di contestazione erano e sono elaborate altrove, all’interno della tradizione riformista (Khatami) e di quella pragmatica (Rafsanjani), ambedue maturate indipendentemente dalla figura e dall’ opera dell’ayatollah Montazeri. Il che vuol dire che la sua morte lascia orfano il movimento dal punto di vista morale, ma non da quello politico.

Certamente non va sottovalutata la rivalità storica tra Montazeri e Khamenei nel campo degli studi teologici (i titoli accademici e religiosi di Montazeri sono imparagonabili a quelli di Khamenei), ma il problema che si pone ora è se la morte di Montazeri rafforzi la posizione di Khamenei all’interno della gerarchia sciita. Paradossalmente la risposta a tale interrogativo potrebbe essere negativa: in assenza di una figura autorevole nella gerarchia sciita, quale fu l’ayatollah Montazeri, Khamenei verrà identificato ancora più immediatamente come un religioso al servizio dei militari, anziché dell’ “Ommat islam”, il popolo dei musulmani.
Le ultime scelte di Khamenei, il suo appoggio incondizionato a Ahmadinejad, ai pasdaran, ai picchiatori e torturatori Basiji, le sue minacce ai leader di opposizione e l’avallo che viene dal suo Ufficio nei confronti di chi invoca la fucilazione di Mir Hussein Mousavi e di Mahdi Karrubi e  l’arresto di Mohammad Khatami e Hashemi Rafsanjani, hanno notevolmente compromesso il prestigio di Khamenei all’interno degli ambienti, associazioni e circoli religiosi.
La figura compromessa di Khamenei all’interno della gerarchia sciita è il punto nevralgico intorno al quale  potrà prodursi in futuro una evoluzione della Repubblica islamica. L’ambiguità della funzione della guida della rivoluzione (Khamenei) avrà in modo irreversibile delle ripercussioni negative sia sull’Esecutivo (Ahmadinejad) che sul corpo dei pasdaran. La debolezza di Khamenei potrà provocare una fragilità strutturale dello stesso regime con delle conseguenze drammatiche: la tentazione di una repressione ancora più radicale (Tienanmen?, ma la Repubblica islamica iraniana non è la Repubblica popolare cinese), oppure una seconda rivoluzione, che questa volta rischierà di trasformarsi, più che altro, in una guerra civile.

Lungo queste strade perigliose cammina da sette mesi il movimento d’opposizione verde, un percorso compiuto fin qui con la dovuta cautela, ma anche con alcune incertezze sostanziali. Rimanendo nel recinto del sistema islamico (è fallita la provocazione di strappare le foto di Khomeini nel corso delle manifestazioni in occasione della “Giornata dello studente”, il 7 dicembre) e non esponendosi al pericolo con lo scegliere la prova di forza nelle piazze secondo il calendario degli avvenimenti nazionali e religiosi, è stato fin qui garantita al movimento, non solo la sopravvivenza, ma anche una visibile crescita, grazie anche al pessimo secondo governo di Ahmaedinejad. Ma fino a quale punto l’odierna opposizione resisterà con l’illusione di poter democratizzare il complessivo sistema nato dalla rivoluzione khomeinista quando il vertice di quella rivoluzione è ormai nelle mani dei militari e l’ultimo suo padre nobile è sepolto nella città santa di Qom?

(da http://temi.repubblica.it/limes/category/rubriche/ilcuoredelnemico )

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