Addio agli “anni zero”, un decennio “orribilis”: lascia un mondo frammentato (per fortuna c’è Obama), tra incombenti catastrofi climatiche e paesi poveri che vogliono uscire dalla fame – L’Europa in crisi che deve tornare autorevole per un progetto di pace e sviluppo compatibile con l’ambiente

un treno del Bangladesh… i paesi poveri chiedono di salire sul treno dello sviluppo

Vi offriamo qui alcune illuminate analisi geopolitiche di editorialisti, apparse su quotidiani nazionali in questi giorni, che tracciano delle linee essenziali di lettura sul mondo attuale, con tutte le sue difficoltà. Un mondo frammentato dove manca un “unico governo” sui temi planetari (come quello del clima, ce ne siamo accorti nella recente conferenza di Copenaghen); ma anche con conflitti permanenti assai gravi, specie nell’area asiatica e mediorientale.

Vi è un’incapacità di arrivare ad accordi “multilaterali”. Che riguardino tanti, tutti, i paesi. Questo fa pensare che l’obsoleto “G8” (i vecchi proprietari della Terra) difficilmente potrà essere efficacemente sostituito da un “G2” (Stati Uniti e Cina), e neanche da un allargato “G20” (che comprende altri paesi emergenti come Brasile, India, Sudafrica…).

L’articolo di Guido Tabellini su “il Sole 24ore” (“Alla Borsa del mondo pulito”) propone quel che è un’idea più volte indicata modestamente in questo blog: accordi bilaterali, unilaterali, che incomincino a valutare le produzioni anche da un punto di vista del consumo energetico e delle emissioni di Co2, creando una specie di tariffa dell’anidride carbonica sui prodotti che vengono importati da paesi che usano tecnologie “sporche”; una tassa che però dovrebbe andare a vantaggio (essere devoluta) a chi, specie nei paesi poveri, crea o converte produzioni all’origine inquinanti in forme “pulite”. Se non si fa questo accadrà (sta già accadendo) che nei paesi più ricchi, democratici e che mostrano di voler tutelare la salute dei propri cittadini, certe produzioni inquinanti non ci saranno più, saranno delegate (decentrate) in paesi poveri, e il tasso di inquinamento di quei paesi in via di sviluppo (e globale del pianeta) non potrà che essere ancora peggiore.

Insomma, negli articoli che vi proponiamo, si tracciano i temi geopolitici mondiali più impellenti, nella necessità di una loro (difficile ma necessaria) soluzione. Su tutto emerge la “sfasamento”, la perdita di autorevolezza dell’Europa (mai stato così assente come adesso il ruolo europeo nei problemi planetari). E su questo, cioè su una ripresa del ruolo di un’Europa unita (gli Stati Uniti d’Europa), si gioca una parte importante del destino del mondo.

Se uno slogan assai caro all’ambientalismo (ma non solo a questo) degli anni ’80 del 900 era “pensare globalmente, agire localmente”, ora verrebbe da dire: “pensare e agire sia globalmente che localmente”. Un impegno di tutti.

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ADDIO  ANNI  ZERO  SENZA  RIMPIANTI

di Sergio Romano, da “il Corriere della sera” del 31/12/2009

L’ immagine del tunnel, per definire un percorso al buio attraverso una lunga serie di crisi, è ormai inflazionata e svalutata. Ma è quella che definisce meglio i primi anni del secolo, dall’elezione di George W. Bush alla Casa Bianca nel novembre del 2000 all’elezione di Barack Obama nel novembre dell’anno scorso. Le responsabilità non sono soltanto americane. Non è colpa degli Stati Uniti, ad esempio, se il fanatismo islamico, nel settembre del 2001, scatena la guerra santa nel cielo di New York. Ma molto di ciò che è accaduto ha le sue origini nel modo in cui l’America, da quel momento, ha concepito il proprio ruolo nel mondo e nei metodi con cui ha perseguito i suoi obiettivi.

La lista degli avvenimenti funesti è impressionante: la guerra afghana, la guerra irachena, la guerra libanese, la guerra georgiana, la guerra di Gaza, le guerre africane, imassacri del Darfur, una lunga serie di attentati terroristici da Madrid a Londra, dal Pakistan all’India, dall’Indonesia alla Turchia, e una serie non meno importante di repressioni poliziesche in Birmania, nel Tibet, nello Xinjiang, in Iran. Il catalogo delle crisi economiche e finanziarie non è meno lungo, da quella del petrolio e del gas a quella dell’industria automobilistica, da quella americana dei mutui a quella delle banche e delle compagnie di assicurazione, da Wall Street alla City. E mentre gli Stati Uniti reagivano a ogni insuccesso raddoppiando testardamente la posta, l’Europa impiegava otto anni per approvare una Costituzione che le permettesse di governare se stessa e di avere un ruolo mondiale corrispondente alla sua importanza. Aggiungo, per completare il quadro, che in questo marasma si sono fatti spazio gli avventurieri e i corsari, da quelli che controllano gli Stati, come il venezuelano Hugo Chávez e i signori nordcoreani di Pyongyang, a quelli che catturano le navi nel Golfo di Aden e al largo delle coste somale.

Forse siamo prossimi alla fine del tunnel. Vi saranno altre guerre, altri attentati terroristici e altre operazioni militari, forse addirittura nei prossimi giorni. Ma lo stile degli Stati Uniti è cambiato, l’Europa ha finalmente una Costituzione, la crisi del credito ha ripulito almeno in parte le stalle della finanza internazionale e molte industrie (quelle dell’automobile ad esempio) sanno che non è più possibile tornare alle dimensioni di un tempo. So che la conferenza di Copenaghen viene considerata da molti un insuccesso. Ma tra la situazione degli anni scorsi, quando alcuni fra i maggiori Paesi inquinanti rifiutavano qualsiasi impegno, e quella d’oggi corre una bella differenza. So che il G20 non sarà mai probabilmente il governo mondiale dell’economia, ma sarà pur sempre meglio di un G8 che rappresentava soltanto i vecchi proprietari. So che gli Stati Uniti continueranno a considerarsi superpotenza, ma l’America di Obama, soprattutto dopo l’approvazione della riforma sanitaria, assomiglierà un po’ di più all’Europa.

Gli Stati, come gli esseri umani, non smetteranno mai di commettere errori. Ma sanno imparare le lezioni ed eviteranno, almeno per un certo periodo, di ripetere gli errori del passato.
Possiamo dire lo stesso del nostro Paese? Durante il primo decennio del secolo l’Italia è stata, come spesso nel corso della sua storia, schizofrenica. La sua classe politica è litigiosa, il suo rapporto con gli elettori èmediocremente clientelare, i suoi dibattiti sono futili e retorici, l’apparato statale è poco produttivo, le corporazioni sono potenti e miopi. Ma il frastuono delle chiacchiere copre il silenzio di coloro che lavorano seriamente e mettono a segno ogni tanto risultati importanti, spesso con un confortante grado di continuità tra governi di colore diverso. Sul piano delle infrastrutture, un settore cruciale per la sua modernizzazione, il Paese, alla fine del decennio, sta meglio che all’inizio. Lo spettacolo è ancora più confortante se spostiamo lo sguardo dall’apparato politico-amministrativo alla società. Mentre l’agenda politica nazionale era dominata dalla discussione sul declino, molti industriali hanno affrontato il problema senza dare retta alle Cassandre e hanno reinventato le loro aziende.

Da una ricerca della Fondazione Edison, descritta da Marco Fortis sul Sole 24 Ore del 29 dicembre, risulta che nel 2007, prima della grande crisi del credito, l’Italia era «seconda soltanto alla Germania per numero complessivo di primi, secondi e terzi posti nell’export mondiale ogni 100.000 abitanti, precedendo Francia e Corea del Sud». Non è tutto. Mentre le cicale americane e inglesi bruciavano il loro denaro, le formiche italiane continuavano a risparmiare. Abbiamo un pesante debito pubblico, ma se altri Paesi sommassero il debito delle pubbliche amministrazioni a quello delle famiglie, scoprirebbero che la loro situazione, in qualche caso, è peggiore della nostra. Esiste una sonder weg italiana, una via speciale dell’Italia, che ci riserva talvolta qualche gradevole sorpresa.
Occorre evitare tuttavia, al momento dei bilanci, i pericolosi compiacimenti. Dovremmo piuttosto constatare che le potenzialità italiane sono frenate dalla mediocrità della sua classe politica, dallo stato del Mezzogiorno e dalla snervante lentezza con cui stiamo modificando le nostre invecchiate istituzioni. Siamo usciti senza troppi danni da un decennio orribile. Pensate a che cosa accadrebbe se, invece di camminare, ci mettessimo a correre. (Sergio Romano)

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OBAMA  E  L’EUROPA  PERDUTA

di Mario Calabresi, da “La Stampa” del 30/12/2009

Il decennio che si chiude, i tormentati Anni Zero, segna l’affermazione definitiva di un mondo nuovo, senza autorità e senza chiare gerarchie, il mondo multipolare.
Proprio ieri, a sottolineare il caos in cui viviamo, sono arrivate tre sfide simboliche all’America e all’Occidente da Russia, Iran e Cina. Tre sfide che mostrano un futuro pieno di incertezze e che richiamano noi europei al dovere di decidere chi siamo, cosa vogliamo e in che mondo desideriamo vivere.
Poco meno di due mesi fa abbiamo celebrato il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, per anni si è teorizzato che la storia era finita allora con la vittoria del modello occidentale, della democrazia e del capitalismo. Non è andata così. Anzi, la storia si è messa a correre, le voci si sono moltiplicate e i nuovi attori sulla scena non sono più per forza gli Stati nazione, ma vanno dalle organizzazioni terroristiche alle multinazionali, passando per le lobby internazionali di ogni genere.
La chiave di questo decennio però resta quella che lo ha aperto con gli attentati dell’11 settembre e che ha sperato di chiuderlo pochi giorni fa su un aereo in atterraggio a Detroit: il tentativo di colpire l’America – l’ultima superpotenza tradizionale – nei suoi punti vitali.
Assistiamo ad una apparente ripresa di vigore del terrorismo islamico e si potrebbe sostenere che la Russia di Putin che alza la voce con Washington, la Cina che mette a morte un cittadino di passaporto britannico e non accetta critiche e il regime iraniano che procede con la sua spietata repressione intimando all’Occidente di non intromettersi, siano tutti galvanizzati dalla debolezza del nuovo Presidente americano.
Ma un anno fa, due o cinque – va bene ognuno degli ultimi nove – accadeva lo stesso: Ahmadinejad minacciava Israele, gli Usa e i loro alleati e progettava l’atomica, Putin prometteva di puntare i suoi missili contro l’Europa sempre per rappresaglia contro il progetto di scudo americano, Al Qaeda faceva stragi e rapimenti, la Corea del Nord lavorava alla sua paranoia nucleare, Pechino non accettava critiche alle sue violazioni dei diritti umani e i vari dittatori, da Castro a Chávez, lanciavano proclami contro l’Occidente.
Anche allora si diceva che la colpa era della Casa Bianca, ma in quel caso che la responsabilità andava addebitata ad un presidente troppo sicuro di sé e muscolare.
Oggi la realtà dei fatti ci racconta un mondo frammentato in cui non c’è più un’autorità riconosciuta, in cui né l’Onu né i nuovi summit internazionali – dal G2 al G20 – sono in grado di indicare strade condivise, imporre regole e codici di condotta o garantire stabilità. L’unica logica riconosciuta sembra essere quella della ricchezza, della forza negli scambi commerciali e del possesso di materie prime. Per questo oggi l’Occidente, colpito in modo devastante dalla crisi, dalla recessione e da una crescente disoccupazione, appare ancora più debole.
Si potrebbe dire che da sempre la logica economica è quella prevalente ma dimenticheremmo il peso della forza militare che per decenni, insieme al dollaro, ha dato all’America e alla Nato la supremazia nel mondo. Oggi il potere dell’esercito a stelle e strisce appare ridimensionato dal fatto che i suoi soldati sono impantanati in due guerre e non hanno energie supplementari da utilizzare in altri scenari. Un quadro che può essere letto come un «liberi tutti», come un invito ad alzare il tiro contro l’Occidente, le sue regole e i suoi valori.
Inoltre, di fronte alle minacce iraniane, cinesi o russe gli europei si muovono in ordine sparso, ognuno preoccupato del suo particolare, delle sue commesse o dei suoi contratti energetici, tanto da non riuscire mai ad avere una posizione comune efficace e capace di farsi sentire. È tristissimo ed allarmante pensare che né la repressione iraniana né la pena di morte cinese siano in grado di indignare l’Europa e renderla protagonista.
Così non ci resta che guardare alla Casa Bianca, perché il progetto di Obama resta l’unico possibile per cercare di immaginare un pianeta più equilibrato e vivibile. Non si vedono oggi altre strade percorribili oltre all’idea obamiana di un mondo multipolare in cui l’America possa avere un ruolo guida e in cui i diritti siano al centro della scena. Il Presidente americano, per risultare più credibile, deve però rafforzarsi innanzitutto in casa sua: varare la riforma della sanità, rilanciare l’economia e ridurre la disoccupazione. Sono questi i tre passaggi cruciali del suo destino. Solo allora sarà un interlocutore più rispettato dai cinesi come dai russi. Inoltre dovrà essere capace di smascherare senza paura ogni bluff, specie quelli che servono per nascondere le divisioni interne di Mosca o Teheran.
Il vero buco nero resta l’Europa, con una Gran Bretagna smarrita che attende di sapere da chi sarà guidata e come, una Francia in cui la grandeur di Sarkozy non si è ancora trasformata in nulla di concreto e visibile, una Germania incapace di prendere le redini del Continente e un’Italia che sperimenta alleanze non tradizionali e procede per conto proprio. Così o l’Europa si convince che solo unita può contare qualcosa o è destinata a somigliare sempre più ad una compagnia di nobili decaduti che si svendono e trattano, ognuno per sé, favori e attenzioni dai nuovi ricchi. (Mario Calabresi)

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ALLA  BORSA  DEL  MONDO  PULITO

di Guido Tabellini, da “il Sole 24ore” del 27/12/2009

Come governare la globalizzazione in un mondo di nazioni sovrane? È questo il dilemma centrale che ha contraddistinto il decennio che si sta chiudendo, e che condizionerà anche il prossimo. Da un lato, si impongono problemi sempre più urgenti che possono essere affrontati solo su scala globale, dal clima, alla finanza, alle risorse energetiche, ai flussi migratori. Dall’altro, vi è una capacità di governo quasi esclusivamente basata sul principio della sovranità nazionale: le istituzioni sovranazionali non hanno la legittimità, le risorse, gli strumenti, per affrontare le sfide globali, e così sarà ancora per molti anni. Come affrontare il dilemma?
Con riferimento alla sfida del clima, è istruttivo confrontare il fallimento del vertice di Copenhagen con il successo ottenuto negli anni dalla Wto nel disciplinare il commercio internazionale. Anche la nascita del Gatt, il predecessore della Wto, non fu facile. Essa fu preceduta, negli anni 20, da numerosi e inutili tentativi di rimuovere gli ostacoli al commercio internazionale attraverso negoziati multilaterali. In seguito a questi ripetuti fallimenti, negli anni 30 gli Stati Uniti cambiarono impostazione.
Anziché inseguire accordi multilaterali, essi avviarono accordi bilaterali con singoli paesi, pronti però ad applicare le stesse condizioni anche ad altre nazioni con cui avessero stipulato accordi bilaterali successivi (la cosiddetta clausola Mfn di non-discriminazione). Solo alla fine della Seconda guerra mondiale, dopo 29 accordi bilaterali con altrettanti paesi, gli Stati Uniti cercarono un accordo multilaterale. Fu così che nel 1947 nacque il Gatt. Da allora, i paesi membri del Gatt/Wto sono passati da 23 a circa 150.
Il fallimento di Copenhagen suggerisce di seguire una strada analoga anche per gli accordi sul clima.  Poiché il tempo è un fattore importante, anziché sprecarlo a inseguire improbabili accordi multilaterali, i paesi più avanzati dovrebbero subito rinforzare ulteriormente il controllo delle emissioni sulla base di decisioni unilaterali o partendo da accordi tra piccoli gruppi di paesi, cercando poi di estendere gli accordi anche ad altri.
Vi sono tuttavia alcune differenze cruciali tra la tutela del clima e il commercio internazionale. Gli accordi commerciali riguardano gli scambi tra due paesi, cioè hanno natura principalmente bilaterale, mentre le esternalità ambientali sono globali, cioè riguardano tutto il mondo. Inoltre, un paese terzo escluso da accordi commerciali ha interesse ad aggregarsi per evitare l’autarchia, mentre per l’ambiente vale l’opposto: l’incentivo di un singolo paese a ridurre l’inquinamento mondiale è indebolito se altri paesi contengono le emissioni. Infine, e soprattutto, il commercio internazionale può vanificare o addirittura invertire gli effetti globali di politiche unilaterali di controllo delle emissioni.

Se l’Unione Europea adotta unilateralmente una politica di controllo più severo delle emissioni, la produzione di beni ad alto uso di energia si sposta là dove il prezzo dei fattori inquinanti è più basso – tipicamente i paesi in via di sviluppo. Ciò vanifica l’effetto delle politiche europee, ed è addirittura controproducente se i paesi in via di sviluppo usano tecnologie molto più inquinanti rispetto all’Europa, come di fatto accade – a questo proposito Daniel Gros (Ceps, Bruxelles) stima che un incremento marginale delle esportazioni cinesi incorpori una quantità di emissioni di anidride carbonica quattro volte superiore alle esportazioni europee.
Queste considerazioni suggeriscono che è essenziale affiancare la politica commerciale alle politiche di salvaguardia del clima e dell’ambiente. In assenza di accordi multilaterali, la riduzione unilaterale delle emissioni dovrebbe essere accompagnata da una “tariffa sull’anidride carbonica”, cioè una tariffa sul contenuto inquinante delle importazioni. La tariffa terrebbe alto il prezzo domestico dei beni ad alto uso di energia, scoraggiandone la domanda e quindi la produzione a livello mondiale. Per ragioni di equità, oltre che di opportunità politica, i proventi della tariffa dovrebbero essere devoluti ai paesi in via di sviluppo che adottano provvedimenti per ridurre le emissioni. Una politica di questo tipo (controllo delle emissioni domestiche accompagnato da una tariffa sull’anidride carbonica i cui proventi vanno ai paesi in via di sviluppo) può essere adottata unilateralmente, ma sarebbe ancora più efficace se fosse il frutto di accordi bilaterali tra Stati Uniti e Ue.
L’adozione di una tariffa sull’anidride carbonica è stata suggerita da esponenti politici negli Stati Uniti e in Europa, tra cui il presidente Sarkozy in Francia, con l’argomento che occorre difendere la competitività delle industrie nazionali ad alto uso di energia. In realtà, dal punto di vista del benessere globale, la vera ragione per una tariffa sull’anidride carbonica è che essa serve a ridurre le emissioni globali e induce i paesi recalcitranti ad adottare tecnologie meno inquinanti.

Tuttavia, le ragioni adottate dai politici sono istruttive, perché illustrano un’altra lezione importante della Wto. L’attuazione delle regole sul commercio internazionale si regge sulla minaccia di ritorsione nei confronti dei paesi che violano gli accordi. La minaccia è credibile perché è nell’interesse dei produttori nei paesi che subiscono la violazione. Più o meno lo stesso accade con la tariffa sull’anidride carbonica: grazie alle pressioni delle industrie nazionali, gli incentivi dei governi sono allineati con la salvaguardia del clima mondiale.

La principale obiezione nei confronti di una tariffa sull’anidride carbonica è il rischio di scatenare una guerra commerciale. Sebbene il rischio non vada sottovalutato, tuttavia, anche in questo caso la Wto può venire in soccorso. L’articolo 20 della Wto infatti già consente esenzioni dagli accordi commerciali vigenti se lo scopo è proteggere una risorsa naturale globale.
La Wto è probabilmente l’istituzione sovranazionale mondiale di maggior successo. Anziché ripartire da zero con un approccio multilaterale alle politiche di cooperazione sul clima, è meglio imparare le lezioni della storia, e sfruttare le regole e l’impostazione della Wto per fare sì che il commercio internazionale diventi un alleato anziché un ostacolo nella salvaguardia del clima mondiale. (Guido Tabellini)

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EUROPA, UNO SCATTO DI ORGOGLIO PER L’AGENDA DEGLI INTERESSI COMUNI

da “Il Corriere della Sera” del 30/12/2009, di Antonio Puri Furini

Il 2009 è stato un anno di svolta ma anche di fiacca per l’Unione europea. Di svolta perché il Trattato di Lisbona finalmente entrato in vigore comporta istituzioni funzionali, l’estensione del voto a maggioranza, il rafforzamento del Parlamento europeo. Di fiacca perché l’Unione europea non scalda il cuore dei cittadini; suscita anzi indifferenza. Eppure in quest’anno dominato dall’ascesa inarrestabile della Cina, l’Europa forte è sempre più una necessità, sempre meno un’opzione: nell’interesse suo, degli Stati Uniti, del mondo occidentale.

Malgrado la miseria del vertice mondiale sul clima, i vantaggi di un’Europa coesa sono apparsi evidenti anche a Copenaghen. Se fosse stata ancora più integrata politicamente, avrebbe potuto svolgere un ruolo trascinante ed essere una forza grintosa con Cina e con India. Copenaghen ha dimostrato che i singoli governi possono farsi ascoltare solo se uniti e che l’interesse europeo non è rappresentato dalla somma algebrica degli interessi nazionali ma dalla loro bilanciata sintesi.

Gli egoismi nazionali sono ormai il nemico principale degli interessi collettivi. Il valore aggiunto dell`Europa è dunque una ricchezza da utilizzare in altri vitali settori. Se si vuole far prevalere una volta per tutte la primazia degli interessi comuni e assorbire la frattura creatasi fra cittadini e istituzioni, il 2010 sarà un anno importante per governi e per cittadini: gli uni hanno infatti bisogno degli altri per affrontare problemi determinanti per il futuro di noi tutti, e specialmente dei giovani che chiedono ragionevoli certezze sul proprio futuro, che non possiamo sacrificare, che vanno recuperati ad alti ideali.

Vediamone alcuni pratici: il rilancio e il completamento del mercato unico fondamentale per i medi e i piccoli imprenditori e che assorbe oltre il 60 per cento delle nostre esportazioni; il proseguimento della battaglia sul clima come opportunità tecnologica e contributo europeo alla governante globale; l’impostazione di una politica energetica europea per diminuire il livello della dipendenza dalla Russia; un approccio comune sull`immigrazione per fronteggiare insieme quella islamica in Europa. Infine, un forte rilancio della cooperazione culturale, a cominciare dai musei, per consolidare un sentimento di comune appartenenza – ancora fragile e incerto — fra gli europei.

Questi compiti potranno essere affrontati con efficacia se gli europei sapranno non farsi più piccoli di quanto non siano e se non cadranno nella trappola di sottovalutare i risultati ottenuti nei decenni scorsi. Serve invece orgoglio.

Vi sono dunque le premesse per dare sostanza alla rituale affermazione che l’Europa parli finalmente con una sola voce. Ma per arrivarvi, occorre anche rendere fiducia alla capacità della Commissione di essere autentica interprete degli interessi europei sul piano politico; mentre sul piano psicologico va rispettata la convinzione di sempre più numerosi cittadini europei che i confini dell’Europa sono stati di fatto raggiunti e che, con eccezione di ritocchi nei Balcani (Croazia, Serbia), ì margini per assorbire nuovi Stati membri sono esauriti. Questa delimitazione dei confini rafforzerà l’identità comune e darà sicurezza agli europei, facilitandone la capacità di ragionare in termini globali più di quanto non abbiano fatto sinora.

Una volta che gli europei avvertiranno la maggiore sicurezza e protezione assicurate da istituzioni spendibili, da politiche efficaci, dal primato della dignità umana, essi vinceranno anche la mentalità del fortilizio nel cui ambito molti pensano di trovare la propria pace.

E’ prevedibile che i governi europei seguano questa strada e che la società civile risponda? Certo, se i Paesi fondatori dell’Unione sapranno ritrovare il gusto di agire e progettare insieme.

Francia e Germania sono propositive e attive; la Germania ha subito reagito con una propria iniziativa alla delusione di Copenaghen anche se molti attendono un segnale più incisivo dal Cancelliere Merkel sul futuro del progetto europeo. Gli altri Paesi difendono i propri interessi e poco più. Anche l`Italia: peccato che, nell’ora del bisogno, la sua voce non si faccia sentire in maniera costruttiva. Eppure, senza l’Europa il nostro Paese sarebbe in agonia.

Cosa fare nel frattempo? La società civile – attraverso gli interessi economici, culturali, scientifici che vi confluiscono – ha tutto da guadagnare da una solida realtà unitaria europea. Questa minoranza operosa deve quindi alzare la voce e sollecitare obiettivi chiari, politiche concrete, regole certe. Ne vedremmo presto i vantaggi in termini di crescita economica, di sicurezza, di ordine, di prospettive per i nostri giovani. Una globalizzazione non più controllabile può essere affrontata solamente da un’Europa che non proceda in ordine sparso e che non abbia paura. Solo così l’indifferenza verso l’Unione europea diventerà partecipazione.

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UN  BRINDISI  AI  MIGLIORI  ANNI  DELLA  NOSTRA  VITA

di Gianni Riotta, da “il Sole 24ore” del 31/12/2009

Lo slogan che chiude il 2009, «anno dello scampato pericolo», non si addice, ahinoi, al decennio che si apre. Quando, al brindisi di mezzanotte, ascolterete i soliti gufi dispeptici profetizzarvi cupe geremiadi per il 2010, riandate con la mente – o twitter e il Blackberry se siete più multitasking – alla vigilia di un anno fa. L’Economist e il Financial Times, non l’Almanacco di Barbanera o la profezia dei Maia, discettavano di «fine del capitalismo», «morte del mercato», «eclisse della globalizzazione», «ritorno a Marx» e «apocalisse di un’epoca». La politica si preparava per cortei in rivolta per strada, le aziende ragionavano di quando chiudere battenti, i sindacati contavano i disoccupati, Nouriel Roubini, il dottor Catastrofe, era il guru più popolare, nel 2008 con il cuore al 1929.
La storia però non si ripete, mai. Neppure i più fervidi ottimisti (Dio li benedica) si aspettavano di essere dove siamo, per tempestosa che la stagione ancora sia. Il sistema non è collassato, la Cina non ha mandato gli Usa in bancarotta, le banche non si sono suicidate, il sistema centrale, da Bernanke a Draghi, ha retto. La lezione della Grande Depressione, che proprio l’uomo della Federal Reserve ha studiato per tutta la vita, ha insegnato a stati, istituzioni, finanzieri e risparmiatori come reagire insieme. Tra errori, trucchi, egoismi, meschinità e tragedie personali per tanti, la risposta coordinata c’è stata. Il mondo non è morto, ma dire che goda adesso di ottima salute non è ottimista, è ingenuo.
Dietro noi stanno le fatiche delle montagne 2000-2009, davanti a noi le fatiche delle pianure 2010-2019. Lo sforzo coordinato che ci ha permesso di domare la bestia della crisi andrà ripetuto ogni giorno, per dieci anni, dall’economia, alla guerra, all’inquinamento, alla sanità. Le sole ricette che guariscono i mali del mondo sono globali perché il mondo era, e rimarrà, globale.
Ma la farsa di Copenhagen, con i caudillos Chavez e Morales che, d’intesa con il regime sudanese, hanno bloccato ogni accordo contro i gas serra, tra silenziosa egemonia cinese, vaniloquio europeo in nome di un ecologismo snob, burocrazia Onu e tenace, ma vana, mediazione Usa, prova quanto difficile sarà ricreare una rete di consenso internazionale.
Chi governerà l’agenda del pianeta Terra? È questo il dilemma che, dalle regole per le banche, ai narcotrafficanti, al conflitto contro il terrorismo fondamentalista salafita ancora così nefasto, alla pacificazione di Medio Oriente, Iraq e Afghanistan, alle pandemie, all’ambiente e al benessere da diffondere in Asia e Africa e difendere nel mondo occidentale dividerà i nostri prossimi dieci anni. Senza un leader e un sistema di valori diffusi l’Iran degli ayatollah avrà la sua bomba, e saranno i ragazzi in strada a Teheran i primi a soffrirne, Egitto, Arabia Saudita e Siria la cercheranno e i terroristi avranno un ordigno atomico ai saldi.
Nessuno sembra oggi in grado di fare da centro di stabilità del pianeta. Non gli Usa di Barack Obama, leader così eloquente ma ancora debole per le guerre, la crisi e le divisioni nella coscienza del suo grande paese, lacerato perfino nel votare la mutua sanitaria per tutti.
Non la Cina, la potenza rinata che non sa accettare neppure un seme di libertà. Certo non la Russia petrolifera di Putin. Il Bric, con Brasile, Mosca, India e Cina, il G-20, sono embrioni del futuro, ma senza maturità. Ci saremmo noi europei, forti del nostro fantasmagorico euro e di mezzo secolo di pace e democrazia se… e qui i se si allungano a dismisura, se non preferissimo difendere la settimana bianca più del lavoro per i giovani, se non credessimo alla fola che gli emigranti sono avanguardia di Osama bin Laden e non cittadini del futuro, se non lesinassimo i soldi alla difesa sordi alle sagge parole del Nobel Obama: avremo anche dieci anni di guerra ed è tragico non prepararsi. Nel mondo incerto le organizzazioni internazionali esitano, l’Onu ostaggio dei bulli, Wto e Banca mondiale, pur ben guidate da Zoellick e Strauss-Kahn, arrancanti, il dialogo sul commercio ex Doha insabbiato.
Chi guiderà il mondo senza guida da qui al 2010? Vediamo infine qual è il più insidioso nemico del futuro, la crisi del principio di autorità, irriso nei colleges dai postmoderni del relativismo, su internet dai blog dei complottisti, nell’informazione dai grilli parlanti del nichilismo. Benedetto XVI ne è cosciente ma anche lui si vede, fisicamente a Natale, travolto dal caos ubiquo.
Ci sarebbe dunque – e a ragione – di che disperare ma Capodanno non è giorno per pensieri cupi e la reazione mondiale alla crisi offre speranza per un brindisi sereno. Le forze del male, in guerra e in pace, faranno del loro peggio da qui al 2019: l’hanno sempre fatto nella storia. Le forze del bene però avranno luoghi e risorse per battersi con successo. Oggi, malgrado i combattimenti in corso, il pianeta è più in pace di come mai sia stato da cent’anni. E, malgrado le sacche di povertà nelle aree rurali di Asia, Africa e America Latina che sono rimaste fuori dai commerci globali, mai una percentuale maggiore di umani non ha dovuto fare i conti con la fame. Malattie secolari sono state battute. La scienza e la tecnologia offriranno soluzioni a problemi che oggi ci appaiono insolubili, economia, genetica e ambiente inclusi. La civiltà, che ci sembra così raffinato irridere quando è viva, è bene fragile – scriveva ieri Martin Wolf – che apprezziamo solo quando si infrange: e il nostro pensiero va a chi, in Iran, Cuba, Cina, Vietnam, Russia, tiene accesa questa notte la speranza dei diritti umani.

Date dunque torto ai pessimisti di Capodanno, il buio non prevarrà. Ma la luce ha bisogno di verità, giustizia e forza per vincere: con la tolleranza sarà questa la base di un governo mondiale capace di fare nel prossimo decennio una semina migliore di quanto non siamo riusciti in quello che si chiude. Tocca rimetterci tutti al lavoro con umiltà, buona volontà e passione serena. Auguri a voi dunque, care lettrici e lettori, che di questi sentimenti date prova ogni giorno.

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OBAMA E L’ASIA, ECCO LA GRANDE SFIDA

Cina, India, Israele, Iraq: quattro scenari da gestire

di Giancesare Flesca, da “il Mattino di Padova” del 27/12/2009

Il 2009 ha per protagonisti un uomo e un continente che si intrecciano in continuazione provocando movimenti sussultori. L’uomo è il presidente degli Stati Uniti Barack Hussein Obama, il continente è l’Asia.

L’inquilino della Casa Bianca quest’anno ha dovuto occuparsi del fenomeno Cindia, cioè dello sviluppo economico incontenibile di Cina e India. Ma le maggiori preoccupazioni sono arrivate dalla situazione dell’Asia centrale, dove la guerra in Iraq lascia molti strascichi, non si vede una chiara exit strategy per tirarsi fuori dalla trappola afghana, alla quale si aggiungono quella pakistana e quella iraniana.

Infine c’è lo scontro fra arabi e israeliani, avvinghiati in un conflitto di cui si temono le conseguenze.  Su tutto questo grava l’ombra della bomba atomica. Cina e India ce l’hanno, Pakistan e Israele pure, mentre il regime iraniano sta sfidando il mondo per avere un suo arsenale nucleare.

In più ci sono le crisi planetarie, come quella della fame e ancor più quella del clima. L’anno nuovo non lascia sperare nulla di buono, se non una lenta ripresa delle economie scoppiate nel 2009, provocando miseria e fallimenti globalizzati.

Enormi speranze e poi grandi delusioni ideologiche ha generato Barack Obama, che si è insediato alla presidenza degli Stati Uniti nel gennaio del 2009. In un primo momento ha dovuto affrontare la crisi di Wall Street poi a tentare di costruire un nuovo ordine mondiale basato sulla tolleranza. Tutto questo mentre gli intolleranti del Congresso stanno facendo di tutto per impedire la riforma della sanità.

Per quanto riguarda la politica internazionale,difficilmente Obama poteva fare peggio di George W. Bush. Ma i suoi comportamenti in Afghanistan, dove ha dovuto mandare altre truppe vengono aspramente criticati da chi si aspettava un’America pacifista. E il nuovo presidente ha riesumato teorie che potrebbero finire molto male, come quella della “guerra giusta”.

Su un altro verso, però, si è evitata una nuova guerra fredda con la Russia, eliminando l’intenzione di installare armature e radar alle sue frontiere. Poco si è potuto fare in Medio Oriente, dove il nuovo premier di destra Benjamin Netanhyahu continua a costruire colonie in Cisgiordania, causando la rabbia impotente dei palestinesi.  Obama e la Clinton hanno fatto di tutto per ricondurre i capi israeliani e palestinesi a riprendere un negoziato, ma il 2010 si annuncia in tutt’altra direzione, minaccia nuovi scontri e nuova violenza.

Ovviamente Israele teme più di ogni altra cosa l’atomica iraniana. Il regime degli ayatollah e di Ahmadinejad nega l’Olocausto e dunque ogni legittimità allo Stato di Israele. I falchi israeliani consigliano la distruzione preventiva dei siti nucleari iraniani, ripetendo così l’exploit del 1981, quando l’aviazione dello Stato ebraico bombardò indisturbata la centrale atomica di Osirak, vanto di Saddam Hussein. Ma sarebbe possibile replicare con Teheran questa operazione? Molti israeliani vorrebbero una scelta così radicale.

La Casa Bianca non può che premere su Tel Aviv per una soluzione politica del nucleare iraniano, perché un’opzione militare servirebbe solo a infuriare contro Israele e gli Stati Uniti tutto il mondo musulmano, facendo prevalere le spinte degli ultrà religiosi. E arricchendo il seguito del maggior terrorista della storia, Osama Bin Laden, la cui cattura, giurano i servizi segreti Usa, è soltanto rimandata al nuovo anno: il nono dalla follia delle Torri Gemelle.

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One thought on “Addio agli “anni zero”, un decennio “orribilis”: lascia un mondo frammentato (per fortuna c’è Obama), tra incombenti catastrofi climatiche e paesi poveri che vogliono uscire dalla fame – L’Europa in crisi che deve tornare autorevole per un progetto di pace e sviluppo compatibile con l’ambiente

  1. Luca Piccin lunedì 4 gennaio 2010 / 7:49

    Quanto ottimismo in questi articoli !
    Prendiamoli per un augurio per l’anno a venire, ma di qui a dire che la WTO è l’istituzione sovranazionale mondiale di maggior successo…
    D’accordo comunque con Gianni Riotta : non diamo adito ai pessimisti e lavoriamo con umiltà per pensare e agire globalmente.
    Se Obama non è Bush, gli USA restano gli USA : un paese dove a dettar legge sono le lobby e i potentati economici. Per questo ogni riforma del pur volenteroso Obama sarà edulcorata, addolcita.
    Per rivenire sul WTO, è per me evidente che qualcosa non funziona (non è per caso che le torri gemelle sono state prese a bersaglio !), se pensiamo che a pagare la crisi sono soprattutto i più poveri, quel miliardo di contadini, che nel 2006 erano 850 milioni, che non riescono più ad accedere al cibo perché la speculazione ha fatto salire alle stelle il prezzo dei cereali, mentre quello del petrolio scendeva. Ora siamo quasi usciti dalla crisi, il petrolio è di nuovo merce rara e preziosa, mentre gli affamati restano. Per loro non ci sono ancora accordi bilaterali.
    Allora speriamo davvero di fare nel prossimo decennio una semina migliore!

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