Il centro storico dell’Aquila e i problemi della sua ricostruzione a nove mesi dal terribile sisma – Le venti piccole newtown costruite per dare alloggio ai suoi abitanti (tante quante i quartieri della città) toglieranno definitivamente gli aquilani dal loro centro? (e cosa ne sarà del cuore storico della città?)

L'Aquila, Piazza Duomo (prima del sisma del 6 aprile scorso)

“In una sincera confessione fatta a Norbert Schultz, l’architetto Gerald Kalman, profugo negli Stati Uniti, ricorda che, nel rientrare nella Berlino distrutta dalla Guerra, aveva superato il disorientamento causato dalla rovina udendo i propri passi risuonare sul selciato: attraverso quel solo carattere superstite egli in qualche modo percepì di poter ancora abitare la sua città. Anche di fronte alla più terribile distruzione, i fili che legano un uomo alla sua abitazione, costituiscono una maglia così fitta e complessa, che la peggiore lacerazione fisica può comunque venire medicata attraverso l’attivazione di una sensibilità emozionale e morale che ha il suo centro nella memoria”.

Queste frasi appaiono in una mostra fotografica permanente nella piazza principale di Venzone in Friuli, a significato della possibilità di tornare a rivivere il proprio luogo, la propria città, dopo un evento catastrofico che la ha distrutta. E ben si adatta anche alla necessaria ricostruzione (di ben più ampie dimensioni) del centro storico dell’Aquila.  Ancora quel messaggio, quel manifesto urbanistico della cittadina friulana ricostruita magnificamente, dà altri spunti interessanti nel suo proseguo: “Si può comparare la riproposizione dell’assetto urbano di Venzone al paziente lavoro di un filologo che si trova a dover reimpaginare un antico codice sfasciato; l’esito dell’operazione deve essere valutato stabilendo quanto la nuova edizione riesca a comunicare il senso dell’originale. La ricostruzione del centro storico –almeno negli intenti di chi l’ha promossa- ha voluto significare inanzitutto un’opera di cultura, ove questa venga intesa come la potenza formale di ‘far passare nel valore ciò che in natura corre verso la morte (Ernesto De Martino)’ ”.

Riuscire a comunicare (ricostruire) il vero senso dell’originale. Questa la scommessa della ricostruzione dell’Aquila nei prossimi (si dice che serviranno) dieci anni (sarebbe un bel successo rispettare i dieci anni…). E qui (con una rassegna stampa) vi diamo conto delle tante problematiche attuali: dai monumenti e le case che ora si sgretolano per la situazione di fragilità (aggravata dal duro inverno), al problema della rimozione delle macerie. Macerie dove, per alcune, necessita un lavoro certosino di separazione di elementi recuperabili e di valore (come marmi, affreschi, etc.), dai rifiuti tossici inquinanti (come l’eternit)… ci par di capire che l’Amministrazione Comunale de l’Aquila si dimostra più attenta nell’opera di rimozione-separazione delle macerie; rispetto alla proposta governativa che, su questa cosa, va meno per il sottile (che parla di sgombrare le macerie): forse (il commissario governativo) per dare un segno immediato del risultato raggiunto (è come il “togliere i rifiuti dalle strade di Napoli”: rifiuti tolti ma il problema spostato in altri luoghi…).

Su tutto va comunque dato atto però di un’impegno “vero” governativo nel gestire l’emergenza e i bisogni immediati della popolazione. Resta comunque il dubbio, in prospettiva, che le venti “definitive” newtown hanno separato definitivamente quelle popolazione dal proprio vissuto, dalla città dell’Aquila. Che fare allora? C’è il rischio, una volta ricostruita L’Aquila, rimessa in sesto (almeno il cuore della città) che essa sia “sede separata”, “non vissuta”, ma si adatti a diventare “non luogo”, qualcosa ora forse di non immaginabile ma preda di forme speculative estranee al senso storico della città (megacentro commerciale? Parco turistico? O luogo fantasma di abbandono?…)?

Una prospettiva potrebbe essere incentivare il graduale inserimento di giovani (nuovi nuclei famigliari) da qui ai prossimi decenni per venire progressivamente a “riabitare” la città; oltre a sostenere tutti quelli che ritengono non definitiva la loro sistemazione attuale nelle newtown.  Discorso complesso (complicato?) che richiederebbe un’ampia e ragionata analisi, di qui a poco, per poter progettare la nuova-antica città de L’Aquila con idee chiare; in una ricostruzione virtuosa dei prossimi (immediati) anni.

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RITORNO  ALL’AQUILA  “IL  CUORE  DELLA  CITTA’  NON  VADA  PERDUTO”

di Paolo Viana, da “AVVENIRE” del 30/12/2009

Dal centro storico alla periferia, il capoluogo simbolo della tragedia del terremoto è alla ricerca di una prospettiva di rilancio. La Protezione civile è ancora al lavoro. Decisivo sarà il passaggio di consegne agli enti locali

“Lassù, la vede? E’ un’apertura con distacco, il segno dell’avvenuta rotazione. Potremmo assistere al ribaltamento della facciata, determinato dalla pressione delle volte, che in condizioni dinamiche viene amplificata…» Insomma, Petracca, il palazzo sta venendo giù? «Beh, sì».

L’imbarazzo sfiora il dolore fisico nel funzionario dell’Istituto per le tecnologie delle costruzioni (Cnr). Aurelio Petracca vorrebbe recuperare tutto, non solo Collemaggio, invasa dai tubi Innocenti, e le Anime Sante, con quel loro «cappellone» di metallo che incapsulala cupola (crollata) del Valadier. A chi lavora al capezzale dell`Aquila non basta neppure salvare Santa Maria di Paganica, ridotta a una scatola scoperchiata, che persino lo storico dell`arte Germano Boffi, ammette: «non mi stupirei se si decidesse di abbattere quel che non è più recuperabile».

Torniamo nella zona rossa otto mesi dopo quella notte del 6 aprile. Qui, alle 3 e 32, tutto era polvere e crepitio, dolore e paura, eppure nessuno ne parla; è il pudore dei fortunati.

Sono morti in 308, più di 1.500 feriti.

La scossa è partita otto chilometri sotto i pascoli tra l`Aquila e Roio, Tornimparte e Lucoli. Una frustata di magnitudo 6.3, sessantamila edifici gravemente danneggiati e 49mila sfollati, otto mesi di lavoro duro, l`afa e il gelo delle tende, le polemiche sulla militarizzazione, quelle sul piano Case (200 edifici provvisti di isolatori antisismici) e sulle casette in legno, infine l`esasperazione per le autorizzazioni-lumaca della ricostruzione leggera, quelle delle case meno danneggiate. Tuttavia, date le proporzioni del disastro, la gestione della crisi è stata da manuale. Napolitano ha parlato di «una pagina all`attivo dell`Italia».

Non si può dire lo stesso del G8. Tante, generose e solenni le promesse dei Grandi; alla fine, però, hanno adottato un monumento colpito dal sisma solo francesi, tedeschi e russi; Zapatero deve aver pensato che dopo la bolla immobiliare non fosse il caso di investire sul Forte spagnolo e persino il governo kazako è stato più generoso di Obama… Insomma, meno male che c`è la solidarietà degli italiani con le loro collette milionarie e meno male che ci sono i vigili del fuoco che si calano dalle gru nelle absidi squarciate per salvare le madonnine di terracotta, i volontari di Legambiente e i funzionari dei beni culturali e della Protezione civile, i tecnici del`Ite-Cnr dell`Aquila, terremotati pure loro ma in campo dal 6 aprile, e quelli della diocesi.

Questo «118 storico-artistico» è stato collaudato in Umbria e nelle Marche: è gente capace di progettare su due piedi un puntellamento e di velinare un affresco per portarlo via prima che il muro crolli. All`interno di Santa Maria di Paganica si lavora su tre metri di detriti: «Questo Natale è stato clemente, ma ad ogni gelata i vigili del fuoco ci fanno uscire per i crolli – spiegano Massimiliano Cucchiella e Laura Zanotti di Legambiente -. Bisogna fare in fretta se si vuole salvare il cuore della città». A Collemaggio non si è arrivati in tempo e l`organo è andato perduto.

Facciamo qualche passo tra i muri Imprignati in massicce travi di ferro. Palazzo San Nicandro regge grazie alle catene inserite nella muratura dopo il terremoto del 15, mentre il palazzotto a fianco si gonfia in modo sinistro; in gergo si chiama «spanciamento».

Non è messo bene neppure palazzo Ardinghelli, e non è solo colpa del terremoto. Petracca si raggela di fronte a San Silvestro: «quelle sono crepe nuove». Ci si affida ai tiranti in policarbonato – grandi fasce gialle, grigie, blu, secondo la resistenza alla trazione – ma un intervento risolutivo costerà almeno mezzo milione.

Avanziamo tra macerie e pozzanghere, fino alla torre ottagonale di San Pietro, che si è sbriciolata per colpa di un solaio in calcestruzzo.

Ecco i campanili binari di San Marco, che hanno sfiorato il collasso. Oltrepassiamo il crocevia del danno per entrare, cautamente, nella chiesa di Santa Margherita: la Madonna dipinta da Saturnino Gatti all`inizio del `500 è ancora lì, nella cappella dove l`hanno collocata dopo il sisma del 1703, sgomberando la chiesa di San Francesco.

Un centinaio di metri, siamo in pieno struscio aquilano, nel «corridoio» aperto su Piazza Duomo per dare un assaggio di normalità: i passanti pochi e gli sguardi scettici. E aperto solo il caffè Nurzia, gremito dagli altri commercianti, visibilmente spazientiti: «il mio locale non ha crepe e allora perché io non posso riaprire?» protesta Elio Balestrazzi, uno dei maggiorenti della città. Al confini della zona rossa, è affollatissimo il Boss, storico locale degli universitari: tra una «tazza» e l`altra (gli abruzzesi chiamano così i bicchieri di vino) ti raccontano che non pagano le tasse ma che le aule sono distanti chilometri e che forse l`anno prossimo si iscriveranno altrove.

Proteste, dubbi ed esodi sono normali in «tempo di guerra»: questa è l`espressione con cui la Protezione civile ci ricorda a ogni piè sospinto che l`emergenza non è finita. A fine gennaio ci sarà il passaggio di consegne tra Bertolaso e il commissario straordinario, il governatore Gianni Chiodi. Fino ad oggi si è tenuto un passo indietro, per disciplina di partito ma anche per realismo: il sisma l`ha sorpreso all`inizio del mandato e ha dato il colpo di grazia a un sistema amministrativo talmente vulnerabile che gli appalti non sono ancora partiti ed è già aperta un`inchiesta per corruzione. Tutti si attendono che lui e il suo vice, il sindaco Massimo Cialente, sblocchino la ricostruzione leggera: diecimila le domande presentate, pochissimi i cantieri aperti. «Chi ha pensato questo meccanismo infernale delle perizie e delle istruttorie – ha denunciato nei giorni scorsi il presidente dell`Ordine degli ingegneri, Paolo De Santis – non conosce la filiera delle costruzioni». La quale preme alle porte del centro: oltre a centinaia di monumenti da restaurare c`è tanta edilizia minore da demolire.

Nei vicoli incrociamo numerose murature a saccone, riempite di detriti e tenute insieme da malta povera, che «quella notte» si sono accasciate su sè stesse. Ci blocchiamo di fronte a quel che resta del palazzo del Governo: stessa tecnica costruttiva, stessa probabile sorte.

Demolire o recuperare non è l`unico dilemma. Si discute sulle funzioni da assegnare a spazi e contenitori, si ripensa il rapporto tra città e territorio.

Ha aperto il dibattito il presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, Andrea Caradini, paventando il rischio che, a procrastinare il rientro degli abitanti, si trasformi il cuore dell`Aquila in una «quinta teatrale con outlet». Ha rincarato la dose l`ex ministro Antonio Paolucci, denunciando «il pericolo che le new town si trasformino in realtà abitative stabili e il centro diventi una città fantasma».

Pierluigi Propérzi, vicepresidente dell`istituto nazionale di urbanistica, è convinto che il progetto Case «disperderà 20.000 abitanti in 20 nuovi insediamenti senza un`idea di città». La diocesi ha lanciato un appello alla condivisione con il suo masterplan, prima ipotesi concreta di ricostruzione del centro aquilano.

Quanto ai costi, l`unica certezza riguarda i monumenti: «1,5 miliardi per recuperare il centro aquilano e altrettanti per il cratere, si lavorerà per 10 anni» ci dichiara Luciano Marchetti.

Quest`anno, a fronte dei 3 miliardi necessari per i monumenti, gli hanno concesso solo 31 milioni, oltre ai 12 serviti per riaprire 50 chiese a Natale. Il vice di Bertolaso con delega ai beni culturali gioca un ruolo chiave in una partita in cui le soprintendenze vogliono contare di più e in queste ore tutti si chiedono se affiancherà anche il nuovo commissario.

«In relazione all`incarico di Chiodi – ci risponde -proseguirò nel mio lavoro». Di più non dice, ma ha appena chiesto un finanziamento di 60 milioni per il 2010. Gli aquilani seguono il dibattito con impazienza. E’ appena nato un consorzio di proprietari per la ricostruzione dell`area della prefettura, all`urlo «è arrivato il tempo del fare», ma mancano le regole e questa è una terra ballerina.

«Non sempre se un edificio crolla durante un sisma è colpa del cemento armato, ma delle maestranze che l`hanno realizzato male o di chi ha progettato ristrutturazioni parziali» ci conferma Petracca.

Siamo ormai fuori dalla zona rossa, con un ultimo dubbio: «dove» ricostruire l`Aquila, come comunità di persone e di attività.

Qualcuno propone di decentrare servizi e cultura fuori, nel cratere. A distanza di secoli, sarebbe la sconfitta di Federico II, che impose ai castellani del contado la costruzione del capoluogo. «L`Aquila è una città territorio, quindi esiste anche il problema dei centri storici minori, che hanno danni molto differenziati – ammette Giandomenico Cifani, responsabile del Cnr-Itc dell`Aquila -. Ricostruire il capoluogo com`era non può prescindere da loro».

Ci si divide anche su «chi» dovrà progettare la nuova città, visto che sono già spuntate le «archistar»: Renzo Piano con un auditorium, Fuksas a Collemaggio, De Lucchi e Rota per la zona rossa… Gli architetti locali, ovviamente, si sentono scippati; eppure non è la prima volta che l`Aquila viene ricostruita dai «forestieri».

Come ricorda un saggio di monsignor Orlando Antonini, nunzio e storico, dopo il sisma del 1703 il centro aquilano fu ricostruito da imprese lombarde e milanesi.

Tra restauri, nuove crepe e crolli improvvisi è ancora corsa contro il tempo nella zona rossa Servono 3 miliardi ma a disposizione ci sono solo poche decine di milioni. Napolitano ha parlato di «pagina all`attivo» per l`Italia. Bertolaso cederà i poteri di commissario straordinario al governatore Chiodi.

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IL  DOPO-TERREMOTO  E  L’ UNESCO

SALVARE  IL  CUORE  DELL’AQUILA  PER  FARNE  PATRIMONIO  DELL’UMANITA’

di Marco Romano, da “il Corriere della Sera” del 23/11/2009

Parlare della ricostruzione dell’ Aquila è un po’ improprio, perché in realtà nella massima parte della città, forse l’ 80%, le facciate degli edifici non sono crollate: le fotografie ricorrenti, dove li si vede quasi sempre diroccati, danno della realtà un’ immagine deformata.

Danneggiate in varia misura sono ovviamente le strutture interne, molte in realtà già riutilizzabili quasi subito perché lesionate soltanto leggermente o forse di fatto integre, altre per il momento da puntellare ma che potrebbero presto ritornare agibili con interventi modesti, altre infine da restaurare più a fondo in un tempo successivo: una classificazione che, secondo un grande esperto di strutture edilizie, Giorgio Croci, avrebbe dovuto venire avviata immediatamente per delineare una scala di priorità ma che è ancora di là da venire.

Ma, se questo programma ha a che vedere soprattutto con le case, la maggiore priorità sarà quella dei temi collettivi, dove riconosciamo la bellezza di una città e che riportiamo nel nostro cuore dopo averla visitata. Ora, il cuore della bellezza dell’Aquila in quanto città, al di là dei suoi edifici monumentali e dei suoi musei, è costituita dalla croce formata dalla sua strada principale, il Corso con tutti i negozi più importanti, che la attraversa dal giardino pubblico, la Villa, alla Fontana luminosa dalla parte opposta – aprendosi in mezzo sulla piazza principale con il Duomo – e la sequenza delle piazze lungo la trasversale di via Roma, dove nei secoli sono stati costruiti il palazzo municipale, l’ università, la chiesa di San Bernardino, il teatro e la scuola, quella scuola emblematica della cittadinanza. È questa croce che va restaurata prima di ogni altra cosa: perché una città è come un corpo umano, e se qualcuno venisse portato all’ ospedale tutto ammaccato i medici penseranno prima di tutto a salvargli il cuore e le arterie, perché lì è la sua vita, e subito dopo a ripristinare il resto. La croce delle strade dell’ Aquila con le loro piazze sono il suo cuore.

A Nocera Umbra, ricostruita troppo lentamente dopo il terremoto di dodici anni fa, i negozi hanno ormai abbandonato da tempo la strada principale, ora deserta, e questo non deve accadere anche all’ Aquila, dove il disastro sarebbe epocale. L’ Aquila è una città in Europa specialissima. Fu costituita nel Trecento, come altre città di fondazione europea, dal sinecismo di molti villaggi di un vasto territorio circostante, ma i loro abitanti non li hanno in seguito abbandonati – come in tutte le altre – ma al contrario hanno mantenuto nei secoli un forte legame con le loro famiglie d’ origine, hanno persino duplicato in città la loro chiesa, sicché le strade principali dell’ Aquila, che costituiscono il tratto più notevole del suo impatto e della sua bellezza, sono anche la strada principale di un grande territorio, di villaggi e di frazioni, che continuano a riconoscere dopo secoli proprio lì il loro centro simbolico, così come molti dei palazzi addensati anche nelle due strade monumentali, via Garibaldi e via delle Grazie, rispecchiano in qualche modo questo stesso legame.

E proprio nel rispetto di questo modello secolare il sindaco, quando ha dovuto indicare le aree per le nuove case prefabbricate della protezione civile, le ha saggiamente localizzate in una ventina di insediamenti, uno per ciascuna delle frazioni e dei villaggi che costituiscono il territorio antico dell’ Aquila, rifiutando da subito l’ idea di una sola new town che non avrebbe avuto nulla a che fare con l’ organismo vivo della sua città. Se non restauriamo subito, con un piano unitario, questa croce, se diamo tempo ai negozianti di mettere radici nei villaggi dei dintorni dove in realtà non mancherebbero di clienti, il cuore dell’ Aquila sarebbe morto per sempre: e allora sarebbe stato del tutto inutile avere restaurato Santa Maria di Collemaggio o Santa Maria di Paganica, o la fontana delle 99 cannelle.

È con questa priorità che dovremmo procedere, una priorità che comporta un qualche sentimento di angoscia perché implica delle scelte, quella di vedere deteriorarsi ancora per un poco gli edifici monumentali per salvare la città nel suo insieme, il suo essere l’ espressione di un desiderio di bellezza sedimentato nei secoli e consolidato nella sua vitalità. Nel corso di questo intervento prioritario dovremmo riuscire a completare il rilievo dello stato di conservazione di tutti gli altri edifici, tenendo comunque per fermo che nessun programma di restauro dovrà toccare l’ integrità delle facciate rimaste in piedi, perché tutto dovrà rimanere proprio come era; nessun programma di rapido restauro dovrà toccare la memoria visibile dell’ Aquila.

D’altra parte molti di quegli stessi cittadini che ora abitano nelle nuove case prefabbricate della protezione civile – e che certo non se ne lamentano – chiedono di poter tornare nella loro casa nella città, e non tanto perché nei nuovi insediamenti manchi per ora qualche servizio, una scuola un tabaccaio o un giornalaio, ma perché il sentimento di appartenere alla città dell’ Aquila, di esserne cittadini, è connaturato alla sua consistenza fisica, alle strade e alle piazze principali ma anche alle vie e alle case dove è radicata una immagine secolare, la radice delle generazioni.

Ecco un programma chiaro, che sembra condiviso da chi lo ha più a cuore, la città stessa dell’ Aquila e il suo sindaco, ma è anche condiviso dall’ Unesco, che vi riconosce un metodo meritevole di venire segnalato al mondo promuovendo l’ Aquila a patrimonio dell’ umanità: vorrei augurarmi che venisse condiviso anche dal nostro Governo, cui spetta di formulare all’ Unesco una richiesta ufficiale, che consoliderebbe peraltro tutte le altre iniziative prese in passato per fare del terremoto dell’ Aquila un evento mondiale. (Marco Romano)

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L’AQUILA  –  RIMUOVERE  LE  MACERIE?  PUO’  ESSERE  UN  BUSINESS
da “Avvenire” del 30/12/2009, di Paolo Viana

(Pietre, tegole, ferro, termosifoni, frigoriferi, plastica: in questi mesi spostare 11 materiale inerte si sta rivelando un’operazione complicata ma redditizia. Molti gli interessi che si sono mobilitati per lo smaltimento, mentre si cercano nuovi depositi in grado di contenere ci che è stato abbandonato dopo il crollo)

Da sempre lo sguardo degli abbruzzesi ama riposarsi sulle dolomie del Como Grande, che dal Miocene rivaleggiano con le marne lasciate lì dall’Adriatico. I calcari del Gran Sasso, poi, quelli sono ovunque: conci bianchi e rosa decorano da secoli le facciate di chiese e palazzi spezzati dal terremoto e la stessa pietra chiara con cui è costruita la fontana delle 99 cannelle dava forma agli antichi castelli.

Quanto possano costare i sassi che adesso ostruiscono i vicoli del centro storico, le schegge dei marmi, le lesene spezzate, il pietrame che cola dai muri feriti, gli aquilani lo sanno dal 1532: con la scusa di punire una rivolta, il viceré di Napoli pretese da loro centomila ducati all’anno, tanti gliene servivano per edificare il forte spagnolo.

Se la storia dell’Aquila è scritta nella pietra, il suo futuro è liberarsene. La rimozione delle macerie dalle vie della città costituisce il presupposto di ogni progetto di ricostruzione. Ed è il business del momento. Lo sa bene Alfredo Moroni, assessore all’ambiente del Comune. Prima del 6 aprile, il suo problema era quello di spedire i rifiuti della città il più lontano possibile. Non erano molti e comunque, per uno dei soliti paradossi della politica, l’Aquila, che è circondata dalle cave, non possedeva una discarica. Ora Moroni sta cercando disperatamente dei depositi temporanei dove dividere pietre da tegole, ferro da plastica, termosifoni da frigoriferi, insomma tutto quel che è venuto giù insieme alle case.

Il problema, ovviamente, non riguarda solo l’Aquila: la legge 77 impegna anche gli altri 56 comuni a smaltire analogamente i propri detriti. Facendo grande attenzione a distinguere tutte quelle pietre che sassi non sono: il rischio che finiscano nei frantoi anche antichi stucchi e preziose terracotte è talmente alto che il Consiglio superiore dei beni culturali ha sentito il bisogno di raccomandare per iscritto «l’asporto controllato delle macerie e il vaglio dei reperti inglobati nei crolli, ricordando che essi col maltempo si compattano». La selezione prima dello smaltimento è imprescindibile perché la legge, in virtù della quale il Comune ne ha acquisito la proprietà e può rimuoverle, prevede che le pietre siano «rifiuti solidi urbani» e che debbano seguire il medesimo percorso che viene utilizzato abitualmente per il ciclo integrato dei rifiuti.
E qui ci imbattiamo nel secondo paradosso: ci sono macerie e macerie. Quelle del palazzo crollato o demolito dal Comune devono attendere che si trovi un deposito» dove «lavorarle», mentre quelle prodotte dalle attività di ristrutturazione, magari effettuate nel palazzo di fianco, rientrano tra i rifiuti speciali e possono essere smaltite tranquillamente. Certo, si deve trovare una discarica a norma e pagare il servizio, ma si tratta pur sempre di costi che lo Stato rimborserà ai proprietari di immobili terremotati e ci dovrebbe contenere il fenomeno dello smaltimento abusivo. In realtà non è sempre così: «Troviamo ancora molte macerie abbandonate ma sono quelle dei privati che ristrutturano la casa da soli e per i quali abbiamo creato dei punti di conferimento gratuito» annuncia l’assessore, che scommette sull’efficacia dell’operazione e persino sulla sua economicità. «Oltre ad avere un valore ambientale – ci dice – il nostro sforzo va nella direzione del riuso: la normativa prevede che il 30% delle costruzioni sia realizzato con inerti di recupero».  In pratica, dopo aver diviso pietre da laterizi, ferro e plastica, dovrebbe essere possibile collocare con profitto questa singolare «produzione».

E’ a questo punto che interviene il terzo paradosso: il terremoto è capitato in una delle regioni italiane in cui il materiale da costruzione costa di meno. L’Abruzzo è ricco di cave. Quelle dell’Aquilano, poi, sono per il 70% ex usi civici e i comuni impongono ai cavatori canoni irrisori per estrarre il carbonato di calcio, la pietra chiara con cui si costruisce di tutto. I blocchi crollati dai palazzi dell’Aquila venivano da Poggio Picenze e da Ocre, da Pizzoli e da Montereale. La pietra aquilana, del resto, è rinomata da secoli: il Palazzaccio di Roma deve tutto alle cave di San Pio delle Camere.

Ebbene, trovarsi in poche ore con cinque milioni di metri cubi, tante sarebbero le macerie da trattare, non è esattamente una fortuna: «non abbiamo alternative» obietta Moroni, escludendo«il ritombamento delle macerie in modo indiscriminato in cave dismesse». Il riferimento non è casuale: dopo secoli di estrazioni, l’Aquila è una groviera, Resta dunque l’opzione profit oriented anche se il margine di profitto non è chiaro.

Un blocco di marmo antico, naturalmente, può essere venduto al 300% del prezzo della pietra vergine, perché la storia è un valore aggiunto, e anche il recupero dei metalli può essere remunerativo, anche se bisogna ricordare che in molte case dell’Aquila si trova ancora il costoso eternit… ll punto debole dell’operazione è comunque la competitività di un metro cubo di pietra vergine: esce dalla cava aquilana intorno agli 8 euro contro i tradizionali 12 e quindi per avere un mercato, calcolando i costi del trattamento, le macerie riciclate non dovranno superare i 2. La stima è dell’Associazione regionale cavatori abruzzesi, che in questa partita rivestono il duplice molo di concorrenti nella produzione di inerti e di fornitori del servizio di lavorazione. «Malgrado le leggi, solo il 10% delle estrazioni torna sul mercato come materiale di riutilizzo» commenta il loro presidente, Francesco Giannini.

Purezza, resistenza, costi, come ci sono macerie e macerie, c’è impianto e impianto; fino ad oggi, l’emergenza e stata gestita riempiendo un deposito di Bazzano, al ritmo di 600 tonnellate al giorno. Ieri il tavolo ambientale ha deciso di raddoppiare l’impianto, portandolo a una capacità di trattamento di 1,5 milioni di meni cubi annui. Si sarebbe voluto fare di più, ma cinque dei nove siti individuati per creare la rete dei depositi temporanei sono stati sequestrati dai Carabinieri nelle scorse ore a Pizzoli. Da anni venivano usati per smaltire abusivamente i rifiuti e non se ne era accorto nessuno. Saranno pure pietre ma risvegliano interessi enormi.

Pare infatti che la rimozione delle macerie di questo terremoto costerà più di 50 milioni di euro: basti sapere che Marche ed Umbria, dove il sisma aveva prodotto meno danni e che optarono per smaltire le macerie in discarica, impiegarono più di dieci anni per risolvere il problema. (Paolo Viana).

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PUNTELLARE L’AQUILA, ECCO IL NUOVO BUSINESS

da “il Manifesto” del 25/11/2009, di Eleonora Martini

Centro storico de L’Aquila; Palazzo Margherita, sede del comune, in piena zona rossa. L’orologio che ogni sera segnava i 99 rintocchi è fermo ormai, ma l’ingresso è di nuovo aperto e brulica di operai intenti da fine luglio a puntellare l’intero edificio. Con barre d’acciaio, legno e tiranti hanno già messo in sicurezza l’accesso, il portico e il cortile interno, le scale fino al primo piano, e una parte dei corridoi e delle stanze che prima del 6 aprile ospitavano la vita politica e amministrativa della città. Per chi in quelle stanze ha vissuto, entrarvi di nuovo, per la prima volta da allora, è un’emozione intensa. Palpabile e contagiosa, come se si varcasse la soglia di un sacrario.    L’intera ala che ospitava il gabinetto del sindaco è sepolta sotto le macerie del solaio mentre la sala consiliare è congelata da una coltre di detriti. Quegli operai però non le toccheranno: a loro spetta solo il puntellamento.
Roio Piano, borgo da 600 abitanti, interamente zona rossa. Ma potrebbe essere Colle di Sassa, Santa Rufina, Camarda, Pesco Maggiore, una qualunque delle sessanta frazioni dell’Aquila. Qui, sotto le macerie rimaste esattamente dov’erano sette mesi fa sembra sia stato seppellito anche il tempo.  Nessun brulicare di operai, solo qualche residente che non si dà per vinto e cerca testardamente di farsi strada fino alla propria casa, incurante del pericolo.    Molte sono abitabili, altre avrebbero bisogno di piccole ristrutturazioni, ma sono irraggiungibili perché le strade sono intasate dai crolli, o magari solo da un’automobile sepolta dai detriti che nessuno ha portato via. Colpa di una legge punitiva inventata dal governo Berlusconi che parifica le macerie a rifiuti solidi urbani, rallentandone lo smaltimento e impedendo ai cittadini perfino di spostarle. Ma il vero mistero, qui, sono i puntellamenti: malgrado siano pochi, perché il pericolo delle rovine incombe anche sugli operai addetti ai lavori, il più delle volte mettono inspiegabilmente in sicurezza muri da abbattere o case semidistrutte anche prima del terremoto che andrebbero invece solo demolite. E come se non bastasse, le impalcature dei puntellamenti invadono le strette sedi stradali, bloccando l’intero paese che già assomiglia ai tanti borghi abruzzesi abbandonati dopo il sisma del 1915. Sul muro a fianco di un portone qualcuno ha scritto col giallo: «Ok, me ne vado».
Li chiamano lavori provvisionali: dopo la rimozione delle macerie puntellare e demolire sono opere propedeutiche alla ricostruzione, una fase peraltro ancora al di là dell’orizzonte di cui si intravede al momento solo la nomina del governatore Gianni Chiodi a commissario straordinario – con vice il sindaco aquilano Massimo Cialente – e l’istituzione di una «Struttura tecnica di missione» con a capo un alto dirigente del ministero delle Infrastrutture, Gaetano Fontana. Ma se demolire – operazione veloce e che costa poco – non è nelle corde di chi oggi decide e che ha scelto una filosofia conservatrice a tutti i costi, l’opera di puntellamento invece potrebbe risultare un ottimo business grazie ad una procedura applicata per la prima volta in Italia, e forse non solo. Gli appalti, infatti, non vengono assegnati tramite gara ma su chiamata nominale delle ditte (un centinaio) presenti in un elenco stilato dalle associazioni di imprese artigianali locali (Ance, Api, Confartigianato) e vagliato dal prefetto per il controllo moralità e antimafia. La scelta e la distribuzione dei lavori, però, è tutta nelle mani dell’assessorato ai lavori pubblici dell’Aquila, settore emergenza sisma. Spetta all’assessore Ermanno Lisi e al dirigente tecnico, l’ingegner Mario Di Gregorio, (sui quali nessuno ha sollevato dubbi di onestà, ma non è questo il punto) decidere, per esempio, a chi assegnare il puntellamento di Palazzo Margherita, che vale sui 400-500 mila euro, e a chi invece quello da 5 mila euro di un edificio qualsiasi o di una piccola frazione.
Non solo: il pagamento delle imprese per il lavoro svolto avviene a consuntivo e non a preventivo.

A sollevare per primo il problema in consiglio comunale è stato il capogruppo di Rifondazione comunista, Enrico Perilli: «Nelle frazioni stiamo assistendo ad una sorta di accanimento terapeutico sui ruderi – spiega – si puntella tutto con grande spesa (circa il triplo, e con tempi enormemente più lunghi, ndr), inutilmente, e in più bloccando l’accesso a intere zone, abbandonate così dagli abitanti che via via si stabiliranno sempre più definitivamente altrove».
Proprio su richiesta di Perilli, qualche giorno fa l’assemblea consiliare ha chiesto lumi all’ufficio tecnico dell’assessorato competente sulla inedita modalità di appalto e di pagamento dei puntellamenti: «Quando mi sono accorto di quale responsabilità avessi con questa procedura adottata dalla protezione civile per snellire la burocrazia e procedere più rapidamente, prima che l’inverno faccia altrettanti danni che il terremoto, – spiega l’ingegnere Di Gregorio –, preoccupato e intimorito, ho chiesto l’intervento del prefetto che, nella veste di vicecommissario vicario, il 16 giugno scorso ha stipulato un’intesa con gli altri tre vice commissari, con le associazioni di categoria e il comune per controllare di volta in volta l’assegnazione dei lavori e l’equilibrio nella distribuzione degli appalti». Certo, spiega l’ingegnere, il problema del puntellamento di un immobile è che «non può essere progettato se non in corso d’opera perché si procede man mano che si entra nell’edificio e se ne scopre la condizione di stabilità. Impossibile quindi prevederne il costo». L’Aquila e le sue frazioni sono state divise in comparti, aggiunge Di Gregorio, «ciascuno dei quali viene affidato ad una ditta adeguata, scelta a seconda della classificazione Soa» (fatturato, maestranze, curriculum). Tanto per fare un esempio, la ditta Fiordigigli di Paganica che si è aggiudicata Palazzo Margherita (per la ricostruzione del quale la Federcasse ha donato qualche giorno fa 5 milioni di euro) «è classificata al quarto di otto gradi e quindi può accedere ad appalti fino a 3 milioni di euro».
Ma siccome «al momento dell’assegnazione il costo dell’opera ancora non si conosce, è possibile che la ditta prescelta debba costituire assieme ad altri un’associazione temporanea d’impresa per aumentare la classificazione e poter così portare a termine il lavoro». Per evitare la speculazione, racconta l’ingegnere, «abbiamo adottato un metodo: man mano che si procede la ditta presenta gli stati d’avanzamento che vengono via via controllati anche in riferimento alla coerenza tecnica degli interventi realizzati, e liquidati. Il pagamento, in questo modo, non è del tutto a consuntivo». Finora, assicura Di Gregorio, «quasi tutte le ditte dell’elenco lavorano e con profitti che più o meno si equivalgono».
Eppure il grande dilemma resta: demolire o puntellare? Come ridurre le zone rosse e riportare all’agibilità totale le abitazioni non lesionate ma sotto incombente pericolo esterno? «Noi ci affidiamo alle schede Gts (Gruppi tecnici di sostegno, composti da vigili del fuoco, protezione civile, sovrintendenza e comune o, nel caso di demolizioni, allargati fino a 11 figure, ndr), ma non sempre la prima decisione adottata è quella giusta. Teniamo presente che si tratta di “danni vivi”, che si trasformano di giorno in giorno». Per Di Gregorio, però, l’attenzione, anche politica, dovrebbe essere puntata ancora sulle macerie: «Qualche giorno fa un giovane operaio è rimasto ferito durante una rimozione e a volte le stesse imprese si rifiutano di lavorare ai puntellamenti in presenza di rovine pericolanti». E può accadere che, dopo un abbattimento, arrivi la squadra Ucv (Unità di controllo veloce) della protezione civile e bocci l’operato del comune: «Demolizione eseguita, macerie sul posto, dunque pericolo ancora presente», hanno scritto. Tutto inutile, insomma. E allora, meglio puntellare nel frattempo? «Secondo il settore finanze del comune – ribatte Enrico Perilli – il costo dei puntellamenti di qui a dicembre sarà di 50 milioni di euro, di cui solo 15 in cassa». Di questo passo, L’Aquila non starà più nemmeno in piedi, figuriamoci volare.

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2 thoughts on “Il centro storico dell’Aquila e i problemi della sua ricostruzione a nove mesi dal terribile sisma – Le venti piccole newtown costruite per dare alloggio ai suoi abitanti (tante quante i quartieri della città) toglieranno definitivamente gli aquilani dal loro centro? (e cosa ne sarà del cuore storico della città?)

  1. Ing Giampaolo Ceci lunedì 4 gennaio 2010 / 8:45

    Come ricostruire il centro storico dell’aquila.
    Una proposta operativa
    Di Giampaolo Ceci

    In una fase preliminare del progetto della ricostruzione aquilana si sarebbe dovuto prevedere un confronto costruttivo tra le forze politiche e sociali della città per definire prioritariamente quale progetto strategico di sviluppo perseguire.
    Solo così si sarebbero potute indirizzare in forma coordinata le ingenti risorse della ricostruzione e si sarebbe potuto trasformare un’immane calamità in un’occasione di sviluppo duraturo.
    A tale fine sarebbe stato utile affiancare al consiglio comunale un “consiglio grande” a carattere consultivo, composto da esponenti qualificati della società aquilana che operino nei vari campi della vita civile locale per coinvolgere le parti sociali.
    Sarebbe stato opportuno anche individuare un progetto urbanistico, seppure di massima, per sistemare le eventuali storture nell’assetto cittadino, visto che c’è la possibilità di farlo.
    Non essendo stato fatto tutto ciò, ora non resta che procedere senza un progetto ragionato, perseguendo solo l’obbiettivo di ricostruire quanto c‘era prima con le sue attuali storture.
    In questo quadro però bisogna rilevare anche che due importanti passi organizzativi sono già stati fatti. Il primo riguarda la suddivisione del centro storico in zone omogenee (macroaggregati). Si tratta ora di verificare che la suddivisione risponda anche a criteri costruttivi e operativi (presenza di zone di stoccaggio e verifica dell’influenza delle gru, viabilità e logistica cittadina, durante lavori).
    Il secondo è stato l’identificazione della struttura politica di comando di cui non sono ancora molto chiari i compiti, che si impernierà sul Presidente della Regione dott. Chiodi, che assumerà i poteri del commissario straordinario per la ricostruzione e del vice commissario identificato nel sindaco Cialente, nonché quella tecnica assunta del coordinatore della ricostruzione del Centro storico dell’Aquila assunta dall’Arch. Fontana. Perplessità invece sulla cosiddetta struttura tecnica di missione che speriamo non sia formata solo da funzionari pubblici aventi una formazione tecnico/ amministrativa, ma anche ingegneri con una formazione tecnico/ produttiva.
    Per completare l’impalcatura organizzativa della struttura di controllo pubblica all’arch. Fontana dovrebbero essere associato un coordinatore per ogni maxiaggregato che svolgerebbe il compito di coordinare e supervisionare le Direzioni lavori di ogni maxiaggregato (come se fossero dei responsabili unici del procedimento degli appalti pubblici).
    I coordinatori dei maxiaggregati avrebbero anche il compito di vagliare preventivamente le varianti ai progetti che si dovessero rendere opportune per sistemare situazioni squilibrate da un punto di vista estetico funzionale o urbanistico.
    Sul versante del privato l’impalcatura organizzativa dovrebbe prevedere l’obbligatorietà della costituzione di un consorzio per ogni maxiaggregato definendone le linee guida, le procedure, gli statuti tipo e i criteri per determinare le quote di proprietà dei singoli proprietari, nonché i poteri e le caratteristiche dei presidenti.
    I progettisti interni al maxiaggregato potrebbero essere scelti dai singoli proprietari dovendo essere dei tecnici di loro fiducia; sebbene l’incarico verrebbe perfezionato dal Presidente del consorzio, che manterrebbe così la supervisione dell’intero progetto e potrebbe valutare preventivamente i progetti costituenti il maxiaggregato e la fattibilità di compensazioni di volumi o le proposte di varianti agli standard urbanistici, da sottoporre alla attenzione dei coordinatori del maxiaggregato perché tutta la progettazione risulti omogenea.
    Questo modello organizzativo prevede il varo di una legge nazionale in deroga a quelle vigenti, che consenta al commissario straordinario di approvare i progetti di sistemazione dei maxiaggregati, anche in difformità dagli stringenti vincoli di legge, in modo che gli edifici della città risultino più gradevoli e funzionali, consentendo anche il recupero di vani o la modifica di distribuzioni interne qualora richieste concordemente dai proprietari.
    Le procedure di gara per i singoli maxiaggregati verrebbero gestite dagli uffici comunali o regionali che già possiedono le professionalità adatte. Il coordinatore della ricostruzione del centro storico avrebbe anche il compito di controllare con collaudatori in corso d’opera l’operato dei coordinatori dei maxiaggregati, dei direttori dei lavori dei singoli proprietari e delle imprese.
    I lavori di ricostruzione di ciascun maxiaggregato verrebbero affidati ad un’unica impresa mediante una gara pubblica.
    Ogni impresa aggiudicataria del maxiaggregato dovrebbe coordinare i suoi subappaltatori per garantire il rispetto dei tempi e la ottimizzare della viabilità cittadina, rispettando un programma e una tempistica degli interventi (inizio e fine lavori anche per lotti) imposta in fase di gara al fine di pianificare il riuso della città.
    Le erogazioni dei contributi non verrebbero calcolate né per proprietario, né per tipo di danno. Nessuna complicazione tra prima e seconde casa o per tipo di diritto sulle unità immobiliari, o per residenti o per classificazioni A B C D E F … ciascuno coi suoi complicati criteri di calcolo e di verifica. Nessun limite massimo di spesa per singolo edificio. Si riparano i danni usando il criterio del buon progettista che deve decidere caso per caso a seconda del danno e del caso specifico. In ogni caso il presidente del consorzio prima e il coordinatore del maxiaggregato poi hanno l’ultima parola dovendole inserire nel progetto finale da approvare.
    Sarà il progetto complessivo di ristrutturazione del maxiaggregato quindi ad essere valutato dal commissario straordinario e dai suoi esperti e finanziato nel suo complesso come se fosse un’unica costruzione.
    Per evitare ogni forma di speculazione lo Stato non darebbe soldi ai proprietari, ma solo le case consolidate secondo un progetto unitario e ristrutturate con le finiture minimali riportate nel prezzario regionale. Chi vorrà apportare migliorie le farà progettare dal suo tecnico di fiducia e le sottoporrà al presidente del consorzio che a sua volta se le farà approvare dal coordinatore del maxiaggregato e le pagherà alla impresa di tasca sua, magari attingendo a mutui a tasso concordato con le banche convenzionate.
    Anche i pagamenti alle imprese verrebbero effettuati da Banche primarie convenzionate che si impegnino a garantire i versamenti alle imprese entro date certe, a prescindere dagli accrediti statali sui loro istituti, scongiurando il fermo lavori per ritardi nelle erogazioni. Un’organizzazione così fatta consentirebbe di aggredire i maxiaggregati contemporaneamente e in forma coordinata riducendo i costi degli interventi e anche i tempi, per il fatto che le imprese avrebbero interesse ad aumentare le produzioni, essendo coperte finanziariamente.

  2. Giampaolo Ceci mercoledì 18 agosto 2010 / 18:58

    Oggi la tendenza degli urbanisti e degli architetti è quella di restaurare gli edifici a valenza storico artistica mediante il restauro delle parti originali senza apportare integrazioni moderne o rifacimenti per quelle mancanti.

    Si vedono così opere “congelate” nel loro degrado, ma non si percepisce come erano in origine a meno che non si siano mantenute intatte nel tempo.

    Questa concezione comporta che gli edifici antichi non sono mai riportati al loro stato originario. Non possiamo vedere come erano fatte le terme romane o gli antichi templi greci nella loro forma e colori originari se non su disegni, perdendo la percezione della spazialità e della realtà vissuta dagli antichi costruttori.

    Il massimo che viene consentito dalla soprintendenza è quello di consolidare le parti pericolanti degli edifici anche con nuovi materiali o iniezioni di altri materiali a maggior coesione di quelli originari, purché le lavorazioni non si vedano. La ricostruzione delle parti mancanti è ammessa solo se si dispone dei materiali originari.

    Se si devono costruire parti nuove per la stabilità o la compiutezza della costruzione, queste di solito devono essere distinguibili da quelli della vecchia costruzione originaria.

    È un concetto ibrido che privilegia il mantenimento dell’estetica delle antiche costruzioni monumentali, ma stranamente non quello della tecnologia del tempo che invece può essere violentata con materiali moderni purché si vedano le parti ricostruite.

    A differenza di quanto avviene in architettura la Soprintendenza non adotta per i dipinti lo stesso criterio che impone per le costruzioni monumentali. Nel restauro dei dipinti infatti, non si lasciano mai in evidenza i buchi delle tarme o le parti scolorite. I buchi vengono saturati chirurgicamente con rappezzi e colori che riprendono fedelmente quelli originari e riportando il dipinto alle sue origini.

    Mi domando allora, perché ci si ostini a voler recuperare un edificio antico le cui malte sono irrimediabilmente degradate , con enormi costi di consolidamento e restauro quando, non solo sarebbe più semplice e meno costoso, ma anche più rispettoso della sua tecnologia, demolirlo e ricostruirlo fedelmente, facendo uso dei medesimi materiali di recupero e le stesse tecniche costruttive? Perché ci si deve impazzire per consolidare un muro o un arco costituito da leganti ossidati e quindi slegato, fatiscente e instabile quando si potrebbe ricostruirlo fedelmente ma con leganti nuovi ed efficaci che lo rendano praticamente uguale in tutto a quello originale, col vantaggio però di renderlo più stabile e duraturo? Se l’obbiettivo è quello di lasciare una traccia delle conoscenze e della cultura del tempo non è meglio ricostruire fedelmente magari completando alcune costruzioni secondo disegni originari per farci comprendere compiutamente l’estetica originaria, come avviene per i dipinti?

    Il concetto non è nuovo. Alcune chiese sono state ultimate alcuni secoli dopo il inizio della loro costruzione. Se la moderna concezione fosse stata anche quella dei nostri padri oggi molte cattedrali non sarebbero mai state ultimate.

    All’Aquila e in tutte le città in cui i monumenti a valenza storico artistica hanno subito dei danni si pone questo problema. Che fare, restaurare e consolidare l’esistente o demolirlo e ricostruirlo fedelmente?

    Gli americani non ci hanno pensato molto quando hanno potuto hanno ricostruito fedelmente a casa loro edifici europei storici rinascimentali o del tardo medioevo. Recentemente è stata ricostruita una copia fedele della Porziuncola di Assisi che, a parte il contesto, è indistinguibile dall’originale.

    Non vorrei che si cadesse nel paradosso che i nostri studenti. per capire come era in realtà il Colosseo, debbano organizzare un viaggio in America.

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