A che luogo appartieni? All’identità locale o globale si sostituisce lo spaesamento e la difficoltà a identificarsi in un posto determinato: e la “città ideale” di incontro diventa il centro commerciale e altri (non)luoghi artificialmente costruiti di massa

Lucca, Piazza Anfiteatro, sorta sui resti di un anfiteatro romano di cui ricalca perfettamente il perimetro

LA CITTA’ CHE SCOMPARE INGOIATA DALL’OUTLET.   Riportiamo qui una serie di articoli sul problema identitario del luogo dove le persone si riconoscono meglio, fuori dalle mura di casa. Iniziando con un bell’articolo dal Corriere della Sera di Aldo Cazzullo sulla tristezza degli Outlet, magacentri degli acquisti di massa (qualche settimana fa per i regali natalizi, e ora per le svendite -i “saldi”-). E poi riportiamo i dati di una recente inchiesta dell’”Osservatorio sul Nordest” (dati commissionati da “il Gazzettino”) dove si analizza qual è l’elemento identitario (come territorio in cui ci si riconosce) per le persone del Nordest (ma, secondo noi, poco cambia per qualsiasi persona italiana e europea). E qui ne viene fuori un senso di confusione e spaesamento, tra chi si identifica nel riconoscersi in un territorio nazionale ed europeo (e sentendosi pure cittadino del mondo), e chi predilige un’identità più localistica, magari del proprio paesino, al massimo dell’area italiana settentrionale (per gli intervistati che sono tutti del nordest).

COME VENIRNE FUORI. Lasciamo alla vostra riflessione su queste importanti analisi (per la vostra eventuale lettura), e proviamo a formulare proposte. Ci pare che ciò che è più in crisi, su tutto questo, è sicuramente il posto in cui viviamo, cioè quello a più stretto contatto materiale, fisico con le proprie mura di casa: paesi, quartieri, periferie, grigi e inadeguati ai processi di cambiamento, diventati (o rimasti nel tempo) solo dei dormitori, senza alcun contesto di attrazione ai processi (quelli più interessanti) del mondo che sta cambiando. Oppure centri di città (anche con un passato di rilievo) che han perso la loro importanza: negozi chiusi, vita sociale che avviene solo su iniziative e sollecitazioni di pubbliche amministrazioni (concerti d’estate, la notte bianca, eccetera…). Oppure centri che si adattano a diventare, pur di sopravvivere, dei puri e semplici centri commerciali nello stesso modo anonimo degli outlet (un’omologazione pura e semplice dei modi del consumo di massa). E che non riescono più, questi centri storici, a produrre “da sè” quotidiana dinamicità, ad autogenerare ogni giorno vita comunitaria (viene in mente la Venezia del commerci, del convivere di pluriculturalità, del periodo d’oro marinaro e repubblicano; sostituita dalla Venezia museo per turisti-visitatori-consumatori di adesso; ma il fenomeno di desolazione dei centri storici riguarda anche medie e piccole città, sicuramente anche di più delle grandi e prestigiose città).

TORNARE AD ABITARE I CENTRI STORICI (anche le classi meno abbienti). Bisogna superare sistemi di speculazione edilizia e rendite parassitarie che bloccano la possibilità di vivere nei centri storici. Sempre più accade che banche e altri investitori finanziari acquistano pezzi di città: strutture abitative antiche non per farle rivivere ma per garantirsi come “capitale sociale” (una pura operazione di sicurezza di bilancio, di garanzia del capitale netto d’azienda). Oppure che comuni ed enti pubblici possiedano edifici di valore architettonico ed artistico nei centri e li tengano chiusi (e in costante degrado) per impossibilità economica di ristrutturarli (ma impossibilità anche dopo di mantenerli). Bisogna tornare a un’edilizia popolare nei centri storici: se vi è bisogno di edilizia popolare utilizziamo i centri, il cuore delle città.

RIAPRIRE LE BOTTEGHE, i NEGOZI. Solo con i commerci e la vita quotidiana si torna a far vivere le città, i centri. La liberalizzazione degli orari, il sostegno pubblico (comunale) come freno e riduzione di affitti troppo esosi (anche con sistemi di defiscalizzazione), venendo a ridurre gli affitti “strangolanti” di rendite parassitarie che pure danneggiano gli stessi proprietari (che vedono chiusi e improduttivi per larghi periodi i loro locali); ebbene, tutto quanto rende impraticabile la vita in città ed è causa dell’impossibilità ad esercitare attività commerciali e piccolo-artigianali, di servizi, in contesti cittadini (ora resiste solo chi ha la proprietà dell’immobile), ebbene questo permetterebbe di ripristinare attività commerciali anche residuali ma utili (il bar, la trattoria, la bottega fuori casa, che magari tengono aperto oltre l’orario normale, e che possono dar reddito ai gestori senza dover sopportare affitti troppo esosi e strangolanti).

RI(CREARE) IL SENSO DI COMUNITA’ QUOTIDIANA nelle città. La Comunità si fa nei bar dove ci si può fermare a parlare, nella bottega e nel negozio vicino a casa, nella sala di quartiere dove si va magari ad esporre un proprio problema, nel cinema di quartiere con sala pubblica gratuita, nel centro “anziani e giovani” (misto) dove si va a giocare a bocce o a carte….. La comunità di internet o dei centri commerciali (ora ne stanno nascendo lungo le autostrade) fa fatica ad essere l’alternativa alla “comunità” perché manca di una relazione, di un contatto diretto (di occhi che si incontrano). Se l’urbanistica e la politica non riescono a “riprendere in mano” la dinamica virtuosa della vita cittadina “sotto casa” vuol dire che stanno fallendo nel progettare e creare modi intensi di dinamico e sereno equilibrio umano (e lo spaesamento prevale sul sentirsi innovatori e attivamente cittadini del mondo).

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CHE  TRISTEZZA  QUEGLI  OUTLET

Piazze, centri e volti di un Paese

di Aldo Cazzullo, da “il Corriere della Sera” del 5/1/2010

La coda dei milanesi all’outlet di Serravalle, dove i saldi non erano ancora iniziati, con il centro di Milano semideserto tranne corso Buenos Aires e via Montenapoleone, dove i saldi c’erano già, è un dato che va oltre la cronaca. Segna la definitiva trasformazione del centro commerciale in piazza, città, posto non solo di commercio, ma anche di incontro.

Non ha più senso chiamarli «non luoghi». Non sono spazi artificiali dove non si depositano memoria e identità. Sono, soprattutto per i giovani, ma ormai pure per le famiglie, i nuovi luoghi della vita, che stanno sostituendo quelli — appunto il centro storico, la piazza, il paese; ma anche la chiesa, lo stadio, il cinema — dove i nostri padri per secoli si sono conosciuti, parlati, amati, magari imbrogliati.
Non a caso, da Fidenza a Valmontone, da Noventa Piave a Mantova, i centri commerciali che hanno fatto i migliori affari d’inizio 2010 si chiamano outlet. Non a caso, sono costruiti come paesi finti, come borghi medievali posticci, con le mura, le porte, le fontane e le botteghe, dove portare il cane a passeggio, i bambini a giocare, e la moglie (o il marito) a prendere con 99 euro il maglione di cachemire che fino a qualche giorno fa in centro ne costava 400.

Outlet, che in inglese vuol dire tutt’altra cosa, è parola-chiave dell’Italia di oggi. Non indica solo il centro commerciale divenuto città nuova. È metafora della svendita. Simboleggia la mercificazione dei valori. Può significare il degrado dei rapporti umani, un tempo in cui tutto può essere comprato e venduto, con la rapidità di chi considera la conversazione una perdita di tempo e la cortesia un segno di debolezza.
Non è detto però che questa profonda trasformazione sia negativa. Certo coincide con una perdita. La piazza è un tratto distintivo della nostra civiltà: non esiste nella cultura araba, dove la città prende forma attorno al commercio e i suq sono centro commerciale ante- litteram; né in quella americana, dove i «mall» sono da sempre passatempo preferito e primo luogo di aggregazione.

Ma serve davvero a poco rimpiangere il buon tempo andato; anche se va tenuto a mente che i denari spesi nel negozietto sotto casa restano all’interno della comunità anziché finire alle multinazionali. Né è utile ripeterci che le città italiane sono le più belle del mondo; il che è vero, ma dovrebbe essere uno sprone più che una consolazione.

Serve di più rendere i centri storici «competitivi» con i centri commerciali: sicuri, facili da raggiungere, attraenti anche il tardo pomeriggio e la sera, grazie a quelle ricchezze — l’arte, la musica, il teatro, financo la preghiera—che nelle nostre città si forgiano da secoli, e che gli outlet (a Serravalle suonano cantautori e jazzisti, a Roma Est la domenica si celebra la messa) possono al più riprodurre.

I segnali di vita non mancano. La Bocconi e le vie attorno, la sera dopo il pacco-bomba del 16 dicembre, erano piene di giovani per l’inaugurazione di una mostra. Venezia discute su come salvare le sue botteghe. I commercianti della capitale pensano a saldi più frequenti, a ogni fine stagione. E forse riusciranno anche a risolvere il giallo del maglione di cachemire che ieri costava 400 euro e oggi 99. (Aldo Cazzullo)

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QUELL’IDEA “SMARRITA” DELLE CITTA’ IN CUI VIVIAMO

da “Il Gazzettino” del 17/11/2009

“Cosa davvero si condivide oggi della propria città? L’appartenenza ad una città è anche molto virtuale, viviamo in un tessuto socio-economico-urbanistico complesso. Per questo le risposte all’indagine sull’appartenenza sono, apparentemente, così distanti”. Giovanni Vio, 45 anni, architetto, insegna urbanistica presso la laurea Specilistica in Conservazione dello Iuav. Nel 2002 è stato tutor Iuav al Master in Valorizzazione e conservazione del Patrimonio Industriale (iuav, UniPd, PoliTo). Dal 2000 al 2004 ha preso parte attiva alle ricerche condotte tra il Dipartimento di Urbanistica dello Iuav e le Università Myongji di Seoul e Tsinghua di  Pechino. Interessato all’architettura ed il paesaggio del Sud Africa, dove ha svolto il primo studio completo dell’opera di Roelof Uytenbogaardt, oggi pubblicato in due lingue. Di recente ha viaggiato in Mali e Etiopia con Peter Rich. E’ autore di libri di saggistica e fotografie tra cui anche la prima guida turistica di Mestre.

Perché la città appare così distante?

“Tanti lavorano distanti da casa, la loro vita è altrove rispetto alla residenza”.

Vuol dire che è cambiata l’idea di città nella percezione comune?

“La città si è ‘spostata’ perché le persone entrano in contatto in altri spazi: i centri commerciali, le stazioni, gli aeroporti, altri luoghi ‘non città’ “.

Allora che resta della città?

“Sempre di più la città si identifica ormai col tempo libero e non per il vissuto quotidiano, come un tempo. E poi per molti  abitanti del Nordest non c’è differenza tra fare un acquisto a Treviso, Mestre, Conegliano o Udine. Spostarsi di città in città è normale”.

Con che cosa ci si identifica quindi?

“Con quello che si frequenta maggiormente. E spesso non è la città dove si risiede, ecco il perché di tanta differenza rispetto alle risposte di dieci anni fa”.

Vuol dire che anche chi amministra deve ripensare ai ruoli delle città, visto che molti si sentono tanto europei quanto della ‘propria città’?

“Credo che tanti lo stiano già facendo. Non dimentichiamo internet che permette di comprare qualsiasi cosa in qualsiasi città d’Europa e del mondo. E di vedere queste città ogni giorno…”.

Si aspettava una tiepidezza così forte verso l’appartenenza alla ‘regione’? (ndr: vedi articolo sullo studio dell’Osservatorio del Nordest riportato subito qui sotto)

“Trovo logico quel dato. Per molti sempre di più ormai la ‘regione’ è legata al significato che si dà a questa parola. E, al di là di leggi e norme, la regione ha un percepito molto basso. Se la città è un fatto fisico, estetico, legata al centro storico magari la Regione spesso non è altro che una ‘forzatura amministrativa’. Esistono le politiche regionali, sì. Ma nella gente il percepito della regione è sfumato.

Ci si riabilita con il Nordest…

“Proprio così. Perché, credo, al Nordest –magari proprio in un momento di crisi come questo- si collegano le cose migliori dell’immagine che questa parola offre: locomotiva, successo, la parte ‘mitica’ di un’evoluzione che è stata sotto gli occhi del mondo. Il Nordest, per l’identità, è il bello…”.

Oltre che appartenenti all’Italia ci si sente anche cittadini del mondo.

“Credo che questo – un po’ – voglia dire che vantiamo dei diritti sul mondo. E’ anche segno e risultato del mondo ormai sempre più vicino a tutti noi”.

Chiudiamo ancora con la città. Di cosa sono ammalate ora le nostre città?

“Di mobilità soprattutto. Non si organizzano le città secondo i criteri dell’urbanistica, che prevede i trasporti, gli spostamenti, i tempi. Si è spesso costruito; e dopo sono arrivati i servizi… Anche questo è uno dei motivi della ‘distanza’ dalla propria città dalla gente del Nordest”.    (A.B.)

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OSSERVATORIO SUL NORD EST – L’IDENTITÀ TERRITORIALE DEL NORD EST
Svolto su incarico de Il Gazzettino, che ne ospita anche la pubblicazione settimanale, rileva gli atteggiamenti politici e culturali di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e della provincia di Trento.

CITTADINI D’ITALIA E DEL MONDO TRA CAMPANILI E PICCOLE PATRIE
[di Fabio Bordignon]

Il Nord Est è ancora “patria del localismo”. L’identità locale si conferma, per i cittadini di quest’area, come prima fonte di appartenenza territoriale. Un legame, tuttavia, che per una porzione consistente della popolazione nordestina non viene declinato in termini esclusivi, ma si intreccia a riferimenti più ampi: innanzitutto all’Italia, che fa tradizionalmente da cornice, in queste regioni come nel resto del paese, alle molteplici appartenenze sovra e sub-nazionali.
“A quale di queste aree lei sente di appartenere maggiormente?” Di fronte a questa domanda, proposta al proprio campione da Demos per Il Gazzettino, i cittadini del Veneto, del Friuli-Venezia Giulia e della provincia di Trento si dividono. Tra i riferimenti più vicini – a partire dal proprio comune di residenza – fino a quelli più ampi – “il mondo intero”. In modo sbilanciato verso i primi e, in particolare, verso la dimensione locale: il 14% indica la propria città; il 10% la propria regione; il 14% il Nord Est e il 7% l’intera area settentrionale. Nel complesso, l’ambito locale raccoglie quasi la metà delle preferenze. Da questo punto di vista, poco sembra essere cambiato, negli ultimi dieci anni, in quest’area: gli orientamenti territoriali della popolazione nordestina, misurati nel corso del tempo dalle rilevazioni dell’Osservatorio sul Nord Est, paiono cristallizzati su equilibri ormai consolidati.
Il riferimento alla nazione, all’Italia, ciò nondimeno, attrae quasi una risposta su quattro (24%). E la rimanente porzione del campione guarda oltre confine: all’Europa (11%) e al mondo intero (20%). Soprattutto, il numero di persone che hanno come riferimento questi contesti si amplia ulteriormente se allarghiamo l’osservazione alla seconda risposta fornita. Incrociando le informazioni contenute nelle due domande, inoltre, possiamo ottenere una idea più chiara sulla geografia delle appartenenze territoriali nelle regioni nord-orientali.
A esprimere una maggiore proiezione oltre confine, tanto da suggerire una identità cosmopolita, è appena il 13% della società locale. Il profilo di questo gruppo è piuttosto netto (e noto). Si tratta soprattutto di persone istruite, residenti in centri medio-grandi, in particolare di studenti. Agli antipodi, rispetto a questa componente, troviamo il gruppo di chi declina lo spirito localista in chiave esclusiva, disegnando un perimetro identitario che (nella versione più estesa) rimane entro i confini settentrionali. Si tratta del gruppo più ampio, tra quelli proposti dalla tipologia, che racchiude il 28% della popolazione nordestina. In modo speculare rispetto al precedente, le sue dimensioni crescono soprattutto tra le persone con titolo di studio più basso e nei comuni di dimensioni più piccole. Soprattutto, presenta due grandi “poli d’attrazione”: la Lega Nord (tra gli elettori del partito di Bossi, la metà ricade in questa categoria); il mondo del lavoro autonomo (tra imprenditori e piccoli proprietari d’azienda l’identità localista coinvolge il 41% degli intervistati).
Per un’ampia frazione della popolazione, però, l’attaccamento al contesto di residenza e alle sue tradizioni non rimane esclusivo, ma si fonde con altre identità. Innanzitutto con quella italiana, che, come suggerito a più riprese da numerose indagini condotte a livello nazionale (si veda, a questo proposito, l’indagine LaPolis-liMes 2008), continua a funzionare da collante per il mosaico di piccole patrie di cui si compone il paese. Il 25% si dice, allo stesso tempo, italiano e nordestino, italiano e veneto, italiano e vicentino, trentino, triestino… Un altro 17% propone invece una identità glocale: globale e locale, che guarda al contesto di vita e, allo stesso tempo, si aggancia ai processi di globalizzazione (saltando la dimensione nazionale). Una componente di analoghe dimensione, infine, combina lo spirito nazionale con quello cosmopolita (18%).

Da: http://www.demos.it/a00367.php

NOTA METODOLOGICA
I dati dell’Osservatorio sul Nord Est, curato da Demos & Pi, sono stati rilevati attraverso un sondaggio telefonico svolto tra il 1 e il 3 settembre 2009. Le interviste sono state realizzate con tecnica CATI (Computer Assisted Telephone Interviewing), dalla società Demetra di Venezia. Il campione, di 1026 persone, è statisticamente rappresentativo della popolazione, con 15 anni e più, residente in Veneto, in Friuli-Venezia Giulia e nella Provincia di Trento, per area geografica, sesso e fasce d’età. I dati fino al 2007 fanno riferimento solamente al Veneto e al Friuli-Venezia Giulia.
Fabio Bordignon e Natascia Porcellato hanno curato la parte metodologica, organizzativa e l’analisi dei dati. Claudio Zilio ha svolto la supervisione dell’indagine CATI. Lorenzo Bernardi ha fornito consulenza sugli aspetti metodologici. L’Osservatorio sul Nord Est è diretto da Ilvo Diamanti.
Documento completo su www.agcom.it

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NOI  URBANISTI  ABBIAMO  FALLITO

di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 10/12/2009

Le città perdono forma. E diventa più difficile distinguerle dalla noncittà. Al tempo stesso si costruisce a ritmi che, così vorticosi, in Italia non si vedevano dal dopoguerra. I due fenomeni sono connessi. Ma il problema è: come si comportano di fronte a queste vicende gli urbanisti, coloro i quali, per statuto culturale, sono addetti a capire quel che sta accadendo e semmai sarebbero tenuti anche a intervenire perché le trasformazioni non siano proprio tremende?

La parola crisi è la più frequente che si senta pronunciare quando due o più urbanisti si siedono al tavolo di un convegno. Qualcun altro, come Leonardo Benevolo, parla apertamente di “tracollo”. Benevolo, classe 1923, è uno dei padri della disciplina, in Italia e non solo. Da più di trent’anni vive sopra Brescia,a Cellatica. Qui si rifugiò dopo aver abbandonato Roma e l’ università e per seguire uno degli esperimenti più riusciti dell’urbanistica italiana fra anni Sessanta e Settanta, appunto, la pianificazione di Brescia.

«Oggi in Italia l’ urbanistica è un’ attività screditata», spiega arrotando bene la erre, «considerata con fastidio, e preferibilmente accantonata. Nei programmi elettorali e nel comportamento delle istituzioni centrali questo capitolo è scomparso da tempo. Nelle amministrazioni periferiche, Regioni, Comuni e Province, ha un posto secondario, con uffici ridotti al minimo e disponibilità economiche precarie; nella vita privata dei cittadini italiani compare quasi solo come un ostacolo sgradito, da eludere o eliminare. Dovunque se ne parla malvolentieri, e il meno possibile».

Non è stato sempre così. «L’ urbanistica era uno degli argomenti più popolari nel dibattito politico e culturale del dopoguerra e per alcuni decenni almeno. Basti rammentare le discussioni sul piano regolatore di Roma, negli anni Cinquanta». E oggi, invece? «Oggi gli atti urbanistici sono diventati enormi pacchi di carte, inconsultabili ed ermetici. La corrispondenza fra gli atti e le trasformazioni reali è difficile o impossibile da accertare. Governanti e governati, per motivi diversi, condividono il desiderio di trascurare, o far semplicemente a meno di questa disciplina. In questa vicenda io vedo un elemento paradossale».

Quale? « Tutto questo avviene mentre per il paesaggio, per le modificazioni portate in esso dall’ uomo, l’ interesse è cresciuto e cresce anche nel nostro paese». L’ urbanistica arretra proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di essa. Grandi trasformazioni investono i paesaggi, sia quelli non costruiti che quelli urbani: ma quante di queste sono culturalmente sorvegliate, per non dire regolate, da chi per mestiere dovrebbe farlo?

«Si costruisce per il mercato», è la risposta che dà Paolo Berdini, altra generazione rispetto a Benevolo, che insegna alla Facoltà di Ingegneria di Tor Vergata, a Roma. Berdini ha provato a mettere ordine fra i numeri che indicano, spesso in conflitto fra loro (da una parte cifre allarmistiche, da un’ altra molto accomodanti), quanto suolo è stato consumato in Italia. Circa 10 milioni di stanze, fra il 1995 e il 2006, dice l’ Istat. Che vuol dire, sommate ai capannoni industriali, ad altre iniziative produttive e alle infrastrutture, 750 mila ettari in un decennio, cioè quanto tutta l’ Umbria e, ogni anno, quanto una città come Ravenna.

Il problema è, sottolinea Berdini, che la popolazione italiana è cresciuta nello stesso periodo di 1 milione 900 mila abitanti, «quasi esclusivamente emigranti, persone cioè che, salvo eccezioni, non hanno la minima possibilità di accesso alle case che si costruiscono». L’ enorme quantità di palazzi non ha, insiste Berdini, alcuna corrispondenza con la domanda (nel frattempo, infatti, di edilizia popolare o comunque a prezzi contenuti se ne fa pochissima in Italia).

E allora a che cosa è legata? «Evidentemente ad altri fattori, per esempio al fatto che il fiume di denaro virtuale creato dall’economia finanziaria doveva trovare luoghi in cui materializzarsi: le città e il territorio». Ma non doveva essere proprio l’ urbanistica a regolare il modo in cui città e territori si davano assetti compatibili con lo spazio e con le persone che li abitano, senza lasciare che a decidere fossero solo le leggi del mercato, comprese quelle di un mercato impazzito, i cui sussulti fanno tremare quel paradiso – o inferno – dell’urbanistica globale che è Dubai? Di fronte alla forza del mercato sembra si possa fare poco.

«L’ urbanistica moderna nasce in ambito liberale e anzi proprio di economia capitalista per affrontare un problema che il mercato, cioè la spontaneità dei meccanismi individuali, non riusciva ad affrontare». Edoardo Salzano parte da lontano, dal primo piano regolatore della storia, realizzato a Manhattan nel 1811, per spiegare la crisi di oggi. Ex assessore ed ex preside della Facoltà di Pianificazione a Venezia , dirige www.eddyburg.it , il più frequentato sito in materia di città e territorio, un pozzo di documenti, di interventi e di denunce provenienti dall’Italia e dall’estero.

Dice Salzano: «L’ urbanistica ha perso la sua dimensione collettiva, si adegua a una società appiattita sull’io e si piega ad aggiustare, a mitigare tecnologicamente le trasformazioni che avvengono sul territorio, senza cercare soluzioni alternative al pensiero dominante, che è poi quello sempre forte della speculazione edilizia».

Ma le trasformazioni sono necessarie, ci sono sempre state… «È vero: ma di quali interventi ha bisogno oggi il nostro paese, di quartieri-dormitorio di lusso o di un piano di difesa del suolo?» Passano sopra la testa degli urbanisti i Piani-casa – ampliamenti per mezzo milione di abitazioni (stima l’ Associazione costruttori), demolizione e ricostruzione di 16 mila fabbricati – che ogni Regione ha approvato per conto proprio, spezzettando l’ Italia come un vestito di Arlecchino. E poco c’entreranno gli urbanisti con la legge sugli stadi, chiamata così nonostante i campi di calcio occuperanno solo un’ infinitesima parte di nuovi quartieri per migliaia di abitanti. Emblematica anche la ricostruzione dell’ Aquila: venti insediamenti e un centro storico abbandonato a sé stesso senza un’ idea complessiva di cosa potrebbe essere la città del futuro.

«È solo attraverso la mediazione dell’urbanistica che la società costruisce il proprio spazio e gli conferisce la propria impronta», insiste Salzano. L’ urbanistica, si insegna all’università, è quella disciplina nella quale convergono saperi scientifici e umanistici,e che dopo un’ indagine sulla realtà fisica e sociale di un territorio, pianifica trasformazioni e conservazioni, misurando gli effetti in tempi lunghi e in spazi vasti, e mediando fra gli interessi generali – i bisogni di chi quel territorio abita – e quelli dei privati, in particolare dei proprietari dei suoli.

L’ urbanistica, poi, offre soluzioni alla politica. Ed è qui un altro nodo che, secondo molti, si è aggrovigliato sempre di più fino a formare una matassa inestricabile. Se l’ urbanistica è in crisi, la politica lo è di più. I Comuni finanziano gran parte del proprio bilancio con gli oneri di urbanizzazione, i soldi incassati rilasciando concessioni edilizie. Sono deboli di fronte al proprietario di un suolo che chiede di poter costruire, anche se le case che sorgeranno servono soprattutto ad accrescere la sua rendita. E gli urbanisti sono spesso schiacciati in questo meccanismo.

«In molti di loro», racconta una non urbanista, Paola Bonora, geografa dell’Università di Bologna, curatrice con Pier Luigi Cervellati di Per una nuova urbanità (Diabasis, pagg. 213, euro 21), «prevale un senso di disincanto malizioso e compiaciuto. L’ espansione edilizia viene descritta con rassegnazione e disinteresse: ma raramente le mille etichette per raccontare ciò che accade si accompagnano a una seria denuncia degli effetti devastanti del consumo di suolo e a una coerente proposta politica. Nelle facoltà di Architettura c’ è un ritorno alla tecnica e poca attenzione ai contesti territoriali in cui calano gli interventi. Da tempo ci si è invaghiti della crescita illimitata: e l’ ubriacatura continua». – FRANCESCO ERBANI

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NONLUOGO

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il neologismo nonluogo definisce due concetti complementari ma assolutamente distinti: da una parte quegli spazi costruiti per un fine ben specifico (solitamente di trasporto, transito, commercio, tempo libero e svago) e dall’altra il rapporto che viene a crearsi fra gli individui e quegli stessi spazi.

Marc Augé definisce i nonluoghi in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici. Fanno parte dei nonluoghi sia le strutture necessarie per la circolazione accelerata delle persone e dei beni (autostrade, svincoli e aeroporti), sia i mezzi di trasporto, i grandi centri commerciali, i campi profughi, eccetera. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane o come porta di accesso ad un cambiamento (reale o simbolico). I nonluoghi sono prodotti della società della surmodernità, incapace di integrare in sé i luoghi storici confinandoli e banalizzandoli in posizioni limitate e circoscritte alla stregua di “curiosità” o di “oggetti interessanti”. Simili eppure diversi: le differenze culturali massificate, in ogni centro commerciale possiamo trovare cibo cinese, italiano, messicano e magrebino. Ognuno con un proprio stile e caratteristiche proprie nello spazio assegnato. Senza però contaminazioni e modificazioni prodotte dal nonluogo. Il mondo con tutte le sue diversità è tutto racchiuso lì.

I nonluoghi sono incentrati solamente sul presente e sono altamente rappresentativi della nostra epoca, che è caratterizzata dalla precarietà assoluta (non solo nel campo lavorativo), dalla provvisorietà, dal transito e dal passaggio e da un individualismo solitario. Le persone transitano nei nonluoghi ma nessuno vi abita.

I luoghi e i nonluoghi sono sempre altamente interlegati e spesso è difficile distinguerli. Raramente esistono in “forma pura”: non sono semplicemente uno l’opposto dell’altro, ma fra di essi vi è tutta una serie di sfumature. In generale però sono gli spazi dello standard, in cui nulla è lasciato al caso tutto al loro interno e calcolato con precisione il numero di decibel, dei lum, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazione. Sono l’esempio esistente di un luogo in cui si concretizza il sogno della “macchina per abitare”, spazi ergonomici efficienti e con un altissimo livello di comodità tecnologica (porte, illuminazione, acqua automatiche). Nonostante questa omogeneizzazione i nonluoghi solitamente non sono vissuti con noia ma con una valenza positiva (l’esempio di questo successo è il “franchising” ovvero la ripetizione infinita di strutture commerciali simili tra loro). Gli utenti poco si preoccupano del fatto che i centri commerciali siano tutti uguali, godendo della sicurezza prodotta dal poter trovare in qualsiasi angolo del globo la propria catena di ristoranti preferita o la medesima disposizione degli spazi all’interno di un aeroporto.

Da qui uno dei paradossi dei nonluoghi: il viaggiatore di passaggio smarrito in un paese sconosciuto si ritrova solamente nell’anonimato delle autostrade, delle stazioni di servizio e degli altri nonluoghi.

Il rapporto fra nonluoghi e i suoi abitanti avviene solitamente tramite simboli (parole o voci preregistrate). L’esempio lampante sono i cartelli affissi negli aeroporti vietato fumare oppure non superare la linea bianca davanti agli sportelli. L’individuo nel nonluogo perde tutte le sue caratteristiche e i ruoli personali per continuare ad esistere solo ed esclusivamente come cliente o fruitore. Il suo unico ruolo è quello dell’utente, questo ruolo è definito da un contratto più o meno tacito che si firma con l’ingresso nel nonluogo.

Le modalità d’uso dei nonluoghi sono destinate all’utente medio, all’uomo generico, senza distinzioni. Non più persone ma entità anonime: Il cliente conquista dunque il proprio anonimato solo dopo aver fornito la prova della sua identità, solo dopo aver, in qualche modo, controfirmato il contratto. Non vi è una conoscenza individuale, spontanea ed umana. Non vi è un riconoscimento di un gruppo sociale, come siamo abituati a pensare nel luogo antropologico. Una volta l’uomo aveva una anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano così scriveva già nel 1946 il novelliere e saggista Stefan Zweig: da quel tempo il processo di disindividualizzazione della persona è andato via via progredendo.

Si è socializzati, identificati e localizzati solo in occasione dell’entrata o dell’uscita (o da un’altra interazione diretta) nel/dal nonluogo, per il resto del tempo si è soli e simili a tutti gli altri utenti/passeggeri/clienti che si ritrovano a recitare una parte che implica il rispetto delle regole. La società che si vuole democratica non pone limiti all’accesso ai nonluoghi, a patto che si rispettino una serie di regole: poche e ricorrenti. Farsi identificare come utenti solvibili (e quindi accettabili), attendere il proprio turno, seguire le istruzioni, fruire del prodotto e pagare.

Anche il concetto di “viaggio” è stato pesantemente attaccato dalla surmodernità: grandi “nonluoghi” posseggono ormai la medesima attrattività turistica di alcuni monumenti storici. A proposito del più grande centro commerciale degli Stati Uniti d’America, il “Mall of America“, che richiama oltre 40 milioni di visitatori ogni anno (molti dei quali ci entrano nel corso di un giro turistico), scrive il critico Michael Crosbie nella rivista Progressive Architecture: si va al Mall of America con la stessa religiosa devozione con cui i Cattolici vanno in Vaticano, i Musulmani alla Mecca, i giocatori di azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland. Anche i centri storici delle città europee si stanno sempre di più omologando, con i medesimi negozi e ristoranti, il medesimo modo di vivere delle persone e addirittura gli stessi artisti di strada. L’identità storica delle città ridotta a stereotipo di richiamo turistico. (da Wikipedia)

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GLOBALIZZAZIONE, CONSULTO A NAPOLI FRA 50 CITTA’

Da “IL MATTINO” del 20/11/2009 – di Bruno Discepolo

C’è oggi un luogo privilegiato per misurare i cambiamenti e registrare la portata di un fenomeno che riaffiora con sempre maggiore evidenza: quello della salvaguardia dell`identità nell`epoca della globalizzazione.

Questo luogo sono le città, dove si avvia a vivere la maggior parte della popolazione mondiale. E così che alcune metropoli divengono i poli attrattori di grandi flussi migratori, interni o internazionali. Spesso, per accogliere le masse di recenti inurbati, e diseredati, nascono, accanto alle parti di città consolidate, i nuovi quartieri, bidonvilles, favelas, slums. Altre città restano ai margini delle nuove rotte, demografiche o commerciali, e inevitabilmente dello sviluppo, almeno così come oggi ci appare. Perdono popolazione, declinano, muoiono. Per tutte quante, quelle che si dilatano e quelle che si restringono, sipone ilproblema diridefinirne il ruolo, nella competizione che a livello planetario mette a confronto i sistemi urbani, accanto se non addirittura prima delle nazioni e dei “sistemi-paesi”.

Immancabilmente il problema della ricollocazione di una città, in una mutata geografia è rete di rapporti, relazioni e connessioni, ne determina a cascata quello della riproposizione dell`identità.

Spostamenti massicci di popolazione, con sostituzione di ceti sociali o di etnie all`interno delle strutture urbane, comportano anche in questo caso rimodellamene non sempre semplici.

Criticità possono manifestarsi nell`adattamento dei nuovi abitanti a preesistenti modelli insediativi e abitativi. Così come nuove necessità (tra tutte le richieste di edificare luoghi di culto adeguati) si scontrano con resistenze, paure, nostalgie.

A volte il terreno di scontro diventa, quasi paradossalmente, quello meno significativo: come nel caso di Lucca, dove si è vietata l`apertura di locali per la vendita di “kebab` nel perimetro del centro storico. É un fatto che la storia, oltre le esperienze più recenti, dimostra come le città che più delle altre si siano aperte alla contaminazione, ed abbiano saputo accogliere i “diversi”, creando le premesse per una reale dimensione multiculturale, siano diventate egemoni e abbiano esercitato una leadership morale e materiale. Ma è anche un fatto che mai come oggi le difficoltà di dialogo, e la crisi economica, spingono in una direzione opposta, caratterizzata più da “respingimenti” che da politiche di accoglienza.

Le metropoli continuano a crescere, molte altre città entrano in crisi e si spopolano. Ma la maggior parte di esse si confrontano con un incerto destino e, anche quando non lo sanno, con il problema di ridefinire la loro identità. E forse, prima ancora, con il tema di cosa debba intendersi, alle soglie del nuovo millennio per identità urbana.

In un`epoca in cui, ad esempio, i caratteri originari, appunto identitari, non sembrano più essere un valore da salvaguardare se è vero che la pratica più ricorrente, ormai a tutte le latitudini, è piuttosto quella di falsificare i luoghi. Città finte sorgono lungo le autostrade, piste per sciare a fianco di mali nel deserto degli Emirati arabi, spiagge caraibiche con palme e onde finte dentro un hangar in terra di Germania, Venezia in miniatura a Macao come a Las Vegas. Di questo, e di cosa significa nel frattempo misurarsi sui temi quali il recupero dei tessuti urbani storici, delle buone pratiche in materia di sostenibilità ambientale e mobilità e sicurezza, si discuterà nel workshop internazionale su “L`identità del futuro: il ruolo delle città tra memoria e sviluppo” che si tiene oggi e domani a Castel dell`Ovo. Ed è significativo che a farlo, con Napoli, siano i rappresentanti di circa cinquanta città e organismi che, anche in questo modo, contribuiscono a preparare l`importante appuntamento costituito dal prossimo Forum delle Culture di Napoli del 2013.

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LE CITTA’ E LA MORSA DEL CRIMINE

QUEI  QUARTIERI  FUORI  CONTROLLO

di Gian Antonio Stella, da “il Corriere della Sera” del 6/8/2009

Uno schizzo nero su una linda giacca verde. È così che Roberto Maroni deve aver vissuto il reportage di Andrea Galli e Cesare Giuzzi sul «ghetto of Milan» pubblicato dal «Corriere della Sera». Ma come: proprio mentre lui gongolava sui dati positivi della lotta alla criminalità doveva saltar fuori il caso di quel quartiere violento alla periferia della «capitale morale » marcato da spacciatori, bambini-sentinelle e feroci pitbull? Certo, sarebbe un peccato se la denuncia oscurasse i dati del Viminale. Perché quei numeri, rielaborati da Raffaella Cadeo sul «Sole 24 Ore», dicono che nel 2008 i reati denunciati in Italia sono calati dell’8,1%, che neppure una regione è stata esclusa dal miglioramento, che sono diminuiti borseggi e furti in casa, rapine e furti d’auto.

Per non dire degli omicidi, che sono stati 605, cioè appena 4 in più rispetto al record storico del 2005 e risultano essere, in rapporto alla popolazione, un quinto rispetto agli anni Trenta mitizzati dai fascisti, un terzo rispetto ai sereni anni 60 e addirittura meno di un quarto rispetto agli anni 80. Per capirci: si tratta di un terzo degli omicidi che venivano commessi pochi anni fa nella sola New York. Conferma definitiva che non è vero che «non si può uscire di casa la sera senza che ti taglino la gola». Un conto è la «percezione dell’insicurezza », troppo spesso cavalcata in passato per motivi elettorali, un altro la sicurezza reale. Non basta, ma va un po’ meglio.

E anche la lotta alla micro- criminalità, che tocca da vicino le persone più indifese e più esposte, dà segnali confortanti. Detto questo, il «ghetto » milanese e casi simili come l’idroscalo di Ostia segnalano che la strada da percorrere è ancora lunga. E che le cocciute e controverse battaglie per dare vita alle ronde, schierare i soldati per strada, cacciare gli immigrati clandestini, colpire i «vu cumprà» che stendono sui marciapiedi i loro tappeti di mercanzia rischiano paradossalmente di «far caligo». Cioè di sollevare un velo di nebbia non solo sulle guerre vere contro mafia, camorra e ’ndrangheta che devono ancora essere vinte.

Ma anche sull’esistenza di zone di degrado economico, culturale e morale che una minoranza di delinquenti ha trasformato in fortini fuorilegge che lo Stato non ha espugnato e forse non ha neppure tentato di espugnare. Dentro questi fortini, che non sono solo nello sgarruppato suburbio napoletano, nelle selve incattivite della Calabria infelix o nei quartieri più sfasciati di Palermo ma anche nelle periferie di grandi città a pochi chilometri dalle vetrine dello struscio, troppi cittadini perbene presi in ostaggio da un pugno di criminali attendono la riconquista dello Stato. Insomma, come dicevano i democristiani, molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare… (Gian Antonio Stella)

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Alla periferia nord della città i traffici nelle case popolari che ricordano «Gomorra»

Baby-sentinelle e pitbull feroci: Il ghetto della cocaina di Milano

Sei palazzi trasformati in una fortezza. E i bimbi in bici danno l’allarme. Unica telecamera girata verso il muro

da “il Corriere della Sera” del 4/8/2009 (di Andrea Galli e Cesare Giuzzi)

MILANO — In una cantina, sul muro, tra bestemmie e frasi di ses­so, hanno tirato una scritta, enor­me, che schiaccia e nasconde le al­tre: the ghetto of Milan. I pitbull vengono lasciati appesi una notte e un giorno a un albero, per edu­carli alla rabbia, così diventano più che da guardia cani da assalto, assalto contro i poliziotti.

I bimbi girano su biciclettine nei grandi giardini interni spoglia­ti di alberi, altalene, scivoli; hanno otto e nove anni, fanno le sentinel­le per trenta euro a settimana. Quando arriva un estraneo, fischia­no. Allora altri bambini vanno su e giù a bussare, due tocchi brevi e uno lungo, oppure tre lunghi e uno breve, è un linguaggio in codi­ce. Bussano agli appartamenti di insospettabili e incensurati — ulti­mi arrestati un magazziniere e una mamma — ai quali i boss, per quattrocento euro la settimana, or­dinano di conservare la cocaina. La coca è acquistata dai narcotraffi­canti sudamericani: le analisi della polizia scientifica hanno rilevato una purezza dell’84%. In città, do­ve 150mila persone pippano in un anno sei tonnellate di roba, la me­dia di purezza è del 40%, con un prezzo al grammo di 70 euro. Alle «case» è di 90, 100. È cocaina altro­ve tagliata con aspirina, gesso e la velenosa stricnina, e qui invece trattata quasi con delicatezza. È la più buona. Non si tirano mai pac­chi. E infatti c’è la coda.

Le «case» e basta. Le chiamano così. Lo schema (il fantasma?) di Gomorra. I boss garantiscono assi­stenza legale e sostegno economi­co a chi finisce in galera. Sei civici di palazzi popolari dell’Aler, l’Azienda lombarda di edilizia resi­denziale; palazzi uguali e vicini, al­ti nove piani, in mezzo a due stra­done della periferia nord, prima che inizino Sesto San Giovanni e l’hinterland. I civici: 304, 306, 308 e 310 in viale Fulvio Testi; 361 e 365 in via­le Sarca. L’Aler ha messo le «case» tra le priorità, manda ispettori, li rimanda; deve fare i conti con il 24% delle famiglie in arretrato da più di un anno con il pagamento dell’affitto. Dei 216 alloggi (36 in mano agli abusivi) la metà sono abitati da stranieri.

Ma questa non è una storia di stranieri. Negli anni Settanta i sei condomìni furono oc­cupati ancor prima che chiudesse il cantiere. Negli anni Ottanta arri­vò la solita soluzione all’italiana, una megasanatoria per tutti, fosse­ro pregiudicati e operai (siamo in un’antica terra industriale, nobile e proletaria: la Pirelli, la Breda). I boss, racconta la polizia, sono i tre Porcino, fratelli originari di Me­lito di Porto Salvo, il Paese più a sud dell’Italia peninsulare, e due famiglie di nomadi italiani, i Brai­dic e gli Hudorovich. Gli investiga­tori associano questi ultimi ai furti di motorini e auto (agguantati nei parcheggi dei vicini centri com­merciali, trasportati nelle cantine delle «case», spezzettati e vendu­ti), mentre sui primi la voce è una soltanto: cocaina.

Per comprare la droga l’accesso è su viale Fulvio Testi, da un parcheggio che costeg­gia la cancellata e separa da un ho­tel quattro stelle. C’è un’inchiesta della Direzione antimafia. Cocaina partita dalle «case» e consegnata agli emissari della ’ndrangheta in Calabria. Con­tatti dei padrini anche durante le partite allo stadio Meazza di Inter e Milan contro la Reggina, la squa­dra di Reggio Calabria. La Reggi­na, nel campionato appena finito, è retrocessa. La presenza del Comune è una telecamera che fa tenerezza e fa ri­dere. Sporge da un muro, ha fun­zionato per qualche minuto; tem­po di installarla, e i giovani si ar­rampicarono e la girarono verso lo stesso muro. Poi, certo, diranno che ci sarà il nuovo metrò. A dieci metri, su viale Fulvio Testi, sta sor­gendo una delle stazioni della li­nea 5. Il questore Vincenzo Indolfi con­sidera questo posto una ferita, an­zi, dice, «un tumore». Ha dato mandato al commissariato di Gre­co- Turro, guidato da Manfredi Fa­va, di martellare le «case». Fava ha una squadra di gente da strada, che salta amori e riposi. I risultati ci sono, anche se certe amministra­zioni gradirebbero altre operazio­ni, magari più in centro. Ogni due settimane, comunque, c’è un arre­sto. Faticoso: i residenti non colla­borano, non denunciano. Sotto­missione. Terrore. L’abitudine che non prevede scatti, di rabbia o in­dignazione. La routine di un’esi­stenza in ciabatte e canottiera.

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Il Mall of America (anche MOA, MoA, o MegaMall) è un centro commerciale che si trova nelle Twin Cities, in Minnesota. Divenne il secondo centro commerciale più grande negli Stati Uniti quando aprì nel 1992; non è mai stato il più grande del mondo: quando fu aperto era il secondo più grande a livello mondiale. Centri commerciale più grandi si possono trovare in Turchia (Cevahir Mall), Cina, India, Giappone, Canada (West Edmont Mall), Filippine (Mall of Asia, SM North EDSA, SM Megamall), e Malesia (Berjaya Times Square, Mid Valley Megamall). Comunque il Mall of America è il centro commerciale più visitato nel mondo con oltre 40 milioni di visitatori all'anno (circa 8 volte la popolazione del Minnesota), molti dei quali ci entrano nel corso di un giro turistico. Scrive il critico Michael Crosbie nella rivista “Progressive Architecture”: “si va al Mall of America con la stessa religiosa devozione con cui i Cattolici vanno in Vaticano, i Musulmani alla Mecca, i giocatori di azzardo a Las Vegas, i bambini a Disneyland”. Anche i centri storici delle città europee si stanno sempre di più omologando, con i medesimi negozi e ristoranti, il medesimo modo di vivere delle persone e addirittura gli stessi artisti di strada. L'identità storica delle città ridotta a stereotipo di richiamo turistico (da Wikipedia)
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One thought on “A che luogo appartieni? All’identità locale o globale si sostituisce lo spaesamento e la difficoltà a identificarsi in un posto determinato: e la “città ideale” di incontro diventa il centro commerciale e altri (non)luoghi artificialmente costruiti di massa

  1. Luca Piccin domenica 10 gennaio 2010 / 18:39

    A Montpellier c’è il centro commerciale Odysseum.
    Il nome riprende quello del nuovo quartiere di Antigone, progettato dall’architetto Ricardo Bofill. Fu un progetto fortemente voluto dall’allora sindaco George Freche, oggi presidente della Regione. Nel quartiere vi si trovano edifici di ispirazione neo-classica con fontane e bronzi, e nomi di vie e di ristoranti che richiamano all’epoca romana, al classicismo più in generale.
    Odysseum è il prolungamento di questo quartiere, come il nome sta ad indicare. Vi si trovano bar, ristoranti, da quest’anno un ipermercato, un acquario (mare nostrum!) e l’immancabile cinema multisala con ampio parcheggio.
    La geografia dei non-luoghi sembra un settore fiorente…

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