Proposte geografiche – Le riforme geoistituzionali urgenti: unire i Comuni in Città di almeno 60.000 abitanti; abolire il ruolo politico delle Provincie (farle solo enti di servizi); creare ovunque Città Metropolitane omogenee al territorio

Pedesina, comune in provincia di Sondrio (992 metri slm, 11 chilometri e mezzo da Morbegno, sulla Val Gerola). Pedesina detiene un singolare primato, che gli viene però conteso da Morterone (provincia di Como), quello del comune con minor numero di abitanti in Italia (cioè 37 residenti). Nel 2005, dopo essere stato spodestato al censimento del 2001 da Morterone, ha riconquistato il primato, battendo di due unità il Comune rivale (37 contro 39) (vedi http://www.storieditalia.it/Pedesina.htm )

Sembra di vivere, nel mondo e nei nostri luoghi quotidiani, un periodo di necessità di trasformazioni importanti; e che questi cambiamenti di cui la nostra epoca necessita, avvengono senza una sufficiente ed adeguata, ed autorevole, gestione culturale e politica da parte delle comunità e dei suoi rappresentanti eletti. Così accade che lo sviluppo economico e di consumismo diffuso attuale (elemento sicuramente di benessere per un terzo della popolazione del pianeta: gli altri due terzi vogliono giustamente anch’essi condividerlo) sta riducendo (annullando) tutte le risorse non rinnovabili (inquinando irrimediabilmente la biosfera); e tutto questo  senza che non vi sia controllo delle nazioni del mondo, che mancano occasioni e appuntamenti importanti per “cambiare lo sviluppo” (come sembra sia accaduto nel dicembre scorso nel vertice sul clima a Copenaghen, che non ha portato a risultati positivi). E nei contesti locali appare sempre più evidente che l’attuale sistema di strutturazione istituzionale in cui viviamo (regione, provincie, città, comuni…) sia inadeguato a gestire in modo virtuoso il territorio: una confusione totale pare regnare sotto il cielo, e non è per niente una cosa eccellente.

Prendiamo il caso dei comuni italiani. Ce ne sono 8.101, cioè realtà comunali con una loro autonoma burocrazia (sindaco, assessori, consiglieri, segretario, dirigenti, vigili, personale in ogni settore, eccetera…). Di questi ottomila e passa, ben 5.740 sono comuni di piccole dimensioni, cioè con una popolazione che non supera i 5.000 abitanti (il 71%), e che è (questa popolazione) circa il 18% di quella totale italiana. In questi comuni i costi di funzionamento sono esorbitanti (ovvio: il costo fisso dei servizi e del personale incide maggiormente sul fatto di esserci una popolazione ridotta). E, e qui sta il punto, questi comuni offrono strutture e servizi ai propri cittadini del tutto inadeguati: un solo vigile, magari condiviso con altro comune, che quando va in ferie manco viene sostituito da un “esterno” (e immaginiamo il controllo sul territorio che può esercitare quell’unico vigile…). Un’assistente sociale che deve seguire un po’ tutto… l’ufficio anagrafe di stato civile composto magari da un solo dipendente, che può capitargli e deve sapere tutta la casistica possibile, tanto quanto il comune di Milano o Roma… Scuole molte volte poco attraenti a una preparazione innovativa e aperta al mondo per i bambini; debolezza nelle strutture sanitarie (ospedali) e sociali (assistenza agli anziani, alle persone disabili, eccetera…). Ecco, con questo vogliamo dire che la struttura comunale, di “autonomia istituzionale”, non può che essere inadeguata (e tra l’altro costosa) rispetto ai servizi e alle esigenze della popolazione. Vi è il rischio di una disparità nel DIRITTO DI CITTADINANZA fra persone: chi può adeguatamente avere istruzione, mobilità, sanità… e chi viene ad avere diritti fondamentali costituzionalmente garantiti con maggiore difficoltà…

La questione della sempre più urgente necessità di accorpare i comuni in realtà istituzionali più grandi è a uno stato di sospensione da troppi anni: se ne parla da decenni (Lucio Gambi, un grande esponente del pensiero geografico, prospettava la cosa già dai primi anni settanta del secolo scorso), ma nulla è stato fatto, nulla si fa: incidono sul “non cambiamento” rendite di posizione, paure dello snaturamento dello spirito locale (…secondo noi, sta accadendo proprio il contrario nel contesto odierno, cioè con la carenza di servizi nei piccoli comuni e fenomeni di spopolamento, migrazione e annullamento dell’identità).

In Veneto, per fare un esempio regionale, ci sono 581 comuni, presenti nelle sette aree provinciali (69 nel bellunese, 104 nel padovano, 50 nel rodigino, 95 nel trevigiano, 44 nel veneziano, 98 nel veronese e 121 nel vicentino). Abbiamo sviluppato un esempio e una proposta: al posto di 581 comuni l’unificazione amministrativa (e politica) in aree omogenee potrebbe porterebbe a 80 città con una media di 60.000 abitanti ciascuna. I costi di gestione (e i servizi) sarebbero più efficienti: strutture ed uffici del “Back Office” (cioè tutto l’apparato che non lavora a contatto con il cittadino) centralizzati e a maggiore efficienza e minor costo; e dall’altra la possibilità di estendere il “Front Office” (il personale a diretto contatto con i cittadini), il più plasmato possibile nel territorio (non solo nelle strutture degli attuali municipi e nei centri comunali tradizionali, ma anche in colmelli, frazioni e quartieri che adesso l’odierna struttura comunale non arriva ad essere presente, al servizio degli abitanti che lì vivono…).

Insomma l’approccio a rivedere l’organizzazione istituzionale locale (comuni, provincie, regioni…) e a cambiarla concretamente, nasce prima di tutto dalla crisi (culturale, politica, urbanistica, finanziaria, dei servizi offerti alla cittadinanza…) dei piccoli centri; e se non si cambia ora al più presto sempre più diventerà irreversibile la lontananza (la “forbice”) con le maggiori città che si stanno riorganizzando positivamente nell’ambito della mobilità (metropolitana di superficie, treni veloci…), nella formazione culturale delle giovani generazioni (scuole specialistiche, università…), nel sociale e nella sicurezza al cittadino. Per questo ci permettiamo di insistere sul tema della ristrutturazione (riforma) delle istituzioni del territorio, partendo dall’unione di comuni che formano città omogenee nella politica unitaria, nella geomorfologia territoriale (vicino a un fiume, nella pedemontana, nella bassa e alta pianura, costiere, etc.) e in quelle che possono essere le comuni e condivise vocazioni culturali, storiche ed economiche.

Su questo qualche passo di razionalizzazione si sta facendo (vi presentiamo qui di seguito il cosiddetto maxiemendamento alla Finanziaria (come disegno di legge) approvato da poco e proposto dal ministro Calderoli, dove si accenna a una riduzione di enti istituzionali inutili nella logica di forme di accorpamento (cosa positiva ma, ribadiamo, non può bastare).

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Le (poche) poltrone tagliate e le Province che nessuno tocca

di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella – da “il Corriere della Sera” del  23/11/2009

Un po’ più, un po’ meno, un po’ prima, un po’ dopo. Il progetto di riforma delle Province previsto nella Carta delle autonomie varata dal governo somiglia alla risposta del vecchio Ruggero Bauli a chi gli chiedeva la ricetta del pandoro. Vaghezza.

Spiega infatti quel disegno che entro 24 mesi dal varo della legge (campa cavallo…) il governo ne deciderà la «razionalizzazione». Decisione che sarà presa basandosi sulla «previsione che il territorio di ciascuna Provincia abbia un’ estensione e una popolazione tale da consentire l’ ottimale esercizio delle funzioni previste per il livello di governo di area vasta». Vale a dire? Chi vivrà vedrà.

Tanto più che la riforma dovrà passare al vaglio delle Camere dove difficilmente, visti i precedenti, diventerà più rigida. Nel frattempo, a dispetto delle promesse che vedevano per una volta d’ accordo sia Berlusconi («Non parlo delle Province, bisogna eliminarle») sia Fini («I carrozzoni non sono intoccabili e si possono abolire per esempio le Province») tutto resta com’ era. Come volevano Bossi («Le Province non si toccano») e la Lega, che in attesa di conquistare Veneto e Piemonte hanno sempre detto di non voler mollare quegli enti dove un peso l’ avevano.

Alla faccia dei 17 miliardi che ogni anno ci costano. Sia chiaro: una robusta sforbiciata, nel disegno di legge presentato da Roberto Calderoli, c’ è. E va riconosciuta. D’ ora in avanti, spiegano le agenzie, «le giunte comunali potranno essere composte da un massimo di due assessori per i Comuni tra 1.001 e 3.000 abitanti, fino a un massimo di 12 nei Comuni con più di 1 milione di abitanti e 10 se sopra i 500 mila. Le giunte provinciali potranno essere composte da un massimo di 4 assessori per le Province con meno di 300 mila abitanti, fino a un massimo di 10 assessori per quelle con più di 1.400.000 abitanti».

Quanto ai consigli comunali, non più di 45 membri nei Comuni con oltre un milione di abitanti (oggi sono 60), non più di 40 in quelli con più di 500 mila (oggi 50), non più di 37 in quelli con più di 250 mila (oggi 46) e giù a scalare fino al minimo: non più di otto nei municipi con meno di mille abitanti. Certo, sono riduzioni meno drastiche di quelle promesse mesi fa e di quelle che il ministro leghista aveva in tasca ieri mattina all’ ingresso a palazzo Chigi: sperava di tagliare il 35%, ha dovuto accontentarsi del 20%, quello strappato a suo tempo da Prodi.

Così come sono stati sensibilmente «ritoccati» al rialzo i tetti massimi dei membri dei consigli provinciali: dovevano scendere a 30 per le Province con più di un milione e 400 mila abitanti e invece saranno 36, scendere a 24 per quelle con più di 700 mila e invece saranno 30, scendere a 18 per quelle con più di 300 mila e invece saranno 24, scendere a 12 per tutte le altre più piccole e invece saranno 20. Per non parlare dei vertici amministrativi dei municipi. La facoltà per i Comuni con almeno 15 mila abitanti di nominare un direttore generale (anche con stipendi stratosferici) era stata nella prima bozza abolita: d’ora in avanti, solo con almeno 250 mila abitanti. Macché, ne basteranno 65 mila. Amen: chi si contenta gode.

C’è chi dirà che, nell’annunciare trionfante il «taglio complessivo di 50 mila poltrone» Roberto Calderoli esagera. Ed è vero: a parte gli assessori è difficile considerare una «poltrona», come comunemente s’intende, un seggio che prevede un gettone di 59 euro lordi nelle città con più di 250 mila abitanti come Venezia o Firenze (manco i soldi per la baby sitter), 36 euro in quelle da 30 a 250 mila come Padova o Brescia o 18 euro e 8 centesimi lordi, cioè poco più di dieci euro netti, per i municipi fino a 10 mila abitanti come Cortina d’ Ampezzo o Fiuggi.

Quello che più spicca, però, non è quello che c’ è nella legge: è quel che manca. In particolare nei confronti di alcuni degli enti che Calderoli definisce non solo superflui ma «dannosi». Nella prima bozza del provvedimento, del 15 maggio scorso, fosse o no giusto quel marchio d’ infamia, era prevista ad esempio la soppressione dei difensori civici comunali e provinciali che (eccezioni a parte), si sono rivelati deludenti, dei Commissariati per la liquidazione degli usi civici, delle circoscrizioni nei Comuni con meno di 250 mila abitanti, dei Tribunali delle acque pubbliche, delle comunità montane, dei bacini imbriferi montani, delle Autorità d’ ambito territoriale (Ato), dei consorzi di bonifica e degli enti parco regionali. Una decimazione.

Col passare dei mesi, umma umma, sono scampati al braccio della morte i Commissariati per gli usi civici e i Tribunali delle acque e le Ato e gli enti parco regionali e i difensori civici provinciali. Finché ieri sono stati salvati anche i consorzi di bonifica e i bacini imbriferi montani…

È rimasto, questo sì, il taglio delle comunità montane. «Sono 367 e il grosso delle spese serve per il personale e i gettoni e quello che viene lasciato alle funzioni che svolgono è la minima parte. D’ ora in avanti, se le vogliono, se le paghino le Regioni», ha spiegato Calderoli. Le cifre sventolate dal ministro, però, sono contestate. Dopo i tagli decisi da 13 su 15 delle regioni ordinarie, sono scese da 352 a 220, regioni a statuto speciale comprese: un colpo di accetta del 37%. Quanto ai gettoni a presidenti, assessori e consiglieri gli ultimi dati Istat parlavano di una somma intorno al 3,5%.

E a questo punto un dubbio è legittimo: vuoi vedere che, incapace di tagliare davvero sulle cose grosse (Province, Regioni, Parlamento, spesa sanitaria…) il Palazzo vuole offrire alla plebe la testa mozzata del soggetto più debole, la comunità montana che in certe aree era diventato un folle carrozzone clientelare ma in altre ha cercato davvero di arginare la crisi, lo spopolamento, l’ abbandono delle nostre Alpi e dei nostri Appennini? Conosciamo la risposta: subentreranno le Unioni tra i piccoli Comuni, obbligati a dividere le spese mettendosi insieme. Sarà…

Ma se è vero che i Comuni sotto i tremila abitanti sono 4.548 e che finora le unioni in genere raggruppano cinque municipi non c’ è il rischio, come denuncia Enrico Borghi a nome dei «montanari», che a 220 comunità montane (che nel 2011 riceveranno 10 milioni di euro, pari a un centesimo della Camera) subentrino un migliaio di nuovi enti consentendo magari di salvarsi, sotto altro nome, alle comunità montane a 39 metri sul mare? Sarebbe davvero una beffa…

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Scure sulle poltrone dei Comuni. Abolite anche le circoscrizioni
da “il Messaggero” del 9-12-2009, di Luca Cifoni

Meno consiglieri e assessori, niente direttori generali e difensori civici, via consorzi e comunità montane. Nella versione finale si presenta piuttosto drastica la “cura Calderoli” per gli enti locali, ma in particolare per i Comuni: la riduzione di fondi è accompagnata da un taglio di poltrone non più facoltativo (come era invece previsto in un precedente emendamento) che sulla carta dovrebbe scattare dall’entrata in vigore della legge finanziaria, ossia il primo gennaio 2010; anche se almeno per gli organismi elettivi è prevista implicitamente la possibilità di arrivare alla scadenza.

I sei commi che ridisegnano la struttura degli enti locali – in anticipo rispetto alla riforma complessiva attualmente in discussione – sono compresi nel maxi-emendamento del relatore che pare destinato ad essere approvato dall’aula della Camera senza modifiche. La discussione inizia oggi e ancora una volta il voto di fiducia è l’esito più probabile. La volontà del governo di non toccare il testo attuale è stata confermata dal viceministro dell’Economia Vegas. Tra i punti emersi nel maxiemendamento anche la proroga per il triennio 2010-2012 del trasferimento, dall’Inps al bilancio dello Stato, dei fondi del Tfr accantonati dalle aziende con oltre 50 dipendenti e rimasti inoptati. La misura, già prevista nel 2007 e oggetto di contesa, servirà a dare copertura al Patto per la salute con 3 miliardi nel 2010.

Dunque nessun ritocco anche alla dieta per gli enti locali, articolata in una riduzione del contributo ordinario dello Stato, cui corrisponde un taglio di posti e funzioni. Si parte dai consiglieri comunali, il cui numero dovrà essere ridotto del 20%. Per le grandi città come Roma e Milano questo vorrebbe dire passare dagli attuali 60 a 48 membri. Dal numero delle poltrone in Consiglio dipenderà anche quello degli assessori: ce ne potrà essere al massimo uno ogni quattro consiglieri. Nei Comuni al di sotto dei 3.000 abitanti il sindaco potrà anche delegare le sue competenze a non più di due consiglieri comunali, invece di nominare assessori.

Per le Province non c’è invece un taglio dei consiglieri, ma la legge si limita a fissare un rapporto massimo di uno a cinque tra assessori e posti in Consiglio; l’organismo provinciale (da molti candidato ad essere soppresso ma difeso fortissimamente dalla Lega) risulta così il meno colpito dalla scure del governo centrale.

Le Regioni invece, in quanto entità cui la Costituzione affida potestà legislativa, sono più al riparo da interventi statali diretti: per questo è saltato anche l’emendamento che fissava un tetto alla retribuzione dei consiglieri regionali. I sacrifici richiesti ai Comuni comprendono la soppressione della figura del difensore civico e di quella del direttore generale. Visto che non si tratta di cariche elettive, queste novità dovrebbero scattare in termini immediati dal prossimo anno, per gli enti locali che prevedono questi incarichi.

I Comuni poi dovranno sopprimere le “circoscrizioni di decentramento di cui all’articolo 17 del Testo unico”: questa formulazione va a colpire, senza eccezioni, tutte le istituzioni al di sotto del livello comunale, comprese quelle delle grandi città, che al momento dunque sarebbero condannate a sparire dalla prossima scadenza elettorale; resta aperta la possibilità che future normative, come quelle sulle aree metropolitane o su Roma capitale, possano ripristinare diverse forme di decentramento.

Spariranno infine i consorzi di funzioni tra enti locali (saranno salvati i rapporti di lavoro esistenti) mentre è confermata la cancellazione delle comunità montane (il 30% dei relativi finanziamenti sarà destinato ai Comuni che abbiano almeno il 75% del territorio al di sopra dei 500 metri). I risparmi scattano dal 2010 ma sono inizialmente limitati, per poi crescere (per i Comuni arrivano a 118 milioni nel 20’12). Questo perché i tagli sono stati calcolati sulla base della scadenza, anno per anno, dei vari consigli: il che conferma, anche se nel testo non c’è scritto, che gli eletti potranno arrivare almeno a fine mandato.

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Riduzione di enti, organismi e componenti degli organi delle amministrazioni esistenti: circa 50.000 “poltrone” in meno, ovvero, saranno tagliati circa 35 mila consiglieri e 15 mila assessori tra Comuni, Province e Circoscrizioni.

E’ quanto previsto nel disegno di legge recante “Individuazione delle funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane, semplificazione dell’ordinamento regionale e degli enti locali, nonchè delega al Governo in materia di trasferimento di funzioni amministrative, Carta delle autonomie locali, razionalizzazione delle Province e degli Uffici territoriali del Governo. Riordino di enti ed organismi decentrati” approvato dal Consiglio dei Ministri del 19 novembre scorso in via definitiva, già approvato in via preliminare nella seduta dello scorso 15 luglio.

Tale disegno di legge va a modificare il Decreto legislativo 267/2000 (Testo unico degli Enti locali) ridisegnando complessivamente il sistema delle autonomie locali, in armonia con la riforma federalista in vigore dall’aprile scorso.

Il disegno di legge, collegato alla manovra finanziaria, verrà presentato in Parlamento dopo che il Governo avrà acquisito il parere delle Regioni e delle autonomie locali.

I contenuti del provvedimento

Nel disegno di legge in commento, in attuazione del titolo V della Costituzione e in linea con l’autonomia finanziaria e tributaria prevista dal federalismo fiscale si vanno ad individuare, in maniera precisa, le funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane.

Nel provvedimento, quindi, viene prevista:

l’individuazione delle funzioni amministrative fondamentali che spettano a comuni, province e città metropolitane;

l’eliminazione di enti e organismi, quali il difensore civico, le comunità montane le circoscrizioni di decentramento comunale (salvo che nei comuni con più di 250.000 abitanti), i consorzi di enti locali (compresi i Bacini imbriferi montani), i consorzi di bonifica;

l’obbligo dell’esercizio di alcune funzioni fondamentali in forma associata per i comuni sotto i 3.000 abitanti;

la riduzione del numero di consiglieri e assessori locali, e la nomina del direttore generale solo nei comuni più grandi, che sono capoluogo di città metropolitana;

la semplificazione dei documenti finanziari e contabili nei piccoli comuni; – l’adeguamento delle regole del patto di stabilità;

il potenziamento dei controlli di tipo amministrativo, finanziario e contabile.

la razionalizzazione dell’amministrazione provinciale e periferica dello Stato;

Per quanto concerne le comunità montane è, infatti, previsto che le stesse cesseranno di esistere al livello dell’ordinamento statale e passeranno sotto le regioni; nella ipotesi in cui le Regioni le volessero mantenere, dovranno fare una loro legge, nonché risponderne davanti agli elettori e soprattutto provvedere al pagamento delle stesse.

Il Consiglio dei ministri ha deciso di uniformarsi alla sentenza n. 237/2009 della Corte costituzionale che ha sancito la potestà regionale in materia di riordino e soppressione degli enti montani.

Lo Stato dunque non si occuperà più di comunità montane.

Nel provvedimento in oggetto, inoltre, si prevede:

la distinzione fra la titolarità ed esercizio della funzione da parte dei comuni;

un unico livello sovracomunale presso il quale vengono depositate tutte le funzioni che il comune da solo non riesce ad assolvere;

la riduzione ad un solo livello sovracomunale, subordinata a criteri di efficacia ed efficienza.

Ancora il decreto contiene svariati adeguamenti a direttive europee, ad esempio, in materia ferroviaria, di concessioni autostradali, di commercializzazione di elettrodomestici non inquinanti, tra cui la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, compresa l’acqua.

Sono esclusi la distribuzione dell’energia elettrica, le gestione delle farmacie comunali e il trasporto ferroviario regionale.

Per il servizio idrico viene specificato che le forme di affidamento devono avvenire nel rispetto dei principi di autonomia gestionale del soggetto gestore e di piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche.

Spetta alle istituzioni pubbliche prendere decisioni in ordine alla qualità e prezzo del servizio; sarà, quindi, un’Authority a fissare le tariffe.

La gestione del catasto e dell’anagrafe resta esclusa dalle funzioni fondamentali dei comuni, così come previsto dal testo del Codice approvato in via preliminare dal consiglio dei ministri il 15 luglio scorso.

(tratto da http://www.altalex.com/ )

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IL TAGLIO E’ OBBLIGATORIO PER  35MILA POLTRONE

da “il Sole 24ore” del 8/12/2009 – di Gianni Trovati

Assessori e consiglieri. La versione finale dei pacchetto Calderoli.

Nella sua versione definitiva la tagliola alle poltrone locali cancella 35.127 posti, cioè il 22% degli assessori e dei consiglieri che oggi governano comuni e province. Il maxiemendamento approvato in commissione bilancio alla Camera, poi, toglie dall’ordinamento direttori generali e consigli circoscrizionali, senza nessuna deroga per le città più grandi, e dice addio ai difensori civici (anche quelli provinciali) e a tutti i consorzi di funzioni tra comuni.

Anche se nel testo votato a Montecitorio non è più espressamente citata la clausola di salvaguardia, presente nelle prime versioni, è pacifico che gli attuali politici “di troppo” arriveranno a fine mandato;

dovrebbe invece scattare subito, cioè dal 1° gennaio 2010, la cura per direttori generali, difensori civici, perché le nuove norme ne dispongono semplicemente la «soppressione» dall’ordinamento. Funzioni e risorse dei consorzi passeranno ai comuni, facendo salvi solo gli attuali contratti di lavoro a tempo indeterminato.

Dopo il balletto di versioni che ha accompagnato tutti i passaggi della manovra, la maggioranza ha scelto per l’alleggerimento di comuni e province un testo semplice e drastico, che conferma il carattere obbligatorio dei tagli e in cinque commi rivoluziona la politica locale cancellando anche i due terzi dei finanziamenti alle comunità montane (ora definitivamente in capo alle regioni).

A salvarsi, curiosamente, sono solo i consigli provinciali, che escono dal passaggio in commissione con la stessa consistenza prevista dal vecchio ordinamento.

Per i consigli comunali il taglio è del 20% (che nella realtà diventa il 18,1% grazie agli arrotondamenti), e si porta dietro anche la riduzione delle giunte: non più un assessore ogni tre consiglieri, come oggi, ma uno ogni quattro, con il risultato che a saltare saranno il 37,3% dei posti. Il conto potrebbe però essere ancora più imponente, se molti sindaci nei 4.546 comuni sotto i 3mila abitanti decideranno di attuare l’unica parte della “riforma” rimasta opzionale, e rinunceranno ai loro 3 assessori per affidare le deleghe a due consiglieri.

In provincia, come detto, niente cura per i consigli ma la stretta è prevista per gli esecutivi, che perderanno 180 degli attuali 858 assessori.(il 21,2%) dal momento che potranno creare una poltrona ogni cinque (e non più ogni quattro) consiglieri.

La cura scritta nel maxiemendamento finale diventa ancora più draconiana quando sì allontana da giunte e consigli. Per la prima volta, per esempio, si mette nero su bianco l’addio a tutte le forme di decentramento all’interno dei comuni, senza deroghe nemmeno per le città più grandi. Scritta così, la norma fa saltare anche i 20 municipi di Roma, chiudendo una partita che in tutta Italia vale più di 10mila posti (e circa 100 milioni all’anno). Stesso stile per i direttori generali, cioè i «city manager» che fino a oggi potevano guidare la macchina amministrativa dei 730 comuni con più di 15mila abitanti (e delle unioni di comuni con la stessa dimensione).Trattandosi di una «soppressione», la norma dovrebbe stoppare anche i contratti incorso, anche se sul tema è facile prevedere un braccio di ferro interpretativo; l’effetto dipende dalla situazione del singolo comune, e si tradurrà nella cancellazione tout court dei direttori generali «puri» (come a Milano) o nel taglio agli stipendi dei segretari che svolgono anche la funzione di direttore (con relativa indennità, come accade a Roma). «Soppressione» anche per i difensori civici e i consorzi, che non potranno quindi superare il cambio d’anno.

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IL  NUMERO  PERFETTO  DEI  POLITICI  LOCALI

di Gilberto Muraro, da www.lavoce.info del 22.12.2009

La Finanziaria 2010 taglia del 20 per cento i consiglieri comunali ed elimina i consigli di quartiere. Una larga rappresentanza locale è espressione e strumento di partecipazione alla vita comunitaria, soprattutto se è a basso costo. Altrettanto evidenti sono però gli svantaggi e le degenerazioni. E allora può essere giustificato anche lo sfoltimento forzato. Ma una soluzione uniforme e imposta dal centro è contraria allo spirito federalista. Tanto più che la legge sul federalismo fiscale già prevede un costo standard della rappresentanza politica. Basterebbe evidenziarlo.

Prima era un taglio obbligatorio di oltre il 30 per cento dei consiglieri e assessori comunali e provinciali; poi, il taglio è diventato una raccomandazione, a fronte di una riduzione dei trasferimenti centrali agli enti locali; ora è tornato obbligatorio nella misura del 20 per cento dei consiglieri comunali, con il vincolo aggiuntivo di un rapporto tra assessori e consiglieri non superiore a un quarto nei comuni e a un quinto nelle province; e inoltre via i consigli di quartiere. Nelle riscritture della Finanziaria si è andati avanti e indietro, e non è escluso che la discussione in aula, per quanto condizionata da un testo blindato, porti ulteriori cambiamenti. Per ora, comunque, il taglio c’è: attenuato rispetto ai propositi originari, ma pur sempre pesante. A regime, infatti, dovrebbero saltare circa 35mila poltrone locali, oltre a 10mila “sedie” nei quartieri.
PREGI E LIMITI DELLA RAPPRESENTANZA LOCALE
Ma è bene o male che la rappresentanza locale si riduca? Non è facile rispondere. A favore di una larga rappresentanza, si può dire che è espressione e strumento di partecipazione alla vita comunitaria. È in sede locale che cresce la democrazia come concreta gestione della res publica. Rispetto all’arena nazionale, la dimensione locale offre meno spazio ai contrasti ideologici e più spazio al confronto sulle cose, all’analisi dei costi e benefici dei progetti, agli impegni precisi e alle verifiche inoppugnabili. In sede locale è più facile coniugare lavoro proprio e impegno politico; si evita così che la partecipazione diventi sempre professionismo, un ingrediente inevitabile e forse anche positivo della politica, ma nella giusta dose e senza che respinga gli apporti temporanei degli esponenti della società civile. Si sa poi che è necessario sviluppare le iniziative collettive di origine volontaria, in nome della sussidiarietà orizzontale, il che richiede che alla comunità si dedichino molte persone e che vi sia osmosi tra azioni pubbliche in senso stretto e azioni volontarie; e una larga rappresentanza politica può facilitare la crescita del volontariato e il suo rapporto con il governo locale. Infine, il costo degli assessori e soprattutto dei consiglieri è in molti casi esiguo, perché l’incarico viene svolto come impegno etico che chiede ben poco oltre al rimborso spese.
C’è ovviamente il rovescio della medaglia nella larga rappresentanza: decisioni che ritardano e si complicano per accontentare un maggior numero di persone; contrasti che si alimentano per difficoltà di stabilire i confini tra assessorati e per necessità di differenziarsi tra consiglieri; tentazione diffusa di dilatare i confini del settore pubblico per giustificare l’alto numero dei rappresentanti. E poi il costo che lievita: come compensi e rimborsi spese, se si sta nella fisiologia del potere (con persone che anche sui bassi ruoli politici ci campano, altro che volontariato); e come illeciti guadagni nelle procedure di autorizzazione, se si entra nella patologia. Con l’aggravante che spesso i costi diretti e indiretti sono più alti nelle aree del paese che meno se lo potrebbero permettere.
LE REGOLE DEL FEDERALISMO
Se fosse concesso di scegliere solo tra regole rigide, il timore della casta prevarrebbe sul fascino della partecipazione appassionata a basso costo. Meglio quindi un dimagrimento forzato e generalizzato. Ma la soluzione uniforme e imposta dal centro è contraria allo spirito federalista, ed è il caso di ricordarlo pure alla Lega. Inoltre, non è necessaria. Importante è che le decisioni autonome non impongano oneri agli altri, sotto forma di costi che l’ente locale non ce la fa a sostenere e addossa pertanto ai trasferimenti perequativi. La scelta giusta sta quindi nel determinare a livello centrale uno standard per il costo della rappresentanza politica, commisurato a popolazione e territorio, e tenere quello come riferimento nel conto del dare e dell’avere tra aree a fini di perequazione: l’ente che risparmia, si tiene il guadagno; quello che spende di più, perché vuole molti rappresentanti o li compensa meglio, è libero di farlo, però con le risorse proprie. Ma a ben vedere, questo c’è già nella legge sul federalismo. Sarebbe forse opportuno evidenziarlo, enucleando dal fabbisogno standard per l’insieme delle funzioni fondamentali la specifica voce relativa alla rappresentanza politica, in modo da avvisare in modo molto chiaro sia gli elettori che i loro rappresentanti.

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Lo sapete quanti sono i comuni in tutta Italia? Sono 8.101, una cifra abnorme che grava tantissimo nella spesa del Paese. Tra di questi 5.740 sono comuni di piccole dimensioni, ovvero con una popolazione che non supera i 5000 abitanti, quindi rappresentano il 70,86% dei comuni d’Italia. Una cifra pazzesca delineata dall’ultimo censimento del 2001. Un italiano su cinque vive nei piccoli comuni e la popolazione che vi risiede è il 17,57% del totale. Il comune più piccolo d’Italia? Si tratta di Pedesina, che ha spodestato il comune di Morterone vantando 37 abitanti contro i 39 del comune rivale. Proprio i comuni più piccoli sono quelli che soffrono di più a causa degli alti costi dei servizi per i cittadini. Da registrare un calo demografico dello 0,42% nel 2006, un numero in controtendenza rispetto al dato nazionale, che registra un aumento dello 0,65 per cento. Una fonte importante per l’analisi dei comuni è fornita dall’Ifel (Istituto per la finanza e l’economia locale) e dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) in cui si mostra anche la distribuzione geografica dei piccoli comuni, che si concentrano soprattutto nella Lombardia e nel Piemonte, rispettivamente con il 19,2 e il 18,7% sul totale. Rispetto alla Lombardia, che presenta una sostanziale uniformità della distribuzione della popolazione, il Piemonte, però, mostra una peculiarità: la maggiore concentrazione dei Comuni nelle fasce demografiche con più bassa popolazione, fino a mille abitanti, per una percentuale che si attesta al 56%. Sono 339 i comuni con meno di 500 abitanti in Piemonte, e 263 quelli fra i 500 e i 999 abitanti. Il nodo della questione è che essere un piccolo comune comporta dei costi di gestione più alti, perché gli enti più piccoli devono garantire lo stesso numero di servizi di quelli più grandi a un costo più alto. Lo dimostra la spesa pro capite, più alta per le fasce demografiche con minore popolazione. La spesa corrente pro capite va da un massimo di 1225 euro per i comuni con popolazione sotto i 500 abitanti ad un minimo di 700 euro per i comuni fra i 3 mila e 5 mila abitanti. Un ulteriore indicatore finanziario analizzato dal Rapporto dell’Ifel è la minore autonomia tributaria dei piccoli comuni e un maggiore livello di dipendenza dalle risorse trasferite. In particolare, i comuni sotto i 500 abitanti hanno un’autonomia finanziaria pari al 50,17% a fronte di una dipendenza da entrate trasferite del 49,17%. La fascia dei comuni fra i 3 mila e 5 mila abitanti, invece, registra un maggiore livello di autonomia finanziaria, risultato che secondo l’Ifer è da imputare all’impossibilità per questi comuni di reperire risorse proprie a causa della scarsa capacità fiscale. Quindi? Una possibile soluzione potrebbe essere quella di accorpare i comuni limitrofi più piccoli per ridurre le spese e rendere i comuni più efficienti. (da www.splinder.com )

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Città metropolitana

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

« Le città metropolitane possono essere istituite, nell’ambito di una regione, nelle aree metropolitane in cui sono compresi i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. La proposta…….  » (legge 42/2009, art.23 c.2)

La Città metropolitana dovrebbe essere un futuro ente amministrativo italiano. Previsto per la prima volta dalla legge n°142 dell’8 giugno 1990 sul nuovo ordinamento degli Enti locali, ha trovato nuovo slancio nel nuovo art. 114 della Costituzione della Repubblica italiana, dopo la riforma dell’ordinamento della Repubblica del 2001 con la modifica del titolo V della Carta. Attualmente però, il nuovo ente è rimasto solo sulla carta, non essendo mai stato attuato.

L’istituzione della Città metropolitana è stata prevista per 14 aree metropolitane italiane; Reggio Calabria, la quindicesima, è stata aggiunta a quelle precedentemente individuate con la legge delega n. 42 del 5 maggio 2009.

Questo l’elenco.

Individuate dal Parlamento italiano:

Torino, Milano, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria

Individuate dalle Regioni a statuto speciale:

Trieste, Messina, Palermo, Catania, Cagliari.

All’ente sono attribuite le funzioni della Provincia e parte delle funzioni di interesse sovracomunale proprie dei singoli Comuni. Con l’istituzione della città metropolitana la provincia di riferimento cesserà di esistere. Per la costituzione della città metropolitana di Roma, diversamente dalle altre città, servirà l’accordo tra il Comune e la Provincia.

In Italia non è ancora stata istituita nessuna città metropolitana, poiché nel 2008 lo scioglimento anticipato delle Camere ha rinviato il compito di istituire le città metropolitane al Parlamento della XVI legislatura repubblicana.

Nel 2007 il Governo Prodi II aveva approvato un disegno di legge-delega (per la redazione della Carta delle autonomie locali), che avrebbe dovuto abrogare il D. Lgs. n. 267/2000, recante il Testo unico sull’Ordinamento degli Enti Locali, che a sua volta raccoglieva in un unico testo la fondamentale legge n. 142/1990, la prima che aveva previsto, tra le varie disposizioni, proprio l’istituzione delle città metropolitane.

Secondo il predetto d.d.l., ne potevano far parte le Circoscrizioni del Comune capoluogo, trasformate – ed eventualmente accorpate – in Municipi, nonché i Comuni limitrofi strettamente integrati all’area urbana. L’iniziativa della costituzione della città metropolitana spettava al comune capoluogo o al 30% dei comuni della provincia o delle province interessate, che rappresentassero il 60% della relativa popolazione, oppure ad una o più province insieme al 30% dei comuni della provincia/e proponenti. Sulla proposta la Regione doveva esprimere un parere e successivamente sarebbero stati chiamati ad esprimersi anche i cittadini con un referendum, che non avrebbe avuto un quorum se il parere della Regione fosse stato favorevole, o del 30% in caso contrario.

La materia nel maggio del 2009 è stata oggetto di delega al governo il quale dovrà emanare i relativi provvedimenti normativi.

L’11 febbraio 2009 è stato presentato presso il Senato della Repubblica il disegno di legge A.S. 1378 recante l’istituzione della Città metropolitana di Milano.

………..

vedi nostro articolo di un anno fa sulla proposta di razionalizzazione dei comuni della provincia di Treviso:

https://geograficamente.wordpress.com/2007/12/19/proposta-dieci-citta-ununica-marca-trevigiana/

10 città per la Marca Trevigiana – mappa

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4 thoughts on “Proposte geografiche – Le riforme geoistituzionali urgenti: unire i Comuni in Città di almeno 60.000 abitanti; abolire il ruolo politico delle Provincie (farle solo enti di servizi); creare ovunque Città Metropolitane omogenee al territorio

  1. Giovane Italia domenica 24 gennaio 2010 / 15:38

    Credo che abbiamo simili obiettivi, solo che non sciuperia la eteregeneità, varietà e diversità dei nostri piccoli comuni per farli conglomerati di 60 mila abitanti. Sarebbe piú un idea per i servizi che per gli apparati “istituzionali”. Questi ultimi si portebbero meglio risolvere con una gestione autonoma locale ed efficiente, sprattutto oggi nell´era telematica. Spero continuare il dialogo su questi temi. Ciao.

  2. caterina diemoz venerdì 26 novembre 2010 / 12:25

    Apprendo dalla vostra ottima selezione di articoli (articolo di Rizzo-Stella) che il progetto Calderoli è stato stravolto per mantenere intatti gli interessi di una classe politica che non ci rappresenta PIU’ da un pezzo.
    l’unico modo per reagire è creare dei comitati tra loro collegati di cittadini che al di là del colore politico intendano ripulire il Paese degli sprechi e dei parassiti che se ne nutrono indipendentemente dalle opinioni e dagli emendamenti dei parassiti stessi, che non possono essere parte in causa per i motivi già detti. questi comitati devono essere armati di AVVOCATI e individuare con nome e cognome quanti, con le loro connivenze e resistenze, attentano agli interessi della collettività e vivono del pubblico denaro. calderoli non basta e nemmeno berlusconi e nemmeno prodi bastava perchè chi ha meso loro i bastoni tra le ruote non è di destra né di sinistra. è un parassita e basta, e sono in tanti. L’UNICA VIA SONO I REFERENDUM E LE LEGGI DI INIZIATIVA POPOLARE BIPARTISAN. quando lo capirà la gente? grazie.

  3. Mario Carpo giovedì 14 aprile 2011 / 10:06

    Fandonie quelle del megacomune, noi piccoli comuni senza tale istituzione saremmo periferia degradata di un grosso centro…..in tal caso la morte….NON ANDREMO PIU’ a VOTARE

  4. Mario Carpo giovedì 14 aprile 2011 / 10:09

    Ogni Comunità ha il diritto di essere rappresentata a prescindere dal numero degli abitanti. Le strade di un territorio, l’assistenza ai bisognosi, lo sviluppo del territorio eccetera passano attraverso l’osservazione e l’azione degli amministratori locali……non buttiamo il bambino con l’acqua sporca facciamo vivere i piccoli comuni……sono parte del territorio…..GLI SPRECHI SONO ALTROVE

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