Le conseguenze del sottosviluppo portano a colpire ancora più duramente le terre ed i popoli vittime di eventi naturali catastrofici – Il terremoto ad Haiti lascia sgomenti – E’ possibile una prevenzione mondiale a difesa dai terremoti?

il sisma ai Caraibi (da “il Gazzettino” del 14/1/2010)

Dopo il terribile terremoto che ha colpito Haiti si iniziano a contare i morti. Per la Croce Rossa sarebbero 50mila, ma secondo altri potrebbero arrivare fino a 500mila i deceduti a causa della fortissima scossa di magnitudo 7 che ha devastato la capitale Port-au-Prince. Come affermano alcuni volontari di “Medici Senza Frontiere” sul posto “non si sa dove mettere i cadaveri“.

E’ da chiedersi se un “Governo mondiale”, che noi auspichiamo (dovrebbe sorgere dall’ONU, ma noi lo vedremo meglio come espressione di tutti i popoli della Terra, oltre le nazioni…), possa iniziare ad esistere e ad operare concretamente praticando “misure di salvaguardia e sicurezza globali”. Una di queste misure di difesa dovrebbe proprio essere quella dalle distruzioni che provocano i terremoti: modi costruttivi antisismici (rispettando i peculiari materiali locali); educazione della popolazione alla prevenzione dei danni personali in caso di eventi disastrosi; forme di primo soccorso territoriale e mondiale quando l’evento purtroppo accade… (ma proveremo in seguito ad approfondire l’argomento)

Vi diamo ora, qui di seguito, qualche notizia su Haiti e di quel che è accaduto martedì 12 gennaio.

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L’isola vive in uno stato di perenne emergenza umanitaria. E’ già stata devastato dall’uragano Jeanne nel 2004, lo stesso anno dei peggiori scontri politici con una rivolta popolare. Da allora è in corso una missione internazionale sotto l’egida dell’ONU, con un contingente guidato dal Brasile. Scontri politici, corruzione, deforestazione del territorio un tempo verdissimo hanno portato grande povertà in questo Paese dove il 65% della popolazione è analfabeta.

Colonia prima spagnola, poi francese (alla fine del XVIII secolo, era il più ricco possedimento di Parigi nelle Americhe), occupata dagli Stati Uniti nei primi anni del ‘900 e dopo dilaniata dalla dittature di Duvalier padre (Papa Doc) e figlio (Baby Doc).  Oggi è il Paese più povero dell’emisfero occidentale. Attualmente, Haiti occupa la 149esima posizione sui 182 Paesi del mondo classificati in base all’ “Indice di sviluppo umano”. La maggior parte della popolazione vive in una condizione di povertà e i bambini conoscono uno stato di perenne emergenza umanitaria: 1 su 3 muore prima dei 5 anni, 1 su due non va a scuola, 1 su 6 è orfano. (cifre fornite dalla “Fondazione Francesca Rava“ una Onlus italiana impegnata da oltre 20 anni a favore dell’infanzia di Haiti).

Haiti è, come detto, un paese endemicamente povero, caratterizzato dal degrado ambientale e penalizzato da violenze e instabilità politica. Storicamente, Haiti è stata la prima nazione caraibica ad ottenere l’indipendenza (era colonia francese) diventando nel 1804 anche prima repubblica guidata dai neri. Le note positive si fermano qui. Occupata dagli Usa tra il 1915 e 1934, Haiti dopo la partenza degli americani, fu schiacciata per 29 anni dalla brutale dittatura di Francois “Papa Doc” Duvalier e poi del figlio, Jean-Claude, “Baby Doc”. Un regime che “condannò” alla morte decine di migliaia di persone. Gli assassini erano i famigerati “Tonton Macoutes”, la milizia paramilitare creata nel 1959 da Papa Doc e i cui irriducibili hanno seminato terrore intriso di cultura voodoo fino al Duemila.

Anche le illusioni di riscatto che si incarnavano nel presidente eletto nel 1990, Jean Bertrand Aristide, ebbero vita breve. Il sacerdote-presidente fu destituito dai militari haitiani, Aristide venne reinsediato nel 1994 da un blitz delle forze armate americane. Poi nel 2004 nuovo putsch e definitivo esilio. Arrivò l’Onu con 1.200 uomini, ma le violente tensioni tra gang rivali e gruppi politici opposti non si placano tanto che le Nazioni Unite parlano di catastrofica situazione dei diritti umani. Proprio questo clima, uguale da decenni e che si può far risalire ai tempi della rivoluzione haitiana del XIX secolo (drammaticamente raccontati nella trilogia di Madison Smartt Bell con protagonista la leggendaria figura del “Napoleone nero”, Toussaint Louverture) ha completamente affondato le aspirazioni di crescita sociale ed economica del Paese che ambiva a diventare meta turistica internazionale.

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Haiti, colpita da un terremoto disastroso con migliaia di vittime (questa foto come emblema di un dolore commovente)

Haiti in ginocchio, ecco come aiutare –

Tutti i riferimenti utili per dare una mano alle popolazioni colpite dal sisma.

A causa del devastante terremoto che ha colpito Haiti, provocando  tante vittime e ingenti danni, le organizzazioni umanitarie si stanno mobilitando per aiutare le popolazioni, aprendo una sottoscrizione per la raccolta di fondi. Per chi volesse inviare i primi aiuti agli abitanti dell’isola caraibica, vi diamo qui alcuni riferimenti per versamenti (che a nostro avviso ci si può ben fidare).

– CARITAS. Per sostenere gli interventi della Caritas Italiana, che opera ad Haiti dal 1975, si possono inviare offerte a Caritas Italiana tramite C/C Postale N. 347013 specificando nella causale: Emergenza terremoto Haiti. E’ inoltre possibile fare offerte anche tramite UniCredit Banca di Roma Spa, via Taranto 49, Roma – Iban: IT50 H030 0205 2060 0001 1063 119; Intesa Sanpaolo, via Aurelia 796, Roma – Iban: IT19 W030 6905 0921 0000 0000 012 ; Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma – Iban: IT29 U050 1803 2000 0000 0011 113;  CartaSi e Diners telefonando a Caritas Italiana tel. 06 66177001 in orario d’ufficio.

– MEDICI SENZA FRONTIERE. Anche Medici Senza Frontiere, che lavora a Haiti dal 1991, ha lanciato una raccolta fondi  per affrontare l’emergenza in corso e per continuare a prestare assistenza medica anche in futuro, dopo la fase critica. Per aiutare Msf nelle azioni di soccorso, si può donare con: carta di credito chiamando il numero verde 800.99.66.55 oppure lo 06.44.86.92.25;  bonifico bancario IBAN IT58D0501803200000000115000; c.c. postale 87486007 intestato a Medici Senza Frontiere onlus causale Terremoto Haiti; oppure con una donazione on line sul sito www.medicisenzafrontiere.it

– AGIRE. ActionAid, Amref, Cesvi, Cisp, Coopi, Cosv, Gvc, Intersos, Save the Children, Terre des Hommes e Vis  hanno deciso di lanciare una raccolta fondi per finanziare i soccorsi. I fondi raccolti saranno destinati a soddisfare i bisogni primari delle popolazioni: cibo, acqua potabile, medicinali.  Si può sostenere quest’iniziativa o attraverso donazioni con carta di credito al numero verde 800.132870, con  versamento sul conto corrente postale n. 85593614, intestato ad AGIRE onlus, via Nizza 154, 00198 Roma, causale Emergenza Haiti, con un bonifico bancario sul conto BPM – IBAN IT47 U 05584 03208 000000005856. Causale: Emergenza Haiti, oppure si possono fare donazioni direttamente dal sito internet www.agire.it.
– FONDAZIONE FRANCESCA RAVA – N.P.H. ITALIA ONLUS. La Fondazione rappresenta in Italia Nuestros Pequeños Hermanos, organizzazione umanitaria internazionale presente a Haiti da 22 anni, impegnata a portare soccorso alla popolazione di questo paese con progetti in aiuto all’infanzia. L’ospedale pediatrico N.P.H. Saint Damien è stato danneggiato e i 150 bambini degenti sono stati evacuati, il suo pronto soccorso continua ad essere un importante centro di riferimento per gli aiuti. Per aiutare: Fondazione Francesca Rava – N.P.H. Italia Onlus. Bollettino postale su C/C postale 17775230; bonifico su c/c bancario BANCA MEDIOLANUM SpA, Ag. 1 di Basiglio (MI) IT 39 G 03062 34210 000000760000; causale: terremoto Haiti. Carta di credito on line su www.nphitalia.org o chiamando lo 02 5412 2917. 

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IL GIARDINO DEL DIAVOLO DOVE I NERI PAGANO PER I PECCATI DEI BIANCHI

di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 14/1/2010

Arriveranno le navi di Obama e l´elemosina del mondo, qualche soldato in più per mantenere l´ordine e le ruspe per i morti, ma nulla cambierà nell´isola stupenda che fa pagare ai neri tutti i peccati dei bianchi.  Ma più ancora che gli uragani e i terremoti, la sua maledizione è il retaggio di violenza che l´accompagna Da più di 500 anni questa è l´isola del demonio: che nessun rito, sacrificio o armata è mai riuscito a sloggiare. Haiti è da mezzo millennio, da quando Colombo attraccò la sua “Santa Maria” nella baia del Nord a Cap Haitien, il giardino del diavolo, che nessun rito e nessun sacrificio, nessuno spirito e nessuna armata è mai riuscito a sloggiare ed esorcizzare.
Geologi e climatologi ci spiegheranno che questa terra delle alte montagne, questo significa «Haiti» nella forma creola «Ayiti», subisce la doppia maledizione di essere insieme terra sismica e di sedere nel mezzo dell´”autostrada degli uragani”, la via percorsa dalle bufere che gli stessi venti portatori di navi negriere dall´Africa Occidentale spingono ogni estate verso il Caribe. Ma Haiti non è la sola a conoscere la periodica violenza della terra, del mare e del cielo. La sua condanna più crudele non sta sotto la terra e neppure nel cielo. Sta ben piantata sulla terra e cammina con le gambe degli uomini che l´hanno calpestata con un accanimento e una ferocia che trova, nella ferocia della natura, la propria rappresentazione perfetta.
La frase usata dal Presidente Obama nel promettere aiuti «veloci a aggressivi» per una «tragedia specialmente crudele e incomprensibile», suona addirittura eufemistica per questa Haiti che è invece una tragedia normalmente crudele e perfettamente comprensibile. Fu su di essa, sulla parte occidentale dell´isola che Colombo battezzò “Hispaniola” e che i francesi, dopo averla strappata agli spagnoli, rinominarono “Saint Domingue”, che colonialismo, schiavismo, razzismo, clericalismo, ingordigia, tutti i peggiori tratti del dominio europeo nel Caribe come in Africa, si concentrarono in una convergenza squisita di orrore.
Fu per Saint Domingue, dove già gli indios nativi Taibo Arawak erano stati sterminati dalla prima epidemia di vaiolo ufficialmente registrata nel Nuovo Mondo, che Luigi XIV descritto per gli scolaretti d´Europa e di Francia come «il Re Sole», impose alla fine del ‘600 il “Code Noir”, il codice nero voluto dal suo ministro delle finanze Colbert.
Fu il primo editto completo e dettagliato per il trattamento degli schiavi africani, dalla proibizione, sotto pena della vita, di praticare altre religioni che non fossero quella cattolica romana, alla multa per i bianchi che avessero avuto figli da «concubine schiave» e che se la sarebbero cavata con una tassa di duemila libbre di zucchero. E fu nel segreto delle piantagioni, nel disperato sincretismo di culti e superstizioni e terrore, che il “vudun” africano divenne il “voodoo” degli incubi bianchi, incarnati in quei “morti viventi”, gli zombie, corpi di uomini senza più anima, nel possesso di spiriti e maghi padroni. Esattamente come i milioni di schiavi trasportati e venduti all´asta per lo zucchero e il tabacco.
La piaga che prima gli spagnoli, ma poi soprattutto i francesi, apriranno nella carne di chi popolò in catene Hispaniola, non si sarebbe mai rimarginata, restando infetta attraverso i secoli, le vane rivolte irredentiste, le effimere monarchie, le repubbliche democratiche, e il confuso, velleitario protettorato “benevolo” degli Stati Uniti. Sconfissero anche gli eserciti napoleonici, gli schiavi liberati dalla Rivoluzione Francese e guidati da un liberto, Toussaint L´Ouverture, che con l´indipendenza tentò di uscire dalla morsa del disastro coloniale e di aprire agli inglesi nell´Ottocento, illudendosi di trovare in loro commercianti e partner più equi. Illusioni, come lo sarebbero state decenni più tardi, le dittature dei Duvalier, Francois, «Papa Doc», il medico che s´impossessò di Haiti per 15 anni con la complicità di Washington, lasciandola in eredità al figlio «Bebé Doc», Jean Claude, per altri 15 anni di inenarrabili turpitudini, fino alla sua cacciata per la rivolta popolare contro i suoi macellai, i ton ton macoute, che mantenevano l´ordine dei pochi ricchi massacrando a piacere i “miserable”.
«Qui qualcosa deve cambiare», esclamò Giovanni Paolo II, visitando nel 1983 una Haiti dove la Chiesa Cattolica, come a Cuba, come in tante nazioni dell´America centrale e meridionale, aveva tacitamente accettato di far convivere i propri santi con le divinità pagane di santerie e voodoo, ma non sarebbe cambiato nulla. Il prete rivoluzionario salesiano Jean Bertrand Aristide sarebbe stato eletto come il salvatore, prima di essere abbattuto da un golpe, e poi rimesso al potere e infine rapito dai servizi segreti americani ed esiliato in Africa, quando anche lui sprofondò nella follia del “giardino del diavolo”.

Ci avrebbero provato presidenti americani di buona e utopistica volontà a sanare la piaga con forze navali, missioni e poi caschi blu, anche loro, feroce ironia, seppelliti dal sisma nel Quartiere Generale dell´Onu crollato martedì, ma né Carter, né Reagan, né Bush il Vecchio, né Clinton, riusciranno a fare altro che a bloccare la processione di disperati su gommoni, tavole di balsa, barche fradice in balia degli squali, verso le coste della Florida, sulla stessa rotta dei balseros cubani, anche loro respinti.
Dire che Haiti è una nazione tra le più miserande del pianeta, che il reddito pro capite è il 175esimo al mondo sulle 208 nazioni censite dalla Banca Mondiale, con 4 dollari al giorno per i 9 milioni di abitanti, spiega tutto e niente, come sempre fanno le statistiche.

La tragedia senza fine di questa mezza isola – l´altra metà della vecchia Hispaniola colombiana è la Repubblica Dominicana – non si capisce neppure con la mostruosa distanza che separa i poveracci delle bidonville dalle élite creole, la “Gens de couleur” come i francesi avevano chiamato i discendenti liberi di quei concubinati pagati dai “signori” con qualche sacco di zucchero. E che oggi possiedono, essendo poche centinaia di famiglie, il 99 per cento delle risorse e di quei 4 miliardi dollari annui che rappresentano il suo Pil. Un quarto del prodotto interno lordo dell´Etiopia.

Il peccato che Haiti ancora paga, sotto e sopra la terra e nel cielo dei tifoni, è la sua struggente bellezza, la dolcezza maledetta di una terra che i signori coloniali avevano soprannominato l´”isola libertina” per i suoi abbondanti piaceri. E che continua a punire le vittime per le colpe dei loro tormentatori.  (Vittorio Zucconi)

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Port-au-Prince, a mani nude tra le macerie della città che non c’è più

di Maurizio Molinari, inviato a Port-Au-Prince – da « la Stampa » del 14/1/2010

Dai finestrini del bimotore dell’Air Caribe la capitale di Haiti appare un cimitero di rovine a perdita d’occhio. È il primo aereo civile che arriva da Santo Domingo all’aeroporto di Isabelle e atterra su una pista dove pochi poliziotti tentano di tenere a bada centinaia di persone che cercano di fuggire sui pochi aerei militari arrivati per portare aiuti.
In città il palazzo del presidente è crollato, il parlamento è in macerie, la cattedrale non c’è più, come anche dozzine di chiese e l’ospedale principale. Centinaia di corpi coprono le strade giacendo sotto cumuli di polvere attorno ai quali i sopravvissuti si aggirano in religioso silenzio o gridano disperazione e rabbia, braccia aperte verso le nuvole basse del cielo dei Caraibi. Si levano canti di disperazione e nenie religiose, come preghiere lanciate in un vuoto disperato.
Non c’è nessuno che raccolga le salme, ciò che resta dell’autorità governativa sono scarni comunicati trasmessi dalla radio che parlano di disastro nazionale e invitano alla solidarietà. Cercano di far sentire le persone meno sole, ma sembra che l’unico risultato sia far aumentare la paura del dilagare delle violenze. A Port-au-Prince non c’è che morte e disperazione. Il presidente parla di centinaia di migliaia di vittime, qualcuno dice mezzo milione, per la Croce Rossa almeno un terzo dei 9 milioni di abitanti di Haiti sono stati toccati in qualche modo dagli effetti del sisma, tre milioni senza tetto.
Il conteggio delle vittime viene fatto da ospedali improvvisati nelle piazze e circolano numeri parziali che per ora vanno da mille a tremila a cinquantamila anime perdute nel terremoto che la notte scorsa ha investito la più povera nazione dell’emisfero occidentale con una scossa di magnitudo 7, la più forte dal 1770. I sopravvissuti si aggirano fra le rovine cercando parenti e proprietà inghiottite dalla terra. Si è diffusa la voce che a portare i primi aiuti saranno i militari americani con elicotteri dalla base di Guantanamo, nella vicina isola di Cuba, c’è chi guarda ripetutamente al cielo aspettando che i marines portino acqua, pane. Qui manca del tutto e l’assenza di comunicazioni aumenta la confusione.

L’importanza dei soccorsi aerei dipende dal fatto che il porto è stato danneggiato e le navi hanno difficoltà ad attraccare. È stato l’arrivo dei primi velivoli militari con gli aiuti, provenienti da Usa, Islanda e Venezuela a far scattare la grande corsa verso l’aeroporto da parte di centinaia, forse migliaia di disperati che si assiepano di fronte al terminal. Il personale dell’ambasciata Usa è riuscito a evacuare le famiglie americane solo proteggendo il convoglio con una scorta armata fin sotto gli aerei della Guardia Costiera decollati alla volta di Miami.
Nella prima intervista al «Miami Herald» il presidente René Preval ha descritto «scene inimmaginabili nella capitale»: «Il parlamento si è come accasciato su sè stesso, il ministero delle Finanze è collassato, le scuole sono cadute, gli ospedali si sono sbriciolati». Il presidente dice che Hedi Annabi, il tunisino capo della missione di stabilizzazione dell’Onu (Minustah) è morto, anche se il Palazzo di Vetro non ha ancora confermato, pur ammettendo la morte di almeno 11 funzionari. Non ha retto neppure la principale prigione dell’isola: i detenuti che si sono salvati sono fuggiti in massa.
L’ambasciatore francese a Port-au-Prince ha detto a France2 che «non c’è alcun mezzo che ora venga utilizzato, i pochi di cui si disponeva con il servizio dei vigili del fuoco sono stati sepolti fin dalla prima scossa. La gente è in strada e sta passando la notte in strada. Alcuni di loro, a mani nude, cercano di trovare i corpi sotto le macerie». L’ambasciatore ha continuato il suo agghiacciante racconto: «Alcune vie sono cosparse di cadaveri e si vedono persone, si vede spuntare una gamba, un braccio, tra mucchi di ferraglia e di cemento, è spaventoso. Ho attraversato a piedi due quartieri, quello dove si trova la residenza dell’ambasciata di Francia che è completamente distrutta e un’altra zona che si chiama il Divano verde, dove si trova la residenza del presidente. Non c’è una casa rimasta in piedi».
I saccheggi sono già iniziati. Non c’è polizia, pochi e sperduti i militari che lasciano sguarnito anche il palazzo presidenziale ferito, mentre le forze dell’Onu contano le proprie vittime. Il loro comandante tunisino viene dato per morto e i contingenti di Brasile e Cina, i più numerosi, avrebbero subito molte perdite. Anche del loro quartier generale non è rimasto quasi nulla in piedi. Non ci sono neanche notizie di Giovanni De Mattei, viceconsole onorario d’Italia, mentre la nostra ambasciata nella vicina Santo Domingo ha inviato un funzionario per accertare la sorte dei connazionali che si trovavano a Haiti al momento della scossa. «Dicono che il palazzo Onu della Minustah e l’hotel Montana sono crollati. So che all’hotel Montana abitavano degli italiani, ma non so quanti fossero e se al momento del terremoto erano in casa. Stiamo cercando di sapere qual è stata la sorte dei dispersi», dice l’avvocato Lampieri, che lavora all’Onu ad Haiti.
La Farnesina ha fatto sapere che una settantina di italiani residenti nell’isola si sono fatti vivi per dire che stavano bene. Sono 190 gli iscritti all’Aire, il registro dei connazionali all’estero, ma non è detto che fossero tutti  presenti nel Paese. Fra gli italiani di Haiti ci sono cooperanti, religiose, tecnici di azienda, e qualcuno che abitava là da decenni. Ma è possibile che si trovassero a Haiti turisti o viaggiatori che non avevano segnalato la loro presenza. Oggi arriveranno ad Haiti due esperti del ministero degli Esteri per aiutare a fare chiarezza nelle informazioni. La Croce Rossa fa sapere che le persone coinvolte nel sisma sono almeno 3 milioni.
L’arcivescovo cattolico monsignor Joseph Serge Miot è morto sotto le macerie della cattedrale, si parla di un centinaio di sacerdoti morti in tutta l’isola. Anche le star di Hollywood si stanno muovendo a sostegno della popolazione di Haiti. Ben Stiller, Angelina Jolie e Brad Pitt sono solo alcuni dei nomi delle celebrità che hanno deciso di intervenire. Matt Damon è invece già sull’isola.

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14/1/2010 – TERREMOTO AD HAITI – LA TESTIMONIANZA DELL’INVIATO DE “LA STAMPA” MAURIZIO MOLINARI

“Così sono arrivato a Port-au-Prince”

PORT-AU-PRINCE
Maurizio Molinari (giornalista de “La Stampa”) è stato il primo giornalista italiano ad arrivare a Port-au-Prince. Le comunicazioni erano così difficili che il suo pezzo (pubblicato qui sopra) è arrivato tramite messaggini telefonici. Questo il racconto dettagliato di come il nostro inviato ha raggiunto la capitale haitiana.

Un piccolo charter di 21 posti noleggiato a Santo Domingo assieme alla troupe della tv Abc, al “Miami Herald” e ad alcuni giornalisti francesi. Ecco come sono arrivato a Port au Prince dal cielo, visto che il percorso via terra – circa 300 km – dalla Repubblica Domenicana e’ ostacolato da strade inagibili sul lato di Haiti e via mare il porto della capitale e’ stato seriamente danneggiato dal sisma di martedi’. La trattativa per il noleggio del charter e’ stata una sorta di bazar in versione caraibica. Arrivato all’aeroporto internazionale di Santo Domingo con il primo volo partito da New York al mattino di mercoledi’ mi sono ritrovato assieme alla troupe della Abc davanti ad una cabina telefonica per parlare con Air Caribe che, dall’altro e piu’ piccolo aeroporto di San Domingo, gestisce i charter che volano sull’isola Hispaniola che in genere si occupano di turisti.
Dall’altro capo del filo si sono alternate voci di donna differenti, cambiando nome a piu’ riprese, prima negando di poter volare verso Haiti, poi prendendo tempo e infine assicurando di poter trovare un aereo a patto che fosse possibile riempire tutti e 21 i posti, al costo di 10 mila pesos l’uno, ovvero circa 270 dollari. Poiche’ i giornalisti dell’Abc erano quattro, in cinque non ci avrebbero mai preso. E’ cosi’ partita un’affannosa ricerca di altri colleghi appena arrivati dagli Stati Uniti. Prima Jose’ Iglesias, dell”Herald Miami”, poi un gruppo di francesi e infine due cameramen freelance ci hanno consentito di raggiungere il quorum. “Tomate un taxi, lo mas temprano posible” ci ha detto la signora Diaz di Air Caribe facendoci capire che avrebbe dato via i posti ai primi arrivati. La traversata di Santo Domingo e’ avvenuta con un van, ad altissima velocita’.
Tanto noi che l’autista sapevamo che giungendo tardi avremmo rischiato che a salire sul charter avrebbero potuto essere degli altri, magari capitati li’ per caso. Una volta al terminal le procedure doganali sono state sbrigate in pochi minuti e siamo stati catapultati dentro il piccolo bimotore “Mas’, che e’ decollato subito. L’unico imprevisto e’ stato che Air Caribe ha chiesto a tutti noi di pagare in contanti e l’unico bancomat del piccolo scalo e’ andato in tilt a causa della raffica di richieste di 10000 pesos, che a Santo Domingo e’ una cifra considerevole. Ce la siamo cavata cambiando sul posto dollari, per trovare la cifra che manca. Il volo e’ durato circa un’ora, sopra il massiccio montagnoso che segna la continuita’ geografica fra i due Stati che convivono sulla stessa isola.
L’Abc ha iniziato a riprendere tutto cio’ che si vedeva a terra appena il giovane pilota dominicano ci ha detto che eravamo sopra Haiti. Siamo passati prima su alcuni villaggi di montagna, con piccole case isolate a precipizio sui monti, poi sopra le pendici che portano alla grande valle verde che porta alla capitale affacciata sul Mar dei Caraibi. E’ stato allora che le devastazioni del terremoto ci sono apparse via via sempre piu’ chiare. Il bimotore ha fatto due passaggi a bassa quota sulla citta’ prima di atterrare e i quartieri dall’alto mostravano i drammatici segni del sisma magnitudo 7. Case crollate, palazzi sventrati, voragini nelle strade e poche persone in giro, questi tutte a piedi. Non abbiamo visto una macchina, solo qualche motorino.
L’atterraggio e’ avvenuto poco prima del tramonto su una pista dove c’erano i primi aerei con gli aiuti umanitari: un boeing islandese, due velivoli da trasporto della Guardia Costiera degli Stati Uniti e due charter di American Eagle e Miami Air. Scesi dalla scaletta del bimotore abbiamo ricevuto le valigie dalle mani dei piloti che ci hanno letteralmente detto “now you are on you own”, ora cavatevela da soli. Il percorso sulla pista fino all’entrata del terminal e’ avvenuto di fronte agli occhi incuriositi di decine di poliziotti locali, poco piu’ avanti c’erano riunite le famiglie dei diplomatici Usa che stavano evacuando e, in un angolo, l’intera squadra della Cnn, guidata da Sanjay Gupta, arrivata un’ora prima con un proprio charter e accampata dentro l’aeroporto “in attesa di cosa fare”.
Assieme all’inviato del “Miami Herald” abbiamo tentato di uscire dal terminal ma ci siamo trovati di fronte ad una folla di centinaia, forse migliaia, di haitiani che tentavano di entrare sperando di salire su un qualsiasi volo e fuggire. La tensione fra i pochi militari presenti e la folla ci ha suggerito di rimanere nel terminal per tre ore, passate assieme ai militari americani della Guardia Costiera che ci hanno fatto assistere al loro primo briefing su “cosa portare dove”. Nella confusione generale un diplomatico americano mi ha contato fra i connazionali da evacuare, rimproverandomi di non essere in fila come gli altri. Poi accortosi dell’errore si e’ limitato a dire che era contento di avere “un posto in piu’ del previsto”.
Per i colleghi della Abc lo shock e’ stato veder Gupta gia’ sul posto visto che la loro stella, Dianne Sawyer, e’ ancora a Santo Domingo e tentera’ di arrivare questa mattina. Solo a notte inoltrata ci siamo potuti muovere dall’aeroporto a bordo di jeep blindate affittate dalla Abc che ci hanno portato nella base dei caschi blu, dove il personale dell’Onu ci ha fatto cenare con biscotti provenienti dalle razioni militari “Halal” del contingente dello Sri Lanka e acqua minerale purificata. “Sei il primo giornalista italiano che arriva qui” mi ha detto Matteo Manin, giovane volontario di Padova che e’ qui da due anni. Al momento di andare a dormire su giacigli improvvisati i giovani funzionari dell’Onu ci hanno consigliato di “dormire dentro edifici prefabbricati e non in mattoni” nel timore di nuove scosse. Che sono arrivate, forti e puntuali, quando erano le 3.10 del mattino. (Maurizio Molinari)

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POVERTA’  SANGUE  E  VOODOO

di Lucia Annunziata, da “la Stampa” del 14/1/2010

Ero lì quando Baby Doc lasciò in stracci e sangue la sua piccola nazione, Haiti. Baby Doc Duvalier, figlio di Papa Doc, François Duvalier, il despota nero di pelle e di cuore, che per anni, indossando i panni del padre della nazione, aveva senza scrupolo ucciso chiunque avesse letto un libro, avesse una lingua, o avesse un soldo.
Lasciando poi il suo regno di sciacallo arricchito a un figlio semi-demente. Papa Doc aveva preso il potere nel 1957 in nome dell’anticolonialismo Usa; Baby Doc, che aspettavamo, lasciava il paese in una notte del 1986, ben 31 anni dopo.
Lo attendeva, a motori accesi, un cargo militare Usa. Baby Doc arrivò preceduto da un corteo di limousine nere, cariche di bagagli Vuitton. Poi arrivò la sua macchina, lui seduto dietro. Michelle sua moglie, la famosa Michelle, la nera dagli occhi verdi, la più bella mezzosangue di Haiti e dei Caraibi, e la più rapace, sedeva invece di fronte. Mentre Baby Doc si copriva il viso, lei fece fermare la macchina, alzò il suo sguardo magnetico verso i flash dei fotografi e con calma tirò una boccata dalla sigaretta.
Nemmeno il rombo del motore dell’aereo riuscì a coprire il rullo di tamburi che riempì la lunga notte dell’isola. Nel buio si svolgeva la caccia ai TonTon Macoutes, le guardie pretoriane dei Duvalier, che negli anni avevano ucciso in notti come quelle gli oppositori, e che ora venivano massacrati con il loro strumento preferito, il machete. Machete, dittatori, tamburi. Era una piccola anticipazione di quello che negli Anni Novanta avremmo poi visto nelle grandi guerre tribali africane. Haiti era infatti Africa allora, lo è sempre stata, lo è ancora oggi: e, come in Africa, una natura incontrollabile ha sempre punito questo pezzo di terra, aggiungendosi, imprevedibile, alle violenze degli uomini.
Fascino, paura, passione, unicità. Emozioni che Haiti ha sempre suscitato, attirando poeti e scrittori come Graham Greene, creando una scuola di pittura naïf che è la più importante del mondo, mettendo in circolazione nelle vene dell’Occidente il virus dell’Aids passato ai bianchi benestanti del Nord, scesi a godersi a ore i piccoli e le piccole dee degli slums di Port-au-Prince. Emozioni che si spiegano solo per questa anima arcaica e africana dell’isola: il suo essere, nel cuore dell’Occidente, l’isola degli Schiavi che non sono mai riusciti ad affrancarsi.
Emozioni che oggi, di fronte al disastro umanitario, possiamo meglio chiamare mala coscienza. Il dannato circolo di violenze, povertà e distruzione, cui con foga si associa la natura, è un testo scolastico della storia del colonialismo. Quello di Washington, che da un secolo alternativamente manda nell’isola marines e spedizioni di aiuti umanitari – senza mai salvarla -; e quello europeo. Haiti è infatti un neo purulento sul volto di due delle più luminose pagine di storia del nostro mondo: la rivoluzione francese e quella americana.
Nell’isola, colonia francese per eccellenza, le idee di liberté égalité e fraternité furono accolte, celebrate e applicate con entusiasmo uguale a quello della madrepatria. Nel 1790, a meno di un anno dalla rivoluzione in Francia, 350 schiavi la imposero in Haiti. Peccato che la rivoluzionaria Francia fece sapere, nel 1791, che poteva dare diritti agli haitiani liberi, ma non affrancare gli schiavi. Dopo tutto la liberté non è da tutti.
Nasce lì, da quel rifiuto, la vera disgrazia di Haiti. Una schiera di schiavi neri, colti, entusiastici, cresciuti sugli stessi testi illuministi dei loro padroni, non accettò la disparità. Un cocchiere, Toussaint L’Ouverture, divenne leader rivoluzionario, poi generale e infine imperatore (una carriera tutta sullo stile di Napoleone, come si vede) e fece la sua rivoluzione: contro i bianchi francesi. Teste vennero tagliate, sangue fatto scorrere, piantagioni bruciate.
Quella di Haiti è stata la prima rivolta nera del mondo, e il primo Stato di schiavi affrancati. Piantata nel cuore dei Caraibi pieni di neri d’Africa, sotto le coste di Stati Uniti che di schiavi neri vivevano, la rivolta di Toussaint L’Ouverture divenne una minaccia per tutti. Liberò gli schiavi spagnoli dell’altra metà della sua isola, Hispaniola, istigò ribellioni ovunque, nell’America del Nord come del Sud. A un certo punto quattro milioni di schiavi cominciarono a guardare a lui come al loro imperatore. Un’idea inconcepibile, persino per gli uomini cui oggi guardiamo come ai padri della modernità.
Toussaint incrociò il suo destino con Napoleone e Thomas Jefferson: nessuno di loro due ebbe mai dubbi sul trattare questo schiavo come un ribelle da schiacciare. Jefferson non aiutò il generale nero, nemmeno per usarlo contro i francesi; e Napoleone segnò la fine del governo di Haiti imponendo un blocco commerciale, un embargo durato più di un secolo.
Haiti rivoluzionaria venne strozzata così nella culla dalle rivoluzioni moderne – ed è difficile trovare ancora oggi parabola migliore sui limiti delle nostre democrazie.  Gli Usa hanno provato a farsi carico nell’ultimo secolo di questo disastro. Nel 1915 inviarono i marines a imporre l’ordine e una costituzione che era stata preparata dal futuro presidente Franklin Delano Roosevelt. Uno dei primi atti del «riluttante» imperialismo americano. Da allora hanno ingombrato Haiti con soldati, religiosi, organizzazioni umanitarie, dittatori pur di tener lontana l’ombra della rivolta nera, questa volta nella forma del comunismo caraibico. Ma il risultato non è mai cambiato. Haiti è sempre rimasta povertà, sangue, voodoo, predicatori, sesso, liquore, prostituzione, e morte. Ferma nel tempo di una rivoluzione fallita, finita nella autodistruzione.
Chissà se il primo Presidente nero della storia degli Stati Uniti saprà fare occasione della immane tragedia attuale per provare a salvare il salvabile non solo delle vite umane, ma di questa lontana dignità storica. (Lucia Annunziata)

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UNA PENA CHE STRINGE IL CUORE

di DACIA MARAINI, da “IL Messaggero” del 14/1/2010
MIGLIAIA, forse centinaia di migliaia di morti. Una strage orrenda. Gli antichi avrebbero detto che il cielo, folle di rabbia per le malefatte degli uomini, si è adirato e ha scosso furiosamente un paese con tutti i suoi abitanti. In termini più laici, potremmo dire che la terra, maltrattata, abusata, violentata, si rivolta contro chi non pensa mai al futuro. Le cicale del mondo dovrebbero imparare qualcosa. Ma non impareranno perché appunto sono cicale e pensano solo al loro stupido ed egoistico cantare.
Anche questa dove mi trovo ora, in Abruzzo, è terra che trema e balla. Il mondo intero è fragile ed esposto. Ma lì dove si costruisce con criterio, lì dove si previene la catastrofe, quando arriva il terremoto, i morti si riducono al minimo. Ricordo il Giappone, dove ho subìto diversi sismi, anche durissimi. La paura prende alla gola. Perché lo sconquasso è imprevedibile, qualcosa che erompe dalle viscere dell’universo e hai l’impressione che ti trascini nel mondo dell’oscurità che distrugge e brucia. Eppure non ho visto cadere case in Giappone, e soprattutto non ho visto morti, nonostante lo sconvolgimento del suolo.
Penso alle immagini del terremoto del 1915 qui nella Marsica. In una notte gelata sono morte soffocate migliaia di persone. La vita da quel momento non è più stata la stessa per i marsicani. Molti, dopo avere perso casa e proprietà, sono stati costretti a partire per Paesi lontani. Ma quelli erano soprattutto contadini e pastori, e avevano costruito le case sulla nuda terra, senza avere i soldi per le fondamenta. Le mura si sono sbriciolate in pochi secondi.
Porta au Prince è una città moderna. Eppure sento dalla radio che i primi a cadere sono stati i fabbricati pubblici: la scuola, la chiesa, il municipio, il palazzo reale. Mi domando: perché? Quanto è pesante l’insidia del sottosuolo?
A pagare poi sono le persone più indifese: i poveri malati che stavano in ospedale, i bambini della scuola. Come piangerli ? sono lontani eppure sembrano vicini: le immagini di quella catastrofe invadono le nostre case. Corpi sconciati, membra spezzate. Una pena che stringe il cuore! E quanti ancora sepolti chiamano con voci sempre più flebili! si farà in tempo a salvarli? O saranno destinati a morire di fame e di sete nella solitudine di una prigione di pietre e di gesso?
Facile dare la colpa alla natura, al destino, a un dio che punisce. Spesso le colpe sono tutte nostre, di chi vuole tutto e subito, senza pensare al futuro. Prevenire costa e non dà soddisfazioni immediate, soprattutto non dà voti. Ma è solo con la prevenzione che si può evitare il peggio. (Dacia Maraini)

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