Haiti nel caos – I terremoti sono sì eventi naturali, ma i disastri che provocano non lo sono (naturali) – Quando una politica urbanistica virtuosa può salvare le persone

il sorriso di Claude (da Corriere.it)

Nell’emergenza di adesso di Haiti cui purtroppo possiamo far noi poco (se non quella di contribuire finanziariamente a chi lavora lì: ed è in primis questo che vi invitiamo a fare, andando anche a ricercare i riferimenti che vi abbiamo dato in prima pagina del precedente articolo a questo), Vi proponiamo qui alcuni articoli, tra i molti di questi giorni, che a nostro avviso appaiono mirati a far capire che la programmazione territoriale ed urbanistica non è solo un fatto di “semplice” tutela del paesaggio (che non sarebbe poco), ma è prima di tutto un elemento che condiziona la vita delle persone, e che le può salvare da tragedie ed eventi catastrofici naturali.   Il ”dove” e “come” costruire sembra diventato sempre più un elemento di ulteriore contrapposizione tra paesi ricchi e quelli poveri: il Giappone ha un piano di prevenzione dai terremoti di grande efficienza; la California si organizza giorno per giorno per il pericolo rappresentato dalla faglia di Sant’Andrea che si estende per quasi 1300 chilometri. Pertanto non è solo il trasferimento e lo smaltimento (l’abbandono) di rifiuti tossici che sta accadendo nei paesi più poveri; non è solo la presenza delle industrie più inquinanti e pericolose.

E’ anche la stessa struttura delle grandi città (povere) a non essere in grado di far fronte ai pericoli di eventi catastrofici: sia nell’organizzazione dei soccorsi, ma in primis nella stessa struttura urbana, fatta di edifici (anche in altezza, moderni, di cemento armato) inadatti ad affrontare il sisma e costruiti in luoghi di espansione edilizia urbani, storicamente lasciati “vuoti” proprio perché luoghi più esposti al pericolo dei terremoti. Il primo articolo che vi proponiamo, da “La Stampa”, di Mario Tozzi, parla proprio di questo: cioè molto spesso i danni maggiori da terremoti e altri eventi naturali nelle città del terzo mondo, avvengono in aree urbane “moderne”, dove si è costruito “dopo”, recentemente (ma che lì non lo si doveva proprio fare). E questa è la prima questione che vi proponiamo: cioè un’urbanistica scellerata, irresponsabile, casuale.

La seconda questione è che la previsione dei terremoti non è impossibile (ne abbiamo ampiamente parlato in questo blog dopo il disastro del 6 aprile scorso a L’Aquila); ma che mai si potrà dire con certezza che l’evento accadrà in un determinato giorno, con precisione del luogo. Lo vedete un geologo, magari considerato più che scientificamente credibile, che si prende la responsabilità di dire a un sindaco che il tal giorno la sua città dovrà essere abbandonata dai suoi abitanti perché ci sarà un terremoto?  E un sindaco, un’amministrazione comunale, potrebbe mai intervenire in tal senso, non essendoci certezza di data?

Insomma vogliamo dire che non resta che credere fermamente alla “prevenzione urbanistica”: edifici e urbanizzaizone non in luoghi pericolosi e, se storicamente insediati, un grande piano di ristrutturazione edilizia per renderli (gli edifici) in grado di sopportare integri il sisma (terremoti che accadono in Giappone e che non provocano un morto, un ferito, sono –sarebbero- disastrosi in un paese che non ha previsto nulla…).  Resta la necessità che un piano urbanistico di prevenzione adesso (specie nel mondo povero) non può che essere fatto su regole internazionali planetarie (magari prevedendo che aiuti  e sostegno allo sviluppo dei paesi poveri, sia condizionato anche all’impiego per la prevenzione urbanistico-edilizia dalla catastrofi naturali). L’agenda politica di un governo mondiale annovera pertanto (oltre ai diritti umani, al cilima, etc.) anche un’urbanistica virtuosa, per la salvaguardia e incolumità delle persone.

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CATASTROFE  INNATURALE

di Mario Tozzi, da “La Stampa” del 15/1/2010

È stato il terremoto più violento degli ultimi due secoli nell’isola, ma come ne avvengono almeno una ventina, ogni anno, al mondo. E quasi mai provocano centinaia di migliaia di morti. Per riscontrare numeri così elevati bisogna spingersi indietro nel tempo e in altri luoghi: nella Cina del XVI secolo, dove morirono 830.000 persone nello Shansi, oppure nella pianura di Kanto, in Giappone, dove, nel 1923, le vittime furono oltre 200.000. In tempi più vicini, le città cinesi di Tientsin e Tangshan furono rase al suolo, con 200.000 vittime, nel 1976 e non si può dimenticare il terremoto di Sumatra di soli cinque anni fa, quando morirono 250.000 persone anche a causa del maremoto. Ogni anno la Terra è attraversata da centinaia di migliaia di sismi di magnitudo superiore a 3, ma solo in alcune regioni, e in particolari condizioni, le vittime sono così tante. Perché?
Qualcosa la si deve al tipo e alle caratteristiche intrinseche del terremoto: magnitudo 7 Richter non è così elevata rispetto ai terremoti giapponesi e cinesi che arrivano anche a oltre 8, però l’ipocentro è stato superficiale (13 km) e perciò gli effetti peggiori. Ma i principali responsabili del gran numero di vittime sono sempre gli stessi: sovraffollamento e cattiva costruzione.

Nonostante il rischio sismico fosse elevatissimo e ben noto, l’estrema povertà di Haiti, la corruzione e l’inesistente amministrazione hanno consentito di costruire senza alcun criterio antisismico anche laddove si fosse utilizzato cemento armato (come per il palazzo presidenziale). «Effetto pancake» lo chiamano, quello per cui palazzi alti decine di metri rimangono schiacciati come frittelle senza che le strutture abbiano offerto alcuna resistenza. Ma la maggior parte della popolazione ha costruito in legno o muratura povera, senza alcuna regola e, soprattutto, in modo troppo affastellato, lasciando strade così strette da restare completamente bloccate intralciando i soccorsi.
Ma come si è operato a Port-au-Prince è la regola delle aree metropolitane del Sud del mondo (dove si concentra ormai la maggior parte della popolazione), come Mexico City o Calcutta: quelle ubicazioni furono scelte in tempi remoti scartando le zone ritenute pericolose sulla base di antiche sapienze, per esempio evitando i terreni paludosi, dove gli effetti del terremoto si amplificano. Oggi decine di milioni di persone vivono attorno agli antichi nuclei colonizzando con costruzioni fatiscenti i terreni una volta scartati. Così può accadere che rimangano in piedi vecchie case accanto a palazzi moderni distrutti, o che alcuni edifici vengano rivoltati sul posto senza però fracassarsi, come scatole di cemento armato basculate sul posto. Ma le megalopoli continuano ad attrarre senza sosta milioni di disperati nullatenenti dalle campagne di tutto il mondo, gente che non ha posto migliore per insediarsi che non i terreni meno idonei. Dove sorgono capanne, favelas e bidonville lì si concentreranno i danni e i morti dei terremoti del futuro, che diventeranno inevitabilmente i terremoti dei poveri.
Non è cosa nuova: negli ultimi mille anni i terremoti hanno ucciso otto milioni di persone e tutto lascia intendere che le cose potrebbero andare peggio nel prossimo futuro. Lo stesso sisma provocherà una strage epocale nel mondo povero, centinaia di morti dalle nostre parti (come dimostra quello aquilano, pur trentacinque volte meno distruttivo di quello haitiano) e solo qualche cornicione abbattuto in California. La storia è sempre quella: le catastrofi naturali non esistono, esiste solo la nostra nota incapacità di tenere conto del rischio naturale ovvero la possibilità di conoscerlo molto bene e fare comunque finta di nulla per avidità o per incapacità. O per l’assoluta mancanza di risorse e di memoria.

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Quando avviene un terremoto si producono deformazioni cosismiche, ossia deformazioni istantanee e permanenti della superficie terrestre che si diffondono su un'area ampia alcuni km2 attorno alla faglia sismogenetica. La loro entità e tipologia dipendono dalle dimensioni e dalla geometria del piano di rottura, dalla cinematica, ossia dal tipo di movimento relativo dei due lembi della faglia, e dall'energia dell'evento sismico (magnitudo). Il movimento cosismico lungo la faglia genera sollevamenti, subsidenze e spostamenti orizzontali

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I GEOLOGI: “ERA INEVITABILE”

Terremoto prevedibile, così pure le devastazioni. La faglia proprio sotto Port au Prince (da “il Gazzettino” del 15/1/2010)

Haiti si è spaccata crollando su stessa. Il problema è che il sisma è stato superficiale con l’epicentro nelle viscere di una piccola megalopoli, Port au Prince.
Destino ineluttabile e previsto da almeno due geologi. Patrick Charles lo prevedeva già nel settembre 2008 e Claude Prepeit gli fece eco nella primavera successiva.
Il primo, ex professore di geologia applicata all’Università de L’Avana, aveva detto al quotidiano haitiano Le Matin: «Nel 1751 e nel 1771 Port-au-Prince è stata completamente distrutta da un terremoto. Ed io mi gioco gli occhi che questo succederà di nuovo. Ci sono tutte le condizioni perché un grande terremoto colpisca la città di nuovo. È meglio che gli abitanti si preparino, prima o poi succederà. La scienza può confermarlo».
Prepeit, nel marzo del 2009 nella sua veste di consigliere del ministero per le Miniere e l’Energia in una conferenza di specialisti delle emergenze aveva rilevato che «Essendo collocata sul bordo della faglia caraibica, Haiti rischia di essere vittima di un sisma distruttivo».
Esattamente come avvenne nel 1908 a Messina, spazzata via da un terremoto di 7,2 gradi della scala Richter. Il sismologo Warner Marzocchi, responsabile dell’attività di ricerca relativa alle previsioni probabilistiche dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) spiega le forti analogie fra i due eventi. «I due terremoti sono stati molto simili in termini di energia liberata, ma soprattutto ad accomunare i due terremoti è la vicinanza alla città».
L’epicentro del terremoto di Haiti si trova a 10-15 chilometri da Port-au-Prince e «la frattura è arrivata sotto la città». A Messina, la faglia non era in città ma nello stretto, tuttavia molto vicina e i danni del terremoto sono stati amplificati dal successivo tsunami.
«Il secondo terremoto avvenuto vicino a una città in Italia nell’ultimo secolo -ha detto ancora Marzocchi- è stato quello che ha colpito L’Aquila il 6 aprile scorso».

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LA  SFIDA  PIU’  DIFFICILE: “INTERPRETARE  LE  SCOSSE  PRIMA  DEL  BIG  ONE”

Dalla California i nuovi studi sulla sismologia – Bisogna prima accertare la correlazione tra i diversi fenomeni del sottosuolo Presto si potranno prevedere i disastri con strumenti spinti nelle profondità terrestri

di SIMON WINCHESTER, da “La Repubblica – New York Times” del 17/1/2010

Anche se di scarso conforto per le vittime del terremoto di Haiti, la sismologia sta facendo qualche piccolo passo avanti nella ricerca di ciò che appare per il momento irrealizzabile, ovvero riuscire ad anticipare avvenimenti terrificanti come quello di martedì scorso. Nuovi studi su episodi di slittamenti ultralenti che si verificano nelle profondità della Terra stanno fornendo qualche promettente indizio.
Gli studi più interessanti sono quelli che si stanno conducendo, a rilento e con ingenti spese, a Parkfield, in California. Nel sottosuolo, proprio in corrispondenza della faglia di Sant´Andrea che si estende per 1287 chilometri lungo i margini della placca tettonica nordamericana e della placca pacifica, è stato scavato un buco molto profondo. I ricercatori responsabili del programma di trivellazione si prefiggono di scoprire che cosa accade di preciso nel punto di contatto tra due placche. Sembrerebbe alquanto plausibile ormai che le piccole scosse non vulcaniche a bassissimo impatto e tuttavia rilevabili che i ricercatori hanno registrato in profondi fori di sonda sottostanti la faglia di Sant´Andrea siano in qualche modo associati ai devastanti terremoti che si verificano a profondità minori e quindi sopra di esse. In particolare, gli scienziati vorrebbero determinare se è possibile identificare qualche caratteristica delle scosse non vulcaniche che avvengono nella profondità della crosta terreste con qualche anticipo rispetto all´inizio di un forte terremoto, così da sfruttarne utilmente il margine di preavviso.
Ciò sarebbe molto importante per il disastro avvenuto a Haiti, perché la faglia denominata Enriquillo-Plantain Garden – la diretta responsabile del terremoto di martedì scorso – presenta molti punti in comune con la faglia di Sant´Andrea: è una faglia che separa due placche (la nordamericana e la caraibica), per la maggior parte della sua estensione è a uno stesso tempo stabile e sottoposta a forti tensioni e pressioni, e più o meno una volta ogni secolo è sottoposta a un considerevole sforzo di taglio. (L´ultima volta accadde nel 1907 in Giamaica. Da allora gli scienziati avevano avvisato che un giorno – non meglio precisato – una catastrofe avrebbe finito col coinvolgere Port-au-Prince).
È estremamente probabile che le scosse non vulcaniche a basso impatto riscontrate nella faglia di Sant´Andrea abbiano luogo anche ai Caraibi: se si accertasse con sicurezza questa correlazione tra le scosse e i terremoti, allora la scienza sarebbe vicina ad accertare qualcosa di estremamente importante. Per il momento, però, tale correlazione non è stata ancora scoperta. Tuttavia, le scosse in questione paiono avere alcune caratteristiche insolite, che ne fanno dei veri campanelli d´allarme: per esempio per in momento si è evidenziata una correlazione tra la loro occorrenza e fenomeni esterni quali le maree e le fasi lunari. Un rapporto con i movimenti all´interno della crosta terrestre è quanto meno un´ulteriore possibilità, ed è qualcosa che fino a cinque anni fa ancora non si poteva supporre. Da qui il vago barlume di speranza di poter fare progressi.
Se un giorno i geologi dovessero essere convinti di questa presunta correlazione e individuare con apparecchiature spinte in profondità nella Terra un improvviso sciame di scosse non vulcaniche chiamerebbero i sindaci di San Francisco o di Los Angeles affinché prendano provvedimenti opportuni allertando la popolazione? I sindaci ordinerebbero veramente un´evacuazione di massa? E se lo facessero e poi l´evento annunciato dagli scienziati non dovesse verificarsi?
Queste sono tutte domande che vale la pena porsi, in particolare nei confronti di un Paese che è per molti aspetti meno progredito della California. Se una simile quantità di notizie fosse confermata in corrispondenza della faglia Enriquillo-Plantain Garden, i geologi cercherebbero di avvisare gli abitanti di una città come Port-au-Prince? E se la loro previsione dovesse rivelarsi corretta, il loro preavviso servirebbe davvero a salvare delle vite umane o innescherebbe un panico tale da trasformarsi in qualcosa di più letale dello stesso terremoto?
Il ramo della sismologia che si occupa di previsioni è indubbiamente un po´ più avanti di come era cinque o sei anni fa, ma a mano a mano che ci si avvicina a realizzare l´impossibile spuntano nuove domande e le risposte arrivano in ogni caso con troppa lentezza per essere di vero conforto a qualcuno.
(The New York Times – La Repubblica – Traduzione di Anna Bissanti)

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Per una spiegazione scientificamente comprensibile su come avvengono i terremoti vedi queste pagine dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia:

http://www.roma1.ingv.it/ricerca/tettonica-attiva/effetti-dei-grandi-terremoti

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L’isola prepara le cerimonie per strappare le anime dei defunti all’ira degli spiriti  –  I soldati brasiliani, figli della stessa cultura, hanno imposto il rispetto delle tradizioni

LA  LUNGA  NOTTE  DEI  FUNERALI  VOODOO

di Vittorio Zucconi, da “La Repubblica” del 15/1/2010

Si deve camminare adagio nella città dei morti viventi, perché le ruspe non seppelliscano gli spiriti e non distruggano quello che resta, almeno quello, dell’anima del popolo haitiano. Lo hanno capito subito e per primi i Caschi blu brasiliani. E dunque figli dello stesso universo di misteri e di fede che l’Africa riversò sulle Americhe tutte, da New Orleans fino a Rio de Janeiro, con quei nomi da brivido per i padroni bianchi, voodoo, macumba, abacua, santeria, candomble, che raccontano invece soltanto disperati brandelli di identità violentate.
Non potevano che essere i brasiliani, che nella città dei morti inquieti hanno lasciato undici dei loro soldati, ad ammonire l’armata dei soccorritori piovuti con le loro telecamere, le loro macchine e con la giusta fretta di seppellire il rischio di epidemie micidiali, che quei corpi riesumati a diecine di migliaia vanno custoditi e sepolti secondo il rito del voodoo, non secondo le superstizioni e i culti degli altri. Perché loro lo sanno, come lo sanno i loro comandanti, e il ministro della Difesa brasiliano, che spezzare il filo tra i vivi e i morti può offendere i “Loa”, lo spirito degli antenati. Ed evoca dal mondo invisibile la forza terribile di “Petro”, del maligno.
Il terremoto, hanno capito quei soldati venuti dagli stessi misteri che navigarono sui velieri dei negrieri, senza la presunzione di portare un Dio migliore soltanto perché ha più potere, ha scoperchiato più che tetti di lamiera e palazzi di mattoni. Sta sgretolando la facciata del sincretismo religioso, della reciproca finzione tra chiese cristiane ufficiali e culti popolari, come già scoprì, fingendo caritatevolmente di non saperlo, Papa Woytyla quando andò a Haiti, a Cuba, in Messico, nella Repubblica Dominicana, in Brasile, a celebrare la Messa e recitare il Credo di Nicea fra serpenti piumati e avvenenti vergini del mare, spiriti dei monti e dei fiumi, fra houngan e mambos, i sacerdoti e le sacerdotesse voodoo e i serviteurs, i devoti più fervidi e gli iniziati. Affidandosi al fatto che la suprema, e unica divinità del voodoo, che in lingua africana Fon significa soltanto “potenza dello spirito”, è in fondo il “Bondyè”, parente ovvio del “Bon Dieu”, rappresentato accanto a ciascuno di noi dal “gros bonange”, dal grande angelo buono che intercederà per noi al momento del Giudizio.

Grandi angeli, con i loro fratelli minori, i “ti bonange”, gli angioletti, tragicamente affaticati in queste ore e che soltanto accurate, tenere, precise cerimonie funebri potranno rassicurare trasportando lo spirito degli antenati al cielo, anche quando i nuovi “antenati” sono soltanto bambini. Non sarà possibile, lo sanno gli sciamani voodoo come i preti cattolici o i ministri protestanti e anche i brasiliani, timorosi di offendere, attraverso il voodoo la propria macumba, garantire a tutti il rispetto e la liturgia della sepoltura. Ma almeno dirlo pubblicamente, avvertire anche gli altri soldati, i soccorritori, i volontari venuti da altri mondi, che il voodoo non è una Disneyland morbosa per spettatori con popcorn, non è la gita nel più famoso dei cimiteri del “Bondyè”, quello di New Orleans per turisti, potrebbe bastare a calmare con il rispetto lo spirito di quei morti che un giorno torneranno a “montare” i vivi, a impossessarsi di loro, risparmiando la sorte orrenda dei cadaveri rianimati dallo stregone, il “bokor”, per farne servitori senza coscienza e senza identità come glischiavi, gli zombie.

Dall’albergo più famoso di Port-au-Prince e oggi colpito duro, la villa che un marinaio tedesco svedese, Gustav Werner Olofsson acquistò nel 1935 per farne il rifugio tropicale adorato da Graham Greene e da Jackie Onassis, da Mick Jagger e da sir John Gielgud, noi giornalisti che lo visitavamo non vedevamo, tra lo sfarzo di palme, bougainville e orchidee, l’orrore del regime Duvalier, i machete dei “ton ton macoute”, le disperate invocazioni ai grandi o ai piccoli angeli dei cadaveri di coloro che venivano sgozzati e dei loro discendenti, che attendono di morire come si deve sotto le macerie. Ma i brasiliani sanno e capiscono. Vedranno le dozzine di candele che saranno accese attorno ai corpi dei defunti. Non si scandalizzeranno davanti alla gallina o al gallo decapitato vivo, per restituire una vita al cielo nella speranza di saldare il conto di altre vite e di dare fiato ai “Loa” accasciati dalla fatica di governare l’universo, o le trance dei posseduti, le invocazioni disperate a Papa Ghedè, lo spirito della morte e della resurrezione, l’agitare dei sonagli magici, anche senza la musica di Louis Armstrong e dei più sfarzosi riti voodoo a New Orleans.
Il funerale giusto, il momento della impossibile, ma necessaria riconciliazione fra la vita e la morte in ogni religione creata dagli uomini, non sarà praticamente fattibile, come non lo fu dopo l’uragano Arthur, che fu soltanto un piccolo spirito malvagio portando via nel 2008 ottocento vite, rispetto al terremoto. Non ci saranno abbastanza sacerdoti e sacerdotesse, per 50 o 100 mila morti in attesa di rispetto, e forse basteranno le grandi e consolatorie cerimonie cristiane, le messe collettive nella cattedrale di Notre Dame, se ci fosse ancora la cattedrale, distrutta. Celebrate dall’arcivescovo, se ci fosse ancora l’arcivescovo, Joseph Serge Miot, ucciso sotto le rovine. Ma molte messe e molti funerali voodoo saranno necessari per placare le anime dei vivi e dei morti sbigottiti davanti a un buon Dio che sembra ancora una volta aver abbandonato i propri figli neri. (Vittorio Zucconi)

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alcune foto – vedi  http://www.corriere.it/gallery/esteri/01-2010/haiti/8/giornata-ad-haiti_531ed27a-02e0-11df-8bfd-00144f02aabe.shtml

soccorritori russi mentre estraggono dalle macerie Senvilo Ovri, 11 anni. La bambina è viva (Reuters)

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4 thoughts on “Haiti nel caos – I terremoti sono sì eventi naturali, ma i disastri che provocano non lo sono (naturali) – Quando una politica urbanistica virtuosa può salvare le persone

  1. elena domenica 24 gennaio 2010 / 15:06

    poveri bimbi … vorrei poterli aiutare tutti ma non posso proprio…. questa catastrofe ha distrutto le loro vite e mi dispiace… spero che riusciremo a dare loro almeno meta di cio che hanno perso… Elena

  2. Luca Piccin giovedì 4 febbraio 2010 / 15:52

    Io ho inviato un SMS al 48541.
    Sono 2 euri, sperando che arrivino…
    Qualcosa si può sempre fare.

  3. Salvatore (evangelista) domenica 7 febbraio 2010 / 16:58

    Reputo del tutto irresponsabile l’opinione dei media (stampa e tivù) sul fatto che il terremoto di Haiti sia un evento “naturale”!

    Altrettanto gravi sono le rassicurazioni della Protezione Civile che addebita questi eventi alle “spinte” delle placche terrestri: ma le pietre camminano, forse? Se pongo due enormi massi uno accanto all’altro e non produco alcuna forza o energia a favore dell’una o dell’altra, i due blocchi di pietra restano fermi anche per secoli!

    Invero, l’aumento dei terremoti è uno dei segni “fisici” e “visibili” che stiamo per entrare nelle fasi pre-apocalittiche, tanto che le calamità future saranno a ripetizione (Matteo 24,7 – Marco 13,8 – Luca 21,25)!

    Che la si smetta di prendere in giro la gente e che si dica la verità, per allertare in tempo l’opinione pubblica, se davvero si vuole il bene del prossimo!

    La Chiesa Cattolica, ahimè, col suo ostinato silenzio è corresponsabile della “cecità spirituale” di milioni di persone, al pari dei sismologi che continuano a rasserenare la gente con il “fatalismo” delle catastrofi: e allora, dove sarebbe tutta questa “protezione” divina dei santi e della Madonna e dei “patroni” nei riguardi dei tantissimi loro devoti?

    E dov’erano i tanti dèi del vodoo cui Haiti, da anni, affida le sorti della popolazione? Il vodoo maledice, che si sappia.

    Cristo ritorna, e l’aumento dell’attività sismica è un segnale chiaro anche per gli scettici, gli atei e gli agnostici! Altro che sfortuna per i poveri haitiani!

  4. adina martedì 16 febbraio 2010 / 21:11

    anche per me hanno subito dei grandi danni…..io vorrei aiutarli ma non posso ho inviato questo commento per invitare le persone benestanti ad aiutare queste povere persone…. adina

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