Obama a un anno dall’insediamento: un’altra battaglia “impossibile” nell’aiuto ad Haiti – i “limiti dell’audacia” di un principe illuminato in un mondo che non riconosce più alcuna leadership (la necessità di una sintesi con un governo mondiale delle emergenze)

Due avvenimenti che si intrecciano nel panorama mondiali: uno più che mai tragico, che di più non si può (la catastrofe del terremoto di Haiti); l’altro (avvenimento) il primo anniversario dell’insediamento di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti. In un momento in cui il mondo sembra in una confusione totale, che si percepisce di più quando accadono avvenimenti così tragici come in questi giorni; oppure con l’incapacità di prendere decisioni coraggiose ed unitarie (come nel dicembre scorso nella conferenza sul Clima a Copenaghen).

Diamo atto di questo intreccio inesorabile, naturale, dell’avvenimento tragico di Haiti con il ruolo di Obama nel suo primo anno di presidenza. Se fino a qualche decennio fa (e anche meno) gli Stati Uniti mostravano di voler controllare buona parte del mondo spesso con metodi a dir poco opinabili (pensiamo al ruolo americano nei colpi di stato accaduti in America Latina o in altri paesi poveri…), ora, il fatto che ci sia un presidente, la massima autorità americana, che nelle intenzioni, nella politica e nei discorsi, mostra una nuova visione geopolitica di rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo (noi crediamo alla sincerità di Obama…); ma che, proprio dopo questo primo anno di potere viene accusato (specialmente in patria) di non saper realizzare quanto prospettato (pensiamo alla pace in Medi Orente, a uno stabile accordo di convivenza tra Israele e i palestinesi ed il mondo arabo…), ebbene tutto questo fa pensare che Obama non può bastare a risolvere tutti i problemi del mondo (come sta accadendo ad Haiti) ed altri si devono mettere di più positivamente in gioco (pensiamo all’Europa in particolare).

Vi diamo qui una piccola rassegna stampa degli articoli che abbiamo letto e crediamo interessanti sugli accadimenti di questi giorni; in questo intreccio di cronaca dolorosa che viene dai Caraibi, con la geopolitica rappresentata da questa anomalia (per noi positiva e speriamo che duri) di Barack Obama, un presidente ancora assai popolare (più nel mondo che nel suo paese, dicevamo) seppur in crisi di risultati. E’ pur vero che i compiti, come sta accadendo ad Haiti, di cui si fa lui carico, e si espone al massimo su questo, sono improbi ed è possibile dover soccombere.

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SALVIAMO  HAITI  PER  SALVARE  TUTTO  IL  MONDO

di Gianni Riotta, da “il Sole 24ore” del 19/1/2010

Haiti come Copenhagen. Il mondo non ha più una guida, è confuso. Nella capitale danese non abbiamo saputo trovare una condivisa strategia per svilupparci senza distruggere il pianeta, americani contro cinesi, poveri e nuovi ricchi contro tutti, europei svagati.
Ad Haiti americani, europei, volontari, Onu e gracili autorità locali si scontrano nel tentativo di mettere ordine nella tragedia. Ognuno prova a fare del suo meglio, il presidente Usa Obama ha mandato i militari e i superstiti li invocano con cartelli sulle macerie «Marines Help!». Gli europei arrivano con i Medici senza Frontiere ma l’aereo viene dirottato, la collerica Parigi di Sarkozy se ne lagna con l’Onu, mentre l’incerto segretario generale Ban Ki Moon deve ascoltare la furia dei suoi collaboratori che hanno perso parenti e colleghi nel crollo del quartier generale a Port-au-Prince e piangono «L’Onu doveva prima salvare i suoi feriti e onorare i suoi morti, non abbandonarli!».
Manca tutto ad Haiti, mezzo litro d’acqua costa 6 dollari, quanto basta di solito a tante famiglie per vivere una settimana. La polizia spara agli sciacalli e le gang sono organizzate: ma tanti scavano solo per trovare da mangiare, qualcosa da riportare via da casa propria, qualcosa da vendere per sfamarsi. Criminali e affamati rischiano insieme una pallottola, come a Messina 1908.
Haiti e Copenhagen, la distruzione e un summit fallito, capitali di un mondo colmo di buone intenzioni che non sa trovare armonia. Quando arrivano i benemeriti del World Food Program, racconta l’inviata del New York Times Deborah Sontag, la folla li assale, non riescono a distribuire acqua e gallette. È un ragazzo haitiano, lo studente di linguistica Ernso, che spiega «Se non avvertite prima i leader e i volontari del quartiere scatenate la rissa», organizza la fila e le razioni vengono subito distribuite in ordine, senza saccheggi e sprechi. Il fallimento di Copenhagen costerà rinvii, lavoro perduto, inquinamento.
Un mondo senza più leader e collaborazione ad Haiti rischia invece epidemia e violenza, nuovi morti oltre i quasi 200mila stimati dal generale americano Keen. L’importanza di un governo del pianeta, un leader riconosciuto, un ordine comune, è illustrata dalla tragedia dell’aeroporto di Haiti, nessuno comanda, tutti volano in tondo, i senza tetto crepano: parabola del nostro tempo.
Ai lettori e alle lettrici chiediamo perciò di contribuire a salvare chi ancora si può salvare e provare a ricostruire l’infelice paese. Segnaliamo alcune delle organizzazioni umanitarie internazionali che sono attualmente impegnate nel soccorso ed assistenza del popolo haitiano.
Una donazione non è stavolta solo un gesto di carità verso i nostri ultimi fratelli. È un gesto concreto di solidarietà contro il caos che tutti ci minaccia, ad Haiti e qui. (Gianni Riotta)

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OBAMA,  IL  CAMBIAMENTO  E’  UNA  FEDE

di Maurizio Molinari, da “La Stampa” del 19/1/2010

Barack Obama inizia il secondo anno di presidenza dal pulpito della chiesa battista di Vermont Avenue, a Washington, con un discorso in cui quasi si scusa con la nazione: «Non tutte le promesse di cambiamento fatte lo scorso anno sono state mantenute». A spingere l’ex candidato idealista fautore del «Change» a questa ammissione assai pragmatica è quanto sta avvenendo attorno a lui: la disoccupazione è cresciuta fino al 10 per cento, i soldati che combattono in Afghanistan sono saliti a 100 mila e la battaglia per le grandi riforme al Congresso si è arenata di fronte ad uno scontro duro fra democratici e repubblicani che ha azzerato i progetti di legislazione bipartisan. Senza contare che la riforma della Sanità destinata a curare 31 milioni di poveri, cavallo di battaglia del presidente, aspetta oggi con il fiato in gola l’esito del voto nello Stato del Massachusetts dove i repubblicani possono strappare ai democratici un seggio decisivo del Senato.
Per i conservatori, come scrive James Ceaser sul magazine «Weekly Standard», questa è la fotografia di un Paese dove Obama «registra la più sensibile caduta nei sondaggi nella storia recente» a causa dei numerosi e vistosi errori compiuti, ma ciò che più preoccupa la Casa Bianca è quanto sta avvenendo nelle roccaforti del pensiero democratico, da dove arrivano siluri ancor più insidiosi.
Prima fra tutte la «Brookings Institution» di Strobe Talbott che pubblica un saggio di Simon Serfaty intitolato «I limiti dell’audacia» nel quale si rimprovera a Obama di aver «dimostrato inconsistenza strategica fino al punto dell’avventatezza tattica».
Obama ha preferito il desiderabile al fattibile e il giocoliere all’architetto, si legge nell’atto d’accusa verso un’agenda globale di politica estera e di sicurezza ispirata a concetti vaghi come gli «interessi comuni» e «l’impegno per la pace» che garantiscono al presidente record di apprezzamento positivo all’estero e negativo in patria.

Sul fronte economico l’affondo più aspro arriva dalla corazzata liberal del «New York Times» di Bill Keller, il cui economista e premio Nobel Paul Krugman chiama in causa l’«eccesso di timidezza» di misure fiscali «non abbastanza grandi» per consentire la ripresa dell’occupazione. Come dire: Obama non ha il coraggio di essere keynesiano fino in fondo. A leggere assieme i rimproveri della Brookings e di Krugman è  E. J. Dionne, editorialista del «Washington Post» e fra i sostenitori più decisi di Obama, secondo il quale se è in difficoltà è perché «non sta seguendo l’esempio di Ronald Reagan», il presidente-simbolo dei conservatori che, quando al termine del primo anno alla Casa Bianca registrò un analogo brusco calo nei sondaggi, reagì lanciando un’offensiva ideologica a tutto campo contro gli avversari liberal.

Assediato dai repubblicani che lo accusano di «uno statalismo destinato ad affondare il bilancio e indebitare le future generazioni» e rimproverato dai democratici di non essere stato abbastanza liberal nelle scelte compiute su economia, sicurezza, aborto e sorte di Guantanamo, Obama sta saggiando quelli che Dan Balz sul «Washington Post» definisce «i limiti del pragmatismo» in America, ovvero la difficoltà di tentare di governare dallo Studio Ovale uscendo dalla contrapposizione ideologica originata dai disaccordi sul 1968.

All’idealismo del candidato eletto con una valanga di voti perché fautore del «cambiamento» sono infatti seguiti 12 mesi di amministrazione durante i quali Obama ha provato a governare in maniera pragmatica: offrendo il dialogo agli avversari e cercando soluzioni condivise ai problemi comuni. Ma il tallone d’Achille di questo approccio sta, come osserva Margaret Warner della tv Pbs, nell’«assenza di risultati». Se nel primo anno di presidenza l’America dà fiducia a chi ha eletto, subito dopo non ha più pazienza, chiede risultati visibili che Obama in questo momento non è in grado di consegnare. A cominciare da quello più importante: la ripresa dell’occupazione. Essendo stato eletto sull’onda della crisi finanziaria del settembre 2008 che spinse il ceto medio bianco impoverito lontano dai repubblicani, Obama vede il suo destino politico legato alla capacità di risollevare le entrate e i consumi di questo cruciale segmento dell’elettorato.

Nel discorso di Vermont Avenue è stato lo stesso Obama ad ammetterlo, tradendo tensione emotiva: «La disoccupazione è ancora troppo alta». Ma subito dopo ha difeso il suo approccio: «Se resto calmo di fronte a tali difficoltà senza precedenti è perché ho fede nel cambiamento come l’aveva Martin Luther King». Obama dunque non cambia strada né ricetta, resta convinto di poter riuscire a «unire l’America divisa» proponendo non soluzioni politiche di parte ma quelle da lui ritenute le migliori a disposizione. E’ una scommessa in contraddizione con la recente storia politica americana e, osserva lo storico Michael Barone, che conferma l’anomalia del personaggio-Obama. Che può spingersi a rischiare tanto perché sul fronte opposto ancora non si intravede un leader conservatore in grado di insidiare il suo – seppur indebolito – primato di popolarità. (Maurizio Molinari)

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Focus – L’organizzazione della solidarietà

Terremoto, la gara (pericolosa) degli aiuti

da “il Corriere della Sera” del 19/1/2010, di Guido Olimpo

– Appello del presidente haitiano: basta litigi sui soccorsi Manca un unico coordinamento forte. Militari inesperti –

Gli americani l’hanno battezzata «Operazione risposta unita ». Un bel nome in codice, lontano però dalla realtà. Perché l’unità ad Haiti è rimasta, per ora, negli intenti. Lo testimoniano le parole di René Préval, presidente di uno Stato che non esiste più: basta litigi sugli aiuti. Un appello necessario dopo risse campanilistiche tra quanti, con generosità, partecipano ai soccorsi. Francesi e brasiliani hanno protestato contro gli americani, accusati di rallentare l’afflusso del materiale. «Tutti vogliono che sia il loro aereo ad atterrare — ha detto ieri il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner —, ma quel che conta è solo il destino degli haitiani». Medici senza frontiere e organizzazioni non governative hanno denunciato la mancanza di coordinamento. Il venezuelano Chavez e il cubano Fidel Castro l’hanno buttata in politica gridando slogan sulla «occupazione Usa di Haiti» e la «vergogna della nostra era». Senza dimenticare la corsa ad attribuire a questo o a quel team il merito di aver salvato una vita. Il giusto riconoscimento che ha rischiato di trasformarsi in una sorta di Olimpiade della protezione civile.

Rispetto ad altri cataclismi, le rivalità sono emerse in modo più netto per l’obiettiva gravità del sisma. Contrasti che hanno alimentato la frustrazione per i rifornimenti non distribuiti e suscitato diatribe mentre i terremotati erano ancora sotto cumuli di terra. Che cosa è che non ha funzionato? Proviamo a rispondere.

Il primo ostacolo è nella gestione. Come ha osservato il responsabile della Protezione civile italiana Guido Bertolaso, manca una leadership forte che coordini. Una conseguenza del mosaico diplomatico sul campo. Ad Haiti c’è da anni una missione Onu guidata dai brasiliani (ma ha perso i tre principali dirigenti nel sisma), esisteva una volta il governo locale, sono arrivati gli americani con un’assunzione diretta di responsabilità. Washington dice di voler sostenere le Nazioni Unite e non di rimpiazzarle, ma controllando l’aeroporto regola il flusso degli aiuti. È chiaro che servirebbe una sola centrale. Alla quale spettano i seguenti compiti: stabilire le priorità, decidere le aree di intervento, creare una catena di distribuzione che raggiunga con efficacia tutte le zone colpite. Un centro che poi deleghi. Fino adesso si è lavorato su Port-au-Prince, però i rapporti che arrivano da altre località denunciano un bilancio altrettanto drammatico. E il Pam (il Programma alimentare mondiale) avverte: ci servono 100 milioni di razioni. L’obiettivo è quello di aprire 14 centri di distribuzione nella capitale, più una quarantina nel resto dell’isola.

Insieme alla leadership unificata sarebbe necessario un approccio comune. Le organizzazioni civili hanno come obiettivi immediati: recuperare chi è ancora sotto le macerie, curare i sopravvissuti, infine l’assistenza. Ma ad Haiti è stato l’apparato militare a dettare le mosse, se non altro perché controlla i corridoi d’accesso. Per questo ha dato la precedenza alla creazione di una base—in sicurezza—e alla logistica per i propri uomini. Quindi i soldati entreranno nella fase operativa. Passi dettati da un pericolo obiettivo di violenze—in crescita tra le rovine —e dal manuale.

Washington, certo, ha risposto in modo immediato. Però ha mobilitato forze addestrate a fare la guerra e non certo a spalare. I parà dell’Ottantaduesima e i marines, quest’ultimi comunque dotati di mezzi per lo scavo. Scelta dettata dalla disponibilità dei reparti e non dalla competenza. Inoltre anche la missione statunitense ha due «cappelli». Uno militare con il generale P.T. Keen, l’altro civile con il segretario dell’Us-Aid, Rajiv Shah. Dovranno andare d’accordo. A tenerli insieme il Dipartimento di Stato di Hillary Clinton. Situazione strana. La Clinton voleva che Us-Aid avesse una certa indipendenza, ora invece lo ha portato sotto la sua ala affidandolo a un giovane brillante ma con scarsa esperienza.

Il secondo ostacolo—enorme—è rappresentato dal teatro. Haiti dispone di un solo aeroporto con un’unica pista, a gestirlo un team delle forze speciali americane. Uno scalo senza lo spazio sufficiente per ospitare dozzine di velivoli e, soprattutto, con scorte di carburante scarse. Alle ridotte capacità si aggiunge la mancanza di mezzi di trasporto: non ci sono camion sufficienti sui quali caricare i pacchi di cibo e acqua da distribuire tra gli scampati. Non solo. Esistono poche strade praticabili e ciò allunga i tempi di intervento. Per liberarle ci vogliono le scavatrici, ma per averle in numero adeguato bisogna attendere che arrivino via nave. Tra qualche ora i marines getteranno nell’inferno haitiano i loro mezzi grazie alle unità anfibie. Compito più arduo per i mercantili. Servono approdi sicuri e praticabili. Ce ne sono pochi. I moli di Port-au-Prince sono per ora inutilizzabili. Il Genio e l’Us Navy stanno studiando come riaprirlo. Non sarà facile.

Il Pentagono valuta due porti alternativi: Lafiteau (a 10 km dalla capitale) e Gonaives. Il primo, però, ha acque poco profonde e quindi può essere un problema per navi di grosso tonnellaggio. Il secondo è più lontano dall’epicentro e in questo caso i rifornimenti sarebbero costretti a percorrere strade impervie. Un impedimento che riguarda anche gli aiuti provenienti dalla Repubblica Dominicana, diventata una retrovia per i soccorsi. Il disastro logistico è aggravato dalla penuria di benzina, indispensabile per far muovere i veicoli. Da Haiti confermano che nei depositi ne è rimasta poca: due o tre giorni ancora, poi è finita.

Se la fase del soccorso è così complessa, cosa sarà la ricostruzione? La comunità internazionale ha risposto con molte promesse e si spera che vengano mantenute. Ma chi gestirà questo secondo momento? E come? Bisogna tirare su intere città, trovare posti di lavoro, inventare un’economia che non esisteva neppure prima, garantire la sicurezza. L’Onu può mettere la sua bandiera, ma da sola non può farcela. E tutti guardano a Barack Obama che ha promesso di non abbandonare gli haitiani. La risposta potrebbe venire da progetti mirati—sostenuti da Paesi e istituzioni — uniti ad un piano Marshall. A patto di trovare interlocutori validi ed evitare gli sprechi visti nel passato dopo le devastazioni causate dagli uragani. Solo a dirlo ti viene già il dubbio.

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IL PRIMO BILANCIO

OBAMA,  UN  ANNO  DOPO

Da “il Corriere della Sera” del 19/1/2010, di Massimo Gaggi

– Ricostruita l’immagine degli Usa, ora serve nuova determinazione

In casa ha evitato l’apocalisse finanziaria, ma le catastrofi sventate non sono facili da comunicare, rendono poco in termini politici: anziché sollevata, l’America è demoralizzata dalla disoccupazione record e spaventata dall’esplosione del debito pubblico. Nel mondo ha ripristinato l’immagine degli Stati Uniti come potenza costruttiva e responsabile che cerca il dialogo con tutti, nemici compresi, e che rispetta i diritti umani. Ma, anche qui, i riconoscimenti sono venuti più dall’estero che da un’opinione pubblica americana che percepisce come uno smacco Israele che respinge gli inviti a seguire una linea più conciliante o l’Iran di Ahmadinejad che rifiuta la mano tesa della Casa Bianca.

A un anno dalla mattina gelida e scintillante della cerimonia di insediamento davanti al Campidoglio di Washington, Barack Obama può legittimamente sostenere di aver colto risultati importanti, di aver governato con equilibrio e competenza. E, di certo, si è guadagnato il rispetto del mondo con molti gesti come l’apertura al dialogo col mondo islamico nel discorso all’università del Cairo, ma anche avendo il coraggio di rivendicare il diritto-dovere degli Usa di impegnarsi in «guerre giuste», proprio nel momento in cui, ad Oslo, riceveva il premio Nobel per la Pace.

Eppure negli Stati Uniti la sua popolarità— «stellare» quando prese le redini del Paese e anche dopo, fino all’inizio dell’estate — da sei mesi è in caduta libera. Obama non ha avuto il coraggio di battere i pugni sul tavolo, di imporsi sulla Babele del Congresso (The Economist); dopo aver gettato il cuore oltre l’ostacolo col suo «yes we can», ha scoperto i limiti dei poteri presidenziali ( Financial Times); ha commesso il madornale errore di puntare tutto su una riforma sanitaria che la gente non capisce e non considera prioritaria, ora che il Paese è devastato dalla crisi (giudizio dell’autorevole analista indipendente Charlie Cook).

Sulle cause del cambiamento di umori nei confronti del primo presidente nero della storia americana (indice di gradimento sceso sotto quota 50 rispetto al 71% dei giorni dell’insediamento) sono stati scritti fiumi d’inchiostro. I giudizi sul primo anno di Obama e sull’improvviso timore dei democratici di perdere le elezioni di «mid-term», sono i più diversi, ma almeno tre punti emergono con chiarezza:

1) La crisi economica, che durante la campagna elettorale mise le ali al leader democratico (col repubblicano McCain affondato dalla sua immagine di erede politico degli errori di Bush), adesso gioca contro il presidente. All’inizio del mandato il suo capo di gabinetto, Rahm Emanuel, affermò che per l’America era venuto il momento delle riforme radicali, visto che «non si può sprecare l’occasione offerta da una crisi così profonda». I fatti gli hanno dato torto: un popolo frastornato e impaurito si sta dimostrando anche meno solidale verso i deboli. Questo perché l’impoverimento è generale, non riguarda solo i diseredati senza lavoro e senza assistenza medica: disoccupati, semioccupati e occupati che comunque rimangono sotto la soglia di povertà sono poco meno di un quinto della popolazione. E anche la generazione dei «baby boomers» — un tempo «affluente», ottimista e riformatrice — ha cambiato atteggiamento: è incupita da una crisi che, tra crollo del mercato immobiliare e perdita di valore del risparmio previdenziale, fa svanire la prospettive di una vecchiaia agiata.

2) I conservatori, ripiegati su sè stessi e senza leader dopo la sconfitta di fine 2008, in pochi mesi non solo si sono rialzati, ma hanno cominciato ad assediare Obama sfruttando due delle chiavi della sua vittoria: la promessa di governare la crisi in uno spirito di unità nazionale e l’uso, per comunicare, dei moderni strumenti della democrazia digitale. Anche la destra ha imparato a usare Internet, Twitter, YouTube. Così i gruppi antitasse dei «Tea Party», che ad agosto sembravano un fuoco di paglia, sono divenuti un movimento nazionale indipendente al quale i sondaggi attribuiscono il 40 per cento dei consensi potenziali. Al tempo stesso i repubblicani — ancora senza leader ma con vecchie volpi come lo stratega di Bush, Karl Rove, al lavoro dietro le quinte — hanno capito che la strategia «bipartisan» di Obama offriva loro un’opportunità insperata: bastava rifiutare la sua mano tesa per farla fallire. Così Obama si è ritrovato a dialogare con un muro.

3) Il presidente poteva ancora inchiodarli dimostrando che i repubblicani stanno boicottando un’efficace azione di risanamento. E che, nel mondo, è lui che sfida i terroristi nelle aree calde— Afghanistan e Pakistan— dopo le distrazioni irachene di Bush. Ma Obama, grande oratore in una campagna elettorale ricca di slogan seducenti, si è rivelato un comunicatore assai meno efficace da uomo di governo.

Certo, è difficile interagire con cittadini distratti, che si informano in modo sempre più frammentario: come spiegare il cambiamento di strategia in Medio Oriente e in Asia Centrale se, come mostrano i sondaggi, nella mente di buona parte degli americani il conflitto iracheno e quello afghano sono sovrapposti in una poltiglia indistinguibile di orrende immagini di attentati? Vale anche per l’economia: difficile sottrarsi all’accusa di spendere troppi soldi pubblici senza ottenere grossi risultati quando molti non distinguono il maxipacchetto degli stimoli fiscali (sostegni all’economia e al lavoro) dal Tarp, il fondo utilizzato per salvare le banche.

Come uscirne? Molti analisti suggeriscono al presidente di chiudere prima possibile la partita della sanità, dedicandosi anima e corpo all’emergenza economica, senza farsi distrarre da un’altra missione — l’impegno contro il «global warming» — che per la maggioranza degli americani non è un problema cruciale, nell’attuale congiuntura. Anche se lo farà (perdendo una sinistra «liberal» che già ostenta la sua delusione) non è detto che riesca a recuperare: la gestione di un lento declino — economico come del ruolo internazionale degli Usa — non è esattamente quello che Obama aveva promesso agli elettori nella sua campagna elettorale scintillante.

Per farcela dovrà spingere gli americani a guardare le cose col suo stesso pragmatismo e convincerli che il Paese non è alla deriva, battendo i pugni sul tavolo e imponendo le sue scelte a un Congresso privo di disciplina. E, all’estero, dovrà alzare il profilo delle sue azioni, oltre a quello dei messaggi: lo sta già facendo inviando 30 mila uomini in più in Afghanistan, autorizzando un maggior numero di attacchi dal cielo contro i covi di Al Qaeda e cercando di impegnare la Cina in un confronto bilaterale più serrato (anche se Pechino ha fin qui risposto con una certa freddezza).

Per Obama quella di mostrarsi molto più determinato è l’unica possibilità, ma è anche un sentiero stretto: da una parte ci sono i dubbi dei conservatori che lo vedono come un «community organizer» che fatica a diventare «commander-in-chief». Dall’altro le difficoltà oggettive di un presidente nero forte del voto avuto da un’ampia maggioranza dell’elettorato, ma anche consapevole del permanere di aree di pregiudizio razziale, che anche per questo fin qui ha sempre cercato soluzioni ecumeniche.  (Massimo Gaggi)

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Tra le macerie di Léogane, la città epicentro del terremoto, completamente distrutta: «Nella scuola c’erano cento alunni, non siamo riusciti ancora a tirarli fuori»

da “La Stampa” del 19/1/2010, di Francesco Semprini”FRANCESCO SEMPRINI

PORT-AU-PRINCE
Che fine hanno fatto i bimbi di Léogâne? Il drammatico interrogativo sorge all’alba di lunedì quando le squadre dei soccorsi iniziano a setacciare in cerca di sopravvissuti e bisognosi la città ad Ovest della capitale quasi completamente devastata. Il paesaggio è apocalittico con almeno l’80% degli edifici distrutti, tra questi la scuola elementare poco lontano dal centro, rasa al suolo dalla furia della natura. E i bambini che si trovavano dentro? Nessuno al momento è in grado di dire se siano morti o rimasti intrappolati sotto le macerie, al momento della scossa le lezioni stavano per finire e forse alcuni di loro avevano lasciato l’edificio poco prima, secondo alcuni testimoni dentro ne erano rimasti almeno un centinaio.
Neanche Santos Alexis, sindaco della cittadina, è capace di dare una risposta. «Non sappiamo quante persone siano morte. Io ne ho contate personalmente oltre quattromila», dice Alexis, spiegando di non avere informazioni precise sulla scuola. Inoltre non si conosce la sorte di gran parte dei 200 mila abitanti dal momento che i convogli umanitari scortati dai caschi blu delle Nazioni Unite sono giunti qui solo dopo cento ore dalla scossa letale e molti potrebbero aver lasciato la città in cerca di cibo, acqua e cure. Secondo il capo della polizia cittadina, Alain Auguste, i morti sono più di diecimila, ma è «impossibile valutare quanta gente sia ancora sotto le macerie: da cinque giorni scaviamo con le mani», ha detto.
Il dramma dei bimbi di Léogâne è lo stesso di tanti loro coetanei sparsi per i centri fuori dalla capitale: gli uomini delle squadre «search and rescue» passano al setaccio asili, scuole, orfanotrofi e parrocchie di ogni villaggio. Intanto a Léogâne come nelle altre aree periferiche dell’isola, dopo giorni di totale assenza, affluiscono i primi soccorsi, come un unico grande serpentone che parte dall’aeroporto di Port-au-Prince e attraverso le vie di accesso alla capitale si snoda per tutto il resto del Paese. La macchina degli aiuti continua a macinare chilometri con derrate alimentari, coperte, acqua e medicinali che giungono da tutto il mondo. Oltre all’aeroporto di Port-au-Prince gestito dai militari americani, l’altro canale di accesso è la vicina Repubblica Dominicana.
Convogli carichi di materiale varcano ogni giorno il confine assieme a tanti volontari, mentre i piccoli velivoli che partono dall’aeroporto di Higuero-Islabela alla volta di Haiti sono colmi di medicinali. I primi decollano all’alba. Riusciamo a imbarcarci su un Piper Navajo sfruttando l’unico strapuntino rimasto libero. Il bimotore prende quota con una certa lentezza. Dall’alto montagne e vallate che sfumano sulle spiagge bianche per lasciare spazio alle diverse tonalità di celeste del mare. Oltre la cordigliera e il confine, gli insediamenti sono abbandonati, e man mano che ci si avvicina all’epicentro lo spettacolo è sempre più devastante. Tra un centro e l’altro si notano solo i convogli degli aiuti, molti dei quali bloccati. Poi appare Cité Soleil, il centro della capitale controllato dalle gang del machete.
Le strade dall’inconfondibile asfalto bianco appaiono deserte, ma in realtà il quartiere è in mano alle bande che mettono a segno razzie in perfetto stile di guerriglia urbana. Allo scalo Toussaint Louverture la fanno da padrone C-130 e C-17 ovunque, Boeing, Airbus ed Hercules battenti bandiere di tutto il mondo, dalla Russia alla Cina, dal Canada ad Israele, tutti sono presidiati dalle truppe americane. Intorno al perimetro dello scalo truppe Onu presidiano le vie di entrata e di uscita dando vita a una composizione di divise mimetiche dalle sfumature più diverse. Ci sono i brasiliani e i francesi, gli australiani con il loro inconfondibile cappello a falde larghe e diversi giordani. A loro spetta il compito di sorvegliare le vie di accesso allo scalo intorno alle quali una centinaia di disperati aspettano l’arrivo di nuovi carichi per potersi portare a casa qualcosa. La lotta per la sopravvivenza è serrata.
Un giovane haitiano viene travolto da un camion mentre tenta di afferrare una cassa di acqua. Cade a terra sanguinante, a nulla valgono i soccorsi, le guardie non possono far altro che coprirlo con un telone di plastica verde. I dannati di Port-au-Prince vigilano notte e giorno il tratto di strada che unisce l’aeroporto al compound Onu di Logbase, impossibile da percorrere piedi, «si rischiano rapine e linciaggi», dicono i militari. In auto è più sicuro ma non certo pratico e veloce: impieghiamo quasi mezz’ora prima di vedere i primi caschi blu di guardia; sono boliviani, ci guardano i documenti e ci salutano: «Bienvenido al infierno».

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19/1/2010 da “La Stampa – TERREMOTO AI CARAIBI – SEI GIORNI DOPO

Caos Haiti, il cibo arriva dal cielo – Polemica sugli Usa per i soccorsi.
Gli aiuti lanciati dagli elicotteri, ma sull’isola dilagano le violenze – Novanta le persone estratte vive, Berlusconi invia sull’isola Bertolaso

Per aggirare lo stallo del principale aeroporto di Haiti e la congestione delle strade causata dal terremoto, l’esercito statunitense ha paracadutato in poche ore circa 14.000 razioni k e 13.000 litri d’acqua in una zona a nord-est della capitale. Appena tre giorni fa il segretario alla Difesa, Robert Gates, aveva detto di ritenere troppo pericoloso i lanci di provviste, soprattutto in considerazione della estrema insicurezza a terra. Ma la congestione all’aeroporto di Port-au-Prince, dove una sola pista è agibile, ha ritardato oltre misura la distribuzione del cibo. Le razioni k sono considerate sufficienti per l’alimentazione di un soldato in combattimento, ma di solito bastano a sfamare un paio di persone. Intanto le truppe Usa hanno preso il controllo di ciò che resta dle palazzo presidenziale.
«La situazione è catastrofica» ha detto il presidente Rene Peval, «sarebbe stato terribile per qualunque Paese, ma Haiti, che era già debole, ha ancora più bisogno di aiuto». Quello che serve ora è «coordinare gli aiuti internazionali», un compito che spetta «allo stato haitiano insieme all’Onu attraverso una struttura di coordinamento». Il problema della sicurezza è «normale» nelle condizioni in cui si trova il Paese, e non bisogna chiedere che si scelga tra l’aiuto offerto da Hugo Chavez e quello di Barack Obama. «Non sceglieremo» ha detto Preval, «continueremo a fare come abbiamo sempre fatto: sommeremo l’uno all’altro. Non abbiamo problemi con gli Usa nè con il Venezuela».
La Farnesina ha annunciato che sono cinque gli italiani che mancano all’appello, ma due di loro si teme che non siano sopravvissuti. Ad Haiti si continua a scavare sotto le macerie ed è ormai una corsa contro il tempo per estrarre persone ancora vive. Annunciando che, in una settimana dal sisma, sono state recuperate 90 persone, l’Onu stamane ha comunque detto che c’è ancora speranza di trovare qualcuno vivo. Nelle ultime ore, è stata recuperata una bimba di appena diciotto mesi, estratta coperta di polvere ma ancora in vita. Ma mentre i medici negli ospedali si trovano ad affrontare una situazione che non ha precedenti e sono costretti ad amputare arti che sono solo fratturati, il timore è che il peggio debba ancora venire. Quando vengono frettolosamente dimessi e senza ulteriori cure, i sopravvissuti rischiano infezioni. Tetano e cancrena, sono il rischio immediato, ma c’è anche il pericolo di epidemie di morbillo e meningite. Una donna è stata estratta viva dalle macerie di un edificio vicino alla cattedrale di port-au-Prince, ad una settimana dal sisma. A riferirlo è stata la Cnn.
Secondo il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, l’Ue deve prendere in considerazione l’eventualità di istituire una Forza rapida di intervento umanitario. «Dobbiamo pensare ora a lungo termine» ha detto, «dopo aver provato a fare il possibile dobbiamo riflettere su uno strumento che ci aiuti a reagire più rapidamente».
Silvio Berlusconi intanto ha chiesto al Sottosegretario Guido Bertolaso di recarsi ad Haiti per verificare con le autorità locali, i rappresentanti delle organizzazioni internazionali e degli altri Paesi coinvolti nella organizzazione dei soccorsi, tutte le iniziative che il Governo Italiano potrebbe adottare per fornire ulteriori contributi alla soluzione del dramma che ha colpito la popolazione dell’Isola e per garantire la necessaria efficacia alle diverse iniziative di assistenza da parte dell’Italia, coordinando l’azione di quanti intendono prestare soccorso alle popolazioni di Haiti. È quanto si legge in una nota diffusa da Palazzo Chigi.

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REPORTAGE

UN  POPOLO  DI  OMBRE  NELLA  NOTTE  DI  HAITI

da “Avvenire” del 19/1/2010, di Giorgio Ferrari

E venne la notte. Non una notte qualsiasi, non una notte caraibica senza luna, ma la notte di Haiti, dove da sette giorni tutto è inghiottito dal buio, la città e le sue macerie scompaiono nelle tenebre, il brusio della gente svanisce, il fiato caldo della città distrutta lascia il posto a una brezza che muove le foglie, solleva la polvere seccandoti la gola e sembra per un attimo voler blandire questo immenso opificio della sofferenza, dove ogni atrocità della vita pare essere stata sperimentata. Viene la notte e con lei un buio che noi occidentali non ricordiamo certamente più: un buio color seppia, inchiostro acre, che toglie ogni sicurezza, posto che se ne abbia una.
Dalla rue Nationale al porto, dalla Citè Soleil a Centre Ville, attraversiamo Port-au-Prince dopo aver lasciato – insieme all’ultimo sole – l’ospedale Saint Camille, uno dei pochi rimasti sostanzialmente intatti, che già dalla prima notte ospitava centinaia di feriti, di moribondi, di gente impazzita e sotto choc. «Stia attento al buio – dice padre Gianfranco Lovera, direttore dell’ospedale – e non solo per i pericoli che nasconde. Stia attento e vedrà». Quello che poi effettivamente avrei visto non potevo immaginarlo. Le vie deserte, impenetrabili alla luce dei fari, si trasformavano in una quinta brulicante di umanità, ogni lato della strada, ogni pertugio che rivelava, nel breve passaggio dell’unica luce possibile, un’umanità silenziosa ma viva, in lento ma inarrestabile movimento, una processione verso chissà dove, verso chissà cosa, che con il passare dei minuti si faceva più densa, rivelando così come tutta la città vivesse in strada e con essa tutto il brulichio umano delle faccende quotidiane.
Ecco, dunque, che da un’abitazione rimasta in piedi vedi calare dalla finestra una marmitta con un denso e ribollente brodo che verrà venduto per pochi centesimi di gourdes, l’esile moneta locale; da una finestra risuona una nenia creola, una delle tante balbettate la prima notte del tremblement de tere, forse una ninna nanna, forse uno scongiuro. E più in là una fila di giovani con in mano un contenitore di plastica, che si avviano con la stolidità dei disperati verso un distributore di benzina che sanno essere sfornito, ma che gli accende il barbaglio di illusione di portare a casa un mezzo litro di gasolina, una nafta vischiosa con cui si accende un fornello, si fanno marciare gli scooter, si illumina una stanza. Questa massa di ombre – il parallelo con gli zombies e con la sottocultura voodoo che impera tuttora nell’isola è fino troppo facile da fare – miracolosamente sembra pacifica.
È vero, in alcuni quartieri di Port-au-Prince ci sono stati episodi di violenza, alcune strade sono state taglieggiate da manipoli di giovanissimi che agitavano il machete e mulinavano bastoni, altrove si è sparato, nella notte, vicino al porto e alla Città Proibita (così è giusto chiamare Citè Soleil, visto che neppure i brasiliani dell’Onu sono disposti a farvi visita) si odono raffiche brevi. Ma Lotaire Crocodile («Non rida sul mio nome, mi chiamo davvero così», ci dirà la mattina dopo), il vice-capo della polizia haitiana sopravvissuto al sisma che ha spiaccicato il suo capo sotto le macerie della comando generale, getta acqua sul fuoco: «Non li chiami Tonton Macoutes, quella era la milizia di Aristide. Questi hanno diciotto anni, anche meno, sparano perché non sanno che altro fare, ma non sono gang organizzate, o meglio, lo sono a livello di cortile, di vicolo. Per questo – dice Crocodile, scrocchiando le grosse mani che mai e poi mai vorremmo sentirci mettere addosso – li prenderemo tutti, a uno a uno, non dubiti». L’ottimismo del poliziotto-coccodrillo è destinato a durare poco. La notte, nonostante quel camminare pacifico, quasi da sonnambuli, crea una sorda solidarietà fra gli abitanti della capitale, che si coagula con la rabbia crescente per una macchina degli aiuti che – al settimo giorno dopo il sisma ormai lo possiamo dire – non ha funzionato per niente.
Non fosse per il lavoro prezioso e instancabile dei volontari già presenti sul campo, la maggior parte della gente sarebbe ancora senz’acqua. «Eau, Eau», agita la mano una famiglia di ombre notturne vedendo i fari avvicinarsi. Una mano sporge dal finestrino, dalla processione si agitano decine di braccia. Ed è qui, in questa miseria di sette o otto confezioni di acqua potabile – tutte quelle che avevamo con noi – che passano fra le mani di questi dannati della notte che capisci come anche l’aiuto più elementare, l’acqua, appunto, non possa cadere dall’alto ma possa arrivare solo così, orizzontale, da una mano all’altra. La riprova la si è vista due giorni prima, quando un elicottero statunitense ha stazionato come una libellula a venti metri di altezza sopra lo stadio dove si erano accalcate centinaia di famiglie scampate al terremoto ma ormai senza risorse. Dall’abitacolo qualcuno ha lanciato alcuni blister di acqua minerale, provocando un tafferuglio generale, qualche ferito e la delusione degli esclusi, che guardavano rancorosi l’elicottero riprendere quota, come se quella elemosina fosse stato un gioco crudele.
E in effetti lo era. Il nostro piccolo convoglio procede caracollando sulle strade violate dal sisma, il battistrada solcato da rughe larghe e profonde, pozze d’acqua stagnante in ogni dove, l’unico pullman in servizio costretto a guadare il fiume nel buio totale con i pochi fuoristrada in circolazione che gli illuminano il cammino. Arriviamo in un quella che alla luce del giorno dovrebbe essere una piazza, con una rotonda al centro.

Qui lo strepito è più forte, la tensione più alta, il popolo di ombre si staglia nel lampo dei fari allo iodio di una moto di grande cilindrata con a bordo due giovani che fanno il giro della piazza, come a ispezionare uno per uno gli attori di questo teatro notturno, fino a fermarsi davanti a un crocchio di giovanissime. Una piaga antica, quella della prostituzione ad Haiti, che neppure il black-out riesce a sospendere per un giorno. Giriamo l’angolo, un altro crocchio di persone, questa volta non il silenzio ottuso della rassegnazione caraibica ma le urla, le invocazioni, qualcuno si mette a correre.

Non si capisce cosa sta accadendo fino a quando i nostri fari non illuminano la scena: un pezzo di facciata di una casa dall’insegna pretenziosa “Gastronomie Roche” sta crollando, tirandosi dietro parte del cornicione. Qualcuno deve essere stato colpito da un frammento, forse il ferito è grave, ma i telefoni cellulari funzionano a singhiozzo e nessuna ambulanza verrebbe mai a recuperare il malcapitato.

E il popolo delle ombre lo sa bene. Ritrovo la via della mia casa provvisoria – un giardino con le stelle come soffitto – con la consapevolezza di aver visto poco e compreso ancora meno Ma con la certezza che tutto sarà ancora più duro e nella sua tragicità più vero quando, per dirla con Cèline, saremo giunti alla fine della notte. (Giorgio Ferrari)

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HAITI:  NELLE  BRACCIA  DELL’OCCIDENTE

di Lucio Caracciolo da “Limes (rivista italiana di geopolitica)”

– Molti haitiani sperano in un protettorato straniero. Usa e Brasile in prima fila. Obama non vuole ripetere gli errori di Bush e ribadire la leadership americana nel giardino di casa. Una prova per il presidente –

(articolo pubblicato su la Repubblica il 16/1/2010)

“Questa tragedia è una cosa buona per noi, perché ci fa pubblicità”. La frase sfuggita a George Samuel Antoine, console di Haiti a San Paolo del Brasile, davanti alle telecamere dell’emittente Sbt, a prima vista appare un distillato di puro cinismo. Ma rivela probabilmente la speranza di molti haitiani sopravvissuti al terremoto: assoggettarsi a un protettorato internazionale. Nel senso pieno del termine. Meglio un governo di stranieri che l’anarchia e le vessazioni dei banditi. Se poi questi stranieri sono americani, capofila di una cordata con Brasile, Francia e Canada, investiti delle responsabilità primarie in quanto potenze più influenti sull’isola, tanto meglio.
Le assicurazioni della Casa Bianca di non voler governare Haiti, obbligate dal bon ton diplomatico, passano in second’ordine di fronte all’immediato, robusto e assai esibito impegno americano nel dopo-terremoto. Per il primo paese indipendente dell’America Latina (1804), nel quale Simon Bolivar trovò rifugio e assistenza, sperare nella colonizzazione nordamericana è un bel paradosso. E forse si rivelerà una chimera, quando fra non molto i riflettori dei media saranno spenti. Ma nell’ora più triste e insieme più globale di quella terra miserrima, come negare ai sopravvissuti il sogno di un futuro diverso? Di diventare un altro Puerto Rico?
La catastrofe che il 12 gennaio si è abbattuta su Port-au-Prince e su milioni di haitiani ha scatenato una nobile competizione fra nazioni, organizzazioni internazionali e associazioni private a chi soccorre prima e meglio i superstiti. La solidarietà di cui siamo testimoni esprime quel senso di appartenenza al genere umano – al di là di razza, credo, storie e frontiere – che solo le grandi emergenze sanno suscitare. Nelle scelte dei maggiori leader mondiali e regionali si possono però intravvedere anche le strategie geopolitiche che segnano questa competizione non solo umanitaria.
A cominciare da Obama: “Questo è un momento che richiede la leadership dell’America”. La mobilitazione militare e civile, l’impegno personale del presidente, la formidabile eco mediatica rivelano che lo spirito missionario degli americani, pur in tempi di crisi, resta vivo. Su questo slancio, Obama si propone di raggiungere tre obiettivi.
Primo e principale: non ripetere l’errore di Bush, che di fronte allo tsunami asiatico del 2004 e soprattutto al disastro provocato l’anno dopo dall’uragano Katrina, si mostrò torpido e distratto. Confermando l’immagine di una superpotenza egoista e declinante. E destando il sospetto che asiatici e neri americani – le vittime “invisibili” dello tsunami e di Katrina – non fossero per Bush meritevoli di attenzione. Da quella pessima performance del suo predecessore, più ancora che dal disastro iracheno, Obama trasse la convinzione di poter competere per la Casa Bianca. Oggi che la sua stella non brilla come i suoi sostenitori speravano un anno fa, il presidente non poteva farsi cogliere impreparato da una simile emergenza.

Secondo: dare profilo specifico alla sua visione – finora piuttosto retorica – degli Stati Uniti come potenza capace di esprimere la propria egemonia non attraverso l’esibizione o peggio l’impiego della forza, ma raccogliendo intorno a sé ampie coalizioni internazionali. E assumendosi la responsabilità di guidarle. Sotto questo profilo, Haiti è il caso perfetto: un’impresa umanitaria dall’eco planetaria, circoscritta nel “cortile di casa” americano, lo spazio caraibico. Dove non esistono potenze in grado di competere con il colosso a stelle e strisce. La Cina è lontana. Degli europei conta solo la Francia, sollecitata in questo caso dal richiamo storico e culturale della francofona Haiti. Riferimento che spiega anche l’interesse canadese, o meglio del Québec, che per rafforzare la sua impronta francofona ha importato una vasta colonia haitiana. Parigi e Ottawa peraltro si muovono di concerto con Washington.
Terzo: impedire che forze nemiche o inaffidabili prendano piede a Haiti. Un classico Stato fallito, di fatto non governato da nessuno. Haiti non è la Somalia, certo. Ma i recenti corteggiamenti venezuelani al presidente Préval, sostanziati da forniture energetiche e progetti infrastrutturali, miravano a calamitare Haiti nell’Alba, l’asse antiamericano guidato da Caracas e L’Avana. L’intervento di Obama, che intende porre gli haitiani sotto la provvisoria (?) tutela statunitense, serve anche a stroncare tali velleità. Intanto, Cuba ha aperto il suo spazio aereo ai voli di soccorso americani. Mentre la base di Guantanamo – più nota come prigione per terroristi che Obama prometteva di chiudere e non ha chiuso – funge da hub logistico per le operazioni Usa nell’isola terremotata, da cui la separa solo uno stretto di un centinaio di chilometri, il Windward Passage.
Il principale partner degli Stati Uniti in questa operazione è il Brasile. Insieme ai primi soccorsi, Lula ha inviato sul posto il ministro della Difesa Nelson Jobim. A Haiti sono schierati 1.266 soldati brasiliani impegnati nella missione Onu di stabilizzazione (Minustah), a guida verde-oro. L’impegno che si protrae da sei anni, con scarso successo, non è unicamente volto a riportare l’ordine a Haiti. Vuole anche illustrare le ambizioni brasiliane di potenza non solo sudamericana ma tendenzialmente panamericana. Dunque proiettata anche verso i Caraibi e l’America centrale. In un rapporto di cooperazione/competizione con gli Stati Uniti, da cui pretende un trattamento paritario. Brasilia peraltro resta refrattaria alle gesticolazioni neobolivariste di Chavez e alla sinistra radicale di Ortega (Nicaragua), Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador).
Quando l’emergenza haitiana sarà trascorsa, speriamo con duraturo sollievo per quella popolazione, potremo procedere a una doppia verifica geopolitica. Per l’America, vedremo se avrà dimostrato con successo che non intende tollerare Stati falliti nell’”estero vicino”. Destinati forse un giorno a fungere da trampolini di lancio di potenze ostili od organizzazioni terroristiche. Quanto al Brasile, stabiliremo se la sua proiezione di potenza oltre la frontiera sudamericana può sostanziarsi in una sfera d’influenza privilegiata, magari in coabitazione con gli Stati Uniti. Così ponendo fine all’assoluta, bisecolare egemonia a stelle e strisce sull’emisfero occidentale..

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CATASTROFE  NON  SOLO  NATURALE

di Barbara Spinelli, da “La Stampa” del 17/1/2010

Le immagini di Haiti devastata non dicono per intero il disastro, come quasi sempre accade nelle grandi calamità naturali. Dicono il punto terminale di una storia lunga, accorciandola e sforbiciandola d’imperio.

Ritraggono la tragedia ignorando le tragedie già avvenute: tremando, la terra le inuma ancor più profondamente. Raffigurano in modi sconnessi lo sguardo di un bambino salvato, struggente di bellezza, e il fulgore ­ tremendo ­ dei machete impugnati da superstiti a caccia di cibi, acqua, medicine. Orrore, bellezza, empatia, discordia: sono frammenti caotici di un tutto inafferrabile. Sono istantanee, e ogni istantanea è la punta di iceberg che restano inesplorati.

Vediamo solo questa punta, commossi da eventi estremi. Facendo uno sforzo sentiamo l’odore di morte, descritto dai reporter. La base dell’iceberg, quel che viene prima del sisma, s’inabissa sotto le macerie con i morti. È il terribile destino di parole come umanità, soccorsi umanitari, guerre umanitarie: parole cui si ricorre in simili emergenze e che cancellano la storia, eclissano le responsabilità dei grandi e dei piccoli, dei singoli e delle autorità pubbliche. Parole che narrano una catastrofe solo naturale, non anche umana e politica. Per questo è così prezioso il giornalismo scritto. La televisione mostra solo un pezzetto di realtà, più o meno bene (i telegiornali italiani meno bene della Bbc).
Twitter cattura l’urlo di Munch. Solo lo scritto ha la respirazione lenta della storia. Solo lui può dire quel che era prima del punto terminale, e come possa succedere che l’acme sia questo e non un altro, se possibile meno esiziale.
Le fotografie delle catastrofi sono sempre in qualche modo taroccate. Ci viene «rifilata» una realtà, contorta magari inconsciamente. Privilegiando un riquadro e trascurandone altri falsifichiamo l’immagine, come ben spiegato in un blog attento alle manipolazioni visive (G.O.D., Ghostwritersondemand): ci lamentiamo dei trucchi, «ma siamo noi i grandi rifilatori». Noi che aggiustiamo le foto dei cataclismi, i reportage, trasformando individui e popoli in nuda umanità indistinta alle prese con la natura e sconnessa dalla pòlis. Foto e telecamere mostrano la mano che soccorre, non quella che ha distrutto e aumentato la vulnerabilità d’un Paese. Denunciano la natura matrigna della natura, non della politica; l’eclisse di Dio, non dell’uomo imputabile. Basta leggere su La Stampa i due articoli scritti da Lucia Annunziata, il 14 e 16 gennaio, per scoprire dietro l’Ultimo istante e l’Ultimo uomo una miserabile storia fabbricata dai politici.
Qualcosa in realtà l’intuiamo, osservando i filmati trasmessi dai Caraibi. Sembra di vedere il bastimento di schiavi neri in fuga dall’Africa, che dopo essersi ammutinati sequestrano ­ nel racconto di Melville ­ il comandante Benito Cereno e si autogovernano con crudeli leggi del taglione: la nave si chiama San Dominick, ai nostri tempi Haiti. E proprio a Haiti Melville pensava: il primo luogo dove gli schiavi neri si liberarono negli Anni 90 del Settecento, inneggiando sotto la guida del leggendario Toussaint L’Ouverture alla rivoluzione francese. Pensava alla grandezza delle rivoluzioni e alle rovine che provocano quando perpetuano il tumulto e non si danno leggi stabili. Haiti somiglia a quella nave, divenuta isola.
Anche a Port-au-Prince, come nel naviglio San Dominick, regna l’anomia che secerne despoti. Chi guarda il dramma nei Caraibi non vede autorità locali, che tengano ordine. Non vede poliziotti né ministri haitiani, ma solo potentati e organizzazioni esterni. L’assenza di immagini parla più di quelle esibite, anche qui.
La storia occultata sotto la punta dell’iceberg eccola: è un inarrestabile sanguinario regolamento di conti fra cleptocrazie e fra mafie che oggi usano l’isola per i traffici di droga. È fatta di un’emancipazione gloriosamente iniziata e mai finita, perché sempre ha preferito le dittature generate dall’anarchia rivoluzionaria alle istituzioni che durano. I geologi dicono che identici terremoti, in Paesi ben amministrati, non seminano morte sì vasta. Lo sostiene la sismologa Kate Hutton: vent’anni fa, un terremoto di eguale forza colpì il Sud di San Francisco. Fece 63 morti, non 100-200.000 come a Haiti.
La mano dello Stato non si vede a Port-au-Prince perché non c’era neanche prima, se mai c’è stata. È il motivo per cui sono nate baraccopoli così cadenti e indifese a Port-au-Prince, scrive la scrittrice Amy Wilentz: se i morti son tanti è perché l’agricoltura, degradata, ha spinto migliaia di contadini a inurbarsi negli slum di quella che veniva chiamata Perla delle Antille. I terremotati abruzzesi lo sanno, pur non avendo subito un sisma analogo. Se le case non fossero state costruite con la sabbia, se lo Stato avesse contrastato le speculazioni mafiose, il sisma sarebbe stato diverso: cataclismi dello stesso tipo in Giappone non fanno morti.
Anche dietro la mano internazionale che corre in aiuto, anche dietro quella di Obama, c’è una lunga storia di peccati di omissione e di inani interventismi. Scrive il quotidiano Independent che occorre una «politica globale delle catastrofi». Ma anche questi appelli sono foto che ci rifiliamo a vicenda. Il disfarsi di Haiti rivela ed esige di più: rivela che aiuti umanitari e allo sviluppo vanno ripensati, perché fallimentari, e organizzati prima dei cataclismi. Fallimentari furono in primis gli interventi stabilizzatori americani, specialmente di Clinton. Washington tutto ha fatto, impossessandosi nella sostanza dell’isola, tranne rafforzare il suo Stato, le sue infrastrutture: ha installato dittatori, poi li ha cacciati, poi re-insediati (è il caso del sacerdote-presidente Aristide, negli Anni 90) senza mai scommettere sulle capacità locali di rendere l’isola meno vulnerabile ai ricorrenti sismi e uragani (con case meno cadenti, quartieri meno malavitosi, politiche del territorio più affidabili). Da un secolo, Washington «manda alternativamente nell’isola marines e spedizioni di aiuti umanitari – senza mai salvarla. (….) Haiti è un neo purulento sul volto di due delle più luminose pagine di storia del nostro mondo: la rivoluzione francese e quella americana» (Lucia Annunziata, La Stampa 14-1-10).
Lo strazio umanitario ha questo di peculiare: cancella ogni errore, di governi locali o di potenze esterne o di mafie. Mette in scena un male interamente naturale, che fa tabula rasa della storia. Non a caso lo chiamano Apocalisse: parola da evitare, perché nell’Apocalisse non c’è più modo di correggersi. O gli danno il nome di male assoluto, estirpandolo dalla catena storica delle causalità e fantasticando globali empatie umane che oltrepassano la politica. Il racconto di Kleist sul terremoto del Cile racconta il naufragare di leggi e responsabilità. Quando l’uomo è solo di fronte alla natura non resta che il fato, e «tremendo appare l’Essere che regna sopra le nubi»: «Pareva che tutti gli animi fossero riconciliati, dopo che v’era rintronato il colpo spaventoso. Nella memoria non sapevano risalire più in là di esso».
Impietoso, Kleist racconta come la memoria si vendichi, nel mondo non immaginario ma reale. Basta un attimo e la riconciliazione si spezza, proprio come a Haiti: nel mondo reale ci sono i tumulti, i machete, le guerre per il cibo, l’assenza di polizia locale e di Stato.
L’umanitario fa parte della modernità rivoluzionaria come la fotografia e la Tv. Il suo sguardo si fissa sull’ultimo attimo: «Nella memoria non risale più in là». Urge invece risalire, far politica ricordando: anche su scala mondiale. Dice Kafka che bisogna «inoltrarsi nel buio con la scrittura, come se il buio fosse un tunnel». L’immagine fotografica livella ogni cosa, del tutto ignara che ogni buio è un tunnel, anche quando a prima vista pare piatto. (Barbara Spinelli)

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Port Au Prince dal satellite. I quadrati arancioni mostrano l'intensità della distruzione. Arancione significa 40 per cento e più di edifici crollati e strade impraticabili, giallo invece fino al 40 per cento e giallo chiaro sotto il 10 per cento (dal sito http://www.zki.dlr.de)

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