HaitiBambini e ragazzi di Haiti (adozione sì, adozione no) – Bambini immigrati da noi, tra cittadinanza negata e difficile inserimento scolastico – Geografia di un mondo già cambiato per le giovani generazioni

Port Au Prince. Rifornirsi di acqua potabile è una delle prime e più gravi urgenze per la popolazione (foto ripresa da “il Gazzettino”)

Vi sono problematiche difficili da scegliere e decidere, che in questi giorni si intrecciano, fortemente geografiche (geo-umanitarie, geopolitiche…). Haiti e la sofferenza dei bambini; i figli degli immigrati in Italia. Dove i protagonisti, anello che appare fragile, sono i bambini, i ragazzi preadolescenti e adolescenti (diciamo comunque quelli/quelle che hanno meno di 18 anni).

I bambini di Haiti (molti) punto di sofferenza più visibile nella tragedia del post terremoto. E dall’altra la situazione da noi con i tanti giovani immigrati (più di 800.000 bambini e ragazzi) presenti nel nostro Paese, considerati stranieri per la loro origine. E su di loro si sta dibattendo e decidendo (nella politica, nella società) come e in che modo integrarli nel contesto istituzionale di cittadinanza. Il diritto o meno a essere loro (bambini) considerati cittadini italiani, e con l’inserimento scolastico (ma non solo: anche il tema, di fatto loro esclusivo, della riduzione da 16 a 15 anni della riduzione dell’obbligo scolastico, con l’”apprendistato lavorativo” che si vuole regolamentare ed anticipare appunto di un anno).

– Adozione dei bambini di Haiti. Noi siamo per un’adozione internazionale prudente di bambini, anche in condizioni di emergenza. L’abbandono di ogni rapporto con il proprio luogo (anche se luogo di molte sofferenze…) potrebbe apparire una scorciatoia anche per ogni capacità di risollevarsi e sviluppo di un’area geografica in difficoltà, in degrado. Ci chiediamo se possano esistere (per i bambini) forme di “benessere” garantito (anche con presenza e aiuto internazionale) dentro il proprio ambiente (che si vuole diventi più vivibile)…   Ciò non toglie che possano esistere casi (così disperati come è Haiti in questo momento) che richiedono una pronta adozione internazionale. Pertanto siamo più che favorevoli ora ad adozioni urgenti per i bambini di Haiti. Un “male minore”: è in ogni caso uno strumento pericoloso quello di separare in modo definitivo i bambini dal loro territorio (le loro famiglie), dove per quanto poco sono vissuti in (bene o male) simbiosi.

– La circolare Gelmini sul limite del 30% ai bambini immigrati in classe. Dal prossimo anno scolastico verrà introdotto il tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle classi prime della scuola primaria e secondaria. Lo prevede una circolare del ministero dell’Istruzione inviata a tutte le scuole in cui si disegna il percorso, graduale, di introduzione del tetto. Questo, si specifica bene, non come provvedimento razzista (ci mancherebbe…) ma come miglior equilibrio didattico in classi “in difficoltà” con bambini stranieri che, ad esempio, non conoscono bene nemmeno la lingua… (la Ministra Gelmini ha chiarito poi che il tetto del 30% non si applica ai bambini “stranieri” nati in Italia, che pertanto è chiaro conoscono come gli altri la lingua nazionale). Vengono qui in mente due parole importanti, due slogan “organizzativi” della scuola come la pensava (e applicava) Don Lorenzo Milani nei primi anni ’60 del secolo scorso (ma non solo lui): e cioè “il doposcuola” e “il tempo pieno”. Sopperire ad eventuali difficoltà linguistiche e conoscitive delle varie materia, ma in primis integrare le giovani generazioni (a prescindere dalla derivazione etnica) tra di loro, per un progetto sì locale, di conoscenza e valorizzazione del proprio luogo di vita, ma anche nazionale (italiano) europeo, mondiale… (non sarebbe stato meglio, una positiva rivoluzione culturale per tutti, insegnanti e alunni, ripristinare in tutte le sue forme il “doposcuola” e il “tempo pieno”?) (vi riportiamo tra gli articoli di seguito il pensiero di Don Milani).

– La cittadinanza ai bambini “stranieri” nati in Italia. Il nuovo disegno di legge sulla cittadinanza (in discussione al Parlamento a metà del dicembre scorso, e ora sospeso fino alle prossime elezioni regionali di fine marzo) non prende in considerazione gli oltre 800.000 bambini immigrati presenti nel territorio nazionale, tra cui oltre 500.000 nati in Italia. Per i figli degli immigrati, anche se nati e cresciuti in Italia, il ddl prevede infatti che possano chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni, come avviene già oggi. E in più, rispetto alla legge attuale, è aggiunta la condizione che abbiano frequentato con profitto tutta la scuola dell’obbligo.  Questo provvedimento, se passerà, farà regredire ogni processo di integrazione: di fatto un bambino nato e cresciuto in Italia è né più né meno “italiano” (nella lingua, nelle aspirazioni, nei modi e nei pensieri) come un bambino di genitori italiani. Prevale pertanto ancora lo ius sanguinis sullo ius soli (cioè che la cittadinanza sia acquisita per il fatto di essere nati sul territorio dello stato) e questo è, a nostro avviso, un “passo indietro”. Una chiusura data da paure ancestrali ma, in primis, data dalla difficoltà di esprimere un “progetto nazionale, europeo” (cioè come e perché essere italiani, europei), una condivisione di vita, culturale, che superi la provenienza etnica di ciascun bambino

Su tutto questo (l’inserimento virtuoso dei bambini “stranieri” nel contesto italiano, europeo) vediamo invece con interesse la proposta (dell’onorevole Cazzola e del ministro Sacconi), di questi giorni, di creazione di un apprendistato lavorativo a 15 anni, cioè di consentire l’accesso al mondo del lavoro ai giovani dal compimento dei quindici anni; garantendo così l’integrazione dell’apprendistato nel percorso di svolgimento dell’obbligo scolastico. E’ chiaro che questa proposta legislativa, se passerà, in primis riguarderà i ragazzi immigrati. Nelle attuali scuole professionali, nei due anni di formazione, vi è scarsa utilità per una maturazione professionale e culturale (spesso in ambienti conflittuali). L’introduzione nel mondo del lavoro (in modo protetto, regolamentato: appunto si parla di regole di “apprendistato”) può essere un’opportunità di acquisizione vera di capacità lavorative specializzate, che i primi a beneficiarne sarebbero proprio i giovani immigrati.

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HAITI –   Il dramma dei più piccoli

L’ ISOLA DEI BAMBINI ORFANI. A MIGLIAIA VAGANO NELLE STRADE

di Paolo Foschini, da “il Corriere della sera” del 16/1/2010

I piccoli fantasmi soli per strada – Tra i bambini di Haiti senza cibo né famiglia – Dopo la scossa ne sono già nati duecento

In teoria dovrebbe essere una buona notizia: non è vero che a Port-au-Prince si muore e basta. Negli ultimi tre giorni, nella capitale dei centomila uccisi dalla terra, sono anche nati almeno duecento nuovi bambini. «Naturalmente è una stima per difetto – dice la dottoressa -. Perché quanti siano davvero non lo sa nessuno». E del resto anche la buona notizia è già finita, perché «la maggior parte di quei duecento sono quasi certamente già morti a loro volta».

È una cosa che non emoziona neanche più tanto, da queste parti. In fondo oggi ne nasceranno altri cento, forse più: e uno su tre morirà comunque, è così da anni. «Ma la statistica era aggiornata a prima del terremoto», dice la dottoressa. Un uomo improvvisamente grida e crolla in ginocchio vicino a un mucchio di qualcosa che forse era casa sua. Indica qualcosa che si intravede là sotto, un paio di metri dentro le macerie. Sembra un ramo bianco, però con delle piccole dita. L’ uomo non piange neanche. Deve cercare un altro figlio.

I figli di Haiti sono adesso «la prima cosa che noti» in mezzo a quel che resta di una città in briciole, nella pur tremenda infinità – a dire il vero – di tutte le altre prime cose che noti. Già normalmente, e rispetto al disastro di adesso non è più neanche un eufemismo, faceva parte della quotidianità vedere i bambini degli slums come Warf Jeremy o Cité Soleil andarsene in giro da soli anche di notte, in questo sterminio di baracche che sino a due anni fa facevano paura anche ai caschi blu.

Non bambini di sei anni: di tre. Ma il terremoto ha dimostrato che esiste sempre la possibilità di un peggio: non sono più solo gli slums a essere pieni di orfani. Dalla vecchia Petionville sino al centro, anche dove la città era fatta di mattoni e non lamiere, ci sono bambini che vagano con occhi di fantasma. A centinaia, migliaia. Mescolati a questo caos di gente che ha peraltro, in buona parte, il loro stesso problema: sono sopravvissuti, ma non sanno dove andare. Cosa mangiare. Cosa fare.

Jean Fritz Sevère e sua moglie Bonnette, visto che i drammi basta aver visto la tv per immaginarli e sono solo un po’ peggio dell’ antologia straziante che si immagina, sono una storia «quasi» a lieto fine pescata nel disastro: ora sono qui seduti per terra nel cortile dell’ ospedale Saint Damien e lì di fianco, con uno straccio come riparo dal sole, ci sono i loro due gemelli Sneider e Smith.

Hanno sei giorni di vita, tre più del terremoto. Smith ha una microscopica flebo infilata addosso, fa impressione vederlo così immobile. Mani adulte scacciano da lui, all’ infinito, mosche che un secondo dopo gli tornano sopra. Ce la farà, dicono i dottori. «La casa dove sono nati – racconta un po’ in francese un po’ in creolo il padre Jean Fritz, meccanico per autodichiarazione, disoccupato di fatto come tutti – adesso non c’ è più». Crollata come tutto il resto di Petionville. «Quando è arrivato il disastro eravamo usciti da cinque minuti tutti quanti, compresi gli altri nostri tre figli, per andare con i gemellini da mio fratello. Dovevamo fare una piccola festa. In un secondo ci siamo ritrovati sotto il muro di una casa dall’ altra parte della strada. Ma i piccolini sono rimasti protetti dai corpi di noi più grandi. Siamo usciti da sotto i mattoni piano piano. Poi ci siamo incamminati verso questo ospedale».

Da Petionville sono pochi chilometri. «A piedi ci abbiamo messo un giorno e mezzo». E gli altri tre figli? «Tutto bene, li hanno visti, sono vivi anche loro». Jean nota lo sguardo interrogativo: «No – dice – in realtà non sappiamo dove». Haiti cioè sarebbe buon un antidoto per tutti i preoccupati circa l’ invecchiamento della popolazione mondiale. Un Paese «giovane», se le tragedie non trasformassero l’ ironia in rabbia: ogni bambino che nasce oggi ha un’ «aspettativa di vita media» intorno ai 50 anni, il che significa un’ «età media reale» di diciotto. Un risultato non facile, al ritmo di tremila nascite al mese: la morte deve impegnarsi molto. Ma qui la si combatte anche, la morte.

L’ ospedale pediatrico Saint Damien, costruito nel quartiere Tabarre dalla fondazione americana Nph, è uno di quelli le cui strutture hanno sostanzialmente resistito: certo per due giorni non c’ è stata corrente, acqua razionata, scorte all’osso. Il suo direttore sanitario, Roberto Dall’ Amico, è uno dei medici volontari partiti dall’Italia all’indomani del sisma. I duecento bambini che normalmente ospita sono diventati quattrocento in un giorno, e l’ unica cosa certa è che continueranno ad aumentare, insieme con i tanti adulti che in questa emergenza finiscono qui a loro volta.

Adesso sono le due del pomeriggio. Adesso, tra adulti e bambini, stanno operando i più gravi. Quelli dove «c’è da amputare». Accampati fuori, nei cortili, la folla dei genitori che sono riusciti ad arrivare. Con gli altri loro figli. L’ interno dell’ ospedale va usato ancora con prudenza, come tutto: ci mancherebbe solo una nuova scossa che azzerasse il lavoro fatto. Sul prato c’ è una lunga fila di culle in plastica, sotto un’ ombra inventata con mezzi di fortuna: pali, teli, quel che c’ era. E c’ è un’ altra cosa, tra quelle che in principio non si notano ma che dopo, invece, ti entrano dentro peggio di un grido. Che di grida non ce n’ è. Pochissime. Giusto quando una ferita è proprio molto molto dolorosa da medicare. E quasi sempre è un adulto.

I bambini non piangono. O molto, molto raramente. Guardano il dottore che li disinfetta, cuce, fascia. Poi guardano il muro, o il soffitto, o quello che hanno davanti. Se gli dai un dito però te lo afferrano e stringono. Come i bambini. Da domani avranno una mano italiana in più, che non aiuterà solo loro: la Protezione Civile ha infatti scelto l’ ospedale Saint Damien come base operativa per i venti medici del Medical Advanced Post che ora raggiungeranno l’ avanguardia arrivata qui già il secondo giorno col primo Falcon partito da Roma sotto il coordinamento di Giovanni De Sierno, insieme col chirurgo Alessandro Rubino e gli uomini del capitano della Finanza Marco Molle. Da domani l’ ospedale avrà altre sale operatorie da campo, tende, strutture, medicinali in più.

Ma quello dei dottori è solo una pezzo della battaglia. Il resto, sul fronte dei piccoli, lo stanno combattendo le squadre di volontari che – per Nph come per altre associazioni venute da tutto il mondo – da quando fa giorno sinché vien buio percorrono la città nei suoi quattro sensi: proprio alla ricerca dei bambini senza più nessuno. Un compito non facile, anche perché l’ indipendenza è un concetto che a Port-au-Prince matura presto: un bambino di sei anni lo puoi anche vedere in giro da solo ma di qui a farlo venire via con te, a meno che non sia proprio ferito, a volte ce ne corre.

E del resto, anche quando hanno una famiglia, non è sempre così scontato trasmettere l’ idea occidentale semplice di una «cura». Le quattro «cliniche di strada» che il medico missionario padre Rick ha aperto un po’ alla volta negli slums sono una sua invenzione degli ultimi due-tre anni. «E la cosa più difficile – dice – è appunto spiegare alle madri e ai padri che quando il loro bambino scotta bisogna portarlo da un dottore. E non semplicemente rassegnarsi alla possibilità che muoia. Perché è questo, la rassegnazione, il cancro peggiore insito nella miseria».

Sono le tre del pomeriggio. E dal cortile posteriore dell’ ospedale arriva una buona notizia vera: il grande forno che Marco Randon, un volontario di Mantova, aveva costruito qui l’ anno scorso e che il terremoto aveva danneggiato è stato aggiustato. La farina c’è. «Il tempo di impastare e lievitare», dice. Stasera per i bambini dell’ ospedale c’è il pane. (Paolo Foschini)

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Haiti, il governo italiano semplifica le procedure per le adozioni dei bambini senza famiglia

da “il Corriere della Sera” del 22/1/2010

Il Consiglio dei ministri ha deciso di accelerare le procedure di autorizzazione alle adozioni internazionali

Svolta del governo nella politica verso l’adozione dei bambini orfani di Haiti. «Nella dolorosa e drammatica vicenda del sisma di Haiti, il Consiglio dei ministri ha discusso e concordato circa l’opportunità di semplificare ed accelerare le procedure di autorizzazione alle adozioni internazionali ed ha dato mandato in tal senso al ministro per le pari opportunità, Mara Carfagna, ed al sottosegretario di Stato delegato alle politiche per la famiglia, Carlo Giovanardi». È quanto si legge nel comunicato finale del Consiglio dei ministri.

CORSIA PREFERENZIALE – «Il Consiglio dei ministri ha dato, dunque, mandato al sottosegretario Giovanardi di verificare la possibilità di individuare una corsia preferenziale per le eventuali richieste di adozione dei bambini haitiani una volta accertato dalle istituzioni haitiane il loro stato di adottabilità» si legge in una nota diffusa dall’ufficio stampa di Palazzo Chigi «a parziale rettifica e chiarimento del comunicato stampa relativo al Consiglio dei ministri odierno». La nota precisa anche che «nella riunione, il sottosegretario Giovanardi ha illustrato le misure adottate dalla Commissione adozioni internazionali, da lui presieduta, a favore dei bambini haitiani colpiti dal recente tragico terremoto. In tale occasione ha rappresentato che l’Italia è il paese leader nel mondo per le adozioni internazionali, per la serietà e l’affidabilità delle norme e delle procedure con le quali le coppie italiane adottano, ogni anno, circa 4.000 bambini provenienti da oltre 62 paesi stranieri».

CARFAGNA – «L’Italia ha deciso di non assistere impassibile al dramma dei bambini di Haiti, il governo ha deciso di fare il massimo per fornire accoglienza temporanea, nel rispetto della normativa esistente che già prevede procedure accelerate in caso di catastrofi naturali ed eventi eccezionali, alle migliaia di minori che si trovano in una situazione di drammatica difficoltà. Le famiglie italiane, che già in passato si erano distinte per la loro generosità, ci hanno chiesto di fare loro da ponte, noi ce la stiamo mettendo tutta. Sono ottimista sul fatto che riusciremo ad accogliere in pochissimo tempo i primi orfani di Haiti, assicurare loro una casa e l’amore di cui hanno bisogno» ha dichiarato in una nota la Carfagna.

FRANCIA – L’Italia segue così le orme di altri Paesi europei. Oggi 33 piccoli orfani haitiani, adottati da famiglie francesi, hanno lasciato il paese caraibico alla volta di Parigi, per cominciare la vita con i loro nuovi genitori. I bambini – alcuni orfani, altri abbandonati – tutti molto piccoli (tra i sei e l’anno di vita), vivevano in un orfanotrofio rimasto gravemente danneggiato dal sisma, ma nessuno di loro era rimasto ferito. La Francia è un Paese che tradizionalmente accoglie un gran numero di bambini haitiani da adottare; e nei giorni scorsi c’erano state numerose proteste di famiglie che avevano ultimato le procedure di adozione prima del sisma e reclamavano l’arrivo dei piccoli.

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CIRCOLARE GELMINI SUL TETTO DI STRANIERI NELLE CLASSI

Il Ministro Gelmini in TV dice che i bimbi nati in Italia sono esclusi dal tetto del 30 per cento. Se così fosse, non ci sarebbe un grande cambiamento rispetto alla situazione attuale (forse solo qualche istituto professionale ne sarebbe coinvolto). Peccato però che nella circolare ufficiale questa eccezione non venga contemplata. Aspettiamo un aggiustamento.

Infatti, secondo le stime dello stesso Ministero dell’Istruzione, ben il 70 per cento dei bimbi stranieri che frequentano gli istituti dell’infanzia e quasi il 50 per cento di quelli delle scuole elementari, è nato in Italia.

Fiorella Farinelli, già direttore generale al ministero dell’Istruzione, nota come il messaggio che il ministro sembra lanciare è che “la presenza di ragazzi stranieri nelle nostre scuole è un flagello, come l’inquinamento dell’aria. Produce difficoltà agli altri e bisogna contenerlo”.

La scuola non può sottrarsi al rischio dell’educazione ed è per tutti e questo deve rimanere il principio su cui si fonda tutto il processo educativo nel nostro paese. Se ci sono dei problemi, questi vanno affrontati non allontanando i bambini, ma dando alle scuole le risorse economiche e umane per farvi fronte.

Elio Gilberto Bettinelli, ex dirigente scolastico di Milano, è preoccupato per quanto poco si spenda per l’insegnamento dell’italiano come lingua due: “É mai possibile che in provincia di Milano negli ultimi dieci anni c’è stato un aumento esponenziale di alunni stranieri, ma gli insegnanti “facilitatori” sono passati da 700 a novanta?”. Queste sono le risorse da non lesinare, se davvero si vuol fare integrazione.

Siamo convinti, inoltre, che l’identità si definisce e si rinforza solo nella relazione e nell’incontro. Guardandomi negli occhi dell’altro, capisco chi sono. Nel dare e nel ricevere si attua uno scambio che ci permette di crescere, senza peraltro perdersi.

Dati Caritas: le nostra scuole sono frequentate da oltre 600.000 alunni figli di genitori stranieri; almeno quattro su dieci sono nati in Italia, sette su dieci frequentano le scuole dell´infanzia. Moltissimi sono perfetti bilingue.

La normativa sull´immigrazione attualmente in vigore (art. 36 legge 40/1998 Turco- Napolitano – art.45 DPR 394/99 – art. 38. TU
legge 189/2002 Bossi-Fini) afferma che i minori stranieri presenti sul territorio nazionale hanno “..DIRITTO all´istruzione …indipendentemente dalla loro posizione di soggiorno“, che sono “..soggetti all´OBBLIGO scolastico“; tutto ciò ” nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani“, applicando “tutte le disposizioni vigenti in materia di diritto all´istruzione” accogliendo “le differenze…(la) tutela della cultura e della lingua d´origine“. (da http://www.scuolaacolori.it )

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Il Ministro Gelmini precisa le misure: «Nessun tetto a scuola per i nati in Italia»

da “il Corriere della Sera” del 11/1/2010, di Giulio Benedetti

Per gli studenti stranieri nati in Italia non vale il tetto del 30 per cento. Chi è venuto al mondo nel nostro Paese ed ha appreso nelle nostre scuole a leggere, scrivere e far di conto è, sotto il profilo didattico, uguale ai figli dei cittadini italiani. Per il ministro dell’ Istruzione Mariastella Gelmini intervenuto a «Mezz’ ora su Rai3», nella percentuale che ha sollevato tante polemiche non vi è un intento ideologico ma solo buon senso.

La precisazione ha piacevolmente sorpreso l’ opposizione. «Accolgo con vero piacere la conversione allo ius soli del ministro Gelmini – è il commento di Andrea Sarubbi, primo firmatario della proposta di legge bipartisan sulla riforma della cittadinanza -. Escludere dal tetto del 30 per cento gli studenti stranieri nati in Italia significa riconoscere di fatto che chi è nato da noi e frequenta le nostre scuole deve essere considerato italiano al pari dei propri compagni di classe, a prescindere dal colore della pelle o del suono esotico del proprio cognome». «Queste posizioni – continua Sarubbi – non potranno, per coerenza, non riflettersi nel dibattito sulla riforma della cittadinanza che avrà luogo alla riapertura dei lavori parlamentari».

«Nei fatti è la conferma che quello che dice Fini (possibilità per i nati in Italia di ottenere la cittadinanza dopo le elementari, ndr) è una cosa giusta – dichiara Giuseppe Valditara, senatore vicino al presidente della Camera -. E’ una presa di distanza da qualsiasi posizione razzista, una misura che solo una persona priva di buon senso non appoggerebbe».

L’ opposizione ipotizza una Gelmini che apre agli immigrati, che fa dietrofront rispetto alla linea ufficiale del Pdl con la conclusione che i figli degli immigrati nati in Italia potranno chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e aver frequentato la scuola dell’ obbligo. Pure illazioni, spiega il ministro: «Si tratta di misure di buon senso volte all’ integrazione e alla convivenza civile». Sulle quali arriva il consenso della Cei. «Fino ad oggi – scrive il quotidiano dei vescovi Avvenire – non era previsto un limite e nelle classi c’ è una piccola babele che non giova a nessuno e danneggia tutti». «La soluzione non è certo quella, a volte ancora sbandierata – continua Avvenire – di classi ghetto simili a riserve indiane per soli immigrati in cui tutto avviene tranne l’ integrazione».

Le scuole a rischio ghetto, con più del 30 per cento di studenti stranieri sono, secondo il ministero, 490 (4,7 per cento), concentrate al Nord. Con una presenza di stranieri compresa tra il 20 e il 30 per cento ce ne sono 1.103. Se scendiamo al 20 per cento se ne contano 1.593 (15%). (Giulio Benedetti)

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LA FOTOGRAFIA
Tra i banchi quasi 600mila, ma il 35% è nato in Italia, alle elementari sono l’8,3%

(da Il Gazzettino del 9/1/2010)

Tra i banchi delle scuole italiane siedono circa 600.000 alunni stranieri. Secondo gli ultimi dati ufficiali relativi all’anno scolastico 2007-2008 gli alunni stranieri sono 575.000, il 6,4% della popolazione. Il 35% di loro è nato in Italia.
La presenza più critica, secondo uno studio promosso dal Cnel, è quella dei bambini di recente immigrazione (46.000 unità) perché necessitano di un supporto per un’integrazione rapida ed efficace. La percentuale più alta è concentrata nelle regioni del centro-nord, compresi i comuni di piccole dimensioni.
Ma il numero di studenti non italiani è in continua crescita. Il dossier Caritas 2008-2009 nel evidenziare la diminuzione del numero di studenti nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, sottolinea che a calare sono gli alunni italiani: circa 10mila in meno rispetto al 2007-08 quando erano 8,95 milioni. Gli italiani in meno sarebbero 66mila mentre quelli stranieri (630 mila) sarebbero appunto aumentati (+56 mila).
Attualmente in alcune scuole di grandi città come Milano o Roma ad alta concentrazione di alunni stranieri il limite del 30% di alunni stranieri è ampiamente superato.
L’incidenza più elevata, evidenzia il dossier della Caritas, si registra comunque nelle scuole elementari (8,3%) e, a livello regionale, in Emilia Romagna e Umbria dove viene superato il 12% mentre si scende al 2% al Sud e nelle isole. Di questi studenti uno ogni sei è romeno, uno ogni sette albanese, uno ogni otto marocchino.
Secondo la rivista specializzata Tuttoscuola, almeno 200mila alunni con cittadinanza non italiana risultavano nati in Italia fino al 2008, e ogni anno nascono tra i 55 mila e i 60 mila bimbi stranieri, circa il 10% di tutti i nati. Nel 2007-2008 gli stranieri nati in Italia, secondo la stessa rivista, erano il 71,2% dei bambini stranieri iscritti a scuola. (da “il Gazzettino” del 9/1/2010)

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…Dal prossimo anno scolastico verrà introdotto il tetto del 30% per gli alunni stranieri nelle classi prime della scuola primaria e secondaria. Lo prevede una circolare del ministero dell’Istruzione inviata a tutte le scuole in cui si disegna il percorso, graduale, di introduzione del tetto. «Stabilirlo – spiega il ministro Mariastella Gelmini – è un modo utile per favorire l’integrazione ed evitare la formazione di classi-ghetto con soli alunni stranieri. La loro concentrazione – ha aggiunto – non è certo un problema di razzismo, ma soprattutto un problema didattico. Come sanno le mamme che vedono spesso la classe dei loro figli procedere a due velocità». Il tetto non sarà un limite invalicabile. Nel senso che gli uffici scolastici regionali potranno comunque definire in autonomia, ma d’intesa con gli enti locali, quanti bambini stranieri per classe sono opportuni e quindi il limite potrà essere alzato o abbassato ad esempio a seconda del livello di padronanza della lingua italiana o di particolari situazioni.
La nota ministeriale dice anche che il ministero assegnerà ulteriori fondi alle scuole per l’inserimento dei bambini stranieri, risorse aumentate nelle zone dove è alta la presenza di stranieri. In questi territori sarà anche necessario realizzare accordi di rete tra gli istituti e gli enti locali. Nelle “raccomandazioni” della Gelmini si precisa che i minori stranieri sono soggetti all’obbligo dell’istruzione e che le modalità di iscrizione restano le stesse previste per gli italiani. Oltre al tetto, secondo il ministro, è fondamentale pensare a «classi di inserimento», di durata temporanea per insegnare la lingua italiana a chi è appena arrivato. «Questi momenti – ha spiegato – si svolgeranno sia la mattina sia il pomeriggio mentre nella scuola media una parte di ore della seconda lingua potrà essere usata per lo studio dell’italiano».
Opposte le reazioni. La Lega, sostenitrice del tetto, applaude la Gelmini e chiede di più. La deputata padovana Paola Goisis fa notare che la quota del 30% «diventa stretta» se i bambini sono appena arrivati nel nostro paese. L’opposizione invece esprime non poche perplessità. «Il tetto – ha spiegato l’ex ministro Livia Turco (Pd) – non risolve il problema. Bisogna che le scuole italiane e gli insegnanti siano sostenuti concretamente con finanziamenti straordinari per corsi di lingua e cultura italiana così come nel rapporto con le famiglie immigrate». L’europarlamentare Debora Serracchiani parla di «semplice appropriazione demagogica di un’idea leghista. Far passare questa decisione come lo strumento per favorire l’integrazione è senza senso. Vien da chiedersi se anche l’uso del dialetto a scuola sia un modo per integrare e se sia anche quello uno strumento didattico». Mentre Antonio Di Pietro osserva che «se gli americani avessero adottato il metodo Gelmini oggi gli Stati Uniti non sarebbero quella società aperta e multiculturale che è stata in grado di eleggere un presidente di colore. È una proposta pericolosa».
Molto cauti i vescovi italiani: «Si tratta – ha osservato mons. Bruno Schettino, responsabile per le Migrazioni della Conferenza episcopale – di situazioni ambivalenti: da una parte si cerca di aiutare dall’altra si creano discriminazioni. Ci vuole equilibrio».
Posizioni diverse tra i sindacati: la Flc-Cgil ritiene il tetto «una misura sbagliata che determinerà una maggiore esclusione e ghettizzazione», mentre per la Cisl «è plausibile e sensato» purché la procedura «sia realmente una misura di integrazione». La Uil-scuola invita invece a evitare una «gestione burocratica con la calcolatrice alla mano». (il Gazzettino del 9/1/2010)

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SECONDA GENERAZIONE TRA DIFFICOLTA’ E OPPORTUNITA’

Il Dossier statistico sull’immigrazione 2008 fa emergere con la forza dei numeri un dato che deve essere ancora compreso nella sua complessità: i minori figli di cittadini stranieri sono in Italia 760.000 e di questi ben 450.000 sono nati in Italia e 630.000 erano gli iscritti nello scorso anno scolastico. Non comprende la portata di questo dato il governo quando propone che gli alunni stranieri in una classe non deve superare il 30%, senza ragionare sulle “gradazioni” del loro essere “stranieri”.

Le seconde generazioni, rispetto alle prime, sono più “ingombranti”, fanno fatica a comprendere la disuguaglianza istituzionale con i coetanei, anche perché essi hanno sviluppato esperienze di vita, legami sociali e orientamenti culturali qui in Italia e poi, a differenza dei genitori… non hanno un Paese cui fare ritorno. La posta in gioco è dunque per loro e per noi la qualità della convivenza futura: la settorializzazione della società su base etnica può portare a sacche di marginalizzazione con effetti dirompenti. “Giorno dopo giorno stanno piantando nei nostri cuori, sentimenti immondi come il sospetto, l’odio, il rancore” scrive la scrittrice Igiaba Scego.

I ragazzi di seconda generazione si portano dietro più appartenenze. Sono frontalieri attraversati da linee di frattura che possono certo rompersi, ma possono anche avere il privilegio di tessere legami, dissipare malintesi, diventare mediatori e ponti tra due rive.

Il numero dei bambini stranieri in Italia è raddoppiato negli ultimi anni. Oggi rappresentano il 10% del totale complessivo della popolazione infantile. Lo rivela il rapporto “Innocenti Insight” dell’Unicef, che presenta lo studio sulla situazione dei bambini in famiglie di immigrati in otto Paesi ricchi. Rispetto agli altri, il nostro Paese rimane ancora il fanalino di coda: nel Regno Unito i bimbi stranieri rappresentano il 16%, in Francia il 17%, nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti d’America il 22%, in Germania il 26%, in Australia il 33% e in Svizzera il 39%. (da http://www.scuolaacolori.it )

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Quando don Milani parlava del tempo pieno:

«La parola pieno tempo vi fa paura. Vi par già difficile reggere i ragazzi al mattino. Ma è che non avete provato. Finora avete fatto scuola con l’ ossessione della campanella, con l’ incubo del programma da finire prima di giugno. Non avete potuto allargare la visuale, rispondere alle curiosità dei ragazzi, portare i discorsi fino in fondo. Così è finito che avete fatto tutto male e siete rimasti scontenti voi e i ragazzi. È la scontentezza che vi ha stancato, non le ore. Offrite il vostro doposcuola alle elementari e anche la domenica e nelle vacanze di Natale, Pasqua e estive (…) Non dica però di aver offerto il doposcuola quel preside che ha mandato ai genitori una circolare mezza stinta. Il doposcuola va lanciato come si lancia un buon prodotto. Prima di farlo bisogna crederci (…) Chi farà la scuola a pieno tempo? Coll’ orario che fate la scuola è guerra ai poveri. E i poveri ci sono. Finora si diceva che la scuola statale è un progresso rispetto alla privata. Ora bisognerà ripensarci e rimettere la scuola in mano ad altri. Di gente che abbia un motivo per farla e farla a noi. Teniamo i piedi per terra. La mattina e d’ inverno, la scuola la farà lo Stato. E seguirà a farla “interclassista”. Nel pomeriggio e d’ estate, bisogna che la faccia qualcun altro e che la faccia anticlassista…». Da «Lettera a una professoressa», don Milani, 1967.

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CITTADINANZA AI BAMBINI “STRANIERI” CHE NASCONO IN ITALIA?

IMMIGRAZIONE: IL DISEGNO DI LEGGE SULLA CITTADINANZA E’ FONTE DI PREOCCUPAZIONI

Il nuovo disegno di legge sulla cittadinanza “non prende minimamente in considerazione gli oltre 800.000 bambini immigrati presenti nel paese, tra cui oltre 500.000 nati in Italia”: lo ha detto Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, esprimendo “preoccupazione” per il ddl sul quale ieri si è aperta la discussione generale in parlamento. “Perché continuare a trattare i minori da ‘stranieri’ – sottolinea il responsabile della Comunità – complicando di fatto il loro percorso di inclusione in un paese che già considerano il loro?”.

Preparato dai deputati della maggioranza, il testo inasprisce le regole per diventare italiani prevedendo almeno 10 anni di residenza continuativa nel nostro paese, durante i quali rispettare un preciso “percorso di cittadinanza” che attesti il grado di inserimento sociale e il mantenimento dei requisiti di legge. Obbligatoria, se il ddl dovesse passare, anche la frequentazione di corsi di storia italiana ed europea, di educazione civica e lo studio della Costituzione. Nessuna novità è prevista per i figli degli immigrati, anche se nati e cresciuti in Italia: il ddl prevede infatti che possano chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni, come avviene già oggi. In più, rispetto alla legge attuale, è aggiunta la condizione che abbiano frequentato con profitto tutta la scuola dell’obbligo, escludendo chi pur non essendo nato in Italia ci è arrivato fin da piccolo.

Se il progetto della nuova normativa è stato definito “un passo indietro” dall’opposizione, inviti “al buonsenso” sono giunti anche da elementi che fanno politicamente riferimento alla maggioranza, come il presidente della Camera Gianfranco Fini, che ha espresso sostegno a una riforma “che riconosca a tutti i figli degli immigrati nati e cresciuti in Italia gli stessi diritti di tutti i bambini italiani. È una questione di civiltà di cui il parlamento italiano deve saper tenere conto con grande senso di responsabilità”. Intervenendo nel dibattito, il deputato dell’opposizione Andrea Sarubbi ha sottolineato che “negare la cittadinanza ai bambini è una follia”, che rivela l’incapacità “di ascoltare la voce di quegli 862.000 ragazzi nati in Italia, o arrivati in tenera età, che reclamano il diritto di essere italiani, non solo sentirsi tali”.

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CITTADINANZA: Ius sanguinis e ius soli

da http://www.programmaintegra.it/modules/smartsection/item.php?itemid=508

Disciplinato dalla Legge 91/1992 artt. 1 comma 1 lett. a) e b) e comma 2, art 2 comma 2, art. 4 c.2.

La cittadinanza italiana è trasmessa secondo il principio dello ius sanguinis da genitore a figlio. Il principio dello ius soli invece prevede che la cittadinanza sia acquisita per il fatto di essere nati sul territorio dello stato e non è prevista dall’ordinamento italiano eccetto in rari casi (figlio di ignoti, apolidi o impossibilità di trasmissione della cittadinanza dei genitori).
Sono italiani i figli di almeno un genitore italiano, i figli di ignoti o apolidi nati nel territorio della Repubblica, i discendenti di italiani che riescano a dimostrare la catena parentale fino al capostipite cittadino italiano. La discendenza dovrà essere dimostrata tramite gli atti di stato civile (nascita, matrimonio e morte). La domanda, corredata dalla documentazione, può essere presentata o alla rappresentaza diplomatica italiana nel paese di origine o, se già in Italia, all’ufficio anagrafe del comune dove si risiede. Ai fini dell’iscrizione anagrafica del cittadino straniero discendente da cittadino italiano entrato per un soggiorno di breve periodo (ad es. turismo/affari), per il quale non è più previsto il rilascio di un permesso di soggiorno, è sufficiente la dichiarazione di presenza.
I cittadini stranieri nati in Italia seguono dunque la nazionalità dei propri genitori a meno che non possano seguire la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato di appartenenza. I figli di cittadini stranieri che nascono in Italia e vi risiedono ininterrottamente fino al compimento della maggiore età possono, entro un anno dal compimento dei 18 anni, dichiarare di voler acquisire la cittadinanza. La domanda va presentata presso l’ufficio anagrafe del comune dove si ha la residenza con la documentazione comprovante la residenza ininterrotta in Italia dalla nascita.Chi viene riconosciuto per via giudiziale figlio di cittadino italiano, se è minorenne acquista la cittadinanza automaticamente e se è maggiorenne entro un anno dalla sentenza deve dichiarare di voler eleggere la cittadinanza italiana.

Le istanze o dichiarazioni di elezione, acquisto, riacquisto, rinuncia o concessione della cittadinanza sono soggette al pagamento di un contributo di 200 euro.

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APPRENDISTATO A 15 ANNI?

La norma che consentirà di accedere all’apprendistato già a 15 anni

Assegno formativo per bloccare la fuga dai banchi

di Maurizio Ferrera, da “il Corriere della Sera” del 22/1/2010

L’esperienza inglese e la possibilità di introdurla in Italia

La norma che consentirà di accedere all’apprendistato già a 15 anni sta suscitando un’ondata di polemiche. Più che sulle grandi questioni di principio, sarebbe bene riflettere sul dato di partenza che ha motivato l’azione del governo: il numero altissimo di quindicenni e sedicenni che non studia più e non lavora ancora. Un esercito di 126 mila adolescenti che crescono senza bussola e sprecano anni preziosissimi per lo sviluppo di capacità e competenze. In Europa solo Romania e Bulgaria sono messe peggio dell’Italia.

Negli altri Paesi la dispersione formativa non è solo più contenuta, ma riguarda soprattutto i figli di immigrati. Da noi invece si «disperdono» moltissimi giovani italiani, nati e vissuti in un contesto culturale e istituzionale in cui andare a scuola fino a sedici anni (come prevede la legge) dovrebbe essere un fatto normale, senza possibili alternative. La dispersione è più alta al Sud, ma anche nel ricco e avanzato Nord-Ovest un buon cinque percento dei giovani fra i quattordici e i diciassette anni sono già fuori dal sistema formativo. L’apprendistato per i quindicenni può essere la soluzione del problema? Difficile crederlo. Anche a prescindere dalle argomentazioni pedagogiche, ciò che rende scettici è la scarsissima diffusione e l’alta disorganizzazione di questo istituto nel nostro Paese. Secondo l’ultimo Rapporto Isfol gli «apprendisti in formazione» minorenni sono poco più di seimila, tutti nel Centro-Nord.

Anche a investire sul serio in questa direzione ci vorranno anni, ad essere ottimisti, prima che lo strumento possa funzionare in tutto il Paese. Come insegna l’esperienza internazionale, per conseguire rapidi successi contro la dispersione occorre intervenire con incentivi tangibili per i giovani e le loro famiglie. Negli Usa molte amministrazioni locali subordinano l’accesso alle prestazioni assistenziali all’assolvimento dell’obbligo scolastico da parte dei minori: i dati segnalano infatti (anche per l’Italia) che gli abbandoni interessano soprattutto i figli delle famiglie disagiate. Un eccesso di paternalismo? No, se pensiamo che andare a scuola è, appunto, obbligatorio e chi non manda i figli a scuola viola la legge. In Italia il 40% circa dei minori (60% al Sud) vive in famiglie a basso reddito che fruiscono di agevolazioni o esenzioni «sociali » (tariffe, ticket, sussidi vari).

Se fosse richiesta qualche forma di certificazione educativa fra i documenti da allegare alla cosiddetta dichiarazione Ise (quella che serve per accedere ai benefici) le famiglie avrebbero un bell’incentivo a mandare i figli a scuola (compresi, perché no, i percorsi di scuola e lavoro, diffusi anche in altri Paesi). L’Inghilterra ha inaugurato un secondo tipo di intervento: gli assegni formativi. I giovani fra i sedici e i diciotto anni che provengono da famiglie disagiate possono ottenere una educational allowance per iscriversi a corsi di istruzione o formazione accreditati. L’assegno può raggiungere i 150 euro al mese per la durata del corso, purché la frequenza sia regolare e i voti siano sufficienti.

Quando questo programma fu istituito,molti giovani non si fidavano e chiedevano ai funzionari: dove sta l’imbroglio? Ora sul sito del governo (http://ema.direct.gov.uk) c’è scritto esplicitamente: non c’è imbroglio, vogliamo solo aiutarvi a non sprecare il vostro capitale umano; se studiate oggi potrete guadagnare molto di più in futuro. Introdurre lo schema inglese in Italia costerebbe alcune centinaia di milioni. Ma si potrebbe iniziare gradualmente e selettivamente (peraltro facendo tesoro di esperienze pilota già introdotte in alcune regioni). Sarebbe un passo concreto verso quel «welfare delle opportunità» di cui tanto si discute nei libri e nei convegni, ma che nessun governo ha ancora messo veramente al centro delle sue priorità in campo sociale. (Maurizio Ferrera)

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