Salvare il piccolo commercio nei centri e altrove (e le botteghe di piccoli artigiani) è salvare la vitalità (ora spenta) dei luoghi abitati, ora solo dormitorio – Il caso del comune di Cessalto – Ritrovare i veri rumori sulle vie, sulle strade (oltre quello dei motori); passeggiare e muoversi nel “micro”ambito di vita quotidiana

Il Municipio di Cessalto, paese di 4000 abitanti ai confini tra la provincia di Treviso e di Venezia

“L’eroe per caso si chiama Giovanni Artico. Da otto anni fa il sindaco a Cessalto, un paese di tremila e settecento abitanti (tra la provincia di Treviso e quella di Venezia), paesino che finora aveva fatto parlare di sè per l’autostrada “Venezia-Trieste” che di lì passa (per gli incidenti in autostrada) e per la raccolta rifiuti migliore d’Italia.  Cessalto è diventato punto di riferimento nazionale delle politiche fiscali per il piccolo commercio: l’argine contro l’agonia dei centri storici, il baluardo contro i centri commerciali, il forte Apache della resistenza al fisco centralista. Tutto senza un minuto di scioperi, senza striscioni né clamorose proteste. Semplicemente con una delibera di giunta che ha per titolo «Atto di indirizzo per l’applicazione dei rimborsi di tasse comunali alle attività del piccolo commercio».  Semplice quanto geniale il sistema. Con questa delibera di giunta il sindaco ha deciso che le trenta attività commerciali del piccolo comune avranno diritto al rimborso totale delle tasse comunali: Ici, Tosap, Tarsu e Imposta pubblicità. I requisiti per accedere al rimborso? Essere titolari di attività di commercio al dettaglio, con superficie di vendita non superiore a 150 metri quadri, possedere insegne pubblicitarie inferiori a una certa dimensione (dieci metri quadri). Insomma, requisiti che fanno star dentro le botteghe di paese ed escludono le grandi superfici” (da “La Tibuna di Treviso” del 21 gennaio, di Daniele Ferrazza).

   Per rivitalizzare i piccoli centri storici è sì una questione di ripristino urbanistico (eliminare ad esempio le brutture edilizie di questi ultimi decenni; togliere il “grigio” che caratterizza piazze, strade, periferie continue… ), ma è anche “ritornare ai piccoli negozi, alle botteghe”. Ogni serranda che chiude definitivamente è un pezzo di vita comunitaria di un luogo che finisce. Dobbiamo però essere chiari. Pensare che i piccoli negozi possano “resistere” alla concorrenza (dei prezzi, ma a volte anche della qualità) dei centri commerciali, dei cosiddetti “outlet”, è cosa assai ardua, forse vana. Sì, possono esserci dei modi per resistere alla concorrenza (ad esempio associando negozi e attività in strutture simil-cooperativistiche in grado di avere livelli di produzione e consumo pari al commercio di grandi dimensioni).

   Ma non è questo il punto che ci interessa qui. Ci chiediamo piuttosto: è possibile pensare e prevedere il mantenimento nei piccoli centri, nella piazze e strade di paese, di attività residuali? … La piccola bottega di generi alimentari, il negozio del calzolaio, il bar dove con un caffè o un bicchiere di vino uno può star lì seduto a un tavolo e parlare, o giocare a carte o leggere il giornale per una o due ore o mezza giornata….  attività, è da chiarire, che consideriamo “residuali” per il redditi (inferiori alla media), “antieconomiche” per il gestore, il piccolo imprenditore che le esercita…?    E’ possibile immaginare persone, “operatori” del commercio o del piccolo artigianato che “decidono” di guadagnare meno, di accontentarsi di meno, ma di poter svolgere un’attività che non ha l’angoscia costante, quotidiana, della competitività e, quel che è più importanti, che debbono avere (queste attività “residuali”) costi di gestione bassi, molto bassi, che così permettono sì di guadagnare magari poco, ma avere poche spese fisse, così da poter lo stesso avere un reddito?   Costi bassi significa affitti abbordabili (la vera piaga di chi vuol intraprendere un’attività commerciale adesso…) e niente tasse, un’esenzione totale a chi decide di voler guadagnare poco e, di fatto, permette di mantenere vitale un luogo con la sua presenza, con la sua attività.

   Su questo le istituzioni pubbliche, dai Comuni alle Regioni, al Governo possono fare molto, e tutto il sistema ne avrebbe un vantaggio: la detassazione degli affitti introducendo una ritenuta alla fonte (15%?) e così il proprietario non ha nessun altro obbligo fiscale…. l’esonero totale dalle tasse per redditi lavorativi (commerciali o artigianali) sotto un certo “palese, evidente” livello (…l’attuale politica fiscale degli “studi di settore”, dove si misura il reddito con i metri quadri di utilizzo di un’attività, con le persone impiegate, l’energia elettrica consumata eccetera, è risultata del tutto “incongrua e incoerente”; dannosa e fallimentare proprio perché ha colpito in primis le attività marginali…).

   E il recupero dei luoghi (che siano storici o meno, architettonicamente belli o come sono spesso, cioè assai brutti…) passa anche per una fattiva “presenza” del cittadino che lì magari ora ci va solo a dormire, e poi macina chilometri per andare nel luogo degli acquisti….): passeggiare e instaurare relazioni proficue nel luogo di dimora; passeggiare e conoscere, vivere la propria realtà non a misura di automobile ma dei propri passi, del proprio camminare partendo dall’uscio di casa… Questo non esclude la necessità di “interloquire” con un’ “area metropolitana” propria, vasta, confacente a bisogni globali che ciascuno oramai ha (cui deve fare i conti): del lavoro, dello studio, di conoscenze e scambi (e qui una mobilità efficiente si fa sentire come necessità primaria). Ma non si può dimenticare il proprio luogo a pochi metri da casa, e lo sviluppo (il ritorno) di attività commerciali e artigianali che impropriamente chiamiamo “residuali” (ma che sono fondamentali per “fare comunità”).

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NIENTE  TASSE  AI  PICCOLI  NEGOZI

di Chiara Pavan, da “il Gazzettino” del 19/1/2010

Il comune di Cessalto “cancella” Tosap, Tarsu e Ici alle botteghe del paese. È il primo del Veneto

«I piccoli negozi stanno alla città come i parchi stanno ai bambini». L’equazione, sigillata tempo fa dal presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, dev’essere piaciuta molto al sindaco di Cessalto (Tv), che l’ha rilanciata con una postilla: i negozi sostengono il tessuto cittadino, lo alimentano, lo vivacizzano, tanto più di fronte all’avanzare compatto di mega centri commerciali costruiti alle porte delle città. Indi, se non vogliamo perdere i nostri centri, è tempo di investire maggiormente sul commercio, mai come ora penalizzato dalla crisi e dalla concorrenza dei big. Dopo tutto, e qui si cita ancora Sangalli, «quando in città si spegne un’insegna, è un pezzo della città che muore».
      Per evitarlo, Giovanni Artico, primo cittadini di questo paesino di 4000 abitanti ai confini tra la provincia di Treviso e di Venezia, ha deciso di “cancellare” le tasse ai commercianti. Che non sono moltissimi, sia chiaro, «circa una trentina», ma sono «fondamentali per un paese di piccole dimensioni come il nostro che vuol restare vivo e attivo», spiega Artico, al suo secondo mandato con una lista civica di centro destra. L’iniziativa “zero tasse al commercio”, la prima del genere in Veneto, rappresenta una sorta di «intervento socio-economico» che aiuterà non soltanto quelle attività già avviate nel comune, ma anche coloro che decideranno di aprirne una entro il 2010. Per loro niente Tosap, niente Ici o Tarsu, ma una «boccata di ossigeno che potrà ripetersi il prossimo anno: questa operazione – dice Artico – è rinnovabile nel 2011. In fondo, con 20mila euro, si riesce ad incidere nelle sorti di molti esercizi commerciali». E i conti, giura il sindaco, non sono neanche così complicati: «Grazie al cambio di gestore per la pubblica illuminazione siamo riusciti a risparmiare circa ottomila euro. Anche i pannelli fotovoltaici collocati su una scuola e sul palazzetto dello sport ci fanno risparmiare altri diecimila euro. Ci siamo fatti due conti e ci siamo resi conto che potevamo farcela. Nel prossimo consiglio comunale approveremo il regolamento attuativo di questa iniziativa». Che prevede, dal 1 gennaio 2011, il rimborso totale delle tasse sostenute dai commercianti durante il 2010. E Cessalto, premiato nel 2009 da Legambiente come miglior comune Riciclone d’Italia, è il primo comune veneto «che si impegna concretamente per i piccoli negozi. Ce ne fossero altri! – sospira il presidente di Confcommercio Veneto Fernando Morando – l’abbiamo chiesto a tutti i sindaci della regione ma la maggior parte fa orecchie da mercante. E spesso concede con facilità e miopia licenze a destra e manca ai maga outlet e alla grande distribuzione, decretando poi la fine dei negozi sotto casa e quella, conseguente, di molti centri storici. Le nostre città stanno morendo – chiude Morando – che almeno si cerchi di sostenere con la detassazione quelle attività che rappresentano un insostituibile servizio sociale».
      I dati del rapporto Confcommercio-Legambiente sul disagio abitativo lo confermano: molti comuni, non solo i piccoli ma anche quelli con meno di 10mila abitanti, nel prossimo decennio sono a rischio estinzione. Si trasformeranno in «ghost town» abbandonate da tutti. L’allarme è lanciato.

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Nel 2008 la vitalità del sistema imprenditoriale locale si è ridotta, come emerge dai dati Confcommercio sulla nati/mortalità delle imprese. L’andamento del commercio, sia all’ingrosso che al dettaglio, ne ha molto risentito: in Italia si è registrata una prevalenza di cancellazioni di imprese rispetto alle iscrizioni, pari a un saldo negativo di 38.860 (iscritte: 82.350, cancellate: 121.210). In Veneto, ricorda il presidente Morando, siamo arrivati ad un -20%. «L’iniziativa del sindaco di Cessalto rappresenta un punto di partenza. Spero che molti sindaci facciano lo stesso».

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L’invasione dei decibel

MA  EVITIAMO  L’OSSESSIONE  DEL  SILENZIO  TOTALE

di Franco La Cecla, da “la Repubblica” del 7/1/2010

   Goethe racconta nel suo viaggio in Italia di non aver sopportato il baccano che per tutta la notte facevano i veneziani. Venezia allora aveva trecentomila abitanti ed era ancora effettivamente il centro della “movida” del diciannovesimo secolo. Chissà cosa ne avrebbe pensato Cacciari che in qualità di sindaco ha privilegiato l’ aspetto silente, decadente, morto della città lagunare. E cosa ne avrebbe pensato Cofferati che ha chiuso la stagione di Bologna città dei giovani e della notte inoltrata. Ma oramai una buona parte delle città d’Europa si stanno adeguando all’andazzo austero.

   Perfino Parigi si sta trasformando in una città in cui ogni tipo di assembramento serale e notturno sembra molestare i sonni dei sempre più spaventati parigini. Insomma sembra che l’ Europa debba diventare un luogo in cui alla vitalità e all’energia delle notti bianche debba sostituirsi l’ideologia di una middle class dai sonni difficili e preoccupatissima di svegliarsi l’indomani per un’ altra giornata di lavoro.

   In più i nuovi regolamenti sul fumo hanno creato una nuova classe di molestatori, i fumatori che obbligatoriamente devono stare fuori dai locali e questo disturba, perché non si limitano a fumare, ma per giunta socializzano. Nella civilissima Svizzera i regolamenti condominiali prescrivono che non ci si debba fare la doccia o non si debba tirare lo sciacquone oltre le nove di sera: pena l’ arrivo della polizia urbana, salatissime multe e anche conseguenze penali. Milano ovviamente non può essere da meno e l’ accenno di movida degli anni Novanta deve lasciare il passo a un’ idea di urbanità che sembra tutta estratta da una visione della vita da pensionati e fragili di nervi.

   Le città hanno riscoperto il diritto degli abitanti al sonno, molto meno il diritto a spazi pubblici, a una vita meno inquinata. Insomma siamo in piena ideologia della riproduzione della forza lavoro, i cui sonni devono essere tranquilli, perché almeno la notte appartenga loro. In un bellissimo libro di Jean Luc Nancy, “Cadere dal sonno”, ci viene spiegato il magnifico mistero di questo abbandonarsi che è il sonno che non è solo assenza di rumore, ma ingresso in un’ altra soglia del suono.

   Ma quale deve essere in realtà il “suono” di una città, cosa deve consentire e cosa no? Se si guarda alla storia delle città europee il rumore, il chiasso, è stata una delle caratteristiche principali della vita urbana. Clausus in latino è sia una piazza, sia il rumore, da cui per esempio deriva la parola clacson – e in Sicilia molte piazzette si chiamano ancora chiassi. Il brusio, il far cortile, il parlare, il cantare, il far la serenata. Oggi Romeo verrebbe subito arrestato e non dalla famiglia veronese avversaria, ma da un pedante pizzardone.

   Ma anche le città più tarde e oltreoceano, New York per prima, erano luoghi di rumori misti, di una frenesia ed elettricità in cui il suono sordo prodotto dalle auto si mescolava al vociare dei passanti, alle grida dei banditori, al gospel e al suonatore di strada. In tutta l’Andalusia mediterranea fino in Turchia le grida dei venditori sono molto più importanti delle vetrine.

   L’ossessione un po’ fascista – che sia il senso dell’ ordine della vecchia sinistra o quello della nuova destra – per l’assenza di rumore rappresenta una novità anti-democratica. Come antidemocratica è l’ idea della separazione delle funzioni.

   La città è viva fin quando traffico, passeggio, venditori ambulanti e suonatori improvvisati possono mescolarsi. Muore quando vince un’idea del suono come molestia, un’idea balzana visto che da cento anni sopportiamo il rumore di fondo dei motori e dei clacson e degli scappamenti. Per strada oggi non si sentono più le voci dei bambini, non si ascolta il latrare dei cani e non si sente il suono magnifico delle stoviglie e del preparare il pranzo e la cena.

   Nell’ inno alle città che è il libro di Vittorini “Le città del mondo” ai pastori viene invidia di una città quando da lontano cominciano a sentirne i rumori, campane, donne, latrati, ragli, bambini. Sarebbe interessante se un sindaco facesse una politica non di limitazione del rumore, ma di sua trasformazione, se privilegiasse alcuni rumori rispetto ad altri. Ho un amico artista del suono, Lorenzo Brusci, che da Berlino sta insegnando a più città europee e anche a Firenze che i rumori possono essere schermati, trasformati, miscelati e che la musica è un’ ottima barriera sonora molto meglio del silenzio. Gli abitanti di Hong Kong si sono lamentati quando hanno chiuso l’aeroporto che era al centro della città, dicendo che gli mancava il rumore e che per il silenzio c’è tutto il tempo quando si sarà morti. Forse le nostre città si stanno trasformando in magnifici giardini di cemento a cui mancano solo le croci e i cipressi per non essere confuse con dei cimiteri. – FRANCO LA CECLA

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PASSEGGIATE –  STANCHI,  SOLI,  PIGRI:  NON  C’E’  PIU’  TEMPO PER  GIROVAGARE

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 13/1/2010

LONDRA «Vado a fare due passi». Oppure: «Andiamo a fare una passeggiata». Prima di pranzo, dopo pranzo, dopo la messa, durante una pausa di lavoro, la sera o nel fine settimana, insomma in qualunque situazione o momento: quelle due espressioni, così tipiche della nostra vita quotidiana, stanno scomparendo.

   Camminiamo sempre di meno, dove il plurale sta in generale per noi popolazione del mondo occidentale industrializzato e in particolare per noi italiani, che a quanto pare abbiamo smesso questa abitudine più degli altri popoli. Rinunciando così all’ esercizio fisico più semplice, collaudato e per certi versi migliore, al fine di bruciare calorie, fare movimento e mantenere un buon stato di salute, con serie conseguenze per il nostro corpo, specie se, come avviene nella maggior parte dei casi, la fine della passeggiata è rimpiazzata, individualmente e socialmente, da attività assai più sedentarie, come guardare la televisione e, soprattutto, stare seduti davanti a un computer.

   A rendere noto il fenomeno è una ricerca su scala internazionale, condotta da studiosi della School of Sport, Exercise, health and Science della Loughborough University e pubblicata ieri dal Daily Telegraph di Londra. Risulta che, a livello globale, il 52 per cento della popolazione mondiale cammina considerevolmente meno di dieci anni or sono; e tra quelli che abbandonano più di tutti il piacere della passeggiata ci sono gli italiani.

   Una graduatoria dei principali paesi consultati dal sondaggio, infatti, indica che, alla domanda “oggi camminate meno di dieci anni or sono?”, rispondono di sì il 62 per cento dei portoghesi, il 60 per cento degli italiani, il 54 per cento degli spagnoli, il 53 per cento degli austriaci, il 50 per cento degli americani, il 45 per cento dei britannici, e così via.

   Tra le ragioni citate per il calo della voglia o possibilità di camminare ci sono problemi di tempo, stanchezza, non sapere dove potere andare a passeggio e mancanza di entusiasmo da parte di altri membri della famiglia. Il rapporto indica infatti che molti sarebbero più inclini a passeggiare, se non fossero costretti a farlo da soli: preferendo farlo in compagnia di familiari o amici.

   «Nonostante il fatto che camminare sia universalmente descritto come una forma ideale di esercizio fisico, è preoccupante notare che individui e famiglie in numerosi paesi del mondo non usano questa attività elementare, non costosa e altamente efficace di promuovere la propria salute», commenta il dottor Stacy Clemes, autore della ricerca. «Oltretutto andare a passeggio è un’ attività inclusiva, che permette alle famiglie di avere un interesse in comune e di passare insieme del tempo all’aria aperta».

   Un istruttore di ginnastica, Matt Roberts, interpellato dal Telegraph, osserva che camminare abitualmente è più importante dell’ occasionale visita a una palestra: «Purtroppo molti genitori odierni preferiscono guardare la tivù, lasciando i figli davanti alla Playstation. Le nevicate dei giorni scorsi hanno portato le famiglie all’aperto, insieme, con slitte e passeggiate, ma è l’ eccezione che conferma la regola». La crescita dell’obesità, particolarmente evidente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna ma in aumento in molti paesi occidentali, è giudicata dagli esperti una conseguenza diretta di una minore attività fisica, oltre che di una cattiva alimentazione. Basterebbe dire tutti i giorni: “Andiamo a fare due passi”. Ma lo diciamo sempre meno. (PER SAPERNE DI PIÙ www.telegraph.co.uk , www.lboro.ac.uk  –  ENRICO FRANCESCHINI) 

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One thought on “Salvare il piccolo commercio nei centri e altrove (e le botteghe di piccoli artigiani) è salvare la vitalità (ora spenta) dei luoghi abitati, ora solo dormitorio – Il caso del comune di Cessalto – Ritrovare i veri rumori sulle vie, sulle strade (oltre quello dei motori); passeggiare e muoversi nel “micro”ambito di vita quotidiana

  1. Agata Lo Tauro giovedì 28 gennaio 2010 / 9:22

    Salve

    Diverse realtà italiane (e non solo) soffrono di questi problemi.

    Cercare soluzioni insieme… sembra buona idea?

    PS- Sorry but, io preferisco le biciclette ai “motori”. 😉

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