Google, Taiwan, il Tibet: il ruggito del coniglio della Cina contro gli USA (troppa necessità cinese della tecnologia americana) – l’interdipendenza dei due Paesi dominatori del mondo (con l’Europa sparita dal contesto geopolitico)

Il Dalai Lama invitato alla Casa Bianca da Obama, nella visita in USA di metà febbraio del leader spirituale tibetano (e l'ira della Cina contro gli Stati Uniti)

Se la Guerra Fredda della seconda metà del secolo scorso vedeva opporsi Stati Uniti e Unione Sovietica, ora i nuovi scenari mondiali vedono quella che già si chiama una “cyber-guerra” (fredda?) tra Stati Uniti e Cina. Dove, appunto, la nuova straordinaria era dell’informazione (libera?) globale è un elemento strategico tanto quanto le aggressive e distruttive armi (come i pericoli, ma anche i possibili vantaggi, dei commerci globali). Gli USA sono, nonostante i momenti di crisi, la grande potenza tecnologica, dell’innovazione (pensiamo al nuovo grande business globale messo in atto in questi giorni con il lancio sul mercato mondiale dell’ultima innovazione tecnologica l’ “iPad”  (una tavoletta – computer leggero, che in modo maneggevole usa la rete, la posta elettronica, serve a scrivere testi, è foglio di calcolo, gestisce musica, foto, video, etc.). L’altra potenza, la Cina, un colosso demografico e territoriale, economico e finanziario… in crescita esponenziale (nonostante tutte le contraddizioni, come l’antidemocrazia, l’inquinamento dei propri territori…). E le due superpotenze ora in questi giorni, settimane, mesi, si contrappongono e si affrontano su vari grandi temi: da quello della libertà di informazione negata in Cina (le limitazioni a Google); alle armi vendute dagli USA al “nemico di sempre” dei cinesi che è Taiwan; ai contrasti sui rapporti con l’Iran (la Cina sta adottando una politica di difesa internazionale di questo paese); e infine ad Obama che, in questo momento di contrapposizione tra le due superpotenze, afferma di voler ricevere il Dalai Lama, leader spirituale di quel Tibet integrato alla Cina e in lotta con essa per la sua autonomia politica, culturale, religiosa.

Riportiamo qui alcune analisi di questo contesto di contrapposizione nel G2, cioè tra i due paesi che ora sembrano in qualche modo governare il mondo (con altre potenze di contorno che si affacciano, come l’India, il Brasile, il Sudafrica). E di come questo conflitto viva l’ambiguità di due paesi che hanno entrambi bisogno dell’altro (gli USA usufruiscono della finanza, del credito cinese; la Cina non può fare a meno della tecnologia americana; entrambi, come purtroppo non è accaduto nel dicembre scorso a Copenaghen, devono -dovrebbero-  farsi carico dei grandi problemi della pace mondiale e dell’ambiente, come il clima).  Su tutto si sente la “sparizione” dell’Europa, di ogni suo peso geopolitico sul pianeta, e questo è un avvenimento storico del tutto nuovo: l’Europa era sempre stata (bene o male) al centro dell’attenzione mondiale. Anche quest’ultimo elemento (della crisi europea) è comunque un segnale che il processo di riforme radicali vere, concrete, nel “micro” e nel “macro”, a partire dai nostri territori fino ad interessare il contesto generale europeo, sono necessarie per un rilancio di un’idea di Europa che serva allo sviluppo della pace e del benessere del pianeta (ed è comunque disarmante che nella prossime elezioni regionali non si accenni minimamente a idee e progetti nuovi).

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Per l’annunciato incontro tra Obama e il Dalai Lama cresce la tensione tra Cina e Stati Uniti

da “L’Osservatore Romano” del 3/2/2010

Pechino, 3 febbraio. Cresce la tensione tra Washington e Pechino:  la Cina ha lanciato un nuovo monito sull’incontro tra Barack Obama e il Dalai Lama, dopo che la Casa Bianca ha confermato che il presidente degli Stati Uniti vedrà il leader spirituale tibetano, forse già questo mese.
Il ministero degli Esteri di Pechino ha fatto sapere che il presidente cinese, Hu Jintao, ha chiesto personalmente a Obama di non incontrare il Dalai Lama e ha ribadito che il Governo cinese “è risolutamente contrario a qualsiasi contatto tra il presidente degli Stati Uniti e il Dalai Lama con qualsiasi pretesto e in qualsiasi forma”. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Ma Zhaoxu, ha riferito che nell’incontro con Obama del novembre scorso Hu aveva ribadito “la rigida posizione della Cina contraria a qualsiasi incontro di esponenti e funzionari del Governo” con il leader tibetano. Esortiamo gli Stati Uniti – ha sottolineato il portavoce cinese – “a comprendere in pieno l’alta sensibilità della questione tibetana e ad affrontare in modo prudente e appropriato ciò che ne consegue evitando di arrecare ulteriori danni alle relazioni cino-americane”.

Il riferimento è all’annunciata vendita di armamenti statunitensi a Taiwan e alla polemica su Google e la censura su Internet che ha già portato Washington e Pechino ai ferri corti.
Ma nonostante le pressioni della Cina che continua ad ammonire Barack Obama che un incontro con il Dalai Lama sarebbe dannoso per i rapporti tra le due Nazioni, la Casa Bianca ha risposto immediatamente annunciando che il presidente statunitense incontrerà il leader religioso tibetano in occasione del suo prossimo viaggio negli Stati Uniti.
Il portavoce della Casa Bianca, Bill Burton, ha inoltre sottolineato ieri sera che Obama aveva già espresso ai dirigenti cinesi, in occasione del suo viaggio di novembre in Cina, la sua intenzione di incontrare il Dalai Lama. Il leader spirituale tibetano aveva visitato gli Stati Uniti poco prima del viaggio di novembre di Barack Obama in Cina e il presidente americano aveva ritenuto opportuno, per non irritare i dirigenti cinesi, non incontrare all’epoca il Dalai Lama.
L’episodio si inserisce in una situazione di tensione tra i due Paesi per una serie di problemi:  dalla censura a Google alla vendita di armi americane a Taiwan. Zhu Weiqun, responsabile del partito comunista cinese per le etnie e gli affari religiosi, aveva affermato, ieri, in una conferenza stampa, che il suo Governo si opporrà con forza a un eventuale incontro tra Obama e il Dalai Lama, che comincerà una visita negli Stati Uniti il 16 febbraio prossimo. Secondo il responsabile di Pechino “i rapporti tra il Governo centrale e il Dalai Lama sono una questione interna alla Cina. Ci opponiamo a qualsiasi tentativo di una forza straniera di interferire con le questioni interne cinesi usando come pretesto” il leader tibetano.
“Il Dalai Lama è un leader culturale e religioso rispettato in tutto il mondo e il presidente Obama si incontrerà con lui in questa veste – ha detto il portavoce della Casa Bianca -. Deve essere chiaro che noi consideriamo il Tibet parte della Cina. Abbiamo comunque preoccupazioni nel campo dei diritti umani sul trattamento riservato ai tibetani. Sollecitiamo il Governo cinese a proteggere le tradizioni religiose e culturali del Tibet. Riteniamo le nostre relazioni con la Cina mature abbastanza per cercare di lavorare insieme sulle questioni di interesse comune, come il clima, l’economia globale, la non-proliferazione, affrontando nello stesso tempo in modo franco i problemi dove non siamo d’accordo”.

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Nel duello di parole tra i Grandi l´America gioca la carta tibetana

Ma l´economia tiene legati i due rivali globali – Google, Taiwan, il protezionismo, lo yuan: ecco le tante spine di un rapporto difficile – La Fed conosce bene la quantità di cambiali che la Banca centrale cinese divora

di Vittorio Zucconi, da “La Repubblica” del 3/2/2010

Il «tango senza amore» fra Cina e Stati Uniti risveglia l´equivoco permanente fra libertà e prosperità, fra economia e democrazia e torna a scuotere, per la terza volta in due settimane, il rapporto di interdipendenza fra di loro. Dopo il caso Google – la libertà di comunicazione – e il caso Taiwan – l´indipendenza della piccola isola – affiora il caso Dalai Lama.

Affiora il caso del diritto di autodeterminazione del Tibet, che Pechino non riesce a reprimere e cancellare. La decisione di Obama, annunciata e ripetuta, di ricevere il leader spirituale e non violento del buddismo tibetano dopo avere detto, nell´autunno scorso, di non volerlo incontrare, ha sollevato la prevedibilissima, e forse voluta dalla Casa Bianca, escalation verbale fra Washington e Pechino perché «minaccia le fondamenta della relazioni fra i due Paesi» e «mette a rischio la fiducia e la cooperazione reciproche».
L´asprezza della reazione cinese a un incontro fra Obama e un personaggio che, come il Papa di Roma notoriamente deriso da Stalin, non possiede divisioni armate, si spiega non tanto con la eventuale visita, che già altri presidenti, compreso George Bush, avevano concesso senza terremoti. Pechino deve avere tratto l´impressione, in queste ultime settimane, che l´Amministrazione americana, in difficoltà, abbia deciso di “giocare la carta cinese” e di fare il viso duro a quella nuova potenza asiatica che resta il «lender of last resort», la banca di ultima istanza per finanziare il mostruoso deficit americano lasciato da Bush e portato da Obama a 12mila miliardi di dollari.
La Cina, con la sua prodigiosa ricchezza finanziaria creata accumulando tonnellate di cambiali americane e europee per sostenere le proprie esportazioni, comincia a sospettare – a giudicare dalle risposte sempre più minacciose dei suoi alti funzionari, ma non ancora dei massimi governanti – che Washington voglia esibire nei suoi confronti quella determinazione, quel polso che Obama non ha saputo mostrare in politica interna e nella estenuante battaglia quasi persa per la riforma sanitaria.

Ricevere il Dalai Lama, che da tempo è una sorta di pungolo che i governi occidentali usano per irritare, o per schivare, la collera dei cinesi e per agitare la loro lunga coda di paglia nei confronti del Tibet, non avrebbe provocato questo nuovo scossone nel cosiddetto “G2”, il condominio mondiale sino-americano, se non fosse venuto dopo la difesa di Google e la decisione di vendere armi difensive a Taiwan.
Giocare la “carta cinese” per distogliere l´attenzione interna dalla crisi dei democratici, per ricompattare un partito sull´orlo del collasso nervoso dopo la perdita di elezioni locali e parlamentari e per dare alla propria base elettorale di “colletti blu” senza lavoro l´impressione che finalmente la Casa Bianca si muova, è un bluff nel quale gli Stati Uniti rischiano molto, ma che potrebbe, come tutti i bluff, anche rendere molto. Irritare la Cina, e pungerla dove i suoi nervi sono più scoperti, può essere il classico caso del debitore che fa la voce grossa perché ha troppi debiti e sa che, se non dovesse pagare, sarebbe la banca, e non lui, a essere nei guai e rischiare il crack.
I colossi del G2 sono meno forti e invulnerabili di quanto la ritrovata verve di Obama e le bordate dei cinesi potrebbero far pensare. Nessuno dei due ha davvero interesse a scuotere quelle «fondamenta», come le ha chiamate ieri Pechino, sulle quali si basa il boom cinese la speranza di ripresa americana, segnalata dall´aumento sensazionale del 5,7 per cento del Pil nell’ultimo trimestre e dalla previsione di un’ottima crescita del 2,7 nel 2010. La chiusura del rubinetto del credito agli americani avrebbe un effetto devastante sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, che sono indispensabili a una Cina che ha, nella relativa modestia del proprio mercato interno rispetto all’immensa capacità industriale, il proprio tallone d´Achille.

Il mercato interno della Repubblica popolare non può sostituirsi, per ora, ai consumatori americani. Viceversa il Tesoro americano e la Fed sanno bene che nessun’altra nazione, neppure l’India, può digerire la quantità di «american paper», di cambiali che oggi la Banca centrale cinese divora. Mentre sullo sfondo, Washington fa capire che potrebbe ricorrere a una stretta protezionistica, se lo scandalo della valuta cinese manovrata al ribasso non dovesse mitigarsi.
Il G2, il tango fra Cina e Usa, non è una danza d’amore, è un ballo d´interessi nei quali entrambi giocano a staccarsi e a riavvicinarsi, a volte soltanto per prendere fiato. La Cina deve protestare in maniera veemente, per il nazional-comunismo che anima i suoi dirigenti e dà a loro, nell’epoca del post-comunismo globale, l’unica vera legittimazione politica popolare. L’America di Obama deve usare la “carta cinese” per dimostrare che il Presidente non ha perduto quello slancio ideologico e quella promessa di cambiare tono internazionale che fecero tanta parte del suo appeal.
Google, Taiwan, il protezionismo, lo yuan e Sua Santità senza cannoni, il quattordicesimo Dalai Lama in esilio, sono le mosse che i due giocatori compiono, consapevoli che nessuno dei due può davvero staccarsi dall´altro senza cadere.

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Cina, Usa, Taiwan e armi: nuovi sintomi di una malattia cronica

di Alessia Virdis (da LIMES, rivista italiana di geopolitica)

La nuova partita tra Pechino e Washington non si gioca nello stretto di Taiwan, bensì a Teheran. Il dettaglio del pacchetto da circa 6,4 miliardi di dollari di forniture militari americane a quella che la Cina considera una provincia ribelle. Ora gli Usa non possono apparire deboli nei confronti della Repubblica popolare.

A una prima analisi, nelle ultime tensioni tra Cina e Stati Uniti sull’affaire Taiwan, sembra riproporsi un copione già visto. Ma, leggendo gli eventi da una prospettiva più ampia, questa volta la partita tra Pechino e Washington non si gioca nello stretto di Taiwan, bensì a Teheran. E i toni si fanno più duri. Si minacciano ritorsioni.
Le forniture militari da parte degli Stati Uniti a Taiwan hanno sempre suscitato le ire di Pechino. L’isola è per la Repubblica Popolare una provincia ribelle, un «affare interno», una questione di «sovranità». Contribuire all’ammodernamento a scopi difensivi delle forze di Taiwan significa, nell’ottica di Pechino, sconfinare in un territorio molto delicato e non rispettare i “patti”.
Dopo la notizia della volontà della Casa Bianca di far arrivare sull’isola 6,4 miliardi di dollari di forniture militari, tra missili e elicotteri Black Hawk, Pechino non poteva non farsi sentire. E, questa volta, ha scelto di alzare i toni. Soprattutto perché solo pochi giorni prima dell’annuncio, Hillary Clinton aveva avvertito la Cina parlando di rischio di isolamento diplomatico se la Repubblica Popolare non si esprimerà a favore di nuove sanzioni contro Teheran per il suo programma nucleare. A Pechino, l’occasione per reagire a quel discorso è stata servita su un piatto d’argento, mentre il Consiglio di sicurezza pensa a una nuova risoluzione.

Il pacchetto da circa 6,4 miliardi di dollari di forniture comprende:

114 missili Patriot PAC-3 (2,81 miliardi di dollari)
12 missili antinave Harpoon (37 milioni)
60 elicotteri Black Hawk UH-60M (3,1 miliardi)
equipaggiamenti per le comunicazioni militari (340 milioni)
2 cacciatorpediniere classe Osprey (105 milioni).

Ed è forse più “comodo” far riemergere le divergenze tra Cina (dialogo e negoziati per risolvere la questione iraniana) e Stati Uniti (sanzioni) con il “pretesto” della vecchia questione delle forniture militari a Taiwan. Ed è forse più “comodo” per Pechino impuntarsi sul dossier nucleare di Teheran con il “pretesto” del caso Taiwan e continuare a tenere da parte i propri interessi reali.
Sdegno da una parte per la decisione “sbagliata” dell’Amministrazione di Barack Obama di seguire le orme del predecessore George W. Bush e rammarico dall’altra parte per le ritorsioni annunciate si sono susseguiti a distanza di poche ore. Parole, per ora.
Per decenni Taiwan è stata il grande ostacolo nelle relazioni tra la Repubblica Popolare e gli Stati Uniti. Sulla base del recente disgelo con la Repubblica di Cina, dopo l’elezione di Ma Ying-jiu, il presidente amico di Pechino, la Repubblica Popolare aveva costruito il riavvicinamento con Washington. Le forniture militari all’isola sono una malattia cronica per le relazioni sino-statunitensi, con il Pentagono che, da sempre, solleva dubbi sulla trasparenza delle spese militari cinesi e la Casa bianca sostenitrice della politica di un’unica Cina, ma allo stesso tempo intenzionata a rispettare il Taiwan relations act del 1979.
Dietro alla questione di Taiwan, vi sono dossier scottanti, oltre all’Iran, ad esempio, la Corea del nord. Pechino è consapevole di avere carte da giocare, alza la voce con Washington, che le ha appena ricordato che potrà essere sottoposta a «molte pressioni» (parola della stessa Clinton) se non «riconoscerà l’impatto destabilizzante» che il programma nucleare di Tehran potrebbe avere sulla regione del Golfo.
La notizia della volontà statunitense di fornire missili, Black Hawk e cacciamine all’isola arriva sulla scia di una serie di tensioni. Il braccio di ferro per il caso Google, le questioni per la libertà di espressione e i diritti umani, gli attriti per il valore dello yuan, i dazi e l’imminente incontro tra Obama e il Dalai Lama fanno parte del quadro e non sono solo lo sfondo.
I toni cinesi si sono fatti, non a caso, più duri. Dietro alle parole c’è una leadership che vuole affermarsi come guida di una grande potenza mondiale, ma che è anche ben consapevole delle sue debolezze, soprattutto sul fronte interno. Tibet e Xinjiang sono da sempre fonte di preoccupazione per la stabilità interna. Taiwan è una questione di legittimità interna e importanza strategica.
L’annuncio da parte di Pechino di ritorsioni, di “sanzioni” verso le aziende statunitensi che saranno coinvolte nelle nuove forniture alla Repubblica di Cina è un gioco al ricatto per ricordare il proprio peso, in un momento particolare. Quasi lo stesso copione, pur se con ripercussioni diverse, di quando la Repubblica popolare decise di annullare un vertice con l’Unione Europea dopo un incontro tra Nicolas Sarkozy e il Dalai Lama. Sul Tibet, come su Taiwan, Pechino ha sempre avuto una posizione coerente.
La protesta formale, la sospensione dei rapporti militari e delle consultazioni sulla sicurezza strategica con Washington servono anche a vedere cosa farà il Congresso, che ha 30 giorni di tempo per bloccare la commessa. Cosa farà tenendo conto, tra l’altro, che Pechino ha un ruolo di primo piano nel dossier iraniano.
Gli Stati Uniti considerano le forniture militari all’isola un contributo alla sicurezza e alla stabilità nello Stretto. L’ultimo round di consultazioni tra Pechino e Washington in materia di sicurezza risale allo scorso luglio, prima della visita di Obama nella Repubblica Popolare e dopo che gli incontri erano stati sospesi in seguito all’annuncio da parte dell’Amministrazione Bush di un pacchetto da 6,5 miliardi di dollari per Taiwan.
Nelle nuove forniture militari non rientrano caccia F-16 e sottomarini a propulsione diesel-elettrica che avrebbero potuto avere serie ripercussioni negative sui rapporti tra Pechino e Washington. Per Taiwan i costi non sono irrilevanti, soprattutto per i sottomarini. E alla Casa bianca non sfugge l’osmosi che la lega alla Cina, tra i principali creditori degli Stati Uniti.
I rapporti economici e la “cooperazione” nelle questioni regionali e globali sono più importanti, per entrambi, rispetto a una malattia cronica. Washington non deve apparire debole di fronte a Pechino. La Cina deve dimostrare la sua importanza a livello globale e mantenere fermo il punto sulle questioni che le stanno a cuore. L’Iran, per primo, sta nel mezzo..

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Il mondo al tempo del G2

Gli Interessi Divergenti dei due Giganti

L’ alleanza La potente alleanza scricchiola, ma l’ Europa non è in grado di approfittarne

di Franco Venturini, da “il Corriere della sera” del 31/1/2010

Ieri la Cina ha minacciato gli Stati Uniti di pesanti contromisure se Washington venderà altre armi a Taiwan. Ventiquattro ore prima, da Parigi, Hillary Clinton aveva avvertito che Pechino si isolerebbe opponendosi alle sanzioni anti-Iran. E se andiamo ancora un po’ a ritroso troviamo le roventi polemiche sulle limitazioni che i cinesi impongono a Google, i contrasti commerciali, il giro di vite contro i dissidenti cinesi che mette in grande imbarazzo Obama così come la prima fucilazione (per traffico di droga) di un occidentale in Cina.

Domanda: è questo il G2 che non fa dormire l’ Europa, che dovrebbe decidere le cose del mondo trasformando in comparse gli altri attori internazionali a cominciare dai più vecchi e collaudati amici dell’ America? Forse la realtà ci suggerisce un approccio più equilibrato, e anche più complesso, della nostra semplicistica nevrosi da G2.

Beninteso, l’enorme potenziale dell’ alleanza cino-americana non è una invenzione. La crisi economico-finanziaria ha accelerato l’ascesa della Cina, che continua a crescere al 10 per cento l’ anno e con la sua domanda interna è diventata un sostegno indispensabile per l’ Occidente in difficoltà. Se non si verificheranno incidenti di percorso (surriscaldamento?) l’ economia cinese sarà tra un ventennio la prima al mondo, ma già oggi, detenendo un grossa fetta del debito pubblico statunitense, Pechino può contare su una notevole capacità di influenza. O se vogliamo di ricatto.

È giusto aggiungere che un evidente vantaggio di peso specifico, gli uni nel mondo sviluppato e l’altra nel mondo emergente, fa sì che Usa e Cina siano in grado di sbaragliare qualsiasi resistenza quando i loro interessi, come è accaduto alla conferenza sul clima di Copenaghen, coincidono nell’essenziale. Ma l’interrogativo che la cronaca ci suggerisce è proprio questo: quanto, e quanto spesso, gli interessi americani e cinesi coincideranno?

Abbiamo citato soltanto alcuni esempi di un dissenso che può diventare strategico (lo è sull’Iran, e non va sottovalutato il contrasto sul mondo di Internet). Non basta. Nel fallimentare viaggio compiuto lo scorso anno a Pechino, Obama voleva strappare un maggior impegno cinese in Afghanistan. Risposta picche. E beninteso voleva convincere i suoi interlocutori a una meno rigida politica monetaria. Altra risposta picche, questa scontata.

Oggi siamo ben oltre: la Clinton avverte che le relazioni bilaterali «potrebbero soffrire», Pechino risponde che «la cooperazione sui temi più importanti» è passibile di revisione. E se la Cina si opporrà davvero alle sanzioni contro Teheran, o, peggio, fornirà agli iraniani quella benzina che l’Onu progetta di tagliare, i malumori tra Washington e Pechino potrebbero crescere ancora di tono e diventare scontro.

Cosa resta, allora, del G2? Molto, ma non tutto quello che era stato previsto e temuto. La dialettica animata e non sempre amichevole tra America e Cina lascia spazio ad altri (l’India, il Brasile, forse la Russia) e fa apparire sempre più ragionevole, nella corsa alla leadership della nuova governance mondiale, l’ assetto disegnato dall’ ex consigliere della Casa Bianca Brzezinski: un gruppo di 5-6 Stati con al suo interno una rete di rapporti bilaterali a cominciare da quello cino-americano. Il che è cosa ben diversa dall’ iniziale spauracchio di un G2 dominatore assoluto.

L’ Europa ha dunque motivo di consolarsi? Tutt’ altro. Per il semplice motivo che se il possente G2 scricchiola, bisognerebbe essere pronti ad approfittarne, a entrare almeno nel girone di quelli che contano e a diventare interlocutori unitari tanto degli Usa quanto della Cina. Speranza che, sino a oggi, si è rivelata altisonante quanto infondata. (Franco Venturini)

One thought on “Google, Taiwan, il Tibet: il ruggito del coniglio della Cina contro gli USA (troppa necessità cinese della tecnologia americana) – l’interdipendenza dei due Paesi dominatori del mondo (con l’Europa sparita dal contesto geopolitico)

  1. Agata Lo Tauro giovedì 4 febbraio 2010 / 8:18

    Le guerre o le “cyber -guerra” (fredda?) o come le volete chiamare sono mai state utili?

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