Il BURQA che sarà vietato in Francia (e da noi?) – La necessaria distinzione tra “costrizione” e “libera scelta” – Città e territori che cambiano, tra campanili e moschee negate… I timori di un’Europa, e dei singoli luoghi che hanno perso una loro identità (ed egemonia) culturale e temono il cosmopolitismo pacifico

Cartello multilingue apparso a Pordenone, di invito a donare il sangue: esempio pacifico di società “plurale”, unita e solidale – integralismi islamici e paure (anch’esse spesso integraliste) occidentali impediscono lo sviluppo conviviale

La Francia sta decidendo di proibire il burqa, il tradizionale indumento che nasconde il viso e ogni forma del corpo delle donne di alcuni paesi di religione islamica, principalmente l’Afghanistan (ma non solo: il burqa, capo di abbigliamento di recente introduzione –i primi del ‘900, un secolo fa- è diffuso in molti paesi arabi). Ma non è solo una questione francese, ma anche italiana (lo si vuole proibire per legge anche da noi) ed europea in generale.

Premettiamo comunque che non è un problema “di massa”, generalizzato, per le donne mussulmane: portate invece sempre più ad accogliere i principi (accattivanti) della moda occidentale, che a ripristinare alcune regole dei loro paesi di provenienza (non parliamo poi della ragazze mussulmane di terza generazione, cioè quelle nate in Europa…). Semmai ci sarebbe da chiedersi l’ “utilizzo” sempre più consumistico della “dignità e del corpo della donna” da “entrambe le parti” (integralismo maschilista religioso e integralismo consumistico), usando in tutti i modi (nella pubblicità, in ogni forma di vita quotidiana…) pezzi “esposti” del loro corpo; arrivando sempre più a un’assuefazione paranoica.

Vi offriamo qui un’ampia rassegna stampa di opinioni sul tema, premettendo che il primo articolo, di Massimo Fini apparso su “il Gazzettino”, corrisponde anche al nostro pensiero e alla nostra idea se è giusto proibire il burqa (sintetizziamo qui: no, non siamo d’accordo nel divieto assoluto; se non è costrizione di qualcuno sulla donna, ma vera libera scelta, non capiamo perché non si possa fare… semmai qualche problema può esserci sulla questione della sicurezza collettiva, cioè che sotto il burqa possa nascondersi qualche pericoloso terrorista…).

Ma qui, negli articoli a seguire, vorremmo estendere il tema: cioè della convivialità sociale con culture diverse, e dei tentativi che si possono fare per creare una società che rimanga sì italiana, veneta o lombarda o di qualsiasi altra cultura regionale, ma sia allo stesso tempo plurietnica e di convivenza pacifica (posto che le regole giuridiche, i diritti e i doveri, siano uguali per tutti, a prescindere) (a tal proposito bellissimo è lo striscione cartello manifesto sull’invito a “donare il sangue” che Vi offriamo nella parte alta di questa pagina).

E per questo abbiamo inserito tra gli articoli qui presenti un interessante reportage-diario di Paolo Rumiz sulla convivenza architettonica “campanili – minareti” in quelle città “di confine” religioso dove l’elemento plurietnico, in alcune loro fasi storiche di vita, ha dimostrato di saper convivere magnificamente (Sarajevo in primis, Gerusalemme, Istanbul…) (torneremo presto a parlare di Sarajevo in questo blog, perché è –o è stato- un modello geograficamente interessante di convivialità urbana). E facendo capire che la “pluri-religiosità e molteplicità di culture” è elemento di arricchimento delle persone. E che lo “scontro” è cercato (pianificato) da chi cerca la guerra per la guerra, spesso per disagio personale, o collettivo della propria comunità di provenienza, rifiutando di inventarsi e perseguire un progetto presente e futuro di vita compatibile con il proprio rinnovamento e le proprie origini.

……………….

IL CONFORMISTA
NESSUNA  DIFFERENZA  TRA  MUSULMANE  IN  BURQA  E  OCCIDENTALI  IN  TANGA

di Massimo Fini, da “il Gazzettino” del 29/1/2010

In Francia avanza un progetto di legge per vietare il burqa, il tradizionale indumento che copre interamente il viso in uso non solo in Afghanistan ma in vaste aree del mondo musulmano, nei luoghi pubblici. La «ratio» del divieto è che il burqa (e anche il niqab dei sauditi) sarebbe «contrario ai principi della Repubblica, alla dignità della donna, alla laicità dello Stato». In Italia si sono già dichiarati favorevoli all’ipotesi francese il ministro Mara Carfagna e, in genere, i leghisti.
In realtà il divieto di indossare il burqa è contrario a un principio cardine della liberaldemocrazia difficilmente scavalcabile: quello della libertà di espressione del proprio pensiero. Perché di questo si tratta, prima ancora che di libertà religiosa. In quanto alla laicità dello Stato, molto sentita in Francia meno in Italia, essa contraddice se stessa se vieta i simboli religiosi. Perché si trasforma a sua volta in una religione laica, assolutista, intollerante dell’altro da sè che è proprio il contrario del concetto di laicità rettamente inteso, di quel principio illuminista per cui «ognuno è libero di fare ciò che vuole nella misura in cui non nuocere agli altri». E se una donna indossa il burqa o il niqab non nuoce a nessuno, non offende nessuno se non gli intolleranti che non sopportano nulla che sia estraneo dalla propria cultura.
Dice: ma il burqa conculca la libertà della donna. Si parte dal presupposto che il burqa, nella tradizione e nella cultura musulmana, sia un’imposizione maschile. Ma questo è un punto di vista prettamente occidentale. Nulla ci dice che, soprattutto qui in Europa, una donna indossi il burqa perché così le va di fare. E se le Stato glielo impedisce per legge viola un principio di libertà della persona. Viola il diritto della persona di affermare la propria identità, religiosa o laica che sia. Per questo nei Paesi del Magreb molte delle giovani donne hanno ripreso a portare il niqab per difendere la propria identità insidiata dalla tambureggiante propaganda occidentale che le vorrebbe omologare ai costumi delle nostre donne. In quanto al fatto che il burqa o indumenti similari offenderebbero la «dignità della donna» ci sarebbe molto da discutere se non offenda di più questa dignità l’uso che facciamo noi del suo corpo, esponendo a pezzi e bocconi, come quarti di macelleria, nelle pubblicità, sui giornali, nei film, e l’uso estremamente disinvolto che ne fa la stessa donna occidentale. Gira e rigira si torna, almeno in occidente, al punto di partenza: ognuno è libero di fare ciò che vuole nella misura in cui non nuoce agli altri. Una donna musulmana di indossare il burqua, e una occidentale di sculare in tanga sulle nostre spiagge.
La sola ragione ragionevole per vietare il burqa attiene alla sicurezza, alla possibilità di identificare una persona attraverso il suo volto. Ma allora bisognerebbe proibire anche i caschi da motociclista. Qualcuno afferma che il divieto del burqa è uno strumento per favorire l’integrazione. Ma l’integrazione non si ottiene a botte di divieti, che anzi, di solito, sortiscono l’effetto contrario, di ribellione. E, anche qui, l’integrazione è una possibilità, non un obbligo. Sempre che rispetti le leggi del Paese di cui sono ospite io ho il diritto di preservare intatta la mia identità, le mie tradizioni, i miei costumi senza contaminarli con quelli altrui. Ha detto molto bene, sintetizzando, Antonio Di Pietro: «Il burqa come strumento di costrizione è una gabbia, come libera scelta è un diritto individuale».  www.massimofini.it

……………..

PARIGI  PRONTA  A  VIETARE  IL  BURQA

da “la Stampa” del 26/1/2010

La commissione del Parlamento: «Il velo offende i valori francesi»

PARIGI – La Francia è ad un passo dal vietare il burqa negli uffici e nei trasporti pubblici. La commissione ad hoc istituita dal Parlamento per studiare il fenomeno ha consegnato oggi il suo atteso rapporto, raccomandando di vietare il velo islamico che copre interamente il volto delle donne, negli ospedali, nei trasporti, negli uffici statali e nei dintorni delle scuole. «La dignità della persona e l’uguaglianza assoluta tra l’uomo e la donna» sono valori essenziali della Francia, ha ricordato oggi il presidente Nicolas Sarkozy, da sempre favorevole al divieto. Ed invece il velo integrale, è scritto nel rapporto, «offende i valori della Repubblica», è una pratica «inaccettabile» che minaccia «la dignità della donna».
Per la commissione, che ha avanzato in tutto 18 proposte, bisognerebbe adottare una risoluzione (non giuridicamente vincolante) che «proclami che tutta la Francia dice no al velo integrale e chiede che questa pratica sia proibita sul territorio della Repubblica». Consiglia poi il varo di una «disposizione» che vieti di «dissimulare il viso nei luoghi pubblici». «Le persone – si legge – saranno non soltanto costrette a mostrare il volto all’ingresso degli uffici pubblici, ma anche durante la loro permanenza». Tra le proposte, anche una modifica alla legge sul diritto d’asilo degli stranieri che vieti il permesso di soggiorno a quanti manifestano pratiche religiose estremiste.
Il clima non era disteso oggi in Parlamento, dove la scelta dello strumento giuridico da usare non vede d’accordo la maggioranza e divide anche i socialisti. Alcuni deputati della destra hanno denunciato una «legge a metà». Ma un divieto totale potrebbe porre di fatto dei problemi giuridici: Parigi rischierebbe una censura del Consiglio costituzionale e una condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il rapporto di 200 pagine comunque conclude sei mesi di lavori della commissione presieduta dal deputato comunista Andrè Gerin, ma non chiuderà gli accesi dibattiti e le polemiche su un tema caldo in Francia, dove vivono circa sei milioni di musulmani. La legge non andrà probabilmente in discussione prima delle elezioni regionali di marzo e riguarderebbe solo una minoranza di persone.
Sono meno di 2.000 le donne a portare il velo integrale, burqa o niqab, in tutto il paese. Ma i due terzi dei francesi vorrebbero vederlo abolire ovunque, anche nelle strade. Le tensioni poi restano tante. A dimostrarlo ancora oggi le minacce di cui è stato vittima l’imam della moschea di Drancy, Hassen Chalghoumi, personalità aperta al dialogo interreligioso e favorevole alla legge anti-burqa. Ieri sera un commando di un’ottantina di persone ha fatto irruzione nella sua moschea e gridato insulti e anatemi davanti a 200 fedeli.
I toni del rapporto di oggi restano prudenti. La commissione non si spinge fino a proporre una «legge generale e assoluta». Mancava, spiegano, il consenso «unanime» del gruppo. Certo il divieto gode dell’appoggio del presidente Nicolas Sarkozy che mesi fa lanciò una frase diventata celebre: «Qui il burqa non è benvenuto». Per ribadire la sua posizione, Sarkozy ha scelto di visitare la sezione musulmana del cimitero di guerra Notre-Dame de Lorette: «Non lascerò mai – ha detto – che i cittadini musulmani di Francia siano stigmatizzati».

………….

IO,  CON  IL  BURQA  NELLE  VIE  DI  MILANO

di Zita Dazzi, da “la Repubblica” del 28/1/2010

Girare per Milano dentro a un burqa è come camminare sott’acqua. Per un intero pomeriggio ho passeggiato per il centro della città con addosso il niqab prestato dalla moglie di un imam della moschea di via Quaranta. Nei giorni in cui la Francia si prepara a vietare il burqa, si scopre che anche da noi, vestiti in quel modo non si fa molta strada. Nemmeno in una grande città come Milano.

Non si può prendere un libro in prestito in biblioteca, non si può entrare all’anagrafe comunale. E se ci si avvicina al palazzo di giustizia, scattano tutti i dispositivi di sicurezza. La passeggiata inizia alle 14.30. La prima tappa è la moschea alla periferia sud dove l’ imam Ali Sharif mi procura un abito nero lungo fino ai piedi, col copricapo che usano le donne in tanti paesi islamici. Tessuto sintetico, tre strati di nylon sovrapposti, taglia abbondante e un ricamo floreale marrone sul petto.

La cosa più difficile è capire come indossare il velo, con un cordino da legare dietro alla nuca e una stretta fessura che lascia appena una feritoia per gli occhi. Il tassista a cui chiedo di accompagnarmi in centro non fa una piega: «C’ è qualche collega che magari non l’ avrebbe caricata. Ma io mi fido, ogni tanto mi è capitato di portare donne del suo paese», mi spiega come se tutte le donne velate venissero dallo stesso posto.

Scendo in via Larga, dove si trova la sede centrale dell’ anagrafe. Allo sportello informazioni chiedo dove si rinnova la carta di identità. «Ma lei ce l’ha la residenza?», mi rispondono. Non ho tempo di replicare, perché un commesso mi avvicina con fare deciso: «Lei qui non ci può stare, così vestita». Chiedo spiegazioni. Mi risponde che «queste sono le disposizioni: negli uffici del Comune si entra a volto scoperto e per fare i documenti bisogna farsi identificare e fotografare senza velo». Incasso e mi dirigo verso piazza del Duomo.

Cinque minuti a piedi e sono davanti alla cattedrale. I due vigili che assieme a un militare presidiano l’ingresso di via Santa Radegonda mi squadrano un po’ sorpresi e mi chiedono di aprire la borsa. Poi le porte si aprono. Percorro tutta la navata laterale, incrociando centinaia di persone. Turisti, fedeli. Qualcuno scatta una foto, una signora in pelliccia si ferma davanti a me scuotendo la testa. Ma proseguo la visita indisturbata.

Esco e faccio un giro sul sagrato. Anche qui rimedio qualche foto dei passanti e qualche risata dei ragazzi che siedono sui gradini. Niente di più. Affronto la Galleria, faccio un giro sotto i portici verso corso Vittorio Emanuele. In una gioielleria guardo nelle vetrine orologi e orecchini a pendente. Ma le commesse sembrano non accorgersi della mia presenza, non mi chiedono nemmeno se ho bisogno di qualcosa. Esco e faccio ancora qualche passo.

La gente mi guarda incuriosita, a qualcuno sfugge un sorriso ironico, o di compatimento. Una mamma col passeggino si scosta al mio passaggio. Passo davanti alla biblioteca Sormani in corso di Porta Vittoria. All’ingresso c’ è un addetto molto gentile che si sforza di non sembrare scortese o stupito. Quando gli chiedo come si fa a prendere in prestito un volume, chiama il superiore al telefono. «Può entrare a studiare come e quando vuole. Ma se ha bisogno di consultare uno dei nostri testi o anche solo di andare su Internet dai nostri computer, deve mostrare un documento di identità e farsi identificare». Poi per essere più chiaro: «Voglio dire che deve mostrare il viso, togliere il velo. Se vuole chiamo una addetta donna, per sua riservatezza».

Sono ormai le 16 e spiego che tornerò un’altra volta, senz’altro. Proseguo per la mia strada e arrivo davanti alla grande mole del Tribunale. Mi chiedo quali saranno le disposizioni di sicurezza. Domando a una guardia giurata. Mi indica l’ingresso laterale di via Freguglia. Provare, anche se vedo gli sguardi preoccupati delle persone che incrocio sulle scale. Appena dentro, le guardie all’ingresso si allarmano. Con la massima gentilezza, mi spiegano tutto quel che devo fare. La borsa nella macchina dei raggi X, le tasche da svuotare, il passaggio sotto un altro metal detector. La fibbia della cintura fa suonare l’allarme e quindi vengo sottoposta a un’altra ispezione con lo scanner manuale. «Tutto a posto, signora. Sì, la cancelleria è aperta, ma deve attendere ancora un momento», mi dicono. Li sento comunicare al telefono con qualcuno a cui chiedono: «C’è qui una signora col burqa. Ha fuori solo gli occhi. Che devo fare?».

La donna integralmente velata, anche se parla bene l’italiano e se ha qualche capello biondo che sfugge da sotto il niqab, inquieta. Mi spiegano: «Ci scusi, dobbiamo farla aspettare. Deve parlare con chi ha emesso il “provvedimento”». Dopo circa un quarto d’ora arriva un comandante dei carabinieri, che con tono severo mi apostrofa: «Lei, esattamente, che cosa voleva fare?». Spiego che volevo avere copia di alcuni atti processuali che mi riguardano. Il comandante è lapidario: «Bene. Se vuole quegli atti deve venire un’ altra volta e farsi identificare. Comunque deve venire senza velo. Perché così è come se lei mi chiedesse di accedere agli uffici con un casco integrale in testa». Ringrazio e saluto.

Sulla strada del rientro, entro in una boutique in piazza San Babila a vedere i saldi. Le commesse sembrano non vedermi e giro indisturbata raccogliendo solo qualche sguardo divertito. Ma non ho tempo per gli acquisti. Scendo in metropolitana. Linea rossa fino a Cadorna. Nella ressa dell’ora di punta, nessuno sembra far caso al mio abbigliamento. Anzi, trovo posto a sedere. Propongo di cedere il sedile a una signora anziana, ma lei ringrazia e si allontana.

Quando esco sono davanti alla stazione Nord: un giro lungo i binari. Chiedo dove si acquistano i biglietti del Malpensa Express. Qualcuno ha troppa fretta per fermarsi a rispondere, qualcun altro gentilmente mi indica l’ufficio. Entro ed esco dai negozi, tutti mi guardano e mi rispondono con gentilezza. Così anche sull’autobus 94 con cui raggiungo Sant’Ambrogio.

L’ ultima tappa è al supermercato di via Olona. Entro, giro fra i banconi. Chiedo ad altri clienti dove si trova il latte, dove sono le carote. Non incontro diffidenza. Quasi nemmeno sorpresa, anche se mi trovo in un quartiere storico, uno dei più eleganti di Milano. Quando vado per pagare, la cassiera mi sorride addirittura. Come se le facesse piacere, una volta tanto, vedere qualcosa di diverso. – ZITA DAZZI

………………

FRA LIBERTÀ E SICUREZZA

di Vincenzo Milanesi, da “il Mattino di Padova” del 4/2/2010

Non deve stupire che si sia tornati a parlare, in Francia come in Italia e in tutto il resto del nostro continente, del «burqa» islamico come problema. Due ordini di questioni si mescolano, e conviene tenerli distinti, per non fare pericolose confusioni che avrebbero conseguenze assai gravi. Tanto più in un periodo pre-elettorale, dove confusioni e discriminazioni potrebbero accavallarsi, in nome della ricerca di voti facili.

Un conto, infatti, è ribadire il divieto di portare indumenti che, come il casco integrale o il passamontagna, impediscono il riconoscimento di una persona: è una questione che riguarda la sicurezza di tutti i cittadini, ed è un dovere civico chiedere che non sia mai impedita tale riconoscibilità, per tutela dell’ordine pubblico. Qui si tratta di regolamenti di pubblica sicurezza, e in determinati contesti è difficile negare che la nostra società debba cautelarsi, proprio oggi, a maggior ragione, per cercare di contrastare un terrorismo così aggressivo da rendere giustificabili le procedure che tutti noi vediamo attuate ogni volta che prendiamo un aereo. Ma riteniamo, comprensibilmente, di doverci assoggettare a controlli di vario genere per evitare (o cercare di evitare) il peggio.

Altro discorso è quello che la Francia, ma anche più d’uno qui da noi, apre sul valore simbolico che ha l’usanza di portare un velo anche integrale da parte di donne fedeli alla religione islamica. Su questo piano di discorso, tutto si fa più complesso. E il terreno diventa assai più scivoloso. Certo è che quell’usanza sancisce l’accettazione di una logica di sottomissione della donna: non è una mutilazione fisica, come accade assecondando altre pratiche barbare in uso in culture da cui provengono donne immigrate qui da noi. Ma ripugna al nostro sistema di valori qualunque elemento offenda la dignità della persona umana, tanto più della donna, che anche nella nostra civiltà occidentale ha faticato secoli per ottenere il riconoscimento di una «parità» almeno formale con l’altro sesso.

Qui tocchiamo il punto più delicato del discorso. Siamo sicuri che convenga intervenire con un divieto sancito per legge, con un atteggiamento verrebbe da dire «proibizionistico», in una materia che tocca le coscienze nella loro sfera più intima?

Certo lo Stato deve essere «laico», ma – diciamolo ancora una volta – la laicità è cosa diversa dal laicismo. La tolleranza sul piano religioso si è imposta nella storia europea tra il XVI e XVII secolo come risposta pacificatrice di fronte a guerre sanguinose. E’ nato lo Stato moderno, da quelle guerre. Vogliamo anche oggi altre guerre, meno sanguinose, forse, ma non meno laceranti?

Un divieto rigido, posto con atto normativo, non rischia forse di favorire la crescita di reazioni che rafforzano movimenti fondamentalisti, proprio quelli che pretendono di far diventare dogma quello che tale non è per il credente (o la credente) dell’Islam? C’è invece un grandissimo lavoro da fare sul piano più propriamente culturale, un impegno forte da prendere sul piano del dialogo tra le fedi, per aiutare la religiosità musulmana ad evolvere nella direzione di una lettura del Corano che già ora trova teologi convinti della sua verità, nello spirito del messaggio autentico del Profeta.

Non si tratta dunque di abbassare la guardia per quanto riguarda la sicurezza e l’ordine pubblico, perché tutti i cittadini devono comunque essere tutelati anche con rafforzamenti straordinari di misure ritenute indispensabili. Ma di avere più cautela sul piano culturale prima di sancire condanne, di fronte a scelte della persona (cristiana o musulmana che sia) cui dobbiamo prima di tutto assicurarci, come società, di garantire libertà di coscienza e di scelta, anche rispetto alle loro comunità di riferimento. Senza negare valori davvero universali, nati e sviluppatisi in Occidente, ma non solo. Con una dose supplementare, forse, di umiltà.

……………………..

BURQA

da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Con la parola burqa (arabo: برقع, burqaʿ), alcune volte scritta burka) si indica un capo d’abbigliamento tradizionale delle donne di alcuni paesi di religione islamica, principalmente l’Afghanistan.

Il termine burqa individua due tipi di vestiti diversi: il primo è una sorta di velo fissato sulla testa, che copre l’intera testa permettendo di vedere solamente attraverso una finestrella all’altezza degli occhi e che lascia gli occhi stessi scoperti. L’altra forma, chiamata anche burqa completo o burqa afghano, è un abito, solitamente di colore blu, che copre sia la testa sia il corpo. All’altezza degli occhi può anche essere posta una retina che permette di vedere senza scoprire gli occhi della donna.

Il Burqa è stato introdotto in Afghanistan all’inizio del 1900 durante il regno di Habibullah, che lo impose alle duecento donne del suo harem, in modo tale da non indurre in tentazione gli uomini quando si fossero trovate fuori dalla residenza reale. Divenne così un capo per le donne dei ceti superiori, in modo tale da essere protette dagli sguardi del popolo. Fino agli anni ’50 era prerogativa dei più abbienti ma intanto si diffuse in tutto il paese. Successivamente gli stessi ceti elevati iniziarono a non farne più uso, ma nel frattempo era diventato un capo ambito anche dai ceti poveri. Nel 1961 venne proclamata una legge che ne vietò l’uso alle dipendenti pubbliche. Durante la guerra civile venne instaurato un regime islamico quindi sempre più donne tornarono ad indossarlo fino al divieto assoluto di mostrare il volto a tutte le donne imposto dal successivo regime teocratico dei Talebani.

……………..

LE  DUE  PARIGI

di Bernardo Valli, da “la Repubblica” del 30/12/2009

PARIGI. Da anni, ormai più di trenta, vivo in bilico tra “due France”. Una schiettamente europea, anche se venata da presenze magrebine e subsahariane, e un’ altra di netto stampo multietnico, dove sembra siano rappresentati tutti i colori dell’umanità.

A volte, in questa seconda realtà parigina, che ho quotidianamente sotto gli occhi, ho l’impressione di essere nel mondo di domani. È stimolante. La sua esuberanza provoca una vampata di adrenalina. Al punto che l’ altra, etnicamente (quasi) uniforme, rischia di apparirmi sbiadita. Molti, lo so, dissentono. Quel che penso li scandalizza.

La Francia (l’ Europa in generale) è traumatizzata dall’irruzione di una modernità multiculturale e multietnica. Nessuno l’aveva avvertita, preparata a questo brusco cambiamento dei paesaggi urbani e soprattutto alla violenza (io dico esuberanza) che quel mutamento esercita sulle quotidiane abitudini degli indigeni europei. Tu, mi dicono, sei un indigeno europeo che trasferisce la tua professione di voyeur nella vita di tutti i giorni: osservi, sfiori la nuova realtà, l’ idealizzi, non ti ci immergi, non ne sei prigioniero, non la subisci. Sei un privilegiato perché non senti sulla tua pelle le ferite che essa infligge alle nostre società.

Incasso e resto sulle mie posizioni. So che le collettività dinamiche, quelle che contano, che creano, sono le più aperte e capaci di affrontare le difficili conseguenze. La Francia non si è formata come gli Stati Uniti d’America; è un’ antica nazione, forse seconda per età soltanto alla Cina; ma nel quadro di una forte tradizione nazionale ha assorbito, come gli Stati Uniti, continue immigrazioni. Sono tante le nonne o bisnonne polacche, spagnole, italiane, e adesso non sono poche le famiglie miste, franco-arabe e franco-africane.

Le discriminazioni ufficiali del passato hanno lasciato tracce, come scavano risentimenti le discriminazioni illegali ma reali del presente. Neppure gli immigrati europei sono stati risparmiati. Benché adesso venga ritenuta esemplare l’assimilazione degli italiani è stata lunga e dolorosa. Oggi l’ integrazione economica e sociale è spesso bloccata. E di riflesso quella culturale si complica, perché l’esclusione economica e sociale accentua la già forte coscienza musulmana in cui molti immigrati si trincerano.

Ma il meccanismo dell’integrazione, nonostante i guasti, malgrado la sua inefficienza, non può fermarsi perché la modernità multietnica e multiculturale è inarrestabile. Non c’è una linea di demarcazione tra le due immagini parigine, tra le “due France”, a me familiari.

Ma c’ è un muro invisibile, permeabile, che parte da Place Clichy e arriva a boulevard Barbès, percorrendo Pigalle e boulevard Rochechouart, e che avvolge il quartiere della Goutte-d’ Or. E la Goutte-d’ Or impone un momento di raccoglimento: là sono accampati da più di un secolo gli immigrati di turno. Prima i provinciali dell’Alvernia, della Bretagna, della Savoia, venuti a lavorare nei cantieri della Parigi delle grandi speculazioni edilizie denunciate da Zola e all’origine dell’accumulazione capitalistica e della Francia industriale.

Con un secolo d’ anticipo su calabresi, pugliesi e siciliani nella nostra penisola, alverni (auvergnats), bretoni e savoiardi hanno alimentato l’ emigrazione interna francese. Poi sono arrivati belgi, tedeschi, spagnoli, italiani, polacchi. Più tardi sostituiti da cabili e altri magrebini (algerini, marocchini, tunisini), e da senegalesi, camerunesi, antillesi, che adesso abitano la Goutte-d’ Or.

Un’ edicolante di place Blanche dice che gli «algerini sono gli italiani d’ oggi». Più ti inoltri a Nord, oltre quel muro invisibile, e più hai l’impressione di trovarti a Algeri, a Tunisi, a Duala. Se scendi invece verso l’ Operà Garnier, in direzione della Senna, ti ritrovi nella Parigi di sempre.

Ed io abito su questo versante, a ridosso della frontiera immaginaria, nel Nono arrondissement, battezzato “Nuova Atene” nell’epoca in cui era popolato di scrittori e pittori. Nel quartiere non mancano i “bobos”, i Bourgeois-bohème, come sono chiamati con ironia i borghesi, il cui ritratto social-politico è un mosaico di conformismo e di progressismo, di ecologia e di reminiscenze sessantottarde. I “bobos” votano di preferenza per Cohn-Bendit (Dany il rosso nel maggio ‘ 68) e per l’ ottimo sindaco socialista Delanoë. Anche grazie a loro l’ Hotel de Ville, il municipio della capitale, è di sinistra, mentre l’ Eliseo, il palazzo presidenziale, resta di destra. Di “bobos” se ne incontrano in rue des Abbesses e dintorni. Ossia a Nord del muro immaginario. Sono un’avanguardia non tanto sparuta.

Rue des Abbesses è una delle strade più vive di Parigi. La taglia rue Lepic che sale verso Montmarte. In quell’area, che per me si estende sino a piazza Charles Dullin, dove c’ è il teatro de L’ Atelier, si realizza un’ integrazione ideale. Quello è un punto di incontro tra le “due France”: dove, in particolare nelle sere di fine settimane, le coppie e le comitive sono un’ espressione dei sacri e non sempre rispettati principi della République.

Assiepate attorno al banco della Mascotte, bar ristorante di rue des Abbesses, ci sono coppie che potrebbero essere algero-bordelesi, normanno-marocchine, ivoriano-bretoni, congoparigine, provenzal-senegalesi. E cosi via. Dai colori dei volti si ha l’ impressione che le comitive siano un riassunto della Terra intera. Non manca qualche cinese o vietnamita. Ma se uno vuole trovare la Cina, e immaginarsi a Shanghai, deve andare alla Porte d’Italie, all’altra estremità di Parigi. Lo spettacolo della Mascotte si ripete in tanti altri locali. Può apparire ingenuo, ma è difficile resistere alla tentazione di ricostruire una immagine ideale. Soggettiva ma non per questo irreale.

Circa sette abitanti su cento a Parigi sono stranieri. Ma sono in molti, con sembianze straniere, ad avere cuori e cervelli francesi. E naturalmente ad avere la nazionalità, innestata su un’origine magrebina, africana, asiatica. È spesso un retaggio dell’ epoca coloniale. Le statistiche sono approssimative, poiché è proibito indagare sulla religione e l’ etnia degli individui.

La République è giusta e ambiziosa quando si tratta di principi. Non può essere altrimenti. Per questo la si deve amare, anche quando, nella realtà, la pratica scavalca i suoi sacri principi. Un cisalpino è colto spesso dall’ invidia di fronte a una fermezza tanto razionale e sicura di sé da proseguire imperterrita anche quando è aggirata dalla realtà.

Come altre potenze imperiali, la Francia ha represso e discriminato proponendo al tempo stesso dei valori definiti, con ragione, universali. Ha insegnato ai sudditi coloniali la virtù della ribellione contro l’ingiustizia e ha represso le loro ribellioni contro le ingiustizie coloniali.

Oggi la République, come il resto dell’ Occidente, stenta a garantire l’uguaglianza degli stranieri davanti alle sue leggi e procedure, e la decretata neutralità davanti alle loro origini al momento dell’ ingresso sul territorio nazionale. Nel rispetto della laicità, che impedisce di catalogare i cittadini secondo la loro religione, le giuste leggi repubblicane non consentono di conoscere l’ esatto numero dei musulmani in Francia.

Si calcola che siano tra i cinque e i sei milioni. Forse meno. Gli islamofobi gonfiano le cifre per spaventare l’ opinione pubblica. L’ Islam è infatti “il” problema. Non a caso la forte presenza di musulmani domina di fatto un dibattito “sull’identità nazionale” voluto da Nicolas Sarkozy in persona, e accolto, stando ai sondaggi, da una Francia riluttante. Perplessa. L’ iniziativa accende polemiche che slittano spesso in insulti.

Fioccano le accuse di razzismo. Si sostiene che il dibattito solleciti i sentimenti anti-islamici. Nelle riunioni organizzate dalle autorità spesso prevalgono, in effetti, gli sfoghi xenofobi. Il 12 novembre, a La Chapelleen-Vercors, luogo storico della resistenza anti-nazista, presentando il dibattito sull’ identità nazionale, Nicolas Sarkozy ha messo le mani avanti. Ha detto: «Si è francesi perché non ci si riconosce in una razza e ancor meno in una religione». Ma le sue parole non sono bastate e la polemica continua.

Il tema può apparire obsoleto in un’ Europa che dovrebbe darsi un’ identità europea. Ma quest’ultima lascia indifferenti o è impopolare. Nel migliore dei casi provocherebbe sbadigli. La nazione, fonte di tante tragedie, suscita invece -ancora- brividi, emozioni. Il tema dell’ identità nazionale ricorre spesso nella moderna storia di Francia. Alain Finkielkraut, filosofo “antimoderno”, non è stato il solo a evocare Ernest Renan: lo storico e filosofo che in una conferenza del 1882 respinse l’ idea di una nazione basata sulla razza, perché «la storia umana differisce essenzialmente dalla zoologia».

Renan ha definito la nazione come un principio spirituale, come un’ anima composta di due elementi: prima di tutto un ricco retaggio di ricordi, un’ eredità di gloria e di rimpianti da condividere, e poi il consenso nel presente, il desiderio di continuare la vita in comune.

La Francia di oggi, secondo Finkielkraut, sarebbe il teatro di due crisi: dell’ eredità e del consenso. Per quanto riguarda l’eredità dei ricordi e della gloria, un altro filosofo, il marxista Alain Badiou, ha precisato che lui l’ accoglie, l’ assume, quando si tratta della Rivoluzione francese, della Comune, dell’universalismo del ‘ 700, della Resistenza e del maggio ‘ 68. E non quando si tratta della Restaurazione, dei Versagliesi repressori della Comune, delle dottrine coloniali e razziste, di Pétain o di Sarkozy.

Difficile dunque stabilire un’ eredità comune. Ancora più difficile quando si tratta dei francesi musulmani. Lo storico Benjamin Stora, autore di libri essenziali sull’ Algeria, spiega come i giovani di famiglie di origine algerina, pur sentendosi francesi («in modo evidente, naturale e sicuro»), si pongono la questione delle loro radici. Cercano di ricostruire la storia familiare, collettiva, la genealogia personale. La ricerca incontra e si scontra con la storia coloniale, con la segregazione, con il razzismo subiti dai loro nonni e bisnonni e imposti dalla Francia. Incontra anche l’ Islam. Il quale è parte culturale di quel passato.

Il ricorso alla memoria comune di Renan per definire l’ identità nazionale è fragilizzato dal mosaico etnico e religioso creatosi nel frattempo nel paese. La frantumata storia dei cittadini francesi nel XXI secolo non è il solo intralcio al dibattito voluto dal presidente della Repubblica, e lanciato, diretto da Eric Besson.

Besson è alla testa di un nuovo ministero voluto da Sarkozy: il Ministero dell’ immigrazione, dell’integrazione, dell’identità nazionale e dello sviluppo della solidarietà. Il legame tra identità nazionale e immigrazione stabilito da Sarkozy non potrebbe essere più esplicito. Ufficiale.

Trasferito nel dibattito quel legame provoca reazioni molto severe. In un manifesto firmato da ex primi ministri socialisti (Mauroy, Fabius, Jospin), attori (Isabelle Adjani, Jane Birkin), storici (Le Goff), imprenditori (Pierre Bergé della fondazione Yves Saint Laurent) e tanti altri esponenti della società parigina, si definisce senza mezzi termini “razzista” l’ iniziativa Sarkozy-Besson.

La quale tenderebbe a mettere in discussione la legittimità della presenza sul suolo nazionale di intere categorie della popolazione. Il voto degli svizzeri contro la costruzione di minareti ha attizzato (secondo Jean Daniel, all’ inizio non del tutto contrario all’ iniziativa di Sarkozy) il populismo sciovinista in Francia. Perché ha ricordato che non tanto nascosto nel dibattito sull’ identità nazionale c’ è il problema dell’ Islam: «il fantasma che si aggira in Europa».

Di minareti in Francia ce ne sono una decina. E ci sono circa duemila moschee o sale di preghiera, spesso molto modeste. Quasi un francese su due (il 46 per cento) non vuole che si costruiscano altri minareti. Meno numerosi (40 per cento) sono quelli contrari a un aumento, in generale, dei luoghi di culto musulmani. Ma sono almeno la metà (50 per cento) a non approvare il modo in cui si sviluppa il dibattito sull’identità nazionale.

Anche nel partito del presidente (l’ Ump, Unione per un movimento popolare) c’ è inquietudine per la piega che sta prendendo l’ iniziativa di Sarkozy. Più che perplesso si è dichiarato l’ ex primo ministro Alain Juppé, oggi sindaco di Bordeaux, il quale ha definito «detestabile» tutto ciò che può dividere e contrapporre le comunità. Preoccupano i toni razzisti spesso dominanti nelle riunioni organizzate dai prefetti, mobilitati dal governo. Non sono in pochi a pensare che il dibattito abbia fini elettorali, in vista delle consultazioni regionali di primavera. Sarebbe un modo per sottrarre al partito xenofobo (il Front National) uno dei suoi argomenti preferiti. – BERNARDO VALLI

………………

CAMPANILI  E  MINARETI  –  LA  MALEDIZIONE  DELLE  CAPITALI  DELLA  TOLLERANZA

di Paolo Rumiz, da “la Repubblica” del 25/1/2009

Niente rintocco di campane, niente cupole o bronzei portali. In una strada acciottolata semideserta, sotto la collina di Fatih – il quartiere più islamico di Istanbul – negli angiporti del Corno d’ Oro, nulla tranne una piccola targa svela l’esistenza del patriarcato di Costantinopoli e della sua chiesa di San Giorgio del Fanar, schiacciata dalle moschee dominanti sul pendio. Uno spazio mimetico, quasi catacombale e blindato da mura; gli antipodi della potenza marmorea del Vaticano. è qui che abita Bartolomeo I, il Papa d’ Oriente. Fanar è un “Fort Apache” in legno scuro, una robusta villa nello stile del Mar Nero con balconi a veranda. Vi si parla a bassa voce, non per rispetto ma per timore.

Nella penombra punteggiata di candele la comunità si nasconde, celebra i suoi riti facendo meno rumore possibile. Pope, archimandriti e vescovi nerovestiti fanno indecifrabili inchini attorno al Santissimo e due cori maschili costruiscono infinite litanie su un’unica nota baritonale.

Un canto ripetitivo, martellante, quasi militare, ma sommesso; una pallida ombra del fulgore di Bisanzio, la “seconda Roma”, ma pur sempre antico e solenne più di qualsiasi canto cattolico. Bartolomeo l’ho incontrato così, una sera nel suo studio con vista sul Bosforo. M’aspettava seduto sotto un ritratto di Ataturk, con le prime luci di Uskudar che ammiccavano oltremare e i minareti puntati nel cielo viola. Bastò quel ritratto arcigno e quello sfondo a capire la sua solitudine. Il patriarca era il notaio di un’ estinzione. Nella comunità il libro dei morti si riempiva veloce di nomi, mentre quello dei battesimi era fermo da mesi sulle stesse pagine.

Erano stati mezzo milione i greci della “Polis”: ora si erano ridotti a poche migliaia. Mentre dalla vicina chiesa salmodiante salivano parole come “ouranòs”, “martyron”, “angelon”, “pneumatikos lògos”, il patriarca parlò di speranza e di una nuova epoca di libertà. Narrò commosso di una visita alle chiese di Efeso e Smirne ormai popolate di sole rondini. Raccontò della coabitazione con i turchi, del suo buon rapporto col Gran Muftì e della visita imminente del Papa. Splendeva di mitezza, il sole tramontava, i gabbiani facevano un turbine bianco sulla collina di Pera. Nulla diceva che di lì a pochi mesi un prete italiano sarebbe stato ucciso da un giovane fanatico a Trebisonda.

All’ improvviso, il silenzio fu interrotto da un tuono. Era il muezzin che sparava la sua nenia nella sera. Non era il vecchio richiamo polifonico di voci diverse che si disperdeva nei quartieri, ma un canto superumano trasmesso da mille moschee attraverso un unico comando elettronico. I decibel crescevano di mese in mese, in modo proporzionale all’ influenza islamica negli affari dello Stato. E così da Beyoglu, Eyup, Besiktas e Kadikoy l’ onda sonora invase Istanbul, fece scappare i gabbiani e ammutolì il drappello mormorante dei greci.

Mentre la campana taceva, gli altoparlanti di Allah volevano il cielo tutto per loro. Ai tempi del Sultano la convivenza tra chiese e moschee era basata su regole di ferro. Gli edifici di culto cristiani (come le sinagoghe) dovevano essere “discreti”, ben nascosti da mura e non essere visibili dalla strada; soprattutto non potevano avere campanili e cupole. La cupola – presa dal grande modello greco di Santa Sofia, poi trasformata in moschea – era infatti la massima ostentazione di un potere dominante, quello che gli Ottomani ritenevano di avere ereditato in linea diretta da Giustiniano e, prima di lui, da Costantino, Alessandro il Grande e Salomone. La sottomissione era chiara già allora.

Ma Istanbul rimase a suo modo una Gerusalemme e fino a un secolo fa il popolo cristiano poté mantenere nella capitale dell’ impero radici forti fatte di affari, arti, professioni, industria e preghiera. Oggi è tutto finito: subito oltre il Bosforo, comincia il grande silenzio delle campane. Le chiese sopravvissute alle distruzioni di inizio secolo hanno cominciato a chiudere per mancanza di fedeli. Appena restano vuote, arriva un tecnico del comune con l’incarico di piantarci attorno minareti e convertire il vecchio edificio al nuovo culto.

Sarajevo è un altro punto d’ incontro-scontro di fedi, terrasanta di minareti e campanili in competizione sotto un unico cielo. La conobbi una placida notte d’aprile del 1992. C’era la luna, le montagne erano ancora innevate e il fiume scrosciava nella gola piena di luci, ma proprio allora il conflitto che lacerava la Jugoslavia raggiunse il suo baricentro naturale e le prime raffiche partirono mentre la città si svelava ai miei piedi, favolosa costellazione, cesto di diamanti nell’ antro di Alì Babà. Per un attimo mi parve di volarci sopra, come nella storia del Maestro e Margherita di Bulgakov, e feci appena in tempo a capire la stupenda complessità contro cui stava per accanirsi quella guerra, scatenata da sedicenti cristiani contro un pericolo islamico ancora inesistente.

A Sarajevo era meglio di Gerusalemme e l’ equilibrio tra culture era durato più a lungo che in Turchia. Città ex ottomana anch’ essa, aveva accolto gli ebrei sefarditi in fuga dalle persecuzioni della cattolica Isabella di Spagna, ne aveva assorbito lo humor e la cultura, poi aveva costretto cattolici e ortodossi a convivere tra i minareti, sotto il segno imperiale della Grande Porta. La successiva dominazione austriaca l’ aveva spinta verso Occidente, ma senza intaccare la sua pluralità e la Jugoslavia – prima monarchica poi comunista – aveva ibernato in qualche modo i suoi conflitti latenti. L’ unità miracolosa del luogo si avvertiva da mille cose: la speciale rilassatezza nel conversare al caffè, il sovrapporsi delle campane al canto del muezzin, la modernità disinvolta delle donne dagli antichi nomi arabo-turchi, la presenza di un islam gaudente e tutt’ altro che astemio, simile a quello della vecchia Beirut. Oppure la speciale pignatta dove i cristiani evitavano di cucinare maiale per poter offrire la cena a ebrei o musulmani osservanti.

Non esisteva città europea dove campanili e minareti convivessero più naturalmente. E non esisteva luogo dove fosse più plasticamente visibile la menzogna dello scontro di civiltà, così come lo intendono certi truffatori, autonominatisi paladini delle nostre radici cristiane.

Oggi molto è cambiato in peggio. La ricostruzione non è ancora terminata, mezzo Paese non ha di che mangiare, la corruzione dilaga, ma i soldi abbondano per disseminare il territorio di chiese e moschee nuove senz’ anima. L’Erzegovina, in mano agli ultras di Zagabria, è una linea Maginot di campanili fiammanti pronti a lanciare il segnale di una nuova guerra santa. Intanto, attorno a Mostar e Sarajevo si moltiplicano i minareti “missilistici” di stile medio-orientale, acuminati, freddi come tombe ed estranei alla cultura europea. La guerra bastona la gente, ma premia i “chierici”: ed ecco che le montagne pullulano di santi energumeni, francescani armati, pope da combattimento o imam carichi di odio, pronti a sbranarsi in nome dell’ Altissimo.

Dopo la guerra di Bosnia che ha chiuso il secolo, ho viaggiato a lungo per trovare un luogo di coabitazione simile a Sarajevo, un posto non inghiottito dalla corsa alle fedi militanti. C’ era poco o nulla. In Kosovo la Chiesa di Roma approfittava della sconfitta del cristianesimo d’ Oriente (decine di luoghi santi serbo-ortodossi dati alle fiamme per rappresaglia dopo i massacri del ’99) per soppiantarlo, convertire musulmani albanesi e costruire marmorei campanili estranei alla tradizione del luogo.

Sui monti Rodopi in Bulgaria gli sceicchi rispondevano finanziando moschee in ogni sperduto villaggio della minoranza turca, giocando sul “revival” della fede dopo la stagione dell’ateismo rosso. Solo ad Aleppo avevo trovato uno spiraglio. La città era percorsa da uno scampanio festoso; cortei di bambini attraversavano la strada per la prima comunione; donne velate e ragazze capelli al vento andavano insieme a braccetto all’ ora dello struscio.

Ma soprattutto navate strapiene, più affollate di qualsiasi chiesa italiana, proprio lì tra i minareti, nel cuore della repubblica islamica di Siria. Tra i colonnati tremolanti di fiammelle si levava una preghiera potente come un tuono, e nel rimbombo, nelle facce e nelle pietre c’era una manifestazione tenebrosa del sacro che apriva i chiavistelli di un mistero terribile e portava dritto alla radice abramitica comune. I cristiani si genuflettevano fronte a terra come i musulmani, rammentando agli europei che la prostrazione totale era stata cosa cristiana, atto primordiale più antico dell’ islam.

Se non hai dentro di te nostalgia della Gerusalemme celeste, vano è – specialmente oggi – cercare nella Gerusalemme di pietra una via di fuga dalla demenza dei monoteismi contrapposti. Arrivarci è una cocente delusione. Miagolio nasale di minareti, rintocchi stizzosi di campane, schiamazzo di ebrei alla fine del Sabato, brusio blasfemo di turisti nei luoghi santi, bip di metal-detector all’ingresso del Muro del pianto: la lite condominiale è prima di tutto acustica e genera una cagnara indecente. Il clima è così avvelenato che gli stessi preti cristiani si accapigliano tra loro, persino nel Santo Sepolcro, davanti alla tomba vuota del Dio figlio.

Armeni contro greci, o greci contro se stessi e il loro patriarca. Gerusalemme è una città di pazzi. Solo la notte ti riconcilia col luogo. La grande notte stellata quando tacciono campane e minareti e la collina sembra affacciarsi con le sue luci sul deserto. Allora le mille voci ascoltate nel tuo cammino di ricerca tornano nella memoria. Le litanie in aramaico dei pochi siriaci di Mardin, a picco sulla Mesopotamia. Il commovente salmodiare stonato dei dieci ebrei rimasti ad Antiochia. Il canto sublime di un derviscio cieco in una “tekke” di Istanbul. Il vento sul cimitero di Bistrik, pieno di tombe di guerra, con vista su Sarajevo. Il coro delle russe nella cripta di San Nicola di Bari, imbarco millenario di ogni viaggio in Terrasanta. Solo nel buio, quando dalla valle del Giordano sale profumo di fiori di senape, tutto questo sembra ricomporsi. Nel silenzio del cielo d’Oriente. – PAOLO RUMIZ

Advertisements

2 thoughts on “Il BURQA che sarà vietato in Francia (e da noi?) – La necessaria distinzione tra “costrizione” e “libera scelta” – Città e territori che cambiano, tra campanili e moschee negate… I timori di un’Europa, e dei singoli luoghi che hanno perso una loro identità (ed egemonia) culturale e temono il cosmopolitismo pacifico

  1. Agata Lo Tauro lunedì 8 febbraio 2010 / 8:17

    Interessanti spunti di riflessione, grazie!

    Ho avuto la fortuna di conoscere tante donne appartenenti a differenti religioni ed anche “senza fede”… siamo riuscite a rispettarci e a stimarci reciprocamente… senza alcun problema.

    Il dialogo aiuta?

    Però mi chiedo anche:

    Avete mai sentito parlare di burqa per uomini?

    Avete mai sentito parlare di infibulazione?

    Devo continuare?…

    I problemi delle donne (di fede e non) sono molteplici e di non facile risoluzione, ma la speranza deve essere ultima a morire?

    I guess you know … le percentuali stimano un numero di donne al potere inferiore rispetto agli uomini… “se è vero” sappiamo trovare una risposta?

    All the best,

    Agata

  2. Emigrato lunedì 8 febbraio 2010 / 15:31

    Populismo di Sarkozy. Non spetta certo a una legge di dire come ci si deve vestire! Spetta alla cultura, all’educazione. Meglio una società di suore o una di veline? La donna è una persona e non un oggetto. Si parla di esseri umani e non di beni di consumo o di merci!
    Viviamo in un paese vergognoso: gli immigrati sono merci, sono braccia da pagare il meno possibile quando sono uomini e quando sono donne vanno bene solo se diventano oggetto di piacere?
    In realtà in Francia il burqa è l’oggetto di un dibattito civile, mentre qui esistono personaggi fouri dal tempo che na sparano di tutti i colori e quel che è peggio è che qualcuno li vota!
    Spero che siti come questo sveglino le coscienze. L’importante è parlare, discutere, esercitare lo spirito critico.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...