Iran: quando la politica estera della società civile occidentale potrebbe fare molto per aiutare la democrazia interna e la pace – un paese al bivio tra guerra civile e (impossibile?) apertura democratica; tra scontro con la comunità internazionale e un patto di “non belligeranza” nell’area del Medio Oriente

Una foto dell’italiano Pietro Masturzo sulle proteste in Iran ha vinto il World Press Photo 2010. La foto dell’anno raffigura alcune donne che gridano da un tetto di Teheran, in segno di protesta contro il regime. L’istantanea è stata scattata il 24 gennaio a Teheran (foto ripresa da “il Giornale.it”)

L’Iran è in una situazione da “scacco matto”: quando “il re” non può più muoversi ma nemmeno può star fermo; in entrambi i casi è “sotto il tiro, sotto scacco”. Ma in un contesto da “scacco matto” lo possono essere anche le diplomazie occidentali (e orientali, asiatiche…) che cercano una soluzione pacifica con l’Iran (gli Stati Uniti di Obama, e gli Stati europei per quel che contano…).

Le minacce all’esterno, a Israele, al mondo intero (ora in particolare anche all’Italia) danno l’impressione di essere usate dalle autorità iraniane più “per finalità interne” che altro; di controllo della popolazione dissidente, stanca di quel regime: lo stato latente di guerra internazionale (contro tutti, o quasi) rende meno evidente e più gestibile la situazione interna di grave instabilità, dove appunto sempre più persone chiedono democrazia e libertà, e diritti che lo stato teocratico non vuol dare (perché se concedesse le libertà essenziali si troverebbe lui stesso a soccombere, a dover sparire).

E così incombe la minaccia nucleare verso l’esterno (Israele in primis) con la possibile costruzione della bomba atomica; e la repressione (e censura dell’informazione) all’interno per sopprimere la rivolta di sempre più ampi ceti sociali (a partire dai giovani che subiscono usi e costumi aprioristici ed autoritari).

Folla “pro-regime” per il discorso di Ahmadinejad dell’11 febbraio scorso (il regime ha portato in piazza i suoi sostenitori) - In quella data l'Iran ha festeggiato il 31° anniversario della Rivoluzione islamica. L'Onda verde degli oppositori ha messo in atto manifestazioni di dissenso: le milizie Basiji hanno risposto con spari e lanci di lacrimogeni. Ci sarebbero stati tre morti e decine di feriti

L’anniversario dello scorso 11 febbraio del trentunesimo anno di “rivoluzione” ha rischiato di trasformarsi per le autorità iraniane in un boomerang: nella mega manifestazione di piazza in celebrazione della caduta nel 1979 dello Scià di Persia e il ritorno dell’ayatollah Khomeini nella città santa per la religione islamica di Qom, ci sono state intrusioni di dissenso (subito censurate dalla televisione iraniana), e si sono rinfocolate nel paese le proteste dell’opposizione rappresentata (in mancanza di un leader vero e proprio) da un movimento diffuso chiamato “l’Onda Verde”, che appunto rappresenta questa ampia sofferenza di tanta parte della popolazione iraniana verso i divieti del regime nei confronti di ogni libertà fondamentale.

La comunità internazione cerca di rispondere e “condizionare” il regime iraniano con l’approvazione (tra poco) di sanzioni economiche (volute in particolare dagli Stati Uniti, e per questo è stato cercato l’appoggio della Cina, paese filo-iraniano). Vi diamo conto qui di seguito della situazione del momento, degli scambi e opzioni offerte alla Cina per avere il placet alle sanzioni contro l’Iran.

Ma vorremmo sottolineare che, ci pare, la diplomazia internazionale e la situazione di multipotere creatasi in questi anni (cioè nessuna nazione è egemone sul piano internazionale, e l’ONU non conta molto), in questo contesto di mancanza di “governance mondiale”, di governo mondiale tanto auspicato da molti (anche da noi), sarebbe necessario che tutte le forme di “società civile” cercassero, nei modi loro possibili e per le loro competenze, di “intervenire virtuosamente” per aiutare quella società iraniana che “cerca libertà e diritti fondamentali”; che vuole aprirsi al mondo e non vuol vivere in un paese oscurato di tutto e fuori dal contesto che, bene o male, questo secolo ci fa vivere.

Enti locali, scuole e università, associazioni religiose, sportive, culturali… di sostegno di studenti iraniani… di aiuto a donne e uomini che hanno bisogno di avere una “comunicazione” all’esterno del paese… gemellaggi con istituzioni e associazioni iraniane che in qualche modo sono critiche nei confronti del regime… incentivazioni di reti tecnologiche-informatiche per stabilire contatti certi ed avere notizie di quel che accadde….. aiuto ed estensione del diritto d’asilo (e sostegno economico) a tutti quelli iraniani che ora sono fuori dal paese e non vorrebbero rientrare… (già molti diplomatici in giro per il mondo hanno chiesto asilo politico)… dialogo e sostegno alle parti più moderate del regime…. ebbene tutte queste iniziative ed altre, aiuterebbero il consolidarsi di un processo di cambiamento e di superamento della logica autoritaria antidemocratica del governo iraniano, e delle minacce che esso rivolge al mondo intero. Perché non “provare” a concretizzare idee?

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A  TEHERAN  LA  VERA  BOMBA  E’  LA  VOGLIA  DI  LIBERTA’

da “Avvenire” del 12/2/2010, di Luigi Geninazzi

– L’Occidente guardi alla società civile iraniana –

L’onda verde torna a dilagare in Iran e non c’è bomba atomica che la possa fermare. «Siamo ormai una nazione nucleare, in grado di produrre uranio altamente arricchito», esulta Ahmadinejad nel giorno della festa nazionale, legando le conquiste di oggi con la Rivoluzione islamica di ieri. È un messaggio a uso interno che rilancia la sfida con la comunità internazionale per compattare la società iraniana attorno al regime teocratico, facendo leva sull’orgoglio identitario del grande Paese sciita.
Prima ancora che una terribile minaccia nei confronti d’Israele, dell’Europa e degli Stati Uniti, l’atomica nelle mani degli ayatollah è un’arma di ricatto verso il popolo iraniano. E lo è soprattutto nei confronti del movimento d’opposizione: quanto più s’inasprisce la polemica coi nemici esterni tanto più sarà facile accusare di tradimento e di connivenza con le potenze straniere chiunque scenda in piazza a protestare contro il regime.
Ebbene, il ricatto non ha funzionato, l’onda verde (il colore dell’islam divenuto simbolo dell’opposizione) non accenna a rifluire. Otto mesi dopo la massiccia mobilitazione contro i brogli che avevano portato alla rielezione del presidente Ahmadinejad, due mesi dopo le proteste scoppiate nella festività dell’Ashura, ieri molti iraniani sono tornati in piazza per gridare la loro voglia di libertà contro un regime totalitario e oppressivo.
Ancora una volta hanno sfidato a mani nude le forze di polizia e gli sgherri del potere, i terribili miliziani “basiji”. Hanno affrontato a viso aperto la micidiale macchina repressiva che era stata preannunciata alla vigilia. Nonostante il bavaglio imposto ai giornalisti e la rigida censura calata su Internet, le notizie circolate su Twitter ed i video su Youtube testimoniano, sia pure nella loro frammentarietà, il coraggio indomito di decine di migliaia d’iraniani, le intimidazioni e le aggressioni nei confronti dei leader riformisti e la violenza messa in atto dal regime che avrebbe provocato almeno tre morti e numerosi feriti.
L’Iran è sempre più una dittatura, con le prigioni stipate di dissidenti (4 mila dal giugno scorso cui si è aggiunto un altro migliaio dall’inizio di quest’anno), con processi farsa, torture e condanne a morte (le ultime impiccagioni risalgono a pochi giorni fa), e con il terrore che diventa pratica quotidiana. Una dittatura tanto più odiosa quanto più usa il pugno di ferro in nome di Dio. Ad essere contestato non è più solo il presidente Ahmadinejad ma lo stesso leader supremo Khamenei, il garante del sistema teocratico che si è appiattito sullo schieramento ultra-conservatore.
È dentro questa drammatica partita tra il regime e la società che va colllocata la questione del nucleare iraniano. Per costringere Teheran a fermare la corsa all’atomica le potenze occidentali stanno pensando all’inasprimento delle sanzioni, un’arma che si è rivelata spesso a doppio taglio, colpendo la popolazione invece che il potere. Ma quel che davvero può sconfiggere i “mullah atomici” non sono le sanzioni (e ancor meno una sciagurata azione militare) bensì la forza disarmata dei movimenti d’opposizione.

Più che il regime degli ayatollah l’occidente dovrebbe assumere come interlocutore la società civile iraniana, schierandosi apertamente con il movimento dal basso che sta scuotendo le fondamenta del regime. Teniamolo presente: è questa voglia di libertà la vera bomba a tempo che si porta dentro l’Iran. (Luigi Geninazzi)

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ADOTTIAMO  UN  IRANIANO

da “La Stampa” del 12/2/2010, di Lucia Annunziata

Raramente il nostro ipertrofico ego occidentale è più umiliato che in giorni come questi – mentre migliaia di persone in queste stesse ore sono sotto attacco in Iran per affermare quel valore supremo che diciamo di avere come nostra bandiera di civiltà, la Libertà. Noi non sappiamo fare altro che stare a guardare e prendere atto della nostra impotenza.
Noi che abbiamo addirittura teorizzato in decine di occasioni che la libertà va esportata anche sulla bocca dei cannoni, noi che chiediamo l’esame di «diritti civili» a paesi membri che vogliano entrare in Europa, noi che ci vantiamo di poter dettare le regole, monetarie e politiche, a tutto il mondo, di fronte all’Iran taciamo. Da almeno nove mesi – cioè da quanto dura la presente ondata di protesta «verde» nella Repubblica Iraniana – siamo precipitati in una balbettante confusione non tanto su «cosa fare», ma (addirittura!) su «se fare qualcosa».
Sfociando nel paradosso che, mentre nulla facciamo, ci scervelliamo sul livello di durezza che potremmo sfoggiare con l’Iran: mettere le sanzioni, chiudere i depositi bancari all’estero, montare una operazione di intelligence, scatenare una guerra cibernetica, o magari una guerra vera e propria. Se mi si permette di parafrasare una recente frase del segretario di Stato americano Hillary Clinton, questa sì che pare la discussione da bar nel dopo partita.
È tempo forse, invece, di riporsi la domanda, l’unica: davvero non si può fare nulla per la rivolta popolare verde o, anche solo, per le violazioni dei diritti umani in Iran? Davvero dobbiamo limitarci a registrare l’elenco di arresti e di impiccagioni che viene annunciato quotidianamente da Teheran? Tra l’oggi, il qui e ora, e una guerra totale, davvero non si può fare nulla?
Uno dei metri di misura della difficoltà in cui ci si trova sull’Iran è che chiunque pone questa domanda, pure ovvia, fa la figura dello scemo – tale e tanta è la superfetazione politologica del processo decisionale.
Si fa la figura dello scemo perché subito ti viene fatto notare, nell’ordine: 1) che l’Iran è troppo potente per poter essere attaccata militarmente, per cui inutile minacciare, o provocare; 2) ci sono troppi interessi industriali intrecciati fra noi e l’Iran per cui non possiamo davvero fare una politica di sanzioni efficace senza nuocere anche a noi stessi; 3) che la peculiare natura islamico-teocratica del governo di Teheran rende impossibile a noi occidentali intervenire senza fomentare una reazione religiosa ancora più severa e dunque in definitiva più dannosa per gli stessi oppositori.
Tutto vero. Ma tutto questo non prende in considerazione che quello che succede in Iran cammina sui piedi di milioni di persone e che sta camminando ormai da mesi, senza fermarsi. Questo movimento dunque va visto come la variabile che svela in fondo la rigidità di tutte le nostre analisi. Se tale movimento c’è e sfida carcere e morte per tanto tempo, forse c’è in Iran qualcosa che non rientra nelle perfette equazioni della nostra politologia. Forse c’è un vero tallone d’Achille, come credo, nella forza monocratica della Repubblica Islamica. Se questo fosse vero, anche il discorso politico potrebbe cambiare.
Certo, gli Stati debbono essere cauti. Le nazioni fanno bene a garantire affari e trattati internazionali. Ma un movimento di persone chiama intanto la solidarietà di altre persone. Mentre gli Stati discutono e decidono, forse qualcosa possiamo fare noi – «noi» intesi nel modo più ampio: comuni cittadini, informazione, imprenditori singoli, o politici che si vogliono impegnare, o comunità del diritto.
Il più semplice degli aiuti che possiamo dare all’onda «verde» ci viene offerto intanto dalla cronaca. Teheran non vuole testimoni: non ha voluto ieri, per la festa islamica, giornalisti stranieri, e si appresta a non volere Google. Google che già negli ultimi mesi ha sperimentato molte interruzioni, anche se il governo sostiene che sono solo difficoltà tecniche.
La battaglia per impedire la chiusura di Google va fatta in Iran, come in Cina: perché questo è il nuovo luogo di difesa dei diritti umani. Ed è una battaglia che si può fare con efficacia e senza danni al business tradizionale, perché su Internet si muove una potenza economica e finanziaria che nulla ha a che fare con la vecchia economia, e che serve agli Stati molto più di una censura alla comunicazione individuale di un qualsiasi dissidente.
Una volta c’era nelle scuole l’incoraggiamento a crearsi degli «amici di penna», alunni di altri Paesi con cui ci si scriveva per «conoscere altri mondi». Sarebbe forse così impossibile oggi adottare un amico di e-mail per ogni cittadino iraniano che ha bisogno di farci sapere qualcosa?
Ci dicono le voci che arrivano da dentro l’Iran che il movimento verde è a una svolta, che nessuno sa più con certezza se, a fronte di queste repressioni di massa, ci sia più lo spirito o la convinzione per continuare. C’è già chi vuole fermarsi, e chi radicalizzarsi. In ogni caso a noi tocca non lasciare solo nessuno davanti agli attacchi e alle violazioni delle ragioni individuali. (Lucia Annunziata)

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anniversario della Rivoluzione islamica. oscurato il servizio gmail

IRAN,  L’ONDA  VERDE  TORNA  IN  PIAZZA

Dal Corriere.it del 11/2/2010
Twitter: «Uccisi 3 manifestanti» – Aggrediti Karrubi e Khatami, tra i fermati la nipote di Khomeini. Ahmadinejad: «Obama asservito a Israele»

TEHERAN – L’Iran festeggia il trentunesimo anniversario della rivoluzione islamica e gli oppositori tornano in piazza. Come si temeva le manifestazioni si sono presto trasformate in scontri, a causa della massiccia mobilitazione di poliziotti e miliziani Basiji, che hanno sparato in aria e sulla folla. Sarebbero tre i manifestanti uccisi: la notizia circola su alcuni blog e su Twitter ed è stata riferita in diretta alla radio Epersian da un ascoltatore. I morti sarebbero Leyla Zarei, una donna di 27 anni uccisa da un colpo d’arma da fuoco sulla piazza Vali Asr a Teheran, una persona non identificata nel quartiere di Shararak-e Gharb nella capitale, e un’altra a Shiraz. Sui blog c’è anche il nome del presunto assassino di Leila Zarei: Raheem Rezaei, un Basiji. Nessun organo ufficiale ha confermato la notizia.

CONDANNA DELLA CASA BIANCA – Dopo le notizie delle violenze la Casa Bianca è intervenuta in serata per sostenere il diritto universale degli iraniani di esprimersi liberamente in modo pacifico «senza dover subire intimidazioni e violenze». In più Washington ha fatto sapere di non credere alle dichiarazioni dei leader di Teheran in materia di arricchimento dell’Uranio: «sono più basate sulla politica che sulla fisica». La Casa Bianca ha poi rivelato che l’Iran ha «staccato la spina» a Google e ad altri media. Il portavoce Robert Gibbs ha detto che l’Iran ha attuato «un blocco praticamente totale dell’informazione» riguardo alle manifestazioni di protesta avvenute in occasione dell’anniversario della repubblica islamica. Gibbs ha detto che le azioni dell’Iran hanno portato il mondo ad essere ancora più unito, su come reagire alle azioni di Teheran, di quanto lo sia stato negli ultimi anni.

SASSI CONTRO IL CARCERE – L’Onda verde dei contestatori a Teheran è scesa in piazza per la prima volta dopo la repressione del 27 dicembre (almeno otto morti) e a otto mesi dall’inizio delle proteste seguite alla rielezione di Ahmadinejad, culminate con l’impiccagione di due persone a fine gennaio. Contro i manifestanti, scesi in strada a decine di migliaia fin dalle prime ore del mattino nel centro di Teheran (guarda), sono stati lanciati lacrimogeni e sparati dei colpi. I feriti sarebbero diverse decine. Un video pubblicato su YouTube mostra i dimostranti dell’opposizione mentre intonano «Morte al dittatore» e lanciano sassi contro le forze di sicurezza schierate di fronte al carcere di Evin a Teheran. Molti dimostranti hanno il volto coperto dalle sciarpe, verdi simbolo del movimento di protesta, alcuni sono armati con mazzafionde. Si sentono grida e dei colpi, forse collegati al lancio di lacrimogeni da parte della polizia. Il carcere è diventato un simbolo dell’opposizione: lì è imprigionata gran parte dei detenuti politici. In un altro video si vede un gruppo di manifestanti che abbatte un poster dell’ayatollah Ali Khamenei e poi lo calpesta.

SCONTRI CON LA POLIZIA – Un altro gruppo si è diretto verso il palazzo della tv di Stato: anche lì, come in molte altre parti della capitale, testimoni riferiscono di duri scontri con le forze dell’ordine. Alcuni giovani dimostranti hanno fermato un autobus carico di miliziani e dopo aver fatto scendere le persone a bordo hanno incendiato il mezzo. È successo in via Arya-Shahr, dove sono in corso duri scontri. Ai giornalisti stranieri non è consentito seguire i cortei, dunque anche in questa occasione tutte le notizie arrivano dalle testimonianze pubblicate su internet. Gli oppositori sono scesi in piazza anche nelle città di Isfahan, Mashhad, Ahwaz e Shiraz. Qui, come a Teheran, le forze di sicurezza sparano proiettili di vernice per identificare i dimostranti.

AGGREDITI KARRUBI E KHATAMI – Il leader riformista Mehdi Karrubi e l’ex presidente Mohammad Khatami sono stati aggrediti dalle forze di sicurezza mentre si apprestavano a prendere parte alle celebrazioni. Karrubi è rimasto ferito alla testa: «La sua auto è stata attaccata dalle forze di sicurezza e dai Basiji, i vetri infranti» riferisce il sito Parleman News. L’episodio è avvenuto in Ashrafi Esfahani Street, ci sarebbe stato un confronto fisico tra le guardie del corpo del leader riformista e gli aggressori. «Karrubi è in buone condizioni, ma è stato costretto a salire su un’altra auto e lasciare la manifestazione» aggiunge il sito. Anche Khatami è stato costretto ad allontanarsi da piazza Azadi, quando i miliziani hanno gridato slogan contro di lui. Inoltre, secondo fonti dell’opposizione, sono stati fermati il figlio di Karrubi, Ali, il fratello di Khatami Mohammad Reza (ex vice presidente riformista del Parlamento) e sua moglie Zahra Eshraqi, nipote dell’ayatollah Khomeini. Gli ultimi due sono stati rilasciati poco dopo ma le forze di sicurezza hanno impedito loro di unirsi ai manifestanti.

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IRAN, TEMPO SCADUTO

di Emanuele Ottolenghi, da “il Riformista” del 12/2/2010

Il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, ha annunciato l’11 febbraio, durante le celebrazioni per il trentunesimo anniversario della rivoluzione islamica, che l’Iran è uno Stato nucleare e che i suoi scienziati sono in grado di arricchire l’uranio fino all’80 per cento, ma che non lo fanno perché l’Iran non desidera avvalersi della bomba atomica.

È un’affermazione che, fatta due giorni dopo l’annuncio che l’Iran arricchirà da solo l’uranio di cui già dispone per il suo reattore di ricerca invece che inviarlo all’estero come previsto nell’offerta fatta all’Iran dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, getta benzina sul fuoco.
Certo, l’Iran ha spesso fatto simili proclami in passato. Spesso la retorica è più un riflesso delle intenzioni che dei traguardi raggiunti. Ciò nonostante, è evidente che il dossier nucleare ha raggiunto un punto critico. Se l’Iran dimostrasse di essere effettivamente in grado di arricchire l’uranio di cui attualmente dispone fino ai livelli necessari per il suo reattore di ricerca (19,75 per cento), il significato è chiaro: è solo una questione di tempo e volontà politica, ma l’Iran può produrre uranio per armi atomiche. Gli esperti del tema sono abbastanza concordi nell’affermare che una volta completato il processo di arricchimento dell’uranio attuale ai livelli richiesti per uso medico dal reattore di ricerca di Teheran (tra un anno circa) ci vorrebbero ancora tra i sei e i dodici mesi per produrre uranio altamente arricchito. Se l’Iran dunque decidesse di procedere ricorrendo alle riserve dichiarate di uranio di cui attualmente dispone (circa due tonnellate arricchite al 3,5 per cento), potrebbe trasformarle in materiale fissile per ordigni nucleari entro due anni.
C’è tuttavia da dubitare che l’Iran ricorra veramente alle sue riserve dichiarate per produrre materiale fissile per un ordigno a causa del fatto che un simile passo verrebbe rapidamente individuato dagli ispettori dell’Aiea e costerebbe caro all’Iran sia politicamente che diplomaticamente – l’arricchimento a livelli militari comporterebbe una chiara violazione del Trattato di non proliferazione e produrrebbe dure conseguenze per il regime. È più probabile che l’Iran segua una strada diversa invece – un’ipotesi suffragata da rivelazioni avvenute negli ultimi tre anni riguardo al programma nucleare iraniano. Appare più plausibile che l’Iran usi le attività nucleari che sono controllate dall’Aiea a scopo di ricerca e per mandare dei messaggi politici. La parte del programma nucleare noto al mondo insomma servirebbe agli scienziati per apprendere e perfezionare il ciclo del combustibile nucleare necessario per poter produrre armi atomiche e permetterebbe al regime di segnalare agli osservatori internazionali i progressi fatti nella sua marcia verso le armi atomiche. La parte che procede in clandestinità invece serve al regime, lontano dai riflettori dell’opinione internazionale e le telecamere dell’Aiea, a perseguire i propri fini di arricchimento a livelli militari e di produzione di armi atomiche.
La National Intelligence Estimate americana del 2007 aveva dopotutto rivelato l’esistenza di un programma di arricchimento clandestino parallelo. Tale inquietante aspetto è stato recentemente confermato dalla scoperta di una centrale per l’arricchimento dell’uranio vicino alla città santa di Qom. La centrale di Fordow, svelata al mondo in una drammatica conferenza stampa congiunta dal presidente americano Barack Obama, quello francese Nicholas Sarkozy e il primo ministro inglese Gordon Brown, è troppo piccola per scopi civili ma ben si presta a scopi militari e, se le centrifughe funzionano bene, potrebbe produrre uranio altamente arricchito per una bomba atomica entro un anno, partendo da uranio naturale e senza quindi bisogno di ricorrere a quello già arricchito ma inventoriato sotto il controllo dell’Aiea.
In altre parole, una centrale come quella scoperta vicino a Qom – e non si può escludere a priori che non ve ne siano altre in Iran – permetterebbe all’Iran di arricchire abbastanza uranio da costruire una bomba atomica all’anno mentre le attività monitorate permetterebbero all’Iran di far sapere al mondo di essere in grado di costruirla.
Non siamo in grado insomma di dare una valutazione precisa sui tempi della bomba atomica iraniana ma è chiaro che le dichiarazioni di Ahmadinejad di ieri, se si rivelassero esatte, avrebbero gravi conseguenze strategiche per la regione perché gli avversari dell’Iran presumeranno che l’Iran sia già una potenza nucleare prima ancora di un possible futuro test di un ordigno a partire dal momento in cui l’Iran annuncerà la sua capacità tecnologica di arricchire. La conseguenza operativa di tutto questo è che, se la comunità internazionale vuole fermare l’Iran ed evitare un attacco militare contro le sue istallazioni nucleari, deve agire subito in maniera robusta, energica e concertata. Altri mesi di ritardi a spaccare capelli e cercar peli nell’uovo della politica delle sanzioni produrranno amare sorprese e dopo otto anni di ritardi è ora che la comunità internazionale ritrovi la volontà politica di fermare l’Iran.

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L’arricchimento dell’uranio per un “uso civile” (cioè per la costruzione di un reattore di ricerca medica) è stato “offerto” all’Iran dall’Agenzia Internazione per l’energia atomica (sotto l’egida dell’ONU): questo per evitare il reale pericolo che l’Iran venga invece ad usare l’uranio arricchito, autoproducendoselo, per costruirsi la bomba atomica (questa situazione di minaccia viene continuamente paventata dalle autorità iraniane, e i timori della comunità internazionale sono evidenti)

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SANZIONI  ALL’IRAN: PECHINO  NON  CI  CREDE

di Francesco Sisci, da “la Stampa” del 12/2/2010

Qualche anno fa l’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl a una cena riservata a Pechino con un altissimo funzionario cinese sollevò la questione di sanzioni contro la Corea del Nord che allora, tanto per cambiare, si sottraeva ai colloqui sul disarmo nucleare.
L’ospite cinese allargò le braccia: «Per indurre qualcuno a spogliarsi cosa è meglio fare: abbassare la temperatura e strappargli i vestiti di dosso? Oppure aumentare la temperatura fin quando, per il troppo caldo, non si spoglia da solo?». Secondo il cinese usare le sanzioni era come abbassare la temperatura e spogliare qualcuno: avrebbe provocato solo resistenza e fatica per tutti.
In questa storia c’è tutto il profondo, filosofico, scetticismo cinese verso l’uso di sanzioni, anche contro l’Iran oggi. Non si tratta solo di una teoria, secondo Pechino, ma di esperienza. La Corea del Nord, da decenni in isolamento politico ed economico, non è cambiata e anzi si è arroccata sempre di più. La Cina viceversa, accolta economicamente e politicamente nel consesso internazionale, si è trasformata profondamente.
È con questo scetticismo profondo che la Cina si appresta a votare per le sanzioni dell’Onu contro l’Iran, in sostanza solo per fare un favore all’America di Barack Obama alla ricerca di un qualche successo diplomatico da mostrare. Ci sono certamente anche spinte economiche forti: la Cina è un grande investitore nella Repubblica islamica ed è il singolo maggiore acquirente di gas iraniano. Ma anche questo impegno economico è stato dettato insieme da un calcolo di convenienza e da opportunità politica: rompere l’isolamento iraniano secondo Pechino aiuta al cambiamento del regime.
Le dichiarazioni bellicose di Teheran sul nucleare sono certo una provocazione verso gli Stati Uniti, i quali non possono che replicare. E la Cina non può sottrarsi, specie se vuole abbassare l’attuale febbre di nervosismo bilaterale con gli Usa. In queste ore Pechino è estremamente guardinga a rivelare le sue mosse e le sue intenzioni riguardo al voto sulle sanzioni. Però sembra probabile che alla fine voterà a favore, cercando di attenuarne al massimo l’impatto effettivo. Ma se aderisce (in fondo per fare un favore all’America), questo voto diventerà moneta di scambio politico con Washington.
La trattativa in queste ore sarebbe dunque in questi termini: cosa l’America è disposta a dare alla Cina in cambio della «vendita» delle sanzioni? Per alcuni americani questa Cina che mercanteggia sulle sanzioni è traditrice due volte: perché è amica dell’Iran e perché mette in vendita questa amicizia. Per la Cina invece si tratta di dover fare, in omaggio agli Usa, qualcosa di irragionevole e inutile se non dannoso. Allora, visto che lo si deve fare, almeno che gli Usa paghino un prezzo. Quindi il voto sulle sanzioni contro l’Iran diventa una moneta di scambio geopolitica in cambio di concessioni, per esempio sulle armi a Taiwan o sul Dalai Lama.
Le questioni profonde, le differenze filosofiche nell’approccio politico generale verso nazioni che non condividono la nostra visione politica, restano sullo sfondo, intatte. Ciò anche perché esistono diverse urgenze tra America e Cina. Gli Usa, incalzati anche da Israele, temono il sostegno iraniano ai vari movimenti insurrezionali sciiti del Medio Oriente, e il cambiamento degli equilibri strategici che il nucleare iraniano porterebbe nella regione. La Cina invece non ha sposato la causa di nessuno nell’area, e anzi vede la presenza Usa come un altro errore dell’America, che interviene in prima persona là dove sarebbe opportuno limitarsi al più efficiente principio del «dividere e comandare».

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Cina e Iran, due spine nel fianco di Barack ObamaUSA-CINA, SCONTRO SUL DALAI LAMA PIU’ VICINE LE SANZIONI ALL’IRANdi Anna Guiata, da “il Messaggero” del 13/2/2010

Diplomazia al lavoro per limare le tensioni delle ultime settimane Usa-Cina – scontro sul Dalai Lama – più vicine le sanzioni all`Iran – Pechino: no all`incontro col leader tibelano – La Casa Bianca: verrà il 18

A uno sguardo d`insieme, i rapporti fra Cina e Stati Uniti sono più che mai gelidi, e questo fa temere che gli Stati Uniti non otterranno un voto unanime a favore delle sanzioni contro l`Iran al Consiglio di Sicurezza dell`Onu, dove Pechino ha diritto di veto.   La decisione di Barack Obama di ricevere il Dalai Lama alla Casa Bianca giovedì 18 febbraio e l`annuncio due settimane fa di una cospicua vendita di armi a Taiwan sembrano confermare quello che i cinesi lamentano, e cioè che Obama stia dando sostegno alle due province che Pechino giudica ribelli: Tibet e Taiwan. Il Dalai Lama, che Obam a ha invitato nonostante le vivaci pro teste di Pechino, è infatti considerato dai cinesi un “separatista”, mentre l`isola di Taiwan è ancora definita una provincia ribelle. Se a ciò si aggiunge che Obama ha aperto varie dispute commerciali con la Cina, si comprende la tendenza narrativa abbracciata in questi giorni da quasi tutti i media:    Pechino e Washington sono ai ferri corti, e quindi sarà bene dire addio all`idea che si trovi l`unanimità su nuove sanzioni contro l`Iran. Con i rapporti sino-americani al- 1 la deriva è improbabile che la Cina dia il suo benestare, anche se il governo di Teheran sembra più che mai intenzionato a rifiutare le aperture di Obama, e continua a sfidare il mondo sia con la,corsa al nucleare che con la repressione sistematica del dissenso.Negli ambienti diplomatici si fa notare tuttavia un segnale in controtendenza, e cioè che il segretario di Stato Hillary Clinton non ha rinunciato al suo viaggio nel Golfo Persico. Dopo che il marito Bill si era sentito male, giovedì sera, era sembrato che la signora lo avrebbe cancellato. Il fatto che invece lo mantenga è significativo.

La signora Clinton sta infatti andando a discutere con alcuni Stati del Golfo per ottenerne la promessa di vendere alla Cina a prezzi concorrenziali il petrolio di cui Pechino avesse bisogno, nel caso le venisse a mancare quello iraniano.    La Cina dipende dall`Iran per i suoi giganteschi rifornimenti energetici. E solo solenni promesse dell`Arabia Saudita e `del Qatar, riguardo rifornimenti a prezzi di favore, potrebbero alleviarne i timori, e convincerla a non porre il veto.

Se dunque c`è del gelo fra Pechino e Washington, dietro le quinte le due potenze continuano a dialogare come sempre.    Pechino protesta per la vendita di armi a Taiwan, come fa con regolarità sin dal 1979, quando gli Stati Uniti hanno cominciato a cedere all`isola ogni genere di armamenti.

E protesta per la visita del Dalai Lama come fa sempre quando viene ricevuto alla Casa Bianca. Per evitare scontri eccessivi, anche questa volta tuttavia il leader del Tibet entrerà nella sala dei mappamondi anziché nello Studio Ovale, dove si ricevono i leader in visita ufficiale.

Resta da vedere se Hillary convincerà Pechino che questi disaccordi sono superficiali e che ai cinesi conviene comunque votare insieme al resto del mondo al Consiglio di Sicurezza e bloccare le aspirazioni nucleari iraniane. In realtà nessuno a Washington si aspetta che di colpo la Cina tronchi i suoi fruttuosi rapporti con l`Iran per fare contento Obama. Ma nel mezzo dei messaggi di protesta fatti pervenire per la visita del Dalai Lama, ieri ne è arrivato uno di `tono diverso:

Pechino ha dato il benestare a che la portaerei Usa Nimitz faccia una fermata nel porto di Hong Kong. Non solo: ci sarà una festa a bordo, e moltipolitici cinesi vi parteciperanno. E` un segnale piccolo, è vero, ma è bene ricordare che nel 2007, furiosa perché George Bush aveva ammodernato i missili Patriot di Taiwan, Pechino rifiutò a due cacciamine americani l`ingresso a Hong Kong nonostante ci fosse una tempesta.

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QUANDO  IL  MONDO  SOTTOVALUTO’  KHOMEINI

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 11/2/2010

Teheran, 1979: gli ultimi giorni dello Scià e il ritorno degli ayatollah Le febbrili trattative per salvare gli ostaggi nell’ambasciata Usa e la tragica scelta di fare irruzione Ecco i retroscena nelle carte segrete ritrovate da “Repubblica” a Londra negli archivi del Foreign Office

LONDRA. Come era tetra la città santa di Qom durante quell’inverno del 1979. Ryszard Kapuscinski, il giornalista polacco che era nella Città santa per incontrare Khomeini si domandava come facesse quest’uomo a meditare sul futuro dell’Iran in un panorama così piatto e inquietante. Eppure proprio qui, in una modesta casa nei pressi del Mausoleo dedicato alla Splendente Fatima Masumeh, l’11 febbraio di quell’anno è stata resa pubblica la fine di una epoca, di 2.500 anni di monarchia: nasceva la Repubblica islamica iraniana dopo appena undici giorni dal ritorno di Khomeini dal suo esilio.

Anche quella mattina quando Khomeini scese all’aeroporto di Mehrabad, il cielo della capitale era grigio e il volto dell’ayatollah era come sempre accigliato come quello di una sfinge che non prova alcuna emozione. Poche parole nella sala dell’aeroporto: «Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità», e poi si era chiuso nella macchina che lo portava a Qom. La sentenza era rivolta a Shapur Bakhtiar, l’ultimo primo ministro scelto dallo Scià prima di lasciare il paese e morire sei mesi più tardi di cancro nel suo esilio al Cairo.

Era difficile raggiungere Mehrabad: un oceano fatto di milioni di teste impediva il passaggio. Donne con il chador, ragazze con i capelli al vento, giovani barbuti e altri con i capelli lunghi e uno specie di eskimo persiano: tutti osannavano l’imam, ma già gli sguardi dei barbuti evitavano quelli dei giovani coll’eskimo e le ragazze senza velo: si cominciava a distinguere khodi da nakhodi, noi da loro.

Era lui, l’ayatollah Khomeini, il nuovo padre-padrone e i giorni che seguirono il suo ritorno a Qom sono serviti a elaborare la strategia post-rivoluzionaria insieme ai sui più stretti collaboratori, tra cui Abol Hassan Bani Sadr, il primo presidente della Repubblica islamica, ma anche una delle prime vittime della guerra fratricida che cominciò da lì a pochi mesi. E fu in una spoglia stanza della casa della figlia dell’Imam a Qom che fu chiamato Mehdi Bazorgan, un vecchio ingegnere galantuomo, a formare il nuovo governo, mentre i grandi ayatollah preparavano la Costituzione del loro Stato teocratico.

L’emblema della disfatta dell’ancien regime è stata consumata invece a mezzogiorno del 9 febbraio a pochi passi della Piazza Majlis. Come nei giorni precedenti passava un ennesimo corteo di dimostranti con i ritratti di Khomeini. Nella parte opposta c’erano i militari, ancora nelle loro uniformi dell’esercito imperiale. Uno degli ufficiali stacca i gradi dalle spalline e li butta per terra. Lo seguono altri ufficiali. Poi i soldati depongono a terra le armi e quando il corteo raggiunge i soldati qualche ufficiale ha gli occhi lucidi. Grida: «Viva Agha Khomeini, viva l’imam, morte allo scià». Nella edizione serale di Ettelleat ci sono grandi titoli sull’ammutinamento di intere caserme e sulla abdicazione dell’esercito a favore del potere rivoluzionario.

Intanto Teheran, come Isfahan, Shiraz, Mash-had, Tabriz, viveva il suo straordinario caos e delirio rivoluzionario. Nelle edicole erano comparse decine e decine di nuove testate, qualcuna portava persino il simbolo della falce e martello in un cerchio rosso. Si erano aperte anche le porte delle carceri e c’era una febbrile caccia ai torturatori della Savak, la polizia politica dello Scià. Sorprendevano anche i dibattiti della televisione, con Bani Sadr che con fare professorale parlava della dialettica hegeliana e del senso della concordia nell’islam e poco dopo compariva sullo schermo l’Ayatollah Khalkhali, noto come il Robespierre iraniano, a rendere conto del lavoro dei tribunali rivoluzionari e del numero dei “Taghuti”, dei dignitari della monarchia, condannati a morte.

Ma è all’ombra della cupola del Mausoleo della Splendida Fatima che si preparava il grande tranello che condizionerà per sempre quel giovane, delirante e gioioso potere politico che aveva sostituito la dittatura dello Scià: il clero sciita conservatore, su raccomandazione dello stesso Khomeini, introduceva un articolo insidioso nella nuova Costituzione: Velayat-e-Faghh, il diritto di veto riservato al Leader supremo. Il 90 per cento degli iraniani ha votato la Costituzione, ignorando la vera portata di quell’articolo.

Anche perché nessuno allora dubitava dell’amato imam. Non sono bastati nemmeno i moniti di qualche ayatollah lungimirante, come l’ayatollah Shariat Madari che criticò quell’articolo e disse che avrebbe dato luogo a una nuova dittatura. In quelle convulse giornate nessuno pensava anche a Ali Khamenei a Mahmud Ahmadinejad.

C’è stato bisogno dell’isolamento internazionale in seguito alla presa degli ostaggi americani, gli otto anni di guerra contro l’Iraq e i morti di questi ultimi mesi per capire cosa si era preparato in quei giorni nel grigio di Qom, ma era ormai troppo tardi. «Ci sono stati contatti tra le Sas e Fort Bragg, su loro iniziativa , proponendo che due membri delle Sas visitino Washington per dare consigli su piani contingenti per una possibile operazione militare connessa all’occupazione dell’ambasciata americana in Iran».

Classificato “segreto”, trasmesso il 6 novembre 1979, il telegramma di Lord Carrington, all’epoca ministro degli Esteri britannico, chiede con preoccupazione al suo ambasciatore a Washington di chiarire se la richiesta fatta partire da Fort Bragg, sede del comando supremo Usa, per ottenere l’assistenza delle Sas, l’unità di élite delle forze armate del Regno Unito, ha effettivamente l’autorizzazione della Casa Bianca; o se è un segno del caos che regna supremo nell’amministrazione americana di Jimmy Carter.

Un’ambasciata sotto attacco, i pasdaran della rivoluzione islamica che gridano “morte” al nemico, la diplomazia in allarme, i commandos che studiano soluzioni di forza. Sono fatti di trent’anni or sono, ma è possibile equivocare con quanto sta accadendo oggi a Teheran: perché tra l’Iran e l’Occidente sembra destino che la storia si ripeta. La prima volta finì in tragedia, la seconda non è chiaro come andrà.

Ma c’è un filo che annoda tre decenni di tempestose relazioni, tre decenni che hanno cambiato il mondo, inserendo una nuova minaccia, quella dell’estremismo e del terrorismo islamico, al posto della guerra fredda: e la costante, come indicano i documenti inediti consultati da Repubblica negli archivi di Kew Gardens a Londra, è la difficoltà dell’America e dei suoi alleati nel comprendere le mosse dell’Iran, la grande nazione persiana, diventata variabile impazzita, destabilizzante, dello scacchiere internazionale.

La rivoluzione khomeinista era figlia di un’altra era, il tempo in cui le superpotenze tracciavano i confini degli Stati vassalli con un righello sulla carta geografica, facendo o disfacendo regimi a proprio piacimento. Preoccupati da possibili simpatie tedesche dell’Iran, Gran Bretagna, America e Russia avevano manovrato per ottenere l’abdicazione dello scià Reza in favore del figlio Reza Pahlevi durante la seconda guerra mondiale. Quindi, nel 1953, la Cia orchestra il golpe che fa cadere il popolare premier iraniano Mossadegh, colpevole agli occhi di Washington per le nazionalizzazioni petrolifere: sempre lì si torna in Medio Oriente, all’oro nero e ai giganteschi interessi che vi ruotano attorno.

Nel frattempo è iniziata la guerra fredda tra Usa e Urss. Reza Pahlevi si rivela sempre più un autocrate, ma per Washigton è «uno dei nostri», un dittatore amico, così viene data mano libera a lui e alla Savak, la sua feroce polizia politica. L’Occidente non capisce le dimensioni del crescente dissenso in Iran, o lo ignora. Nel 1978 iniziano le dimostrazioni di protesta. Nel gennaio 1979, malato di cancro, lo Scià parte per gli Stati Uniti, dove sarebbe morto. Pochi giorni dopo, l’ayatollah Khomeini, esiliato a Parigi, torna trionfalmente in patria. L’11 febbraio cade la dinastia del trono del pavone, travolta da una protesta che accomuna radicali islamici, nazionalisti e marxisti. E a novembre, mentre cominciava a manifestarsi una nuova autocrazia, quella degli ayatollah, studenti islamici occupano l’ambasciata americana di Teheran, prendendo oltre 50 diplomatici americani in ostaggio. Il presidente Carter prova a negoziare, usa pressioni e sanzioni, infine ordina un’azione militare per liberarli, fallendo miseramente. L’Iran gli costa la presidenza: nel 1980, con gli ostaggi ancora prigionieri, non è rieletto, battuto da Reagan.

Al Foreign Office, il ministero degli Esteri britannico, il 13 giugno ’79 un’analisi riservata descrive tre scenari: lo Scià abdica e lascia il potere al figlio; lo Scià viene assassinato e anche il figlio è incapacitato; un colpo di Stato instaura un nuovo regime, «di destra o di sinistra». Pochi giorni dopo, un telegramma dall’ambasciata britannica di Teheran esclude «che i contadini possano giocare un importante ruolo politico» in un’eventuale ribellione islamica. Il 19 settembre, l’ambasciatore Parsons è ricevuto a palazzo reale: «Sono rimasto scioccato dall’aspetto e dalle maniere dello Scià», riporta ai suoi superiori. «Sembra esausto, privo di spirito». La situazione peggiora di giorno in giorno, ma a Londra si temporeggia. «Non dovremmo dare per scontato che lo Scià sia finito», conclude un rapporto diplomatico il 20 dicembre. «Non ha ancora tentato la carta di una dura repressione militare. Sarebbe politicamente spiacevole per noi, ma può funzionare, molti potrebbero preferire uno spietato esercizio del potere al caos».

Gli americani sono, se possibile, ancora più confusi. Il 6 settembre del ’78, l’ambasciata britannica a Washington riferisce su un briefing della Cia: «Lo Scià ha più chance di trovare un modus vivendi con l’opposizione di sinistra che con gli estremisti islamici. Una sua riconciliazione con i religiosi richiederebbe tempo e potrebbe non essercene abbastanza. La chiave della stabilità è l’esercito. Finora è stato efficace nel mantenere l’ordine, ma potrebbe non esserlo se alle truppe fosse chiesto di sparare sui dimostranti». Il 22 dicembre Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, confida a un diplomatico britannico che «lo Scià dovrebbe instaurare un completo regime militare, quello che è in gioco è troppo importante per ulteriore indecisione». Brzezinski, un “falco” nella Casa Bianca di Carter, chiede se Londra sosterrebbe una dittatura militare a Teheran, ma poi ammette che nell’amministrazione c’è chi, come il segretario di Stato Vance, una “colomba”, preferisce altre soluzioni.

Quindi la situazione precipita: lo Scià fugge, Khomeini sta per tornare a Teheran. Ed ecco, in un memoriale segreto del 20 gennaio 1979, lo spettro che annebbia il giudizio degli americani: l’amministrazione Usa informa Londra che Khomeini «era ed è soprattutto un leader islamico, non uno strumento dei comunisti. A Parigi ha avuto contatti con l’opposizione iraniana comunista, ma niente di sistematico o di sinistro». È lo spauracchio di Washington: un complotto comunista, con dietro l’Urss, per spostare l’Iran nella casella degli alleati di Mosca. La Casa Bianca non vede che il “pericolo rosso” è al tramonto e che se ne profila un altro, di cui l’ayatollah sarà l’ispiratore.

Ecco un altro scambio di messaggi fra Londra e Washington, nel novembre ’79, dopo la presa dell’ambasciata americana a Teheran. Lord Carrington vuole sapere se la Casa Bianca ha autorizzato Fort Bragg a chiedere l’aiuto dei commandos delle Sas per organizzare un’operazione militare per la liberazione degli ostaggi. «Siamo stupefatti che Fort Bragg abbia fatto una richiesta simile senza consultare la parte politica», è la risposta del dipartimento di Stato Usa. «Vi siamo grati per avere portato la questione alla nostra attenzione.

L’opinione della Casa Bianca è che ogni azione di questo tipo sarebbe la cosa peggiore che possiamo fare». L’anno seguente, disperato, Carter ordina l’azione militare ed è un disastro. Ma il punto è un altro: il telegramma dei suoi diplomatici rivela un’amministrazione americana divisa e incerta, in cui i militari non parlano con i politici e prendono addirittura iniziative per conto proprio. In questo modo la grande superpotenza affrontava la crisi iraniana, e in questo modo la perse. Speriamo che da allora abbia imparato qualcosa, per la nuova sfida posta da Teheran. (Enrico Franceschini)

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