Il ritorno al NUCLEARE: dove costruire le centrali? – Le grandi manovre su dove collocare le centrali nucleari: il Veneto al primo posto (il Polesine, tra centrale a carbone e sito nucleare) – I tentativi di coinvolgimento di Stati vicini “deboli” (Slovenia, Albania…) e lo sviluppo di grandi elettrodotti internazionali

La centrale nucleare di Krsko in Slovenia (al confine con la Croazia e a 130 chilometri da Trieste). Il Friuli propone (per evitare un possibile sito nucleare nell’area di Monfalcone) di entrare nel progetto di raddoppio di questa centrale

A leggere i vari dettagli dell’iter procedurale previsto dal decreto governativo approvato il 10 febbraio scorso per la selezione dei siti nucleari e dei depositi di stoccaggio delle scorie (ve ne diamo qui di seguito conto anche con articoli e riflessioni giuridiche o politiche di blog e studiosi filonuclearisti), vengono dei dubbi che alla fine si arriverà a qualcosa di concreto (cioè la costruzione, come pare si voglia, di almeno 3 o 4 centrali nucleari che dovrebbero immettere energia nella rete elettrica dal 2020). Dubbi sull’iter giuridico, per niente qui finito; partendo comunque da un fatto nuovo che, di per sè, avvierà il procedimento in forma certa e sicura sul luogo, sul “posto” (sul sito) dove costruire la centrale, con tanto di progetto, costi e tempi di realizzazione. Cioè stiamo parlando del fatto che c’è la scelta di lasciare al mercato (cioè agli operatori privati) l’individuazione-proposta dei siti. L’Agenzia per la sicurezza (organo medico-scientifico di controllo che si sta creando e che dovrebbe avere un’autonomia dalla politica e dal mondo economico, una specie di garante della salute dei cittadini, dell’ambiente, dei territori…), infatti, emanerà delle linee guida che consentiranno di definire le condizioni ostative (cioè di impedimento) alla creazione di un impianto. Spetterà però a chi è materialmente interessato a investire nell’atomo – in primis la cordata Enel/Edf (l’Enel francese), e a seguire altre eventuali cordate concorrenti – di trovare un sito appropriato e presentare un progetto alla roulette autorizzativa. Pertanto non  sarà più, come si fa di solito, lo Stato che individua i siti e li assegna tramite gara, ma lo Stato con la sua normativa dovrà “affrontare” le richieste di privati (se ci saranno, magari dall’estero, perché difficile considerare l’Enel ente privato…), venendo ad inserire le richieste del privato nel processo di pianificazione di impiego dell’energia nucleare che lo stesso Stato (il Governo, la maggioranza politica che lo vuole..) sta dotando l’Italia. E non si capisce bene fino a che punto poteri di veto delle Regioni interessate dal sito possano bloccare, o rallentare, o dar via libera, all’opera (cioè alla costruzione della centrale nucleare; scelta definitiva almeno per 70 anni).

A noi pare che la cosa non è per niente facile; è assai ingarbugliata. E che sembra una scommessa al tavolo da gioco: si può perdere tutto, cioè non se ne fa niente, ci si ferma in mezzo ai tanti ingranaggi; oppure (magari con l’ “aiuto” di “emergenze nazionali”: l’improvvisa mancanza di energia, o la paura che ciò stia per accadere….. si riesce a portare in porto il progetto nuclearista.

E, da un punto di vista geografico, e di strategia energetica, di “territori confacenti” (dove non predominano le mafie, liberi da popolazione, con tanta acqua, non sismici…) appare chiaro che la prima centrale atomica non potrà che essere prevista nel Nordest e predestinato a riceverla potrebbe essere il Polesine…, pur in un contesto attuale (preelettorale) dove tutti i candidati presidenti di Regione assicurano che non ci saranno centrali atomiche in futuro nel proprio territorio…

siti possibili per 4 centrali nucleari (secondo i Verdi) (da "il Gazzettino")

E’ da chiedersi se val la pena concentrare l’attenzione della politica energetica del paese, e le “emozioni” collettive (con scontri dialettici, dati e controdati, manifestazioni e convegni contro e a favore…), nei prossimi mesi ed anni, su tale tema, il nucleare, per un apporto energetico in ogni caso non superiore al 20% del fabbisogno. Oppure se si poteva (si può) e voleva (si vuole) dare vita con convinzione a una stagione nuova di grande rivoluzione e sviluppo delle energie rinnovabili, pulite e diffuse.

Nel contesto delle scelte energetiche di queste settimane c’è poi da segnalare un fatto strano: si sta pensando di andare a costruire le centrali in paesi vicini, “deboli”, che accetterebbero di farsene carico per conto dell’Italia: la Slovenia con il raddoppio della centrale di Krsko (al confine con la Croazia e a 130 chilometri da Trieste) proposto dal presidente della Regione Friuli Renzo Tondo; e Berlusconi che nell’incontro con il leader albanese Berisha dice chiaramente che l’Italia potrebbe investire in Albania in centrali nucleari, e il leader di quel paese si mostra più che disponibile. Il tutto surrogato dalla rete di grandi elettrodotti che “Terna” (la società nata da una costola dell’Enel per il trasporto dell’elettricità) sta progettando e costruendo per portare la corrente elettrica a grandi distanze (con sprechi enormi di dispersione e con problemi territoriali di inquinamento elettromagnetico non indifferenti….). E quell’idea della politica delle scelte a  “chilometro zero” per l’alimentazione ma anche per l’energia, dov’è finita?

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CORSA  AL  NUCLEARE:  CANTIERI  APERTI  DAL  2013

Il governo approva i criteri per selezionare siti e depositi di scorie
di Barbara Corrao, da “il Gazzettino” del 11/2/2010

Arriva il decreto per la selezione dei siti nucleari e dei depositi di stoccaggio delle scorie. Il consiglio dei ministri lo ha approvato in via definitiva insieme ad un decreto che semplifica le autorizzazioni per la geotermia. È un tassello importante nella strategia di rientro dell’Italia nel nucleare che dovrebbe portare alle «prime richieste di impianti entro fine anno», ha confermato il ministro dello Sviluppo Claudio Scajola, con l’inizio lavori nel 2013 e, nel 2020, alla prima centrale in rete.
Il decreto fissa i criteri (vicinanza al mare e corsi d’acqua, distanza dalla popolazione, caratteristiche geologiche e sismiche) per la selezione prima delle macro-aree e poi dei siti su cui impiantare le centrali, il deposito nazionale per le scorie e il parco tecnologico con i suoi centri di ricerca; stabilisce le procedure per il rilascio delle autorizzazioni, il complesso iter che investe anche Regioni e Comuni. Infine, tiene conto delle compensazioni economiche ai territori che ospitano gli impianti. Il consiglio dei ministri ha accolto la richiesta del Consiglio di Stato e dell’Anci di un maggior coinvolgimento dei Comuni: entreranno nella procedura per la certificazione dei siti e nel Comitato che viene istituito in caso di mancato accordo sulla localizzazione degli impianti.
Manca ancora all’appello lo statuto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare, ma non dovrebbe tardare. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha restituito al Ministero dello Sviluppo il testo con alcune modifiche (in particolare sugli stanziamenti per l’Agenzia) che passano ora al vaglio degli altri due ministri interessati (Renato Brunetta e Stefania Prestigiacomo). Per il presidente, sembra sfumata la candidatura di Umberto Veronesi e si fa il nome di Umberto Tirelli, anche lui oncologo e professore.
Per il ministro Scajola «il provvedimento si caratterizza per due aspetti: la trasparenza e il rispetto assoluto della sicurezza delle persone e dell’ambiente». Il ministro Prestigiacomo afferma a sua volta che nel decreto sono stati inseriti «tutti gli strumenti di protezione del territorio» e Fulvio Conti (Enel) sottolinea che i due decreti approvati «testimoniano come sia sbagliato contrapporre nucleare e fonti rinnovabili».
Ma l’opposizione passa all’attacco e non si riesce a convocare la Conferenza Stato-Regioni. Per il sindaco di Torino e presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino «si tratta di un provvedimento da restituire al mittente» perché scarica «su Regioni, enti locali e aziende la scelta dei siti». Alla vigilia delle elezioni di marzo, escludono le proprie Regioni dai siti papabili anche gli esponenti del centrodestra. Il governatore Roberto Formigoni si dice nuclearista ma aggiunge: «In Lombardia siamo vicini all’autosufficienza quindi non c’è bisogno di centrali in questo momento».
E Luca Zaia, che ha votato il decreto in consiglio dei ministri ed è candidato presidente in Veneto, dichiara «da non tecnico» di vedere «molto difficile» una centrale nucleare nella regione.

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Diamo qui di seguito corso a un articolo di un blog molto serio e scientifico giuridicamente. “diario del web.it”, favorevole alla scelta nucleare, ma che con molta attenzione e onestà rileva le difficoltà procedurali cui va incontro il decreto appena approvato, per una scelta, quella del “ritorno al nucleare” molto vissuta con paura e dubbi dalla comunità nazionale (ndr geograficamente):

L’ITER PER L’INDIVIDUAZIONE DELLE CENTRALI, DAL 10 FEBBRAIO IN POI

Da: http://www.diariodelweb.it/ :

Il Consiglio dei Ministri ha approvato (il 10 febbraio scorso, ndr) in via definitiva il decreto legislativo sul nucleare. Il testo finale è stato corretto per recepire alcune osservazioni rivolte dalle commissioni parlamentari competenti e dal Consiglio di Stato. Qualche miglioramento, nessuna rivoluzione.

Nella strategia nucleare, il documento programmatico che il Governo adotterà entro tre mesi dall’entrata in vigore del decreto, sarà affrontato anche il tema dell’affidabilità dell’energia nucleare, in termini di sicurezza nucleare ambientale e degli impianti, di eventuale impatto sulla radioprotezione della popolazione e nei confronti dei rischi di proliferazione; questione che richiede l’approfondimento del legislatore e regole certe per garantire la tutela di interessi di alto rango quali l’ambiente e la salute.

Per il resto, l’elaborazione della strategia nucleare rimane un momento confuso, adottata prima della sua sottoposizione alla Valutazione ambientale strategica (di norma effettuata prima dell’approvazione di un piano o di un programma) e in difficile sintonia con i principi dell’autonomia privata e dell’indipendenza tecnica dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare, che dovrà attendere la fissazione degli obiettivi della politica nucleare da parte del Governo per potersi dedicare alla predisposizione dei parametri tecnici utili all’individuazione delle aree idonee ad ospitare gli impianti nucleari.

Permane poi la ridondanza di un procedimento, quello che porta a stabilire i criteri da seguire per selezionare i siti nucleari, sottoposto a consultazione pubblica due volte in un periodo di tempo ravvicinato: una prima volta, con la sottoposizione dello schema preliminare dei parametri al parere delle regioni, degli enti locali e delle associazioni; una seconda volta, nell’ambito della Valutazione ambientale strategica, congiuntamente al documento programmatico del governo.

I procedimenti di certificazione dei siti e di autorizzazione sono stati corretti con la definizione dei termini per lo svolgimento di alcuni adempimenti del governo, come ad esempio l’adozione del decreto che stabilirà i requisiti soggettivi degli operatori interessati ad investire nel nucleare, ma l’iter si conferma lungo (sull’ordine dei 3 anni) e burrascoso; anzi, la sequela di intese e atti di assenso richiesti si arricchisce con la previsione di un parere che il comune interessato dovrà rivolgere alla Regione prima che questa si esprima sulla certificazione del sito rilasciata dall’Agenzia per la sicurezza nucleare.

Quanto, infine, all’incognita rappresentata dallo smantellamento delle centrali, i cui costi erano lasciati alla discrezionalità della Sogin, si è cercato di correggere il tiro prevedendo l’intervento mediatore di un organismo terzo. Ci dovrebbe, quindi, esser spazio per una negoziazione tra l’operatore su ricade il costo del decommissioning e la società pubblica preposta alla medesima attività. Non è però precisato quale soggetto potrà svolgere la funzione di mediazione, né di che strumenti potrà disporre. La delicatezza del tema è stata quindi percepita: per quanto destinato a verificarsi in un futuro lontano, il costo delle attività di disattivazione e smantellamento è una variabile non trascurabile nel calcolo che l’operatore deve operare per definire le proprie strategie di investimento e una disciplina fumosa non aiuta a dare certezza al quadro che si sta delineando. Sul punto non ha avuto seguito l’osservazione del Consiglio di Stato, che avanzava dubbi sull’opportunità di riservare oggi ad una singola società pubblica attività da espletarsi tra 60-70 anni, quando nessun visionario può dirci esisterà lo stesso soggetto nella medesima forma societaria.

La nota positiva è che la delega nucleare del luglio 2009 è stata esercitata per tempo; anzi, in anticipo di cinque giorni. Cosa non scontata, date le difficoltà che incontra l’approvazione dello Statuto dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare e la sua istituzione. Altro passaggio chiave, che in teoria dovrebbe consumarsi entro il 15 febbraio, è l’adozione della delibera del CIPE che precisi le tipologie di impianto che potranno essere realizzate sul territorio nazionale. Solo con l’emanazione di questo provvedimento e la costituzione dell’Agenzia, sarà completato il puzzle normativo-istituzionale con cui prenderà avvio la partita del nucleare. (Diego Menegon)

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Produzione in deficit senza Porto Tolle – Il saldo negativo supera i 17mila Gwh: siamo all’ultimo posto in Italia

FAME  DI  ENERGIA:  IL  VENETO  AL  TOP (LA  META’  E’  IMPORTATA)

di Giuseppe Pietrobelli – da “il Gazzettino” del 12/2/2010

Nella grande sete di energia dell’Italia, il Veneto ha un posto in prima fila. Anzi, occupa il primo posto tra le regioni che hanno un saldo negativo tra l’energia elettrica prodotta e quella consumata per mandare avanti aziende, coltivare i campi, consentire al terziario e alle nostre case di funzionare.

Il dato è preciso, inequivocabile, anche se non esaurisce il dibattito (nucleare sì, nucleare no) sull’autosufficienza dell’energia del Veneto, nel cuore del Nord Est che senza approvvigionamento non può continuare a produrre. E consente di confutare alcune affermazioni che in della campagna elettorale per le Regionali si sentono da parte dei candidati.
Nel giorno in cui il governo ha dato il via libera al nucleare, una presa di posizione è venuta da Luca Zaia, ministro leghista e candidato presidente per il centrodestra, che ha messo uno stop all’ipotesi di individuare un sito nella nostra regione: «Il Veneto oggi ha un bilancio energetico positivo, cioè produce più di quello che consuma». E anche Giuseppe Bortolussi, per il centrosinistra è contrario al nucleare. Mentre il governatore uscente Galan aveva puntato sul rigassificatore, sulla riconversione della centrale in Polesine e aveva lasciata aperta la via al nucleare.
Ma davvero il Veneto è autosufficiente? Parrebbe di no leggendo le statistiche di Terna, la società che si occupa della rete elettrica ed è in possesso dei dati più attendibili sui consumi e sulle produzioni di energia in Italia. Naturalmente i colossi dell’energia sono interessati a vedere espandere le strutture.
NON SOLO ELETTRICITÀ. L’elettricità non assorbe tutto il calcolo energetico, che è composto anche dai consumi del traffico. In effetti le analisi dell’Enea (che non sono mai attualizzate come quelle di Terna, che legge i contatori elettrici) risalenti ad alcuni anni fa fissano il consumo totale del Veneto a 12.5 milioni di Teg (tonnellate equivalenti di petrolio), pari al 10 per cento del consumo nazionale. All’interno di questo enorme fabbisogno, la bilancia dell’energia elettrica vede il Veneto in grave sofferenza.
ITALIA IN DEFICIT. Tutta l’Italia ha un deficit di energia elettrica pari a 40 mila gigawatt/ora (GWh). La potenza di un gigawatt equivale a un miliardo di watt. Il consumo totale ha superato nel 2008 i 314 mila GWh, così suddiviso: 5.669 GWh per l’agricoltura, 151.366 per l’industria, 89.149 per il terziario, 68.388 GWh per uso domestico. La produzione lorda di 319 mila GWh è garantita da 2.191 impianti idroelettrici, 1.151 impianti termoelettrici, 242 eolici e 32.018 fotovoltaici. Ma se la si depura al netto, calcolando i valori di perdita, l’energia elettrica richiesta in Italia è di 339 mila GWh, con la necessità di importare 40.034 GWh.
VENETO IMPORTATORE. Come si può vedere dalla tabella di questa pagina, il Veneto è il primo importatore di energia tra le regioni italiane Precede la Lombardia, il Lazio, la Campania, e di quei 40 mila GWh ne acquisisce la bellezza di 17.268,9. Vediamo i dati. Gli impianti idroelettrici in regione sono 193, gli impianti termoelettrici 137, quelli eolici 3 e i fotovoltaici 3.052. L’energia elettrica richiesta è di 33.594,5 GWh. Ma la produzione lorda è arrivata nel 2008 a 17.267 GWh (netta 16.326 GWh). Il saldo negativo di 17.268,9 GWh è pari al 51.4 per cento del fabbisogno. Per questo il Veneto ha importato dall’estero 1.358 GWh e dalle altre regioni italiane 15.910 GWh.
IL NODO PORTO TOLLE. Analizzando la produzione di energia elettrica, si può verificare come fino al 1986 fosse insufficiente. Con l’avvio della centrale di Porto Tolle (potenza di 2.640 Mwatt) si è determinata fino al 2000-2001 l’autosufficienza del Veneto. Poi la centrale ha ridotto l’utilizzo, si è adattata alle nuove norme anti-emissioni e ha visto andare fuori uso uno dei quattro gruppi. È per questo che il Veneto ha visto crescere la differenza tra ciò che produceva e ciò di cui aveva bisogno. Il risultato è in quelle cifre che dimostrano come la regione sia dipendente per la metà dei bisogni in quanto a energia elettrica. Ma la politica considera anche altri fattori, come l’aiuto all’approvvigionamento energetico dato al sistema Italia. (Giuseppe Pietrobelli)

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LE STIME DI TERNA

«Senza nuovi impianti lo sbilanciamento continuerà a crescere»

di Giuseppe Pietroblelli, da “il Gazzettino” del 12/11/2010

Terna, ovvero la società per azioni Rete Elettrica Nazionale, è il principale proprietario della rete dell’energia elettrica ad alta tensione, nonchè il responsabile della trasmissione dell’energia sul territorio nazionale. Le analisi relative al 2008 di Terna prevedono che lo sbilanciamento del Veneto sia destinato a confermarsi, se non ad aggravarsi, se non entrano in funzione nuovi impianti. E anche se i consumi si stanno contraendo, il punto di equilibrio è lontano.
Visto che il gap si è determinato a causa della contrazione produttiva della centrale di Polesine Camerini, è inevitabile pensare che la soluzione potrebbe venire da lì. Quando i politici parlano di autosufficienza del Veneto, che potrebbe così evitare il nucleare, probabilmente pensano a questa situazione. Con la riconversione a carbone pulito, si calcola una produzione annua pari a 12-13 mila GWh. Gli esperti dell’energia italiana la considerano comunque insufficiente e stimano in almeno cinque anni il tempo per ultimare i lavori, che hanno però attirato già l’attenzione della Procura di Rovigo, ovvero del procuratore Curtarello e del sostituto Fasolato.
Gli ambientalisti sono però fieramente contrari, visto che puntano su fonti di energia rinnovabile. Davide Sabadin di Legambiente Veneto: «La domanda di energia elettrica si è fermata. Siamo contrari al carbone a Porto Tolle anche perchè la zona è già gravata dal passaggio del rigassificatore. Il paradosso è che il gas viene mandato in giro per l’Italia e qui si vuole usare il carbone. Soltanto il rigassificatore porta in Italia gas equivalente a 4 centrali nucleari».
Il tema per i politici sembra essere non solo quello dell’import/export di energia elettrica, ma anche di utilizzo del territorio. Cifre alla mano, anche in Regione qualcuno sostiene che la riconversione di Porto Tolle potrebbe essere sufficiente. E in tempi di federalismo energetico si ricorda che il Veneto contribuisce in modo importante all’import di energia per tutta Italia. Qualche esempio? I due gasdotti che arrivano dall’ex-Urss, assieme a un terzo in fase di realizzazione, fanno importare 21 miliardi di metri cubi di gas. Il rigassificatore off-shore del Polesine altri 8 miliardi. In totale quasi 30 miliardi, ma di quel gas soltanto 9 miliardi di metri cubi restano in Veneto per essere utilizzati. E c’è una linea elettrica proveniente dall’Austria che attraversa il Veneto per portare l’energia da noi, qualcosa come altri 1.600 GWh.

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il deficit energetico delle regioni italiane (da "il Gazzettino.it")

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COS’E’  “TERNA”

Terna – Rete Elettrica Nazionale Società per Azioni (da Wikipedia)

E’ la società responsabile in Italia della trasmissione dell’energia elettrica sulla rete ad alta e altissima tensione su tutto il territorio nazionale, con oltre il 98% delle infrastrutture elettriche. Nasce in seno all’ENEL come una società per azioni il 31 maggio 1999 in seguito alla liberalizzazione del settore elettrico attuata dal cosiddetto decreto Bersani. L’ex monopolista elettrico ne cederà il pacchetto di controllo il 23 giugno 2004 con una OPV in Borsa. ENEL manterrà il 50% della partecipazione nel capitale di Terna fino alla data del 15 aprile 2005 quando, per effetto della cessione del 13,86% del capitale sociale detenuto avvenuta attraverso una procedura di accelerated bookbuilding, ridurrà la propria partecipazione nel capitale di Terna al 36,142%. Il controllo sarà definitivamente ceduto da ENEL per effetto della cessione a Cassa depositi e prestiti S.p.A., in data 15 settembre 2005, del 29,99% del capitale sociale di Terna. La partecipazione residua di ENEL si contrarrà poi ulteriormente in conseguenza della maturazione, avvenuta nel dicembre 2005, del diritto all’attribuzione di azioni gratuite (c.d. bonus share) a favore di coloro che avevano aderito all’IPO di azioni Terna del giugno 2004. Nel mese di novembre 2005 ha acquisito il ramo di azienda del GRTN come definito dal DPCM 11 maggio 2004. Attualmente l’azionista di maggioranza relativa è la Cassa Depositi e Prestiti.

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Berlusconi: Centrali nucleari in Albania

da  “il sole 24ore.com” del 13 febbraio 2010

Italia e Albania potrebbero trovare nell’atomo un nuovo punto di contatto. Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che ha incontrato oggi a Palazzo Chigi il primo ministro di Tirana Sali Berisha, ha espresso l’interesse di Roma a progetti nucleari nel Paese delle aquile.

“L’Italia è molto interessata alla possibilità di progetti di centrali nucleari in Albania”, ha detto Berlusconi nella conferenza stampa con Berisha. “L’Albania – ha aggiunto – ha un programma ambizioso per diventare un centro di produzione di energia”.

Gli ha dato man forte il capo del governo albanese che, parlando in italiano, ha sostenuto che l’Albania è “aperta all’energia nucleare” e che gli albanese potranno trarre “benefici da questa forma di “energia purissima e costante”. Sul fronte delle altre forme di energia, Berisha ha detto che l’Albania intende diventare “un importantissimo polo energetico nei Balcani, una piccola superpotenza”.

In progetto – ha spiegato – ci sono 440 idrocentrali “dalle più piccole alle più grandi in Europa”, sfruttamento delle biomasse e dell’energia eolica. In questo senso, il capo del governo albanese ha sottolineato il ruolo centrale degli investimenti italiani e ha ricordato i precedenti accordi tra Roma e Tirana in tema d’investimenti.
Berisha ha rivendicato per l’Albania il fatto di aver “resistito allo tsunami finanziario ed economico mondiale, mantenendo una crescita del 4 per cento lo scorso anno”. Un’economia, a suo dire” “non grande, ma giovane e dinamica”, che può attirare investimenti anche al fatto di avere un “basso livello fiscale” di star “abbattendo tutti gli ostacoli per gli investitori italiani ed europei.

Il premier albanese, che ha firmato con Berlusconi un accordo di partenariato strategico, ha inoltre sottolineato il ruolo dell’Italia come sponsor naturale delle prospettive d’integrazione europea di Tirana. “Il progetto fondamentale del mio paese è l’integrazione europea. L’Italia è il più grande sostenitore di questo sogno europeo dell’Albania”, ha esclamato Berisha. “Il mio governo – ha continuato – fa un lavoro serio, con ogni risorsa, con ogni pratica necessaria a integrarsi con dignità nell’Unione europea. L’Italia ha dato e sta dando un grande aiuto”.

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Scajola: impugneremo le leggi contro il nucleare. Tondo: pensiamo a Krsko

da http://www.udine20.it/

«Il governo impugnerà tutte le eventuali leggi regionali che dovessero strumentalmente legiferare su questa materia, strategica per il Paese» è questa la dichiarazione rilasciata oggi dal ministro Scajola in merito alla costruzione di nuove centrali nucleari in Italia

“L’impugnativa delle tre leggi e’ necessaria per questioni di diritto e di merito”. Lo dice il ministro dell’Sviluppo, Claudio Scajola, riferendosi all’impugnativa di nanzi alla Corte Costituzionale che il Governo ha deciso di effettuare nei confronti delle leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata sul nucleare.
“In punto di diritto – aggiunge Scajola – le tre leggi intervengono autonomamente in una materia concorrente con lo Stato (produzione, trasporto e distribuzione di energia elettrica) e non riconoscono l’esclusiva competenza dello Stato in materia di tutela dell’ambiente della sicurezza interna e della concorrenza (art. 117 comma 2 della Costituzione)”.
“Non impugnare le tre leggi – continua – avrebbe costituito un precedente pericoloso perche’ si potrebbe indurre le Regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione diinfrastrutture necessarie per il Paese”. –

La partecipazione del Friuli Venezia Giulia e dell’Italia alla realizzazione del secondo reattore della centrale nucleare di Krsko (Slovenia) consentirebbe alla Regione Friuli Venezia Giulia ”di non dover assolutamente prendere in considerazione alcune ipotesi di realizzazione di centrali nucleari” sul suo territorio: lo ha detto oggi il Presidente della Regione, Renzo Tondo, in Consiglio regionale. Intervenendo in Aula, Tondo ha ricordato di aver lanciato ”fin dall’inizio della legislatura, ”anche se – ha precisato – non e’ ancora oggetto di atti politici o istituzionali, l’ipotesi della partecipazione del sistema Friuli Venezia Giulia/Italia” alla realizzazione del secondo reattore della centrale slovena.

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Centrali nucleari in Italia: il governo sembra intenzionato a cercare delle aree idonee. Il Friuli non si è ufficialmente chiamato fuori ma l’assessore Riccardi ha dichiarato che non esistono siti idonei nella nostra Regione. Nella foto il piano Terna per il Friuli

A marzo partirà la valutazione ambientale strategica per individuare le aree idonee a ospitare le centrali nucleari promesse dall’attuale governo in fase di campagna elettorale.

la città di Monfalcone è stata più volte accostata a possibile sito destinato a ospitare una delle 12  nuove centrali nucleari. In tal senso alcuni mesi fa durante il consiglio regionale Antonaz e Brandolin avevano interrogato l’assessore Riccardi che aveva rispoto sibillinamente: ”La mia, sara’ una risposta secca. In Friuli Venezia Giulia non sono stati individuati siti idonei per ospitare una centrale nucleare”.

Inoltre c’è da segnalare l’apertura della centrale di Krsko ai capitali stranieri (si ricorda anche una visita del Presidente Tondo presso la centrale) e il pressochè contemporaneo progetto dell’elettrodotto Redipuglia – Basiliano con i relativi problemi sull’interramento. (e con il ventilato commissariamento dell’opera da parte del governo)

Non è che il denaro per costruire la centrale sarà investito per il raddoppio della centrale di Krsko e l’elettrodotto sarà necessario a portare l’energia dal confine verso il nord Italia?

gli elettrodotti internazionali, oltreconfine verso la Slovenia, di "Terna"

(da: http://www.udine20.it/nucleare-in-friuli-o-in-slovenia/ )

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SCARONI: “IL NUCLEARE PASSO OBBLIGATO”

da “il Messaggero” del 15/2/2010

PISA – Il nucleare è un «passo obbligato» per differenziare il nostro mix energetico. Ma su questa. come su altre «decisioni per il Paese». pesa come un masso la logica dei veti.

L`avvertimento arriva da Paolo Scaroni, amministratore delegato dell`Eni. E si inserisce in una settimana di polemiche politiche sul ritorno all`atomo, che oggi si concentrano all`interno della stessa maggioranza con i candidati alle regionali, anche di centro-destra come Polverini. Zaia e Formigoni, che dicono “no” alle centrali sul loro territorio. E i ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola che li bacchetta: «Abbiano coraggio anche in campagna elettorale», chiede il ministro, che li invita a «sostenere posizioni corrette perché il nucleare è indispensabile».

Insomma, l`atomo è una «scelta di governo»., avvertono anche Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto. Mentre opposizione e ambientalisti evidenziano le contraddizioni nel centro-destra e attaccano: «sul nucleare il Governo mente», dice Angelo Bonelli (Verdi).

Da Pisa, dove è ospite del festival dell`economia “Mani-Futura”, Paolo Scaroni disegna gli scenari prossimi venturi della sicurezza energetica. E se la prende con il fenomeno del Nimbv (not in my back-yard: ovvero non nel mio giardino). La tendenza cioè a non volere infrastrutture nel proprio territorio. Un problema che «ho provato negli ultimi anni sulla mia pelle e che complica molto le scelte del nostro Paese». «Nessuno sa – ha proseguito – se quando entreranno in attività le centrali atomiche l`elettricità nucleare costerà meno o più di quella da gas, ma, comunque, il nucleare è indispensabile per una di versificazione energetica che, a sua volta, è essenziale per essere competitivi come Paese».

Gli scenari futuri dell`energia passano anche per l`Europa. E qui l`Eni è in prima linea – assicura Scaroni – nella costruzione dei due gasdotti South Stream e Nord Stream, che contribuiranno alla sicurezza negli approvvigionamenti evitando il passaggio del gas nei paesi di transito. Su South Stream, ha annunciato inoltre Scaroni, «questa settimana incontrerò l`ad di Edf, Henry Proglio: parleremo di tante cose». tra cui le condizioni dell`ingresso dei francesi nel progetto.

South Stream. ribadisce Scaroni «non è in competizione con il progetto europeo Nabucco: semplicemente a noi sembra che un progetto che non vede come principale attore un paese fornitore ma solo paesi consurnatori rischi di non avere le gambe per arrivare alla fine». Molto meglio sarebbe, da parte dell`Europa, pensare ad una «autorità del gas per incentivare gli investimenti per l`interconnessione nel continente», garantendo così «una rete di gasdotti intraeuropei, dalla Spagna alla Romania, dalla Polonia all`Italia.

che consenta di creare un vero mercato». Questo si, spiega Scaroni. «farebbe cadere la dipendenza da una sola fonte».

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NORDEST  NEL  BUSINESS  ATOMICO

di Giancarlo Pagan da il Gazzettino del 20/1/2010

Enel e Confindustria accelerano. Il business del nucleare vale 30 miliardi, la fetta destinata all’indotto è almeno di 12. Per mobilitare un giro d’affari di queste dimensioni serve una forte azione di lobbing ed è quanto la presidente degli industriali Emma Marcegaglia e l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti si accingono a fare. Hanno riunito oltre 600 aziende, ieri a Roma nella sede confederale di Viale dell’Astronomia, per spiegare che l’indotto avrà un ruolo determinante nel ritorno dell’Italia all’atomo. Una partita in cui il Nordest si trova coinvolto direttamente.
Le imprese. Sono infatti 25 le imprese venete interessate al business e 11 quelle friulane. Nomi noti come le Acciaierie Valbruna, la Demont Group, la Fiamm, la Safas, la Triveneta Cavi di Vicenza; le padovane Progest e Net Engineering, la Zollet di Belluno, l’Euroflex di Treviso; le friulane Cmf Fucine, l’Ansaldo Componenti Dt, la C.Blade, la Mangiarotti di Monfalcone. Aziende che si occupano energia, impiantistica, progettazione e costruzione. L’obiettivo – ha detto Emma Marcegaglia – è quello di arrivare a coprire il 25% del fabbisogno energetico italiano. Un’operazione che, stando alle stime iniziali, costerà 30 miliardi di euro. L’investimento dell’Enel, che lavorerà in partnership con la francese Edf, sarà sull’ordine del 16 – 17 miliardi. Il resto ricadrà sul sistema produttivo nazionale. Emma Marcegaglia lo sostiene apertamente: «Il nucleare rappresenta una grande opportunità anche di qualificazione tecnologica». Non solo per l’Enel e per gli altri player energetici, ma anche per le imprese che saranno incaricate di progettare e costruire le strutture, la logistica, lo stoccaggio. E’ l’occasione per acquisire un know how che le metta in condizioni di competere a livello internazionale. Perché l’atomo – insistono Enel e Confindustria – sarà fondamentale nella fase di transizione tra le energie di origine fossile e quelle rinnovabili.
Più certezze. «Serve una politica energetica a medio termine, seria, che comprenda anche le rinnovabili e l’efficienza – dice la presidente degli industriali. Ci vogliono programmi e regole chiare che rimangano nel tempo e non siano modificabili sull’onda di ripensamenti demagogici». Il messaggio è chiarissimo. Confindustria ed Enel sono preoccupate che la campagna elettorale per le regionali faccia slittare i tempi, che già sono lunghi. Il governo ha dato l’ok alla prima fase che riguarda la costruzione di quattro impianti entro il 2020. Costeranno 4,5 miliardi l’uno. Ma prima ancora che si insedi l’ Agenzia per la sicurezza nucleare incaricata ad indicare i siti, sono sorte polemiche e veti incrociate. Confindustria e Enel temono che la partita slitti. Per questo vogliono di fare “sistema”. L’Ad dell’Enel Conti propone un patto tra istituzioni, industria, ricerca e società civile e in particolare «una politica energetica senza ripensamenti che dia certezze agli investitori».
Per questo l’Enel auspica che «tale materia torni di competenza dello Stato, pur nel rispetto delle prerogative locali».

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Giancarlo Pagan da “il Gazzettino”
Friuli e Veneto sposano il nucleare

Giovedì 28 Gennaio 2010, La Conferenza delle Regioni boccia il piano del governo per il ritorno al nucleare. Un no a maggioranza, dopo oltre un’ora di discussione e che spacca il fronte del centro destra. A favore si sono espresse Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, mentre la Sicilia si è schierata con il centro sinistra, Sardegna e Abruzzo non si sono presentate.

«L’indicazione emersa dalla Conferenza delle Regioni è un fatto decisivo che il Governo dovrà rispettare se non vuole dare prova di inaccettabile autoritarismo» – commenta secco l’assessore all’Ambiente della Regione Lazio ed esponente di Sinistra Ecologia e Libertà, Filiberto Zaratti. Il dato politico è quello preminente, perché sotto il profilo tecnico anche chi si è schierato a favore del ritorno all’atomo made in Italy non è automaticamente disposto a far costruire le centrali nel proprio territorio.

«Come Conferenza – spiega l’assessore Flavio Silvestrin, Udc, in rappresentanza del Veneto – dovevamo dare un parere al piano del governo. Undici Regioni hanno sostenuto che ci sono elementi di incostituzionalità e sono pendenti i ricorsi alla Consulta. Noi invece riteniamo che non abbia senso dire no punto e basta. E’ la solita politica dei professionisti del non fare». Tuttavia il voto del terzetto favorevole è un sì ma non possumus. Anche perchè l’Agenzia della Sicureza Nucleare (Asn) pianterà le bandierine sui siti, solo dopo che saranno chiuse le urne delle regionali.
Sandra Savino, Pdl, assessore al patrimonio con delega all’energia del Friuli Venezia Giulia lo dice apertamente: «Da noi non si può. E’ un territorio soggetto a rischi sismici. Inoltre abbiamo già la centrale a carbone a Monfalcone, ospiteremo il rigassificatore E.On a Grado e la spagnola Gas Natural ne costruirà un altro a Trieste». Il Friuli piuttosto propone di entrare in partnership nella nuova centrale nucleare slovena che affiancherà quella di Krsko.

Quanto al Veneto, lo stesso Galan distingue: «Non accettiamo un parere a priori contrario al nucleare. Ma questo non significa che diciamo automaticamente di sì a un impianto nel nostro territorio. Mi risulta che Chioggia e il Polesine non siano siti adatti, ma ce lo dovranno dire i tecnici. Però con la politica del no pregiudiziale non avremmo neppure realizzato il rigassificatore a Rovigo».

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Nucleare, scontro sulle aree

A Nordest sono tre le zone “possibili” : Chioggia, Porto Tolle e Gorizia

di Giancarlo Pagan, da “il Gazzettino” del 6/2/2010

La prima pietra della nuova centrale apripista del nucleare italiano sarà posata solo nel 2013, ma la scelta atomica è entrata nella campagna elettorale per le regionali di marzo. Con una prerogativa tutta italiana. Nessuno dei candidati governatori, nè a destra nè a sinistra è pronto a far spazio agli impianti nel territorio di sua competenza.

L’intero programma nucleare del governo prevede la costruzione di 8 reattori da 1.600 Mw l’uno con un investimento complessivo di 30 miliardi. Metà li dovrebbe realizzare l’Enel in partnership con la francese Edf. Scajola ha confermato che nel prossimo consiglio dei ministri, il 10 febbraio, sarà approvato definitivamente il decreto legislativo che stabilisce i criteri per la localizzazione delle centrali. Criteri che sono già stati indicati dai tecnici sulla base delle caratteristiche antisismiche del suolo e sulla vicinanza all’acqua, che serve a raffreddare l’impianto. Ufficialmente i siti non sono indicati, nè lo saranno prima delle elezioni regionali, perchè il governo teme contraccolpi negativi. Ma, visto che l’Italia da Nord a Sud ha una generale predisposizione ai terremoti, gioco forza la scelta delle aree si riduce a poche. In pole position ci sono Montalto di Castro (Lazio) e Trino Vercellese (Piemonte).

La prima centrale del nuovo nucleare italiano se la contenderanno loro. Un tributo pesante dovrebbe arrivare però anche dal Nordest dove sarebbero papabili Chioggia, Porto Tolle e Gorizia o Monfalcone. Il no a maggioranza delle Regioni al piano nucleare, con l’eccezione di Lombardia, Veneto e Friuli e la successiva decisione del ministro Scajola di ricorrere alla Corte Costituzionale contro le leggi regionali di Campania, Puglia e Basilicata che vietano l’insediamento di impianti nelle loro aree, ha aperto uno scontro istituzionale. «Se dovessi diventare governatore del Veneto – mette le mani avanti Giuseppe Bortolussi – non accetterei una centrale nel mio territorio.

C’è un problema sociale, la maggioranza dei cittadini non la vuole – argomenta il candidato del Pd – e c’è una questione tecnica: l’energia nucleare garantirebbe il 6% del fabbisogno energetico nazionale. L’analogo risultato, secondo l’Enea si potrebbe ottenere a costi minimi con il risparmio, il miglioramento dell’efficienza degli impianti e nella produzione e trasmissione di elettricità». Un no secco arriva anche dal fronte opposto, quello del candidato Luca Zaia, nonostante la regione Veneto, a guida Galan e in coalizione con la Lega, abbia sottoscritto il piano nucleare del governo. «Il Veneto ha già dato col rigassificatore di Rovigo e la riconversione a carbone di Porto Tolle». Il Friuli, invece di aprire le porte di Grado o Monfalcone, parteciperebbe al raddoppio della centrale slovena di Krsko. Se ne è interessato il ministro Frattini, ma per sua ammissione «finora non abbiamo avuto risposte».
Oltre ai siti, l’altro grosso interrogativo riguarda lo stoccaggio delle scorie. Si calcola che 10 reattori Epr, cioè quelli realizzati da Enel e Edf, nella loro vita attiva, producano un cubo di 31 metri di lato di rifiuti altamente radioattivi (più un volume otto – nove volte maggiore di residui la cui radiottività decade nel giro di qualche secolo). Materiale da isolare per centinaia di migliaia di anni. L’Europa a 25 produce ogni anno 40 mila metri cubi di queste scorie che non si sa bene dove parcheggiare.

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Rovigo. Malattie respiratorie dei bambini a Porto Tolle: indagati i vertici dell’Enel

La centrale ancora nel mirino della Procura, accertamenti sulle patologie di chi abita nel raggio di 25 chilometri

Il Gazzettino del 27/1/2010

ROVIGO (27 gennaio) – Nuova inchiesta sulla centrale Enel di Porto Tolle: il sostituto procuratore di Rovigo Manuela Fasolato sta indagando sulle malattie respiratorie dei bambini dei Comuni compresi nel raggio di 25 chilometri dalla centrale nel periodo che va dal 2000 al 2006 e tra gli indagati figurano i vertici presenti e passati dell’Enel.

Il magistrato ha disposto un accertamento tecnico non ripetibile per il 9 febbraio, affidando l’incarico ai consulenti Claudio Rango e Armando Cirillo, e per quel giorno ha convocato i vertici attuali e passati di Enel come l’amministratore delegato Fulvio Conti e gli ex Paolo Scaroni e Francesco Tatò. Nella nuova inchiesta sono indagati assieme agli ex direttori dell’impianto di Porto Tolle Carlo Zanatta e Renzo Busatto. Nell’indagine sono coinvolti anche Leonardo Arrighi, il progettista della nuova centrale a carbone; Antonino Craparotta, ex presidente di Enel produzione, e Giuseppe Antonio Potestio, anch’egli in passato ai vertici della Divisione Enel produzioni e progettista dell’impianto ad olio combustibile.

La Procura intende verificare se nel corso degli anni sia peggiorato lo stato di salute di bambini, oggetto di uno studio epidemiologico effettuato dalle Asl di Rovigo e Adria. Lo studiosi riferisce ad un periodo che va dal 2000 al 2006 e riguarda i minorenni residenti nel raggio di 25 chilometri dalla centrale che hanno utilizzato farmaci per l’asma o altre patologie respiratorie.

Numerose le parti offese indicate dalla Procura di Rovigo: i Comuni di Ariano, Adria, Goro, Loreo, Mesola, Porto Tolle, Porto Viro, Taglio di Po, Rosolina, Ente Parco delta del Po, Ente Parco delta del Po Emilia Romagna, Ministero dell’Ambiente, Ministero della Salute, Provincia di Ferrara, Provincia di Rovigo, Regione Emilia Romagna, Regione Veneto e Comitato cittadini liberi di Porto Tolle.

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5 giugno 2008: incidente nucleare in Slovenia

da http://www.ecoage.it/

L’allarme lanciato dall’Unione Europea sull’incidente occorso nel giugno 2008 alla centrale di Krsko (Slovenia, a circa 130 km da Trieste) attiva dal 1983, ripropone in maniera perentoria e drammatica l’annosa questione sulla sicurezza delle centrali nucleari.
Da sempre la centrale nucleare di Krsko (Slovenia), dotata di un reattore Westinghouse da 632 MW, è stata al centro di interrogazioni e manifestazioni di protesta da parte di numerose associazioni ambientaliste. Nel 1993 si chiese di adeguare l’impianto alle normative dell’Unione Europea. I generatori di vapore Westinghouse pare abbiano tutti lo stesso problema: perdite con fuoriuscita di radionuclidi dispersi nell’atmosfera. Si aggiunga a ciò il fatto che Krsko sorge su di una faglia ed è dunque zona sismica. L’allarme intorno alla suddetta centrale è sempre stato elevato, in quanto considerata tra quelle con maggior percentuale di rischio nell’est Europa.
Incidenti di bassa intensità sono avvenuti in passato con una certa frequenza nella centrale, a causa di un difetto di progettazione.
Se si verificasse a Krsko un incidente della portata di quello di Chernobil le persone coinvolte sarebbero circa 30 milioni, di cui 5 milioni a rischio di vita.
Indicativamente, le zone maggiormente coinvolte dal fall-out radioattivo sarebbero, oltre a Slovenia e Croazia, il Triveneto in particolare e in generale l’Italia centro-settentrionale.
Avremmo piani di emergenza nella malaugurata ipotesi di un incidente delle proporzioni su menzionate?

Sia in Friuli Venezia Giulia, sia nelle altre regioni italiane non vengono abitualmente attuate campagne di prevenzione, né di addestramento della popolazione all’emergenza nucleare.
Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Esercito e Marina dovrebbero tempestivamente rilevare il livello di contaminazione radioattiva e convogliare la popolazione verso i centri di decontaminazione, oltre che evacuarla lontano dalle zone di rischio. Tute NBC, maschere antigas con filtri appositi, rilevatori di radiazioni, contatori geiger dovrebbero essere alla portata di tutti i centri di raccolta. L’emergenza nucleare, evidentemente, è un’evenienza da prendere in seria considerazione, anche in Italia.

Gi.Lap.

(Fonte: Greenaction Transnational)  (giugno 2008)

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Energia nucleare nel mondo

Da http://www.ecoage.it/energia-nucleare-paesi.htm

Chi produce l’energia nucleare? Sono circa 440 i reattori nucleari attivi nel mondo. I paesi con maggiore presenza di reattori nucleari sono i seguenti:

104 negli USA

59 in Francia

53 in Giappone

Le centrali nucleari nel mondo producono complessivamente 370 gigawatt, pari al 16% della produzione mondiale d’energia elettrica. Un dato consistente ma ben lontano dai 1000 gigawatt stimato negli anni ’70 per i nostri anni. L’incidente di Chernobyl negli anni ’80 frenò l’ottimismo verso l’energia nucleare per la consapevolezza delle gravi conseguenze in caso di incidente. Va tuttavia detto che dall’incidente di Chernobyl (avvenuto per cause in gran parte dovute all’errore umano) la tecnologia è stata notevolmente migliorata a vantaggio della sicurezza. I paesi che soddisfano il proprio fabbisogno energetico interno tramite l’energia nucleare sono i seguenti:

– Francia: 76% fabbisogno energetico interno

– Paesi dell’Europa dell’Est: 40-50%

– Unione europea: 35%

– Paesi OCSE: 25%

– USA: 20%

Il caso della Francia è unico al mondo. Il 76% dei consumi energetici francesi sono soddisfatti mediante reattori nucleari. Seguono i Paesi dell’Est, le cui centrali nucleari obsolete identificano una pericolosa eredità del precedente regime sovietico. Desta attenzione il caso degli USA, il paese dove il nucleare è nato, dove la produzione di energia dal nucleare non supera ancora il 20%. L’Europa soddisfa mediamente il 35% del proprio fabbisogno energetico interno tramite l’uso di centrali nucleari. Sul dato pesano fortemente i reattori nucleri francesi.

Nel futuro si prevede un minore impiego dell’energia nucleare?

Nonostante i dati favorevoli al nucleare (soprattutto la situazione francese) secondo l’IAEA (International Atomic Energy Agency) il peso dell’energia nucleare rispetto alle altri fonti di energia era destinato a ridursi entro il 2020. Questa previsione è datata 2004 e sembra essere stata smentita dagli ultimi eventi della politica energetica internazionale. L’affermazione e l’ascesa di nuovi paesi sullo scacchiere mondiale (es. Cina e India) e la conseguente crescita della domanda di energia mondiale ha spinto alla cantierizzazione di nuovi reattori nucleari. In Asia sono attualmente in cantiere almeno 15 nuove centrali nucleari (Cina, Corea del Sud, India e Taiwan). La situazione in Europa e negli Stati Uniti merita invece un livello di approfondimento maggiore. L’assenza di investimenti nella costruzione di nuove centrali nucleari in Europa negli anni ’90 è un dato di fatto. La Finlandia è stato l’unico paese europeo ad avere messo in cantiere nell’ultimo decennio del ‘900 la costruzione di una nuova centrale nucleare (centrale di Olkiluoto, attiva entro il 2010). L’approccio nei confronti del nucleare da parte dei paesi europei è radicalmente mutato nel corso del primo decennio degli anni duemila. L’effetto serra e il caro petrolio hanno fatto riavvicinare all’energia nucleare anche i paesi occidentali più scettici. Agli inizi degli anni duemila molti paesi europei nuclearizzati (Svezia, Germania, Olanda e Belgio) avevano deciso di non sostituire le attuali centrali nucleari al termine del loro ciclo produttivo. L’acuirsi del problema ambientale e le cicliche crisi del petrolio e del gas hanno però rimesso in discussione il destino del nucleare in Europa. La politica prevalente in questi ultimi anni tende a prolungare la vita delle centrali nucleari europea, in attesa di una possibile risposta ai problemi del nucleare da parte della ricerca scientifica. Prevale pertanto una politica di attesa. Alcuni paesi, come l’Italia, hanno infine radicalmente ribaltato la propria posizione, siglando il ritorno ufficiale all’energia dall’atomo.

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3 thoughts on “Il ritorno al NUCLEARE: dove costruire le centrali? – Le grandi manovre su dove collocare le centrali nucleari: il Veneto al primo posto (il Polesine, tra centrale a carbone e sito nucleare) – I tentativi di coinvolgimento di Stati vicini “deboli” (Slovenia, Albania…) e lo sviluppo di grandi elettrodotti internazionali

  1. Luca Piccin venerdì 19 febbraio 2010 / 10:00

    Mi arrabbio… Mi arrabbio !!!
    E’ stato fatto un referendum : che senso aveva ?
    Zaia ha votato a favore delle centrali, adesso dice che il Veneto ha già dato, che le facciano altrove… Not In My Back Yard… Questa non è nuova…
    Io non sono del tutto contrario alle centrali nucleari, ma prima di farle credo si debbano sviluppare al massimo le fonti rinnovabili e alternative, a cominciare dal solare (ogni tetto potrebbe averne). Su questo blog ci sono decine di articoli che parlano di queste fonti, biomassa, geotermico, eolico, ecc.
    Ma soprattutto bisogna consumare (o sprecare) meno.
    Ci guadagniamo fin da subito un bel cielo stellato.

  2. Luca Piccin venerdì 19 febbraio 2010 / 10:06

    E inoltre quel nano di Sarkozy si frega le mani : con gli amici di AREVA si farebbero milionate di euro per costruire i nostri reattori e poi ci venderebbero meno corrente, tenendosela per loro o vendendola al miglior offerente !
    Con tutto ciò che di buono c’è in Francia, noi importiamo le schifezze…

  3. gfgfgsd domenica 1 agosto 2010 / 18:10

    pensateci bene prima di fare lo sbaglio più grosso della vostra vita a costruire le centrali nucleari.è stato calcolato che l’uranio finirà entro 50 anni,poi il fattore più grave è che nei dintorni dove vengono costruite le centrali nucleari cè un aumento esponenziale di tumori,per non parlare dei costi ( stiamo ancora pagando per lo smantellamento delle vecchie centrali nucleari e dovrà aggiungersi il costo per le nuove centrali , quindi aumento esponenziale delle tasse ), poi con la mafia ci saranno le scorie nucleari che invece di essere stoccate in appositi depositi,le vedremo galleggiare nel nostro mare. quindi: NO! alle centrali nucleari, l’Italia ha detto si alle energie rinnovabili

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