HAITI metafora dell’agire per un nuovo sviluppo – “Seppellire i morti e curare i vivi”: le catastrofi umanitarie dovute ad eventi naturali e ad incuria dei poteri, richiedono di curare i vivi e trovare soluzioni concrete perché quanto accaduto non si verifichi più

da "Avvenire"

Haiti, ore 16.53 del 12 gennaio (quasi le 23 in Italia): un terremoto di magnitudo 7 travolge l’isola caraibica, il Paese più povero dell’emisfero occidentale. L’epicentro è a pochi chilometri dalla capitale Port-au-Prince, che conta circa due milioni di abitanti. In pochi istanti si capisce che il sisma è destinato a essere ricordato come una delle catastrofi più gravi della storia. Crolla tutto, sia le povere baracche dove è costretta a vivere parte della popolazione, sia gli edifici in muratura. Ovunque è morte e desolazione. Le immagini fanno il giro del mondo e immediata scatta la corsa contro il tempo per inviare aiuti e raccogliere fondi. Quasi impossibile fare un bilancio: i morti si contano a migliaia.

Vi riportiamo qui alcune riflessioni sul disastro di Haiti del gennaio scorso: partendo da un parallelo che il grande scrittore e poeta portoghese, premio Nobel per la letteratura nel 1998, José Saramago, viene a fare costruendo un parallelo storico tra questa grande incredibile tragedia umana (di centinaia di migliaia di morti) accaduta ad Haiti, e quel che accade a Lisbona il primo novembre del 1755, teremoto che provocò allora almeno 90mila morti in quella meravigliosa città. Ma di tragedie di questo genere la storia ne conta molte, e ognuno, per la sua patria, il luogo, il territorio che conosce, ne conserva la memoria o lo studio storico. Quel che propone Saramago è comunque importante: la necessità cioè di quello che vorremmo chiamare un “sano egoismo”: cioè guardare avanti concentrandoci su “chi è in vita” e ha bisogno di aiuto, creando condizioni perché si risollevi e non soffra più (o soffra di meno); e ricostruendo un tessuto sociale ed urbano più dignitoso di prima, nel segno dello sviluppo.

Il sostegno ad Haiti, ora che i media internazionali sempre più vanno naturalmente a concentrarsi in altri luoghi e accadimenti, non può però cessare; e la necessità di un mondo dove sempre più persone possano vivere meglio (come dovrebbe accadere ad Haiti) impegna tutti, nei livelli di possibilità di ciascuno.

dopo più di un mese, per le strade di Port-Au-Prince

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NON SOLO TERREMOTI

LE  MILLE  HAITI  INTORNO  A  NOI

di José Saramago, da “il Corriere della Sera” del 11/2/2010

Non solo sisma devastanti, ma anche Paesi colpiti da fame e assenza di ospedali e scuole – Le mille Haiti del mondo e l’ obbligo per tutti di curare i vivi

Nel giorno di Ognissanti dell’ anno 1755, Lisbona fu Haiti. La terra tremò che mancavano pochi minuti alle dieci del mattino. Le chiese rigurgitavano di fedeli, le prediche e le messe nel loro massimo apogeo. Dopo la prima scossa di una magnitudo che oggi i geologi valutano che possa aver raggiunto i 9 gradi della scala Richter, le repliche, di rilevante forza distruttiva, si protrassero durante due interminabili ore e mezzo, tanto da ridurre in macerie l’ 85 per cento delle costruzioni della città. Stando alle testimonianze dell’ epoca, l’altezza d’onda dello tsunami originato dal terremoto raggiunse i venti metri provocando 900 morti tra la folla attratta dall’insolito spettacolo che offriva il fondo del fiume cosparso di rottami di imbarcazioni affondate nel corso dei tempi.

Gli incendi sarebbero durati cinque giorni. I grandi edifici, palazzi, conventi ricolmi di ricchezze artistiche, biblioteche, pinacoteche, il teatro dell’Opera da poco inaugurato che, bene o male avevano resistito ai primi scossoni del terremoto, furono divorati dalle fiamme. Dei 270 mila abitanti che a quel tempo aveva Lisbona, si stima che ne morirono 90 mila. Si dice che alla domanda inevitabile «e adesso che cosa si fa?», il segretario di Stato per gli Affari esteri, Sebastião José de Carvalho e Melo, il quale sarebbe stato nominato più tardi ministro, rispose: «Seppellire i morti e curare i vivi».

Queste parole, entrate poi nella storia, effettivamente furono pronunciate, ma non da lui. Le disse un ufficiale superiore dell’ esercito, «derubato», così, della sua frase, come spesso succede, a beneficio di qualcuno più potente.

Di seppellire i suoi 150 mila morti, o forse molti di più, si occupa adesso Haiti, mentre la comunità internazionale si sforza di aiutare i vivi, in mezzo al caos e alla disorganizzazione di ogni tipo in un Paese che ancor prima del sisma, da generazioni, si trova in condizione di lenta catastrofe, di permanente calamità. Lisbona fu ricostruita, anche Haiti lo sarà.

La questione che riguarda Haiti si fonda su come ricostruire con efficacia la comunità del suo popolo, ridotto a estrema povertà e storicamente estraneo a un senso di coscienza nazionale che gli permetta di raggiungere da sè, col tempo e col lavoro, un grado ragionevole di omogeneità sociale. Da tutto il mondo, milioni e milioni di euro e di dollari sono convogliati verso Haiti. I rifornimenti sono cominciati a arrivare in un’isola dove mancava tutto, o perché perso durante il terremoto o perché non esisteva. Come per intercessione di una particolare divinità, i quartieri ricchi, rispetto al resto della città di Port-au-Prince, sono stati poco danneggiati dal sisma. Si potrebbe dire, e considerando quanto è successo ad Haiti, pare certo, che i disegni di Dio siano imperscrutabili.

A Lisbona le preghiere dei fedeli non poterono impedire che il soffitto e i muri delle chiese cadessero loro addosso e li schiacciassero. Ad Haiti, neppure l’elementare gratitudine per aver salvato vite e beni, senza avere fatto nulla, ha smosso i cuori dei ricchi per accorrere in aiuto di milioni di uomini e donne che non possono nemmeno pretendere il nome unificativo di concittadini in quanto appartengono a quanto di infimo c’è nella scala sociale, quella dei non-esistenti, a quella dei vivi che sempre sono stati morti perché fu loro negata la vita piena, loro che furono schiavi di signori, schiavi a loro volta del bisogno.

Non vi è notizia che un solo haitiano ricco abbia aperto la sua borsa o alleggerito i suoi conti bancari per soccorrere i sinistrati. Il cuore del ricco è la chiave della sua cassaforte. Ci saranno altri terremoti, altre inondazioni, altre catastrofi che noi chiamiamo naturali. Assistiamo al riscaldamento globale con le sue siccità e le sue inondazioni, l’emissione di Co2, che, solo perché costretti dall’opinione pubblica, i governi si sono rassegnati a ridurre, e forse, all’orizzonte abbiamo già qualcosa cui nessuno vuole pensare: la possibilità di una coincidenza dei fenomeni prodotti dal riscaldamento con l’approssimarsi di una nuova era glaciale che ricoprirebbe di ghiaccio metà Europa e che starebbe già dando i primi segnali, tuttora benigni.

Non sarà per domani, potremo vivere e morire tranquilli. Sebbene, e ne parli chi è informato, le sette ere glaciali attraverso le quali il pianeta è passato non siano state finora le uniche; ce ne saranno altre. Nel frattempo volgiamo lo sguardo a questa Haiti e alle altre mille Haiti che esistono nel mondo, non solo per quelli che praticamente stanno seduti su instabili faglie tettoniche per le quali non si intravede alcuna soluzione possibile, ma anche per coloro che vivono sul filo del rasoio della fame, della mancanza di assistenza sanitaria, dell’assenza di una soddisfacente istruzione pubblica, dove i fattori propizi allo sviluppo sono in pratica nulli e imperversano i conflitti armati, le guerre fra etnie divise da differenze religiose o da storici rancori, la cui origine, in molti casi, si è persa nella memoria.

L’antico colonialismo non è scomparso, si è moltiplicato in una difformità di versioni locali, e non sono pochi i casi in cui gli eredi diretti sono le proprie élite locali, ex guerriglieri trasformati in nuovi sfruttatori del suo popolo, con la medesima avidità, la crudeltà di sempre. Quelli sono le Haiti da salvare. Ci sarà chi dice che la crisi economica è venuta a correggere la rotta suicida dell’umanità. Non ne sono molto sicuro; ma che almeno la lezione di Haiti possa risultare utile per tutti. I morti di Port-au-Prince fanno ormai compagnia ai morti di Lisbona. Nulla possiamo fare per loro. Adesso, come sempre, è nostro obbligo curare i vivi. (José Saramago – traduzione di Giancarlo Depretis)

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Haiti, a un mese dal sisma viaggio nelle tendopoli dimenticate  –  Mancano le cure di prima necessità e l’acqua. Oltre un milione i senza tetto nell’isola

” I  BAMBINI  CONTINUANO  A  MORIRE:  MA  VOI  PERCHE’  NON  CI  AIUTATE? “

di Angelo Aquaro, da “La Repubblica” del 11/2/2010

PORT-AU-PRINCE – “Monsieur Zandoulit, Monsieur Zandoulit!”. Basta poco per far sorridere i bambini; e per far sorridere i bambini di Haiti basta ancora meno. I tre ragazzi di Kalimi fanno il giro delle 500 stazioni di quella via crucis che sono gli accampamenti di Port-au-Prince e accennano i passi del Zandoulit, la danza del Karoval, il carnevale caraibico che quest’anno – come tutto – è stato cancellato. Ma un mese dopo Monsieur Zandoulit è l’unico sprazzo di sole. “I bambini continuano a morire a Nerette: e voi che fate?”, dice quello striscione appeso come un traguardo negativo sopra la discesa che porta giù nel cuore nero di Petionville. I bambini continuano a morire a Nerette e dall’altra parte di questa caricatura di capitale, nel cuore di San Sfil, Andrea Lachasse tira giù le mutandine al piccolo Francois e mostra le sue piaghe: e tu che fai, giri la testa dall’altra parte?
Fosse così facile. Haiti un mese dopo è un paese dannato che sprofonda troppo lentamente nell’inferno. Un’altra scossa – magari un po’ più forte di quella che martedì sera ha fatto risobbalzare tutti – e finalmente bye bye. Niente più Haiti. Sai che sollievo per i burocrati dell’Onu che non hanno ancora scelto il successore del capo missione crepato col suo stato maggiore. Sai che sollievo per il presidente Rene Preval che per domani ha proclamato il lutto nazionale (come se finora si fosse scherzato) ma con la fine dello stato d’emergenza sarà costretto a riaprire la crisi di governo che il terremoto ha solo rimandato.
Sai che sollievo per gli americani che hanno le mani troppo in pasta per sporcarsele nelle macerie – il segretario di Stato Hillary Clinton e suo marito Bill, che è inviato dell’Onu, non erano amici dell’ex presidente corrotto Aristide? Sai che sollievo per il mondo intero che di fronte a uno dei dieci maggiori disastri della storia (270.000 morti l’annuncio di ieri ma la cifra è destinata a salire) ha messo insieme finora un decimo (550 milioni di dollari per la Croce rossa) degli aiuti raccolti per lo tsunami del 2004: emotivamente tutta un’altra onda.

“Ma vi rendete conto che questo si chiama Ospital Nacional e non c’è nemmeno l’acqua corrente per lavarsi le mani prima delle operazioni” dice il dottor Ronald Israelesky che si è preso una settimana di ferie da Ferndale, New York, per venire a fare il volontario quaggiù. Ci rendiamo conto ma qualcosa almeno è cambiato: lì dove c’erano le cataste di morti all’aperto ora è una striscia d’asfalto come tante: non brucia più. Certo: di quelli che sono rimasti in piedi 700.000 hanno bisogno di cure di prima necessità, 200.000 di una semplice antitetanica che qui vale oro. Il modo migliore di rimediare è amputare: le operazioni si contano a migliaia.
Israelesky ricorda le piaghe bibliche: “L’acqua che non c’è vuol dire tifo e malaria. E a marzo comincia la stagione delle piogge: sarà una catastrofe”. Dan Preston è un ragazzone rossiccio con la maglietta dell’università dell’Utah che fa il volontario e l’interprete. Parla creolo ma qui lui che è mormone deve aver preso anche lezioni di pratico cinismo. “Ad Haiti ho già vissuto per due anni e credetemi: ora è peggio ma mica tanto. Qui per la strada questi poveracci dormivano anche prima”. Metà della popolazione viveva con un dollaro al giorno al 72 per cento con due già prima del terremoto.

L’unica buona notizia è il gran da fare che si danno gli italiani. Tra forze armate e protezione civile un migliaio di persone stanno svuotando con il secchiello questo mare. Certo ci hanno messo tre settimane per fare arrivare la portaerei Cavour. Sarà anche un gioiello da passerella made in Italy però è troppo grande per attraccare a Port-au-Prince così è dovuta emigrare a Santo Domingo costringendo i poveri soldati a fare la spola per sette giorni per trasportare i mezzi pesanti: viaggi in convoglio in 15 ore per un percorso che ne vale un settimo. Il sergente Francesco De Luca non fa una grinza: “Intanto siamo qui”.
Haiti ringrazia. Oggi i nostri portano in Italia 140 malati in un colpo solo (gli americani nelle prime tre settimane ne avevano trasportato solo 500) e intanto hanno cominciato a demolire e a scavare quel che resta dell’istituto salesiano. Lo sanno tutti da un mese che lì sotto ci sono rimasti 200 bambini ma non c’era nessuno da mandare a fare pulizia.
Anzi. Il presidente l’ha chiamata “Operation demolition” ma dietro lo slogan c’è l’ennesima truffa. In città vedi in giro solo gli italiani e squadroni di ragazzini a cui l’Onu ha regalato una maglietta azzurra (e una vanga al posto della ramazza) con una scritta che vuol dire più o meno: io tengo la mia città pulita. Il colonnello Rick Kaiser, a cui con quel nome che si ritrova gli americani hanno affidato la supervisione delle infrastrutture, ha calcolato che i detriti di Port-au-Prince potrebbero riempire cinque stadi grandi quanto il Superdome di New Orleans, ma s’è guardato bene dal mandare a spalare uno solo dei ventimila soldati americani qui dislocati. Dove sono? Il sergente Rusty Parvin non ci sta a fare la parte dell’imboscato: “Per adesso il nostro compito è soprattutto consegnare cibo e acqua”. Dice l’Onu che solo a Port-au-Prince due milioni sono le persone che ne hanno bisogno e un milione sono quelle raggiunte dal World Food Program. Diciassette sono i posti di distribuzione ufficiali e otto quelli affidati alle Ong. Ma il gioco dei numeri è solo un moltiplicatore di angosce. Che cosa succederà quando al 1.100.000 senza tetto di questo mostro da tre milioni e mezzo di disperati si aggiungerà quel mezzo milione di persone fuggite fuori città? Preval sognava di trasformare il terremoto nell’occasione per decentrare insediamenti e servizi. Ma i disperati tornano a infilarsi nei buchi da dove sono fuggiti.
E poi – terremoto a parte – non l’ha dimostrato Cite Soleil che il sogno degli architetti genera mostri? A ogni angolo della strada il simbolo è la scritta: “Con il contributo della Unione Europea”. Ma quei poveracci – ora ostaggio dei 4.000 criminali fuggiti dalla prigione crollata – l’Unione europea neppure sanno cos’è. Jean Laurijean è un vecchietto che col rosario in mano passeggia tranquillo solo perché è rasente al muro del commissariato proprio di fronte alla Place de Fierte dove i volontari del Anvsi hanno piantato con eroica incoscienza le tende della protezione civile. Dice Jean che oltre ai criminali già prima del terremoto si sono cominciati a vedere tanti islamisti. Non può sapere, il vecchietto, che su quella notizia sono almeno cinque anni che lavora segretamente la Cia. E che proprio l’indicibile incubo Al Qaeda costringerebbe l’Us Army a quelle distribuzioni di cibo in stato di guerra.
Così, un mese dopo il terremoto, il tempo per Haiti non sembra essere mai passato. Alla fine della strada di Nerette, quella dove campeggia lo striscione che piange e grida per i bambini, Samuel Veiard passeggia su uno spiazzo aperto dal crollo di una scuola due anni fa. Il terremoto non c’era ancora ma il cedimento strutturale dell’edificio, dice, era una spia del male a venire. Più in là Frantzdy Thelusma, tecnico del suono con la passione da dj, dice che da quando il terremoto s’è portato via anche il suo Club Omax lui le giornate le passa così. Aspettando. E pregando che anche oggi non scenda la pioggia che seppellirà per sempre Haiti sotto il fango. (11 febbraio 2010)

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Haiti-Repubblica Dominicana: le due facce dell’isola di Hispaniola

di Danilo Manera, da “LIMES –rivista italiana di geopolitica”

Una testimonianza dalla frontiera dominico-haitiana. Il difficile rapporto tra i due vicini e lo slancio di solidarietà. Stati Uniti e Repubblica Dominicana hanno sospeso il respingimento degli haitiani senza documenti. Ma gli abitanti di Haiti sono ancora al bivio tra istituzioni da rifondare e diaspora.

Nell’attuale tragedia haitiana, c’è un aspetto che la stampa mondiale ha raramente messo in rilievo, e cioè il ruolo della Repubblica Dominicana, che divide con Haiti l’isola di Hispaniola, della quale occupa i due terzi orientali. I dominicani si sono immediatamente attivati in soccorso dei loro vicini, in un’ondata di solidarietà senza precedenti, che coinvolge tutti gli strati sociali. Giornali e radiotelevisioni, banche e chiese, associazioni della società civile e organismi governativi, comitati di quartiere e intellettuali, tutti si prodigano ogni giorno con slancio e persino con un’efficienza non tipica del luogo, inviando acqua, cibo, beni di prima necessità, sangue, ambulanze, cucine da campo, volontari.

Il presidente Leonel Fernández, con vari suoi ministri, è stato tra i primi a visitare le zone colpite dal terremoto e ha messo a disposizione territorio e infrastrutture (aeroporti, porti, strade) per i soccorsi, oltre a una somma molto cospicua per un paese non ricco. Tutto questo è avvenuto superando rivalità storiche (l’indipendenza dominicana è nata contro l’occupazione haitiana molto più che contro la madrepatria coloniale spagnola) e un razzismo strisciante, per la presenza di oltre un milione di haitiani che svolgono lavori umili, specie nei campi di canna da zucchero, in agricoltura e nei cantieri edili, spesso in balia di abusi d’ogni genere.

Pur nella grande preoccupazione che s’avverte in Repubblica Dominicana, c’è anche la sensazione positiva di una svolta di sensibilità, quasi antropologica, nel riconoscersi fratelli sulla stessa barca. Nessun autentico sviluppo è possibile a Santo Domingo se Port-au-Prince non rinasce e riparte su nuove basi. Il terremoto ha causato pochi danni nella parte ispanofona, ma sarà forte l’impatto sul suo futuro, in termini di aumento delle spese statali e anche di possibile migrazione massiccia, giacché nonostante tutto per i diseredati haitiani passare la frontiera è un miraggio di prosperità. L’unica speranza è che la ricostruzione diventi un’occasione affinché le due ali dell’Hispaniola volino insieme.

Alcuni elementi fanno pensare però a un altro scenario. Il nobile e generoso aiuto umanitario internazionale rischia le pastoie del mancato coordinamento (sempre in agguato nelle emergenze, ma stavolta moltiplicato). Il governo haitiano azzoppato ha scarse capacità di gestione. Sia il veterano politico René Préval, eletto presidente nel febbraio 2006, non senza accuse di brogli, che il più giovane premier Jean-Max Bellerive, in carica solo dal novembre scorso, non riescono a mantenere il controllo del Paese e nemmeno la Minustah, la missione di stabilizzazione dell’Onu (anch’essa colpita dal sisma e comunque non sempre ben vista dalla popolazione) riesce a fare da perno. Così s’impone il più forte e organizzato, in questo caso gli Stati Uniti, che innanzitutto hanno mandato i soldati. Non pochi commentatori, in America latina, segnalano il pericolo che l’intervento post terremoto ad Haiti si possa trasformare in un’occupazione statunitense, senza intermediari, scavalcando non solo Onu e Osa, ma anche il Brasile, potenza locale che agisce dal 2004 come ammortizzatore sudamericano.

L’obiettivo principale potrebbe essere l’allestimento di un’ampia base militare del Pentagono nel cuore dei Caraibi, indispensabile agli Usa che hanno dovuto abbandonare l’isola portoricana di Vieques e stanno ridimensionando Guantánamo. Tale base avrebbe il vantaggio di non dover patteggiare con nessuno Stato. Si tratterebbe inoltre di contrarrestare l’influenza di Chávez che comincia ad avere seguaci tra gli haitiani, tendenti a un messianismo che li ha lasciati in balìa di dittatori d’ogni genere. Peraltro, com’è noto, Haiti è anche nell’area d’interesse geopolitico della Francia, di cui fu la colonia più ricca, quella che Napoleone non voleva perdere, e del Canadà francofono, che ospita un’importante colonia haitiana.

Ad Haiti, nel 1804 nacque una nazione del tutto nuova dalla rivolta vittoriosa contro la schiavitù e il sistema coloniale: la prima repubblica nera indipendente. Oltre due secoli dopo, il suo profilo è desolante: è un paese sovrappopolato e stremato dai soprusi di tirannie e false democrazie, tra violazioni dei diritti civili e corruzione dilagante. Più della metà dei circa 9 milioni di abitanti, neri al 95% e in media molto giovani, è analfabeta, disoccupata e denutrita. Sono estremamente carenti tutti i servizi di base e persino l’acqua potabile, così le epidemie dilagano. L’85% degli haitiani vive nelle campagne o nelle bidonvilles, mantenendosi con meno di un dollaro al giorno. Un’oligarchia ristrettissima possiede ben oltre la metà della ricchezza del paese. Le principali fonti di reddito, oltre all’agricoltura di sussistenza, sono le rimesse degli emigrati, i proventi del transito di droga, il riciclo degli aiuti umanitari e le fabbriche d’assemblaggio a salari infimi.

L’ambiente è da tempo compromesso: i boschi sono stati abbattuti e le inondazioni e gli uragani imperversano. L’isola che un tempo fu un rigoglioso giardino è ora nuda e lunare, regno della polvere o del fango a seconda del clima. Non esiste un sistema efficace di smaltimento dei rifiuti e nessuno controlla gli scarichi abusivi provenienti da fuori. Ora, con il terremoto, sono crollate sia le baraccopoli di cartone che i palazzi del potere. C’è da augurarsi che la catastrofe spinga a cercare soluzioni durevoli per Haiti, che si riaffaccia alle cronache solo per i disastri. La mera presenza della forza di pacificazione dell’Onu infatti non ha risolto quasi nulla. Mancano le istituzioni del convivere civile, che è dubitoso si possano installare da fuori.

Parlando con chi lavora nelle associazioni di base, nelle Ong e negli ospedali dominicani, studenti volontari o assistenti sociali da sempre attivi con e per gli haitiani, circola la delusione per il mancato supporto alla rete di chi opera sul campo, di chi conosce a fondo e da dentro le problematiche. Le missioni internazionali arrivano ciascuna con le proprie strutture, a volte impermeabili. Distribuiscono, ma non seminano futuro, non danno continuità. In particolare, una loro priorità dovrebbe essere attivare le parti di istituzioni haitiane disponibili nelle zone non sinistrate, come Cap-Haïtien, dove potrebbe essere spostata provvisoriamente la capitale. Chi è appena tornato da Port-au-Prince dice che i blindati e i fucili dell’Onu o delle potenze soccorritrici stridono in quel paesaggio sgomento, dove non c’è tutta la violenza che diffondono i media, ma solo tanto dolore.

È convinzione diffusa che se si fossero ascoltati prima i ripetuti appelli a favore di Haiti, la sventura sarebbe stata ben minore. E che occorrerà anche un cambiamento di mentalità. Un medico indica una notizia sul giornale, dove si legge che gli Stati Uniti, tra le altre misure, hanno sospeso la deportazione degli haitiani senza documenti. L’hanno sospesa perché la praticavano sistematicamente, sottolinea il medico, come peraltro faceva la Repubblica Dominicana. Gli haitiani che provano a scappare vengono rispediti sulla loro miserrima mezza isola. Agli haitiani nessuno concede un visto per nessun posto. Finché l’unico sogno degli haitiani sarà la fuga e nessuno li vorrà accogliere, le prospettive resteranno buie.

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MODI SICURI PER AIUTARE LA POPOLAZIONE DI HAITI

LA CARITAS ITALIANA ED INTERNAZIONALE

Emergenza terremoto Haiti

Ad un mese dalle prime scosse che hanno devastato Haiti, soprattutto nella zona della capitale, Port-au-Prince, la Caritas intensifica gli interventi. Scarica il Rapporto (pdf 500 kb – pagine 7). Haiti è il Paese più povero dell’America Latina ed è periodicamente provato da calamità naturali e crisi sociali.

Domenica 24 gennaio in tutte le parrocchie si è svolta la raccolta indetta dalla Chiesa italiana per le iniziative di solidarietà promosse da Caritas Italiana. Anche il presidente di Caritas Haiti, mons. Pierre Dumas, ringraziando Caritas Italiana per quanto finora fatto, ha rinnovato l’appello agli italiani a sostenerne gli interventi. Vedi l’appello di mons. Dumas.

Caritas Italiana, in collegamento costante con l’intera rete Caritas, è accanto sin dai primi momenti alla Chiesa e alla popolazione locale. Come segno di attenzione alle fasce più colpite ha messo a disposizione per il primo piano d’emergenza 1 milione di euro. Un’attenzione particolare, in termini di protezione ed assistenza, viene data ai circa 320.000 bambini, per lo più orfani, ospitati nei Centri di accoglienza. Si cerca di far fronte alle loro necessità senza sradicarli dai contesti di appartenenza.

COME CONTRIBUIRE

Cibo, assistenza sanitaria, alloggi temporanei. Già all’indomani del terremoto la Caritas ha portato aiuti alla popolazione. Caritas Haiti, grazie al coordinamento con 58 sacerdoti e responsabili di comunità attivi in 32 parrocchie, al sostegno dell’intera rete Caritas, di un team giunto appositamente a Port-au-Prince e di migliaia di volontari è riuscita a distribuire in modo mirato – a Port-au-Prince, Jacmel, Leogane e Grosse Morne – quanto era già nei diversi centri Caritas e a far arrivare generi di prima necessità soprattutto dalla Repubblica Dominicana, evitando così il congestionamento del porto e dell’aeroporto.

Per i prossimi due mesi è stato avviato un piano di aiuti d’urgenza per 31 milioni di euro in favore di 200.000 persone (circa 40.000 famiglie), con l’obiettivo di offrire loro alimenti (ogni kit alimentare, dal costo di 35 euro, conterrà provviste per una famiglia, per 1 settimana), kit igienici (per una famiglia, costo unitario 25 euro), rifugi temporanei, attrezzatura di prima necessità per cottura di alimenti (pentole e utensili per una famiglia, costo unitario 65 euro); opportunità di lavoro, acqua potabile, assistenza sanitaria in 20 campi di sfollati. In ognuno di questi campi saranno anche allestite 2 tende: una destinata all’avvio di attività formative, educative e di assistenza ai bambini; la seconda come spazio sociale destinato agli adulti, dove grazie ad attività di orientamento e di ascolto viene offerto sostegno psicologico.
Seguiranno un piano annuale su più larga scala e piani pluriennali di ricostruzione e sviluppo.

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