NORDEST (Veneto) in crisi di idee: tra città “diffusa e confusa” e desiderio di nuove città (il Quadrante di Tessera, Veneto City…), tra economia della manifattura che si dissolve (i distretti industriali che spariscono) e tanta voglia di rilanciarsi con le OLIMPIADI (come?)

Una proiezione del progetto elaborato dal comitato promotore delle Olimpiadi di "Venezia 2020": il QUADRANTE OLIMPICO con impianti sportivi sorgerebbe vicino all’aeroporto “Marco Polo” - Coinvolte molte città del Triveneto – “Il quadrante olimpico è il focus del progetto di Venezia 2020. È previsto a ridosso dell'aeroporto Marco Polo e alle porte del centro storico di Venezia. Ospiterà le strutture sportive e il villaggio olimpico, con gli alloggi degli atleti, l'olympic cube (due arene indoor, strutture non permanenti) per gli eventi, il centro stampa, il centro acquatico e lo stadio olimpico. Nel quadrante olimpico saranno ospitati 171 eventi di 10 sport che coinvolgeranno 5.200 atleti, la metà dell'intero numero di protagonisti. Lo stadio olimpico sarà costituito in parte da strutture mobili e ciò permetterà dopo i Giochi di ridurne la capienza da 80 mila a 25 mila. Il centro acquatico diventerà un impianto pubblico federale con i requisiti per ospitare in futuro i Mondiali di nuoto. Il villaggio olimpico e il centro stampa saranno riconvertiti in area residenziale per studenti universitari, direzionale, commerciale e espositiva. Le altre città olimpiche di Venezia 2010 previste nel progetto saranno Verona, Udine, Vicenza e Trieste (calcio); Padova (equitazione, rugby, tennis, tiro); Treviso (ciclismo, canottaggio, canoa, calcio, rugby). Oltre il quadrante olimpico, Venezia prevede di ospitare eventi sportivi anche a Venezia Parco San Giuliano, Vega Park, Jesolo e Lido” da “la Gazzetta dello Sport” del 20/2/2010

Volenti o no tutti dovremo fare i conti con le “Olimpiadi 2020” nei prossimi mesi e, a prescindere dalla decisione finale, lo stesso nei prossimi anni. Perché l’idea di fare le Olimpiadi in Veneto sta rilanciando in modo forte (non solo come idea, ma già anche negli apparati economici) il nuovo sviluppo urbanistico del Veneto, partendo proprio dall’area dove si trova il terzo aeroporto d’Italia (Tessera) e che appare il traino, assieme alle Olimpiadi, per quel megaprogetto di nuova città commerciale che lì vicino sorgerà che sarà (è) il cosiddetto “Quadrante di Tessera”. Ed è da prevedere che questo nuovo, nuovissimo, polo urbanistico-edilizio dovrà fare i conti (cioè subirà la concorrenza) con la realizzazione del progetto (per niente abbandonato) di “Veneto City” da lì poco distante (a mezza strada tra Venezia e Padova, tra Mira e Dolo), e non sarà da meno la riorganizzazione, commerciale e postindustriale, del vicinissimo polo di Marghera).

Nuove città che nascono (futuribili o “non luoghi” che spariranno tra cento anni?) e città di sempre, grandi e piccole (Venezia, Padova, Treviso, e tutte quelle medio-piccole del policentrismo veneto…), quest’ultime che mostrano difficoltà e crisi di vitalità, tra traffico e smog, superate appunto nell’immaginario (politico, ma anche collettivo) dalle nuove anonime “città del consumo perenne” (ma dove si troveranno i soldi per comprare tutta quella merce?). Non parliamo poi dei piccoli centri (i piccoli comuni), periferie tristi, con amministrazioni comunali senza risorse; e per la popolazione che lì vive spostarsi (con scarsi mezzi pubblici) per studiare, lavorare, il tempo libero, sarà una necessità quotidiana.

E il Veneto (chiamato abbastanza spesso, impropriamente, “Nordest”… non facendo sufficientemente i conti con il ricco Trentino e l’altrettanto ricco e strategico Friuli, porte della Mitteleuropa e dell’Est…), il Veneto rischia di ridursi alla cosiddetta Area Metropolitana “PATREVE” (il triangolo “Padova-Treviso-Venezia”), dimenticando e usando come “periferiel’area pedemontana vicentina e trevigiana (spesso sede di cave di ghiaia e argilla), la montagna bellunese (per un turismo mezzo edilizio e mezzo “mordi e fuggi”), il Polesine (area di servitù “per l’energia”, con centrali a carbone, rigassificatori, estrazioni di metano e tra poco forse anche possibile sito di una centrale nucleare). Verona e la sua funzione di raccordo economico trasportistico con il Nord Europa è di fatto più lombarda che veneta (estranea comunque al dibattito sul futuro urbanistico ed economico del Veneto, tutto appunto incentrato nell’area “patreve”).

Pertanto, lungi noi geografi dal voler schierarci su PRO O CONTRO OLIMPIADI IN VENETO, constatiamo che il trend che si è creato non cambia i termini della questione, per adesso e per i prossimi mesi e anni: cioè “città di sempre” in crisi di smog, di sviluppo commerciale e di vivibilità urbana; e invece voglia di “nuove città” (e i centri commerciali che finora abbiamo conosciuto non erano che una prova labile di quel che potrà accadere…). Su questo c’è la necessità di stabilire quali sono “i paletti” da rispettare per i nuovi sviluppi, e quali invece quelli che possiamo oltrepassare per risolvere il degrado urbano di questi anni. Per capire come valorizzare di più (e non solo conservare e difendere, spesso con scarsi risultati) il territorio veneto, con le sue bellezze artistiche e ambientali (che, nonostante tutto, ancora in parte sopravvivono).

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VENETO  AL  BIVIO,  CHI  SE  NE  CURA?

di Sandro Mangiaterra, da “il Mattino di Padova” del 16/1/2010

Possibile che nell’interminabile campagna elettorale per il Veneto non si riesca a sentire un’analisi, un abbozzo di progetto per il rilancio della regione? Macché, solo e soltanto politica politichese, trattative sugli uomini, sulle coalizioni, sulle poltrone. A destra, per mesi, si è assistito allo scontro di potere tra Pdl e Lega, terminato con la decisione di candidare Luca Zaia, mentre Giancarlo Galan, alla fine, sarebbe stato costretto ad «accontentarsi» di un posto nel governo. A sinistra, oggi, è di tutta evidenza l’incertezza sulle scelte strategiche, con infine la designazione dell’outsider Giuseppe Bortolussi.

Non è un bello spettacolo, da qualunque parte lo si guardi. Intanto i problemi restano lì. Anziché mettere in scena questo stucchevole balletto sui nomi o di pensare a chissà quali laboratori nazionali, le segreterie dei partiti e i candidati farebbero bene a misurarsi sulle reali necessità del territorio. Per esempio, dovrebbero dare un’occhiata al Primo rapporto dell’Osservatorio nazionale sui distretti italiani, presentato il 14 gennaio scorso a Roma. Frutto di un monitoraggio che ha coinvolto Confindustria, Unioncamere, Banca d’Italia, Istat, Censis, Intesa Sanpaolo, Symbola, Fondazione Edison (e scusate se è poco), il Rapporto offre uno spaccato lucidissimo sulla situazione economica del Paese, sulla crisi, sulle prospettive di ripresa.

E per il Veneto, che di distretti industriali ne ha 20 (su 92 censiti in Italia; tanto per fare un confronto, la Lombardia ne conta 11, il Piemonte 7), non può che rappresentare un punto di partenza imprescindibile per qualunque politica economica e di sviluppo.

L’analisi è impietosa. Ovunque crollano fatturati e margini di profitto. Forte battuta d’arresto anche per l’export: meno 21 per cento (primo semestre 2009) nei distretti del Nordest, meglio del meno 23 per cento che ha toccato quelli del Nordovest ma peggio del Centro (meno 19,6) e Sud Italia (meno 12,6).

La vera emergenza, poi, è l’occupazione: il 42 per cento delle imprese ha ridotto gli organici nel 2009 e per i primi mesi di quest’anno il 68 per cento delle aziende distrettuali prevede un’ulteriore diminuzione dei posti di lavoro.  Venendo allo specifico del Veneto, il Rapporto entra nel merito delle difficoltà dello Sportsystem di Montebelluna. «La cultura d’impresa – si legge – è molto limitata e le aziende che hanno una visione internazionale sono pochissime, anche perché manca un adeguato ricambio generazionale. La governance del distretto non sembra aiutare a superare questi limiti, in quanto sembra funzionale soprattutto a convogliare risorse dalla Regione. La forma distrettuale di Montebelluna appare non più adeguata alle evoluzioni organizzative delle imprese: se si vogliono sviluppare progetti innovativi, è necessario coinvolgere università e centri di ricerca di qualsiasi parte del mondo».

Spostandosi verso l’occhialeria del Bellunese, la musica non cambia: «La delocalizzazione produttiva ha inciso pesantemente sulla composizione del distretto: le aziende che realizzavano conto terzi hanno dovuto velocemente rivedere le loro politiche commerciali e purtroppo molte non sono riuscite a trovare uno spazio nel nuovo mercato globalizzato. Gli imprenditori chiedono al distretto di provvedere a una semplificazione per gestire il lavoro quotidiano, snellire la burocrazia, facilitare il movimento delle merci. Inoltre, occorre stimolare e rendere operativo il trasferimento tecnologico dai centri di ricerca alle piccole imprese».

L’analisi dei bilanci, comunque, mostra segnali di estrema difficoltà in tutti i comparti, dal marmo di Verona alle concerie di Vicenza, dal mobile d’arte di Bassano al legno-arredo confinante con il Friuli-Venezia Giulia. Sembra proprio la fine di un’epoca. Per chi non l’avesse capito, il mitico modello Nordest ha esaurito il suo ciclo.

Di fronte alla Grande Crisi, le aziende si sono difese come hanno potuto: l’83 per cento ha avviato nuove strategie commerciali, il 75 per cento ha aumentato la presenza estera, il 70,6 ha investito sulle tecnologie, il 63,2 è entrata in nuovi settori di business. Ma è chiaro che adesso si deve aprire una fase completamente diversa. E che il processo di cambiamento e di rilancio dell’economia regionale va guidato.  Da dove ricominciare? I distretti hanno davvero fatto il loro tempo? Certamente no. Il 59 per cento degli imprenditori continua a considerarli come la soluzione organizzativa migliore per affrontare la competizione globale. Il 32 per cento, tuttavia, li ritiene in fase di declino e il 9 per cento addirittura obsoleti.

Dal territorio, dove esiste una straordinaria ricchezza di competenze, bisogna partire, mettendo in campo politiche che favoriscano l’attività d’impresa: infrastrutture, efficienza energetica, logistica, formazione. Ma dal territorio è necessario uscire, intessendo rapporti a livello nazionale e internazionale, coinvolgendo le università, offrendo persino al piccolo artigiano la possibilità di operare sullo scacchiere planetario. Un Veneto aperto al mondo: è questa la vera sfida della regione. E non si riassume in una manciata di voti. (Sandro Mangiaterra)

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LE  QUATTRO  QUESTIONI  VITALI  PER  VENEZIA

di Francesco Giavazzi, da “il Corriere della sera” del 18/1/2010

L’elezione del sindaco di Venezia non è solo una questione locale. Per la straordinaria bellezza di questa città, per la sua storia, il sindaco di Venezia ha grandi responsabilità e verrà giudicato non solo da chi a Venezia vive, ma anche dai molti che nel mondo amano questa città. E dovranno spiegare, i candidati, come pensano di affrontare quattro questioni vitali per il futuro di Venezia.
1. MARGHERA O TESSERA? Il porto di Marghera è un’area industriale in dismissione, molto inquinata e che blocca la trasformazione di Mestre in una città aperta sul mare. Mi ricorda il waterfront di Boston, prima che la città abbattesse le barriere che la separavano dal mare e trasformasse quell’area un tempo degradata in uno dei quartieri più belli ed eclettici di tutti gli Stati Uniti. Sul waterfront di Mestre, aperto su Venezia, si potrebbe trasferire, come è avvenuto a Boston, il porto turistico: sia per imbarcazioni da diporto che per grandi navi da crociera. Il nuovo porto darebbe un futuro a migliaia di lavoratori oggi occupati in cantieri e raffinerie senza alcuna prospettiva. In questo modo si libererebbe Santa Marta, un’altra area che soffoca Venezia— senza parlare della follia di transatlantici di oltre 100 mila tonnellate che passano a poche decine di metri dalla Punta della Dogana. Ci sarebbe spazio anche per il nuovo casinò che tanto sta a cuore all’amministrazione della città. La giunta Cacciari ha scelto invece un progetto diverso: la costruzione di un nuovo insediamento vicino all’aeroporto di Tessera, in aree oggi ancora agricole. Questa scelta ha certamente favorito chi, anticipandola, ha acquistato terreni a Tessera: ma ha senso cementificare la campagna e lasciare Marghera nel degrado? Poiché, se si investe a Tessera, non ci saranno i soldi per riqualificare Marghera, né per spostare il porto. Che ne pensano i candidati?
2. IL DECRETO LEGGE SUL FEDERALISMO DEMANIALE, approvato il mese scorso dal governo, consente il trasferimento alla città del «patrimonio culturale» oggi di proprietà dello Stato, una definizione che a Venezia è alquanto vaga perché comprende tutto. Che progetti hanno i candidati? Per l’Arsenale, l’isola di Poveglia, Sant’Andrea e tanti altri luoghi? Intendono insistere perché siano inclusi nell’elenco dei beni trasferiti? Con quali denari li riqualificherebbero? E per l’Arsenale, intendono accettare la privatizzazione di fatto di quest’area (che rappresenta circa un settimo dell’intera superficie cittadina) consentendo che sia assegnata all’impresa che vincerà la gara europea per le opere di manutenzione del Mose?
3. PER EVITARE DI DIVENTARE DISNEYLAND, Venezia potrebbe puntare sull’università e i suoi studenti. Cà Foscari ha dato un segnale, voltando pagina ed eleggendo un rettore giovane e intelligente. Ciò che manca sono studenti che risiedano a Venezia e facciano vivere la città. Non ci sono perché i palazzi vuoti si contano a decine, ma non c’è una Casa dello studente degna di questo nome. Quali sono i progetti dei tre candidati?
4. PER ACCELERARE LA COSTRUZIONE DI UN SECONDO PALAZZO DEL CINEMA al Lido (costerà la bellezza di oltre 70 milioni), il governo ha nominato un commissario. Bene, ma le competenze del commissario si sono via via estese e oggi egli ha di fatto pieni poteri sull’intera isola. Anche qui vi sono interessi potenti: una società immobiliare ha acquistato entrambi gli alberghi storici (Excelsior e Des Bains), uno dei quali verrà trasformato in appartamenti. E dopo gli alberghi sarà la volta dell’ospedale al mare. Da queste scelte il sindaco è stato di fatto estromesso: al Lido potrà sempre andare, da turista. Sono d’accordo con tutto ciò i tre candidati? (Francesco Giavazzi)

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Il libro sul “Nordest e il suo futuro”

NORDEST  VUOL  DIRE  ADRIATICO

di Francesco Jori, da “la Tribuna di Treviso” del 27/1/2010

Uno è stato, assieme a Toni Bisaglia, l’ultimo vero grande leader nazionale del Nordest nella prima Repubblica. L’altro, all’epoca suo delfino nel Psi e oggi nel Pdl, nella seconda è diventato uno dei (rarissimi) politici nordestini di punta davvero ascoltati a Roma. Gianni De Michelis e Maurizio Sacconi continuano comunque a rappresentare due intelligenze di livello decisamente superiore alla media, dotate della non comune capacità di pensare lungo; e lo confermano scambiandosi una raffica di idee in un agile ma denso volumetto in pubblicazione da Marsilio, «Dialogo a Nordest – Sul futuro dell’Italia tra Europa e Mediterraneo». Che oltre a leggere con grande lucidità il futuro prossimo e remoto, ha un pregio giustamente sottolineato nella sua introduzione da Luca Romano: declinare un’idea di Nordest «che a certe condizioni può diventare, anzi ridiventare, il ponte geografico, economico e culturale tra l’Italia e il mondo».

Per riuscirci, deve partire da una rivisitazione della mappa planetaria di un mondo ormai irreversibilmente multipolare, in cui a dettare le regole non saranno più le grandi potenze, ma una governance plurale che, segnala De Michelis, si troverà ad affrontare cinque grandi dossier già pressanti oggi: nuovo ordine monetario, clima, commercio globale, non proliferazione nucleare, lotta al terrorismo.

In questo contesto, I’Italia ma anche l’intera Europa si trovano a un bivio tra declino e nuova espansione; e qui entrambi i protagonisti del dialogo concordano sul fatto che il Nordest può esercitare un ruolo-chiave per l’intero Paese; ma deve farlo in fretta, perché le accelerazioni della storia sono diventate brucianti, e mai come oggi chi sta fermo è perduto.

L’idea-chiave del libro è che l’area più turbolenta ma anche dinamica del Paese possa farcela puntando ad assumere un ruolo-chiave in un’economia emergente nell’unica parte del mondo ancora non occupata dai grandi players internazionali: quella che va dal Mediterraneo al Golfo, passando attraverso il Medio Oriente, destinata a diventare la cerniera dei grandi traffici planetari; in questo disegno, l’Adriatico può rappresentare uno snodo baricentrico, più canale che mare, a condizione che venga inserito in un disegno strategico, in cui i porti assumono un ruolo-chiave.

E già qui lo spettro dei ritardi aleggia sulla scena, con una Cina che sta mettendo mano in prima persona ad attracchi mediterranei di primo piano, da Port Said a Tobruk ad Algesiras: o si coglie tempestivamente l’opportunità, o si rischia di fare il bis del corridoio 5. Idea geniale a suo tempo, ma inquinata dai colpevoli ritardi italici (e nordestini, anzi veneti): De Michelis, che fu il primo a lanciarla, la ritiene oggi parzialmente superata, e suggerisce di riattualizzarla mantenendo la proiezione Venezia-Kiev, ma aggiungendo un ramo sud-occidentale che via Orte e Civitavecchia raggiunga il Tirreno, in modo da diventare un perno delle autostrade del mare su cui l’Unione Europea punta con decisione.

Occorrerà comunque intervenire sulla portualità dell’Alto Adriatico e sulle attività logistiche dei retro-porti (apertura dei container e prima trasformazione dei prodotti, anziché loro semplice smistamento). E da subito, entro il 2010; altrimenti il corridoio 5 diventerà fatalmente subalterno al 10, quello che corre tra Atene e Dresda passando per Sofia, Budapest, Vienna e Praga.

E’ attrezzato questo Nordest per farcela? De Michelis ne propone un’estensione all’Emilia e alla Lombardia orientale (Brescia e Bergamo), una sorta di Serenissima del terzo millennio, potenziata peraltro dalla presenza di una metropoli vera, con una popolazione attorno ai 2 milioni di abitanti: è il rilancio di un’area forte costituita dal grosso delle province di Venezia, Padova e Treviso, forse anche di Vicenza, senza la quale viene meno uno dei fattori strategici del mondo di oggi e di domani, quello urbano.  E Sacconi sottolinea che a Nordest esistono già oggi tre grandi dimensioni competitive: il turismo, la posizione geografica, il capitale umano; tutti in grado di attirare capitali e investimenti consistenti.

Un luogo, in definitiva, che ha tutti i numeri e le qualità per riattualizzare uno dei miti più suggestivi (e decisivi) della Serenissima, quello di Marco Polo, impegnandosi «a tessere le nuove vie della seta», per utilizzare una felice immagine di De Michelis. Snodo dei traffici di merci, ma anche e soprattutto di uomini e di idee, lavorando per integrare anziché per dividere. (Francesco Jori)

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VENETO,  UNA  PROVINCIA  D’ EUROPA

di Alessandra Carini, da “La Nuova Venezia” del 23/7/2008

VENEZIA. Il Veneto si avvicina a passi veloci all’Europa. Più di quanto non faccia l’Italia. Certo, nonostante i progressi, ha ancora le sue debolezze nel basso tasso di occupazione, nella mobilità delle persone, nella demografia ancora troppo bassa, nonostante l’apporto degli extracomunitari, e nella sua bestia nera di sempre: un consumo del territorio che ha, anche esso, fatto passi da gigante negli ultimi anni e che l’Istat ha rilevato, nei primi dati costruiti per il censimento del 2011, come uno dei pericoli ai quali va incontro questo territorio.

La quasi totalità dei 581 comuni del Veneto è stata modificata negli ultimi anni dalla nascita di nuove località e da quasi 3000 espansioni edilizie che hanno cambiato faccia a molte zone, inghiottendo verde e superfici libere: «E’ una caratteristica che si riscontra soprattutto a Nordest» dice il direttore centrale dell’Istat Giovanni Alfredo Barbieri.

Ma, quanto a dati economici, a risultati raggiunti in questi anni e anche alle prospettive che si aprono, il Veneto non ha nulla da invidiare alle Regioni più evolute del Continente. «Lasciateci correre, conviene anche a voi, non appiattiteci con norme uguali per tutti, da Enna a Vicenza. Dovete premiare la meritocrazia, non abbattere lo spirito di reagire di fronte alle difficoltà che è tipico di noi veneti e che ha vinto sfide come quella del dollaro», dice, in un ennesimo appello all’Italia e a Roma a differenziare la situazione delle Regioni in una ricetta federalista, il presidente della Regione Giancarlo Galan con una chiara polemica verso le puntate leghiste.

«Per gli obbiettivi raggiunti nei livelli di istruzione, che sono tra i migliori in Italia, dobbiamo anche ringraziare i tanti insegnanti meridionali che lavorano qui e che hanno insegnato ai nostri figli a non essere più stupidi dei ragazzi di Berlino o di Parigi», dice.   Si discute, in una sala affollata di persone, ma vuota di consiglieri regionali («sono venuti solo in due su sessanta a conoscere il Veneto. Peccato» dice Galan) il Rapporto statistico della Regione Veneto, una summa di dati e cifre costruita con fatica e maestria, dagli uffici statistici della Regione («che hanno lavorato senza consulenze e con una produttività quattro volte quella di un dipendente napoletano», afferma ancora Galan) e che analizza, sotto ogni aspetto, il Veneto dei successi economici e sociali di questi anni.

I primi sono testimoniati dall’avvicinarsi degli obbiettivi imposti all’Europa dall’accordo di Lisbona, anche se quanto a tasso di occupazione femminile e delle persone tra i 55 e i 64 anni, per effetto di un sistema pensionistico e assistenziale distorto, la distanza è ancora ampia.  I secondi da una società che, seppur ricca, è meno ineguale (quanto a disparità nei livelli di reddito), più capace di integrare gli immigrati.

Tutti i dati sono comunque testimonianza di un mondo che, ugualmente ad altre Regioni del Nord, ha performances assai diverse da quelle italiane e non solo per livelli di reddito raggiunti che sono nettamente superiori.  Sono risultati che stanno nella reale qualità della vita, nella qualità dell’abitare, nella spesa delle famiglie e nell’organizzazione civile che, ad esempio, con una raccolta differenziata che sfiora il 50%, fa quasi il doppio dei livelli medi che si raggiungono in Italia.

In mezzo a questa messe di cifre ci sono anche dati che testimoniano livelli di “sofferenza”. Nella mobilità, affollata di auto più che nel resto d’Italia, sia perché ci sono molti mezzi che circolano, sia perché le strade sono meno, e da abitanti che usano relativamente poco i mezzi pubblici. Nei livelli di ricerca e nell’ancora basso tasso di occupazione in generale e femminile in particolare, dove solo l’Emilia ha raggiunto e addirittura superato Lisbona.

Ma quanto a reazione del sistema industriale e alla sua capacità di cambiare di fronte al mutamento dei mercati, il risultato è alla pari con quelli di tutto il resto del Nord come mostrano i dati dell’export e della crescita delle vendite in Paesi come la Russia. Tanto che Urs Muller, direttore del centro studi economici di Basilea, che ha commentato i dati del Rapporto con il rettore di Ca’ Foscari, Pierfrancesco Ghetti e allo stesso direttore dell’Istat, Barbieri, nella tavola rotonda moderata da Paolo Possamai, direttore della Nuova di Venezia e Mestre, pur chiedendosi «qual’è l’eccellenza del Veneto?» risponde alla domanda di quale potrebbe essere il suo prossimo futuro, con una previsione tranquillizzante.  «La crisi – dice – ha due facce. Una finanziaria, che tocca soprattutto gli Stati Uniti e in misura minore l’Europa e che è comunque in via di risoluzione. Un’altra che sta nell’aumento dei prezzi delle materie prime che, finchè continuerà, provocherà una diminuzione del potere d’acquisto dei consumatori». Ma, aggiunge Muller, «il Veneto non ha un forte settore finanzario e in questo caso è un vantaggio, e comunque ha un export indirizzato verso Paesi produttori di petrolio che hanno avuto un aumento del reddito».  Insomma un quadro che, seppure difficile, ha tutte le risorse e i presupposti per non trasformarsi una crisi disastrosa. – Alessandra Carini

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GLI  IMMIGRATI  SALVERANNO  LA  “PATREVE”

di Nicola Pellicani, da “La Nuova Venezia” del 17/1/2010

VENEZIA. La parola chiave del rapporto Ocse è city-region Venezia, che equivale a ciò che comunemente chiamiamo PaTreVe, l’area metropolitana che comprende le province di Venezia, Padova e Treviso. Una realtà fortemente integrata che rappresenta una delle realtà più dinamiche e produttive d’Europa. La city-region vista dall’Ocse non è altro che quell’enorme città di circa 2 milioni di abitanti che viviamo quotidianamente, con una fitta rete di spostamenti interni.

Città-regione vuol dire quello spazio metropolitano dove è sempre più frequente incontrare chi, ad esempio, vive a Mestre, ma lavora o studia a Padova e magari ha la fidanzata che vive in provincia di Treviso. Una città-regione che tradotta in cifre significa un Pil pro-capite di 32.941 dollari paragonabile a quello di Toronto o Barcellona.  L’Ocse ha scattato la fotografia della city-region di Venezia, presentando un progetto al quale ha aderito la Fondazione di Venezia che, sotto la supervisione del Comune, ha fornito tutti i supporti necessari per la realizzazione del lavoro.

I risultati preliminari dello studio sono stati presentati (il 18gennaio, ndr) nella sede della Fondazione. Solo in primavera sarà disponibile il quadro completo dell’analisi, ma i dati a disposizione confermano le grandi potenzialità dell’area, ma anche molti punti deboli.

Vediamone alcuni. La PaTreVe non si è fatta trovare pronta con le trasformazioni determinate dall’introduzione dell’euro, che ha comportato un modello competitivo basato sull’innovazione. E’ stata poi presa in contropiede dalla competizione asiatica, che ha colpito in particolare il settore dell’abbigliamento e il calzaturiero. Ma non è tutto. La city-region non si è dimostrata in grado di fornire una quantità sufficiente di lavoratori qualificati per sostenere la trasformazione del modello economico in atto, orientata verso i servizi. Solo un abitante su tre possiede un titolo di studio superiore. Tra le regioni metropolitane Ocse, solo Istanbul e Izmir, in Turchia presentano un dato inferiore.

Il capitolo formazione rappresenta una delle tante fragilità del sistema. Tant’è che il capitale umano poco qualificato, potrebbe diventare un ostacolo al salto nel futuro dell’area metropolitana. Ma il vero punto critico è rappresentato dall’invecchiamento della popolazione. Gli effetti sono particolarmente evidenti a Venezia dove l’abitante medio ha 42,7 anni.  L’immigrazione, secondo l’Ocse, potrebbe salvarci allontanando gli effetti negativi dell’invecchiamento. La city-region non ha però ancora richiamato un numero sufficiente d’immigrati con titoli di studio superiori, né ha istituito programmi su larga scala per accrescere le loro competenze.  Il punto è che l’economia del Nordest fa rotta sui servizi ed ha necessità di una manodopera qualificata e in questa partita giocheranno un ruolo fondamentale gli immigrati altamente specializzati.

L’Ocse riserva poi una bacchettata alla Regione per investire troppo poco su ricerca e sviluppo.  Le criticità evidenziate dal rapporto vanno inquadrate all’interno di uno sviluppo disordinato del territorio. L’organizzazione poco efficiente e antieconomica dell’area rende complicato lo sviluppo delle infrastrutture e molte difficoltà logistiche che sono gli ingorghi che viviamo quotidianamente in molte parti della città-regione.

La mobilità costituisce infatti un alto nodo da sciogliere. L’Ocse ci sollecita a migliorare il sistema dei collegamenti, ma invita anche ad un maggior rispetto dell’ambiente. «Nel lungo periodo», scrive, «non sarà sostenibile un modello di sviluppo che non tenga conto dell’ambiente». C’è infine lo storico tema della governance metropolitana, di cui se ne parla da decenni. Ma il governo unitario della PaTreVe è sempre di là da venire.  Insomma resta molto da fare, ma i dati emersi dalla ricerca confermano come la city-region sia uno dei cuori pulsanti dell’Italia.

Il tasso di crescita può essere paragonato a quello di Londra, Stoccolma e Houston, collocando la città-regione di Venezia nel top ten delle migliori performance con un tasso annuale di crescita pari al 3 per cento, più alto del 50 per cento rispetto alla media delle altre «metropoli» targate Ocse. Per capirci il tasso di crescita della PaTreVe nel decennio dei «miracoli» (1995-2005) è stato tre volte superiore a quello di Randstad in Olanda e di città high-tech come Seattle. E ancora: i livelli di produttività del lavoro sono paragonabili a quelli di Francoforte, Londra, Monaco e Tokyo. Sempre nello stesso decennio la crescita è stata tripla rispetto a New York. – (Nicola Pellicani)

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ECCO  TESSERA  CITY, STADIO  E  CASINO’

di Alberto Vitucci, da “il Mattino di Padova” del 16/1/2010

il Quadrante di Tessera, come disegnato nel Ptrc

VENEZIA. Via libera al Quadrante di Tessera. Una nuova città da un milione e 200 mila metri cubi sorgerà in gronda lagunare, dove adesso ci sono campi coltivati. Nuovo stadio e nuovo casinò, ma anche un grande albergo, uffici, un centro commerciale e un centro sportivo, il nuovo terminal.

La delibera è stata approvata all’una e un quarto di notte, dopo giorni di polemiche e infuocati dibattiti. Alla fine i voti favorevoli sono stati 28 su 47. Quasi al completo i gruppi del Pd e del Pdl, Fabio Toffanin del Psdi. Oltre, naturalmente, al sindaco Cacciari. Hanno votato contro Sebastiano Boncio (Rifondazione), Beppe Caccia (Verdi), Alberto Mazzonetto (Lega), Jacopo Molina, Paola Petrovich e Franco Conte (Pd). Altri hanno preferito forme «più morbide» di dissenso come l’astensione o la non partecipazione al voto, dopo l’approvazione di cinque ordini del giorno che chiedono garanzie sui contraccolpi del grande progetto avrà sulla viabilità, le strutture, le famiglie e le aziende della zona interessata all’intervento. Valerio Lastrucci (Italia dei Valori) si è astenuto, il presidente del Consiglio comunale Renato Boraso (Pdl) e Alfonso Saetta (Gruppo misto) non hanno votato la delibera. Assenti Felice Casson, Fabio Muscardin e Vittorio Pepe (Pd), Cesare Campa (Pdl), Bruno Filippini e Giacomo Guzzo (Idv), Giovanni Salviato e Paolino D’Anna (Gruppo Misto), Ezio Oliboni (Psdi), Diego Turchetto (Lista Salvadori).

Seduta fiume, durata quasi otto ore, per esaminare i 61 emendamenti presentati dagli oppositori. Sono stati respinti tutti, ad eccezione di quello firmato da Boraso e Bonzio che pone un limite allo stadio di 30 mila posti. Il giorno prima erano state respinte anche le 60 osservazioni alla delibera, molte delle quali sulla legittimità del provvedimento. Erano stati in particolare il leghista Alberto Mazzonetto, le associazioni Ecoistituto e 40XVenezia, Luciano Mazzolin, Stefano Boato e lo stesso presidente Boraso a presentare una corposa documentazione in cui chiedevano il ritiro del provvedimento.

Procedura illegittima, secondo loro, perché le proposte di modifica della Save e della Marco Polo srl, società del Casinò, erano arrivate con quattro anni di ritardo. «Noi siamo in regola, le contestazioni vanno rivolte alla Regione», hanno risposto i tecnici.  Il provvedimento ora sarà inviato alla Regione per l’approvazione definitiva dello strumento urbanistico che dà il via libera al grande progetto di «Tessera City».  Ma la battaglia non è finita. «Una scelta sbagliata e miope, che penalizza il futuro di Marghera», protesta Gianfranco Bettin. «Una colata di cemento che insieme a Veneto city ci deturpa il territorio», dice Boraso. La Lega pensa a un ricorso al Tar, mentre il sindaco Cacciari canta vittoria: «Un provvedimento utile alla collettività. Così avremo senza spendere nulla stadio, casinò e 100 ettari di bosco». – Alberto Vitucci

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PORTO MARGHERA IN CRISI: QUALE FUTURO?

«E’ finita la chimica del cloro ma c’è un futuro fenomenale per l’area di Porto Marghera»

di Gianni Favarato, da “la Nuova Venezia” del 12/12/2009

VENEZIA. «Se la chimica del cloro a Porto Marghera chiude la colpa non è dell’Eni e il sindaco Massimo Cacciari lo sa bene. Il sindaco e i sindacalisti lo sanno perché hanno firmato anche loro gli accordi di programma che prevedevano la cessione delle produzioni a Ineos, che poi si è defilata, lasciando il posto alla Vinyls che ora è commissariata».

Lo ha detto Paolo Scaroni – vicentino di nascita, già numero uno di Pilkington, poi dell’Enel e ora amministratore delegato dell’Eni – nell’intervista rilasciata ieri alla Nuova, prima della cerimonia per i 40 anni di partnership Eni-Gazprom, organizzata a Palazzo Ducale, alla presenza del governatore del Veneto Galan e dei dirigenti russi della Gazprom.

Venezia e l’economia del Nordest ce la faranno a superare la profonda crisi economica che nell’ultimo anno sta mettendo fuori gioco un gran numero di aziende, soprattutto manifatturiere?

«Ho avuto modo, come presidente di Unindustria Venezia, di conoscere bene la fenomenale capacità di adattamento delle imprese del Nordest, anche quando la concorrenza era più forte. Per questo sono convinto che usciranno da questa crisi, ci vorrà del tempo, ma poi saranno più forti di prima, anche a Porto Marghera».

La candidatura di Venezia per le Olimpiadi 2020 può essere anche un’occasione per un nuovo sviluppo di Porto Marghera?

«Mi sembra un’operazione molto complicata, in ogni caso non c’è bisogno delle Olimpiadi per risollevarsi. Ho sempre pensato che un’area attrezzata come questa abbia un futuro fenomenale, compresa l’industria, ma le Istituzioni debbono parlare chiaro e dire quello che vogliono fare a Porto Marghera. Altrimenti, giustamente, le aziende non investono al buio sul loro futuro in una determinata area, senza punti di riferimento».

Il sindaco Cacciari ripete che solo l’Eni, che tanto ha avuto da Venezia, può salvare la chimica. Non solo, accusa l’Eni di non favorire il salvataggio di Vinyls?

«Da molti anni Eni ha deciso di uscire dalla chimica del cloro perché non è più conveniente e lavora solo in perdita. Il sindaco Cacciari non può stupirsi per quel che sta accadendo, anche lui ha firmato nel 1998 e poi nel 2006 gli accordi di programma per Porto Marghera in cui è prevista la cessione dell’intero ciclo del cloro prima ad Evc e poi ad Ineos, mettendo sul tavolo anche un investimento al 50 per cento per il nuovo impianto del clorosoda. Che c’entriamo noi se Ineos, e poi Vinyls hanno fermato gli impianti e portato i libri contabili in tribunale?»

Anche i sindacati dei chimici accusano Eni di aver condannato a morte la chimica di Porto Marghera?

«I sindacati non possono dire questo. Eni e le sue società non hanno mai licenziato nessuno, nemmeno quando sono state chiuse produzioni non più convenienti. Anzi Eni si è fatta carico anche degli esuberi di altre aziende. Nei confronti di Vinyls, società in amministrazione straordinaria, il nostro è un atteggiamento molto responsabile visto che vantiamo un credito di 100 milioni per forniture fatte a Vinyls e prima e Ineos, che non ci sono mai state pagate. Malgrado ciò, abbiamo continuato a rifornirla di utilities e abbiamo siglato un verbale al ministero che prevede nuove forniture di materie prime, a fronte però di garanzie effettive di pagamento. Che dovremmo fare di più? Chi ci critica dovrebbe chiedersi perché le multinazionali presenti a Porto Marghera e con impianti in tutto il mondo, decidono di chiudere tutte quante proprio i loro stabilimenti di Porto Marghera?».

L’alto costo dell’energia forse è una delle cause dell’abbandono di Porto Marghera da parte delle grandi industrie? «L’energia in Italia costa molto, è vero, ma è il frutto delle scelte di politica energetica fatte negli ultimi 30 anni. L’Italia, unica nazione al mondo, dopo il referendum sul nucleare ha chiuso le centrali che aveva già costruito e messo al bando quelle nuove. Se non l’avessimo fatto ora anche noi, come i francesi o i tedeschi, avremmo un’energia a costi accettabili».

Ci vuole una centrale nucleare anche in Veneto?

«Che l’Italia si debba dotare di una certa quota di nucleare è un fatto condivisibile. Dove localizzarlo non tocca a noi deciderlo».

Voi resterete a Venezia?

«Eni non ha deciso di andarsene, a Marghera abbiamo il cracking di Polimeri e la Raffineria, due attività che manteniamo e sulle quali continuiamo a investire malgrado siano in perdita».

A proposito della Raffineria, il sindaco Cacciari ha minacciati di non rinnovare la concessione se Eni non farà di più per la chimica del cloro. Lei che risponde al sindaco?

«Per la Raffineria abbiamo un piano di investimenti per il reforming, ancora in attesa di tutte le autorizzazioni previste. Ma se Venezia non vuole più una raffineria di petrolio dentro la laguna che lo dica e noi non faremo altro che spostare i nostri investimenti da un’altra parte». – Gianni Favarato

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ECCO  IL  PIANO  PER  LE  OLIMPIADI,  A  VENEZIA  PREVISTI  230  EVENTI

da “La nuova Venezia” del 30/12/2009

Ventisei impianti previsti, tredici dei quali già esistenti. Venezia come fulcro di tutto il progetto olimpico, tanto che nella sua area metropolitana saranno presenti oltre il 60% delle strutture deputate a ospitare le gare, a partire dal Quadrante Olimpico di Tessera. A Venezia si svolgeranno manifestazioni di 24 sport olimpici, per un totale di 230 eventi – Intervista a Federico Fantini

VENEZIA. «Visto? Qui ci sono le risposte alle criticità che sono state avanzate sulla nostra candidatura». Federico Fantini, direttore generale del Comitato olimpico Venezia 2020, fa parlare i numeri. «Il masterplan prevede 26 impianti sportivi, 13 di questi sono già esistenti. Inoltre, nell’area metropolitana di Venezia sono localizzate oltre il 60% delle strutture. Tradotto in cifre significa che a Venezia si svolgeranno manifestazioni di 24 sport olimpici (10 nel solo Quadrante di Tessera, ndr) per un totale di 230 eventi che si stima coinvolgeranno quasi 7.900 atleti». Venezia 2020 alza, in anteprima, il sipario sul masterplan veneto a cinque cerchi.
Fantini, chi ha espresso dubbi sulla dotazione impiantistica di Venezia 2020 e su una candidatura che si ritiene avanzata da una Regione e non da una città, è sistemato…
«Non disporre di tutti gli impianti sportivi a 11 anni dall’evento non è certo una criticità. L’impiantistica, come dice lo stesso Cio, va pensata anche in funzione dello sviluppo tecnologico delle infrastrutture stesse. La rete degli impianti esistenti considerata nel nostro piano non è la migliore del mondo, ma è interessante. Penso al Palanet di Padova o alle Padovanelle o, ancora, al Palaturismo di Jesolo. Sei dei nuovi impianti previsti, inoltre, sono già pianificati a prescindere dalla candidatura olimpica. Il Velopark di Treviso, ad esempio, è già inserito nella Finanziaria 2008. Solo sette impianti, quindi, dovranno essere costruiti ex novo».
Quali sono gli altri aspetti qualificanti del vostro masterplan?
«La compattezza dell’evento, garantita anche da un piano di mobilità eccezionale. Nel Quadrante Olimpico, previsto nell’area di Tessera, saranno ospitati 171 eventi di 10 diverse discipline: a Londra 2012, per fare un confronto, saranno sette gli sport ospitati nell’Olympic Park. La mobilità e l’integrazione della stessa con le sedi degli impianti è stata pensata per dare l’o pportunità di poter seguire più di un evento nell’arco di una giornata. Pensiamo, ad esempio, alle potenzialità del Servizio ferroviario metropolitano regionale (Sfmr). Proprio sulla mobilità, contiamo di avere maggiori chance rispetto a una grande capitale, dove il rischio di congestionamento del traffico è maggiore».

A proposito di infrastrutture, Sfmr e Alta velocità sono dei cardini del vostro progetto. Alle spalle, però, hanno una storia di lunghe discussioni e pochi, almeno fin qui, cantieri aperti. Per non parlare dei quattrini stanziati.
«Sui grandi progetti pesa, ovviamente, la ciclicità economica. Va tenuto conto, però, che gli investimenti sulla mobilità, che non spettano al Comitato, sono sottoposti a procedura commissariale. Questo semplifica il quadro. In Veneto, poi, c’è una maggiore cultura del fare rispetto ad altre aree».
Qual è la portata economica del progetto?
«L’obiettivo della sostenibilità abbraccia l’ambiente ma anche il piano finanziario. L’impatto sarà decisamente leggero rispetto agli standard. Anche questa è innovazione. L’o rganizzazione dell’evento ruota attorno a costi per 2 miliardi. Per quanto riguarda le spese per le strutture sportive, i costi extra rispetto a quanto già preventivato saranno bilanciati dalle entrate. Si parla, tra i ricavi, di diritti televisivi, merchandising e biglietti».
Che bacino di spettatori considerate?
«Pensiamo a 6-7 milioni di biglietti. Presto per azzardare a dei ricavi, ma una stima verosimile può essere basata su circa 50 euro a biglietto».
Nel masterplan non c’è traccia di una integrazione con il progetto Veneto City. L’avete considerato?
«Conosciamo l’area, ci sono stati anche degli incontri con i rappresentanti di quel progetto. In questa fase non fa parte del dossier, ma non escludiamo che possa rientrarvi in un secondo momento. Magari con un coinvolgimento legato, ad esempio, alla produzione televisiva».
Sul fronte della ricettività alberghiera i numeri ci sono, ma dal punto di vista della qualità?
«Il Cio richiede la disponibilità di 29mila stanze in hotel a 3-5 stelle nell’area olimpica. Venezia 2020 arriva a 44.170. Sul fronte della qualità è sostenibile già oggi».

Ecologico, divertente e comodo. È il sogno olimpico di Venezia 2020

di Daniele Dallera, da “il Corriere della Sera” del 30/12/2009

«Grande rispetto per Roma, ma il fascino dei Giochi qui è irripetibile»

MILANO – Venezia non ci sta, giustamente, a partire seconda nella prestigiosa corsa italiana che porta all’ Olimpiade 2020. Anche perché significa indossare la maglia nera, visto che le candidate a ospitare i Giochi saranno due, Roma e Venezia (scritte, sia chiaro, in rigoroso ordine alfabetico).

Inaccettabile per Venezia il sospetto che Roma possa trovarsi in pole position. Intollerabile il pensiero che il suo progetto non venga analizzato con la dovuta attenzione. Sospetti e pensieri nati l’ 11 dicembre, quando la delegazione veneziana guidata dal sindaco Cacciari ha incontrato a Roma il presidente del Coni Gianni Petrucci e il prezioso (e onnipotente) segretario generale Lello Pagnozzi. Alla lettura dei giornali che davano un veritiero resoconto del vertice romano, non si era indispettito solo il sindaco Cacciari, ma anche Federico Fantini, il direttore generale del Comitato Venezia 2020, l’ uomo che ha creato la candidatura e ne sta curando (e limando) ogni aspetto. In quei giorni si scriveva di perplessità e di osservazioni critiche da parte di Petrucci e Pagnozzi, i primi a vedere e scoprire il piano olimpico veneziano.

Ora anche il Corriere della Sera può visionare il progetto che sostiene la candidatura di Venezia. Rispetto alla bozza presentata al Coni, molto è stato corretto, raccogliendo ovviamente anche le sensate indicazioni di gente esperta come Petrucci&Pagnozzi che avevano raccomandato una connotazione veneziana, cittadina, e non certo veneta, regionale o addirittura extraregionale. Petrucci e il Consiglio nazionale del Coni dovranno scegliere tra Roma e Venezia (per evitare equivoci ancora scritte in rigoroso ordine alfabetico).

Il direttore generale del Comitato Venezia 2020 ci aiuta a comprendere la filosofia del progetto svelandoci qualche carta segreta: «La nostra proposta – spiega Federico Fantini – non solo è davvero innovativa, ma è anche una grande opportunità per lo sport italiano, olimpico e internazionale». D’ accordo, parole confortanti, ma dove sta la forza della candidatura di Venezia? «Non facciamo i Giochi per dotarci delle infrastrutture. Ma vogliamo offrire al movimento olimpico l’ opportunità di celebrare i Giochi non solo in uno scenario unico ma anche in un contesto di investimenti infrastrutturali già programmati indipendentemente dall’ esito della candidatura. Tutto questo quindi senza oneri aggiuntivi e ormai intollerabili sui contribuenti».

Per investimenti infrastrutturali cosa si intende? Palazzetti, impianti, collegamenti, hotel? «Ecco, qui veniamo a un altro nostro punto di forza: sarà un’ Olimpiade comoda, compatta, concentrata, con collegamenti brevi ed efficienti, renderemo facile la vita agli atleti, confortevole alle migliaia di addetti ai lavori e divertente ai milioni di spettatori e di appassionati che vorranno godere di un evento storico come l’ Olimpiade».

Un progetto all’ avanguardia. Fantini illustra questo modernismo veneziano: «Il Cio chiede che i Giochi non risultino un corpo estraneo alla città che li ospita e al mondo olimpico. Abbiamo rispettato in pieno questa volontà. Oltre a presentare strutture innovative, questi impianti alla fine dell’ evento potranno essere riconsegnati allo sport olimpico che li potrà sfruttare là dove veramente serviranno. Avremo arene indoor che saranno smontate, smantellate e utilizzabili altrove in concertazione con il Coni e il Cio. Faccio un esempio pratico: lo spirito olimpico di Venezia potrà vivere, che so, a Scampia se ci sarà bisogno, oppure in qualche altra parte d’ Italia o d’ Europa, secondo la volontà degli organismi sportivi nazionali ed internazionali».

Veniamo ai dubbi emersi dopo l’ incontro con i leader del Coni, Petrucci e Pagnozzi. Per esempio la dispersione interregionale dell’ evento olimpico spalmato su un’ area, la cosiddetta Pa-Tre-Ve che non è altro che l’ asse Padova-Treviso-Venezia con sconfinamenti su lago di Garda, arrivando persino a Trieste. A Venezia c’ è sempre stata la convinzione della totale coerenza del progetto con il dettato della carta olimpica, le ultime pennellate in senso veneziano hanno rafforzato questa certezza.

Qualche sassolino però il responsabile della candidatura olimpica se lo toglie: «Su perplessità colte, suggerimenti, consigli che ci sono pervenuti, abbiamo ragionato e lavorato, ma è evidente che qualche dubbio è nato anche in base alla scarsa conoscenza della situazione giuridica, geografica e amministrativa di Venezia. Se parliamo di quadrante olimpico a Tessera, è bene che si sappia che Tessera è di fatto un quartiere di Venezia. E così pure se si fa cenno all’ arena indoor a ridosso del Parco Tecnologico Vega. Così come per il Parco San Giuliano. Non vedo emergere le stesse perplessità se Roma coinvolgesse Tor Vergata, Saxa Rubra o l’ Eur. Non solo, a Venezia le distanze saranno molto più ridotte».

Roma, innegabile, ha un vantaggio: molti impianti già ci sono. «Se la perplessità può apparire a prima vista legittima, a una analisi più attenta questa si trasforma in un’ opportunità: quella di dotare il territorio di una impiantistica sportiva moderna, funzionale ed efficiente. Il sistema politico economico e organizzativo del Nord Est è credibile: siamo abituati a fare le cose che diciamo. I terreni e le locazioni sulle quali far crescere impianti e strutture sono già state individuate, la promozione di Venezia 2020 sarebbe un’occasione unica di crescita, non solo di questa zona, ma di tutto il Paese. Poi, quando leggo che Rio, per l’ Olimpiade 2016, avrà disposizione oltre 200 milioni di euro per ammodernare e aggiustare il mitico Maracanã, posso dire a Petrucci che noi con quei 200 milioni di euro faremmo magari 3, e sottolineo 3, moderni impianti sportivi già a norma, molto più funzionali e soprattutto utili alla comunità».

Petrucci ha detto, abbandonando ogni diplomazia: «Intendo andare al Cio con una candidatura forte, perché stavolta possiamo vincere». Fantini incalza: «Ha ragione il presidente del Coni: allora si fidi di Venezia e del suo progetto. Sicuramente alternativo a quello scontato di Roma. Grande rispetto per il lavoro dei nostri colleghi romani, ma non c’ è dubbio che i Giochi a Venezia oltre ad avere un fascino irripetibile saranno moderni, ecologici, divertenti, comodi, al centro dell’ Europa che guarda al futuro. Sicuri e convinti di giocare ad armi pari con Roma, senza alcun complesso di inferiorità, sarà lo stesso Consiglio nazionale del Coni a comprendere l’ alto valore del progetto olimpico di Venezia». Roma e Venezia, Venezia e Roma, stavolta dell’ ordine alfabetico ne facciamo a meno, sarà una gran bella gara. A Petrucci l’ ardua sentenza. (Daniele Dallera)

QUADRANTE OLIMPICO

di Claudio Tessarolo, da “il Giornale di Vicenza” del 30/12/2009

Venezia è la città candidata a ospitare i Giochi e, quindi, il fulcro di tutto il progetto olimpico. Nella sua area metropolitana saranno presenti oltre il 60% delle strutture deputate a ospitare le gare, a partire dal Quadrante olimpico di Tessera. Tradotto in cifre, questo significa che a Venezia si svolgeranno manifestazioni di 24 sport olimpici (10 nel solo Quadrante), per un totale di 230 eventi che si stima coinvolgeranno quasi 7.900 atleti.
Il progetto ideato dal comitato si allarga, poi, a un’area olimpica “estesa” che includendo le province di Treviso e Padova poggia su un bacino demografico di oltre un milione di persone: la cosiddetta area metropolitana veneta. A Padova, ad esempio, sono previste 27 manifestazioni ospitate in 4 impianti, per un totale di più di 800 atleti. 4 impianti anche a Treviso, per un totale di 44 eventi organizzati nella provincia che vedranno impegnati 1200 atleti. Il torneo di calcio, come detto, estende i Giochi a un’area ancora più estesa, coinvolgendo così Vicenza.
GLI IMPIANTI. Un dato assolutamente rilevante è che 13 dei 26 impianti previsti dal Master Plan (quindi il 50% esatto) è già esistente – in parte naturalmente da adattare alle esigenze dell’evento che si terrà tra 10 anni – e altri 6 impianti (il 23% del totale) sono già pianificati, come il Velopark di Treviso, già per altro inserito in Finanziaria nel 2008. Soltanto 7 impianti, quindi, devono essere costruiti ex novo. Altro elemento importante è la tipologia degli impianti: su 26, 17 sono permanenti e 9 sono temporanei. Si tratta, cioè, di strutture mobili concepite secondo i più moderni standard di sicurezza, che potranno essere smantellate e rimosse al termine delle manifestazioni.
TESSERA. Fulcro del Master Plan sarà il cosiddetto “Quadrante Olimpico”, previsto nell’area di Tessera, alle porte della città di Venezia e sullo snodo di tutte le infrastrutture viarie (di terra, aria e mare) più importanti. Sono collocati tra l’altro il Villaggio Olimpico e lo stadio. Saranno ospitati 171 eventi di 10 diversi Sport Olimpici (a Londra 2012 saranno 7 gli Sport ospitati nell’Olympic Park) che vedranno coinvolti 5.200 atleti, circa la metà dell’intero numero dei protagonisti. È un progetto straordinario che prevede sia strutture non permanenti che permanenti. Per le strutture permanenti è già previsto un utilizzo post olimpico. Lo Stadio Olimpico, ad esempio, sarà costituito in parte da strutture mobili, tanto che da 80 mila posti verrà ridotto a 25 mila al termine dei Giochi. L’Aquacenter, concepito e costruito secondo i più moderni standard, sarà destinato a diventare un impianto pubblico-federale in grado, potenzialmente, di ospitare i Campionati Mondiali di Nuoto nel 2019, 2021 o 2023. Il Villaggio Olimpico e i due centri destinati a tv e media potranno eventualmente diventare spazi a destinazione direzionale, commerciale o espositiva.
INFRASTRUTTURE. Il Veneto è il cuore della “nuova Europa”, cioè l’attuale Unione Europea composta da 27 membri: all’incrocio tra il Corridoio 5 (Lisbona-Kiev), che taglia l’Europa da est a ovest, e il Corridoio 1 (Berlino-Palermo), che congiunge Nord e Sud del continente. Venezia è raggiungibile in giornata (andata e ritorno) da un bacino di oltre 25 milioni di persone. In aereo è raggiungibile da tutte le principali città europee in meno di due ore, e il sistema aeroportuale di Venezia (coinvolgendo oltre al Marco Polo di Tessera anche gli altri aeroporti veneti) ha una capacità di oltre 15 milioni di passeggeri/anno, quasi il doppio, ad esempio, di quella di Rio de Janeiro, scelta per ospitare i Giochi del 2016. Da oggi al 2020, l’area di Venezia sarà interessata dalla costruzione di importanti infrastrutture viarie – pianificate indipendentemente dall’organizzazione dei Giochi – che renderanno il raggiungimento dell’Area Olimpica e lo spostamento all’interno della stessa molto più agevole. Il “Passante di Mestre” già c’è, ed entro il 2020 sono previste ulteriori, importanti migliorie quali: nuova stazione Tav (Alta velocità) interconnessa con il gate aeroportuale, ammodernamento di diversi tratti autostradali, rafforzamento della rete trasportistica via mare.
RICETTIVITÀ. Per poter ospitare i Giochi, il Cio richiede la disponibilità di 29 mila stanze in hotel 3-5 stelle in un raggio di 50 chilometri dal “Game Center” e altre 11 mila devono costituire una “riserva precauzionale”. Venezia, cuore della prima Regione turistica d’Italia, supera ampiamente questo requisito. Nell’Area Olimpica sono infatti presenti 44.170 stanze. Di queste, oltre 41 mila sono in Provincia di Venezia e 2500 a Padova città. Oltre 720mila sono, inifine, i posti letto oggi disponibili sul territorio di tutto il Veneto. Una cosa è certa: le Olimpiadi in Veneto rappresentano una scommessa da giocare fino in fondo. E, possibilmente, da vincere. (Claudio Tessarolo)

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L’ intervista – Jeremy Rifkin –  L’ economista americano, ospite al Made Expo di Milano, teorizza nel suo nuovo libro una civiltà «in rete»

«La metropoli sarà come il corpo umano»

Rifkin: «Dagli uomini alle tecnologie, ogni parte dovrà pensare anche alle altre. Penso a una città femmina capace di capire di ognuno bisogni e capacità. Io il Nobel per la Pace lo darei alle donne, non a Internet»

di Roberta Scorranese, da “il Corriere della sera” del 31/1/2010

In principio c’ è un raggio di sole. Convogliato in una casa, si trasforma in energia. Questa, a sua volta trasmigra in un’ auto elettrica che la immagazzina e ne fa luce, in un’ altra casa, in un’ altra vita. La città ideale pensata da Jeremy Rifkin assomiglia a un gigantesco corpo umano, dove ogni parte vive della vita dell’ altra. «Non più solo “a misura d’ uomo” – dice l’ economista americano, ospite al convegno di Made Expo 2010 – ma “a misura dell’ uomo per l’ uomo”. È l’ ultima rivoluzione. E i tempi stringono».

Perché oggi essere «assolutamente moderni» significa essere «assolutamente empatici». Interconnessi, comunicanti. «E le città devono crescere così – commenta Rifkin, che ha appena pubblicato “The Empathic Civilization”, l’ ultimo libro sui rapporti tra uomo e ambiente -: seguendo le logiche della comunicazione dominante. Pensiamo ai Sumeri: quando inventarono un sistema idraulico per produrre energia, inventarono anche la scrittura. Oggi viviamo in rete: così come le informazioni, anche l’ energia va autoprodotta, distribuita, conservata».

La città diventa un organismo. E si entra in un quadro di Escher, dove ogni corpo è impercettibilmente connesso a un altro e non si fa più distinzione tra umano e inumano (come su Internet, del resto): «Ogni casa produrrà la sua energia e la metterà in comune – spiega – attraverso una rete intelligente di distribuzione. Nelle case penso a dei sistemi in grado di distribuire equamente l’ energia in eccedenza. Dalla lavatrice al frigo, per capirci. E anche i vecchi edifici si devono attrezzare con i pannelli solari. Penso alla splendida Milano: se ogni corpo dialogherà con l’ altro, diventerà ancora più bella».

Perché non possiamo più permetterci, secondo il professore, di pensare solo per noi stessi. «Io il Nobel per la pace, più che a Internet lo darei alle donne – provoca – o, meglio, ai movimenti che si battono per i diritti delle donne o dei bambini». Perché c’ è bisogno di interagire con gli altri, captandone i bisogni e aiutandoli. E si può dire che la città pensata da Rifkin è molto «femmina»: fertile, riproduttiva. Una città madre in grado di distribuire a ciascuno secondo i bisogni e di ciascuno capire le possibilità. «Una città flessibile – dice Rifkin – in cui la comunicazione agevola le scelte e gli adattamenti. Gli architetti hanno un ruolo molto importante in questa fase: ci deve essere una rete globale, un sistema in grado di “captare” bisogni e consumi e appianare le differenze e gli squilibri».

Una città che è un film corale, alla Altman, e, proprio per questo, in continua evoluzione (come Internet, del resto): sovraccarichi di energia che si possono ridistribuire; prezzo dell’ elettricità «dinamico», modificabile; automobili che diventano sorgenti di energia, poiché possono accumularla nei periodi di stasi e poi restituirla; strade che si trasformano in distributori di corrente, con garage attrezzati. Perché più comunichi, più sai. E più sai e più cambi facilmente. «L’ Europa ha già fatto molti passi avanti – conclude il professore – perché ha scelto di puntare sulle energie rinnovabili e su un programma che prevede anche l’ uso dell’ idrogeno. Sono i pilastri per la terza rivoluzione industriale, quella che spazzerà via l’ era del petrolio. Si deve però arrivare alla cosiddetta “generazione distribuita”, in cui le risorse siano in mano a tutti».

E in cui tutti abbiano gli strumenti per gestirle, ma a questo, secondo Rifkin, pensa già adesso la condivisione delle informazioni sul web. È allora una città leggera, quella che (forse) verrà, in cui si va oltre «la metropoli dei bits» (in cui le cose pensano) teorizzata negli anni Novanta da William Mitchell. Qui gli abitanti si parlano, mettono in comune cose. Dai rifiuti fino all’ ultimo raggio di sole. (Roberta Scorranese)

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One thought on “NORDEST (Veneto) in crisi di idee: tra città “diffusa e confusa” e desiderio di nuove città (il Quadrante di Tessera, Veneto City…), tra economia della manifattura che si dissolve (i distretti industriali che spariscono) e tanta voglia di rilanciarsi con le OLIMPIADI (come?)

  1. Luca Piccin martedì 9 marzo 2010 / 21:57

    Che articolo! Eccellente analisi.
    Spero che le olimpiadi si faranno in Veneto nel 2020.
    Il sistema produttivo locale, o distretto o cluster, che dir si voglia necessita di due variabili: densita di relazioni e apertura verso l’esterno (Secondo B. Pecqueur, geografo economico). Quella delle olimpiadi potrebbe essere un’opportunità unica e irripetibile in questo senso.
    Sul tema segnalo agli interessati la tesi di dottorato in geografia di A. Scroccaro sulle delocalizzazioni venete in Romania, in co-tutela tra le univ. di Montpellier e di Padova.
    Viva la geografia! Viva il dipartimento!

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