La TURCHIA e l’arresto di 49 militari per il presunto tentato golpe militare: episodio tra gli “alti e bassi” di un paese (pace con l’Armenia, messa fuorilegge del partito curdo, contro Israele e pro Siria…) che, se integrato al “progetto europeo”, diventerebbe un formidabile “ponte di convivenza” dell’occidente con il mondo islamico

Il ponte sul Bosforo. Istanbul è l'unica città al mondo che collega due continenti. La parte antica è situata in Asia, mentre la parte moderna in Europa. Queste due sezioni sono separate dal Bosforo. Il Ponte sul Bosforo è uno dei due ponti che attraversano lo stretto. Il ponte fu costruito tra il 1970-73 e la sua lunghezza è di 1560 metri

“Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affac­ciavano sull’altra riva, l’Asia.  Poi, un gior­no, è stato costruito un ponte che collega­va le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive” (Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006). Partiamo da questa bellissima esposizione, e considerazione, di Orhan Pamuk,  per dare un significato geopolitico all’episodio (che qui cerchiamo di commentare e descrivere attraverso alcune analisi e articoli apparsi sui quotidiani) dell’arresto in Turchia di alti ufficiali dell’esercito perché accusati di aver tentato un colpo di stato. Ebbene quest’episodio accentua la difficoltà di questo grande paese (di 70 milioni di persone) di darsi un’unica anima al suo interno, diviso tra una classe politica al potere molto vicina all’integralismo islamico, e invece un apparato militare più laico, nel senso occidentale, anche se forse più legato alla tradizione asiatica che a quella europea. Di solito accade il contrario: cioè che l’esercito rappresenta le parti più retrive ed integraliste di un Paese. Ma la Turchia, anche su questo è speciale.

E dispiace che l’Europa non recepisca l’importanza di “avere con sè” la Turchia, riuscendo così lei (Europa) a fare quella sintesi delle due anime turche che non accade possa essere fatta all’interno di quel Paese. Ma facendo anche un servizio a sè stessa, al progetto europeo, alla sua politica di integrazione e di sviluppo.

Sono 49 i militari turchi arrestati lunedì 22 febbraio scorso dalla polizia perché ritenuti coinvolti in un tentato colpo di stato che doveva essere realizzato tra il 2002-2003 contro il partito di radici islamiche “Giustizia e Sviluppo” del premier Erdogan, allora da poco al potere. I 49 militari, secondo la stampa turca, comprendono 17 generali in pensione, 4 ammiragli in servizio e 28 ufficiali

Ci permettiamo, per esporre il concetto, di riprendere una frase evangelica: “chi si perderà si salverà; chi pensa solo a salvarsi si perderà”. Ed è questo il problema della crisi profonda del progetto europeo: l’incapacità di diventare un unico grande Stato Federale, cioè sì fatto di tante nazioni che si ritrovano in culture, tradizioni e lingue specifiche, ma che gli “Stati Uniti d’Europa” esprimano un’unica politica estera internazionale e modi e regole economiche e sociali che rilancino il suo ruolo nel mondo, appunto in funzione della pace e dello sviluppo globale.

Per questo “il rischio turco”, che a nostro avviso rischio non è (cioè di condividere con la Turchia il grande progetto europeo) va accettato come un’opportunità: la creazione di un grande ponte di ascolto e scambio pacifico nei confronti di culture “altre”, che noi, come europei, non abbiamo ragione di temere.

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DUE  TURCHIE  E  UN  PONTE  INDISPENSABILE

di Giorgio Ferrari, da “Avvenire” del 24/2/2010
Ci sono due Turchie che convivono al­l’interno della penisola anatolica: una che guarda all’Europa e reclama da oltre un decennio di farne parte integrante e una che ambisce al ruolo di potenza regionale contendendo all’Iran il prestigio e l’onere di arbitro di quel quadrante strategico che va dal Mar Caspio all’Iraq; una che si af­faccia alla modernità e se ne fa interprete attraverso la libera stampa, l’accresciuto benessere, la crescita industriale e l’evolu­zione tecnologica e l’altra che guarda den­tro sè stessa e invoca una tradizione che per lo più significa arretratezza culturale e so­ciale; e soprattutto c’è una Turchia laica, e­rede del ‘kemalismo’ – ovvero della mo­dernizzazione forzata imposta dal padre della patria Atatürk all’indomani del crol­lo dell’impero ottomano – e una Turchia che dal 2002 si è riconosciuta nell’Akp, il partito di chiara ascendenza islamica – se pure moderato – del premier Erdogan e del presidente Gül.
Kemalisti sono es­senzialmente i mili­tari, fortemente na­zionalisti, gelosi del proprio passato al punto da considera­re un reato discetta­re sul genocidio ar­meno e che si riten­gono custodi del­l’ortodossia nazio­nale al punto da es­sersi pronunciati ben quattro volte nel dopoguerra, nel 1960, nel 1971, nel 1980 e nel 1997 facendo sfi­lare i carri armati per ‘raccomandare’ l’os­servanza della costituzione e sventare ogni deriva islamica o separatista.
Queste due Turchie tendono periodica­mente a scontrarsi, come fanno le terraz­ze continentali, provocando attriti anche pericolosi. È il caso della vicenda che ve­de coinvolti una cinquantina fra alti uffi­ciali dell’esercito, magistrati e personalità della classe dirigente, arrestati in questi giorni nell’ambito di un’inchiesta su un presunto tentativo di colpo di Stato pro­gettato da Ergenekon, una sorta di Gladio turca che avrebbe trescato per far cadere Erdogan.
È probabile che il rumore di sciabole che si indovina dietro la misteriosa cortina di Ergenekon non sia frutto esclusivo della propaganda del governo, timoroso che l’o­pinione pubblica finisca per parteggiare con il kemalismo. Così come è altrettanto improbabile che si preparasse davvero un colpo di Stato per rovesciare la fragile de­mocrazia turca. È vero piuttosto che le due anime della Turchia contemporanea stan­no giungendo alla resa dei conti: di qua u­no Stato che si proclama islamico e che co­sì facendo si allontana sensibilmente dal­l’Europa incontrando il veto non solo fran­cese, ma anche di una nutrita pattuglia di nuovi arrivati; di là un laicismo nazionali­sta che pur puntando proprio all’integra­zione europea finisce per adottare il peg­gior criterio possibile, quello della forza e dell’intimidazione armata.

Entrambe le vie sono destinate ad attizzare le perplessità internazionali attorno alla Turchia, che pure gode di solidi alleati nel processo di av­vicinamento all’Unione Europea, fra i qua­li l’Italia. Ma forse meglio di ogni altro è stato il pre­mio Nobel Orhan Pamuk ad aver ben com­preso e raccontato il contrasto e l’intrec­cio fra le due anime e le due culture della Turchia di oggi, fra il richiamo della mo­dernità e i vincoli della tradizione quando dice: “Ho trascorso la mia vita ad Istanbul, sulla riva europea, nelle case che si affac­ciavano sull’altra riva, l’Asia.  Poi, un gior­no, è stato costruito un ponte che collega­va le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive”. Quel ponte esile e forte che è in­dispensabile che la Turchia dalle due ani­me che devono e possono diventare una s’impegni a tenere aperto e a fare sgombro, metafora di sè e di un futuro di condivisione.

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Lo ha annunciato il primo ministro Erdogan

Turchia: 40 arresti per complotto militare contro il governo islamista

In manette 14 alti ufficiali legati a un piano riconducibile alla rete Ergenekon per screditare l’esecutivo

ANKARA, 21 febbraio 2010 – Alta tensione in Turchia per un presunto complotto militare per rovesciare il governo islamista dell’Akp (Partito per la giustizia e lo sviluppo), che ha portato all’arresto di una quarantina di persone, tra le quali alti ufficiali delle Forze armate, da sempre baluardo della laicità kemalista dello Stato turco. «Oltre 40 persone sono state fermate», ha annunciato lo stesso primo ministro Recep Tayyp Erdogan.

COMPLOTTO – All’alba sono scattate le manette per 14 alti ufficiali, accusati di fare parte dell`operazione Balyoz («Martello» in turco), tra questi l’ex comandante dell’Aviazione, Ibrahim Firtina, il generale Engin Alan e altri dieci ufficiali più due militari in pensione: i generali Cetin Dogan e Suha Tanyrli. Oltre ai militari, fra gli arrestati c`è anche Ozden Ornek, ex capo della Marina militare e autore di alcuni diari controversi nel 2004 che parlavano di un golpe in preparazione da parte di quattro alti gradi dell`esercito.

ERGENEKON – Stando alla stampa locale, il complotto sarebbe ricollegabile a Ergenekon, l`organizzazione segreta che avrebbe come obiettivo la destabilizzazione del Paese e del governo: almeno 300 persone sono attualmente sotto processo accusate di far parte di Ergenekon. Secondo l’accusa, il gruppo ha eseguito alcuni omicidi politici e ne pianificava altri, tra cui quello del premier. Gli oppositori di Erdogan ritengono invece che il presunto piano golpista sia in realtà stato ideato da ambienti filogovernativi per creare consenso nei confronti del governo.

PIANO – Il primo a rendere noto il piano Balyoz fu il quotidiano Taraf, secondo il quale il piano aveva lo scopo di creare il caos nel Paese con atti di violenza e terrorismo. La strategia era far esplodere bombe nelle moschee, attaccare con ordigni incendiari i musei e far precipitare un aereo di linea turco per far sembrare che fosse stato abbattuto da un caccia militare greco. Scopo finale del piano, sempre secondo Taraf, era quello di fare pressione sull’Akp e screditarlo dimostrando che non era in grado di proteggere la popolazione.  (dalla Redazione online del “Corriere della Sera” 22 febbraio 2010 – ultima modifica: 23 febbraio 2010)

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IL  DILEMMA  DI  ANKARA,  SOGNANDO  L’ EUROPA

di Enzo Bettiza, da “La Stampa” del 23/2/2010

il primo ministro Tayyip Erdogan

Non a caso il premier turco Recep Tayyip Erdogan, scaltro manovriero e leader del filoislamico partito di governo Akp (targato «Giustizia e Sviluppo»), ha voluto denunciare l’arresto di oltre 40 esponenti militari, tra cui 14 di altissimo rango, proprio nel corso della sua visita ufficiale a Madrid.
Tra i diversi tavoli sui quali abilmente Erdogan punta le sue carte, quello europeo ha un posto preminente ed è la Spagna che da gennaio esercita la presidenza semestrale dell’Unione Europea. Egli finora, negoziando la lunga e difficile trattativa per l’ingresso pieno della Turchia nell’Ue, ha concesso agli europei diversi punti sulla questione dei diritti civili: abolizione della pena di morte, sospensione del reato d’adulterio per le donne, mano ammorbidita nei confronti della ribelle minoranza curda, mano tesa agli armeni con qualche promettente attenuazione del drastico negazionismo a proposito delle ondate genocide con cui i turchi, a cavallo tra Ottocento e Novecento, stroncarono il risveglio risorgimentale e culturale degli armeni cristiani.
Però la cosa che oggi maggiormente interessa Erdogan è di mettere, nel pacchetto delle concessioni democratiche all’Europa, la più centrale e spinosa fra le questioni di potere in Turchia. Il ruolo non solo politico, ma storico, dell’esercito. Furono difatti gli Stati maggiori sin dal 1923, dall’inizio della dittatura modernista di Kemal Atatürk, i garanti e custodi del lascito laico con cui il dittatore proveniente dalle caserme volle laicizzare ed europeizzare uno Stato nuovo sulle macerie dell’Impero ottomano.

Nel corso del tempo, scomparso Atatürk e attenutasi la dittatura, i generali e i colonnelli, assistiti dal nerbo della magistratura secolarizzata, continuarono tuttavia a prodigarsi nella funzione di vigilissimi eredi del kemalismo. Erano soldati di mestiere e giudici costituzionali i controllori, ora flessibili ora intransigenti, dei governi civili e delle rispettive maggioranze partitiche che s’avvicendavano alla gestione dell’esecutivo. In più occasioni, 1960, 1971, 1980, interruppero con colpi di Stato la dinamica parlamentare istituendo governi militari di breve durata, volti a restaurare i princìpi kemalisti in un Paese nevralgico percorso da nazionalismi etnici e da insorgenti tentazioni islamiste; un Paese di oltre 70 milioni di abitanti eurasiatici, pilastro della Nato dal 1952, con un esercito convenzionale ritenuto secondo soltanto a quello degli Stati Uniti.

Tale complesso militare-giudiziario ha visto profilarsi con orrore e tremore un pericolo nell’espansione crescente del partito Akp, che pur si dice moderato e sa temperare l’islamismo strisciante con forti iniezioni di liberismo economico. Il fatto che il musulmano Erdogan con moglie velata sia diventato capo del governo, e che il suo sodale Abdullah Gül con consorte altrettanto velata sia pervenuto alla presidenza della Repubblica, ha scatenato da tempo scandalo e rigetto fra i guardiani in uniforme di uno Stato a laicità ridotta. Ciò li ha spinti a minacciare una riscrittura della Costituzione e, più velatamente, a carezzare qualche ipotesi di una quarta o quinta prova di forza contro un governo deviato dai precetti di Atatürk.
Ma Erdogan ha saputo agitare e vendere sottilmente a Bruxelles fino a ieri, a Madrid oggi, lo spauracchio di un nuovo golpe castrense, antidemocratico, anticostituzionale, mirato a reprimere non solo le moderate istituzioni islamiche turche ma anche l’attività dei sindacati e dei partiti. Egli ha posto non più con le parole, ma con i fatti, gli europei custodi delle libertà civili davanti all’arresto di illustri ex capi della marina e dell’aviazione, accusati di aver ordito fin dal 2003 un piano pregresso di golpe, chiamato in cifra Bayloz («martello»), ai danni del governo legittimamente eletto dal popolo.

Denunciando i più sacri sopravvissuti della tradizione kemalista, screditati dalla stampa amica come membri dell’organizzazione terrorista Ergenekon, una specie di Gladio turca, Erdogan ha di fatto lanciato all’Europa la sfida o meglio l’enigma di un concetto ossimorico: se voi, europei, volete europeizzare davvero la Turchia, dovere condannare l’europeismo militarizzato ed eversivo degli stati maggiori e solidarizzare con l’europeismo evoluzionista e progressivo degli islamici moderati e non violenti.
A questo punto, tutto è in alto mare e tutto ancora da filtrare e convalidare con prove provate. Non era ancora accaduto tra Ankara e Istanbul un repulisti di simili proporzioni. La Turchia appare come mai spezzata nelle sue due anime.

L’Europa, già oscillante e perplessa, con milioni di immigrati anatolici non integrati nelle banlieues di Berlino, di Parigi, di Stoccolma, si trova di fronte un’autentica spaccatura della storia moderna della Turchia, una dissoluzione e denigrazione a base di manette e di carcere degli epigoni, non sappiamo fino a che punto colpevoli, dell’élite turca che da tre quarti di secolo aveva puntato quantomeno sull’europeizzazione tecnica, se non sull’occidentalizzazione civica, del grande e tumultuoso Paese ondivago tra noi e l’Asia. Sapremo meglio, fra qualche tempo forse meno breve del previsto, se i turchi, superando o sfasciandosi sotto al gravissimo scontro istituzionale, saranno in grado di varcare lo Stretto dei Dardanelli o se invece resteranno definitivamente di là, attaccati alla loro dolce matrigna asiatica. (Enzo Bettiza)

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IL  GOLPE  SVENTATO  E  L’ ARROGANZA  DEL  POTERE  TURCO

– il «Golpe» e la Resa dei Conti tra le Due Anime della Turchia

– di Antonio Ferrari, da “il Corriere della sera” del 23/2/2010

Golpe militare e carri armati per le strade, come nell’ 80? No. Lo scenario è improponibile. Però quanto è accaduto in Turchia dimostra che lo scontro tra laici e islamici moderati è giunto a una svolta pericolosa.

Come ha confermato lo stesso premier Recep Tayyip Erdogan, che si trova in Spagna, la polizia ha arrestato 40 persone, tra cui 14 alti ufficiali delle forze armate, compresi gli ex comandanti dell’aviazione e della marina, con l’ accusa di aver tramato per realizzare un colpo di Stato e scalzare il governo. Un tempo nessuno avrebbe dubitato sulla serietà della retata. Oggi non è così, perché il Paese è spaccato in due: da una parte l’ esecutivo dell’ arrogante e decisionista Erdogan, convinto che troppi complottino per farlo cadere, e incline a fastidiosi abusi di potere; dall’altra le forze armate, custodi dell’ eredità secolare di Kemal Ataturk, la magistratura e una buona parte dell’opinione pubblica, che teme le derive autoritarie del primo ministro.

La cosiddetta operazione Balyoz (che vuol dire «martello»), che sarebbe stata ordita dai vertici militari, non è altro che l’ ultima creatura della più ampia cospirazione eversiva raccolta sotto la sigla Ergenekon, un confuso complotto con trecento imputati raggiunti da accuse che si creano e si sciolgono, come il processo sta dimostrando.

Ecco perché non tutti, anzi pochi credono alle accuse che i giornali vicini al premier e al ministro dell’Interno rivolgono ai presunti golpisti. Ora, pensare che i generali, rappresentanti di quello Stato profondo, spesso evocato come l’origine dell’anomalia turca, siano pronti oggi a rovesciare la democrazia e le sue istituzioni, è risibile. Se accadesse, svanirebbero i sogni di Ankara di poter entrare un giorno nell’Unione europea.

Il problema è un altro, ma è altrettanto grave. Siamo alla resa dei conti tra le due anime del Paese. Erdogan era stato accolto come l’uomo della provvidenza, il leader capace di regalare una solida stabilità alla Turchia. Stabilità che passava attraverso la concordia tra gli islamici moderati (i musulmani rappresentano il 97 per cento della popolazione) e i laici. La stabilità è arrivata, ma l’ arroganza di un potere pigliatutto la sta sfaldando. (Antonio Ferrari)

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TURCHIA, L’OPPOSIZIONE CON I GOLPISTI “SUBITO IN PIAZZA CONTRO IL GOVERNO”

Di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 25/2/2010

Il presidente Gul convoca un summit con Erdogan e i vertici militari. Tensione nel Paese

Uniti sulle strade, sventolando la bandiera rossa con la mezzaluna e la stella, sotto l`effigie di Mustafa Kemal fondatore della Repubblica. La Turchia laica e nazionalista si prepara a scendere in piazza per difendere i generali accusati di golpe, e contrastare così l`azione della magistratura e del governo di ispirazione islamica.

Non sembra acquietarsi la tensione ad Ankara, dopo la retata di 49 altissimi ufficiali, annunciata lunedì dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Il partito al potere e le masse anatoliche riformiste, che dietro il consenso ricevuto alle elezioni si stanno progressivamente sostituendo alla vecchia classe politica vicina alle Forze armate, non avranno subito partita vinta. Le compagini all`opposizione, dalle formazioni di destra al partito socialdemocratico (ma di forte impronta nazionalista) stanno pensando di organizzare presto manifestazioni di protesta contro il governo.

Uno scenario già visto nel 2007, quando grandi dimostrazioni colorate portarono per le strade di Istanbul, Ankara e Smirne milioni di persone. Una tattica vincente sul piano dell`immagine, che però non riuscì a impedire alle urne il trionfo di Erdogan. Anche oggi il partito socialdemocratico CHP e quello nazionalista MHP (che include i Lupi grigi) puntano a un voto anticipato, di fronte all`erosione di consensi del governativo AKP (Giustizia e sviluppo). Mentre il presidente Abdullah Gul ha convocato per oggi un vertice con Erdogan e con il capo di Stato maggiore Interforze, Ilker Basbug.Il Paese ha gli occhi puntati sugli interrogatori dei 49 militari accusati di aver progettato un colpo di Stato nel 2003 contro l`esecutivo moderato islamico. Ieri il tribunale ha convalidato l`arresto di dodici ufficiali, incriminandoli formalmente per affiliazione a gruppo terroristico e tentativo di rovesciare l’autorità costituita.

Secondo le accuse, l`operazione golpista, chiamata Balyoz, cioè “Martello”, prevedeva attentati nelle due moschee di Fatih e Beyazit, a Istanbul, durante la preghiera del venerdì e l`abbattimento in volo di un caccia turco facendo ricadere la responsabilità sulla Grecia. Obiettivo: il discredito del governo, dimostrando che non era in grado di garantire la sicurezza pubblica, costringendolo a cedere il posto ai militari. Alcuni osservatori danno però una versione diversa: un`alta fonte diplomatica occidentale di Ankara dice a Repubblica che il progetto avrebbe potuto anche essere solo un`ipotesi di studio, da presentare in un seminario militare.

I 49 militari fermati sono tutti in pensione. Tra loro, tuttavia, ci sono figure di spicco, pochi anni fa potentissime, come l`ex comandante in capo dell`Aeronautica, Ibrahim Firtina, l`ex comandante della Marina militare, ammiraglio Ozden Ornek, e l`ex generale dell`Esercito, Cetin Dogan. I partiti laici e nazionalisti insistono che l`improvvisa retata sarebbe un espediente dell`AKP per indebolire il campo avversario. Il principale leader dell`opposizione, Deniz Baykal, capo del CHP, si chiede come mai sia scattato un attacco a generali «che guardavano la tv in pigiama e pantofole», spiegandolo solo come un`operazione con «fini politici».

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LA  UE  RESTA  SCETTICA  ALL’ ADESIONE

di Marco Zatterin, da “La Stampa” del 23/2/2010

I ministri degli Esteri a Bruxelles: solidarietà ma nessun commento

“Non ne abbiamo parlato”, ammette Franco Frattini. Vero. La notizia del tentato colpo di Stato turco è rimasta fuori dalle discussioni ufficiali dei ministri degli Esteri Ue che ieri si sono visti a Bruxelles per il loro incontro mensile. Solo la Commissione Ue si è detta «preoccupata» per la situazione tesissima fra il governo di Ankara e i militari di Erenekoh.

«Il premier Erdogan sta realizzando delle riforme importanti e ha bisogno di tutto il sostegno possibile», ha ammesso poi il capo della diplomazia italiana, sottolineando anche che l’accelerazione dei negoziati per l’adesione sarebbe una mossa importante. “Noi siamo favorevoli – ha ricordato – Però anche l’apertura di un singolo capitolo richiede l’unanimità…”.

Si scorgono spesso facce imbarazzate per i corridoi del palazzo “Justus Lipsius” quando si pongono domande sulla Turchia. In un’intervista a «EI Pais» il premier Erdogan ha cercato di smascherare il gioco, se l’è presa con il «comportamento scorretto» di Francia e Germania, quelli «cercano di cambiare le regole del gioco a metà percorso e stanno imponendo condizioni che non si trovano nella normativa europea perché ci sia impedito di entrare nell’Ue».

Le accuse del leader anatolico trovano riscontro nella realtà e spiegano perché a Bruxelles si preferisca evitare commenti, per non creare ulteriori attriti e non mostrare troppo apertamente che il fronte è diviso. Il silenzio turco della baronessa Ashton, alto rappresentante Ue per la politica estera, è stato sinora piuttosto rumoroso.

«Si parla di tentativi di destabilizzazione da parte del personale militare che ci inquietano notevolmente», ha confessato il commissario Ue per l’Allargamento, Stefan Fule, intervenendo ieri alla riunione della commissione parlamentare Ue-Turchia.  «Un Paese amico», ha assicurato a Madrid il premier spagnolo Zapatero, guida di turno dell’Unione che proprio ieri ospitava Erdogan. «Siamo fortemente a favore del vostro accesso all’Ue – gli ha detto – e nel nostro semestre prevediamo un accelerazione del negoziato». «Noi vogliamo entrare a pieno diritto – gli ha risposto il leader di Ankara – non accetteremo un altro tipo di soluzione».

Vallo a dire all’Eliseo. I turchi aspettano da ventitré anni fuori della porta del Club di Bruxelles, la loro domanda risale all’aprile 1987. Il negoziato s’è aperto nel 2005 con le riserve di Austria e Cipro, quest’ultima legata all’annosa disputa sulla divisione dell’isola.  L’elezione di Sarkozy due anni fa ha portato la Francia sul fronte di chi sostiene la via della partnership privilegiata in luogo dell’adesione.  Berlino e Vienna sono per giocare la stessa carta, al contrario di Roma che da sempre si dichiara favorevole ad aprire la porta «senza riserve».

Il negoziato fra Ankara e Bruxelles è basato su 35 protocolli, soltanto 10 dei quali sono stati spacchettati. Ufficialmente il dialogo è fermo per la lentezza delle riforme e sul rispetto insufficiente dei diritti elementari. In realtà la Francia ha fatto sapere che non sbloccherà la trattativa perché s’oppone all’adesione. Vuol dire che è un no politico a tutto tondo, altro che riserve giuridiche. Neanche il rischio di un colpo di Stato sembra intenerire il fronte dei contrari, le esigenze di politica interna prevalgono. Col rischio, facevano notare fonti diplomatiche spagnole, che alla fine si finisca di perdere la possibilità di aiutare i turchi «a diventare europei quanto loro desiderano e noi abbiamo bisogno».

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Turchia, generali alla sbarra. I militari: “Situazione grave”

La Ue “molto preoccupata” chiede trasparenza. Due giorni fa il premier aveva annunciato l´arresto di 49 alti ufficiali. Al centro dello scontro c´è il passaggio di poteri al governo civile.

di Marco Ansaldo, da “la Repubblica” del 24/2/2010

I militari in Turchia non parlano mai. Ma, quando lo fanno, l´intero Paese resta in silenzio ad ascoltarli. Sarà per questo che ieri, ad Ankara, il grado di inquietudine si è alzato non poco nel momento in cui, dal quartier generale dello Stato maggiore delle Forze armate, è uscito un comunicato che diceva: «La situazione è grave».
Parole che alle orecchie allenate dei turchi sono suonate come una frustata. L´arresto annunciato lunedì dal premier Recep Tayyip Erdogan di 49 alti ufficiali, fra cui 17 generali, accusati di un progetto golpista nel 2003 sta scuotendo il Paese. E la reazione dei militari non si è fatta attendere. La nota è secca: «Una riunione alla quale hanno partecipato i generali e gli ammiragli delle Forze armate turche è stata organizzata oggi, nel quartier generale allo Stato maggiore, per valutare la situazione grave sopraggiunta con un´inchiesta condotta dal procuratore della Repubblica di Istanbul». Fine.
Ma l´apparente asetticità del documento non ha tratto in inganno nessuno. Un identico comunicato, non firmato, dal tono impenetrabile, pubblicato a mezzanotte su Internet sulla pagina web delle Forze armate turche, bloccò nel 2007 l´ascesa dell´islamico moderato Erdogan a capo dello Stato. Seguirono elezioni anticipate, la sconfitta dei partiti laici in cui i generali si riconoscono, e il compromesso di nominare alla presidenza della Repubblica il più tranquillo Abdullah Gul. Ma il Paese, per lunghi mesi, rimase con il fiato sospeso.
La prima reazione delle Forze armate è dunque arrivata. Potrebbe essere però solo la fase iniziale. Confida a Repubblica una fonte diplomatica turca con ottimi contatti fra i militari: «La sensazione è che il governo stia provocando i comandanti per portarli a un´azione esasperata, mettendoli così definitivamente fuori gioco dopo l´inevitabile condanna dell´opinione pubblica internazionale». Ma la trappola di un´induzione al colpo di Stato, benché il golpe sia nel Dna dei generali turchi, potrebbe innescare effetti rischiosissimi dagli scenari imprevedibili.
A Istanbul ieri sono cominciati gli interrogatori degli arrestati. Tutti militari in pensione. Ma figure niente affatto secondarie, come gli ex capi di Esercito, Marina, Aeronautica, e l´ex vice capo di Stato maggiore. Non pochi osservatori concordano comunque sul fatto che Erdogan (ieri contestato a Madrid da un oppositore curdo che al grido «Kurdistan» gli ha lanciato una scarpa) abbia dato l´annuncio della retata di generali all´estero, per rafforzare l´impatto delle sue parole e arrivare deliberatamente a uno scontro.
Al centro della battaglia, il passaggio dei poteri fra la classe militare e quella anatolica rappresentata dal partito al governo. Per vincerla, il premier ha però una strada obbligata: quella delle riforme costituzionali. La Turchia si regge infatti su una Costituzione del 1982, nata dopo il golpe del 1980 e di chiara ispirazione militare. La riforma punta a fare del Paese una democrazia piena, con parametri europei, limitando i poteri delle Forze armate.
I numeri per soddisfare questo piano tuttavia non ci sono in Parlamento, dove l´opposizione nazionalista si oppone duramente, sventolando l´ipotesi di una Turchia filoislamica. Nel paese il clima è di grande nervosismo. Ma anche l´Europa osserva il caso turco con attenzione: ieri la Commissione Ue si è detta «molto preoccupata», chiedendo ad Ankara un´indagine «esemplare» sui sospetti di tentato golpe.
Le elezioni sono in programma l´anno prossimo, ma visto il calo dei consensi del partito di governo, l´opposizione spera in un voto anticipato. Erdogan ha però un asso nella manica: il referendum sulla nuova Costituzione, e promette di usarlo. Potrebbe farlo, già nei prossimi mesi.

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da “La Stampa” del 11/10/2009:

TURCHIA – ARMENIA,  FIRMATO  L’ ACCORDO

Sottoscritto il documento di  normalizzazione che dà il via alle  relazioni diplomatiche fra i due paesi

DOPO UN SECOLO DI OSTILITA’: ECCO TUTTE LE TAPPE DEL CONTENZIOSO

ZURIGO. Al via le relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia. I due Paesi hanno firmato a Zurigo uno storico accordo che dovrebbe mettere fine a quasi un secolo di recriminazioni per il genocidio degli armeni sotto l’impero ottomano. Il governo di Berna ha svolto il ruolo di mediatore per un riavvicinamento tra Ankara e l’ex repubblica sovietica. I ministri degli Esteri turco e armeno hanno firmato il protocollo che porterà alla normalizzazione dei rapporti diplomatici e commerciali e alla riapertura delle frontiere.
La Commissione europea accoglie con favore la firma da parte dei ministri degli Esteri dell’Armenia e della Turchia dei protocolli che stabiliscono relazioni diplomatiche e di sviluppo bilaterale, inclusa l’apertura del confine comune. L’esecutivo Ue, si sottolinea in un comunicato, considera la firma un «passo coraggioso» verso la pace e la stabilità nella regione del Caucaso meridionale e «una decisione davvero storica che mostra la disponibilità al compromesso su entrambi i fronti». L’accordo Armenia-Turchia, prosegue la nota, porterà benefici a tutti i paesi della regione.
«La firma dei protocolli – ha sottolineato la commissaria Ue alle relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner – conferma il desiderio sia della Turchia che dell’Armenia di voltare pagina e di costruire un nuovo futuro. Questo apre nuove prospettive per la soluzione dei conflitti, specialmente nel Nagorno Karabakh». La Commissione guarda ora oltre alla ratifica e alla gestione dei due protocolli, secondo le scadenze concordate e senza alcuna pre-condizione addizionale. L’esecutivo invita infine entrambi i governi «a impegnarsi pienamente in questo processo senza ritardi» e per quanto concerne l’apertura del confine si dice pronto ad assistere entrambe le parti nella «piena realizzazione» delle potenzialità economiche che l’apertura rappresenta.
LE TAPPE DEL CONTENZIOSO
Questa una cronologia delle principali tappe dall’ostilità al riavvicinamento:
1915-1917: Massacri e deportazioni di armeni ai tempi dell’Impero Ottomano.
Dicembre 1991: La Turchia riconosce l’indipendenza dell’Armenia, ex repubblica sovietica, proclamata tre mesi prima, ma non stabilisce relazioni diplomatiche. Circa i massacri d’inizio secolo, Ierevan parla di oltre un milione di morti e di genocidio. Per Ankara le vittime sono state fra le 300 mila e le 500 mila.
1993: Ankara chiude la frontiera con l’Armenia cristiana in segno di solidarietà con il turcofono e islamico Azerbaigian in conflitto con Yerevan per il controllo dell’enclave del Nagorno-Karabakh a maggioranza armena.
1994: L’Armenia assume il controllo dell’enclave al termine di un conflitto cominciato sei anni prima, nel 1988.
17-21 gennaio 2000: Apertura della frontiera per il transito in Armenia di una delegazione di uomini d’affari turchi che firmano accordi economici.
29 aprile 2005: Ankara annuncia la possibilità di stabilire relazioni politiche con l’Armenia e propone l’istituzione di una commissione congiunta di storici per indagare sui massacri. Yerevan chiede che prima vengano stabilite relazioni normali.
31 maggio 2006: Ankara annuncia incontri a livello diplomatico alla ricerca di una normalizzazione.
26 novembre 2006: Yerevan, in segno di distensione, afferma che il riconoscimento del genocidio da parte di Ankara non è condizione ’sine qua non’ per rapporti di buon vicinato.
13 gennaio 2007: Uomini d’affari turchi e armeni chiedono la riapertura della frontiera comune.
6 settembre 2008: Storica visita a Yerevan del presidente Abdullah Gul, primo capo di Stato turco a recarsi in Armenia dal 1991, che assiste ad una partita di calcio fra nazionali insieme con il collega armeno Serge Sarkissian.
6 aprile 2009: Il presidente Usa Barack Obama incontra ad Istanbul i ministri degli Esteri di Turchia ed Armenia e li esorta a trovare rapidamente un accordo per la normalizzazione.
10 aprile 2009: Ankara esclude una normalizzazione senza una previa soluzione del conflitto fra Azerbaigian ed Armenia.
22 aprile 2009: Ankara e Yerevan, mediatore la Svizzera, raggiungono un accordo su una road map verso la normalizzazione.
31 agosto 2009: Ankara e Yerevan concordano su due protocolli per allacciare relazioni diplomatiche e riaprire la frontiera che dovranno essere approvati dai rispettivi Parlamenti.
27 settembre 2009: Ankara annuncia la firma, il 10 ottobre a Zurigo, dei due documenti.
10 ottobre 2009: all’università di Zurigo, in Svizzera, viene firmato lo storico accordo sulla normalizzazione delle relazioni bilaterali, anche se con 4 ore di ritardo sul previsto.

……………….

da “la Repubblica” del 12/12/2009, di Marco Ansaldo

FUORILEGGE  IL  PARTITO  DEI  CURDI

La presidenza Ue: preoccupati per la decisione di Ankara

Il partito legale al bando, i deputati fuori dal Parlamento, tutti i beni confiscati. Proprio quando sembrava tirare un´aria nuova in Turchia, e mentre le prime riforme del premier Erdogan entrano finalmente in vigore (permesso di parlare la lingua locale, via libera ai nomi antichi di strade e piazze), da ieri i curdi sono tornati a rifugiarsi sulle montagne. E solo il futuro potrà dirci quando le dimostrazioni di piazza, se non la lotta armata vera e propria, ricominceranno a farsi sentire nel sud est dell´Anatolia.
Con una decisione gravida di conseguenze, la Corte costituzionale di Ankara ha infatti deciso di chiudere il Partito della Società democratica (Dtp), l´unica formazione politica curda, e fino a ieri legale, presente nel Parlamento turco con 21 deputati. L´accusa: avere legami con il gruppo terroristico Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan), aver violato la Costituzione e cercato di minare l´unità dello Stato. Come ha spiegato il presidente dell´Alta Corte, Hasim Kilic, «nessun partito può usare il terrore e la violenza come metodo». Una sentenza «preoccupante» per la presidenza svedese dell´Unione europea, che «condanna con forza violenza e terrorismo» ma ricorda che «lo scioglimento dei partiti politici è una misura eccezionale che dovrebbe essere usata con la più assoluta moderazione».
Gli undici giudici della Corte Costituzionale hanno preso la loro decisione all´unanimità. Due membri del partito, il leader Ahmet Turk e la deputata Aysel Tugluk, sono stati spogliati con effetto immediato dei loro seggi parlamentari e banditi dalla vita politica per cinque anni insieme a 37 membri della formazione.
La Turchia è ora sconvolta da un verdetto che rischia di alzare la tensione in tutto il Paese e di portarlo a elezioni anticipate. La sentenza della Corte getta infatti un´ombra sul processo di apertura ai curdi su cui il governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan aveva scommesso per assicurare all´Unione Europea più democrazia. E la proibizione al Dtp di continuare a svolgere attività politica è arrivata nonostante nei giorni scorsi la Ue avesse detto che la chiusura del partito sarebbe stata una violazione dei diritti della minoranza curda.
Adesso il voto rischia di essere una minaccia reale. Oltre ai 2 deputati cacciati dal parlamento, gli altri loro 19 colleghi hanno dichiarato che abbandoneranno per solidarietà il loro seggio all´Assemblea nazionale. Se a farlo saranno in tutto 28 parlamentari, fra cui alcuni indipendenti, ciò significherà la mancanza del numero legale e la fine della legislatura. E secondo sondaggi degli ultimi mesi, il partito del premier avrebbe un calo dal 47 al 31 per cento circa, rimanendo in testa ma con molta meno forza.
Il Dtp è, in ordine di tempo, il quarto partito filo curdo chiuso dalla magistratura turca a partire dal 1990. Ma è anche la venticinquesima volta nella storia del Paese che la Corte costituzionale mette al bando un partito regolarmente eletto dal popolo. E che alle ultime consultazioni amministrative, lo scorso marzo, aveva visto aumentare i suoi consensi.

…………

per saperne di più:

https://geograficamente.wordpress.com/2009/08/07/geoeuropa-%e2%80%93-tutte-le-buone-ragioni-perche-la-turchia-diventi-il-ventottesimo-paese-dell%e2%80%99unione-europea/

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One thought on “La TURCHIA e l’arresto di 49 militari per il presunto tentato golpe militare: episodio tra gli “alti e bassi” di un paese (pace con l’Armenia, messa fuorilegge del partito curdo, contro Israele e pro Siria…) che, se integrato al “progetto europeo”, diventerebbe un formidabile “ponte di convivenza” dell’occidente con il mondo islamico

  1. Cristiano Vio venerdì 26 febbraio 2010 / 23:06

    A quanto mi risulta, la Turchia geograficamente e culturalmente non è Europa. Storicamente è stata (l’impero Ottomano) a lungo in competizione di nazioni europee. Scusate la semplicità delle considerazioni, ma sulla questione “Turchia in Europa” pesano e spingono enormi interessi economici (tra cui il petrolio e gli oleodotti) e strategico-militari (la Turchia è nella NATO).
    Le culture, la conoscenza reciproca e il rispetto non necissitano di convenzioni internazionali e burocrati.

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