Il CILE e la sua tragedia – Terremoti, maremoti, inondazioni e altre cataclismi sconvolgono la Terra: ma è sempre stato così? – La necessità di un Governo mondiale di prevenzione e soccorso dai disastri naturali (se l’accordo mondiale sul clima non si riesce a trovarlo, su questo sarebbe più facile…)

Nell’immagine l’Isola Robinson Crusoe, l’unica abitata dell’Arcipelago Juan Fernadez al largo delle coste del Cile - MARTINA CHE NON VOLEVA DORMIRE (di Massimo Gramellini, da “la Stampa” del 2/3/2010). Martina Maturana ha dodici anni, vive sull’isola di Robinson Crusoe, al largo della costa del Cile, e non dorme. Ha appena sentito tremare il materasso sotto la schiena. Una vibrazione l’ha svegliata, ma neanche troppo. Potrebbe tranquillamente girarsi dall’altra parte e ricominciare a dormire, come stanno facendo tutti gli altri seicento abitanti dell’isola di Juan Fernandez. Martina invece scende dal letto. Vuole capire. Scuote il padre poliziotto, rintanato sotto le coperte. «Cosa è stato, papà?», «Cosa è stato cosa? Niente, torna a letto». Lei ci va, ma non riesce a prendere sonno. Allora, in punta di piedi, raggiunge la finestra, guarda in basso e vede. Vede ondeggiare le barche nella baia, al chiaro di luna. E capisce. «Lo tsunami!». Si precipita in piazza e suona il gong. Adesso sono tutti svegli e corrono all’impazzata verso la cima dell’altura che domina l’isola. Appena in tempo: nel volgere di qualche minuto un’onda gigantesca sommerge la baia, inonda la piazza, distrugge il municipio e le case circostanti. La bambina che non voleva dormire ha salvato la vita di tutti coloro che non volevano svegliarsi…. Ricordiamoci di lei, ogni volta che ci rassegniamo alle spiegazioni rassicuranti e rimuoviamo la realtà per non essere costretti ad affrontarla. Martina incarna lo spirito di ogni essere umano, com’era al momento della nascita e come dovrebbe essere sempre e invece non è quasi mai: presente a se stesso, capace di meravigliarsi. In una parola: vivo

Vien da dire, alla domanda se ora avvengono più terremoti di una volta, che non è vero: è solo la situazione “dei luoghi” che è cambiata. Ora c’è più popolazione, e tra l’altro sempre più concentrata in città. Pertanto nel nostro presente i terremoti non possono che essere più letali di una volta. E a uccidere non è la terra che trema, ma l’ “edificio” (fatto spesso con cemento povero, rigido..) che cade sulle persone.

E lo sviluppo della scienza non aiuta molto a prevedere la catastrofe: gli stessi esperti affermano che il dato scientifico più importante per prevedere i terremoti è quello statistico, probabilistico (qualcuno afferma che non è proprio così: leggete nostri precedenti articoli, dell’aprile scorso, riferiti al sisma in Abruzzo:  https://geograficamente.wordpress.com/2009/04/14/%e2%80%9ci-profeti-del-terremoto%e2%80%9d-ma-davvero-gli-eventi-sismici-non-si-possono-prevedere-ma-almeno-facciamo-una-prevenzione-seria/ e https://geograficamente.wordpress.com/2009/04/15/ancora-sul-prevedere-i-terremoti-il-rischio-statistico-come-e-dove-costruire-antisismico/ ).

Comunque è vero che ogni anno scosse più o meno violente avvengono a milioni (da sempre): un pianeta vivo il nostro, nella sua dinamica geologica in continua evoluzione.  Ma, ribadiamo, i terremoti non sono ineluttabili e da loro ci si può difendere. Non a caso gli altrettanto terribili terremoti in Giappone (il 26 febbraio, a Okinawa un sisma, pur meno violento di quello cileno, ma della stessa magnitudo di Haiti, si è risolto senza una sola vittima…) dimostrano che forme costruttive adatte a luoghi così interessati da fenomeni sismici, possono creare condizioni di relativa tranquillità nel viverci.

Il terribile terremoto cileno, con più di 800 vittime (finora rilevate, ma è sicuro che saranno molte di più…), porta alla “consolazione” (si fa per dire) che perlomeno lì sembra esserci un paese più preparato ad “accogliere l’evento”, e con una legislazione antisismica rigorosa: ma tutto questo non basta a evitare morti, sofferenze, danni, distruzioni totali.

Per questo riteniamo che nelle “prove di un Governo mondiale” quello della prevenzione e del soccorso alle catastrofi naturali che si verificano in tante parti del mondo, potrebbe essere una cosa che non vedrebbe governi e stati-nazione opporsi, e ci si potrebbe impegnare a livello planetario. Cosa che invece, sulla politica del CLIMA mondiale, i governi e gli stati-nazione si sono dimostrati timorosi che venisse intaccato il loro potere e i parametri del loro futuro (spesso inquinante) sviluppo economico (o del mantenimento di “rendite di posizione” inquinanti per i paesi già ricchi).

Vi diamo qui conto di alcuni articoli e analisi interessanti sia da un punto di vista scientifico (sono di più ora i terremoti rispetto a una volta?) che della reazione al cataclisma in Cile (affascinante paese di grande tradizione e cultura colpito così duramente). 

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IL TERREMOTO IN CILE – 27 febbraio 2010 ore 6.34 UTC| Magnitudo Mw 8.8 –

di Giuliana Rubbia – dal sito dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia http://portale.ingv.it/

Attività sismica del Sud-America dal 1990 ad oggi. La stella gialla è l’epicentro del terremoto di Magnitudo 8.8 avvenuto il 27 febbraio 2010. I cerchi sono gli epicentri dei terremoti precedenti, che si approfondiscono da ovest verso est, al di sotto del continente sudamericano, con un colore che indica la profondità ipocentrale (secondo la scala a destra). (fonte: U.S. Geological Survey)

Il terremoto del Cile, avvenuto il 27/2/2010 alle 06:34 UTC, si è verificato lungo il margine tra la placca di Nazca (Oceano Pacifico) e quella sud-americana che si avvicinano relativamente l’una all’altra ad una velocità di circa 6-8 cm/anno. In questa regione si verifica un processo di “subduzione”, ossia la placca oceanica, più pesante, si inflette e scorre al di sotto della placca continentale del Sud-America. Questo processo si realizza lentamente, con accumulo di energia lungo la zona “bloccata” della faglia, al contatto tra le due placche. Episodicamente, con ricorrenza di 100-200 anni circa, l’energia accumulata viene rilasciata con forti terremoti durante i quali, in poche decine di secondi, avviene il riequilibrio tra le due placche, con spostamento repentino di alcuni metri tra esse. Il margine tra queste due grandi placche, esteso in senso nord-sud per oltre 5000 km, è segmentato in diversi settori, lunghi tra i 100 e i 1000 chilometri circa, corrispondenti a terremoti di magnitudo tra 7.5 e 9.5.
La magnitudo-momento di questo terremoto (Mw=8.8) lo pone secondo solo a quello di Sumatra del 26/12/2004 se si considerano gli eventi di questo inizio secolo ed è comunque uno tra i maggiori terremoti registrati negli ultimi 100 anni.
L’attività sismica del margine occidentale del Sud-America delinea molto bene questo processo, con ipocentri che si approfondiscono da ovest a est, dalla costa fin sotto le Ande. La Figura a fianco mostra la sismicità degli ultimi 20 anni in questa che può senz’altro considerarsi una delle aree più attive del pianeta.

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TERREMOTI,  CATASTROFI  E  TSUMANI.  PERCHE’   LA  NATURA  PARE  IMPAZZITA

– La Terra trema ancora, da Haiti al Giappone fino al Cile. Che cosa sta succedendo sotto i nostri piedi? Le placche su cui poggia il mondo si scontrano di continuo. Con conseguenze disastrose. Ecco come interpretare i segnali che la natura ci invia –

di ELENA DUSI, da “la Repubblica” del 2/3/2010

LA TERRA  trema, e non è la sola. A far paura è la sequenza in crescendo dei terremoti da Haiti (12 gennaio) al Cile (27 febbraio) passando per il Giappone (26 febbraio). L’impotenza di chi cerca di fare previsioni è ancora totale nonostante secoli di studi, tentativi e illusori momenti di successo. E le statistiche confermano: i terremoti oggi sono più letali che in passato. Nel 2009 l’attività sismica nel mondo ha ucciso 1.700 persone (trecento delle quali vivevano in Abruzzo) L’anno prima era andata molto peggio, con 88mila vittime quasi tutte concentrate nella regione cinese del Sichuan (scossa di magnitudo 7,9). Quest’anno invece, tra Haiti (magnitudo 7) e Cile (8,8), le vittime hanno già abbondantemente superato le 200mila.
Il terremoto in Cile è una sequenza esemplare di ciò che avviene quando un cataclisma si innesca sotto ai nostri piedi. Erano le 3,34 del 27 febbraio quando a Concepcion in pochi secondi si è liberata l’energia accumulata nella Terra nel corso di quasi due secoli. La potenza del terremoto cileno – superata solo altre quattro volte dall’inizio del Novecento – è stata paragonata all’esplosione simultanea di migliaia di bombe nucleari. Le onde sismiche hanno iniziato a viaggiare lungo la crosta a 5 chilometri al secondo. Tutti i 4mila sismografi piazzati sul pianeta hanno vibrato all’unisono. Il fondo marino si è alzato di un metro sollevando tonnellate di acqua. Le onde dello tsunami hanno iniziato a propagarsi lungo il Pacifico alla velocità di un jet: quasi novecento chilometri all’ora.
Per fortuna – e i motivi sono tutt’altro che chiari – i muri d’acqua non hanno raggiunto altezze elevate (due metri al massimo) e le coste sono state risparmiate da distruzioni. L’altra buona notizia (e non è stato così ad Haiti) è che il Cile è un paese tutt’altro che impreparato e ha una legislazione rigorosa per l’ingegneria antisismica.

La colpa dell’aumento delle vittime dei sismi non è necessariamente della Terra, che continua a tremare quanto e come ha sempre fatto nella sua storia. Sono l’aumento degli uomini sul pianeta e la loro concentrazione in megalopoli che hanno alzato la posta in gioco. A uccidere infatti non sono mai i terremoti, neanche i più violenti. Sono gli edifici, soprattutto i palazzi costruiti con cemento di bassa qualità e accatastati uno sull’altro nelle aree del mondo in via di sviluppo.
Il giorno precedente alla scossa cilena, il 26 febbraio, a Okinawa un sisma della stessa magnitudo dell’isola caraibica si era risolto senza una sola vittima, a dimostrazione che di fronte a una scossa violenta a fare la differenza fra vita e morte è la robustezza del cemento con cui la casa è costruita. Il terremoto giapponese si è risolto con un po’ di vertigini per gli abitanti delle grandi città. Lo stesso non si può dire per quel che è avvenuto in Cile. Le due placche di Nazca e del Sudamerica hanno in corpo una tale potenza da aver contribuito al sollevamento delle Ande in passato. Da millenni si scontrano come due montoni caparbi, avanzando al ritmo lento ma incessante di 80 millimetri all’anno, con il “muso” di Nazca costretto a immergersi verso il basso scavando nel magma caldo e sollevando la zolla sudamericana. I geologi chiamano questo processo “subduzione” e il suo aspetto inquietante è che tanto più procede silenziosamente, sottotraccia – senza i piccoli tremori periodici che quotidianamente vengono registrati lungo le linee di faglia – tanto più rischia di accumulare rabbia, scatenando tutta la sua energia in un’unica grande scossa.
Il 27 febbraio, alle 3,34 – nessuno determinerà perché quel giorno e quell’ora – le placche hanno ceduto alla tensione. Era dal 1835 che Concepcion viveva al riparo dai sismi violenti. Nell’area, poco dopo il terremoto di allora, arrivò Charles Darwin che navigava a bordo del Beagle per mettere a punto la sua teoria dell’evoluzione. Descrisse la città di Concepcion come un cumulo di mattoni e tronchi spezzati e annotò particolari importanti sulla deformazione che la linea della costa aveva subito a causa del sisma.
L’anno scorso un geologo francese e uno cileno ripresero i dati del naturalista britannico e pubblicarono uno studio in cui si prevedeva (in termini probabilistici e senza dare una data precisa) che un altro grande terremoto, di magnitudo superiore all’ottava, sarebbe avvenuto in tempi brevi lungo le coste del Cile. Il loro articolo fu pubblicato a giugno dell’anno scorso sulla rivista Physics of the earth and planetary interiors. Non ambiva a fare previsioni esatte, ma si limitava a un’osservazione statistica basata sulla legge dei grandi numeri: “L’area di Concepcion-Constitucion è molto matura dal punto di vista sismico, visto che nessun grande terremoto si è verificato dal 1835”.
Le due placche di Nazca e del Sudamerica, incastrate all’altezza di Concepcion come due pugili abbracciati, hanno perso dai tempi di Darwin a oggi oltre 10 metri di cammino rispetto al resto delle loro zolle. Sabato mattina 27 febbraio i sismografi hanno iniziato a registrare una serie di piccole scosse, segno che lo stallo stava per cessare, prima di quella devastante di magnitudo 8,8. I terremoti causati dal movimento di subduzione sono spesso i più violenti in assoluto, e non è un caso che sempre alle due faglie di Nazca e del Sudamerica (ma in una regione diversa del Cile) è attribuita la responsabilità per il sisma più violento mai registrato sulla Terra. I sismografi ubriachi toccarono nel 1960 il grado 9,5.
L’escalation della violenza dei sismi che notiamo negli ultimi mesi è però solo un effetto ottico. Allontanando il nostro sguardo sia nello spazio che nel tempo, osserviamo che i terremoti sono uno dei fenomeni più regolari del nostro pianeta. Si stima che ogni anno le scosse più o meno violente siano diverse milioni. I sismografi costruiti dagli uomini sono in grado di registrarne tra i 12 e i 14mila (il dato non è in aumento), di cui meno di venti superiori alla magnitudo 7 e una sessantina in grado di causare danni e vittime fra la popolazione.

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Dopo terremoto – Assalti a negozi, case e pompe di benzina. Un ragazzo ucciso dalla polizia

CILE: SACCHEGGI, VIOLENZE E ARRESTI. IN ARRIVO I PRIMI AIUTI INTERNAZIONALI

da “Il Corriere.it” del 2/3/2010, di Rocco Cotroneo

Accuse al governo per il mancato allarme per l’ondata seguita al sisma – Assalti a negozi, case e pompe di benzina. Un ragazzo ucciso dalla polizia

TALCA (Cile)—Con un tondino di ferro trovato nelle macerie, Juan stava tentando di agganciare uno zainetto scolastico, dietro la vetrina distrutta di Urmax, già elegante negozio della zona pedonale di Talca. Sono arrivati due vigili e l’hanno portato via, avvolgendogli attorno ai polsi del fildiferro, anch’esso raccattato lì per terra. A Talcahuano, sulle colline di Concepción, tra sciacalli e carabineros c’è stato uno scontro quasi ad armi pari: una decina di banditi armati su un camion avevano appena finito di saccheggiare le case della zona, comprese alcune integre e tranquillamente abitate. La prima notte di coprifuoco nella regione di Bío Bío finisce con 57 arresti e un morto: un altro ragazzo giovanissimo, scoperto mentre tentava di entrare in una casa e freddato da un poliziotto.

Persino un deposito di gas è stato preso d’assalto, per accaparrarsi le bombole che mancano in tutta la regione. Incendi, poi, a un supermercato e a un centro commerciale a Concepción. Il Cile evoluto, fiero dei suoi tassi di criminalità tra i più bassi dell’America latina, vive in queste ore uno choc in più: la tragedia ha scatenato un’onda di violenza più inattesa di quelle sismiche, più complessa da gestire, vergognosa per il governo. Ci sono saccheggi nei negozi distrutti, assalti a quelli chiusi e nelle case poco protette.

Un altro paradosso—in un Paese dove politica e Forze armate sono state tristemente la stessa cosa per anni—è la mancanza di coordinamento, sia per rispondere all’emergenza sia per contenere la violenza. Ci sono pochissimi soldati in giro (anche se ieri è stato annunciato l’arrivo di rinforzi che porterà i militari a 7 mila), nessuno qui a Talca, la città più devastata. Le emergenze sono state risolte finora con il volontariato, gente che chiama la radio locale e avverte che dai suoi rubinetti esce acqua, «chi vuole venga con una tanica», o i passaparola su dove ha aperto una farmacia o si trova del latte. Imbarazzante la spiegazione ufficiale sulla mancata allerta per lo tsunami.

Nelle zone colpite non funzionavano i cellulari, erano cadute le torri, non si è riusciti ad avvertire i paesini sulla costa. Però una base della Marina venne subito evacuata nella notte, e si trovava a due passi dalla costa di Constitución, dalle spiagge di Iloca o Pelluhue, dove decine di persone sono state spazzate via dalle onde, nei campeggi o nei locali notturni dove festeggiavano la fine delle vacanze. Un fax delle Forze armate è stato spedito alla Protezione civile appena mezz’ora dopo la prima scossa, parla di «possibilità di tsunami ».

Troppo debole, dicono gli esperti, e il governo di conseguenza ha sonnecchiato: l’onda distruttiva è arrivata ben due ore dopo, molte vite potevano essere salvate. Le forze armate in Cile sono ancora potenti, gli anni di Pinochet hanno lasciato ai militari un ricco budget e l’equipaggiamento più evoluto. Quello che è avvenuto negli ultimi giorni non ha giustificazioni. Ieri il bilancio ufficiale delle vittime è stato aggiornato a 723 morti, circa 500 feriti e ancora 19 dispersi. Quest’ultimo numero è considerato assurdamente basso, rispetto alle richieste che via etere o twitter per sapere notizie di parenti o amici. Il governo ha finalmente chiesto aiuti umanitari e un primo simbolico invio arriverà dagli Usa, insieme a Hillary Clinton che si trova in Uruguay: apparecchi per telecomunicazioni.

Altri aiuti da Brasile e Argentina. Resta questo—come dicevamo nei giorni scorsi — un terremoto anomalo, dove si è avuto un numero di vittime relativamente basso rispetto alla forza delle scosse, ma un’enorme distruzione di infrastrutture. Come l’aeroporto di Santiago (che però oggi dovrebbe essere parzialmente riaperto).

Ed è questo un dopo-sisma dove non si scava tra le macerie (tranne il caso del palazzo a Concepción, dove ancora si spera di trovare qualcuno in vita), ma manca tutto. A tre giorni dalla prima scossa, una città moderna e ordinata come Talca è senza luce ed esce pochissima acqua dai rubinetti. Il blackout prolungato provoca la mancanza di cibi freschi e code chilometriche per attività normalmente banali, come ritirare soldi nei bancomat.

Attorno ai generatori elettrici si creano gruppetti di persone che vogliono caricare cellulari e computer: si trovano nei benzinai, nelle postazioni mobili delle tv o in alcuni indirizzi conosciuti da pochi. Ma se alla mancanza di energia elettrica è difficile abituarsi— e la modernità offre pochissime alternative — con la forza della natura si riesce persino a convivere. Dieci, quindici scosse al giorno, e si impara a distinguerle. Da quella che inizia forte e poi si attenua, quella che va crescendo, o appena dondola, o sobbalza. Sempre sperando che finisca alla svelta. (Rocco Cotroneo)

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EFFETTO  HAITI,  RALLENTA  LA  CORSA  DEGLI  AIUTI

Parte la Croce Rossa ma molte Ong sono al collasso

da “la Stampa” del 1/3/2010, di Paolo Manzo

SAN PAOLO. Due catastrofi nel giro di neanche due mesi. Prima Haiti con oltre 150 mila morti e una situazione socio-sanitaria da brivido. Poi il Cile, dove le case hanno sì retto più che ad Haiti ma, soprattutto in prossimità dell’epicentro, sono comunque crollate. Ma ciò che conta è che questo drammatico calendario, imposto dal destino con date così ravvicinate, sta creando problemi seri, specialmente per i soccorsi che dovrebbero arrivare dall’estero.
Prima le dichiarazioni della Presidente cilena Michelle Bachelet, che dopo una azzardata dichiarazione «no, non abbiamo bisogno degli aiuti della comunità internazionale», ha subito corretto il tiro aprendo le braccia a chiunque sia disposto a dare una mano. Poi la comunità internazionale che come da copione si è detta disponibile ad intervenire pur tra qualche difficoltà.
La Croce Rossa è già partita. «Non ci spaventa la quasi concomitanza con Haiti. Organizzazioni come la nostra – ha tenuto a precisare il portavoce Eric Porterfield – sono abituate a passare da un’emergenza all’altra. È già successo nel 2008 quando eravamo impegnati su più fronti, il ciclone in Thailandia e il terremoto di Sichuan in Cina». Se per Haiti l’organizzazione con sede a Ginevra ha già stanziato 322 milioni di dollari anche per il Cile è previsto un fondo ad hoc. Stesso discorso vale anche per Medici senza Frontiere che ha già inviato un team di primo soccorso nel paese della cordigliera.
Il problema però sussiste adesso per la miriade di piccole associazioni, fondamentali in genere nell’opera successiva di ripristino della normalità e di ricostruzione, che dopo l’impegno prodigato ad Haiti in cui sono ancora presenti, rischiano ora il collasso. La denuncia arriva dagli Stati Uniti. Proprio a febbraio, prima del sisma in Cile, l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale USA aveva allertato molte ong impegnate ad Haiti che i costi sostenuti sull’isola erano stati così alti da richiedere un taglio ai fondi per altre missioni. «Diventa difficile adesso essere presenti in Cile come siamo stati ad Haiti», spiega Farshad Rastegar a capo di Relief International il cui quartier generale è in California. «Faremo del nostro meglio ma siamo al collasso».
Quanto all’Italia l’Unità di crisi della Farnesina si è detta pronta a far partire i soccorsi ma solo quando «vi sarà un coordinamento europeo che, ancora una volta, sarà fondamentale per non creare confusione», come dichiarato dal ministro degli Esteri Franco Frattini.
Polemiche a non finire invece sul fronte interno cileno. Sotto accusa finisce la protezione civile, l’Onemi, l’Oficina Nacional de Emergencias. Le ammissioni della sua responsabile Carmen Fernández hanno creato un pandemonio. «Sono stati commessi errori nel valutare il rischio tsunami – ha dichiarato – mentre l’isola di Robinson Crusoe veniva colpito da onde alte metri, la protezione civile mal informata dall’esercito non allertava sul rischio tsunami. Tutta colpa di un’avaria agli strumenti».
Per non parlare poi delle denunce della televisione e stampa cilena che raccontano dei continui saccheggi in molti supermercati e negozi di Concepción e di altre città particolarmente colpite dal sisma. Cominciano a scarseggiare, infatti, i beni di prima necessità, cibo, acqua, medicine, il cui rifornimento ancora non è arrivato. Il che vuol dire che manca cibo anche per i soccorritori che già combattono contro la fatica e la stanchezza e l’assenza di strumenti essenziali per il loro lavoro, come per esempio i cani, arrivati con grandissimo ritardo.

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IL DOVERE DELLA SOLIDARIETÀ E DELLA RESPONSABILITÀ

I CILENI E NOI, SFIDATI A VIVERE IN «CONDIZIONE TELLURICA»


di Marco Tarquino, da “Avvenire” del 2/3/2010

Trema anche il mio cuore con il Cile che il terremoto sconvol­ge fin nel profondo ma che tiene al­to lo sguardo e stringe i denti di pianto e resistenza. Trema a ogni terribile scossa: e sono ormai più di duecento i morsi e gli scuotimenti del mostro che ha addentato con ferocia la Regione del Maule e ha stritolato Concepción e metà Pae­se, maciullando vite e case e cose, mortificando grandi opere costrui­te con fatica e ingegno. Trema di dolore, di umanissima paura e di orgoglio, vedendo che il sisma immane digrigna ancora e invano davanti a una selva di edifi­ci alzati, negli anni, per reggerne l’urto.

Trema come il cuore dei ci­leni che nascono e crescono nella consapevolezza di essere uomini e donne in «condizione tellurica», te­naci cittadini di quel «malfermo, sottile balcone di pietra e roccia» appeso tra le Ande e il Pacifico che Roberto Ampuero ha tratteggiato da par suo su ‘Repubblica’ di do­menica scorsa.

Conosco bene il Cile. Conosco la sua gente amabile, la sua natura splendida e i suoi spigolosi sussul­ti di terra. Lo conosco come cono­sco mia moglie che anche del Cile è figlia. E lo amo di un amore vero, il più simile a quello che ho per il mio Paese. Quest’Italia che sta ap­pesa tra le Alpi e il Mediterraneo, ponte malfermo e sottile, gemma­to di noncurante bellezza, tra l’Eu­ropa e l’Africa. E so, come dovrem­mo sapere tutti, che anche noi vi­viamo in «condizione tellurica», che anche noi siamo affacciati a un pa­rapetto affascinante e rischioso.
Non c’è, come all’altro capo del mondo, la Placca di Nacza a incal­zare noi italiani, ma c’è la Placca A­fricana. Non c’è una straordinaria e ruggente catena di vulcani andi­ni, ma ci sono la ciclica ira dell’Et­na e dello Stromboli, il sonno ner­voso di Vulcano e il silenzio ogni giorno più minaccioso del Vesuvio. E se non c’è neanche la certezza dei cileni di dover sperimentare «al­meno due volte» nella propria vita terremoti devastanti, ci sono o ci dovrebbero essere la memoria e le cicatrici di scrolloni forse meno rabbiosi ma comunque distruttivi e assassini. Nella mia vita di italia­no, ancora colpito dalla tragedia d’Abruzzo, mi sono toccati sinora anche i terremoti del Belice, del Friuli, dell’Irpinia e dell’Umbria (ben tre volte e le ho ‘vissute’ tut­te, visto che è la mia regione d’ori­gine).
Non pensate a un parallelismo im­possibile. O un po’ sentimentale. Non è così. Tutto è diverso e nien­te lo è del tutto sulla faccia della ter­ra. E ciò che scuote i continenti e i giorni della famiglia umana, anche se avviene lontano, deve svegliarci. Deve tornare a scolpirci nella men­te una semplice verità: per vivere e costruire qualcosa che duri e abi­tare nei luoghi che amiamo, dob­biamo conoscerli davvero e rispet­tarli e interpretarli con lucidità e saggezza.
Noi italiani, dopo il sisma del 1980, abbiamo imparato a rimediare con efficienza ai grandi guasti: ci siamo decisi a fare protezione civile, sul serio. Fino a diventare bravi, gene­rosamente ed esemplarmente bra­vi nel gestire le emergenze (e nes­suno scandalo vero o presunto, può sminuire o addirittura negare que­sta realtà).

I cileni, inseguiti come i giapponesi e i californiani dai mo­stri implacabili che sconvolgono il loro immenso mare comune e Pa­cifico solo di nome, hanno invece imparato a costruire bene. E han­no dimostrato, persino nell’attua­le terrificante prova, che quest’ar­te è il cuore possibile di una vera politica di prevenzione dei disastri. Tanto da far sembrare pochi, a fron­te della potenza dell’evento telluri­co, centinaia e centinaia di morti e due milioni di sfollati. Pochi non sono, e il dolore e l’angoscia e il dan­no sono enormi, ma avrebbero po­tuto essere decine di migliaia le vit­time, avrebbero potuto essere tre volte di più i senzatetto. E questo vale immensamente. Questo dice, ci dice, qualcosa che va capito e davvero fatto. L’altra metà della le­zione che apprendemmo definiti­vamente nel 1980: costruire bene.
I cileni ricominceranno a farlo, do­lenti e tenaci. Si rimboccheranno le maniche e il mondo – e l’Italia col mondo – dovrà saper essere al loro fianco. Le case e le strade dell’uo­mo riprenderanno forma, ancora e meglio. A sfidare il mostro, che cer­to tornerà. E sempre di più dovrà digrignare invano.

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IL RACCONTO

IL  MIO  CILE,  CHIUSO  FINO  A  NUOVO  AVVISO

di Antonio Skarmeta, da “la Repubblica” del 2/3/2010

Anche se il terremoto è una consuetudine per il Cile, devo ammettere che quest`ultimo, all`alba di sabato, è stato il più impressionante che abbia vissuto. Scrivo nel mio studio di Santiago, dopo aver aperto un varco al mio computer tra le centinaia di libri della mia biblioteca crollati dagli scaffali. Scrivere mi solleva per un po` dall`ostinata monotonia delle informazioni televisive che accumulano tragedie senza tregua. Centinaia di compatrioti morti o scomparsi e la cifra sale impietosamente.

Il vigoroso Cile, che rifulgeva in America Latina per modernità e progresso, appare gravemente ferito. Non so quanti anni ci vorranno per la ricostruzione. Questo non solo è un paese dalla stravagante forma allungata, ma è anche un territorio estremamente vulnerabile. I quattromila chilometri che separano il punto più alto nel nord da quello più estremo nel sud sono tutti un`ottima preda dei movimenti tellurici.

E stato e continuerà a essere così perché la natura ha dei capricci che noi uomini non possiamo dominare. Dopo ogni catastrofe, in modo più volontaristico che logico, pensiamo che forse sia stata l`ultima. Di fatto, un sisma di questa violenza non si scatenava da cinquant`anni. Ci eravamo illusi che la tregua di Madre Terra fosse infinita, ma ora scriviamo tra le macerie provocate dalla sua furia.

La violenza è esplosa in piena notte, verso le quattro del mattino di sabato. In Cile è estate in febbraio, e centinaia di migliaia di persone sono in vacanza al mare o ai bei laghi del sud. Le notti, con la brezza soave e il cielo stellato, sono propizi e per grandi festival di teatro o della canzone popolare, come quello di Vina del Mar, la nostra più famosa città balneare, che proprio questa settimana celebrava la sua festa più importante, il Festival della canzone. Quest`anno la partecipazione internazionale ha avuto delle modalità diverse per il fatto che il Cile celebra il bicentenario dell`indipendenza, nel 1810, dal Regno di Spagna.    La giuria doveva determinare quale fosse la più bella canzone del mondo degli ultimi cinquant`anni.

Alcune sincopate, altre romantiche, altre perfino concettuali. Così, l`Argentina ha partecipato con “El dia que me quieras”, de Gardel e Le Pera, gli Stati Uniti con “Rock around the clock”, di Bill Haley e dei suoi Comets, l`Inghilterra con “I can`t get no satisfaction” e la dolce Italia con il superbo proiettile verso il cielo di Modugno: “Volare”. La Spagna aveva inviato una canzone dei Mocedades: “Eres tú”, che nella versione attuale suonava come una litania religiosa.

Non so chi abbia vinto perché il seguitissimo festival ha chiuso i battenti senza una finale. La catastrofe ha annullato tutto: concerti, film, partite di calcio. «II paese è chiuso fino a nuovo avviso». Chiuso anche l`aeroporto internazionale di Santiago. Le immagini che appaiono in televisione sono calamitose.

Il Ministro dei Lavori Pubblici assicura, però, che i danni sono più che altro «cosmetici». Cosmetici o meno, il fatto è che la tragedia polverizza almeno tre grandi eventi che dovevano aver sede in Cile. Quello principale, che prometteva lustro a cottimo, era il Quinto congresso della lingua spagnola a Valparaíso. Sarebbe stato inaugurato dal re e dalla regina di Spagna insieme alla presidente Michelle Bachelet. Occasione eccellente per celebrare la vitalità della lingua comune tra spagnoli e americani, avrebbe rappresentato una chiusura in grande stile per la bionda presidente che tra due settimane cederà il governo, dopo 20 anni di coalizione di centrosinistra, al leader di destra Sebastían Pinera, chiaro vincitore del ballottaggio svoltosi a gennaio.

Peccato! I pochi partecipanti al congresso arrivati a Santiago sono scappati terrorizzati in pigiama dalla loro stanze d`albergo, altri che arrivavano in volo sono atterrati a Buenos Aires e forse la maggior parte hanno saputo in tempo del terremoto nei rispettivi paesi e non si sono mossi. Tristezza incommensurabile, perché la Real Academia Espanola, l`Instituto Cervantes, le case editrici e mezzo mondo avevano una gran voglia di celebrare questo evento e ci avevano scommesso con entusiasmo. Ho fatto anche in tempo a ricevere la splendida “Nueva Gramàtica de la Lengua Espanola” in duevolumiche sidàdafare sullamia scrivania per non soccombere alle frequenti nuove scosse di terremoto.

Vittima del sisma è stato anche un bellissimo primo Congresso della letteratura per l`infanzia e i giovani, che ha attirato centinaia di specialisti di Spagna, Brasile e dei paesi ispano-americani al Palacio de Bellas Artes di Santiago. Sull`antico edificio oggi appare uno spoglio cartello scritto a mano: «Chiuso». I suoi cornicioni sono caduti, precipitando con fragore sulle scalinate.

Peccato due volte, tanto per la presidente uscente come per il nuovo capo del governo di destra. Per la prima, perché si meritava un finale festoso della sua gestione: secondo i sondaggi, lascia l`incarico con più dell`80 per cento di approvazione popolare. E per Sebastiàn Pinera, che voleva partire governando con un`energia travolgente e dovrà ora dedicarsi in primo luogo a riparare il campo dove sperava di stupire con mosse sensazionali.

(Traduzione di Luis E. Moriones)

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