Dire NO al cibo OGM, ma in un progetto complessivo di cambiamento di un’alimentazione ora prevalentemente carnivora, inquinata e di bassa qualità; e per un grande progetto di sviluppo di una dieta e di un’agricoltura (pulita) mediterranea

da "il Gazzettino" - Si noti come la tendenza alla diffusione degli OGM era in netto calo nei paesi dell'Unione Europea che li avevano adottati. Il provvedimento della Commissione europea rilancia gli OGM

Con il via libera alla “patata Amflora” e alle tre varietà di “mais ogm”, diventano 34 gli organismi geneticamente modificati autorizzati in Europa: 19 di mais, 6 di cotone, 3 di colza, 3 di soia, uno di barbabietola, uno di patata, un microrganismo. E, per quel che riguarda l’Italia, vi è ora, con un deliberato della Commissione Europea, la possibilità dell’introduzione delle coltivazioni OGM (con la patata transgenica) in un territorio, il nostro, nel quale finora non era accaduto. Non era accaduto in particolare per la volontà politica dell’attuale ministro Zaia (ancora per poco ministro, visto che è probabile che da fine marzo sarà presidente della Regione Veneto) che si è sempre risolutamente opposto all’introduzione degli organismi geneticamente modificati nelle coltivazioni agricole, sostenuto dalle maggiori associazioni degli agricoltori. Che accadrà adesso con la ripresa di vigore della politica europea “pro-ogm”?  L’Italia adotterà la clausola di “salvaguardia”, meccanismo politico-burocratico europeo per fermare decisioni non gradite?  Forse lo farà ma, diciamocelo, non è il massimo per noi che sosteniamo politiche e decisioni uniche europee, più autorevoli di quelle dei singoli stati-nazione (noi che auspichiamo la creazione degli Stati Uniti d’Europa).

Battaglia comunque, quella contro la diffusione degli OGM, più che condivisibile: pensiamo tra l’altro ad un paese come il nostro che, geograficamente, può contare su condizioni climatiche e geomorfologiche così differenziate (il mare, la montagna, la bassa e alta pianura, la predominante area collinare…) da poter coltivare prodotti agricoli diversissimi e di grande qualità (se si vorrebbe). E che invece rischia di conformarsi a dover adottare piante non riproducibili (sterili) brevettate in laboratorio, con veri e propri coyright di industrie chimiche; l’impedimento del possesso per gli agricoltori di sementi da conservare ed usare per la successiva semina (a prescindere che qualcuno voglia o meno farlo, o comprarle sul mercato): le multinazionali chimiche la faranno definitivamente da padrone.

Dopo 12 anni di “stop and go”, è arrivato il via libera della Commissione Ue alla coltura in Europa della patata transgenica Amflora, per uso industriale. La decisione sulla patata Amflora riguarda la sua coltura ai fini industriali e l'utilizzo dei prodotti derivati dall'amido Amflora negli alimenti per animali

E pensare poi ad incroci strani tra specie animale e vegetale (cosa mai accaduta e che non fa pensare a niente di buono) (ad esempio con l’inserimento in un pomodoro del gene di un pesce che lo protegge dal gelo). Ma è sulla straordinarietà delle possibilità di produzioni agricole, che i nostri territori possono darci, che sta il punto che non possiamo accettare sul fatto che si debbano usare sementi inventate in laboratorio; un processo di uniformità mondiale del sistema agricolo (e dei centri di potere e di controllo alimentare). E come l’area mediterranea (i suoi molteplici numerosissimi prodotti che si possono ottenere, nelle condizioni climatiche ottimali che ci sono) possa concentrarsi sulla qualità e sullo sviluppo di attività agricole di grande pregio, fortuna economica (ma in primis della possibilità di poter mangiare cose veramente buone, pulite e di qualità) che l’area mediterranea offre (ribadiamo, anche come possibilità di diffuso sviluppo economico). Nell’ambito però, da far comprendere ai vertice dell’Unione Europea, di un’unica politica agricola europea (e non di difesa nazionale come ora sta passando) voluta da un’Europa che sa valorizzare il “suo” Mediterraneo. 

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“LEGAME MOLTO FORTE TRA CULTURA E CIBO”. INTERVISTA A JEREMY RIFKIN

“Non credo che si stia affrontando con la serietà necessaria questo momento di crisi globale”. L’economista e saggista statunitense di fama internazionale, sembra scoraggiato e pessimista mentre parla di crisi alimentare, Ogm, dieta mediterranea e priorità per l’agricoltura globale. – intervista ripresa dal portale del Mipaaf Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali

Quali sono i temi cui si dovrebbe dare priorità per lo sviluppo futuro dell’agricoltura mondiale?
L’agricoltura, insieme all’allevamento di bestiame e al consumo di carne hanno un impatto sull’effetto serra e il clima maggiore di quello di tutti i sistemi di trasporto messi insieme. L’allevamento del bestiame è all’origine del 90% dell’anidride carbonica, del 60% dell’ossido di azoto e del 37% del metano rilasciati in atmosfera. Pachauri, premio Nobel e presidente del Consiglio delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, alla domanda su quale dovesse essere la prima cosa che le persone possono fare per affrontare il problema del clima non ha risposto “Usate meno la macchina o spegnete le luci”, ma: “Mangiate meno carne”. È stato ignorato. Il primo passo quindi sarebbe cominciare a considerare questi problemi nella loro gravità.
Si intende tassare le emissioni di gas da edifici, industrie e auto. Perché non farlo anche per le emissioni di metano e di ossido di azoto, che derivano dagli animali e che sono più inquinanti? Lo scorso anno il Dipartimento statunitense dell’agricoltura ha emesso una circolare con la quale raccomandava di tassare le emissioni di metano. L’amministrazione Bush li ha messi a tacere. Recentemente la Danimarca ha varato una tassa su allevamenti e metano. Dovremmo seguire il suo esempio.
Risorse idriche, alimentazione ed energia. Tre emergenze che la crisi ripropone con forza. Come può l’agricoltura fare la sua parte nella risoluzione di questi problemi?
Il Foro intergovernativo sul mutamento climatico (Ipcc) ha pubblicato il quarto rapporto sullo stato della biosfera e sui cambiamenti climatici nel 2007.
2500 scienziati, 125 Paesi, 20 anni di lavoro sono serviti a dirci che avremo un aumento della temperatura di 3° C solo in questo secolo. Se ciò accadesse, la temperatura sarebbe la stessa di tre milioni di anni fa, quando il mondo era diverso. Abbiamo avuto cinque periodi di estinzione biologica e dopo ciascuno di essi ci sono voluti 10mila anni perché si ricostituisse la biodiversità andata perduta. Stiamo assistendo al tramonto della seconda rivoluzione industriale, e di un sistema energetico basato su carbone, gas, petrolio ed uranio, senza cogliere la gravità del momento. La crisi è reale e dobbiamo affrontarla. Esiste però una soluzione.
Quale?
La Dieta Mediterranea: frutta, verdura, poca carne. È una dieta salutare che permette una vita sana e duratura e, allo stesso tempo, protegge ambiente e clima. I Paesi del Mediterraneo devono farsi avanti e far sentire la loro voce. E’ un’ottima occasione per l’Italia, Paese arbitro della cultura mondiale, con una storia secolare, per guidare il dibattito sull’agricoltura. Esiste una correlazione molto forte tra cibo e cultura: se sai ciò che si mangia in un luogo, capisci la cultura di quel luogo. Il cibo è un’estensione dei valori culturali. Una società all’apice della catena alimentare, nella quale si consuma molta carne, non si preoccupa del pianeta, della biosfera, degli animali, dei poveri. Una società in basso nella catena alimentare, come quelle dove è nata la Dieta Mediterranea, pensa alla qualità della vita e ad un consumo equo delle risorse disponibili.
Lei sostiene che la “cultura della bistecca” abbia amplificato il problema della fame nel mondo. Che cosa proporrebbe per cambiare rotta?
Un milione e mezzo di mucche in giro per il mondo occupano il 26% della terra disponibile e sono responsabili di buona parte dei cambiamenti climatici. Un’agricoltura fondata sull’allevamento di bestiame è meno efficiente di un motore a combustione interna. Per produrre 453 grammi di carne ci vogliono 4 kg di mangime. Un ettaro coltivato a verdura produce 10 volte le proteine che si otterrebbero dalla carne dell’animale che mangia nello stesso campo. Il consumo di carne della famiglia media statunitense, composta da quattro persone, equivale a sei mesi di utilizzo di un’auto.
Molti dichiarano che dobbiamo cambiare il nostro sistema di trasporti, migliorare la nostra edilizia, ma nessuno, fra 175 Paesi e altrettanti governi, parla di questo problema.
Autarchia intelligente, cioè modelli produttivi fondati sull’identità e le produzioni nazionali, che non escludano l’applicazione di dazi. Sembra questa la nuova direzione della politica agricola americana, e non solo. Qual è la sua opinione?
Più che parlare di tariffe punitive è bene parlare di incentivi capaci di creare opportunità per tutti. Ogni Paese deve poter sostenere l’autosufficienza a livello locale, ma anche la condivisione a livello continentale. Questo è quello che dobbiamo fare. Le nostre politiche agricole non sono fondate su questo principio. Sono fondate su interessi personali, regionali, nazionali. Bisogna ridiscuterle, come si sta facendo per quelle economiche.
La povertà ha un costo sociale, oltre che economico, non più sostenibile. L’Europa ha predisposto un piano di sostegno degli indigenti, che vede l’Italia in prima fila. Quali strumenti hanno i paesi industrializzati per migliorare il futuro di queste persone?
Il 40% dei terreni coltivati serve a produrre mangimi per gli animali e non cibo per gli uomini. Siamo circa sei miliardi di persone e arriveremo ad essere nove miliardi. La produzione ed il consumo di carne potrebbero quindi raddoppiare, e costringerci ad usare l’80% dei campi per nutrire gli animali che devono nutrire i ricchi.
Questa è una delle grandi ingiustizie del mondo e il motivo per cui siamo impantanati nella crisi. 250 milioni di persone rischiano di morire di fame, 850 milioni sono sottonutrite. Eppure, il 40% della terra disponibile viene usato per nutrire gli animali, perché i ricchi dei paesi industrializzati possano mangiare carne e, come spesso accade, morire di malattie correlate al consumo di carne. Le politiche agricole adottate a livello globale sono talmente schizofreniche da risultare patologiche. Eppure continuiamo a garantire sussidi per la produzione di mangimi: sono sussidi elargiti all’ineguaglianza, sussidi dati ai ricchi a scapito dei poveri. Non possiamo più permettercelo.
Rita Levi Montalcini ha sostenuto che “chi teme gli Ogm è un superstizioso”. Lei non è d’accordo. Perché? E soprattutto ci sono alternative reali?
Gli OGM non sono un bene per l’umanità. Quando si prova a impiantare un gene nelle piante o negli animali da altre specie biologiche, si ignorano i sentieri scelti dall’evoluzione.
Quando in un pomodoro si inserisce il gene che protegge un pesce dal gelo, si fa qualcosa che nelle colture tradizionali non si può fare. E’ possibile creare incroci tra specie simili ma non tra specie animali e vegetali.
Gli OGM inoltre vanno di pari passo con i brevetti. Se la Monsanto e le altre multinazionali scoprono nuove informazioni sui geni, li brevettano ed essi diventano così loro proprietà intellettuale. Non avremmo mai permesso ai chimici di brevettare gli elementi della tavola periodica quando li hanno scoperti. E anche i geni sono scoperte della natura. Per migliaia di anni i contadini hanno usato i semi ottenuti da un raccolto per quello successivo. Ora invece un manipolo di multinazionali chiudono a chiave i codici genetici dei semi di tutto ciò che mangiamo.
Trovo invece interessanti le nuove ricerche della Monsanto, della Syngenta e della Bayer rivolte alla Marker Assisted Selection (MAS), che io approvo. La MAS consente di prendere una varietà di grano o di mais, tracciare la sua mappa genetica e capire la funzione di ciascun gene. Così é possibile utilizzare parte di quei geni per ottenere varietà utili, ad esempio resistenti al freddo, di quella stessa pianta.
Quale contributo può dare l’Italia al dibattito mondiale in corso sull’agricoltura?
In ogni Paese del Mondo, a parte gli USA, c’è un legame molto forte tra cultura e cibo. Le scelte alimentari, il modo in cui si coltiva, in cui si sostengono le proprie regioni agricole, come si presenta il cibo sono estensioni dirette della propria identità. Il cibo non è solamente una merce: è anche condivisione. E gli italiani possono insegnarci molto al riguardo. Il governo italiano può mostrarci la strada giusta da seguire, quella della Dieta Mediterranea. E spero che lo faccia. (da  www.mipaaf.com, vedi anche http://it.greenplanet.net/ )(16/6/2009)

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OGM: SE  L’UOMO SI FA DEL MALE

di Carlo Petrini, da “la Repubblica” del 3/3/2010

L´Europa fa gola ai produttori di Ogm. Era strategica nei loro piani di conquista del mondo, ma qualcosa è andato storto: moratorie, diffidenza o rifiuto da parte dei cittadini, principi di precauzione vincolanti. Tanto che nel corso dell´ultimo anno la superficie coltivata a OGM nel continente si è ridotta del 12% (secondo il rapporto 2009 dell´Isaaa, International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications).

Sono convinto che se le multinazionali produttrici di OGM, nei prossimi due anni, non entreranno nei mercati che ancora sono loro preclusi (recente il tentativo, bloccato a furor di popolo, di una melanzana in India) dovranno drasticamente rivedere i loro piani e iniziare a contare le ingenti perdite economiche: ecco il vero perché di quest´ennesima offensiva portata al buon senso e alla volontà dei cittadini europei, attraverso questo provvedimento sulla patata “Amflora”. Ma uscendo dal campo delle ipotesi, non si spiega invece perché riescano a trovare sempre dei politici compiacenti e pronti a prendere decisioni impopolari, come il neo commissario europeo alla salute, il maltese John Dalli, responsabile del via libera ad “Amflora”.
Una patata, ricca di amidi, che inizialmente ci dissero destinata non all´alimentazione, ma alla produzione di cellulosa. Una patata la cui pianta però ha delle foglie, oltre gli scarti di lavorazione, le quali resterebbero inutilizzate senza l´autorizzazione per l´alimentazione animale arrivata ieri. Gli animali poi li mangiano gli uomini e quindi, indirettamente, mangeremo le foglie di una patata modificata con un gene resistente agli antibiotici, cosa espressamente vietata dal 2001. “Amflora” fu bloccata nel 2007 da Staros Dimas per ragioni di cautela, ma oggi John Dalli ritiene che la presenza di un gene che induce resistenza agli antibiotici non sia un problema per la salute umana e a poche settimane dal suo insediamento nella nuova carica ha già le idee sufficientemente chiare per assicurare ad un intero continente che “non c´è nessun pericolo”.
E per buon peso, insieme alla patata “Amflora”, hanno autorizzato anche tre mais GM, destinati all´alimentazione animale e umana. È desolante vedere con quanta leggerezza e con quale dedizione alle cause delle multinazionali, il parlamento europeo che abbiamo eletto si occupi delle questioni più delicate che riguardano noi cittadini. Non resta che sperare nei singoli governi nazionali, ma bisogna sperare che abbiano coraggio, e tanto. Bisogna sperare che, ad iniziare dal nostro, dichiarino le loro nazioni chiuse ad ogni OGM o trovino la maniera per dichiarare il territorio nazionale OGM Free. Non è facile, e sia pure con la chiara volontà espressa dal ministro Zaia con cui questa volta mi trovo in accordo, la situazione resta problematica.
E allora? Verrebbe da dire, se li mangino loro: li sperimentino coloro che aspettano con tanta fiducia la loro diffusione nel mondo. Noi rifiutiamoci, rifiutiamo anche solo il minimo rischio: se questo significa disertare i supermercati a favore degli acquisti diretti, gli unici che oggi ci possano dare vere garanzie, facciamo uno sforzo in più. La causa lo vale: oggi la lotta si fa senza armi, ma con la pazienza e qualche volta il disagio di una spesa fatta con attenzione e cura. Perché non c´è solo il rischio salute. C´è il rischio di appoggiare, con una scelta scellerata o semplicemente frettolosa di acquisto, un sistema di produzione alimentare prepotente, aggressivo, dimentico di ogni identità e sapere, monopolizzato da pochi attori e pochi capitali che pensano di poter attingere ad un patrimonio di biodiversità costruito dagli agricoltori nei millenni per metterlo a disposizione solo dei loro fatturati.

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OGM,  DAL  MAIS  ALLA  SUPERPATATA:  I  RISCHI  E  I  VANTAGGI  DEL  BIOTECH

Con l’apertura dell’Europa agli Ogm si riaccende il dibattito sugli organismi transgenici

Con il via libera alla patata Amflora e alle tre varietà di mais ogm diventano 35 gli organismi geneticamente modificati autorizzati in Europa: 19 di mais, 6 di cotone, 3 di colza, 3 di soia, uno di barbabietola, uno di patata, un microrganismo.
La decisione della Commissione europea ha prodotto reazioni di dissenso in tutto il vecchio Continente e ha dato nuovo impulso alle polemiche che da tempo accompagnano l’utilizzo di biotecnologie in ambito agroalimentare.
Gli Ogm sono una combinazione del patrimonio genetico di un organismo ospite, con un tratto di Dna di un organismo donatore. Il risultato può essere sia animale, sia vegetale, sia un ibrido appartenente a entrambi i regni.
Alcuni interventi medici sul Dna di una persona permettono di guarire altrimenti incurabili malattie genetiche (è l’unico tipo di intervento del genere che sia ammesso sull’uomo).
Sostituendo certi geni nel mais si possono ottenere varietà più resistenti a parassiti e malattie. Ad esempio, sono stati prodotti pomodori che non avvizziscono, frutti che respingono gli insetti, varietà di grano con la spiga che contiene più chicchi del normale, patate che non si degradano. O, come l’Amflora, la patata targata BASF, che verrà utilizzata in parte nell’alimentazione animale, in parte nell’industria per produrre alcool e amido per le cartiere.
La medaglia ha però diversi rovesci. Il primo è che le varietà commerciali di questi prodotti sono brevettabili. Questo significa che, per esempio, le sementi modificate sono monopolio delle grandi multinazionali che le hanno prodotte, come la famigerata Monsanto, e finiscono per soppiantare colture più tradizionali costringendo i coltivatori all’acquisto di nuovi semi dalle multinazionali, per ogni raccolto: una volta i contadini conservavano i semi per i futuri raccolti, ma le sementi Ogm producono piante “sterili”.
Inoltre, visto che non sono passati molti anni da quando questo prodotti sono in uso, non siamo ancora certi (gli studi al riguardo sono contraddittori) che il loro consumo non sia nocivo per l’organismo umano.
Last but not least, mancano ancora informazioni precise sull‘impatto ambientale di queste colture, che potrebbero contaminare quelle naturali: il Dna manipolato è in grado di ricombinarsi con Dna di altri organismi, contaminando anche le piante cresciute tradizionalmente. (…Ma il 2010 non era l’anno internazionale della biodiversità?)

(da http://notizie.virgilio.it/tecnologia/?refresh_cens )

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L’ EUROPA  AUTORIZZA  GLI  OGM  VIA  LIBERA  ALLA  SUPER-PATATA

di Luigi Offeddu, da “Il Corriere della Sera” del 3/3/2010

Divisi i Paesi. I contrari: rischi per la catena alimentare dell`uomo

È durata 12 anni, la baruffa politica e scientifica. E alla fine, ecco qui, l`Europa concede il via libera: largo alla «super-patata», cioè alla patata geneticamente modificata «Amflora». E largo anche ad altri Ogm, cioè a 3 tipi di mais anch`essi transgenici.

La prima potrà essere coltivata «sotto rigidi controlli» per usi industriali: la produzione dell`amido, usato per fare la carta. Ma alcuni sottoprodotti di quell`amido potranno essere usati per i mangimi animali, i mangimi di tutti gli animali. E nella composizione degli stessi mangimi, e anche di alimenti destinati all`uomo, potranno entrare i 3 «nuovi» tipi di mais. Tutto questo, lo ha deciso la Commissione Europea.

Aprendo così agli Ogni (finora erano coltivati solo pochi ceppi di mais) le porte dell`industria, della stalla, del pollaio. E della cucina.

Un progresso troppo a lungo rinviato, per alcuni, un rischio minimo già analizzato da molti scienziati, come ieri ha detto il commissario Ue alla Salute John Dalli. Un incubo ecologico-sanitario, per altri: il primo gradino verso un possibile viaggio nella catena alimentare e nell`organismo umano. Anche perché sulla super-patata, prodotta dall`impresa tedesca Basf, vi sarebbero ancora forti dubbi: nel suo Dna sono stati individuati due geni, o meglio due marcatori genetici, che «regalano» al corpo umano la resistenza a due diverse classi di antibiotici, e dunque lo rendono potenzialmente più vulnerabile ad alcune malattie. Ma sono presenti anche in natura, spiegano gli esperti Ue, e certi allarmi sono ingiustificati.

Solo un terzo degli Stati Ue, a occhio e croce, concorderà da subito con la Commissione: gli altri, i contrari, potranno sempre ricorrere ai complessi meccanismi della «clausola di salvaguardia». Negli ultimi vertici in cui si è parlato del problema, ogni mossa comune si è arenata su questa spaccatura. Ciò che fa ora Bruxelles, è di riallargare le maglie, lasciar spazio ai singoli governi. Ma dovranno pronunciarsi poi un altro vertice o Consiglio Europeo, e l`Europarlamento, finora largamente contrario. La spaccatura attraversa tutti gli schieramenti, a destra e a sinistra. Il movimento Greenpeace parla di «rischi inaccettabili», il Codacons di «deliberazione sciagurata».

Da Bruxelles, un agronomo come Paolo De Castro Pd, presidente della Commissione Agricoltura dell`Europarlamento – invita tutti alla prudenza, contro le «strumentalizzazioni elettorali di giornata»: «Gli Ogm non sono il diavolo, fa bene la Commissione Europea a muoversi con gradualità e cautela attenendosi al principio di precauzione. Già oggi il 90 per cento della soia importata ed utilizzata in Europa è geneticamente modificata. E da essa dipende gran parte della produzione europea di latte e di carne animale. Tra l`altro, vale la pena sottolineare che lo stesso Barroso (il presidente della Commissione Europea, ndr) ha detto che l`ultima parola sugli Ogm spetterà comunque ai singoli Paesi europei, ed essi avranno facoltà di autorizzarne o meno la coltivazione sul proprio territorio». Anche due voci dal Pdl Mario Mauro, capodelegazione, e Roberta Angelilli, vicepresidente dell`Europarlamento – esprimono «perplessità» e preoccupazione per quanto deliberato dalla Commissione.

Ha avuto il via libera dall`Europa, la super-patata, ma per metà Europa è ancora un boccone indigesto.  (Luigi Offeddu)

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IL  MINISTRO  ZAIA:  “MA  L’ ITALIA  DIRA’  NO  CON  UN  REFERENDUM”

da “Il Giornale” del 3/3/2010, intervista di Enza Cusmai

«Quelle patate non entreranno mai e poi mai nel nostro Paese, almeno fino a quando io sarò ministro. Sono pronto a tutto pur di difendere gli interessi e la salute degli italiani». Luca Zaia, ministro delle Politiche agricole, grida allo scandalo. L`apertura della Ue alla coltivazione di prodotti geneticamente modificati non l`ha mandata giù e annuncia battaglia su tutti i fronti.

Ministro Zaia, la Ue ha detto sì agli Ogni. E l`Italia che farà?

«Ci opporremo con ogni mezzo contro questa decisione. Siamo scesi in battaglia e siamo pronti a tutto».

Perché è così categorico?

«Quello che è successo a Bruxelles è un fatto grave e inaccettabile. Sono molto indignato e preoccupato. E’ stata violata la sovranità nazionale. L`Europa non può surrogare la sovranità degli Stati che è sacrosanta».

In cosa consiste questa violazione?

«La Ue, con un decreto, pretende che l`Italia faccia sperimentazioni e introduca modalità di coltura che non piacciono all`80% degli italiani. Insomma non può imporre agli stati membri la piantumazione di cibi transgenici e quindi di semi transgenici».

Ma esiste la clausola di salvaguardia che può impedire la coltivazione degli Ogm nei paesi della Ue contrari.

«Naturalmente noi la utilizzeremo in pieno, però se non bastasse questa barriera, arriverò a sottoporre questa scelta sugli Ogni a referendum, nazionale e internazionale. Così ci conteremo».

Lei dà per scontato che gli Ogni facciano male.

«Io mi attengo a quanto dicono gli esperti. La comunità scientifica è letteralmente spaccata in due e il 50 per cento degli scienziati dicono che sono dannosi. E, ovviamente, noi ci atteniamo alle regole di maggior prudenza per tutelare la salute degli italiani».

Però il professor Umberto Veronesi è favorevole agli Ogm.

«Se lo dice lui, se ne assuma la responsabilità, con tutto il rispetto che si deve al professor Veronesi».

L`ok della Ue è arrivata dopo 12 anni di tira e molla. Come si spiega questa concessione?

«Bisogna chiederlo alle multinazionali il motivo per cui gli Ogm entrano in Europa».

E’ un motivo di natura economico?

«Sono assolutamente convinto di sì. Ci sono interessi enormi dietro questa scelta».

Però il via libera l`ha dato la Ue.

«Ed è un`Europa che non ci piace perché è quella delle burocrazie che si stanno facendo largo in aree che appartengono esclusivamente alla sovranità nazionale».

Ma l`Italia è l`unico paese contrario agli Ogni?

«Con noi si è schierata la Francia. E se queste due nazioni dicono no agli Ogni, non se ne fa niente».

La Germania però aveva tentato di aprire un varco.

«Sì, ma è stata costretta a ritirare la sperimentazione dopo le feroci critiche della comunità scientifica».

E chi sono i sostenitori più accaniti degli Ogm?

«Tutti i paesi del Nord Europa che non possiedono una tradizione agricola nazionale. Tifano per gli Ogni che significa la standardizzazione dei modi di coltivare e la morte dei sapori».

Che tipo di ricadute ci saranno sulla nostra agricoltura?

«La potrebbero danneggiare gravemente, perché quella italiana è un`agricoltura identitaria. Inoltre abbiamo patate importanti anche “dop”. E purtroppo, dopo le patate, potrebbero arrivare altri prodotti. E non dobbiamo permetterlo».

Cosa ne pensano gli agricoltori?

«C`è una compattezza assoluta sul fronte del no. Le nostre coltivazioni sono fatte su appezzamenti di terreno non più grandi di sei ettari e mezzo. Per gli Ogni invece servono grandi spazi, come quelli americani. Ecco perché, da parte nostra, non consentiremo che un simile provvedimento, calato dall`alto, comprometta la nostra agricoltura». (Enza Cusmai)

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GLOSSARIO

0gm – Un Ogm (Organismo geneticamente modificato) è un essere vivente munito di un patrimonio genetico modificato con tecniche di ingegneria che consentono l`aggiunta, l`eliminazione o la modifica di alcuni geni.

Transgenico – Gli Ogm vengono spesso indicati come organismi transgenici: i due termini, in realtà, non sono sinonimi in quanto il termine «transgenesi» si riferisce all`inserimento, nel genoma di un dato organismo, di geni provenienti da un organismo di specie diversa. Sono invece definiti Ogm anche quegli organismi che risultano da modificazioni che non prevedono l`inserimento di alcun gene (sono Ogm anche gli organismi dal cui genoma sono stati tolti dei geni).

Gene «marker» – È il gene che verifica l`avvenuto inserimento della modificazione genetica. Nelle piante geneticamente modificate il marcatore è resistente agli antibiotici. Questa resistenza solleva in una parte degli scienziati alcune preoccupazioni: in particolare l`eventuale trasferimento dal materiale vegetale ai microrganismi nella flora intestinale, inducendo un aumento dei livello di resistenza verso gli antibiotici.

Neomicina – Con la «kanamicina» è uno dei due antibiotici che, secondo il fronte anti-Ogm, potrebbe essere neutralizzato dal gene marker presente nella patata Ogm.

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da “La Stampa” del 3/3/2010, di Fabio Pozzo

ZAIA  MINACCIA  UN  REFERENDUM

E l`Italia sulla libertà di scelta di coltivare prodotti geneticamente modificati si divide ancora.

«A mali estremi, estremi rimedi. Ci opporremo con tutte le nostre forze agli Ogni e non escludo l`ipotesi di un referendum popolare che su questo argomento sgombri il campo a proposito di ciò che in Italia si vuole davvero attorno al sistema agroalimentare nazionale», attacca il ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia, che preannuncia battaglia. «Non consentiremo che un simile provvedimento, calato dall`alto, comprometta la nostra agricoltura – continua il ministro – Non permetteremo che questo metta in dubbio la sovranità degli Stati membri in tale materia. Per questo valuteremo la possibilità di promuovere un fronte comune di tutti i Paesi che vorranno unirsi a noi nella difesa della salute dei cittadini e delle agricolture identitarie europee».

Il fronte del no è ampio e bipartisan. «Questo Ogm pone rischi inaccettabili per la salute umana e animale, oltre che per l`ambiente», lancia l`allarme Greenpeace. «Una decisione sciagurata che sancisce la vittoria della lobby e delle multinazionali», rincara il presidente Codacons, Carlo Rienzi. Il presidente di Slow Food Italia, Roberto Burdese, parla di una interruzione gravissima «a una moratoria sacrosanta stabilita sulla base di una preoccupazione precisa riguardante la nostra salute», mentre Francesco Ferrante di Legambiente si chiede «quale genitore possa scegliere di dare ai propri figli un cibo che potrebbe renderli resistenti agli effetti degli antibiotici».

Il Pd si appella al governo, «perché faccia sentire forte il proprio no, con iniziative efficaci che tutelino la salute dei cittadini e ottimizzino la qualità del Made in Italy». E le associazioni di categoria? Coldiretti parla di «quadro normativo invertito, che darà finalmente possibilità all`Italia e alle 16 regioni che si sono già di- chiarate ogm-free di vietare la coltivazione nei loro territori». La Cia riafferma che «il biotech non serve all`agricoltura italiana» e comunque chiede un referendum popolare.

Va controcorrente, invece, Confagricoltura. «Finalmente si pone fine al paradosso secondo cui in Europa si devono consumare prodotti Ogni, ma non consentire agli agricoltori di utilizzare varietà geneticamente modificate nei loro campi». Per l`organizzazione la decisione della Commissione Ue «apre una finestra di possibilità nuove per l`agricoltura in Europa», che diversamente – la Cina ha aperto alla commercializzazione del riso transgenico; il 9% delle colture mondiali è Ogm – resterebbe fuori da una «partita essenziale».

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L’ ORIGINALE  FORZA  DELL’ AGRICOLTURA  ITALIANA

di Luca Zaia, Ministro delle Politiche Agricole e Forestali

da “AVVENIRE” del 2/2/2010

Il patrimonio agroalimentare della nostra Penisola è una forza economica e culturale formidabile, che rischia di essere scambiata con qualcosa di molto meno prezioso. Un po` per l`interesse di alcuni, un po` per la disattenzione di molti, e un po` per una fede, tutta ideologica, nelle nuove tecnologie.

La verità è che non ci rendiamo conto di cosa abbiamo per le mani. La forza dell`agricoltura italiana è anche genetica, la si deve anche a quello che generalmente viene chiamato, con un termine un po` freddo, biodiversità.

Aprire in modo indiscriminato agli Ogm, perché di questo si tratterebbe senza i piani di coesistenza con le colture tradizionali, sarebbe un errore forse irreparabile. I prodotti dei nostri territori sono la cristallizzazione di culture e tradizioni a volte centenarie. Non possiamo cederle, magari per un vantaggio economico iniziale, perdendo con esse anche la nostra identità.

Al valore culturale bisogna aggiungere quello economico: mi chiedo chi cambierebbe oggi un mobile trovato in un vecchio casale risalente all`inizio del secolo scorso con uno più moderno, magari composto di lucente formica e truciolato? Nessuno. Eppure, negli anni Sessanta e Settanta, i nostri genitori lo hanno fatto, convinti di aprirsi al nuovo e alla modernità.

Sappiamo bene che in fondo era un`esigenza del mercato. Sappiamo anche che spesso i bisogni dei consumatori e del mercato possono essere indotti da chi ha interesse a farli emergere. Questo non ci deve scandalizzare, ma saperlo ci deve rendere consapevoli della partita che stiamo giocando.

Sono in gioco gli interessi di milioni di contadini, di milioni di consumatori e in ultima analisi la stessa identità dell`agricoltura italiana, che non possiamo spazzare via in nome di una presunta modernità che non ammette obiezioni. Non tutto quello che è possibile fare con nuove o vecchie tecnologie è un bene in ogni contesto e in ogni luogo. Credo che la funzione della politica sia proprio questo: riuscire a comprendere e a guidare i processi di modernizzazione.

Perché i nostri contadini dovrebbero pagare le royalty a multinazionali proprietarie delle sementi geneticamente modificate? Perché le nostre produzioni tradizionali devono essere messe a rischio dall`arrivo di queste nuove sementi? Siamo certi che gli organismi geneticamente modificati siano sicuri per la salute dei consumatori? Perché dovremmo alterare il normale ciclo delle stagioni?

Gli Ogm non possono essere la risposta ad un mercato dove i nostri cibi si confrontano con quelli venduti a prezzi irrisori perché prodotti da Paesi che pagano i loro braccianti due euro al giorno. La qualità e la diversità sono le principali caratteristiche che rendono competitivi i nostri prodotti; se accettiamo di rinunciarci per un vantaggio a breve termine è chiaro che alla fine ne usciremo sconfitti.

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LA  POLITICA  CANCELLA  LA  SCIENZA

di Giorgio Calabrese, da “la Stampa” del 3/3/2010

L’Unione europea, con un diktat politico e non scientifico, disattendendo il desiderio di approfondimento del presidente Barroso, ha liberalizzato una patata Ogm.
Dal tubero geneticamente modificato si ricava amilopectina pura, uno dei componenti dell’amido, che viene utilizzata per carta, calcestruzzo e adesivi. Questo stesso amido è utilizzato come mangime animale e il gruppo Basf che lo produce ha dichiarato che non è previsto alcun utilizzo alimentare. Inoltre, sono stati liberalizzati altri tre tipi di mais per l’alimentazione umana e animale.
Si tratta della prima autorizzazione Ue ai prodotti Ogm, dopo anni di dibattiti pieni di dubbi sulla natura di questo tipo di coltivazioni. La nuova Commissione, insediatasi qualche settimana fa, ha iniziato male il suo lavoro. In particolare, mi riferisco al commissario Ue all’Ambiente, il maltese John Dalli.
Considerando il lungo dibattito in corso sulle colture transgeniche, i lettori potrebbero pensare che le ricerche sugli Ogm siano sempre super partes e che i loro risultati derivino da un’approfondita ricerca sul campo e sul prodotto. Non è così. Quando gli scienziati del panel degli Ogm dell’Efsa (l’Autorità Europea della Sicurezza Alimentare che si trova a Parma) danno un giudizio, questo non deriva da uno studio incrociato, ma il panel valuta solamente la letteratura scientifica (quando c’è ed è sufficiente) e inoltre valuta i lavori presentati dalle singole aziende produttrici (in questo caso la Basf). Questo modo di procedere non porta quasi mai a un voto unanime, perché si basa più che sulla reale verità scientifica, esclusivamente su giudizi votati a maggioranza, dove pesano soprattutto scienziati anglo-sassoni.
Questa scelta impone soluzioni politiche a problemi scientifici e questo non è giusto. Mi sembra di essere tornato all’epoca della cura «Di Bella» quando il dibattito si ridusse a definire il cancro di sinistra o di destra, senza valutare la reale efficacia terapeutica di quei farmaci. Come abbiamo visto, nel campo degli Organismi geneticamente modificati (Ogm) la ricerca è assolutamente di parte, sia a favore (multinazionali) sia contraria (Verdi e Ambientalisti), per cui chi è a favore presenta lavori che li esaltano, omettendo i dati negativi che debbono necessariamente esserci come in tutti i veri papers pubblicati; chi è contro sottolinea solo i lati negativi, senza tener conto di qualche spunto positivo che potrebbe esserci.

Quale soluzione? Propongo che l’Unione europea finanzi con giusti fondi una ricerca super partes che entri nel merito degli effetti sulla salute umana, prima su cavia e poi sull’uomo, affidandola a centinaia di scienziati, pro e contro gli Ogm. Alla fine, un «board» molto qualificato, come alcuni Nobel della Scienza, valutino i lavori e diano un giudizio definitivo di eventuali danni o no alla salute umana. Sembra semplice e ovvio ma, proprio perché lo è, contrasta con il monopolio di cinque multinazionali che trovano nei Paesi anglosassoni dei fedeli difensori di prodotti che mortificano i nostri alimenti del Sud Europa, eccellenti per il loro gusto e che soprattutto garantiscono effetti salutisti al consumatore.
Spero che l’Europa non faccia questi passi avventati in avanti senza i giusti presupposti, perché nel tempo potrebbe pentirsene e trovarsi costretta a fare marcia indietro. Ciò non è mai politicamente e scientificamente corretto, perché nel frattempo qualcuno potrebbe essersi ammalato.

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Ogm/ Mipaaf: prende il via il dibattito online –  Esperti e divulgatori scientifici daranno il loro contributo L’ AGRICOLTURA  INQUINA  PIU’  DELL’ INDUSTRIA

ogm: basf, patata amflora in produzione…

ogm/ agronomi: prudenti ma scienza non…

ue: fine moratoria coltivazione ogm

Altri

Parte oggi un dibattito sugli Ogm su Agricoltura italiana online, (sito internet http://www.agricolturaitalianaonline.gov.it), la rivista telematica del ministero delle Politiche agricole. Il tema sarà approfondito attraverso dichiarazioni e interviste ad esperti, ricercatori, professori universitari e divulgatori scientifici. Parteciperanno, fa sapere il Mipaaf, Mario Tozzi, geologo e primo ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche, conduttore del programma di RaiTre Gaia, il professor Gianni Tamino, Marcello Buiatti del dipartimento di Biologia animale e genetica dell’Università di Firenze, Michele Trimarchi, psicologo, fondatore della neuro psicofisiologia e presidente Isn (International society of neuropsychophysyology). Sono solo alcune delle personalità coinvolte nel dibattito che, nei prossimi giorni, si arricchirà di “nuovi importanti contributi”. La Commissione europea, oggi a Bruxelles, con procedura scritta, ha autorizzato la coltivazione della patata geneticamente modificata Amflora, prodotta dalla multinazionale Basf. “Questa decisione ci vede assolutamente contrari. Il fatto di rompere una consuetudine prudenziale che veniva rispettata dal 1998 è un atto che rischia di modificare profondamente il settore primario europeo”, ha detto il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia.

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da “il Mattino di Padova” del 13/10/2009

VENEZIA. Pesticidi, diserbanti, insetticidi. Sono queste le sostanze più nocive presenti nelle acque superficiali del Veneto. A dirlo sono i risultati del progetto I.S.Per.I.A. (Identificazione Sostanze Pericolose Immesse nell’Ambiente idrico) realizzato dall’Arpav. 160 mila analisi, 109 sostanze esaminate.

Le acque della nostra regione non presentano situazioni particolarmente pesanti. Ma preoccupa l’uso indiscriminato che gli agricoltori veneti fanno dei pesticidi. «Per massimizzare i profitti tanti operatori del settore primario adoperano sostanze nocive – sottolinea l’avvocato Andrea Drago, direttore generale dell’Arpav – se ne usassero meno sarebbe meglio per tutti, anche per loro».

Particolarmente delicato il problema dell’acquisto su internet. «Alcuni agricoltori comprano via web i prodotti – continua Drago -. Molte volte prendono pesticidi, diserbanti o insetticidi vietati per legge». Così, mentre le emissioni delle industrie sono super-controllate e creano problemi relativi, quelle derivanti dall’agricoltura risultano preoccupanti.

Questi i principali risultati per quanto riguarda le acque superficiali interne. Su 276 stazioni di monitoraggio sono stati rilevati superamenti singoli degli standard di qualità per almeno una sostanza in 176 stazioni. Su 1600 superamenti, 870 riguardano sostanze prioritarie come nichel, piombo, pesticidi (alaclor, atrazina, simazina), insetticidi (clorpirifos), composti organici volatili (benzene, dicloroetano, cloroformio). 40 superamenti, invece, si riferiscono a sostanze pericolose come cadmio e mercurio.

Fra le altre sostanze inquinanti le presenze più significative in termini di numerosità si registrano per il cromo totale e per l’arsenico. Va poi segnalata la presenza molto diffusa di altri diserbanti non compresi nell’elenco di priorità, in particolare terbutilazina. A livello provinciale, si rilevano 500 sforamenti dei limiti a Verona, 430 a Padova, 280 a Venezia, 160 a Rovigo e a Vicenza, 41 a Treviso, 12 a Belluno. (g.cod.)

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VELENI TRA LE VIGNA, SCATTANO I DIVIETI

di Francesco Dal Mas, da “la Tribuna di Treviso” del 29/11/2009

VIDOR. Vietato passeggiare tra i vigneti di prosecco da aprile ad agosto. Il motivo? I trattamenti fito-sanitari. Lo prevedono il Comune e la Provincia, con tanto di avvisi istituzionali. Ma non dovunque, ma sull’itinerario storico e naturalistico «Dal sacro al pro…secco».  Il divieto pubblico riguarda il percorso panoramico, da poter fare a piedi o in bici, nelle zone umide della foce del torrente Teva e lungo gli sterrati poderali fra i vigneti.

Attrezzato di tavole e di panche, l’itinerario è stato realizzato da volontari e dal Comune per far conoscere angoli particolarmente suggestivi di Vidor.  Ma i cartelli e i volantini sono chiari: «Il transito nel percorso non è consentito da aprile ad agosto compresi di ogni anno, a causa dei trattamenti fito-sanitari alle coltivazioni».  Il divieto si estende per due chilometri, mentre la lunghezza del tragitto arriva a circa 9 chilometri. Il sindaco di Vidor, Albino Cordiali, spiega che gli avvisi sono stati voluti dai proprietari dei terreni «per evitare conseguenze nel caso qualche escursionista manifesti problemi di salute dopo aver percorso il sentiero».

Non si tratta di una precauzione banale, tanto meno inutile, perché agli stessi proprietari dei terreni trattati e, in ogni caso, a quanti vi operano è consigliato, anzi negato di entrare nei vigneti prima che siano trascorse 48 ore dall’irrorazione del trattamento fitosanitario.  Le ricadute a rischio dei trattamenti fito-sanitarie sono note da tempo. E non solo a Vidor. Neppure nella sola area di produzione del prosecco e del cartizze. Ma che fosse direttamente un’amministrazione comunale a certificare pubblicamente che il pericolo esiste e a fare divieto di passaggio nei territori sottoposti a trattamento, per quanto se ne sa è la prima volta che accade.  I vigneti degli altri comuni, dunque, si troverebbero nelle stesse condizioni, quindi formalmente dovrebbero diventare off limits.

E’ pur vero – si osserva in municipio a Vidor – che non tutte le colline del prosecco sono attraversate da piste pedonali o per mountain bike come quella appena inaugurata in questo comune. A lanciare l’allarme è il settimanale della diocesi di Vittorio Veneto, “L’Azione”. «Cosa dovrebbero dire tutti coloro che risiedono a ridosso di vigneti? E coloro che si ritrovano sopra la testa l’elicottero «che pompa»? Fino ad oggi è prevalsa la strategia del «minimizzare» o peggio dell’«ignorare». Ora, per fortuna, si comincia a discutere pubblicamente di questi argomenti. Si chiedono agli enti pubblici dati scientifici e informazioni precise. Fornirli è più che doveroso. Ne va di mezzo la nostra salute». Non mancheranno reazioni e su questa cosa saranno sicuramente forti. – (Francesco Dal Mas)

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FITOFARMACI:  LA  SFIDA  DEI  SETTE  SINDACI

di Glauco Zuan, da “la Tribuna di Treviso”

PIEVE DI SOLIGO. Un regolamento di polizia rurale intercomunale per andare «oltre la chimica» nelle colline del prosecco Docg di Conegliano e Valdobbiadene, mitigando l’uso dei fitofarmaci sui vigneti con le buone pratiche agricole. E’ la sfida dei sette sindaci della fascia pedemontana tra il Piave ed il Soligo lanciata ieri mattina a Villa Brandolini di Solighetto e ratificata poi in serata a San Pietro di Feletto dai rispettivi assessori all’ambiente.

«Vogliamo intraprendere un comune percorso di riflessione sull’uso dei prodotti fitosanitari e degli agrofarmaci in zona – spiega Fabio Sforza, sindaco di Pieve, a nome dei colleghi di Farra, Moriago, Refrontolo, San Pietro, Sernaglia e Vidor – Vogliamo fare chiarezza, in base ad evidenze scientifiche, sui possibili rischi per la salute dell’uomo, degli animali e, in generale, dell’ambiente in cui viviamo».

Un’iniziativa congiunta da estendere in futuro a tutti i quindici comuni del prosecco Docg per cercare di mettere dei limiti all’uso intensivo di sostanze chimiche in agricoltura e, più in particolare, in viticoltura. «Crediamo si tratti di una riflessione oltre modo necessaria – continua Sforza – sia per ottemperare alla nuova e più restrittiva normativa europea, sia per rispondere al bisogno di tutela e di salute della popolazione, sempre più insofferente verso gli abusi». Una riflessione che affianca la recente richiesta all’Unesco di riconoscimento delle colline di Conegliano e Valdobbiadene come patrimonio ambientale mondiale.

«Bisogna rendersi conto – chiude il primo cittadino pievigino – che la salvaguardia dell’economia locale passa attraverso la salvaguardia del territorio. Non ci può essere benessere economico se non c’è benessere ambientale». Tesi subito sposata da Battista Zardet, presidente del Consorzio Bim Piave di Treviso, sponsor unico del ciclo di tre incontri pubblici: «I prodotti agricoli si vendono bene se, sotto il profilo turistico, si riesce a vendere bene anche il territorio». Marino Fuson, sindaco uscente di Vidor, è lieto di concludere il proprio mandato sottoscrivendo questo protocollo d’intesa, rivendicandone pure la paternità. «Avevo lanciato io una prima proposta di regolamentazione intercomunale sette-otto anni fa. Per questo sono felice che si vada finalmente oltre le parole – dichiara Fuson – concretizzando gli intenti comuni. E’ bene chiarire, comunque, che la salute dei cittadini va salvaguardata a 360 gradi, non solo in agricoltura, ma anche nell’industria e persino tra le pareti di casa».

Loris Dalto, sindaco di San Pietro di Feletto, sottolinea in proposito come ora siano cambiati i tempi: «Oggi è il cittadino stesso che ci chiede di adottare un regolamento nuovo e condiviso da tutti i comuni del comprensorio, perché l’agricoltore che opera a Refrontolo e lo stesso agricoltore che opera anche a Farra».  Alla riflessione che darà vita ad un regolamento di polizia rurale intercomunale collaboreranno anche i locali circoli di Legambiente.

«La cosa più importante è che gli amministratori non nascondano il problema fitofarmaci – afferma Nicola Tonin del circolo Legambiente Valle del Soligo – ma, finalmente, lo affrontino insieme ai cittadini ed alle associazioni. Capendo che il problema dell’abuso dei fitofarmaci in agricoltura non va ad infierire solo sulla bellezza del paesaggio, ma può minare anche la salute di operatori ed abitanti». – (Glauco Zuan)

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One thought on “Dire NO al cibo OGM, ma in un progetto complessivo di cambiamento di un’alimentazione ora prevalentemente carnivora, inquinata e di bassa qualità; e per un grande progetto di sviluppo di una dieta e di un’agricoltura (pulita) mediterranea

  1. Luca Piccin martedì 9 marzo 2010 / 21:24

    Paese che vai usanze che trovi, si usa dire… Mi viene da dire: territorio che vai prodotto che assaggi. E allora perché questi OGM? Chi li ha proposti?
    E’ evidente che sono le multinazionali, con chiare motivazioni economiche. Perché mai dobbiamo sostituire le nostre produzioni di qualità con queste costose diavolerie? E perché un contadino povero del Sahel dovrebbe fare altrettanto? Gli americani e gli altri paesi del gruppo di Cairns non accettano le indicazioni geografiche, ma sostengono a spron battuto queste tecnologie dalla dubbia utilità. Se poi bisogna guardare al profitto, allora quale agricoltore italiano ne trarrà beneficio? Non siamo il paese leader in Europa per numero di DOP e IGP, di aziende biologiche? Il paese di Slow Food? Perché non investire in queste ed altre forme alternative, adatte alla dimensione locale? Io vorrei che si potesse estenderle anche al di fuori dell’europa, perché ogni produzione sia protetta, perché l’origine sia tutelata a livello mondiale.

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