La Mongolia nella catastrofe – Le “isole” fuori dalla globalizzazione non riescono a sopravvivere in un’economia di sussistenza legata alla natura, con i cambiamenti climatici devastanti in corso. Dare opportunità di vita al nomadismo e a modi di vita “altri” è conservare un mondo plurale

La Mongolia è uno stato nord-asiatico, stretto tra la Russia a nord e la Cina a Sud. Un territorio occupato in tutta l’area centrosettentrionale da formazioni montuose e altopiani collinari (basti dire che l’altitudine media della Mongolia è di 1.580 metri). I Monti Altai occupano la parte nord-est del paese, diminuendo progressivamente a sud-est. Il punto più alto del paese è il Nayramadlin Orgil (o Huyten Orgil) con i suoi 4.374 m, uno dei cinque picchi dei monti Tavan Bogd Uul, e situato nell’estremo ovest del paese, vicino ai confini della Russia e della Cina. Con i suoi 1.566.500 km² il paese ha una superficie più di cinque volte quella dell’Italia, per un popolazione di circa 2 milioni 380mila persone. Le zone settentrionali e occidentali del paese sono sismiche, con frequenti terremoti, molte sorgenti calde e la presenza di vulcani estinti. Nella parte meridionale si trova il grande bacino desertico del Gobi. Soggetta a un regime comunista dal 1924, la Mongolia si è avviata verso il pluralismo politico dal 1990 (dal 1992 c’è nel Paese un sistema di tipo parlamentare)

La Mongolia, terra di popolazioni nomadi che vivono in particolare con l’allevamento, è in questi mesi in una situazione grave. Da più di tre mesi il Paese è paralizzato dal gelo e sconvolto da nevicate continue. Oltre tre milioni di animali, tra yak, pecore, capre, cavalli e cammelli, sono morti per il freddo e per la fame. Intere regioni sono isolate. Migliaia di persone sono allo stremo, consumate dalla denutrizione. La Mongolia, abituata da sempre a condizioni estreme, è nella morsa di un cambiamento climatico devastante. L’inverno gelido e nevoso ha seguito un’estate torrida e arida. Il fenomeno, chiamato Dzud, si era finora ripetuto ogni otto-dieci anni, consentendo a uomini, animali e piante di rimettersi dai dissesti. Dal 1990 questo è invece il quinto Dzud che flagella i mongoli.

In questa situazione gravissima, alla catastrofe attuale (morte e distruzione di animali che fanno parte dell’allevamento, dell’economia e del benessere della maggior parte della popolazione, che è nomade) gli esperti meteorologhi dicono che se ne aggiungerà un’altra: all’arrivo della primavera, cioè la fine dei ghiacci, in maggio-giugno ci sarà un’alluvione disastrosa che interesserà gran parte del Paese, causando conseguenze ancor più gravi. Insomma un situazione di grande gravità. Gli aiuti internazionali sono pochi e insufficienti.

Parliamo qui delle condizioni della Mongolia, oltre per tentare di dare un piccolo contributo a tenere viva l’attenzione su quel Paese (quasi del tutto ignorato dai governi, dai mass-media, da noi tutti…) (…vi mettiamo pure in comunicazione con possibilità di aiuto ai Missionari della Consolata che in quel paese operano), oltre a questo, merita parlare di Mongolia perché è ancora una volta la dimostrazione che i cambiamenti climatici colpiscono in particolare territori e popolazioni che hanno un rapporto più diretto, dipendente, con i cicli della natura: se certi equilibri e ricorsi storici vengono a cessare, vengono a cadere, allora è la fine di queste popolazioni e del loro modo di vivere.

La crisi attuale della Mongolia significa probabilmente un duro colpo al nomadismo, a un sistema di vita molto duro ma vero, originale, assai diverso dal nostro. E l’alternativa che si aprirà per quelle popolazioni è probabile che saranno le banlieu nelle città maggiori, la vita povera in periferia, senza più alcuna dignità e storia vissuta.

E’ possibile aiutare e dare una vitalità e continuità economica al sistema del nomadismo? (che vede interessate ancora molte popolazioni (pensiamo ad esempio nell’Africa centrale sub-sahariana…)?  Noi pensiamo di sì. Forme di “modernizzazione” del nomadismo, date ad esempio da condizioni e strumenti tecnologici messi a disposizione dei nomadi affinché possano proteggere sè stessi, le proprie famiglie e la fonte della loro economia (il bestiame) dalle intemperie; permettendo in ogni caso la continuazione degli spostamenti stagionali anche nelle aree dove il deserto si allunga o si ritira a seconda della stagionalità… ebbene tutto questo, l’intervento internazionale a sostegno del nomadismo (ad esempio con mezzi meccanici e di trasporto efficienti; stalle mobili di protezione dalle intemperie invernali per gli animali, sistemi moderni di conservazione, dell’acqua e degli alimenti, strumenti fotovoltaici di utilizzo dell’energia solare…) tutto questo potrebbe indurre popolazione a continuare in queste forme di vita e di economia, rifiutando il degrado e l’anonimato della bidonvilles.

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MONGOLIA.  L’ INVERNO  DELLA  CATASTROFE:  IL  GELO  STERMINA  LE  MANDRIE

di Giampaolo Visetti, da “la Repubblica” del 3/3/2010

(da Pechino). Un inverno tragico sconvolge la Mongolia. Da tre mesi il Paese, stretto tra la Russia siberiana e il nord della Cina, è paralizzato dal gelo e sconvolto da nevicate continue. Oltre tre milioni di animali, tra yak, pecore, capre, cavalli e cammelli, sono morti per il freddo e per la fame. Intere regioni sono isolate. Migliaia di persone sono allo stremo, consumate dalla denutrizione, dall’esaurimento delle fonti di riscaldamento e dall’impossibilità di essere curate.

Nell’ultima settimana una ventina di pastori nomadi sono morti per gli stenti. Tra loro undici bambini. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e rivolto un appello alla comunità internazionale. Oltre centomila nuclei familiari mancano all’appello da settimane. Il ministero per le Calamità naturali stima che prima del disgelo, atteso tra maggio e giugno, moriranno almeno altri tre milioni di capi di bestiame. Le perdite economiche degli allevatori superano i 70 milioni di dollari.

Con l’arrivo della primavera è attesa un’ altra catastrofe. Lo scioglimento di ghiaccio e neve causerà l’alluvione di metà del territorio, distruggendo i pascoli e le magre coltivazioni. Milioni di carcasse animali, abbandonate, inquineranno le sorgenti e diffonderanno epidemie. Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme, paragonando l’emergenza ad uno tsunami, o a un terremoto.

Il programma di sviluppo dell’ Onu, come intervento immediato, ha destinato un fondo di un milione di dollari per rimuovere e seppellire le carogne che assediano città e villaggi. L’Unicef ha avvertito che cibo e riscaldamento non sono più disponibili in centinaia di dormitori delle scuole. Alunni e studenti, che trascorrono l’ inverno lontano dalle famiglie sparse in montagna e nelle steppe, non possono salvarsi tornando a casa o nelle yurte (le tende dell’Asia centrale ndr) perché le piste sono interrotte, o cancellate. Il ministero della Sanità ha dichiarato di non essere in grado di fornire cure e farmaci.

«Solo un intervento immediato della comunità internazionale – ha detto Akbar Usmani, rappresentante Onu in Mongolia – può evitare uno sterminio». Il Paese, abituato da sempre a condizioni estreme, è nella morsa di un cambiamento climatico devastante. L’ inverno gelido e nevoso ha seguito un’ estate torrida e arida. Il fenomeno, chiamato Dzud, si era finora ripetuto ogni otto-dieci anni, consentendo a uomini, animali e piante di rimettersi dai dissesti. Dal 1990 questo è invece il quinto Dzud che flagella i mongoli.

Le temperature estive sono aumentate in media di 2,2 gradi, quelle invernali scese di 3,5 gradi. Ulan Bator è la capitale più fredda del pianeta. Quest’ anno però, a partire da fine novembre, raramente la temperatura ha superato i 40 gradi sotto zero. In molte zone la colonnina del mercurio è scesa sotto i meno 50. Tre quarti della superficie della nazione, vasta cinque volte l’ Italia, è sommersa da almeno un metro di neve ghiacciata. Le enormi mandrie, unico bene della popolazione, non hanno più avuto la possibilità di scavare fino a raggiungere licheni e arbusti. La strage del bestiame e il deperimento dei capi ancora in vita, hanno privato la gente di latte, grasso e carne, componenti essenziali dell’alimentazione.

E’ venuto a mancare anche lo sterco degli yak, combustibile primario fuori dalla capitale e nelle aree dove manca il legname offerto dalla vegetazione. La periferia di Ulan Bator si è trasformata in un’immensa tendopoli di disperati in fuga dai deserti. Secondo i medici delle Nazioni Unite le condizioni igieniche sono esplosive. Il ministero degli interni ha lanciato l’allarme a causa di saccheggi alimentari nei negozi e assalti nelle abitazioni dei residenti, alla ricerca di vestiti e carbone.

Batbold Dorjgurhem, direttore della cooperazione internazionale presso il ministero dello Sviluppo, ha dichiarato ieri che «il disastro in atto cambierà per sempre il volto della nazione». Nel 2001, dopo un inverno meno difficile di quello in corso, migliaia di famiglie nomadi hanno abbandonato la vita pastorale riducendosi all’emarginazione nei sobborghi delle città. Sette maschi adulti su dieci, secondo una ricerca del governo, lottano contro l’alcolismo indotto dalla disperazione.

Quest’ anno, secondo la ricercatrice Onu Rana Flowers, finirà molto peggio. Almeno il 10% del bestiame, pari a quasi 5 milioni di capi, è perduto. Dei 2,6 milioni di mongoli, oltre 1 milione restava dedito alla pastorizia migrante. Circa trecentomila famiglie hanno espresso la volontà di abbandonare la millenaria vita tradizionale e presentato domanda per un alloggio pubblico. Significa che la Mongolia uscirà dall’ inverno con un profilo stravolto.

Secondo gli ultimi dati del governo, fino a ieri il gelo ha falciato 1,8 milioni di capre, 1 milione di pecore, 200 mila mucche, 150 mila yak, 90 mila cavalli e 1700 cammelli. Su 21 province sepolte da una neve dura, 19 hanno subìto danni naturali permanenti. Le regioni del nord e dell’est, abitate dalla minoranza kazakha aggrappata alle grandi montagne, rischiano lo spopolamento definitivo. In queste ore le agenzie Onu stanno cercando di raggiungere 60mila famiglie in pericolo di vita. Uno stanziamento di 300mila dollari cerca di convincere i pastori, al prezzo di 4 dollari al giorno a testa, a bruciare le carcasse dei loro animali.

Il bilancio della nazione, già modesto, non è in grado di sostenere gli aiuti per una ripresa. «Il bestiame – dice Akbar Usmani – è la sorgente unica dei mongoli da prima di Gengis Khan. Senza animali non possono mangiare, vestirsi, riscaldarsi, costruire le yurte e spostarsi. Chi ha perso i propri capi non ha perduto solo reddito e lavoro. Sa di aver smarrito la possibilità di sopravvivenza della famiglia». All’inizio dell’inverno i nomadi sono scesi dalle praterie d’alta quota, chiudendo gli animali in ripari di sasso che distano molte ore dai loro rifugi invernali. Secondo il responsabile dell’ ufficio veterinario nazionale, l’assenza di fieno sotto la neve, il gelo di recinti in pietra e l’ interruzione delle piste, che hanno portato all’abbandono del bestiame per settimane, sono all’origine della catastrofe. Da Cina, Kazakhstan e Russia sono ora in marcia convogli umanitari con cibo, coperte, medicine e scarpe. Per le Nazioni Unite è però «una goccia nel mare, mentre neonati e bambini muoiono».

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Da: http://www.mongolia.it/news.htm :

Padre Ernesto Viscardi: “Milioni di animali morti, il gelo ha distrutto migliaia di famiglie, non solo allevatori” Ecco come aiutarle concretamente.

11 febbraio 2010. I missionari e le missionarie della Consolata hanno lanciato una raccolta fondi per far fronte all’emergenza gelo in Mongolia, dove migliaia di famiglie sono a rischio fame a causa delle temperature che hanno toccato punte di -50 gradi. “Quasi due milioni di capi di bestiame sono già morti”, scrive il Superiore dei missionari della Consolata in Mongolia padre Ernesto Viscardi. “Ora si teme per i prossimi mesi, nel corso dei quali il numero potrebbe raddoppiare, lasciando altre migliaia di persone senza cibo”. Il freddo non ha colpito solo gli allevatori, continua padre Viscardi, ma tutta la popolazione, che fatica a trovare legna e carbone per scaldarsi. Le Nazioni Unite e il governo mongolo hanno stimato che saranno necessari aiuti per sei milioni di dollari nel corso dei prossimi tre mesi per permettere alle popolazioni colpite di superare l’inverno. È possibile contribuire con una donazione visitando il sito web della Fondazione Missioni Consolata Onlus (www.missioniconsolataonlus.it/mco), dove sono disponibili anche informazioni in costante aggiornamento sull’emergenza.

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La Mongolia nella morsa del gelo

Aggiornamenti dai missionari della Consolata in Mongolia   –  Notizie da Arvaiheer – p. Ernesto Viscardi
12 febbraio 2010 – Questa mattina abbiamo realizzato una serie di incontri con le massime autorità locali per informarci sulla reale situazione della regione e capire le necessita’ piu’ urgenti.  Il primo a riceverci e’ stato il governatore della Regione dell’Övörkhangai il sig. Togtoxsuren il quale ci ha fatto il quadro della situazione regionale.
Questi i dati che ci ha fornito. Nella regione dell’Övörkhangai si contano 3.620.000 capi di bestiame (pecore, capre da cashmere, cavalli, cammelli, mucche e yak). Di questi, 500.000 (pari al 10%) sono già morti a causa dello zud (poca erba, grande gelo e neve alta) e un gran numero potrebbe subire la stessa sorte nei prossimi mesi per la mancanza di riserve di mangime e fieno. Per una Regione che fonda la sua economia sull’allevamento di capi di bestiame questa è una perdita considerevole e certamente un disastro per le singole famiglie.
Fra i villaggi più colpiti il governatore indicava: Bayan Öndör, Sant, Bayangol, Tögrög, Zuun (con 300.000 capi di bestiame morti), Bayan Ulaan, Taragt. Ad eccezione degli ultimi due gran parte dei SUM (villaggi) si trovano nel deserto del Gobi.   L’Amministrazione Regionale ha organizzato una commissione ad hoc per far fronte all’emergenza e lo stesso governatore, ringraziandoci per la nostra disponibilità ci invitava ad operare in stretta collaborazione con essa. Ci ha anche informati che, in caso volessimo visitare i villaggi menzionati, ci fornirebbe un suo salvacondotto.
Parlando poi dei bisogni il sig. Togtoxsuren indicava fra quelli piu’ urgenti:  vestiti caldi, cibo, medicine e combustibile  per le famiglie; fieno e mangime per gli animali.
Abbiamo anche incontrato il sindaco il sig. Gonchigdorj con lo scopo di renderci conto della situazione nei dintorni della cittadina di Arvaiheer, la capitale della regione. Il sindaco confermava che i Sum più colpiti erano quelli situati a sud nella zona del deserto del Gobi mentre una decina di famiglie residenti nella periferia del territorio cittadino hanno perso i loro animali. In cifre: dei 126.000 animali contati nel territorio della città di Arvaiheer ne sono morti finora 20.000.

In citta’ il problema si fa più acuto per la povertà di un certo numero di famiglie che con le temperature fredde di questi mesi hanno difficoltà a procurarsi il necessario per cibo e combustibile. (Per esempio, solo nel nostro quartiere ci sono 3700 abitanti; delle 1057 famiglie residenti 400 sono povere o molto povere).
Questi i primi dati che abbiamo potuto raccogliere dalle autorità di Arvaiheer. Nei prossimi giorni è prevista una visita  nei villaggi più colpiti dal maltempo.

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Aggiornamenti dai missionari della Consolata in Mongolia
Lettera di P. Daniele Giolitti – 12 febbraio 2010 – Mongolia: Inizio dell’anno lunare al gelo

“Alzati presto al mattino. Guarda il cielo immenso. Darà spazio alla tua mente. Abbi un’idea alla sera. Guarda il cielo con le stelle. E il meraviglioso mondo ti amerà per sempre….. Chiunque tu incontri, guardalo con un sorriso di gentile amicizia. E così tu vivrai nella felicità e nella salute per un lungo tempo”.
(Danzan Rabjaa – Monaco buddista e poeta mongolo)

Qui in Mongolia anche quest’anno, malgrado il gelo e la neve, abbiamo celebrato da pochi giorni lo Tsagaan Sar. E’ la tradizionale festa che corrisponde all’inizio del nuovo anno lunare.

Per qualche giorno le notizie del telegiornale locale sui disastri causati dallo zud – l’emergenza di estremo freddo, con molta neve e con la conseguente morte di migliaia di capi di bestiame – hanno lasciato il posto a immagini di famiglie mongole in festa con simboli di prosperità per l’anno a venire.

Noi missionari di Ulambataar, approfittando di una settimana di vacanza dalla scuola, siamo partiti con il treno della famosa transmongolica in direzione sud verso il deserto del Gobi. Questa esplorazione ci ha permesso così di toccare con mano la dura realtà dei pastori in una zona così remota quanto affascinante quale il deserto.

Il treno in terza classe era strapieno, tutti con regali e vestiti con il del (abito tradizionale mongolo) pronti per riabbracciare i cari. Dopo 11 ore di viaggio arriviamo a Sainshand e grazie all’aiuto di due studenti universitari ci sistemiamo in un alberghetto. L’indomani siamo invitati a casa loro per condividere il banchetto fatto di buuz (tipici agnolotti mongoli). Poi troviamo provvidenzialmente un furgone per raggiungere la nostra meta: il monastero buddista Khamarin Khid, fondato dal famoso monaco poeta Danzan Rabjaa. Siamo in pieno deserto. Il luogo è magnifico. La famiglia che ci ha dato un passaggio ci presenta al capo dei monaci, il quale ci accoglie e ci offre una ger dove passeremo tre speciali giorni. Troveremo sabbia, cammelli, un freddo gelido, tende con stufa a carbone e grande accoglienza dei pastori. In questi giorni il monastero e il vicino centro di energia magnetica Shambala è meta di centinaia di mongoli, i quali si fermano in preghiera e offrono doni per i bisogni dell’anno nuovo.

Noi celebriamo la messa nella nostra tenda. Poi iniziamo i nostri sopralluoghi a piedi, e incontriamo diversi pastori al pozzo, i quali ci invitano nelle loro famiglie. Noi ci presentiamo sempre come ‘monaci di Gesù’ e, anche per il fatto che siamo stranieri, ciò crea molta curiosità. Scopriamo una realtà dura, quasi fuori dal mondo, dove anche le più piccole cose sono essenziali e vitali: acqua, fuoco, sterco per bruciare, legna, latrina. Qui l’ospitalità è la regola. Questo ci permette di dialogare un po’ con loro, entrare nei loro usi e costumi. Facendo loro domande, alcuni pastori ci dicono che l’emergenza gelo ha risparmiato in parte quella zona, ma ha mietuto vittime in regioni confinanti dello stesso deserto del Gobi. Dicono che in alcuni villaggi la situazione è molto critica, perché si prevede che la morsa di freddo continuerà ancora nei prossimi mesi.

Il giorno dopo, tutti ben coperti raggiungiamo alcune alte dune di sabbia. Il cielo è terso, di un azzurro infinito sopra la distesa pianeggiante. Il pensiero va al Creatore e si ferma a contemplare. Trascorrono le immagini di un popolo che in mezzo a condizioni di vita difficili, ha una grande fede e speranza. Per ore non c’è nessuno. Ma aspetta! Spunta in lontananza il pastore al galoppo sul cammello. Lo intravedo. Si avvicina. Ancora in lontananza lo saluto col braccio alzato. Lui anche mi saluta prontamente. E continua la sua corsa nella pianura deserta, forse con “un sorriso di gentile amicizia”. p. Daniele Giolitti

Da: www.missioniconsolataonlus.it/mco

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E i perdenti? Tutti in miniera!

24/02/2010 di marco restelli da: http://milleorienti.wordpress.com/

Chi sono i perdenti del mondo? Spesso si tratta di quei “popoli dimenticati” i cui diritti vengono calpestati per i motivi più diversi. Popoli al di fuori della globalizzazione e legati a tradizioni antichissime, come il nomadismo, o al contrario popoli aborigeni stanziali ma dediti al culto animistico della natura. I territori di questi popoli fanno gola alle multinazionali minerarie (e a i governi) che così preparano per loro un futuro letteralmente… “sottoterra”. Cioè in miniera. Voglio farvi due esempi recentissimi.

Un Dongria Kondh (dal sito di Survival)

Il primo esempio riguarda un caso di cui MilleOrienti si è gia occupato qui: è quello dei Dongria Kondh, una tribù aborigena di 8.000 persone che vive nello stato indiano dell’Orissa. Al riguardo, ecco cosa scrive l’associazione Survival International (che tutela i diritti dei popoli aborigeni) in un comunicato del 23 febbraio 2010:

Lo scorso weekend, i Dongria Kondh dell’India hanno celebrato il rito annuale di adorazione sulla cima della loro montagna sacra, che la compagnia Vedanta Resources è determinata a trasformare in una miniera di bauxite a cielo aperto. Centinaia di persone hanno danzato e cantato sulla vetta sacra di Niyamgiri, nello stato di Orissa. Solitamente, a questa celebrazione possono partecipare solo i fedeli ma quest’anno i Dongria Kondh hanno aperto le porte anche ai giornalisti e agli attivisti per dimostrare al mondo esterno l’importanza che la montagna ha per loro….Sono anni che la Vedanta cerca di aprire la miniera nella terra dei Dongria ma la resistenza locale, le sfide giudiziarie e il crescente sdegno internazionale lo hanno sin qui reso impossibile. La Vedanta ha bisogno della miniera per far lavorare la raffineria di alluminio che ha costruito ai piedi delle colline. Il complesso, recentemente condannato anche da Amnesty International, ha lasciato più di cento famiglie senza terra e, come ha riconosciuto anche dalla commissione statale sull’inquinamento, ha inquinato le falde acquifere. (Per leggere tutto il post di Survival, cliccate qui).

Da notare che l’8 febbraio Survival International aveva anche lanciato un appello a James Cameron, il regista del film Avatar, chiedendogli di aiutare la tribù dei Dongria Kondh e gli altri popoli aborigeni del pianeta, la cui storia è incredibilmente simile a quella dei Na’vi di Avatar.

Il secondo esempio di “popoli perdenti” condannati alle miniere lo traggo dal bel blog Scienza e Montagna di Jacopo Pasotti e riguarda i nomadi  della Mongolia. In un post intitolato «Il futuro sotterraneo della Mongolia» Jacopo scrive fra l’altro: Fino ad oggi il governo mongolo aveva cercato di limitare lo sfruttamento delle risorse minerarie del paese, prevalentemente riserve di oro ed uranio. Ma l’economia ristagna, molti mongoli si rifugiano nella capitale Ulan Bator….La soluzione per generare nuove opportunità di lavoro sarebbe, secondo il governo…aprire il paese alle compagnie minerarie. Le quali, l’esperienza insegna, il benessere lo portano a chi già ce l’ha (noi, e probabilmente l’elite mongola che detiene il potere) mentre la vita di chi vi deve lavorare spesso peggiora.  Il nomade rimane una persona con uno stretto legame con il proprio territorio. Indipendente. Lo sfruttamento delle compagnie minerarie ha invece effetti devastanti sulle popolazioni locali. (Per leggere tutto il post di Jacopo, cliccate qui).

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TURISMO IRRESPONSABILE (pubblichiamo qui di seguito un articolo, dal Corriere della Sera, che delinea tracce di “turismo in Mongolia”; sicuramente piccola fonte di introiti finanziari per il poverissimo paese, e modo anche per capire, al di là delle tragedie e della vita agli estremi limiti della sopravvivenza, quali sono le bellezze del Paese: ma non è quel che vogliamo per la sopravvivenza della popolazione e della tradizione del nomadismo)

VIVERE DA NOMADI

di Federico Pistone, da “il Corriere della Sera” del 13/2/2010

Esiste un posto nel mondo dove provare si può. Vivere da nomadi, tuffarsi nella natura selvaggia, cavalcare lungo praterie senza fine, dormire dentro tende di feltro con i lupi fuori dalla porta, nutrirsi del latte che hai appena munto, sentire il silenzio assoluto, quello del vento. E poi decidere cosa fare: tornare a gambe levate alle comodità di sempre oppure concludere che tutto sommato cambiare vita, senza compromessi, in fondo non è una cattiva idea.

Questa terra si chiama Mongolia, un Paese immenso — cinque volte l’Italia. Qui tutti sono nomadi, se togliete la capitale Ulaanbaatar, incrocio di carovane da tutta l’Asia fino agli anni Venti del Novecento e poi diventata più sovietica di Mosca, con palazzoni in puro stile Kiev e le ultime statue di Stalin a essere rimosse.

Un milione e mezzo di persone, metà di tutti i mongoli, vivono nella capitale più fredda (e sorprendente) del mondo; gli altri in continuo movimento nell’hodoo — la campagna — come vezzosamente chiamano tutto quello che è steppa, deserto, vallate, foreste per migliaia di chilometri intorno. Una presenza umana fondamentale quanto irrisoria (la densità è di nemmeno 2 abitanti per chilometro quadrato, un altro record mondiale). Non poteva che nascere e attecchire qui lo sciamanismo, la religione della natura, dell’estasi e della semplicità. Ancora oggi i mongoli, quasi tutti buddhisti, consultano regolarmente gli sciamani e rispettano le antiche tradizioni sacre.

L’Occidente ha fame di Mongolia, cioè di tutto quello che è puro, immacolato, semplice, assoluto. Un agriturismo immane dove ogni tenda, la leggendaria gher rimasta intatta come ai tempi di Gengis Khan, diventa un alloggio ecosostenibile, una masseria completa di parco (milioni di ettari senza nessuna recinzione), con vicini o padroni di casa sempre ospitali e sorridenti, e popolata non da cani o gatti malmostosi ma da cavalli, yak, cammelli, capre.

Quanto tempo avete per la grande prova? Due settimane? Si può fare: un fuoristrada, un driver esperto e possibilmente sobrio e via verso sud, la capitale resta alle spalle: davanti le sconfinate piane ocra del Gobi, dove Andrews Chapman, l’esploratore che ha ispirato Indiana Jones, ha dissotterato la maggior parte degli scheletri di dinoasauro del pianeta. Gli altri sono ancora lì, basta scavare.

Dopo aver attraversato le «dune che cantano» (Khongoryn els) , «le rupi fiammeggianti» (Bayanzag)  e «la valle delle aquile» (Yolin am), si può risalire verso la verdissima Mongolia centrale fino a raggiungere Karakorum, l’antica capitale voluta da Gengis Khan con “leoni d’argento e serpenti d’oro da cui esce vino e latte di giumenta”, come ci assicurava nel Trecento il francescano Giovanni di Pian del Carpine. Di quel “centro del mondo”, distrutto per invidia dai manchu, resta poco, giusto un paio di tartarughe di pietra. Ma coi resti degli edifici nel XVI secolo i mongoli, che non buttano niente, hanno creato lo stupefacente monastero Erdene Zuu (cento tesori).

Dentro diecimila monaci felici, fino all’arrivo delle purghe sovietiche. Oggi resta il sontuoso perimetro fortificato di 108 stupa e molti templi dove ogni mattina i lama cantilenano antichi mantra tibetani. Un giorno di fuoristrada verso ovest per godersi una nuotata nel Terkhin tsagaan nuur, il lago lavico all’ombra del vulcano Khorgo (si può salire sull’orlo del cratere e scivolare fino in fondo al cono).

L’itinerario piega decisamente verso le zone siberiane del nord attraverso piste sofferte e meravigliose: eccoci al lago cristallino Khuvsgul, «il mare della Mongolia», collegato da un canale sotterraneo al Bajkal e circondato da fitte foreste di betulle e abeti. Per spezzare il lungo ritorno alla capitale, obbligatoria una sosta al monastero di Amarbayasgalant, uno dei più belli dell’Asia, che appare improvviso e fiabesco dietro una vallata. Qui è sepolto Zanabazar, il Leonardo della Vinci della steppa. Avete una settimana in più? Un avventuroso volo interno di qualche ora vi porterà all’estremo Ovest per immergersi nell’atmosfera immacolata dei monti Altai, eternamente innevati, territorio del rarissimo leopardo delle nevi e dei kazaki mongoli, ottantamila pastori musulmani che praticano ancora oggi l’antica caccia con le aquile. Spietata e leale. Come la Mongolia. (Federico Pistone)

MERIDIANI (febbraio 2010)
Finalmente la prestigiosa collana Meridiani dedica un numero monografico alla Mongolia: una pubblicazione straordinaria da un punto di vista estetico e anche molto completa e brillante nei contenuti. Un vero numero da collezione: le fotografie sono quanto di meglio sia stato pubblicato su questo Paese a livello internazionale e accompagnano d’un fiato il lettore per 162 pagine (6,20 euro) ricche di testi estremamente ricchi e aggiornati. Elisabetta Lampe ci racconta le gher (“La tenda racconta” con tutti i segreti delle “case” dei nomadi) e la capitale (“Eroe rosso”, Ulaanbaatar vista con il disincanto e il rigore di una cronista). Elena Bianchi e Giuseppe Ivan Lantos ci parlano del mito di Gengis Khan (“Nel nome del padre” e “Lupo della steppa”) con quello che il condottiero ha rappresentato per la storia dell’umanità e l’influenza che ancora oggi esercita sul popolo mongolo. La natura estrema e i suoi meravigliosi abitanti (leopardi delle nevi, orsi, antilopi, cammelli, aquile…) ce la racconta Tommaso Marzaroli nell’articolo “Lo zoo alla fine del mondo”. Renzo Bassi ci conduce nella storica impresa automobilistica organizzata da André Citroen in Mongolia negli anni Trenta (“Raid”). Si parla di miniere, d’oro e di rame, e delle opportunità (e i rischi) che si aprono per l’economia mongola nel servizio di Fabio Sebastiano Tana “La sfida di Ivanhoe”, riferita al nome dell’impresa che sta “bucando” il Gobi, un deserto tutto da scoprire, come ci rivela Valentina Murelli in “Jurassic Gobi”. Federico Pistone firma quattro reportage: “Orgoglio mongolo”, dedicato alla festa nazionale del Naadam, “Il ritorno dello sciamano”, “L’aquila kazaka”, sulla caccia tradizionale dei kazaki dell’Altai, e un itinerario lungo i sentieri degli Tsaatan, i misteriosi Uomini renna. Tana firma anche l’articolo sul sumo (“Non è un Paese per signorine”), mentre Jasmina Trifoni si dedica alle contorsioniste (“Donne senza ossa”) e alla spiritualità dei monasteri mongoli (“Ulaanbaatar, Tibet”). Non si poteva dimenticare il cashmere (“Il vello d’oro” di Nadia Bianchi). Ancora Elena Bianchi ci descrive l’acqua della Mongolia che spesso diventa un corridoio di ghiaccio per uomini, cavalli e automobili (a destra l’apertura del servizio). “I guerrieri del ghiaccio” di Nanni Ruschena si occupa dei ritrovamenti archeologici tra Gobi e Altai mongolo. Infine Ivo Franchi ci porta “Dagli Altai ai Pink Floyd”, escursione musicale senza confini. Non mancano poi tutte le informazioni e le curiosità per chi vuole avvicinarsi alla realtà mongola. Di seguito l’incipit dei servizi realizzati da Federico Pistone
L’AQUILA KAZAKA. Un inseguimento al galoppo, tra le valli innevate dell’Altai. Il cavaliere che insegue è una donna, il cavaliere che scappa è suo marito. Lei lo affianca a piena velocità, estrae una frusta e comincia a percuoterlo, con tutta la forza che ha. Oggi, solo oggi può. Anzi deve. E’ la festa delle aquile qui a ridosso del monte Tavanbogd, paesaggio fiabesco non lontano da Ulghii, capoluogo della remota regione di Bayan-Ulghii. (…)

ORGOGLIO MONGOLO. Oyuna alza lo sguardo verso l’orizzonte polveroso della periferia di Ulaanbaatar. Stanno arrivando. Quei sette cavalli hanno galoppato tre giorni e tre notti: vengono dalla regione del Khentii, Mongolia dell’est, dove Gengis Khan è nato, è stato incoronato imperatore ed è stato sepolto, in un luogo ancora sconosciuto, come aveva chiesto prima di morire, ottocento anni fa. Cinque di quei cavalli portano in groppa 12 persone: due donne, due uomini e otto bambini; gli altri due cavalli trasportano i pezzi delle gher, le bianche tende che saranno rimontate ai margini della capitale, dove ormai vive la metà dei tre milioni di abitanti della Mongolia. Tra poco quell’immenso prato, a ridosso delle ciminiere di carbone e delle prime baracche della città, sarà preso d’assalto da migliaia di nomadi, in una specie di invasione biblica. Così è ogni anno, l’11 e il 12 luglio, le date più importanti del calendario mongolo. Si vive il Naadam, la celebrazione delle gesta di Gengis Khan, attraverso gare di lotta, di tiro con l’arco e corsa di cavalli. (…)

IL RITORNO DELLO SCIAMANO. Bogdkhan uul, secondo i parametri dell’orografia, è una montagna a tutti gli effetti visto che oltrepassa i duemila di quota. Ma per chi la vede da Ulaanbaatar sembra una collina, perché parte dal “vantaggio” dei milletrecento metri di altitudine della capitale. Per i mongoli è una vetta sacra, come le altre che abbracciano la città, una per ogni punto cardinale: Chingheltei a nord, Bayanzuurkh a est, Khairkhaan a ovest e Bogdkhan, appunto, a sud, l’orientamento più importante. Ogni tenda nomade (la leggendaria gher) ha l’apertura rivolta a meridione perché, per tradizione sciamanica, quella è la direzione verso le terre buone, benedette dagli dei e dagli antenati ma soprattutto riscaldate dai venti del Gobi che mitigano l’aria glaciale della Siberia. Anche per questo, Bogdkhan uul, la vetta del sud, è la montagna degli sciamani. (…)

NELLA TERRA DEGLI TSAATAN. I lupi assediano l’accampamento. La loro fame è più forte della paura. Questa notte cercheranno di ghermire almeno una delle mille renne che popolano questa fetta di taiga, in una vallata dei monti Sayan, Mongolia siberiana. A difenderle dall’attacco ci sono duecentocinquanta uomini, l’intera etnia degli Tsaatan: tsaa come renna, tan come uomo, i mongoli li chiamano così, Uomini renna, in tono un po’ dispregiativo, umiliante, mezzi animali. Ma loro questo nome se lo tengono stretto: la simbiosi con le renne è totale, una storia d’amore lunga migliaia di anni che non si è ancora spenta. Sono costretti ad affrontarli a mani nude, i lupi, perché i fucili sono residuati bellici ormai consunti e le cartucce sempre troppo poche, da quando il Governo ha vietato il possesso di armi. (…)

One thought on “La Mongolia nella catastrofe – Le “isole” fuori dalla globalizzazione non riescono a sopravvivere in un’economia di sussistenza legata alla natura, con i cambiamenti climatici devastanti in corso. Dare opportunità di vita al nomadismo e a modi di vita “altri” è conservare un mondo plurale

  1. jacopopasotti lunedì 8 marzo 2010 / 8:26

    Bravo, molto completo. Faccio girare il post. Interessante il commento sul turismo irresponsabile. Magari mi sai dire se esiste una fonte di informazioni sui criteri che distinguono il turismo responsabile da quello irresponsabile. Posto che il turismo è una industria inarrestabile, che effettivamente puo’ avere dei risvolti positivi, io ancora non sono riuscito a delineare un confine chiaro tra i due turismi. Jaco.

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