Diventare “non dipendenti” dalla guerra. Il film della Bigelow sull’Iraq (“The Hurt Locker”) parla del rischio dell’ineluttabilità della guerra (ma l’Iraq, con le elezioni da poco svolte, mostra di volere la pace)

Kathryn Bigelow il 7 marzo scorso ha conquistato il premio Oscar (miglior film, miglior regia) con “The hurt locker”. Uscito nel 2008 «The hurt locker» racconta la storia di una squadra di artificieri impegnata in Iraq, e in particolare la dipendenza di uno di loro dalla scarica di adrenalina che gli trasmette disinnescare gli ordigni preparati dalla guerriglia irachena. Un film duro, “difficile” da vedere, ma “necessario”; che parla della violenza della guerra, per le popolazioni, per i militari (e del “non riuscire a smettere” che a volte può prendere chi vive la guerra)
Interessante il “parallelo” dei due avvenimenti internazionali che si sono avuti il 7 marzo scorso. Uno storico-politico, “vero” e anche con la consueta dura violenza di contorno (38 morti) avvenuto in Iraq; l’altro a Los Angeles, assai frivolo e mondano ma non mediaticamente e politicamente trascurabile, facente parte della simbologia del potere americano. L’Iraq è andato alle urne, ha votato per il proprio parlamento, lo stesso giorno nel quale a Los Angeles si assegnava il premio Oscar (come miglior film e miglior regia) a “The Hurt Locker” e alla sua regista, Kathryn Bigelow; un film che parla proprio di Iraq e della guerra, vista in particolare con gli occhi (e in primis con la psicologia) di un gruppo di artificieri che hanno il compito di far esplodere o disinnescare ordigni lasciati da terroristi nelle strade disastrate di Baghdad, nel quartier generale dell’Onu.

L’Iraq il 7 marzo ha dato prova di “non essere” un paese integralista, e di volere la pace. L’alta affluenza alle urne (nonostante i terroristi si “facessero sentire” con bombe e persone uccise, trentotto); il fatto che la minoranza sunnita ha votato in massa e non si è astenuta; la presenza di molte donne; e in particolare il fatto che i gruppi più integralisti filo-iraniani siano, almeno dai primi risultati, stati sconfitti duramente, tutto questo fa vedere che qualcosa di vero e positivo sta nascendo in quel paese; per tanti anni in balia prima della sanguinaria dittatura di Saddam Hussein, e poi in mano al terrorismo di Al Qaeda. Spiragli di partecipazione (è quello che si può percepire dal contesto delle elezioni, dai gruppi che si sono affrontati, e vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono) e si ha come la sensazione (speriamo che sia così) che le divisioni tra sciiti, sunniti, curdi, possano nel paese essere superate, gestite perlomeno, in un contesto democratico.

elezioni in Iraq del 7 marzo scorso: "Anch'io ho votato"

Ad aprile c’è, dopo le passate elezioni del 7 marzo, un’altra scadenza importante, strategica, per il processo di pace in Iraq: cioè la fine della cosiddetta “fase transitoria” nella quale il paese di fatto è stato gestito da un Consiglio presidenziale “tricefalo”, con un rappresentante a testa per sciiti, curdi e sunniti; Consiglio che aveva il compito assai delicato di vegliare sulle tensioni interetniche. Con la fine di questa fase transitoria  il nuovo Consiglio avrà un solo presidente con due vice. Ma quel che interessa (e apriamo con questa cosa, come primo articolo che vi proponiamo) è la sconfitta alle elezioni dell’integralismo filo-iraniano; cosa questa che dà un segnale assai positivo alle speranze di sviluppo democratico compatibile con la modernità dei tempi e con le libertà fondamentali delle donne e degli uomini.

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IRAQ, SCONFITTA LA LISTA “IRANIANA”

di Giordano Stabile, da “La Stampa” del 10/3/2010

Prime proiezioni: l`Alleanza dell`ex premier Jaatari ha soltanto il 14%

Per il più «iraniano» tra gli schieramenti in lizza alle elezioni irachene di domenica si profila una sconfitta clamorosa. L`Iraqi National Alliance (Ina) dell`ex primo ministro Ibrahim Jaafari, secondo un exit poll pubblicato dall`Istituto indipendente Ayn (l`Occhio), avrebbe raccolto soltanto un misero 14 per cento e conterebbe poco più di un terzo dei voti raccolti dalla coalizione del primo ministro in carica Nouri Al Maliki, data al 35 per cento. Uno smacco per il Supremo consiglio islamico che sta dietro l`Ina di Jaafari ed è l`organismo politico-culturale più influenzato da Teheran, tanto che molti dei religiosi che lo compongono sono addirittura nati nel vicino Paese sciita.

Si allontana quindi la possibilità di un`alleanza tra i due maggiori partiti sciiti e diventa più probabile quella tra Al Maliki e la coalizione Iraqiya di Iyed Allawi, pure lui sciita ma che ha saputo intercettare il voto dei sunniti tornati alle urne dopo la massiccia astensione delle precedenti elezioni.

Secondo l`exit poll, Al Maliki ha fatto il pieno nelle province del profondo Sud sciita, a Najaf, Kerbala, con oltre il 50 per cento dei consensi, mentre a Bassora, sul Golfo Persico, avrebbe ottenuto il 46 per cento. Allawi si è invece imposto nelle province sunnite come Anbar e Ninive, con addirittura il 75 per cento, e in quelle miste come Diyala, con il 49 per cento.

L`esclusione dai giochi di Jafaari è dirompente. Premier dalle elezioni del dicembre 2005 fino al maggio del 2006, eletto anche con i voti del religioso radicale Muqtada al Sadr, anti-americano, appassionato lettore dei saggi di Noam Chomsky ed estremamente inviso a George W. Bush, Jaafari fu di fatto costretto a dimettersi dagli Stati Uniti per le disastrose condizioni di sicurezza in cui versava il Paese, ma cedette soltanto dopo l`intervento personale del potentissimo Ayatollah Ali al Sistani. Se risultati finali confermeranno le prime proiezioni, per Washington sarà un grande successo.

Resta però l`incognita della formazione del nuovo governo. «Dalle prime indiscrezioni sui risultati appare comunque chiaro che nessuno avrà la maggioranza dei 325 seggi del Parlamento – commenta Ali Kareem, corrispondente da Baghdad per l`Institute for War and Peace Reporting -. L`incarico di primo ministro spetta per legge al leader del partito che ha preso più voti, ma difficilmente Al Maliki potrà formare un esecutivo nel termine di un mese previsto dalla Costituzione. E questo porrà grossi problemi sia a livello istituzionale, che, forse, a livello della sicurezza».

I terroristi di Al Qaeda, dopo gli attentati a catena di domenica, non hanno più attaccato. Ma secondo, Adil Barwarai, parlamentare membro del Security and defence parliamentary Committee, «Al Qaeda è pronta a sfruttare ogni fessura nella struttura dello Stato. Il periodo post-elettorale è perfetto, per loro. Più tarderà la formazione del nuovo governo, più li vedremo all`opera.

“Non possiamo permetterci un vuoto di potere”. Secondo Barwarai, vista «la profonda sfiducia tra i leader iracheni», il processo potrebbe durare mesi e coincide con un`altra delicata scadenza istituzionale, la fine della cosiddetta «fase transitoria» nel processo che dovrebbe portare al definitivo assestamento di un Iraq democratico.  Con la fine della «fase transitoria», ad aprile 2010, scade anche il tricefalo Consiglio presidenziale al vertice dello Stato, con un rappresentante a testa per sciiti, curdi e sunniti, che veglia sulle tensioni interetniche.

Il nuovo Consiglio avrà un solo presidente con due vice. Le decisioni, come quella delicatissima sulla spartizione dei proventi del petrolio, dovrebbero essere quindi più spedite, ma rischia anche di saltare il difficile equilibrio tra le parti in causa, che fin qui ha retto fra interminabili discussioni.

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IRAN ALLE URNE. OBAMA:  «UNA PIETRA MILIARE»

Raffica di attentati: uccise 38 persone, ma fallisce il sabotaggio elettorale a suon di bombe. Il presidente Talabani soddisfatto: ha vinto il popolo – da “il Gazzettino” del 8/3/2010

BAGHDAD. Giornata mite, piena di sole, quella del voto di ieri in Iraq. Milioni di elettori sono andati a votare per eleggere i 325 deputati del secondo Parlamento del dopo-Saddam. L’offensiva terroristica a colpi di mortaio, di razzi katiuscia e di bombe artigianali ha causato 38 morti e oltre 110 feriti, turbando il clima senza però bloccare il processo elettorale.

A Baghdad, i morti sono stati 30; 25 dei quali in una sola palazzina distrutta da un razzo. Dopo una impressionante serie di esplosioni risuonate nella capitale, a scopo intimidatorio, il «fuoco di sbarramento» è andato scemando e moltissimi hanno trovato il coraggio di andare a votare, anche grazie alla decisione delle autorità di revocare il divieto di circolazione alle auto.

In poco tempo i seggi si sono riempiti, anche di donne, e si sono formate lunghe code. Pure nelle zone sunnite dove alle elezioni del 2005 il voto era stato in massima parte boicottato dalla minoranza, un tempo privilegiata dall’essere l’etnìa del clan di Saddam Hussein.

Reazioni positive occidentali (Obama ha definito il voto una «pietra miliare»). Le forze di sicurezza irachene stavolta del tutto responsabili – i 100 mila soldati Usa sono rimasti nelle loro basi – si sono dette soddisfatte. Il presidente Jalal Talabani, curdo, parla di «giorno storico in cui il vincitore assoluto è il popolo iracheno». Per i primi risultati dello scrutinio ci vorrà una decina di giorni.

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IRAQ/ELEZIONI, AL MALIKI IN TESTA IN DUE PROVINCIE SCIITE –  A Babil e Najaf scrutinato un terzo del voto

Baghdad, 11 mar. (Apcom) – I dati riguardano le provincie di Babil e Najaf, dove è stato scrutinato circa un terzo delle preferenze; nessun risultato è ancora stato reso noto riguardo alle altre provincie.

Donna velata al voto a Baghdad – A proposito di Sciiti (in maggioranza in Iraq) e Sunniti. Il Sunnismo è l’orientamento nettamente maggioritario dell'Islam - circa il 90% dell'intero mondo islamico - che prende il suo nome dal termine arabo "Sunna" (consuetudine), riferita al profeta dell'Islam Maometto e ai suoi Compagni. Il Sunnismo si differenzia essenzialmente dallo Sciismo (organizzatosi come dottrina prima del Sunnismo) per il suo netto rifiuto di riconoscere la pretesa degli Sciiti che la guida della Comunità islamica (Umma) dovesse essere riservata alla discendenza del profeta Maometto attraverso sua figlia Fātima. Secondo il Sunnismo invece alla guida politica e spirituale (non strettamente religiosa però) della Comunità poteva accedere qualunque musulmano

Secondo dati non ufficiali diffusi nei giorni scorsi a livello nazionale l’Aed avrebbe ottenuto circa il 30% dei voti – arrivando in testa in tutte le provincie sciite dove seconda forza è l’Allenza Nazionale Irachena – ma non sarebbe in grado di formare un governo senza il sostegno di altri partiti, secondo quanto avrebbe dichiarato un consigliere del premier, Ali al-Moussawi; nelle province sunnite si sarebbe invece imposto il Blocco Iracheno dell’ex premier Ayad Allawi (secondo anche in tre delle nove provincie sciite).

Quanto alla provincia di Kirkuk, in testa sarebbe la coalizione curda formata dai due principali partiti storici curdi – nettamente vincitori nel Kurdistan iracheno sul nuovo movimento curdo, Gorran – mentre secondo è il Blocco Iracheno, con l’Aed in terza posizione; non ancora noti invece i risultati della capitale Baghdad.

Secondo gli analisti la maggioranza conquistata da Al Maliki non appare tuttavia sufficiente per garantirgli di riconquistare la poltrona di Primo ministro, dato che troverà difficile forgiare delle alleanze in Parlamento: le sue relazioni con i curdi non sono cordiali, i sunniti lo accusano di aver rilanciato la politica di debaathificazione rivolta contro di loro e i rivali sciiti dell’Alleanza Nazionale Irachena lo accusano di aver voluto praticare un potere di tipo personalistico; la carica di premier dovrebbe andare dunque o a un altro dirigente dell’Aed o ad Allawi.

Stando a fonti delle Nazioni Unite i risultati preliminari non sarebbero stati disponibili prima del 18 marzo, mentre quelli definitivi non saranno noti prima della fine marzo e la formazione del nuovo esecutivo potrebbe rivelarsi un processo di mesi, nonostante la legislatura termini il 16 marzo e da allora l’esecutivo uscente non potrà che dedicarsi al disbrigo degli affari correnti.

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Le elezioni in Iraq. Gli sciiti riconfermano il moderato al Maliki. E i loro rivali, che 5 anni fa si erano astenuti, premiano l’ ex primo ministro Allawi

IRAQ: PREMIER IN TESTA, MA I SUNNITI TORNANO IN GIOCO

di Lorenzo Cremonesi, da “il Corriere della Sera” del 10/3/2010

BAGDAD – Il primo risultato ufficiale del voto alle elezioni parlamentari di domenica è giunto ieri nel tardo pomeriggio. Si sono recati alle urne il 62,4 per cento degli oltre 19 milioni di iracheni aventi diritto. Circa il 13 per cento in meno di coloro che votarono nel 2005, le prime elezioni dopo la caduta della dittatura di Saddam Hussein due anni prima, ma oltre il 10 per cento in più delle provinciali dell’ anno scorso.

«Una vittoria contro Al Qaeda. E’ fallito il progetto dei terroristi di boicottare la democrazia nel sangue», sostengono all’ unisono le radio e televisioni locali. Gli americani assicurano che manterranno il calendario del ritiro entro la fine del 2010.

Il dato più interessante era già stato previsto nelle ultime settimane. Ma adesso viene confermato dalle cifre: a differenza del 2005, i sunniti (stimati al 40 per cento della popolazione araba) si sono recati in massa alle urne. Le loro roccaforti tradizionali – come Ramadi, Falluja, Tikrit (città natale di Saddam e della vecchia dirigenza baathista), la provincia di Diyala, persino la oggi molto violenta regione di Niniveh attorno a Mosul – hanno visto un tasso di partecipazione fino a oltre il 60 per cento. «Un fatto importantissimo. Significa che i sunniti hanno scelto la via del voto a quella del fucile, che è poi quella della democrazia e della convivenza civile», afferma la tv nazionale, Al Sharkia.

Davvero una rivoluzione. È dai rapporti privilegiati con l’Impero Ottomano, poi mantenuti e anzi accresciuti con l’ amministrazione coloniale britannica, che la minoranza sunnita dava per scontate le sue prerogative a governare il Paese. Saddam e i baathisti le avevano cementate nella dittatura. Tanto che, dopo l’ invasione americana 7 anni fa e l’ esplosione delle rivendicazioni della maggioranza sciita (valutata al 60 per cento degli arabi), i leader politici e religiosi sunniti avevano scelto la strada dell’ astensionismo accompagnato alla lotta armata e persino al connubio con l’ estremismo wahabita di Al Qaeda.

A raccogliere i frutti della partecipazione sunnita è ora l’ ex premier Yiad Allawi, il cui nuovo partito «Irakia» predica il superamento dello scontro settario e religioso in nome di una nuova identità laica dello Stato. Nella tarda serata di ieri un funzionario del partito, Raheem al-Shimmari, ha proclamato la formazione «prima in Iraq».

Tuttavia sembra rimanere in testa l’ attuale premier, lo sciita Nouri al Maliki, il cui partito «Lo Stato di Diritto» rivendica anch’ esso di essere in vantaggio e cattura la maggioranza delle preferenze nel centro-sud sciita. I toni moderati, rispetto alle altre liste del fronte sciita, paiono avere risposto alla richiesta crescente di abbandonare gli steccati confessionali che arriva soprattutto dai centri urbani.

E però il tasso di affluenza alle urne nel centro sud, compresa la capitale Bagdad con il 53 per cento, appare in controtendenza rispetto a 5 anni fa. Confermata invece la previsione della forte partecipazione tra i curdi nel Nord. Costituiscono circa il 20 per cento dei 31 milioni di iracheni e hanno votato con tassi superiori all’ 80 per cento. I risultati parziali non dovrebbero essere noti prima di giovedì. Quelli finali forse alla fine di marzo. E la formazione del nuovo governo rischia di prendere mesi. Nessuno ha ottenuto la maggioranza assoluta tra i 325 parlamentari. Il prossimo premier dovrà negoziare faticosamente una coalizione. Si paventa che l’ Iraq possa restare nell’ incertezza sino all’ estate inoltrata. (Lorenzo Cremonesi)

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il film

 

La Trama di “THE HURT LOCKER”

In Iraq, una squadra di artificieri dell’esercito americano, specializzata nel neutralizzare ogni tipo di ordigno esplosivo, si avventura in una delle tante città irachene colpite dalla guerra. Ognuno dei soldati è preparato per ogni tipo di situazione di pericolo ed affronta a proprio modo il possibile pericolo, lo stress e la paura di un attacco a sorpresa, in un luogo dove ogni oggetto o veicolo potrebbe rivelarsi una minaccia per i soldati americani.

Il sergente Will James è il caposquadra di un’unità di artificieri, formata dal sergente Sanborn e dal soldato Eldridge, che prima era comandata dal collega Thompson, morto in seguito all’esplosione di un ordigno iracheno. I tre affrontano numerose missioni e fronteggiano molti pericoli insieme, uniti dal profondo legame proprio dei soldati in battaglia, talvolta arrivando anche a scontrarsi tra loro per via del carattere di James, coraggioso ma spavaldo e incurante dei pericoli, contrapposto a quello dei due compagni, molto più cauti e razionali.

Kathryn Bigelow sul set del suo film "The Hurt Locker"

A pochi giorni dal congedo, Sanborn e James salvano Eldridge da due guerriglieri iracheni che lo avevano stordito e rapito, ma nel salvataggio James lo ferisce per errore ad una gamba. Il giovane soldato tornerà negli Stati Uniti per ricevere le cure prima della fine del turno di servizio nutrendo grande rabbia verso il suo caposquadra, reo secondo lui di non aver pensato all’incolumità della sua squadra e di aver voluto assecondare la sua sete di adrenalina.

A due giorni dalla fine del turno, Sanborn e James si salvano per miracolo dall’esplosione di un ordigno attaccato ad un uomo iracheno, e riflettono sulle loro vite e sul fatto che quello che separa la vita dalla morte è un filo invisibile, e che ogni volta che escono in missione “lanciano un dado e vedono come va a finire”.    Una volta tornato a casa il sergente James ritrova la moglie e il figlio di pochi mesi, ma la vita quotidiana non fa più per lui: ormai è come “drogato” dalla guerra, la sola cosa che veramente ama, e si rende conto di essere inadatto alla vita civile.

Il film si chiude con l’immagine di James che si appresta a disinnescare una bomba, in completa tenuta da artificiere, durante il primo dei 365 giorni del suo nuovo turno in Iraq. (da Wikipedia)

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Un racconto solido, tra coraggio e alienazione, su quell’immmenso contenitore di alibi che è la guerra

di Marianna Cappi, da http://www.mymovies.it/

40 giorni al fronte, in Iraq, di una squadra di artificieri e sminatori dell’esercito statunitense, unità speciale con elevatissimo tasso di mortalità. Quando tutto quel che resta del suo predecessore finisce in una “cassetta del dolore”, pronta al rimpatrio, a capo della EOD (unità per la dismissione di esplosivi) arriva il biondo William James, un uomo che ha disinnescato un numero incredibile di bombe e sembra non conoscere la paura della morte. Uno che non conta i giorni, un volontario che ha scelto quel lavoro e da esso si è lasciato assorbire fino al punto di non ritorno.
A distanza di sei anni da K-19, Kathryn Bigelow torna a parlare di guerra e di dipendenza, al confine –già più volte esplorato- tra coraggio e alienazione.
Il racconto procede dritto e ansiogeno, come la camminata dell’artificiere dentro la tuta, vera e propria passeggiata sulla luna di un dead man walking; ci sono i crismi del genere – il soldato che ha paura, le scazzottate alcoliche- ma ridotti all’osso; e c’è l’eroe, un Davide che affronta il Golia dell’esplosivo a mani nude, del quale siamo portati a pensare che non abbia più niente da perdere, ma è vero il contrario.
La Bigelow si è mossa, negli anni, fuori e dentro da Hollywood, ma a nulla varrà cercare in The Hurt Locker la denuncia estrema di Redacted, la messa in discussione di ciò che guardiamo, (non) sappiamo, permettiamo. L’immagine che la regista restituisce dell’Iraq non è nuova ed è certamente parziale, ma non è questo il punto. Quel che conta è il deserto dell’anima, il buio della guerra che s’avvicina e attira a sé un uomo intelligente (in grado di capire in pochi secondi il nemico che ha di fronte, il tipo di bomba) come il fuoco attira una falena.
Gestendo il ritmo in modo straordinario, perché del ritmo (delle onde, del cervello, dell’azione) ha fatto da sempre l’oggetto della sua riflessione cinematografica, Kathryn Bigelow ha girato un film potente, che cede solo in qualche interstizio alla tentazione della spiegazione e del cameo inutili. Affidandosi alle cronache del reporter Mark Boal, ha elaborato e raccontato un danno apparentemente collaterale ma in realtà sostanziale, entrando come mai prima nella questione di genere (il maschile).
Chi dice che l’autrice è una donna che fa film da uomini, infatti, non dice tutto. In The Hurt Locker c’è un unico personaggio femminile, che occupa un numero insignificante di fotogrammi e una sola battuta del dialogo, eppure ne intuiamo subito la libertà, compresa la libera scelta di essere fedele ad un uomo che non c’è e non glielo chiede. Lo stesso uomo che ci viene mostrato, al contrario, schiavo del pericolo, dell’emozione forte a tutti i costi, di quell’immenso contenitore di alibi che è la guerra. Perché, per dirla in perfetto stile hollywoodiano, morire è facile, è vivere che è difficile. E questo, impossibile negarlo, è un giudizio chiaro e tondo.

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Oscar, ecco perché ha vinto The Hurt Locker, film semiclandestino

da “il Gazzettino” del 9/3/2010

Ci voleva una storia di guerra e di coraggio, di adrenalina e di corpi dilaniati, di orrori quotidiani e di paradossale assuefazione a quegli stessi orrori, perché una donna vincesse finalmente l’Oscar per la miglior regia e il miglior film, trascinandosi dietro per giunta altre quattro statuette, e non solo minori. Ci voleva una regista che “gira come un uomo”, come si dice con slogan un po’ macho dai tempi del memorabile Point Break, e un film che racconta la guerra in Iraq da un punto di vista così inedito e controverso che The Hurt Locker ha incassato appena venti milioni di dollari in tutto il mondo (132.000 euro in Italia), perché la statuetta finisse in mani femminili (detta oggi sembra incredibile, ma il mondo ha visto prima un presidente nero degli Stati Uniti che una regista premiata con l’Oscar).
Ma ci voleva anche un sistema di voto nuovo per spingere gli Oscar, da qualche anno ormai sempre meno “hollywoodiani” e sempre più vicini ai gusti dei grandi festival come Cannes e Venezia, a fare una scelta così coraggiosa. A danno fra l’altro di un concorrente come Avatar, che non è solo un megacampione d’incassi ma è anche un bellissimo film.
Da quando i titoli candidati come miglior film sono passati a dieci, infatti, i circa 6000 votanti dell’Academy non si limitano più a scrivere sulla scheda il loro preferito ma elencano tutti e dieci i titoli in ordine di preferenza. Sicché, alla fine di un complesso gioco di conteggi, il prescelto paradossalmente può essere non il film che ha ricevuto più preferenze al primo posto, ma il più massicciamente votato in seconda o terza posizione. Un sistema complicato ma probabilmente più democratico che potrebbe aver favorito l’outsider Kathryn Bigelow. Mentre le 10 candidature hanno rilanciato l’interesse su questo premio famosissimo e ormai un po’ polveroso aprendo la porta a film “piccoli” ma meno scontati come District 9, An Education o, per l’appunto, The Hurt Locker.
Che poi il primo trionfo “al femminile” nella storia degli Oscar coincidesse con il duello fra due registi che una volta erano marito e moglie, sembra l’invenzione di uno sceneggiatore della vecchia guardia (per non parlare del fatto che in buona parte del mondo la notizia è arrivata l’8 marzo..). Ma gli Oscar del 2010 non passeranno alla storia solo per il loro risvolto rosa. Il 2010 è anche l’anno che vede finalmente affermarsi Jeff Bridges, alla sua quinta candidatura, e pazienza se forse George Clooney in Tra le nuvole era ancora più bravo. È l’anno che sconvolge tutti i pronostici escludendo capolavori come Il nastro bianco di Michael Haneke o Un prophète di Jacques Audiard per dare la statuetta del miglior titolo straniero a un film argentino poco noto.
Ed è, per finire, l’anno che premia, inevitabilmente, il magnifico Up della Pixar. Lasciando nell’ombra un film ancora più sofisticato e irresistibile, presto in uscita anche in Italia, cioè Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson, il regista dei Tenenbaum e del Treno per il Darjeeling (e già il fatto che uno dei migliori registi di oggi passi dal cinema “live” a una favola con pupazzi ci dice quanto sia libero, vitale e creativo il cinema d’animazione di questi anni). L’America di questi anni sta cambiando, o almeno ci prova. Gli Oscar, se non Hollywood, sono già cambiati.

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The Hurt Locker, poco entusiasmo tra i militari americani a Baghdad

da “il Gazzettino” del 9/3/2010

Il film vincitore di sei premi Oscar è stato proiettato nel campo della Zona verde della capitale irachena

BAGHDAD (9 marzo) – The Hurt Locker, il film ambientato in Iraq che proprio ieri ha vinto sei premi Oscar, è stato visto nel piccolo campo della società di sicurezza privata Falcon, nella Zona verde di Baghdad. A raccontarlo l’inviato dlel’Ansa presente alla proiezione Stefano de Paolis.
La proiezione non sembra aver riscosso grande successo. «Si, così ci facciamo quattro risate» ribatto i compagni di Laurence che ha organizzato la serata. Nel piccolo bar del campo anche pop corn, birra, sgabelli, ma sono pochi gli spettatori per The Hurt Locker.
Le critiche al film. «Le comparse non sembrano iracheni», e la risposta: «è solo un film!». Quando il protagonista del film tenta di disinnescare una bomba con indosso l’armatura anti-esplosioni, uno dei militari, David, sottolinea che si tratta di «un vestitino da 70 chili, ma che funziona!». Critiche ai militari americani del film che hanno difficoltà a neutralizzare un cecchino che spara da 150 metri («non è una gran distanza»).
Alla fine alcuni rapidi commenti: «Excellent», dice Lawrence. «Sì – risponde David – rende l’atmosfera, e mostra che diavolo di lavoro fanno questi ragazzi. Solo in alcuni momenti un po’ troppa poesia, come il primo piano al ralenti del bossolo di fucile che cade in terra». Poi il dvd di The Hurt Lockerviene archiviato e al suo posto sullo schermo vengono proiettati clip datati del comico americano Gorge Carlin, di Bob Dylan, Rod Stewart e, «in onore del giornalista italiano» dell’Ansa presente alla proiezione, Stefano de Paolis, di Luciano Pavarotti.

una scena di "the hurt locker"
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