La crisi greca (e forse tra poco della Spagna e del Portogallo) possibilità e opportunità per un’Europa ora debole di fare quel che finora non si è voluto: rafforzare la propria unità, la cooperazione tra Stati, nell’ambito di un convinto progetto federalista

Jacques Delors fa parte della seconda generazione dei padri dell'Europa, quella dell'Unione economica e monetaria e della battaglia per l'unione politica. Da gennaio 1985 a dicembre 1994 ha coperto tre mandati come presidente della Commissione europea. Che saranno caratterizzati da un profondo rilancio nella costruzione europea. Il LIBRO BIANCO di Delors sulla crescita, la competitività e il lavoro (del 1993, adottato dal Consiglio Europeo) è stato una pietra miliare e uno strumento importante per i fautori di un rafforzamento dell’Europa unita negli anni ‘90. Ora, a 85 anni, Jacques Delors è un lucido osservatore della crisi politica dell’Unione Europea (data ad esempio dal non saper affrontare le gravi crisi economiche nazionali dei propri appartenenti, in primis adesso quella della GRECIA). Qui vi proponiamo le sue acute analisi sull’emergenza economica GRECA che è anche CRISI EUROPEA, il suo punto di vista e le soluzioni che ora ci vogliono

Il tema dominante, e preoccupante, per l’Europa (l’Unione Europea) in queste settimane e mesi, è la crisi economica e finanziaria della Grecia: una situazione da “stato in fallimento”, che sta portando quel paese in un contesto assai pericoloso: per l’occupazione, i servizi pubblici e sociali, il pagamento delle pensioni… cioè tutto quel che riguarda l’economia privata e pubblica e il benessere dei greci. Fino a qualche settimana fa l’Europa è rimasta come paralizzata di fronte alla crisi di un paese che condivide la moneta unica (l’euro) del nucleo centrale dei paesi dell’Unione Europea.

   Ora (l’Unione Europea) incomincia a farsi positivamente sentire, a fare qualche provvedimento di aiuto ai greci, nel momento in cui gli Stati Uniti richiamano alle proprie responsabilità gli stati europei (che speravano negli USA per il farsi carico di risollevare la terra ellenica). Europa che incomincia anche, seppur debolmente, a capire che “altri” sono interessati a far propria la crisi greca, per entrare in quel Paese, punto strategico com’è nel Meditterraneo e nei commerci di una parte così importante del pianeta (tra Occidente ed Oriente). Per questo vi invitiamo anche a leggere un nostro articolo, raccolta, reportage, della crisi greca che abbiamo pubblicato in questo blog il 12 dicembre scorso ( https://geograficamente.wordpress.com/2009/12/12/geoeuropa-la-crisi-sociale-ed-economica-della-grecia-e-la-penetrazione-nel-continente-europeo-della-cina-che-si-sta-insediando-nella-repubblica-ellenica-il-ruolo-strategico-del-mediterraneo-per-i/ ).

   Ma la “questione greca” è solo ora al suo punto centrale: se pare che alla fine l’Unione Europea metterà in campo un piano di interventi a favore del paese ellenico di (sembra) 55 miliardi di euro, dall’altra ci si accorge che altri paesi dell’Unione sono a rischio: in primis la Spagna e il Portogallo (ma anche il forte debito pubblico italiano desta qualche preoccupazione). Se infatti la crisi finanziaria che ha colpito l’Irlanda l’anno scorso sembra essersi risolta con una capacità interna di quel paese di risollevarsi (ma non è detto che sia finita così…), per altri (che potranno venire dopo la gravissima situazione greca del momento) la cosa non sembra per niente scontata.

tensioni in Grecia

   Un’iniziativa tedesca di questi giorni è stata quella di proporre la costituzione di un Fondo Monetario Europeo che, anziché mondiale, sia appunto per soli paesi europei in difficoltà; per quelli che vanno in crisi. Qui di seguito apriamo proprio su questo, con un articolo dell’economista Francesco Giavazzi (sul Corriere della sera) che dice che il problema è un altro: bisogna che l’Unione europea si dia quello che finora non si è data, cioè un vero coordinamento economico, un’unica politica economica, monetaria, fiscale; e che non si può avere un’unica moneta e nel contempo governi nazionali che adottano provvedimenti economici ciascuno diversi dall’altro.

   E su questa linea proponiamo il parere di Jacques Delors, uno dei più straordinari statisti che hanno contribuito al rafforzamento del governo europeo che, tra gli anni ottanta e novanta del secolo scorso, nella sua veste di presidente della Commissione europea, ha dato una svolta grandissima all’allora Europa che, dopo la prima fase di costituzione nel dopoguerra, sembrava latitare, essere ferma (famosi sono “il rapporto Delors” del 1989 che è alla base della creazione della moneta unica; e il suo LIBRO BIANCO del 1993 “sulla crescita, la competitività e il lavoro”).

   E Delors, dai suoi 85 anni, dice che “IL RE E’ NUDO”, che “l’Europa non c’è e non c’è mai stata da un punto di vista politico”; che lui mai ci ha creduto a un’Europa politica che adesso proprio esiste ancora meno; e che sì, poteva avere qualche parvenza quando c’erano grandi capi di stato (come Kohl e Mitterand, personalità che mancano del tutto ora…). Ma che a un’ “Europa economica” questo sì era possibile costituirla, e bisogna adesso realizzarla: un coordinamento delle politiche economiche, una cooperazione nell’economia, sui temi del lavoro, dell’organizzazione sociale, delle infrastrutture tra stati….. E se non c’ è cooperazione, c’è declino. Ecco, vi invitiamo a leggere gli articoli che seguono, a partire da quello di Giavazzi e all’intervista a Delors, e a tutti gli altri, perché ci coinvolgono nostro malgrado, sono fondamentali per misurare un’Europa che adotta modi di vita, di economia e di organizzazione sociale, che saranno alla base del benessere di noi europei nel presente e in particolare nel futuro (e potranno contribuire alla pace e allo sviluppo mondiali).

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crisi greca – unità europea da rafforzare

PIU’ CHE UN FONDO SERVE IL CORAGGIO

di Francesco Giavazzi, da “il Corriere della Sera” del 11/3/2010

   Ci sono stati momenti, nella storia recente, in cui i leader europei hanno dimostrato lungimiranza e coraggio. Negli Anni 50, quando Adenauer, De Gasperi e Schuman crearono la Comunità del carbone e dell’acciaio, la prima istituzione comune europea. E di nuovo negli Anni 90, quando Kohl, Andreotti e Mitterrand a Maastricht crearono l’unione monetaria. Furono, è vero, decisioni frutto della storia.

   Negli Anni 50 eravamo ancora traumatizzati dalla guerra: creare istituzioni comuni era un modo per impedire che un simile disastro si ripetesse. Quarant’anni dopo l’unione monetaria ci aiutò ad accettare la riunificazione tedesca e il ritorno di una Grande Germania.

   Ma quei leader seppero cogliere il momento favorevole: senza la loro lungimiranza l’Europa sarebbe ancora un’entità solo geografica. La crisi economica che stiamo attraversando, e che in Europa è accentuata dai guai della Grecia, offre un’occasione simile.

   L’idea tedesca di affiancare all’euro un Fondo monetario europeo ha aspetti poco convincenti. Ad esempio non è chiaro che cosa un simile Fondo potrebbe fare che già non possa fare il Fondo monetario internazionale. Se il problema è solo di forma — perché l’Fmi ha sede a Washington— basterebbe unificare la rappresentanza europea e usare l’articolo dello statuto che prevede che la sede dell’Fmi sia nel Paese che ha la maggioranza dei voti, che a quel punto sarebbe l’Ue, non più gli Usa.

   Ma evidentemente non è questo il punto. La domanda è se la signora Merkel, Sarkozy e Berlusconi sapranno sfruttare questa occasione per far compiere un balzo in avanti al progetto europeo. L’idea del Fondo può essere la scusa per cominciare a riflettere. Occorre chiedersi se l’unione monetaria, per sopravvivere, debba dotarsi di istituzioni che consentano una gestione coordinata delle politiche economiche. Se la risposta fosse positiva, questo è il momento per farlo.
   Certo, occorre un po’ di coraggio. Innanzitutto non farsi spaventare dal presidente della Bundesbank. Axel Weber è contrario al Fondo perché pensa che dotarsi di strumenti per affrontare crisi come quella greca avrebbe l’effetto di rendere le crisi più frequenti. È un’evidente sciocchezza: come dire che sarebbe meglio se non ci fossero i vigili del fuoco perché la loro presenza fa sì che siamo meno attenti al fuoco, e che quindi vi siano più incendi. Né bisogna dare ascolto a chi sostiene che in Europa qualunque nuova istituzione richiede un nuovo trattato. Se così fosse, passi avanti non se ne potranno più fare perché non c’è speranza che un nuovo trattato venga ratificato da 27 Paesi.

   Da tempo i trattati europei consentono a gruppi di Stati di instaurare tra loro «cooperazioni rafforzate», cioè accordi che non si estendono a tutti i 27 Paesi (un esempio sono gli accordi di Schengen sulle frontiere). Il Trattato di Nizza ha reso questa possibilità ancor più semplice eliminando (con l’eccezione della politica estera) il diritto di veto dei Paesi che decidono di non partecipare e cancellando il vincolo che i nuovi accordi debbano essere approvati da una maggioranza dei 27 Paesi.

   L’unione monetaria è già una cooperazione rafforzata. Si può estenderla. Ma servono visione e coraggio. Altrimenti meglio delegare a Washington la soluzione della crisi greca.

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intervista a Jacques Delors

SENZA UNA POLITICA ECONOMICA L’EUROPA RISCHIA IL DECLINO

da “la Repubblica” del 11/3/2010, di Andrea Bonanni

PARIGI – «Quando sento che all’ ultimo Consiglio europeo si è parlato di governo comune dell’ economia, mi viene da ridere. Si passa da un eccesso all’ altro. Non ho mai creduto che l’ Unione politica fosse alle porte. Né ho mai chiesto un governo economico. Ma un coordinamento delle politiche economiche, quello sì. È indispensabile. Il vero tallone d’ Achille dell’ Europa è la mancanza di cooperazione. E se non c’ è cooperazione, c’ è declino».

   A 85 anni, Jacques Delors non ha perso quel magico mix di realismo quasi cinico e di idealismo quasi religioso che hanno fatto di lui uno dei Padri dell’ Europa e senza dubbio l’artefice più efficace della sua integrazione. Anche il Presidente della Repubblica Napolitano ha espresso recentemente la sua preoccupazione per il futuro dell’ Europa.

Siamo davvero condannati al declino?

«Se non c’ è cooperazione, lo ripeto, temo di sì. Sarà un declino lungo, intendiamoci, perché partiamo da un livello molto alto. Ma sarà inevitabile».

Napolitano crede ancora nella possibilità di una piena integrazione politica. Lei, invece, sembra più scettico.

«Quando nell’ 89 presentammo il “Rapporto Delors” che fu alla base dell’ unione monetaria, la parte dedicata all’ economia era più importante di quella dedicata alla moneta. Contrariamente a quello che sostengono certi osservatori anglosassoni un po’ prevenuti, ero e sono convinto che si potesse fare l’ unione economica e monetaria senza bisogno di avere un’ unione politica. All’ unione politica non ho mai creduto: le divergenze in politica estera erano troppo importanti, come poi la guerra in Iraq ha dimostrato. Ma la moneta unica non può sopravvivere senza un forte coordinamento delle politiche economiche».

E lei ci ha provato?

«A Maastricht ho perso un battaglia. Avevo chiesto che tra i criteri ce ne fossero due sul lavoro: disoccupazione giovanile e lavoratori oltre i sessant’ anni. Ma li hanno bocciati. Sono rimasti solo parametri relativi ai bilanci pubblici. Nel ‘ 97, come presidente di Notre Europe, ho proposto che si desse vita a un coordinamento delle politiche economiche che bilanciasse il potere della Banca Centrale europea. Ma i tedeschi non hanno voluto, per paura che facesse ombra alla Bce. E questo è il risultato».

Era prevedibile, secondo lei?

«Lo pensavo allora e lo penso adesso: si può avere una moneta unica senza unione politica, ma non senza un vero coordinamento delle economie. Nel Libro bianco del ‘ 93, avevamo proposto gli eurobond e un piano di grandi lavori pubblici europei. E’ stato approvato dai capi di governo, ma non si è fatto nulla. I ministri delle finanze non ne hanno mai voluto discutere. Se oggi avessimo gli eurobond, potremmo acquistare denaro al tre, tre e mezzo per cento e prestarlo alla Grecia, che invece paga il cinque e mezzo, sei per cento di interessi. Anche la speculazione, di fronte a titoli di Stato europei, si darebbe una calmata».

Secondo lei i mercati speculano contro l’ Europa?

«Il grande business internazionale, soprattutto quello di matrice anglosassone, non ha mai amato l’ euro. Era scettico prima. Ostile dopo. Ancora oggi esiste un rancore degli anglosassoni contro la moneta unica europea. Vergognoso, se si pensa ai miliardi che abbiamo perso per salvare il loro sistema».

E perché è successo tutto questo? Perché l’ unione economica non è mai nata?

«E’ venuta meno la voglia di cooperare. La maggior parte dei capi di governo ignora come funziona l’ Europa e disprezza il metodo comunitario. Lasciamo pure stare Kohl e Mitterrand, ma l’ euro è stato tenuto a battesimo anche da leader come Lubbers, Andreotti, Dehaene. Il progetto europeo è stato colpito da due fattori: la mondializzazione e il culto dell’ immediato. I mass media ogni giorno rincorrono una nuova emergenza, come se quella del giorno prima fosse risolta. I cittadini sono persi tra la dimensione locale e quella mondiale e per molti di loro la risposta identitaria è quella del localismo e del populismo. E i governi li assecondanoe li inseguono. Nessuno più ha la capacità culturale di indicare l’ Europa come un modello a cui rifarsi. Abbiamo perso la memoria di dove veniamo. Come possiamo avere la visione di dove vogliamo andare?».

I governi inseguono gli elettori: non è questa la democrazia?

«Guardi, da Mendes France ho imparato una grande lezione: è meglio perdere una elezione che perdere l’anima e il senso della propria direzione. Una elezione si può rivincere dopo cinque anni, che vuole che sia? Ma se si perde la bussola, o se si perde l’anima, per ritrovarle ci vogliono generazioni».

E l’Europa? Come si esce da questa crisi?

«Bisogna ristabilire l’equilibrio tra l’unione economica e quella monetaria. Occorre che i membri del club dell’euro accettino di mettere in discussione le loro strutture economiche. I governi devono scegliere. O dicono “ne abbiamo abbastanza”, e allora si torna alle monete nazionali. Oppure si sceglie di restare nella moneta unica, ma allora si condividono davvero le politiche economiche. L’euro ci ha protetto, anche da grosse stupidaggini. Ma non ci ha stimolati. Può anche darsi che a bordo della moneta unica ci fossero un paio di clandestini, come la Grecia o la Spagna, che non avevano pagato il biglietto per intero. Ma è anche vero che chi sta al timone, come la Germania, non ha dovuto subire svalutazioni competitive e ha potuto migliorare la propria competitività a spese degli altri».

E allora?

«Allora, come sempre, bisogna ripartire dai piccoli passi. Non chiedo grandi fughe in avanti. Un po’ di riavvicinamento delle politiche fiscali. Un po’ di investimenti comuni nella ricerca. Una politica unica dell’energia. Occorre ripristinare il metodo comunitario. Quando sento che si vuole riunire il Consiglio europeo tutti i mesi, mi sembra che si voglia riproporre la Società delle Nazioni. Non è questa l’ Europa che funziona».

Dica la verità, presidente, lei un po’ si vergogna di questa Europa?

«I nostri Paesi sono davvero in pericolo di perdere la loro identità e il loro livello di vita nei prossimi vent’anni. Vergognarmi? Non so. Ma non avrei mai creduto che si sarebbe arrivati ad una situazione così difficile».

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GRECIA, I VOLTI DELLA CRISI

Un reportage racconta l’ansia dell’incertezza economica nel Paese ellenico

di Margherita Dean, ripreso da http://it.peacereporter.net/ , 23/2/2010

   Non sapere e vivere col fiato sospeso: così vive la Grecia di questi ultimi mesi, mentre almeno tre decenni di storia, a partire dagli anni Ottanta, sono messi in discussione, nel loro insieme, da amici e nemici, da chi ha faticato come da chi ha usufruito di tante, troppe, scorciatoie.

   Così vive Artemis, due bellissimi occhi blu e grandi su un ovale perfetto, una giornalista disoccupata, che ti dice di chiamarla quando vuoi, tanto è a casa, non ha molto da fare. Oggi è un po’ tesa, dietro la sua dolcezza si cela l’ansia di una giovane donna senza lavoro, nonostante le sue lauree e un master. È anche adirata per il trattamento riservato, dalla stampa di mezzo mondo, alla Grecia: “Non è una questione di sciovinismo, neanche un complesso d’inferiorità”, afferma, “è che trovo spaventose le semplificazioni e le ipocrisie. In fondo è l’esportazione europea quella che più è aiutata da un euro debole e la Grecia è, in questo momento, il capro espiatorio perfetto”.
   Mi guarda in silenzio, aspetta una reazione; sarà il mio sorriso ma Artemis parla del suo conto corrente come del salvadanaio di un bambino: “Il porcellino si sta svuotando e io mi trovo a fare pensieri che mi spaventano, come quello di dover cambiare mestiere o di andare all’estero a cercar fortuna”. Conclude con uno sconsolato: “non so”.
   Stratos, a differenza di Artemis, è un tipo imponente, uno che dei suoi capelli brizzolati, non proprio corti, è fiero, si nota mentre indossa il casco per correre a casa, dai suoi due figli, dopo il lavoro. Impiegato dell’Opera di Atene, del Megaron Moussikìs, non è meno preoccupato di Artemis. Nonostante il suo sia un contratto di lavoro a tempo indeterminato, vive quasi quotidianamente, da due anni a questa parte, il progressivo sfacelo dell’economia greca, accelerato dalla crisi economica internazionale. Una crisi che vuole che anche la musica si inginocchi ubbidiente agli ordini dei mercati.
   All’inizio, l’Opera di Atene volle risparmiare sull’elettricità, per esempio. Mentre Stratos me lo racconta, già immagino gli impiegati chini sulle loro carte al lume di una candela tramortita dalla vicinanza della fine. Come in ogni Dickens che si rispetti, però, ormai è diminuito anche il numero di dipendenti stagionali del Megaron: un addetto alla sicurezza è responsabile di molti più metri quadri di quanto non lo fosse prima. Il Ministero della Cultura ha tagliato i fondi a favore del Megaron, infatti, mentre l’aumento dello stipendio di Stratos sarà del 2,5 percento, contro il 5 percento degli anni precedenti.

   Questo, sulla base dei contratti nazionali firmati da sindacati ed aziende. “Ne parliamo tutti i giorni tra colleghi, aspettiamo, non so esattamente cosa, ma stiamo col fiato sospeso. Mia moglie ed io abbiamo fatto i primi tagli sul bilancio familiare e, infatti, la sera non usciamo più. Abbiamo il mutuo e le carte di credito da pagare, le spese dei ragazzi, le lezioni private”.
   Nicoletta è una signora che, novant’anni portati con estrema eleganza, ha fatto solo una concessione al tempo: un bastone da passeggio un poco amato e un poco odiato. Vive da sola, sperando di riuscire a salvare la sua indipendenza fino alla fine, mentre desolata ripete spesso quanto sia brutto invecchiare. È una pensionata statale, con qualche migliaio di euro in banca, “quelli che a un vecchio servono per farlo stare tranquillo di non dover mai diventare un peso per gli altri”, mi dice, per aggiungere di essere molto preoccupata.

   Nonostante la pensione di Nicoletta, un’ottima pensione per altro, sia salva dagli attacchi del piano di tagli del governo, la melanconia nei suoi occhi tradisce l’inquietudine per un futuro difficile per chi lo vivrà. Nicoletta ha due nipoti e due bisnipoti: “è di voi ragazzi che io mi preoccupo, dei bambini, non so come finirà tutto questo, cosa ne sarà del paese, quale sarà il vostro e loro futuro. Non abbiamo più certezze, quelle che erano delle certezze ora si chiamano privilegi e, come tali, li stanno smantellando uno ad uno”.
   Questa sera arriva Peggy, la bella francese per qualche giorno ad Atene, sconvolta da una visita al supermercato sotto casa mia: “Spiegami come fanno i greci a vivere”, e il suo tono cela una rabbia che lì per lì non mi spiego. I greci sono i lavoratori fra i meno pagati d’Europa che, ciononostante, devono affrontare gli stessi costi, a volte anche superiori, per i medesimi prodotti di uso quotidiano. ‘’Non so, Peggy”, neanche io so.
   La vita a credito, il benessere a prestito, il voler indossare taglie più grandi, il voler essere cicale invece che formiche, il non avere coscienza dei diritti dei consumatori. Forse tutto questo, ma anche qualcosa di più infido ancora, la voglia di non essere gli ultimi, di riscattarsi dall’etichetta del ‘parente povero’ per cui poco importa che lo stato sia davvero indigente, basta aver parcheggiata, fuori dalla catapecchia, una Mercedes nuova fiammante e ruggente di evasione fiscale, di mazzette al medico, all’impiegato del comune o della regione, all’agente del servizio pubblico in ogni caso.
   Ora che la Grecia deve mettersi a nudo agli occhi della Banca Centrale Europea, della Commissione e del Fondo Monetario Internazionale, l’occasione per rimettere in discussione le strutture economiche e politiche della Grecia e dell’Europa ci sarebbe. Ma questa, come tante altre, sarà un’altra occasione sprecata. Così, le voci di Artemis, di Stratos, di Nicoletta e di Peggy, si uniscono nella comune incertezza, in un ”non so” a chiusura di ogni dialogo, dove la parola ‘sviluppo’ è oramai un chimerico residuo, sia per il governo del paese, che per i cittadini stessi. (Margherita Dean,  http://it.peacereporter.net/ )

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GRECIA,  SCIOPERO  GENERALE  E  SCONTRI  AD  ATENE

da Panorama.it del 11/3/2010 (http://www.panorama.it/ )

   Alcune centinaia di anarchici hanno di nuovo messo a ferro e fuoco il centro di Atene scontrandosi ripetutamente con la polizia ai margini della grande manifestazione sindacale per lo sciopero generale contro l’austerità.Mentre il Paese è paralizzato per la seconda volta in una settimana dalla protesta di oltre due milioni di lavoratori, alcune decine di giovani incappucciati, usciti da un corteo della sinistra parlamentare e di organizzazioni radicali e anarchiche, hanno cominciato a lanciare bombe molotov e pietre contro gli agenti in tenuta antisommossa e maschere antigas davanti al Parlamento, blindato dalla polizia che ha risposto con gas lacrimogeni.

   

scioperi in Grecia e scontri ad Atene del 10 marzo scorso

Gli incidenti sono continuati, più violenti, mentre il corteo tornava indietro, davanti al rettorato dell’università. Qui la polizia ha risposto con cariche al lancio di molotov e pietre da parte di altri gruppi di estremisti, che gridavano slogan antigovernativi e contro il partito socialista al potere e che hanno infranto vetrine, dato fuoco a cassonetti dell’immondizia e bruciato barricate. Altri incidenti sono avvenuti nel quartiere di Exarchia, non lontano. Alcuni giovani sono stati fermati. A parte qualche contuso non si ha notizia di feriti gravi.

   La violenza degli scontri, che ha fatto tornare in mente quelli del dicembre del 2009 per la morte del quindicenne Alexandros Grigoropulos, è esplosa al termine di manifestazione svoltesi all’insegna di una rabbia politica e sociale contenuta e in certo senso rassegnata contro i tagli salariali, le nuove tasse e il congelamento delle pensioni. Lo sciopero, organizzato dalle principali confederazioni, Adedy, dipendenti pubblici, Gsee, settore privato, e dal sindacato comunista Pame ha fermato in tutto il Paese aerei, treni, navi e servizi urbani, e chiuso scuole, ospedali, uffici, banche, siti archeologici, bloccato la raccolta dei rifiuti e provocato un black out informativo. Alle marce hanno preso parte anche poliziotti e vigili del fuoco, insegnanti e studenti.

   Malgrado le proteste il premier Giorgio Papandreou, reduce da una missione a Berlino, Parigi e Washington, appare determinato a portare avanti il suo programma di austerita’ malgrado la forte opposizione politica e sindacale e una fronda all’interno del suo stesso partito, il Pasok. La maggioranza dei greci, secondo i sondaggi continuano a sostenere Papandreou e sembrano contrari ad altri scioperi, ma cresce l’opposizione popolare a gran parte delle misure anticrisi.

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QUELLE SCELTE CHE L’EUROPA NON FA

di Marco Fortis, da “il Gazzettino” del 13/3/2010

   In un momento così difficile per l’economia del mondo e dell’Europa sarebbe bene ascoltare i vecchi saggi.

Come ha detto Jacques Delors, uno dei padri dell’Unione europea, in una recente intervista. Delors innanzitutto ci mette in guardia da un possibile declino dell’Europa se essa non riuscirà a trovare finalmente un’unità di intenti e un maggiore coordinamento in materia di politica economica e monetaria.

   Per Delors questa svolta è cruciale e di gran lunga più importante di quella dell’unità politica dell’Ue. In secondo luogo dalle parole di Delors è evidente che egli rimane profondamente convinto non solo della bontà del modello di sviluppo economico e sociale europeo, ma anche della forza dell’euro: un progetto straordinario, nei riguardi del quale il mondo affaristico internazionale, specie di matrice anglosassone, ha da sempre mostrato prima scetticismo e poi avversione.

   Questo mondo anglosassone, che dopo aver portato l’economia del pianeta sull’orlo del baratro con la bolla immobiliare-finanziaria ha messo ora l’euro nel mirino, attraverso la speculazione, dimostra di provare un insopprimibile “rancore” verso la moneta unica: un atteggiamento “vergognoso”, dice Delors, “se si pensa ai miliardi che abbiamo perso per salvare il loro sistema”.

   La situazione europea è davvero paradossale. L’UE è oggi la realtà più importante del mondo nell’economia reale: prima per valore aggiunto nell’industria, nell’agricoltura, nel turismo, ben davanti ad USA e Cina. L’Euro area, poi, è una potenza assoluta nell’export, sia nei manufatti non alimentari sia negli alimenti freschi e trasformati, non solo grazie alla Germania, ma anche ad Italia e Francia.
      Dunque è vero, come dice Delors, che “può anche darsi che a bordo della moneta unica ci fossero un paio di clandestini, come la Grecia o la Spagna, che non avevano pagato il biglietto per intero”, ma l’ “Euro area” ha sicuramente ottimi fondamentali.
      Ma in questo scenario di crisi mondiale, l’Euro area, pur così più forte di tutti gli altri Paesi nei conti dell’economia reale e nei conti finanziari, non riesce ad esprimere il suo potenziale di fuoco. Eppure i mezzi ci sarebbero, come ad esempio l’emissione di un debito pubblico europeo, gli eurobond, che potrebbero essere eventualmente garantiti dalle riserve auree delle banche centrali, come ha ripetutamente suggerito Alberto Quadrio Curzio in varie sedi, elaborando anche tecnicamente la proposta degli eurobond dello stesso Delors e di personalità italiane come Prodi e Tremonti. Proposte che si collocano in un contesto più ampio sostenuto da Ciampi e da Napolitano.
      Le risorse finanziarie raccolte dovrebbero essere finalizzate prioritariamente ai progetti di investimento infrastrutturali, ma anche alla “rottamazione” non più delle “solite” automobili – un settore da ristrutturare una volta per tutte – bensì dei mezzi di produzione di fabbriche, fattorie ed alberghi (cioè macchine industriali, trattori, arredi, ecc.) affinché l’Europa rimanga competitiva nella sfida globale facendo leva, tra l’altro, su tecnologie e beni che essa stessa produce e non importa, essendone leader nella specializzazione internazionale.
      Inoltre, se ci fosse un Fondo Europeo per lo Sviluppo (Fes), che secondo Quadrio Curzio è quindi una piattaforma ben più ampia e finalizzata del Fondo Monetario Europeo (Fme) di cui si dibatte in questi giorni, sarebbe più facile intervenire anche a sostegno di Paesi traballanti come la Grecia.

   Su questo punto anche Delors è chiarissimo: “I ministri delle finanze non ne hanno mai voluto discutere. Se oggi avessimo gli eurobond, potremmo acquistare denaro al tre, tre e mezzo per cento, e prestarlo alla Grecia, che invece paga il cinque e mezzo, sei per cento di interessi. Anche la speculazione, di fronte ai titoli di Stato europei, si darebbe una calmata”.

   L’Euro area, dopo lo scoppio della devastante bolla immobiliare-finanziaria costruita sull’asse di interessi comuni Wall Street-Londra-Pechino, ha oggi più di qualunque altra realtà del mondo economico avanzato le possibilità per incamminarsi su un sentiero di crescita diverso da quello dei pur essenziali consumi privati e dell’export, che molto probabilmente resteranno frenati per lungo tempo dagli strascichi negativi reali e psicologici generati dalla crisi globale. Infatti, alla base dell’idea del FES (Fondo Europeo per lo Sviluppo), vi è la convinzione che l’Euro area possa porsi come obiettivo mirato un progetto di investimenti interni in infrastrutture, macchinari e attrezzature. Ci vuole però più cooperazione, assieme a un maggiore coordinamento comunitario che Delors ritiene essenziale. (Marco Fortis)

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PROPOSTA CHOC DELLA MERKEL “PAESI IN ROSSO FUORI DALL’EURO”da “l’Unità” del 13/3/2010 

   Il salvataggio. Voci di stampa danno come fatto un piano Ue da 55 miliardi per salvare Atene –  Proposta choc della Merkel «Paesi in rosso fuori dall’euro». Il cancelliere tedesco minaccia: “i Paesi che non rispettano i parametri del Patto di Stabilità, dovrebbero essere espulsi dall`Unione monetaria”.

   Lo aveva detto mercoledì e ha mantenuto la promessa. La cancelliera tedesca Angela Merkel (Cdu) aveva invocato sanzioni più incisive in Eurolandia per prevenire in futuro eventuali casi come quello greco. Ieri, questa minaccia ha preso forma: i Paesi che non rispettano i parametri del Patto di Stabilità, dovrebbero essere espulsi dall`Unione monetaria.

   La proposta l`ha lanciata dalle pagine del quotidiano Financial Times) il ministro delle Finanze tedesco, il conservatore Wolfgang Schaeuble (Cdu), e poche ore dopo la Merkel – attraverso una portavoce del governo – ha condiviso l`opinione del suo ministro. A mali estremi, quindi, estremi rimedi, sembra essere la logica di Berlino.

   Ma il premier Giorgio Papandreou non deve temere di essere estromesso dal club. Sempre oggi, infatti, sono circolate voci di stampa di un piano Ue da 55 miliardi di euro per salvare Atene. L`indiscrezione è del quotidiano austriaco Kurier, secondo cui la Grecia potrebbe ricevere questi aiuti dall`Unione europea. In un primo momento, sottolinea il giornale, Berlino garantirebbe 20 miliardi e Parigi altri 10 miliardi. La Germania, spiega il Kurier, potrebbe finanziare metà della somma attraverso delle garanzie e l`altra metà con l`acquisto di titoli di Stato greci.

   E Papandreou, che ha visto la Merkel a Berlino venerdì scorso, non dovrebbe neanche aspettare tanto:

le prime misure di questo salvataggio, conclude Kurier, potrebbero essere messe a punto nella settimana prima di Pasqua. Per la Grecia, si tratterebbe quindi di una grossa mano, visto che finora si era parlato di un piano di salvataggio da 30 miliardi di euro, realizzato attraverso l`intervento di istituzioni bancarie pubbliche e investitori di mercato e coordinato da Berlino e Parigi.

   Le indiscrezioni del quotidiano austriaco, quindi, fanno lievitare di ben 25 miliardi di euro l`aiuto di cui avrebbe bisogno Atene per cercare di risanare i propri conti pubblici. Schaeuble e la Merkel, intanto, pensano al futuro. Senza il fardello di paesi indebitati.

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CRISI UE: DOPO LA GRECIA TOCCA A SPAGNA E PORTOGALLO

da “la Stampa” del 5/2/2010

   Questo revival della crisi finanziaria globale in Europa è legato a doppio filo con la crescente preoccupazione per la tenuta dei debiti sovrani. Le manovre straordinarie dei governi contro gli ultimi terribili anni dell’economia globale hanno, infatti, messo in dubbio la tenuta dei bilanci pubblici chiamati a manovre straordinarie mai viste prima. Così capita che anche l’Europa veda sotto attacco i propri paesi più deboli, dalla Grecia alla Spagna, dall’Irlanda al Portogallo con l’aggiunta, per qualcuno, dell’Italia.

   Non mancano fra gli osservatori internazionali coloro che sottolineano i rischi provenienti per tutta Eurolandia da certe situazioni a rischio. Già a Davos l’economista Nouriel Roubini aveva affermato che la Spagna era per il Vecchio Continente un pericolo maggiore della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda. Parole assai simili a quelle più recenti del premio Nobel per l’economia Paul Krugman e vicine a quelle del numero uno del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss Kahn che ha parlato di crisi molto profonda.

   Già dopo l’affaire greco che ha costretto il governo di George Papandreou a presentare rapidamente un duro piano di rientro dalla crisi a Bruxelles la fiducia della comunità finanziaria aveva iniziato in quei giorni a guardare anche alla Penisola iberica. Prime avvisaglie della crisi erano venute con alcuni allarmi delle agenzie di rating sul debito sovrano del Portogallo.

   A chi ha cominciato a ricordare che la peggiore crisi immobiliare d’Europa è in Spagna e non in Grecia e a paventare un altro attacco all’Eurozona da quel versante, Madrid ha risposto come Lisbona: “La nostra situazione è diversa da quella della Grecia”.In realtà fra il deficit del 12,7% esploso in Grecia e quello dell’11,4% registrato nel 2009 non corre poi tanta differenza, tuttavia il fatto che il debito pubblico della Spagna sia al 55,2% del Pil invece che al 113,4% come nel caso di Atene crea un abisso tra le due situazioni.

   La situazione del Portogallo non pare più rosea: con un deficit al 9,3% e debito pubblico al 76,6% del Prodotto interno lordo bisognerà lavorare molto anche a Lisbona. L’Irlanda, uno dei paesi che più hanno pagato dazio all’elevata finanziarizzazione degli ultimi anni, registra un deficit all’11,6% del Pil e un debito pubblico al 64,5%: c’è poco da gioire, dunque, anche a Dublino.

   Per il momento l’Italia sembra più solida degli altri, perché una dura disciplina nei conti pubblici ci ha permesso di mantenere il deficit al 5,4% (ma il debito al 113,9% rimane comunque un problema con il quale fare i conti). Altre variabili complicano inoltre questa crisi dell’”Europa periferica” (come l’hanno definita) o, se si preferisce, mediterranea. In particolare il fatto che Atene e Madrid siano sede di due governi socialisti rende assai più difficile che altrove l’applicazione di dure misure di taglio della spesa. Il governo Zapatero ha già avanzato l’ipotesi di un innalzamento dell’età pensionistica e sarà difficilissimo coniugare dei tagli alla spesa sociale previsti in 50 miliardi di euro con una disoccupazione tra le più alte d’Europa.

   In Spagna si deve gestire un tasso di disoccupazione che è al 18,8% (praticamente 8 milioni di persone senza lavoro) con la più grande crisi immobiliare del Vecchio Continente. L’economia del Paese però – è vero – non può essere paragonata a quella della Grecia e in parte sconta anni di brillante crescita che l’hanno portata nel consesso delle più grandi economie del mondo. Né bisogna sottovalutare l’impatto sistemico delle crisi dei paesi dell’Europa Meridionale su tutta l’economia dell’Unione. Il presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ha sottolineato che le stime sull’Europa dei 16 parlano di un deficit/Pil al 6% contro il 10% del Giappone e degli Stati Uniti: è un dato molto importante che difende la solidità dell’Unione nel giorno in cui l’euro ritorna a 1,37 dollari toccando il minimo degli ultimi sette mesi.

   Nel frattempo, come qualcuno ha notato, sui credit default swap (le assicurazioni sul debito sovrano contro i fallimenti delle nazioni) si sono trasferite le tensioni che una volta erano sui cambi valutari: Spagna e Portogallo hanno fatto un balzo notevole e, sebbene siano ancora lontani dai livelli della Grecia, portano nuove preoccupazioni sulla tenuta dell’economia unica del Vecchio Continente. Le tensioni speculative e il clima di sfiducia rischiano dunque di portare nuovi colpi all’Unione Europea e Bruxelles si trova nuovamente nella necessità di dimostrare al mondo la coesione dell’Europa. (GD)

……………

LACRIME E SANGUE PER LA GRECIA. MA NON BASTA

Da www.lavoce.info

di Paolo Manasse 09.03.2010

Anche ammesso che il governo Papandreu riesca a ridurre la spesa complessiva al ritmo di 2,5 punti di Pil all’anno, la Grecia dovrà rimanere a lungo sotto la tutela dell’Europa, non basteranno le misure tampone. Per questo è positivo che si pensi alla creazione di un Fondo monetario europeo. Ma la vera questione posta dalla vicenda greca è che se l’Europa non saprà esprimere adeguate istituzioni e strumenti, difficilmente l’euro sopravvivrà alle prossime crisi.

Il 5 marzo il parlamento greco, dopo le consultazioni del primo ministro Papandreu con la Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fmi, ha approvato il piano di austerità, destinato a rassicurare i mercati sulla solvibilità del debito. (1) Il piano prevede una correzione di bilancio per 4,8 miliardi di euro, circa 2,5 punti di Pil, suddivisa tra riduzioni delle spese (taglio del 30 per cento a tredicesime e quattordicesime e congelamento delle pensioni nel pubblico impiego) e aumenti di entrate (più 2 per cento per l’Iva, più 20 per cento per le aliquote delle imposte su beni di lusso, tabacchi, alcolici, benzina).
Mentre monta la protesta delle categorie più colpite (tassisti, insegnanti e portuali, sindacati), sembrerebbe prendere finalmente forma il sostegno di emergenza dei partner europei: secondo le agenzie di stampa, non confermate dalle fonti ufficiali, verrebbe creato un fondo di garanzia di 20-25 miliardi che permetterebbe a due banche pubbliche, la KfW tedesca e la Caisse de Dépots francese, di sottoscrivere i titoli greci che il mercato non fosse disposto a rinnovare. Tale fondo sarebbe finanziato per 5 miliardi dalla Germania e per il resto dai paesi membri dalla Bce sulla base delle rispettive quote nella banca centrale. Nel frattempo, l’ultima asta dei titoli decennali del tesoro ellenico è stata un successo: tutti i titoli offerti sono stati sottoscritti, al tasso del 6,4 per cento, e l’agenzia di rating Moody’s ha deciso di non declassare il debito greco confermandolo ad A2 . Questo giudizio permetterà alle banche di continuare a utilizzare il debito greco come collaterale presso la Bce a fronte delle operazioni di rifinanziamento. Sono segnali buoni: pericolo (default e contagio) scampato?
Per rispondere occorre valutare i seguenti aspetti della manovra di aggiustamento: a) quanto è adeguata la sua entità rispetto agli obiettivi di stabilizzazione; b) quanto a lungo dovrà durare per dare i frutti sperati.

L’ENTITÀ DELLA MANOVRA

Molti osservatori della crisi greca hanno posto l’accento sul debito pubblico e sul dissestato bilancio. Eppure il problema più grave, sia in termini di entità sia di implicazioni sulla stabilità finanziaria dell’Europa, è rappresentato dalla solvibilità del debito estero (l’Italia qui è messa bene), pubblico e privato, che tra l’altro è notoriamente il miglior indicatore (early warning) delle crisi di debito sovrano. A causa di una continua perdita di competitività (apprezzamento del cambio reale, vedi figura 1), molti Gipsi (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia) hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi, importando beni per un valore maggiore di quelli esportati, e dunque indebitandosi col resto del mondo. Grazie all’adozione dell’euro, si sono potuti indebitare a interessi bassi sui mercati internazionali, senza neppure l’onere di dover spendere le proprie riserve ufficiali per mantenere una parità fissa.
La tabella 1 mostra una stima (range) del debito estero (netto) rapportato al Pil, e del saldo commerciale (esportazioni meno importazioni) del 2009 dei Gipsi. Nella terza colonna ho calcolato (un range per) il rapporto saldo commerciale/Pil che è necessario a pagare gli interessi che maturano sul debito. (2) Questo saldo commerciale “stabilizzante” rappresenta dunque l’avanzo necessario per arrestare la crescita del rapporto debito estero/Pil. Per la Grecia l’indicatore assume un valore molto elevato, compreso tra 3,4 e 5,2 punti di output. Confrontando il surplus stabilizzante con il deficit commerciale greco del 2009, -13,3 punti di Pil, si vede che l’aggiustamento richiesto per stabilizzare il rapporto debito estero/Pil si colloca tra i 16,7 (= 3,4 + 13,3) e 18,5 ( = 5,2 + 13,3) punti del reddito nazionale. Ma cosa significa questo “aggiustamento”?
Ricordiamoci che il saldo commerciale di un paese è contabilmente uguale alla differenza tra quanto produce in un anno (il Pil) e quanto spende complessivamente (per consumi, spesa pubblica e investimenti). Dunque la Grecia, per arrestare da subito la crescita del rapporto debito estero/Pil dovrebbe ridurre la spesa complessiva in rapporto al Pil per quasi un quinto (!). Come fare? Se vuole restare nell’euro, ma è lecito chiedersi se le convenga, la Grecia non potrà evidentemente ricorrere al rimedio meno costoso in termini sociali: la svalutazione competitiva. Non rimangono perciò che massicci tagli al bilancio e/o a salari e stipendi. Questo suggerisce che la manovra appena varata, che ammonta al 2,5 per cento del Pil, rappresenta circa un settimo dei tagli complessivamente necessari a garantire la solvibilità del debito estero.

Tabella 1

   net external  debt/GDP stabilizing trade balance/GDP actual trade balance/GDP adjustment/GDP
GREECE 113,6 – 174,8 3,4 – 5,2 -13,3 16,7 – 18,5
PORTUGAL 79,9 –  232,6 2,2 – 6,9 -10,2 12,4 – 17,1
SPAIN 132 –  57,1 1 – 4,6 -5,3 6,3 – 9,9
ITALY 57 – 125,1 1,7 – 3,7 0,6 1,1 – 3,1
IRELAND 83, 3  –  928,3 27,4 – 83,3 19,3 -16,8 – 8,1

Source: (Gross) debt data from Joint IMF WB BIS OECD Hub; trade balance from EIU; stabilizing trade balances are author’s calculations. As net foreign debt figure are not available, a range has been estimated as follows: the upper bound is equal to gross debt, therefore assuming foreign assets = 0; the lower bound is estimated by public external debt, thus assuming private external assets= private external debts
DURATA DELLA MANOVRA E RAFFORZAMENTO DELLE ISTITUZIONI EUROPEE

Per parecchi anni la Grecia, se decide di restare nell’euro, dovrà rimanere sotto la “tutela” dell’Europa: misure “tampone” non basteranno. È quindi da accogliere positivamente la notizia che il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble abbia messo sul tappeto il tema della creazione di istituzioni europee (un Fondo monetario europeo, Fme) in grado di prevenire e soprattutto di gestire le crisi di insolvenza sovrana, un’idea lanciata il mese scorso da due economisti, Daniel Gros e Thomas Mayer. (4) Alla luce del patetico fallimento del Patto di Stabilità, (5) la questione posta dal caso Grecia non è se sia compito dell’Europa o del Fondo monetario tamponare la crisi: è che senza adeguate istituzioni e strumenti, l’euro difficilmente sopravvivrà alle prossime crisi.

(1) Questo articolo riprende un mio intervento al convegno “Chi controlla Eurolandia? Strumenti e prospettive dopo il caso Grecia”, Ispi, Milano 4 marzo 2010. Ringrazio perciò i partecipanti, delle cui osservazioni ho beneficiato, e in particolare Franco Bruni, Antonio Missiroli, Paolo Magri, Giovanni Roggero Fossati, Antonio Villafranca, Carlo Corazza. Ringrazio infine Alessandro  Turrini per i suoi commenti su una preliminare versione dell’articolo.
(2) Ipotizziamo che il tasso medio di interesse sul debito estero sia 4,5 per cento , il tasso di crescita del Pil sia 1,5 per cento e che il cambio reale sia stabile. Per dettagli sui calcoli si vedahttp://paolomanasse.bogspot.com
(3) Nella figura si fanno le stesse ipotesi descritte nella precedente nota.
(4) Il Fondo, finanziato dai paesi che non rispettano i limiti di Maastricht su deficit e debito, fornirebbe a un paese in difficoltà delle garanzie sul proprio debito, a fronte di pesanti sanzioni (quali l’esclusione dai fondi strutturali, la non eleggibilità del proprio debito come collaterale per il finanziamento della Bce, fino ad arrivare all’espulsione dall’Unione e dall’euro). Prevedrebbe inoltre un frame work per gestire in modo ordinato le crisi di debito, disinnescando così episodi di panico e contagio.
(5) Si veda Corsetti e, per una semplice formalizzazione, il mio lavoro “Deficit Limits and Fiscal Rules for Dummies”, IMF Staff Papers (2005),

» FONDO MONETARIO EUROPEO: DI COSA PARLIAMO  09.03.2010

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One thought on “La crisi greca (e forse tra poco della Spagna e del Portogallo) possibilità e opportunità per un’Europa ora debole di fare quel che finora non si è voluto: rafforzare la propria unità, la cooperazione tra Stati, nell’ambito di un convinto progetto federalista

  1. lucapiccin giovedì 1 settembre 2011 / 5:57

    Quante balle si leggono sui media !
    Ma che cosa ci stanno a raccontare ? Gli “esperti” e gli “specialisti”…
    Da un giorno all’altro si scopre una crisi gigantesca, mentre ieri tutto andava bene… Ora c’è un paese “commissariato”… E chi è questo commissario ? Perché bisogna applicare tutto quel che ci dicono di fare dall’esterno ? Un paese come l’Italia, che siede al G8, potrebbe fare delle “azioni di ritorsione”, con l’obbiettivo di attirare altri paesi al suo fianco, per un cambiamento di rotta. Non si fa che parlare di “unione economica” di “fondo monetario”, di “istituzioni finanziarie”…
    Ma cosa dici vecchio Delors, tu non hai mai creduto all’Europa unita, pero’ ne hai passate di notti bianche per aprire le frontiere ai mercati… Adesso che tutte le terre sono state comprate ci restano i capannoni vuoti e ferrovie inutili da trasformare in vie verdi (e per fortuna che qualcuno ha idee simili !). Senza UNIONE faremo la fine dell’URSS-CSI-mafia istituzionalizzata, con i resti di uno sviluppo che non c’è mai stato ma che forse era meglio della corruzione crescente e della desolazione senza speranza. E non si tratta di nostalgia, di ritornare a un comunismo che raramente ha funzionato.
    Quel che serve è un’Europa più SOCIALE e più DEMOCRATICA !
    Si sta privatizzando tutto, ogni cosa possibile… Mia madre ha proposto ai colleghi di partire a fare una manifestazione durante uno sciopero e il “datore di lavoro” l’ha minacciata di lasciarla… Senza lavoro !
    Ma quali azioni di ritorsione : “l’Italia sta andando a fondo, bisogna fare la Padania !”, ma ci rendiamo conto di certi spropositi ? Se poi qualcuno crede che io o la mia famiglia prendiamo il fucile per sparare a qualcun’altro è meglio che vada in esilio subito insieme ai vari Gheddafi, Milosevic e Craxi !
    I nostri padri hanno lavorato insieme per costruire, dopo che la stupidità umana aveva diviso e distrutto. Il mondo ha bisogno di cooperazione e non di separazioni !

    E’ NECESSARIO difendere le nostre istituzioni SOCIALI : la scuola pubblica, la sanità, l’acqua (!), cosi come i nostri paesaggi e le nostre opere d’arte uniche al mondo ! I nuovi Napoleoni della finanza sferrano attacchi a tutti questi beni comuni, ieri hanno arraffato la Gioconda, oggi si porteranno via un pezzo di Colosseo o peggio ci ruberanno l’acqua per poi vendercela a caro prezzo in bottiglie di plastica !
    Chi ha fatto grandi le imprese come la FIAT sono i lavoratori italiani, non certo Marchionne e Lapo Elkan !
    Quale rispetto verso questa povera gente e le loro famiglie ?
    Basta balle, l’Europa spende appena l’1 % del suo PIL per le politiche comunitarie, di cui circa 45 % per la Politica Agricola e di SVILUPPO RURALE (che l’OMC vuole smantellare…).
    Serve molto più impegno in questa direzione e non certo togliere le barriere o ridurre le tariffe… Piuttosto i vari G8, G20, G192 dovrebbero mettersi d’accordo per tassare le transazioni finanziarie e distribuire il ricavato attraverso una struttura federativa… Magari si potrebbe rendere obbligatorio un periodo minimo di ERASMUS, aumentando solo di 0,2 % la spesa pubblica europea… Che sporposito eh, sapienti economisti ? Eppure, non sarebbe un aiuto per i giovani che scelgono di impegnarsi nello studio -la famosa “economia della conoscenza”-, ti ricordi vecchio Delors ?

    Intanto ripartiamo da quel che resta dei nostri paesaggi rurali, per difenderli e per mettere in avanti le nostre bellezze, vero e proprio VALORE AGGIUNTO TERRITORIALE !
    Andate a bere un bicchiere di Prosecco su una terrazza nei colli trevigiani, magari accompagnato da una fettina di sopressa nostrana, e scoprirete che la vostra gioia di vivere ha ben poco a che vedere col NASDAQ o col MIB30 ! C’è gente che guadagna ancora il pane col sudore della fronte !

    Io non sono indignato, sono veramente INCAZZATO, perché qui si sta mancando di rispetto a me e a chi prima di me ha LAVORATO per costruire un paese migliore, anche costretti a emigrare all’estero.
    Spero di contribuire con più calma con altre riflessioni, ma è urgente che ci svegliamo tutti, io per primo, par capire e per agire al tempo stesso, qui ed ora.

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