GERUSALEMME ebraica o musulmana? (i cristiani sempre più marginali…); città condivisa (come auspicabile) o divisa? (ma neanche questo funziona) – ISRAELE, in balìa degli integralisti, non accetta condizioni dall’ex superpotenza americana, e lo Stato Palestinese è una chimera (GAZA insegna)

la Città Vecchia di Gerusalemme (Gerusalemme est)

Una settimana, quella che si è aperta lunedì 15 marzo, del tutto burrascosa per le (ancora non sopite) speranze di pace tra Israele e Palestina, per una situazione più pacifica e serena in Medio Oriente. Questa volta alla ribalta (oltre alla dura situazione della Striscia di Gaza, di isolamento imposto dagli israeliani dopo la guerra del dicembre 2008-gennaio 2009)… questa volta motivo di grande conflittualità è la città di Gerusalemme, in primis la parte vecchia est della città. Una vera provocazione è stato considerato l’annuncio della costruzione, in questa parte est della città (che dovrebbe essere assegnata ai palestinesi) di 1600 appartamenti (per giovani coppie ebraiche) nel quartiere ultraortodosso di Ramat Shlomo; e questo annuncio è avvenuto mentre era in visita il vicepresidente USA Joe Biden in missione di pace (incredibile! vera e propria provocazione all’alleato americano, grande difensore e finanziatore della Stato israeliano).

Se l’America non è riuscita, dopo innumerevoli tentativi, a proporre una pace tra israeliani e palestinesi quand’era la potenza dominante del mondo, ora che non lo è più (unica superpotenza) viene addirittura snobbata e deve subire le volgari provocazioni israeliane. Frutto queste di un governo sì in mano alla destra (che spesso sapientemente si è mossa nel contesto diplomatico) ma con l’apporto fondamentale dei gruppi più integralisti sionisti, che appunto con i loro voti mantengono in vita un governo sennò in minoranza.

Ma i palestinesi non è che siano presi meglio in fatto di loro unità interna, forse è anche peggio. Durante la guerra lanciata dagli israeliani sulla Striscia di Gaza (in risposta ai missili che da li arrivavano) l’Autorità Nazionale palestinese si è ben guardata dall’aiutare il gruppo “confratello” di Hamas (che ha vinto le elezioni a Gaza e controlla il governo del territorio della Striscia).

(vi proponiamo i due articoli del nostro blog di 15 mesi fa:  https://geograficamente.wordpress.com/2009/01/06/geopolitica-la-guerra-dei-centanni-del-medio-oriente/ ,   https://geograficamente.wordpress.com/2009/01/18/geopolitica-israele-i-perche-di-una-tregua-avvenuta-positiva-anche-se-tardiva/https://geograficamente.wordpress.com/2009/01/13/geofilm-il-giardino-dei-limoni-ma-parliamo-anche-di-gaza/ )

E in questa fase della crisi internazionale scatenatasi con l’annuncio della costruzione dei 1600 appartamenti a Gerusalemme est in zona palestinese, c’è il tentativo del cosiddetto “Quartetto di Mosca per il Medio Oriente” (ONU, Ue, Usa e Russia) di contribuire in qualche modo alla pacificazione. O perlomeno di rimediare al guaio della dichiarazione dei 1600 appartamenti.

Una situazione di stallo, e per fortuna non c’è guerra. Ma la crisi di Israele ha un effetto a cascata: il Medio Oriente instabile come e più di prima; e per l’Europa inerme, la Turchia, che poteva essere la grande mediatrice (un ponte moderato di pace verso quell’area) che si radicalizza. Su tutto vien da rimpiangere la pur negativa epoca quando due superpotenze (USA e URSS) si dividevano e controllavano il mondo (anche se con l’equilibrio del terrore nucleare).

L’Europa, ora debole, potrebbe essere il soggetto che propone il GOVERNO MONDIALE del pianeta, ma invece si dibatte su misere ambizioni nazionalistiche e con statisti di mediocre levatura. Buttare il cuore oltre l’ostacolo (per un virtuoso processo di pacificazione) diventa una necessità.

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ISRAELE-USA: OBAMA E IL MURO NETANYAHU

di Lucio Caracciolo (da LIMES, rivista italiana di Geopolitica)

La rottura con Usa e Turchia e la logica follia del governo israeliano. Al momento il perdente è Obama, presidente di una superpotenza impotente. La battaglia per Gerusalemme diventa religiosa. (articolo pubblicato su la Repubblica il 17/3/2010)

Nel giro di pochi mesi, Israele ha rotto con il suo fondamentale partner regionale, la Turchia, e ha sfidato il suo unico alleato globale, gli Stati Uniti d’America. Follia? Masochismo? Non proprio. C’è del metodo in queste crisi. E c’è una logica nel modo in cui Israele le conduce. Il metodo e la logica sono quelle dominanti in ogni democrazia: prima il consenso di chi vota, poi tutto il resto. Nel caso turco, per un paese che si sente minacciato di distruzione dall’Iran, lo slittamento di Ankara verso il campo islamista è intollerabile. Erdogan è considerato un traditore dell’intesa turco-israeliana, un sodale di Hamas e di Ahmadinejad. Tornare all’asse costruito negli anni Novanta su impulso dei due establishment militari, uniti dall’avversione per l’islamismo e per i velleitarismi arabi, è fuori questione.
Ma anche nella crisi con gli Stati Uniti, Netanyahu può contare sul consenso di gran parte della società israeliana. Su Gerusalemme non si discute. E un vero Stato palestinese non ci sarà mai. Solo che finora questo dissidio strategico fra Washington e Gerusalemme era coperto dalla diplomazia. Ora non più.
Obama è  visto da molti israeliani come un cripto-musulmano. Più attento a guadagnarsi le simpatie del mondo islamico, a corteggiare gli ex “Stati canaglia”, dall’Iran alla Siria, che a proteggere l’esistenza dello Stato ebraico. Netanyahu è convinto che alla Casa Bianca si stia complottando per provocare la caduta del suo governo, in favore di un gabinetto centrista, sperabilmente più aperto al negoziato con gli arabi e meno ossessionato dall’Iran.
Ipotesi molto teorica. Con l’opinione pubblica israeliana orientata a non cedere un palmo ai palestinesi, specie dopo che Hamas s’è installato a Gaza, è impensabile per qualsiasi leader israeliano impedire la costruzione di nuove case a Gerusalemme Est. Sarà pur vero che Benjamin Netanyahu non sapeva del piano del suo ministro dell’Interno, Eli Yishai, di edificare 1.600 abitazioni nella parte orientale di quella che Israele considera la sua capitale eterna e indivisibile. Ma anche se lo avesse saputo non lo avrebbe impedito. Al massimo, avrebbe rinviato l’annuncio di qualche giorno, per non provocare il suo ospite americano, Joe Biden.
E’ possibile, anzi probabile, che nel medio periodo Israele paghi caro la sua intransigenza nei confronti dei pochi amici di cui ancora dispone. Ma fra i dirigenti dello Stato ebraico prevale lo sguardo corto, il tatticismo. Forse perché sentono che immaginando scenari futuri, scoprirebbero che il tempo non lavora per Israele. Meglio restare alla stretta attualità. Per sentirsi tuttora la massima potenza regionale. L’unica nucleare – almeno finché Teheran non avrà la Bomba.
Se Obama si sbarazzerebbe volentieri di Netanyahu, nessuno dubita che l’impulso sia ricambiato. E la grave perdita di consenso del presidente americano, a pochi mesi dalle elezioni di mezzo termine, induce il leader israeliano ad affrontare il braccio di ferro con relativa serenità. Forte del consenso domestico e della debolezza interna e internazionale di Obama. Al quale si rimprovera di aver enfatizzato lo sgarbo a Biden, provocando secondo Michael Oren, ambasciatore di Gerusalemme a Washington, “la più grave crisi da 35 anni nei rapporti Israele-Usa”. Il riferimento è allo scontro del marzo 1975 fra Kissinger e Rabin sul ritiro delle truppe israeliane dai passi di Jidda e Mitla, nel Sinai. Il primo, americano di origine bavarese ma ben consapevole delle sue radici ebraiche, avvertì il premier israeliano: “Tu sarai responsabile della distruzione del terzo commonwealth ebraico”. “Tu non sarai giudicato dalla storia americana, ma dalla storia ebraica”, replicò Rabin. Sei mesi dopo, Israele cedeva alle pressioni Usa.
E’ molto improbabile che nella crisi attuale Netanyahu possa innestare la marcia indietro. L’incidente verrà formalmente archiviato, prima o poi. Forse già domenica, quando Netanyahu andrà a Washington – sapendo che Obama non ci sarà perché in missione in Indonesia e Australia – per perorare la sua causa davanti all’Aipac, la principale lobby pro-israeliana negli Usa. Ma anche se scambierà sorrisi e strette di mano con Biden e Hillary Clinton, il contrasto strategico è destinato a restare.
Allo stato attuale del match, Obama è il perdente. Sembra passato un secolo – invece nemmeno un anno – da quando prometteva una nuova èra di dialogo con i musulmani e di pace in Medio Oriente, con ostentati inchini alla civiltà islamica e al contributo della cultura araba al progresso umano. Il “nuovo inizio” non è mai iniziato. Le distanze fra Israele e i palestinesi sono aumentate. La diffidenza reciproca è insormontabile. Obama ha scoperto che l’America non può fare la differenza, perché in Terrasanta la stagione dei miracoli pare scaduta. Non si può imporre la pace a chi non la vuole. O fa finta di volerla, ma non ci crede.
Obama non è  il primo presidente americano a sbattere contro il muro Netanyahu. Quando Bill Clinton lo ricevette alla Casa Bianca, stanco della lezioncina inflittagli dall’amico israeliano, sbottò: “Chi è la superpotenza qui?”. Se Obama osasse ripeterlo a Netanyahu oggi, probabilmente incontrerebbe un sorriso di commiserazione. Perché fra amici gli incidenti si superano, i danni si riparano. Ma ormai gli Stati Uniti non fanno più paura a nessuno. Nemmeno allo Stato che rischierebbe di essere spazzato via se non fosse per la protezione strategica americana.
Americani e israeliani sono una vecchia coppia. Continueranno a frequentare lo stesso letto, pur sognando sogni diversi. Ma senza un’intesa fra Washington e Gerusalemme i mille dossier mediorientali non potranno trovare soluzione. Anzi, si aggraveranno. Incoraggiando gli estremisti, eccitando i fanatici. In Israele come fra gli arabi e i musulmani. Dall’Egitto all’Iraq, dall’Iran all’Afghanistan, lo stallo del motore israelo-americano intaccherà le posizioni di entrambi.
L’ultimo degli scenari immaginati da Obama quando lanciò il suo “nuovo inizio” era di approfondire la crisi israelo-palestinese. La Terza Intifada, se mai scoppierà, si distinguerà per il marchio religioso. Ce lo annunciano gli incidenti di ieri nella Città Vecchia di Gerusalemme, che hanno suscitato emozione e rabbia nell’universo islamico. Il fallimento di venti anni di “processo di pace” ha trasformato la disputa fra nazioni in conflitto di religioni. Qui non c’è spazio per compromessi, perché la Verità non ne tollera.

Nella battaglia per Gerusalemme – tutta ebraica o tutta musulmana (con i quattro gatti cristiani arabi a rischio di diaspora o sterminio) – ogni vittoria sarà effimera, premessa di rancori e rivincite interminabili. Riportare indietro l’orologio della storia, e ricondurre lo scontro nei classici canoni dei nazionalismi, è esercizio futile. Anche per il presidente della “superpotenza unica”, mai così impotente nella regione e nel mondo. Forse anche gli antiamericani più sfrenati vorranno interrogarsi sui danni che la crisi dell’egemonia a stelle e strisce può provocare, quando nessuno sa come riempire il vuoto scavato dalla beata incoscienza di chi, vent’anni fa, s’illudeva che la storia fosse finita. Con il suo apparente trionfo. (Lucio Caracciolo)

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ISRAELE SENZA PALESTINA: UN REBUS INSOLUBILE TRA STATUS QUO E GUERRA

di Lucio Caracciolo, da LIMES (ora in edicola)

RUBRICA IL PUNTO. Israele ha vinto le guerre ma non ha deciso cosa fare delle sue vittorie. Lo Stato ebraico non ha alcuna intenzione di concedere ai palestinesi un vero Stato. La parabola politica delle comunità palestinesi. Più che un processo di pace un processo alla pace

Sono passati vent’anni dall’avvio del cosiddetto processo di pace. Di pace non c’è traccia, ma almeno fra israeliani e palestinesi non c’è guerra. Perché allora non si fa la pace? Perché la guerra – o meglio le varie guerre e guerriglie che hanno punteggiato lo scontro per la Terrasanta – è stata vinta da Israele. Ma Gerusalemme non ha ancora deciso che cosa fare delle sue vittorie militari. Più il tempo passa, meno ampie sono le possibilità di scegliere, più gravi sono i rischi di nuove guerre, magari sullo sfondo del braccio di ferro Occidente-Iran.
Una cosa è sicura: lo Stato ebraico non ha alcuna intenzione di concedere ai palestinesi un vero Stato. Né questi hanno forza e sostegni internazionali sufficienti a crearne uno proprio. Di qui lo stallo. Certo lo stallo è sempre meglio della guerra. Ma in assenza di risultati l’ormai fantasmatico processo di pace è diventato un processo alla pace. Com’è stato possibile? Vent’anni sono sufficienti per analizzare le cause e gli effetti della parabola che ha portato la regione e il mondo dalle illusioni degli anni Novanta alle disillusioni d’inizio millennio.
Cominciamo dalle comunità palestinesi. Il plurale è voluto. Non esiste una comunità, tanto meno una nazione palestinese. Esiste un popolo, buona parte del quale in diaspora ai quattro angoli del mondo, l’altra sotto l’occupante israeliano, che non riesce a darsi un’identità nazionale. A chi ne dubitasse, forse perché affettivamente legato all’idea di una nazione palestinese, raccomandiamo di studiare la guerra di Gaza (dicembre 2008–gennaio 2009). Mentre i soldati israeliani penetravano nella Striscia per dare una lezione ad Hamas e agli altri gruppi palestinesi bollati come responsabili dei lanci di razzi contro lo Stato ebraico, l’Autorità nazionale palestinese non solo non si curava dei “connazionali” gaziani, ma aiutava per quanto possibile l’offensiva di Tsahal. Ad esempio, colpendo militanti e simpatizzanti di Hamas in Cisgiordania. A Ramallah e a Jenin i poliziotti di Abu Mazen festeggiavano rumorosamente l’avanzata delle truppe israeliane. Illudendosi di tornare a Gaza sulla scìa dei carri armati israeliani.
Quanto ad Hamas, il suo obiettivo, resistendo a Tsahal, era dimostrare a tutti i palestinesi e a tutti i nemici dello Stato ebraico di essere l’unica vera avanguardia della futura Palestina. Possibilmente al posto di Israele, non accanto ad esso. Anche se, all’interno di quel composito movimento, non mancano i “realisti” disponibili al compromesso, alla convivenza con l’”entità sionista”.

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(da LIMES, rivista italiana di geopolitica). La carta ci mostra la situazione di Gerusalemme tenendo conto della traiettoria del Muro, del limite della municipalità di Gerusalemme Est e della Linea verde. Vengono indicate le aree popolate da palestinesi, gli insediamenti israeliani esistenti e in costruzione, le istallazioni civili o militari israeliane, gli insediamenti in progetto, le strade israeliane, i principali checkpoint e l'autostrada 60

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ISRAELE ASCOLTI LA VOCE DELL’AMERICA

di AVRAHAM B. YEHOSHUA, da “La Stampa” del 19/3/2010

Nel biblico Libro dei Proverbi, il libro della saggezza e dell’ottimismo (a differenza di quello dell’Ecclesiaste, pervaso da un senso di angoscia e di rassegnazione alla morte) c’è un versetto dai toni forti: «Chi risparmia la verga odia il suo figliuolo, ma chi l’ama, lo corregge per tempo» (Libro dei Proverbi, 13, 24). Il senso di queste parole è che chi evita di rimproverare o di punire i figli per le loro cattive azioni dà prova di non amarli veramente in quanto preferisce ignorare una condotta sbagliata per mantenere la pace in famiglia ed evitare uno scontro che potrebbe causare dolore a entrambe le parti.

Ma un uomo che ama veramente il figlio non teme di riprenderlo, è pronto a punirlo e persino a pregiudicare temporaneamente il rapporto con lui pur di riportarlo sulla retta via. L’attuale crisi nelle relazioni fra il governo israeliano e quello americano intorno alla costruzione di un nuovo quartiere ebraico nella Gerusalemme Est è ai miei occhi una prova di vera amicizia da parte degli Stati Uniti nei confronti del suo piccolo protégé mediorientale. L’amministrazione di Barak Obama, in un raro esempio di fermezza morale, dice agli israeliani: basta con queste inutili costruzioni a Gerusalemme Est.
Il messaggio degli Usa è che le costruzioni non solo minano il processo di pace – importante per voi, per i palestinesi e per tutto il mondo arabo moderato -, ma sono estremamente nocive anche per voi israeliani nell’ottica dell’ideale che non perdete occasione di proclamare: mantenere il carattere ebraico e democratico di Israele.

Continuando a insediarvi in territorio palestinese e a erigere nuovi insediamenti compromettete la possibilità di una separazione e di un confine concordato fra Israele e la Palestina. Perciò, in mancanza della prospettiva di un vicino accordo di pace, in un prossimo futuro dovrete concedere la cittadinanza israeliana a tutti i palestinesi che avete conglobato e questo inciderà sensibilmente sul carattere ebraico della vostra nazione.

Oppure, in alternativa, sarete costretti a mantenere un regime di apartheid nei confronti dei palestinesi distruggendo così il sistema democratico israeliano. In un modo o nell’altro noi faremo pressione perché queste iniziative controproducenti, contrarie agli interessi da voi stessi proclamati, cessino. E questo non solo a favore del processo di pace e degli interessi americani nel mondo arabo ma per il vostro stesso bene e per quello dello Stato ebraico.
Una simile posizione è nuova per gli Stati Uniti e se non resterà un mero proclama ma sarà seguita da una decisa pressione politica su Israele proverà al mondo intero che l’America è una vera amica dello Stato ebraico e ha a cuore non solo la sua sicurezza ma anche il suo futuro e i suoi veri ideali. I veri amici non si limitano a dispensare parole di lusinga e di adulazione ma sanno anche muovere rimproveri. Nella storia dei rapporti tra i popoli in epoca moderna un capitolo speciale sarà dedicato alle incredibili relazioni tra gli Stati Uniti e Israele.

L’ex segretario di Stato Henry Kissinger li definì «profondamente emotivi, laddove gli interessi strategici comuni non sono che una patina esterna dallo scarso significato». Per la maggior parte dei cittadini statunitensi lo Stato di Israele non è solo un’espressione di riscatto e di consolazione per la Shoah degli ebrei durante la seconda guerra mondiale (una tragedia che gli Stati Uniti tardarono a capire e nella quale non intervenirono, specialmente negli Anni 30 quando profughi ebrei dalla Germania e dall’Europa in fuga dalle persecuzioni naziste bussarono inutilmente alle loro porte).

Per molti cittadini statunitensi, soprattutto per i numerosi cristiani, lo Stato di Israele è la concretizzazione di un ideale religioso come lo fu per i primi abitanti degli Stati Uniti l’emigrazione in quel Paese, quando parvero voltare le spalle alla loro storia e alle loro origini europee per riconoscersi nel mito della cristianità e della Bibbia dando alle loro nuove città nomi di luoghi dell’antica terra biblica: Sion, Betlemme, Hebron ecc.
Anche il regime democratico israeliano è un elemento importante nell’amicizia tra Israele e gli Stati Uniti. Quando lo Stato ebraico fu fondato dopo la seconda guerra mondiale nel mondo vi erano solo una trentina di vere democrazie e la lotta ideologica per la supremazia e la moralità dei regimi democratici rispetto a quelli totalitari era importantissima agli occhi degli americani. Un Israele democratico che combatteva con successo per la sua sopravvivenza era quindi una prova rilevante e preziosa della validità dell’ideale democratico e giustificava l’ingerenza, motivata o meno, dell’America nel mondo.
I leader israeliani perciò, anziché sottolineare ancora una volta dinanzi agli americani l’importanza di un’alleanza strategico-militare con Israele, farebbero meglio a prestare ascolto al nuovo tono di fermezza morale con il quale si rivolgono a noi dicendo: se vi concentrerete sul vero ideale di un Israele democratico ed ebraico piuttosto che accanirvi inutilmente sulle poche terre rimaste in mano ai palestinesi, capirete che la nostra rabbia nasce da sentimenti di vero affetto e di amicizia. (AVRAHAM B. YEHOSHUA)

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Violenti tafferugli tra manifestanti e palestinesi si sono registrati a Gerusalemme e in prossimità delle frontiere con la Cisgiordania nella «Giornata della rabbia» (il 16 marzo scorso), la mobilitazione organizzata dopo la costruzione di una sinagoga nella parte est della capitale israeliana, considerata una provocazione (Afp)

Gerusalemme

L’ OMBRA DI UNA TERZA INTIFADA PALESTINESE

di Antonio Ferrari, da “il Corriere della Sera” del 17/3/2010l’ Ombra di una Terza Intifada sulle Tensioni tra Israele e Usa

La grave crisi diplomatica fra Israele e Stati Uniti si è materializzata con fragore nel momento peggiore, e rischia di avere conseguenze più serie di tutte le dispute (tante in verità) che l’ hanno preceduta, negli ultimi 35 anni. È il momento peggiore perché la rabbia palestinese, esplosa alla vigilia di un teorico negoziato, si coniuga pericolosamente con tutti i paradossi e le tensioni della regione.

L’ ombra sinistra di una terza intifada sta già comparendo all’orizzonte. C’è da chiedersi perché il premier Benjamin Netaniahu abbia irritato Washington al punto da consentire alla crisi diplomatica di diventare l’aggiuntivo detonatore di nuovi conflitti. Le risposte sono legate alle tante (troppe) anomalie del suo governo. Nato male e cresciuto senza strategia, se non quella di essere prigioniero di tutti i componenti della coalizione. Vediamole, queste anomalie: la più clamorosa è che Bibi non ha vinto le elezioni dell’anno scorso.

È arrivato dietro a Tzipi Livni e al suo Kadima, però ha subito dichiarato di essere l’unico ad avere i numeri per fare il governo; per garantirseli, ha dovuto cedere posti e garantire promesse all’estrema destra del suo partito – il Likud -, agli oltranzisti di Avigdor Lieberman e ai religiosi; è vero che ha cercato un po’ d’ equilibrio affidando al laburista Ehud Barak il ministero della Difesa, ma tenere unita l’eterogenea compagine era, ed è, un esercizio acrobatico senza rete di protezione. Un’altra anomalia è che Netaniahu, noto per il suo ego smisurato, è convinto di poter manovrare tutti: i palestinesi moderati e probabilmente anche gli amici americani, che stavano cercando di riavviare il negoziato.

Le demolizioni delle case arabe a Gerusalemme Est e il piano per la costruzione di 1600 alloggi per giovani ebrei sono notizie mortali per il presidente dell’ Anp Abu Mazen (che Bibi diceva di voler aiutare); allontanano l’inviato di Obama, il frustrato George Mitchell; e fanno gridare all’«insulto» il segretario di Stato Hillary Clinton, che era ritenuta più sensibile ai desiderata dell’ alleato israeliano del presidente Barack Obama.

Ora, se Bibi insiste sulla linea dell’intransigenza per non irritare i suoi sostenitori estremisti e non fa almeno un gesto conciliatorio e significativo, il suo previsto viaggio negli Usa, fra qualche settimana, non sarà certo una passeggiata. Il premier sa che in questa partita si gioca anche la tenuta del suo governo, sempre meno credibile, ed è a rischio la sua stessa poltrona. Nel frattempo la violenza può riesplodere, raccordandosi con l’incubo rappresentato dall’Iran e dal suo nucleare. (Antonio Ferrari)

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COLONIE, CONTRO ISRAELE LA RABBIA USA

di Angelo Aquaro, da “la Repubblica” del 15/3/2010

NEW YORK – Lo schiaffo è stato così forte che alla fine il premier Benjamin Netanyahu ha cercato di metterci un po’ di balsamo. «C’è stato uno spiacevole incidente che è stato fatto in tutta innocenza ma che ha ferito: non sarebbe dovuto succedere». Peccato che dietro il balsamo e le carezze rispunti il pugno.

«Israele e Stati Uniti hanno interessi comuni. Ma noi continueremo ad agire secondo i nostri interessi vitali». I nuovi insediamenti a Gerusalemme Est sono dunque tra gli interessi vitali di Israele? Ormai non è più questione di contenuto: ma di forma. L’ annuncio delle nuove costruzioni è arrivato proprio mentre l’ uomo delegato da Barack Obama a occuparsi del rompicapo mediorientale, il vice Joe Biden, era in missione in Israele.

L’ incidente ha già provocato una focosa telefonata (43 minuti) di Hillary Clinton a Netanyahu: il segretario di Stato ha definito l’annuncio un’ “offesa” agli Stati Uniti. E ieri il consigliere di Barack, David Axelrod, è ripartito da quel concetto ed è andato oltre: «La costruzione di 1600 nuovi insediamenti nella parte araba della città è una provocazione che mina il processo di pace». Dice il Wall Street Journal che lo stesso Obama è “furioso”. Che figura per l’ amministrazione.

Biden in visita aveva parlato di «occasione di pace» tra israeliani e palestinesi. Ma i titoli sparati dalla Fox, la tv di Rupert Murdoch nemica dichiarata di Barack, dicono meglio di tanti editoriali: «Biden vede nella sua visita un’ occasione di pace, Nethanyau l’occasione di annunciare nuovi insediamenti». Ieri Axelrod ha parlato di «mossa molto distruttiva», «calcolata per minare» il processo di pace.

Dette proprio da lui, che con Rahm Emanuel (di cui è anche testimone di nozze, rito ebraico) è il funzionario più orgoglioso della sua identità ebraica, sono parole che pesano ancora di più: «Proprio perché Israele è un alleato speciale degli Usa non è questo il modo giusto di comportarsi». E’ toccato a Robert Gibbs prendere atto delle timide scuse di Netanyahu. È una «buona partenza» per ristabilire il rapporto di fiducia: «Ma una partenza ancora migliore» ha aggiunto il portavoce della Casa Bianca «sarebbe sedersi a un tavolo e discutere».

Gli Usa sperano di rilanciare il processo di pace con dei colloqui indiretti. Ma i palestinesi dicono che se Israele non cede sui territori loro non ci staranno. Lo schiaffo agli Usa è una ferita che brucia. Ieri sul New York Times Thomas Friedman, il Premio Pulitzer che in Medioriente ha trascorso una vita e oggi è uno dei consigliere ufficiosi di Barack, diceva che Biden avrebbe dovuto prendere il cappello e andarsene di fronte all’annuncio. Ma il punto ora è: Israele si fermerà o no? Netanyahu non ha dato alcuna indicazione.

Ma Haaretz scrive che dopo l’indiavolata telefonata di Hillary il comitato di pianificazione degli insediamenti di Gerusalemme ha annullato due incontri annunciati per questa settimana. Un segnale forse più forte delle parole che Bibi non ha detto

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TORNANO I RAZZI SU ISRAELE, UN MORTO NEL GIORNO DELLA VISITA DI LADY ASHTON

da “la Stampa.it” del 18/3/2010

Obama al lavoro su un documento da sottoporre a parti. Sale la tensione

WASHINGTON. Gli Stati Uniti, alla vigilia di una cruciale riunione del Quartetto a Mosca, stanno cercando nuove strade per riportare i colloqui di pace tra israeliani e palestinesi su un terreno che offra qualche speranza di progresso.
Per sbloccare la situazione, dopo un anno di stallo, l’amministrazione Obama sta considerando – ha rivelato oggi il New York Times – un’idea che finora gli Usa avevano respinto come la peste: proporre alle due parti un documento elaborato dagli Stati Uniti come base del rilancio dei colloqui. Un’ipotesi esclusa negli ultimi anni dalla diplomazia Usa, dopo il fallimento della mediazione del presidente Bill Clinton nel luglio 2000.

Il cambiamento di strategia sarebbe innescato dalla constatazione che i colloqui navetta dell’inviato speciale per il Medio Oriente George Mitchell non hanno dato finora risultati concreti.
L’amministrazione Obama ha analizzato per mesi i vantaggi e gli svantaggi di presentare alle due parti una suo documento ed è apparsa preoccupata di evitare l’accusa di voler imporre la propria soluzione al conflitto tra israeliani e palestinesi. «L’attuale situazione di status quo appare difficile da superare – ha detto un funzionario della Casa Bianca al New York Times – Non ci sta portando da alcuna parte e occorre pensare qualcosa di diverso».

Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, rispondendo oggi ad una domanda su questo tema, ha detto comunque che l’amministrazione Obama resta per il momento «concentrata» sulla ripresa dei colloqui indiretti tra le due parti. Gibbs ha sottolineato l’importanza che le due parti evitino in questa delicata fase azioni che possano «minare la fiducia» e danneggiare quindi la ripresa dei colloqui.
Il presidente Barack Obama ha detto ieri, in una intervista alla Fox, che i rapporti tra Stati Uniti e Israele «non sono in crisi».

Ma ha sottolineato che l’annuncio fatto dalle autorità israeliane circa la decisione di costruire 1.600 nuove abitazioni a Gerusalemme Est – giunto proprio durante una visita nella regione del vice-presidente americano Joe Biden – ha creato una atmosfera negativa. Una burrascosa telefonata del segretario di stato Hillary Clinton al premier israeliano Benjamin Netanyahu, chiedendo una immediata retromarcia sulla questione della case ed altri segnali positivi, è stata seguita dalla decisione di cancellare una nuova missione nella regione dell’inviato speciale per il Medio Oriente George Mitchell, programmata prima della riunione del Quartetto a Mosca. Mitchell si recherà adesso nella regione dopo l’incontro del Quartetto, che domani pubblicherà sicuramente un nuovo documento di condanna della iniziativa israeliana sulle abitazioni.
Intanto la morte di un bracciante immigrato dalla Thailandia, ucciso in un kibbutz nel sud di Israele da un razzo Qassam scagliato dalla Striscia di Gaza, ha macchiato oggi di sangue la visita nella roccaforte palestinese dagli integralisti di Hamas del nuovo ministro degli Esteri dell’Ue, Catherine Ashton.

E ha proiettato ulteriori elementi di pessimismo sui tentativi di rilancio del processo di pace in Medio Oriente, già perturbati dalle reazioni ai progetti edilizi israeliani a Gerusalemme est. Il razzo, sparato a metà mattina, proprio mentre Ashton si apprestava a raggiungere la Striscia da Israele, è esploso pochi chilometri al di là del confine, nel kibbutz di Nativ Hasara, ferendo mortalmente un thailandese che in quel momento era al lavoro nei campi.

L’attacco – il primo mortale dopo la fine dell’offensiva israeliana Piombo Fuso, scatenata da Israele oltre un anno fa nella Striscia di Gaza in risposta ai lanci ricorrenti di Qassam e proiettili di mortaio da parte di miliziani islamici – è stato rivendicato a stretto giro di posta da una firma finora poco nota: quella di Ansar al-Sunna, gruppo salafita ispirato ad Al Qaida che contesta Hamas da posizioni ancor più oltranziste.
«È la risposta jihadista all’aggressione sionista contro la moschea Al-Aqsa, il nostro popolo e i luoghi santi di Gerusalemme», è stato scritto in un breve messaggio che prova evidentemente a cavalcare le tensioni dei giorni scorsi e spiega la recrudescenza di attacchi nelle ultimissime ore.

Attacchi cui il governo israeliano ha reagito promettendo sostegno alla famiglia dell’immigrato ucciso. Ma non senza annunciare rappresaglie. «Oggi – ha avvertito il vicepremier Silvan Shalom – è stata oltrepassata una linea rossa, la nostra risposta sarà appropriata».

L’episodio ha finito per condizionare inevitabilmente anche la visita di Ashton: un evento eccezionale per la Striscia di Gaza dove da diversi mesi mancava la presenza di un alto esponente della comunità internazionale.

Visita di carattere umanitario, durante la quale l’emissaria di Bruxelles non ha avuto alcun contatto ufficiale con rappresentanti di Hamas, ma ha visitato un campo profughi, una scuola, un centro di distribuzione di aiuti umanitari sovvenzionato da Ue e Onu e si è impegnata a «portare domani a Mosca, sul tavolo della riunione del Quartetto, il tema delle sofferenze della popolazione civile» di Gaza.

«Condanno con fermezza ogni atto di violenza», ha dichiarato invece a proposito del fatto di sangue della mattinata, indicando «la necessità di trovare soluzioni pacifiche ai tanti problemi aperti».

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Il Quartetto: “Due popoli, due Stati”. Ma la proposta fa infuriare Israele

da “la Stampa.it” del 19/3/2010

Usa, Europa, Onu, Russia: «Stop agli insediamenti» – La reazione di Lieberman: «Così si allontana l’accordo di pace»

Israele deve congelare tutte le attività di colonizzazione: è questa la ferma richiesta del “Quartetto per il medio oriente” (Russia, Usa, Ue, Onu) riunito oggi a Mosca per cercare una soluzione alla crisi di questi giorni. Il Quartetto ha anche auspicato che i negoziati portino entro due anni alla creazione di uno stato palestinese indipendente.
In una dichiarazione al termine della seduta, i capi degli esteri di Usa, Hillary Clinton, della Russia, Serghiei Lavrov, l’alta rappresentante della politica estera e di sicurezza dell’Ue, Catherine Ashton e il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon, hanno espresso «profonda preoccupazione» per il deterioramento in atto a Gaza e hanno auspicato che «i colloqui debbano condurre a una soluzione negoziata tra le parti (Israele e l’Autorità palestinese, ndr) entro 24 mesi». Questa soluzione deve «mettere fine all’occupazione cominciata nel 1967 e avere per effetto la creazione di uno stato palestinese indipendente, democratico e vivibile, che viva in pace e sicurezza accanto a Israele e ai suoi vicini».
Il Quartetto «esorta il governo israeliano a congelare tutte le attività di colonizzazione, comprese quelle destinate all’incremento demografico naturale, a smantellare tutti gli avamposti costruiti dopo il marzo 2001 e ad astenersi dal procedere con le demolizioni e le espulsioni da Gerusalemme est».
La ferma condanna del Quartetto è stata letta a nome di tutti da Ban Ki-Moon: la signora Clinton comunque ha tenuto a sottolineare con i giornalisti, a margine della mattinata, che le relazioni americane con Israele restano «profonde, solide e durature». Ma il monito rivolto alla politica del presidente israeliano Benjamin Netanyau è fermo, con grande soddisfazione dell’Autorità palestinese, che attraverso il suo negoziatore Saeb Erekat si è felicitato con il Quartetto, augurandosi, inoltre, «la creazione da parte del Quartetto di un sistema di sorveglianza per assicurarci che Israele metta fine a qualsiasi attività di colonizzazione».
Molto critica, al contrario, la reazione del ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, che, a Bruxelles per incontrare i leader europei, afferma che la dichiarazione del Quartetto rappresenta un duro colpo al processo di pace nella regione e che ignora i tentativi per la pace fatti dallo Stato ebraico in sedici anni. «Non si può imporre la pace in maniera artificiale» ha dichiarato il ministro israeliano degli esteri «fissando scadenze irreali».

da "il Gazzettino.it"

Secondo Lieberman dichiarazioni come quella espressa oggi dal Quartetto «allontanano la possibilità di raggiungere un vero accordo fra Israele e i palestinesi, in quanto danno ai palestinesi la sensazione errata che “trascinando i piedi” e rifiutandosi di riprendere i negoziati adducendo pretesti arriveranno egualmente al loro obiettivo».

Intanto continua a essere alta la tensione nei territori della striscia di Gaza, ieri un razzo Qassam sparato dalla Striscia di Gaza ha ucciso un agricoltore 30enne originario della Thailandia che lavorava in un kibbutz situato nei pressi del confine tra Israele e il territorio costiero palestinese controllato da Hamas.

E Israele, nella notte, ha compiuto diversi raid di ritorsione, bombardando un’officina metallurgica a Gaza, tre tunnel per il contrabbando di armi al confine tra la Striscia e l’Egitto e due campi aperti: due palestinesi sono rimasti feriti. Dopo gli scontri tra forze dell’ordine israeliane e manifestanti palestinesi dei giorni scorsi – in occasione dell’inaugurazione della sinagoga di Hurva -, anche per oggi resta in stato d’allerta la forza di polizia israeliana dispiegata a Gerusalemme est, dove si temono nuovi disordini in occasione del venerdì di preghiera. Le autorità locali hanno confermato anche per questa mattina le restrizioni imposte all’accesso nei luoghi santi della Città vecchia.

………….

INTERVISTA A DESMOND TUTU, NOBEL PER LA PACE

“GAZA DERUBATA DEL FUTURO. IL MONDO ROMPA IL SILENZIO”

di Umberto De Giovannangeli, da “l’Unità” del 28/12/2009

Il Nobel per la pace: “Dopo più di un anno dalla guerra lanciata da Israele, tra i palestinesi è forte il senso di ingiustizia. Compiuto un crimine contro l`umanità”

“Lei mi chiede cosa ne è della gente di Gaza un anno dopo l`inizio di quella terribile guerra. La risposta è angosciante: è rimasto il dolore, è rimasta la rabbia, la percezione di un`assenza di futuro. Sono rimasti gli sguardi persi nel vuoto, dei bambini di Gaza, a cui è stata rubata l`infanzia. Un anno dopo è rimasto ed anzi si è ancor più rafforzato il senso di ingiustizia unito alla presa d`atto del silenzio complice con cui i leader mondiali hanno continuato ad avallare quello che era e rimane un crimine contro l`umanità”.

Gaza, un anno dopo l`inizio dell`operazione Piombo Fuso: l`Unità ne parla con l`arcivescovo Desmond Tutu, Premio Nobel per Pace, l`uomo che assieme a Nelson Mandela ha simboleggiato agli occhi del mondo la lotta al regime dell`apartheid in Sudafrica.

«Oggi come ieri – sottolinea Desmond Tutu – mi sento di rivolgere lo stesso appello, lo stesso monito, ai Grandi della Terra come all`ultimo degli umili dotato di una coscienza civile: se rimanete neutrali in una situazione di ingiustizia, come quella patita dalla gente di Gaza, avete scelto la parte dell`oppressore».

Sostenitore della disobbedienza civile e della resistenza non violenta, l`arcivescovo sudafricano denuncia l`arresto operato dall`esercito israeliano di Abdallah Abu Rahma, coordinatore del Comitato Popolare di Bil`in contro il Muro e gli insediamenti, protagonista di una campagna di cinque anni di protesta non violenta e la sfida legale contro il muro che separa Israele dalla Cisgiordania.

«Ho incontrato Abu Rahma in agosto, quando ho avuto occasione di visitare Bil`in, – racconta Tutu – Sono rimasto impressionato dal suo impegno per la pacifica azione politica, e il suo successo nel mettere in discussione il Muro che separa ingiustamente il popolo di Bil`in dalle loro terre e le loro alberi di olivo. Mi appello alle autorità israeliane affinché liberino Abu Rahma immediatamente e senza condizioni».

«L`arresto di Abu Rahma – insiste il Nobel per la Pace – e le accuse che gli sono state rivolte sono parte di una escalation condotta dai militari israeliani per cercare di spezzare lo spirito del popolo di Bil`in. Ma devono rendersi conto che non può spezzare lo spirito di coloro che lottano per la libertà e la giustizia».

Gli attivisti di Bil`in, incalza Tutu, «mi hanno riportato alla mente Gandhi, che era riuscito a rovesciare il dominio britannico con mezzi non violenti, e Martin Luther King, che aveva ripreso la lotta di una donna nera che era troppo stanca di dover andare sul retro di un autobus segregazionista».

Lo scorso agosto Desmond Tutu è stato insignito da Barack Obama della Presidential Medal of Freedom, la massima onorificenza civile degli Stati Uniti che viene consegnata ogni anno a cittadini americani e stranieri.

Quindici mesi fa Israele scatenava l`offensiva militare contro Gaza. Cosa è cambiato a un anno di distanza?

«Se qualcosa è cambiato, è cambiato in peggio. Gaza resta una prigione a cielo aperto, isolata dal resto del mondo. Una prigione in cui sono rinchiusi quasi un milione e mezzo di palestinesi, in maggioranza bambini, adolescenti, donne. Di quali colpe si sono macchiati per subire questa condanna? Nella tragedia di Gaza si rispecchia l`ignavia e il silenzio complice di quanti potrebbero fare e non fanno. Di fronte ad una situazione di palese ingiustizia non si può essere neutrali. Perché ciò significa sostenere l`oppressore».

Israele aveva giustificato l`azione militare come esercizio di autodifesa dal lancio dei razzi Qassam contro Sderot e le città frontaliere.

«Da mesi quei lanci si sono fermati ma l`embargo contro Gaza e la sua gente continua. Il diritto di difesa non contempla punizioni collettive e il coinvolgimento della popolazione civile in operazioni di guerra.

Non va dimenticato che la maggioranza dei palestinesi morti o feriti nell`operazione Piombo Fuso erano civili. Civili inermi. A Gaza sono stati commessi crimini di guerra che attendono ancora di essere sanzionati.

Un anno dopo, Gaza è ancora in atto una tragedia umanitaria di fronte alla quale il mondo non può continuare a chiudere gli occhi. Perché se la verità fa male, il silenzio uccide».

In un recente colloquio con l`Unità, il direttore generale dell`Unrwa (l`agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi) John Ging nel raccontare la tragedia di Gaza ha posto l`accento sulla devastazione psicologica, oltre che su quella materiale, che colpisce soprattutto i ragazzi di Gaza.

«Mi ritrovo totalmente nelle considerazioni di Ging, una persona straordinaria per l`umanità e la dedizione di cui ha dato prova anche in quei terribili giorni di guerra. Anche io, visitando Gaza, sono rimasto colpito, scioccato, dall`assenza di speranza, dalla disperazione, dalla certezza che le cose non potranno far altro che peggiorare che pervade i ragazzi di Gaza. Quei ragazzi non sanno più immaginare un futuro. E questa è una condizione inaccettabile, inumana. Alla quale non dobbiamo rassegnarci».

Lei ha chiesto a più riprese la liberazione di Gilad Shalit, il giovane caporale israeliano da oltre tre anni prigioniero a Gaza. I prossimi potrebbero essere giorni decisivi per la trattativa con Hamas.

«Sono vicino ai genitori del giovane soldato e prego con loro perché possano finalmente riabbracciare il loro ragazzo. E lo stesso spero che possano fare le famiglie degli oltre 8mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, diversi dei quali sono detenuti politici nel pieno senso del termine, membri del parlamento palestinese imprigionati senza processo.   Tra loro c`è gente innocente, come pure attivisti politici e dimostranti non violenti, come il mio buon amico Abu Rahma. Il buon esito della trattative non sarebbe solo un gesto umanitario di straordinaria valenza ma sarebbe anche prova di lungimiranza politica sia dei governanti israeliani sia dei dirigenti di Hamas. Un seme di speranza che va coltivato con amore e determinazione».

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