L’ITALIA a 150 anni dall’UNITA’: divisa tra un NORD ricco ma incerto su “quale sviluppo” presente e futuro, con lo scempio ambientale del suo territorio; e un SUD disastrato e parassita, che non è mai decollato (e la paura attuale del consolidarsi della nazione criminale)

Vignetta di ALTAN. "Per una volta, ladies and gentlemen, non allacciatevi le cinture. Don't fasten your seat belts. Si parte in treno, la Cenerentola dei trasporti. Si fa l'Italia in seconda classe, per linee dimenticate. Buttate dunque a mare duty free, gate, flight, hostess e check-in. Lasciate le salette business a parlamentari e commendatur. Questo è un viaggio hard, fatto di scambi, pulegge, turbocompressori e carbone. E noi lo faremo, anche a costo di farci sbattere da una squinternata vagona baldracca, un glorioso rudere che cigola e scoreggia sulla rete di ferro, in attesa di rottamazione. "In tasca, un'idea corsara. Percorrere 7480 chilometri, come la Transiberiana dagli Urali a Viadivostok. Una distanza leggendaria, un gomitolo lungo come l'Asia da srotolare dentro la Penisola. Non sappiamo ancora dove andremo e in quanto tempo consumeremo questo buono chilometrico che nessun biglietto può contenere. Sappiamo solo che il nostro è un conto alla rovescia che ci obbligherà a scendere al chilometro zero. Il treno, non l'aereo, ha fatto l'Italia. Un piccolo treno come questo che arranca tra praterie e fichi d'India. Siamo in ballo. Il viaggio comincia." PAOLO RUMIZ (dalla recensione de “L’ITALIA IN SECONDA CLASSE” di PAOLO RUMIZ – Feltrinelli, euro 12,00, con le vignette di ALTAN)

Abbiamo messo come immagini di questo articolo del blog “il treno”, per parlare dei 150 anni dell’unità d’Italia, ricorrenza che si sta approssimando (1861-2011). Perché il treno è un simbolo della conoscenza, del viaggio: quale miglior mezzo per girare l’Italia e vedere i suoi paesaggi? (integri o disastrati)…   Ma qui vogliamo parlare in particolare di come questa ricorrenza, che sembra si voglia in qualche modo festeggiare (ma nessuno sa bene come), nell’imbarazzo generale, sta invece, nei pochi che cercano di dire qualcosa, ponendo quesiti assai attuali, con problematiche dalle quali bisogna al più presto venirne a capo, cioè trovare soluzioni adatte. Tradurre il senso di quel processo storico-politico che ha portato all’unità (il Risorgimento) e di quel che è accaduto dopo nei successivi 150 anni: tutto questo sta (inaspettatamente) facendo capire “cosa siamo” come Italia, e “dove stiamo andando” (verrebbe da dire, e lo potete desumere dagli articoli che vi proponiamo qui, “dove rischiamo disastrosamente di andare a finire”).

E la forse abusata metafora del Titanic sembra ben adattarsi al contesto: mentre i passeggeri della nave parlano, discutono, si divertono, ballano e vivono affaccendati nelle loro cose personali, la grande nave affonda. Nasce così, seppur lentamente, la cognizione del percorso della nostra storia italica, vista con analisi critica: si scopre così che ci sono stati due Risorgimenti: uno (che ha vinto) che voleva la semplice annessione dei vari territori regionali alla Stato sabaudo; l’altro, soccombente, più idealista e politicamente meditato, che voleva preservare le differenze creando uno stato federativo; un modo di “essere Stato” rivoluzionario nel confrontarsi con le allora ottocentesche becere nazioni, grandi potenze imperiali, europee.

Il programma complessivo di RFI S.p.A. prevede di avere in Italia oltre 1.250 chilometri di linee ferroviarie AV-AC (cioè “Alta Velocità – Alta Capacità”). La rete disegnerà una "grande T" (che si vede in blu nell’immagine) che comprende: 1) la "trasversale" Torino-Trieste (che fa parte dell'"Asse ferroviario 6" della Rete ferroviaria convenzionale trans-europea TEN-T e del Corridoio paneuropeo V); 2) la "dorsale" Milano-Salerno (che fa parte dell'"Asse ferroviario 1" della Rete ferroviaria convenzionale trans-europea TEN-T; 3) il "terzo valico dei Giovi" Tortona/Novi Ligure-Genova. 4) l'ammodernamento dei relativi nodi urbani e la costruzione di nuove stazioni dedicate; 5) le interconnessioni con la rete europea al nord. Da dicembre 2009 la linea Torino-Milano-Salerno (considerata preminente rispetto alla Milano-Trieste e al terzo valico dei Giovi) è interamente percorribile. (dati e immagine ripresa da http://it.wikipedia.org/wiki/Rete_Ferroviaria_Italiana ) - IL PROBLEMA VERO è lo stato di alta precarietà delle reti locali (delegate alle Regioni) fatte di spostamenti quotidiani di pendolari, lasciate per lo più in uno stato di quasi abbandono perché non redditizie (qui si pone il problema dell’investimento politico, e finanziario, che nei prossimi anni si vorrà fare del trasporto su rotaia delle persone e delle merci)

E l’Unità italiana incentrata invece su un “modello Centro-Nord” di sviluppo e benessere (concretizzatosi a partire dagli ultimi 50 anni), e al Sud da un meridionalismo assistenziale… questa realtà è ora però più che mai in crisi. Con una trasformazione in qualcos’altro non ancora ben chiara, ma che qualcuno intravede come un pericolo del diffondersi (dal Sud verso il Nord) di uno “Stata criminale”, illegale, cioè controllato (per l’economia, la finanza, la politica…) dalle mafie e consorterie. Un Nord che ha perduto il suo progetto industriale (manifatturiero), modello cancellato dalla globalizzazione mondiale; e un Sud ancor di più sottosviluppato, parassita e incapace di dare elementi di qualità alla propria popolazione, comunque sempre terra di emigrazione (ora in particolare intellettuale, di giovani che vanno verso il settentrione, drenando come sempre le migliori risorse umane a vantaggio del nord, e lasciando sguarnite di capacità intellettuali notevoli la propria terra).

Qui vi proponiamo anche, a proposito delle disuguaglianze economiche e culturali tra nord e sud, la recensione di Francesco Jori su un libro uscito da poco di un sociologo, Luca Ricolfi, “Il sacco del nord” (ed. Guerini) dove si parla e si dimostra come risorse economiche e finanziarie (valutabili a 50miliardi di euro l’anno) vengono drenate, perdute, da alcune regioni italiane (Lombardia, Veneto, Emilia e Piemonte) per essere assorbite quasi per intero (40miliardi) da altre regioni, che sono Sicilia, Sardegna, Calabria, Basilicata, Molise (ma fa sensazione che anche regioni non del sud, come Liguria ed Umbria, ricevano molto senza dare granché).

Una speranza su tutto questo, di riequilibrio della differenza Nord-Sud, viene dal processo di FEDERALISMO (a partire da quello FISCALE), dove nell’arco di tempi stabiliti, si vorrebbe che tutte le regioni, nel loro erogare servizi ai cittadini, venissero ad avere, con pari efficienza, una spesa usuale, dei cosiddetti COSTI STANDARD da rispettare, in modo che non ci siano sperequazioni.

Insomma l’occasione di parlare dei 150 anni di unità d’Italia si sta trasformando a poco a poco in un’occasione di parlare di “Nord-Sud”, dell’incapacità di mantenere per il nostro Paese  uno sviluppo autorevole nel grande processo di globalizzazzione che è in corso; della possibilità di un declino, peraltro già in corso. Una politica nuova e forte del Sud (che diventi sempre più mediterranea, oltre che europea) sta diventando la priorità vera anche del Nord, per evitare la decadenza complessiva del Pease Italia. E dall’altra le grandi riforme istituzionali che nessuno vuol attuare, difendendo le proprie rendite di posizione: viene in mente la battaglia di noi geografi per ridurre le istituzioni dei Comuni, come realtà burocratiche da 8.000 a non più di 1.000 (si riuscirà?).  

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VIAGGIO ATTRAVERSO IL PAESE (150 ANNI DOPO)

NOI ITALIANI SENZA MEMORIA

di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, da “il Corriere della Sera” del 12/2/2010

Era questo il Paese che sognavano Ernesto, Luigi, Enrico e Giovanni Cairoli e tutti gli altri ragazzi morti perché noi italiani stessimo insieme? E’ questa l’«Italia redenta, pura di ogni macchia di servitù e di ogni sozzura d’egoismo e corruzione» che immaginava Mazzini nella lettera alla madre Adelaide («Voi che li avete veduti sparire a uno a uno…») dove si diceva certo che la memoria di quei fratelli sarebbe rimasta in eterno «simbolo a tutti del dolore che redime e santifica»?

Mah… Centocinquanta anni dopo, il nostro è uno strano Paese che non conosciamo bene. Un Paese che, lasciandosi alle spalle secoli di povertà, violenza e degrado che ancora a metà dell’Ottocento spinsero Charles Dickens a scrivere pagine cupe in Visioni d’ Italia, ha vissuto tra mille contraddizioni decenni di recupero e sviluppo fino al formidabile boom che ci portò ai primissimi posti nel mondo.

Un Paese dai paesaggi bellissimi e insieme sfregiato da orrori urbanistici. Traboccante di intelligenze, ma il più delle volte sprecate. Ricco come nessun altro di opere e città d’arte ma incapace di sfruttare questo immenso patrimonio. Un Paese nel quale la burocrazia soffoca le imprese, dove le tasse sono fra le più alte del pianeta, dove la classe dirigente, anziana e aggrappata al potere, ostacola il ricambio. E dove il razzismo strisciante avvilisce la nostra storia di emigranti.

Un Paese pieno di energia ma anche impaurito, capace di straordinari slanci di solidarietà come dopo il terremoto a l’ Aquila ma anche esposto alle tentazioni di barricarsi, dal Nord al Sud, in egoismi sovente gretti e suicidi che rischiano di portare alla disgregazione. Un Paese spaesato. Che fa sempre più fatica a riconoscere le ragioni dello stare insieme.

Che giorno dopo giorno, liberandosi di certe forzature retoriche sabaude e poi fasciste che avevano impomatato una certa idea di patria («Ed essa faremo co’ petti, co’ carmi / superba nell’ arti, temuta nell’ armi / regina nell’ opre del divo pensier») sembra aver buttato via l’ unica epopea che aveva. Quella del Risorgimento.

Il grande romanzo culturale, militare e sociale (pieno di colpi di scena e avventure umane e tradimenti e slanci ideali e lutti e pathos ed errori e leggendari esempi di dedizione) che altri avrebbero sbandierato con l’ orgoglio di chi mostra la storia di terre e genti divise da secoli che in pochi anni sanno diventare una nazione.    Dove va un Paese che non ama la propria storia? Un Paese timoroso del suo futuro e infastidito quasi dal suo passato, come dimostrano le incertezze e le insofferenze nella programmazione del Centocinquantenario? (….) (Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo)

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In merito a due libri-saggi sull’unità d’Italia dopo 150 anni:

– BELLA E PERDUTA (L’ITALIA DEL RISORGIMENTO) di Lucio Villari

– UN PAESE TROPPO LUNGO – L’UNITA’ NAZIONALE IN PERICOLO” di Giorgio Ruffolo

TORNA L’ITALIA DI METTERNICH

di Federico Orlando, dal quotidiano “Europa” del 16/2/2010

L’unità ce l’abbiamo da 150 anni. Ma da più di 150 anni abbiamo anche – vedi il monito di Napolitano ai Lincei sui giudizi «sommari e volgari » contro l’unità – le polemiche sul modo in cui si “sarebbe dovuta” realizzarla e sulle “conseguenze” che la soluzione del 1860-61 avrebbe avuto sugli italiani.

Esercitazioni pseudostoriche applicate alla politica. Si torna sempre all’originaria contrapposizione tra la minoranza sabaudoliberale, che vedeva nel regno piemontese e nello statuto di Carlo Alberto le sole forze reali per superare, nel contesto europeo del tempo, l’«espressione geografica» (Metternich); e l’altra minoranza democratico-repubblicana che avrebbe voluto fare l’Italia con la rivoluzione: in un’Europa di regimi assoluti, con la sola eccezione liberale dell’Inghilterra.
Così, nell’indifferenza della “zona grigia”, il Risorgimento fu accompagnato nel suo divenire da incontri e scontri tra il senso dello stato e il senso della nazione (splendido distinguo di Lucio Villari): il primo incarnato da Cavour e dalla sua concretezza politica, cioè il regno di Vittorio Emanuele II, il suo esercito, la sua diplomazia, le sue alleanze; l’altro incarnato da Mazzini e tradotto in leggenda da Garibaldi.

Una leggenda che concorse al risultato finale, la vittoria del senso cavouriano dello stato, degenerato, per la mediocrità dei governi successivi, in prevaricazione intellettuale e politica sul senso della nazione. Fu un bene, fu un male? Comunque, l’unità fu quel che le condizioni storiche resero unicamente e non altrimenti possibile. Ma è un fatto che nell’Italia unita si continuò a litigare più di prima: sia per le nostalgie e le delusioni della zona grigia (moltitudini contadine del sud, papalini e borbonici, caste che «avevano perso le livree dei precedenti regimi»), sia per la povertà di respiro e di lungimiranza con cui l’Italietta, secondo repubblicani, meridionalisti e contestatori della “conquista regia”, era stata fatta; e soprattutto per come quell’Italietta era andata a Roma, in punta di piedi, «senza un’idea universale» che tanto piaceva al romanticismo tedesco.

Insomma, l’Italia c’era, ma non era materia per una nuova Eneide. La scrissero tuttavia, ma indirettamente, Manzoni e Verdi, denunciando la condizione di servaggio della penisola sotto i viceregni stranieri, o cantando a strappalacrime il coro della patria si bella e perduta (che avrebbe dovuto essere fin dal 17 marzo 1861 l’inno nazionale, conferendo di colpo solennità al nuovo regime).

Oggi “Bella e perduta” (L’Italia del Risorgimento), Laterza, è il titolo che Lucio Villari, appassionato autore di storia contemporanea, dà alla sua opera (pag.344, euro18): che si svolge, come dicevamo, attorno alla preziosa dialettica fra senso dello stato e senso della nazione: che fa dell’autore non un crociano puro, ma gli fa vedere il Risorgimento come lo vide Croce, un’epopea e non un pressappoco: anche se non privo delle macchie che Croce invece non volle vedere, se non marginali.
Alla lirica della storiografica idealistica, si contrappose – ricorda l’economista Giorgio Ruffolo, socialista, già ministro dell’Ambiente e protagonista della politica di programmazione – la prosa di Gramsci: secondo il quale il Risorgimento fu rivoluzione agraria mancata.
C’era nelle masse rurali, secondo il padre del comunismo occidentale, un potenziale rivoluzionario, ignorato e ostacolato dal prevalere delle correnti moderate su quelle democratiche. Tesi che lo stesso Ruffolo non sembra disposto ad accettare fino in fondo, salvo che si voglia vedere l’esasperazione Nord-Sud come diretta conseguenza della mancata rivoluzione agraria.

Esasperazione Nord-Sud che Ruffolo percepisce non come la dinamite ma come il detonatore che può mettere a rischio l’Italia, “Un paese troppo lungoL’unità nazionale in pericolo”, come s’intitola il suo saggio (Einaudi, pag.34,euro 16,50). Non possiamo aggrovigliarci, ce ne manca lo spazio, nella questione delle responsabilità storiche di questo dualismo postrisorgimentale: fu lo stesso Gramsci – ricorda Villari – a concludere che forse il partito moderato vinse «perché rappresentò le effettive “forze soggettive” del Risorgimento»; mentre Garibaldi aveva dietro di sé «un Mezzogiorno sconosciuto agli italiani», un «vuoto politico e istituzionale ».

Quel vuoto – ci ricorda Ruffolo – è stato seriamente aggredito solo dopo la seconda guerra mondiale, grazie a una politica di interventi straordinari e di autopropulsione che per la prima volta aprì il Mezzogiorno alla vita economica e sociale moderna.

Ma o l’immensità del vuoto o la stanchezza della lunga attesa o la fiacchezza morale della classe politica succeduta a quella dei primi vent’anni repubblicani, hanno permesso al vuoto di sopraffare progressivamente il nuovo, ridestando le culture storiche negative del Sud (la dinamite): apatia, indifferenza, mafiosità, clientelismo, a-legalità, piccola corruzione diffusa diventata grande corruzione con l’aumento delle risorse da aggredire.

E la conseguente rivolta di chi, al Nord, immemore di antichi e nuovi protezionismi, assicurava tuttavia la maggior parte di quelle risorse. Eppure, dice Ruffolo, il rischio di decomposizione nazionale non è solo nel secessionismo leghista, facilitato dal berlusconiano «sgranamento privatistico» della società italiana; quanto la deriva criminale mafiosa (il detonatore) che lo sgranamento sociale assume al Sud.

In un rapporto a Clinton era stato previsto che «nel 2010 il mondo assisterà probabilmente alla nascita di nazioni criminali». Molte zone del mondo sono già sfuggite alla sovranità nazionale. Ruffolo propone una sua terapia d’urto per spezzare il doppio nodo criminale tra malapolitica regionalistica e mafia, e tra mafia e criminalità internazionale: creare una federazione italiana, dove lo Stato federale del Mezzogiorno abbia un governo come soggetto politico unitario, pari al governo del Nord.
Sarà il toccasana? Non sappiamo. Se però non ci si appaga di veder realizzata in questa proposta «la promessa federalista del Risorgimento» (che Ruffolo rimpiange, noi no), potrebbe esser questa la grande riforma costituzionale di cui ci si riempie la bocca. Salvo che, per farla, occorrerebbero una destra deberlusconizzata e una sinistra risvegliata, che per ora non esistono. (Federico Orlando)

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L’ UNITÀ NAZIONALE IN PERICOLO

di Giorgio Ruffolo, da “la Repubblica” del 9/9/2009

Altri grandi paesi europei non celebrano la loro unità. Per alcuni è troppo remota per avere un significato attuale. Altri come la Francia preferiscono celebrare il loro più grande conflitto storico: la rivoluzione. Tutti considerano l’unità come un fatto acquisito che non ha bisogno di essere celebrato.

Per noi non è così. Perciò finiremo per celebrarla controvoglia. Il fatto è che l’unità italiana è scarsamente sentita dagli italiani. Lo testimonia la svogliatezza con la quale l’ attuale governo, pur pressato dal Presidente della Repubblica, ha abbandonato le celebrazioni ormai prossime del centocinquantesimo anniversario alla fantasia burocratica e dissipatrice di Regioni e Comuni.

Né maggiore interesse è dimostrato dall’opposizione. Solo una minoranza politica, diciamo la verità, coltiva il mito del Risorgimento. Per la maggioranza Mazzini e Garibaldi fanno parte del folklore domestico, non certo di una salda coscienza patriottica. C’è anche chi, come un giovane e intelligente studente, addirittura se ne vergogna pubblicamente.

E in effetti ragioni, se non di vergogna, di grande perplessità non mancano sul modo in cui quell’unità fu raggiunta: tra l’ altro, in forme impreviste e persino indesiderate dai suoi protagonisti. Tra questi il suo massimo artefice, Cavour, l’aveva fin quasi al suo compimento definita una “sciocchezza” restando all’ipotesi del “Belgio grasso” al Nord e di un Regno del Mezzogiorno al Sud, con una mediazione pontificia al centro: il tutto nell’ ambito, al massimo, di una lasca confederazione.

È vero dunque che l’ unificazione politica del Paese fu il risultato di una conquista sabauda, non di una patriottica intesa. Se poi si vuole infierire, fu anche il risultato di umilianti sconfitte militari. Ma due cose non sono vere. La prima è che manchi all’unità del Paese la sua base storica. L’Italia si riconosce non solo nella pizza, nel gioco del pallone e nell’autocompiacenza amatoria, ma in una grande lingua e in una grandissima civiltà. La seconda è che il Risorgimento non fu soltanto conquista effimera e frutto di fortunose sconfitte. Fu anche movimento di popolo.

Ci fu certamente il Risorgimento freddo, ma ci fu anche un Risorgimento caldo, fiammeggiante nelle giornate di Milano e di Brescia, nella repubblica romana, nella resistenza di Venezia, nell’avventura garibaldina. Non soltanto. Contrapposto alla storia che inopinatamente si realizzò, il Risorgimento fu anche un grande disegno alternativo fallito ma ancora oggi carico di significato.

Fu il progetto di una Federazione nella quale le realtà storiche del Paese, così ricche di irriducibile “personalità”, costruissero, sulla base di una loro gelosa autonomia, una cangiante e meravigliosa unità. Questo era il grande disegno di Cattaneo, di Salvemini, di Dorso. Un federalismo unitario, come tutti gli autentici federalismi vittoriosi, da quello americano a quello svizzero a quello tedesco. Unitario e patriottico. Niente da spartire con un leghismo protezionistico, tendenzialmente separatista e desolantemente, caro ragazzo, bigotto.

Questo grande disegno alternativo risultò sconfitto con grave danno dell’intero Paese al quale veniva a mancare la dorsale di sostegno: l’integrazione tra il Nord e il Sud d’Italia. Ciò che ancora i “belgi” del Nord non hanno capito è la diversità sostanziale tra la questione meridionale e quella settentrionale. Quest’ultima è la sacrosanta espressione di interessi locali e di culture specifiche da tutelare. La prima invece è la colonna vertebrale dell’intero Paese. Ecco perché i grandi meridionalisti hanno sempre mantenuto le distanze da un sudismo becero: hanno parlato non a nome di Palermo e di Napoli, ma dell’Italia e dell’ Europa.

La prima vittima della soluzione unitaria-autoritaria è stato proprio il meridionalismo. All’ombra di quella la questione meridionale si è sbriciolata in una poltiglia di pretese locali; la classe politica si è decomposta in una serie di consorterie clientelari; il disegno dell’intervento straordinario, concepito inizialmente come grande progetto unitario di scala nazionale si è sminuzzato in una serie di interventi particolari esposti alle sollecitazioni e pressioni “private”.

La tremenda minaccia che si addensa oggi sul Mezzogiorno non è più, come Gramsci denunciava, l’asservimento del Sud agli interessi dominanti del Nord. La depressione politica del Mezzogiorno non si identifica più nel potere della classe agraria e nella sua alleanza subalterna con la borghesia industriale del Nord, ma nel potere di una borghesia mafiosa e nello scambio elettorale tra la garanzia politica che essa assicura al governo centrale e le risorse finanziarie che ne riceve e che gestisce come un gigantesco “pizzo” attraverso i governi locali.

La “tremenda minaccia” è che il governo di quelle risorse sfugga anche a quella intermediazione e cada direttamente nelle mani delle grandi reti della criminalità internazionale. Non accade già in certe regioni del Sud? Queste domande ripropongono a centocinquant’anni di distanza il problema dell’unità d’Italia. Non è mai troppo tardi. – GIORGIO RUFFOLO

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A PROPOSITO DEL LIBRO “IL SACCO DEL NORD” DI LUCA RICOLFI (ED. GUERINI ASSOCIATI)

INESORABILE SACCO DEL NORD

di Francesco Jori, da “Il Mattino di Padova” del 23/2/2010

Non c’è scampo per questa Italia: silenziosamente, la stanno mettendo a sacco giorno dietro giorno. E nessuno che se ne preoccupi al punto da occuparsene sul serio; nessuno, almeno, tra quella classe dirigente il cui obiettivo primario è preservare sè stessa a spese della collettività.

Lo segnalano tante cose: a cominciare dal virus mai vinto delle tangenti associato al banchetto sempre imbandito degli appalti. Ma anche tanti piccoli misteri quotidiani: per esempio che nella sanità pubblica del Sud un cerotto costi 200 volte in più di quanto accade al Nord; o che in Sicilia ci sia un forestale ogni 12 ettari, in Friuli-Venezia Giulia uno ogni 7mila; o che per bruciare i rifiuti a Roma ci vogliano due volte e mezzo i soldi di Brescia (276 euro l’anno per una famiglia di tre persone in un appartamento di 80 metri quadri, contro 112).

Oppure, molto più semplicemente, basta leggere l’ultimo libro di Luca Ricolfi “Il sacco del Nord”, edito da Guerini associati. Dove alla fine l’autore tiene aperta una porticina a una remota possibilità di riscatto; ma il carico di dati negativi di tutte le pagine precedenti è tale da ammazzare ogni speranza.

Ricolfi è sociologo di sinistra, tutt’altro che leghista; ma è dei pochi intellettuali critici e non allineati alle mode o al potere che ci restino nel Paese degli opportunisti di professione. E spiega chiaro e tondo, snocciolando numeri inoppugnabili, che una parte consistente d’Italia campa a spese e sulle spalle di una minoranza.

Non la classica contrapposizione Nord-Sud, ma una realtà più articolata e complessa: in particolare, ci sono sei regioni che sono vittime di una vera e propria spoliazione; e sono la Lombardia, il Veneto, il Piemonte, l’Emilia, la Toscana e le Marche. E comunque, guardando al quadro complessivo, c’è un Nord che ogni anno viene privato di un ammontare di risorse pari a una cinquantina di miliardi di euro l’anno, e un Sud che ne drena una quarantina.

In testa alla graduatoria dei territori virtuosi ci sono Lombardia, Veneto, Emilia e Piemonte, che evadono, sprecano e spendono meno della media nazionale; all’altro estremo figurano Sardegna, Sicilia, Calabria, Basilicata, Molise, ma anche Liguria e Umbria, tutte sopra la media. Le altre due regioni del Nordest, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, spendono bene ma spendono troppo.

Con questi chiari, anzi scuri di luna, cosa ci si può aspettare specie alla luce del federalismo prossimo venturo?  C’è una tremula speranza, suggerisce Ricolfi: che il ceto politico si renda conto che l’unica possibilità per fermare l’italico declino è rimettere in moto le locomotive del Paese, cioè i suoi territori più produttivi: perché il vero problema dello squilibrio attuale tra Nord e Sud non è la sua iniquità, ma il fatto che esso soffochi la crescita, fino al punto di bloccarla e trasformarla in decrescita, così distruggendo le basi stesse della redistribuzione.

Ma è uno sbocco che l’autore ritiene altamente improbabile, anche immaginando un federalismo lento, che dia il tempo alle aree più arretrate di rimettersi in carreggiata: si scatenerebbe comunque la rivolta delle piazze, ci sarebbe il crollo dell’occupazione, la criminalità organizzata si rafforzerebbe ancora di più.

Molto più probabile che continui l’andamento già in atto da un decennio: ristagno della produttività, aumento dell’occupazione solo nella componente straniera, pressione ed evasione fiscali tra le più alte al mondo, servizi pubblici inefficienti, welfare a favore dei padri e a danno dei figli, consumi reali in calo, e via di questo passo.

Un Paese prigioniero di un deleterio immobilismo, in cui la politica non mantiene i suoi impegni a partire dalle due promesse fondamentali dei vari governi Berlusconi: abbassare le aliquote Irpef e abbattere il tasso di criminalità. Peggio, aggiunge Ricolfi: con l’attuazione del federalismo fiscale, è concreto il rischio che i ceti politici dei territori meno virtuosi (anche parecchie realtà del centro-nord) riescano ad aumentare le funzioni a essi delegate, e quindi ad attrarre maggiori risorse pubbliche, in cambio della promessa di usarle meglio in futuro.

Con il risultato di produrre più tasse e più spesa. E soprattutto, di colpire a morte il federalismo: perché, avverte giustamente l’autore, un federalismo mal fatto, pasticciato o di bandiera può essere peggio di nessuna riforma federalista, in quanto il suo unico effetto rilevante sarebbe quello di far lievitare ancor più la spesa pubblica.

Il tutto in un’azienda Italia in cui il rosso di bilancio (debito pubblico) è pari al 120 per cento del fatturato (Pil).  Il vero guaio, alla fine del tragico racconto del sacco del Nord, è ciò che emerge con impietosa nettezza: l’ostacolo principale alle riforme non sta nell’opinione pubblica, ma negli interessi del ceto che tali riforme dovrebbe mettere in atto. E che è troppo impegnato ad autoconservarsi per tenere conto delle aspirazioni dei cittadini: utili solo per trascinarli ogni tanto alle urne, senza possibilità di scelta, e solo per ratificare ciò che hanno deciso nei loro ben remunerati uffici. Vi prego di accettare le mie dimissioni, non accetterei mai di far parte di un club che avesse me come socio, ironizzava Marx: non Karl, ma Groucho. Giudizio comunque autorevole. Che non sfiora neanche lontanamente i soci del club di Palazzo Italia. Purtroppo. – (Francesco Jori )

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SE IL SUD AIUTA IL SUD, LA “PIOGGIA” NON SERVE PIU’

di Alessandro Plateroti, da “il Sole 24ore” del 19/2/2010

«L’Italia ha bisogno dello sviluppo del Mezzogiorno per uscire dalla crisi e per avviarsi su un sentiero di crescita più sostenuta. Nessuno può certamente dichiararsi soddisfatto per i progressi sinora compiuti su questa strada». Sono trascorse appena tre settimane da quando il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha esortato la classe politica italiana a compiere una vera svolta nella questione meridionale.  Due giorni fa, lo stesso tema è stato ripreso e rilanciato dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, che si è spinto anche oltre: «Per rilanciare il Sud – ha detto Fini – è necessario costruire un nuovo patto con i cittadini del Mezzogiorno. Un patto da parte delle istituzioni che torni a dar loro piena fiducia».
Non c’è dubbio che le massime cariche dello Stato abbiano piena consapevolezza del fatto che nelle attuali condizioni il Sud degrada sempre più irrimediabilmente e con esso anche l’Italia e la sua immagine esterna: non è un caso che larga parte dei giudizi liquidatori che purtroppo subiamo sulla stampa estera derivi proprio dai fattori che caratterizzano proprio il Sud.

Criminalità organizzata, inefficienze e arretratezze infrastrutturali e del sistema dei trasporti, degrado dell’apparato pubblico e dei servizi essenziali sono del resto i mali endemici del Mezzogiorno, problemi storici irrisolti che minano la fiducia nelle istituzioni, ostacolano la sviluppo e allontanano non solo gli investimenti esteri, ma persino quelli italiani.
Non è un caso se la Fiat di Termini Imerese sia la fabbrica meno competitiva del Lingotto. O che nel Sud siano ben poche le imprese straniere che abbiano impianti. E soprattutto, non è un caso se la Confindustria abbia deciso di concentrare il suo impegno proprio sul rilancio del Mezzogiorno: da un lato si è deciso di espellere gli imprenditori che non denunciano pizzo e ricatti, dall’altro si chiede anche allo Stato di fare la sua parte.
Nella tesi «Il Sud aiuta il Sud», che sarà presentata oggi al convegno di Bari per il rilancio del Mezzogiorno, la Confindustria pone proprio la questione meridionale come il fattore critico di sviluppo per l’intero Paese.
Di qui l’esigenza che ogni leva economica e finanziaria per lo sviluppo sia accompagnata da un fermo impegno alla legalità, al funzionamento della macchina pubblica – di tutta la macchina pubblica – al rafforzamento delle infrastrutture. Non soltanto di strade, ma anche e soprattutto di infrastrutture civili e di offerta tecnologica. Un esempio soltanto: nell’epoca di Internet le interruzioni di energia elettrica subite dalle imprese meridionali raggiungono indici sconosciuti al resto d’Italia.
Non solo. Ormai impossibile una politica di sviluppo fondata – come nel secolo scorso – sull’impegno pubblico diretto, c’è da tener conto che la mondializzazione dei mercati rende impossibili anche le industrializzazioni forzate. Come a dire che gli aiuti e gli incentivi a pioggia avrebbero soltanto il senso di uno sperpero del denaro dei cittadini.

L’ingresso sui mercati dei Paesi di nuova industrializzazione ha prodotto una nuova ripartizione del lavoro e della produzione, e di questa occorre tener conto per ogni politica di sviluppo. In altri termini, migrano in questi Paesi le produzioni manifatturiere, potendo fruire di manodopera, far west (o quasi) ambientale, prezzi delle materie prime a condizioni “di favore”. Ma sono le produzioni a basso valore aggiunto, meno redditizie.
Per noi, per l’Italia e quindi per il sud la vera sfida è nella capacità di declinare insieme inventiva e know how, capacità di innovare e di fare squadra sia utilizzando le nostre capacità, sia stringendo ancor più i rapporti con gli altri. E in questo quadro la notizia del 2009 non è stata la futura chiusura degli stabilimenti Fiat di Termini Imerese, ma la costruzione in Sicilia di impianti per la produzione di una nuova generazione di pannelli solari attraverso una joint venture dell’Enel con il gruppo giapponese Sharp e la Stm.
E poi è ora di sfatare alcuni miti. Per il Sud, ma anche per il Nord, non basta l’edilizia a far riaccendere i motori, vedi i tempi storici delle nostre opere pubbliche e le remore ambientali. E anche il turismo non basta per sviluppare il Mezzogiorno. Ci sono settori nuovi, in cui siamo poco presenti e in cui il Sud potrebbe giocare un ruolo chiave. Quale sarà il nostro ruolo, e quindi anche quello del Sud, nella divisione internazionale del lavoro del dopo crisi?
Insomma, è chiaro oggi che non si instilla nuova linfa vitale nella società civile senza quel salto culturale che soltanto il tessuto produttivo può garantire. Guarda caso, mafia, camorra, ‘ndrangheta e Sacra Corona unita sono meno forti proprio nei territori meridionali d’insediamento industriale.

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MEZZOGIORNO, E’ L’ORA GIUSTA PER CAMBIARE

di Carlo Trigilia, da “il Sole 24ore” del 20/2/2010

Lo sviluppo economico e civile del Sud è il nodo irrisolto del paese a 150 anni dall’Unità d’Italia. Lo ha ricordato più volte negli ultimi mesi il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Eppure la svolta nella strategia per il Mezzogiorno – ripetutamente annunciata – non ha ancora preso forma. Bisognerà attendere che si tengano le elezioni regionali. Con la conseguenza che gli elettori andranno a votare nella maggior parte delle regioni meridionali senza che le forze politiche nazionali – al governo e all’opposizione – abbiano indicato delle proposte chiare e credibili per il Sud.
In questo quadro, elementi concreti di novità vengono per ora da Confindustria. Già da qualche tempo, infatti, l’organizzazione degli imprenditori si interroga sulle linee da seguire per promuovere una svolta. A differenza di quel che continuano a fare le principali forze sociali e politiche, ha deciso di guardare anzitutto in casa propria. Non si è limitata cioè a chiedere che cosa la politica e le istituzioni dovrebbero fare per il Sud, ma si è interrogata anzitutto su che cosa Confindustria stessa possa fare per il Sud. È una svolta importante, ben illustrata ieri al convegno su «Il Sud aiuta il Sud» tenutosi a Bari. Quali sono gli elementi essenziali di questa svolta? E quali conseguenze possono avere per lo sviluppo del Sud?
La prima decisione di rilievo riguarda la lotta alla criminalità. In gennaio è stata approvata una delibera che integra il Codice etico della Confederazione prevedendo sanzioni interne (fino all’espulsione) per gli imprenditori conniventi con la criminalità che non denuncino ogni pressione illegale. Confindustria si costituirà inoltre parte civile nei processi nei quali i suoi associati compaiano come parte lesa o come imputati.
In questo modo, è stata adottata e sostenuta a livello nazionale la linea innovativa e coraggiosa maturata in Sicilia. Si tratta di una decisione importante non solo per le sue potenziali ricadute operative, ma anche per il messaggio nei riguardi degli imprenditori. Perché anche in questo modo può maturare il convincimento che non bisogna aspettarsi il cambiamento solo dalla politica.
Nella stessa direzione si può leggere la proposta di una radicale riforma del sistema degli incentivi (sono state censite ben 1307 misure di agevolazione finanziaria, di cui 1216 facenti capo alle regioni). In questo caso, l’organizzazione degli imprenditori riconosce che la diffusione di tali meccanismi di incentivazione a pioggia ha avuto conseguenze negative per le stesse imprese, perché non è stata in grado di promuovere l’innovazione ma ha piuttosto provocato assuefazione e dipendenza dall’aiuto pubblico; ha spinto inoltre all’assistenzialismo e al clientelismo, favorendo quella pervasività della politica nella società meridionale che costituisce un ostacolo potente alla crescita di attività solide, capaci di stare autonomamente sul mercato.

In questo caso la svolta prende dunque di petto quel mito ricorrente della incentivazione agevolata che è stato foriero di potenti effetti perversi. In questa prospettiva ci sarebbe peraltro da riflettere anche sul credito d’imposta automatico. Già in passato, infatti, esso ha prodotto distorsioni e abusi, ma in ogni caso non sembra in grado di sostenere efficacemente l’innovazione (come dimostrano le ricerche disponibili).

Questa passa invece – come le proposte di Confindustria riconoscono – dalla riqualificazione del contesto ambientale in cui operano le imprese, su cui sarebbe opportuno concentrare le risorse: costi e tempi delle procedure amministrative, infrastrutture e servizi, formazione, giustizia, lotta alla criminalità.
In un’economia globalizzata anche il Mezzogiorno – che è parte rilevante di un Paese avanzato – non può svilupparsi e competere senza far crescere l’innovazione e l’economia della conoscenza. Questo richiede non incentivazioni individuali ma promozione di reti di collaborazione efficaci tra le imprese, e tra queste e le università, sostenute da infrastrutture e servizi adeguati.

Anche da questo punto di vista gli orientamenti di Confindustria possono avere conseguenze rilevanti, se l’organizzazione degli imprenditori saprà promuovere forme di collaborazione efficaci tra le imprese che non necessariamente devono dipendere dall’aiuto pubblico. Molte indicazioni di ricerca segnalano che in varie parti del Sud è cresciuta un’imprenditorialità innovativa, più giovane e istruita, e con una presenza femminile non trascurabile.

Questa nuova leva deve spesso il proprio successo a esperienze di collaborazione capaci di superare l’isolamento delle aziende che è stato tradizionalmente più forte al Sud e ha ostacolato la crescita. Il binomio innovazione-cooperazione è maturato in genere al di fuori dei circuiti degli aiuti pubblici, anche se soffre per le carenze del contesto.

E’ tra questi soggetti, più abituati a confrontarsi con la frontiera dell’innovazione e con i mercati internazionali, che si manifesta con più forza la voglia di cambiare i rapporti tradizionali tra politica e mondo imprenditoriale nel Mezzogiorno.

Insomma, cambiando la propria linea l’organizzazione degli imprenditori può dare un contributo importante. Può favorire il superamento di quel rivendicazionismo tradizionale nei riguardi degli aiuti pubblici che ha portato più danni collettivi che benefici. Può incoraggiare processi di innovazione che non sono necessariamente dipendenti dal sostegno finanziario pubblico.

Ma così facendo può anche spingere la politica a fare meglio ciò di cui c’è più bisogno al Sud: offrire beni collettivi invece di politiche assistenziali. In ultima istanza, infatti, se il mondo imprenditoriale sarà capace di seguire e rafforzare coerentemente la nuova linea, contribuirà a rendere la società civile più forte e più esigente verso la politica locale e regionale.

Proprio ciò di cui c’è bisogno per cominciare a rompere il circolo vizioso tra domande particolaristiche e politiche clientelari e assistenziali, e per mettere la politica nazionale di fronte alle sue responsabilità, invece di assecondare l’uso locale inefficiente delle risorse pubbliche per ragioni di consenso.

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….Avevamo iniziato con una lode alla penisola italica, con il viaggio in treno di Rumiz (L’Italia in seconda classe)….  Un viaggio di settemila chilometri che cavalca la gobba montuosa della balena-Italia lungo Alpi e Appennini, dal Golfo del Quarnaro (Fiume) a Capo Sud (punto più meridionale della Penisola). Parte dal mare, arriva sul mare, naviga come un transatlantico con due murate affacciate sulle onde ed evoca metafore marine, come di chi veleggia in un immenso arcipelago emerso. Trovi valli dove non esiste l’elettricità, incontri grandi vecchi come Bonatti o Rigoni Stern, scivoli accanto a ferrovie abitate da mufloni e case cantoniere che emergono da un tempo lontanissimo, conosci bivacchi in fondo a caverne e santuari dove divinità pre-romane sbucano dietro ai santi del calendario. E poi ancora ti imbatti in parroci bracconieri, custodi di rifugi leggendari, musicanti in cerca di radici come Francesco Guccini o Vinicio Capossela. Un’Italia di quota, poco visibile e poco raccontata. Le due parti – o forse i due “libri”, alla maniera latina – del racconto, Alpi e Appennini, hanno andatura e metrica diverse. Le Alpi sono pilastri visibili, famosi; sono fatte di monoliti ben illuminati e percorse da grandi strade. Gli Appennini no: sono arcani, spopolati, dimenticati, nonostante in essi si annidi l’identità profonda della nazione. Questo racconto di “monti naviganti” è cominciato sul quotidiano “la Repubblica” ed è diventato un poema di uomini e luoghi, impreziosito da una storia “per immagini” della fotografa Monika Bulaj, che ha seguito Paolo Rumiz in alcune tappe di questa avventura.

GEOLIBRI

L’odore del treno: Rumiz racconta “L’Italia in seconda classe”

di Cinzia Agrizzi ( da http://bora.la/2009/07/29/litalia-in-seconda-classe/ )

“Ansima, è calda, ti cattura con le sue curve, è femmina”. E’ la seducente e romantica immagine di una locomotiva, uscita dalla penna di chi si sente ancora un viaggiatore-sognatore e non un pacco postale, in un’Italia, dove “l’alta velocità impera e devasta un paese che Dio ha costruito per regalare al mondo il lusso della lentezza”.

“L’Italia in seconda classe” (Feltrinelli 2009) è un taccuino di viaggio, un’inchiesta atipica, un racconto a puntate, pubblicato su “la Repubblica” nell’estate del 2002 e illustrato dalle vignette di Altan. Paolo Rumiz e il misterioso 740, con il suo cappellaccio, gli occhiali scuri e la pipa, sono gli eroi di un viaggio insolito, a tratti surreale, un viaggio in treno dalla Sardegna al Nordest di 7.480 km (gli stessi della Transiberiana, dagli Urali a Vladivostok), che “ci ha mostrato il meglio e il peggio del paese”, “un paese che ormai non ride e non canta più”.

E perchè?
La risposta ce la fornisce l’autore: “Sappiatelo italiani. Nel 1890 il grosso della vostra rete già era ultimato.    Una sfida pazzesca, per un paese pieno di montagne. Dietro a quella sfida, un’idea grandiosa: federare le nostre diversità. Nel 1940 si raggiunge l’apice: 42.000 km di rete, 330 milioni di passeggeri, 190 milioni di tonnellate di merci trasportate. Il fischio del treno raggiungeva ogni sperduto paese.
Poi vennnero il boom economico, la gomma e la dismissione delle linee”. Secondo Rumiz, già protagonista nell’inverno del 2000 di un viaggio in treno da Berlino a Istanbul,“il confronto è senza storia.

La ferrovia segna l’ultima alleanza tra funzionalità ed estetica. L’autostrada, invece, decreta la sconfitta della bellezza”. Ma oggi i treni, quelli locali e un po’ fatiscenti, sono frequentati solo da “immigrati e poveracci”; prevalgono l’incuria, l’abbandono, le stazioni non presenziate (così le chiamano le Fs). E i viali alberati davanti alle stazioni, biglietto da visita di una città, lentamente scompaiono.

“L’Italia in seconda classe” ci parla di attualità e trova conferma in quello che accade ogni giorno. Mentre negli ultimi anni tra Veneto e Friuli sono nati comitati di pendolari per denunciare disservizi, convogli soppressi e rallentamenti, Trenitalia, sorda, si occupa d’altro: è recente la notizia dell’obbligo di prenotazione anche per treni a media percorrenza, con la possibilità di prenotare via sms. Affezionati all’umanità più che alla tecnologia, Paolo Rumiz e il compagno clandestino 740, che presto sarà rivelato al lettore (è un attore ed è veneto…), dal finestrino del treno godono di una “visione laterale della vita”: attraversano binari dimenticati, usufruiscono di collegamenti obsoleti alla scoperta dei meravigliosi paesaggi del sud, per poi risalire lungo tutta l’Italia, fino al produttivo Nordest che, purtroppo, “non ha una sua strada per l’Oriente” su ferro. Ogni convoglio è un’avventura: inghippi, incontri bizzarri, momenti di sconforto.

Sembra di sentire l’odore del treno, con la folla che vizia l’aria negli scompartimenti, il caldo,  il sudore dei macchinisti al lavoro. Ma quanto diventa complicato il viaggio per questi due viandanti che rifiutano di prendere Eurostar e treni veloci, rifiutati a loro volta dal sistema e amareggiati per un servizio pubblico che è un “grande invalido”: “quel maledetto treno a forma di supposta, con il culo eguale al muso” non garantisce l’efficienza e la modernità che ci si aspetta.
Ritardi cronici, tagli al personale, assenza di annunci in stazione, distributori non funzionanti, questa è la realtà. E’ un peccato. Perchè, come scrive nella sua premessa al libro il grande 740 (le sue iniziali sono M.P. –trattasi di Marco Paolini, ndr-), il viaggio in Italia in seconda classe può ancora raccontare un paese, viaggiando ci si sbaglia e sbagliando si impara qualcosa che forse su internet non c’è, per esempio cos’è davvero la campanella della stazione”.

SE SIETE CURIOSI, GUARDATE QUA:

http://www.repubblica.it/online/seconda_classe/seconda_classe.htm

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4 thoughts on “L’ITALIA a 150 anni dall’UNITA’: divisa tra un NORD ricco ma incerto su “quale sviluppo” presente e futuro, con lo scempio ambientale del suo territorio; e un SUD disastrato e parassita, che non è mai decollato (e la paura attuale del consolidarsi della nazione criminale)

  1. turi martedì 30 marzo 2010 / 18:52

    Ho scorso le pagine di questo sito. D’accordo su quasi tutto: malapolitica, malasocietà, malcostume, malavolontà. Il mio riferimento, in particolare è rivolto alla Sicilia.
    Tuttavia un tarlo mi rode dentro e domando a chi di dovere oppure a chi sa o dice di sapere: Se ho bisogno di trasportare da un lato a un altro del triangolo, oppure, se sono stato così fortunato (capace) di trovare un compratore dei beni prodotti dalla mia maledetta azienda fuori, nel continente, come faccio, uso il carretto?
    Per non tediare, finisco con un’altra domanda molto più breve: Perchè l’alta velocità, progettualmente si è fermata a Napoli? In 150 anni non si è ancora capito dove comincia e dove finisce l’italia ( pardon, l’ITALIA).

    • stella giovedì 29 luglio 2010 / 11:59

      parole sacrosante turi…la domanda giusta che fa crollare tutte le dotte disquisizioni che abbiamo avuto la pazienza di legggere…

  2. mammadifretta martedì 15 marzo 2011 / 9:25

    sono d’accordo con turi, io sono di agrigento, studio a palermo, sono 100 km e 2 ore e mezza di treno. in macchina nonn va molto meglio. La sicilia ha delle colpe, ma i governi centrali non scherzano neanche, perchè da sempre l’assistenzialismo porta voti.

  3. Ricci lunedì 21 marzo 2011 / 20:40

    Se a scuola avete studiato vi ricordo che il Regno delle due Sicilia era lo Stato tra i piú ricchi in Europa con tante moderne industrie… a Napoli nasce pure la prima ferrovia, la prima costruita in Italia. Garibaldi conquista il Sud per il povero Nord che moriva dii fame che era in Guerra cosi si potette pagagre i debiti. Nel Sud la gente venne massacrata, rapinata, derubata, vengono fucilati milioni di persone, cosi inizia la fame e la liberazione di star bene ringraziando il Ladro di cavalli. In Sicilia c é Catania la cittá piú importante di tutto il meridione chiamata la Milano del Sud. La parte povera della Sicilia lo sanno tutti sono CL, EN, AG sembra che il tempo li si sia fermato.
    Io sono Italiano per forza, Sicilianu Sugnu.

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