Stati Uniti d’America: Il diritto alla cura, alla SANITA’ PER TUTTI – L’impopolare (negli USA) coraggiosa battaglia di un presidente segna il principio della necessità di una SANITA’ MONDIALE, diritto civile fondamentale di ciascuna persona

23 marzo 2010: Obama firma la nuova legge sanitaria

E’ probabile che la battaglia per la “sanità per tutti” (la legge si chiama “Protezione del paziente e sanità accessibile”) (che di fatto è rendere possibile negli USA il diritto di cura a circa 32milioni di americani, il 10% della popolazione, che adesso non hanno alcuna forma di protezione sanitaria), ebbene per molti osservatori attenti delle dinamiche elettorali di quel grande Paese, vuol dire che Obama rischia molto nella sua possibile rielezione fra meno di tre anni. Trattasi, va detto, di una minoranza quelli che non possiedono una tessera sanitaria-assicurativa in America, pur assai consistente (se 32 milioni vi sembran pichi..), e pertanto nella società di massa (egoista) (fatta degli altri 290 milioni…) sono destinati a soccombere, a rimanere marginali. E gli apparati politici in quest’epoca tendono ad assecondare la maggioranza che li elegge, e non fare battaglie per i diritti di una minoranza seppur composta di milioni di persone (…bambini, anziani, uomini e donne che possono trovarsi in grave difficoltà).

Noi continuiamo a pensare che Barack Obama, presidente di una potenza così importante (anche se non più l’unica dominante il mondo) sia stato molto coraggioso nella sua azione sul tema sanitario. Superare il concetto di salute come “prodotto commerciale” (tu paghi e noi ti assicuriamo), affermando invece che la tutela della salute è un diritto civile della persona, questa non è cosa da poco. Ma non è solo questo il motivo dell’importanza dell’azione di governo del presidente americano.

Infatti tornano in mente gli anni ’90 di Bill Clinton nei quali un’altra battaglia, seppur di più ridotto spessore, interessò l’America: quella della proibizione in tutti i luoghi pubblici del fumo, delle sigarette. Allora furono le multinazionali del tabacco che si opposero con determinazione contro l’Amministrazione di Washington, danneggiate fortemente nei loro profitti. Ed è presumibile che adesso Obama dovrà affrontare, non solo le titubanze della maggioranza degli americani restii al fatto che lo Stato “socializzi” il diritto alla salute; ma ci saranno, contro di lui e la sua amministrazione, le potenti lobbies delle compagnie assicurative.

E’ così da pensare che la messa a regime di questo riforma della sanità estesa a tutti andrà per le lunghe, si protrarrà probabilmente per molti mesi; rischierà di coinvolgere altre campagne elettorali, nelle quali risultati negativi ne metterebbero in crisi l’attuazione. Il fatto stesso poi che già 13 Stati della federazione americana abbiano già avviato azioni legali nei tribunali per far dichiarare incostituzionale la riforma, dimostra che gli scogli alla sua realizzazione concreta saranno molti.

Ma il fatto che “la Politica” (con la “p” maiuscola) faccia vedere che sa esprimere ideali, e li sa pure concrettizzare, questa è una cosa che fa sperare per i destini dell’umanità.

Bambini africani - Secondo il “Fondo Globale per la lotta all’Aids”, ogni anno circa 350mila bambini nascono malati di Hiv (da http://www.piovesolidarieta.org/)

Ma la questione di fondo, della battaglia di Obama, è che l’affermazione di un principio come quello della sanità per tutti, in un paese così importante del pianeta, implica l’estensione della logica e della possibilità che si possa perseguire UNA SANITA’ MONDIALE; la “cura” diritto per tutti, e impegno di chi ha i mezzi nei confronti dei più poveri.

E’ il principio che il “Governo Mondiale”, se è difficile che possa esserci ed esprimersi a Copenaghen sulle questioni climatiche, perché coinvolge modelli di sviluppo, scelte industriali ed energetiche spesso inquinanti dei paesi emergenti, potrebbe invece, questo Governo dell’Umanità, realizzarsi su altri grandi problemi planetari, come la costituzione di una protezione civile mondiale contro le catastrofi (i terremoti, le inondazioni…), ma anche la protezione globale sul pari e altre diffuse catastrofi rappresentate dalle malattie più gravi, dalla tutela dell’acqua che manca a tante popolazioni o è stata inquinata… cioè sulla SALUTE come diritto comune, condiviso. Sono auspici forse lontani, questi, ma negli USA, per 32milioni di persone, povere, pur con difficoltà sembrano realizzarsi.

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L’ INIZIO DI UNA NUOVA STAGIONE

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 22/3/2010

NEW YORK. La destra aveva previsto: «La sanità sarà la Waterloo di Barack Obama». E invece da ieri per il presidente è cominciata davvero la primavera. Il passaggio alla Camera della legge “Protezione del paziente e sanità accessibile” spezza lo stato d’assedio della Casa Bianca. Rimette in moto la politica americana. Rilancia verso nuovi obiettivi l’attivismo riformista. E’ la fine di un incubo durato 14 mesi.

Sembrava che sarebbe stata fatale a Obama, quell’ostinazione a inseguire una riforma sanitaria su cui tutti i suoi predecessori erano stati sconfitti. Nell’estate scorsa lo spauracchio del “socialismo medico” fece nascere il Tea Party Movement, la nuova destra populista e anti-Stato. È a causa dell’ impopolarità di questa riforma che uno sconosciuto repubblicano, Scott Brown, a gennaio conquistò il seggio senatoriale del Massachusetts che era stato di Ted Kennedy.

Lo stesso presidente durante la controversia sulla salute è sceso per la prima volta sotto il 50% di consensi nei sondaggi. Ma con il voto di ieri – e in attesa dell’ ultimo passaggio al Senato – la Casa Bianca ha tirato un sospiro di sollievo. «Avete fatto la cosa giusta – ha detto Obama ai deputati- non per calcoli di parte ma nell’ interesse del paese».

Eppure il calcolo della ricaduta elettorale è in cima alle preoccupazioni. I repubblicani sono convinti che la “statalizzazione della sanità” li farà stravincere alle elezioni legislative di novembre. Accarezzano il sogno di riprendersi la maggioranza, almeno in uno dei rami del Congresso, e di conquistare così un formidabile potere d’ interdizione contro il presidente. Ma Obama, che in questa vicenda ha rivelato anche astuzia tattica, ha calibrato bene la tempistica della riforma.

Da qui a novembre entreranno in vigore solo gli aspetti più benefici della nuova legge. Da subito le compagnie assicurative non potranno più revocare l’assistenza a chi si ammala: uno degli abusi più scandalosi del sistema attuale. Né potranno rifiutarsi di accettare nuovi “clienti” sulla base della loro cartella medica: non si ripeteranno più i casi di bambini attualmente respinti dalle assicurazioni perché hanno l’asma. D’altra parte la maggioranza degli americani resterà in un sistema di cure mediche privato, e lo spauracchio del “socialismo” si rivelerà una bufala.

In quanto ai costi della riforma, che ci sono, Obama li ha scaglionati dopo il 2012. Il conto arriverà dopo che si saranno tenute non solo le elezioni legislative, ma anche le prossime presidenziali. Resta il carattere storico di questa riforma: un obiettivo di equità sociale che aveva eluso l’ America da Roosevelt a Clinton. Inserendo nel sistema 32 milioni di americani che ne erano esclusi, tra cui 16 milioni di “nuovi poveri” (che saranno, loro sì, curati gratis dallo Stato con il Medicaid) Obama non ha solo promosso un’agenda sociale. Ha anche smentito le tesi sulla “democrazia malata”, la diffusa percezione che il sistema istituzionale si era bloccato e non produceva più decisioni.

Ora il presidente ne approfitta per rilanciare subito l’offensiva in altre direzioni. Già oggi si apre la battaglia per la riforma delle regole della finanza, i nuovi controlli su banche e derivati, i poteri aggiuntivi agli organi di vigilanza. Su quel terreno Obama punta a far scoppiare le contraddizioni della destra: i populisti del Tea Party denunciano i salvataggi di Wall Street, ma l’ establishment repubblicano sta coi banchieri. Un’altra riforma era invocata proprio ieri nelle vie di Washington: mentre il Congresso votava sulla sanità, lì davanti sfilava un corteo di latinos per chiedere nuove leggi sull’ immigrazione che facilitino la regolarizzazione dei clandestini (11 milioni).

Gli ispanici sono una constituency cruciale: sempre più numerosi fra gli elettori americani, nell’ottobre 2008 fu decisivo il loro spostamento in favore di Obama. È in cantiere una riforma scolastica che cambia il sistema di valutazione degli studenti, per recuperare il ritardo accumulato con i concorrenti asiatici nella qualità dell’ istruzione. Urge la riforma ambientale, che deve consentire a Obama di rispettare gli impegni presi a Copenaghen per ridurre le emissioni carboniche.

E soprattutto, adesso Obama può rimettere al centro della sua azione l’economia, gli stimoli all’occupazione: la preoccupazione numero uno per gli elettori. Per arginare la riscossa repubblicana da qui a novembre, le truppe democratiche ieri hanno capito che Obama non è solo immagine e carisma. Proprio quando pareva sull’orlo di una crisi, il suo partito ha trovato un leader. (FEDERICO RAMPINI)

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Obama e la sanità: siamo ancora capaci di fare grandi cose

SANITA’, ORA OBAMA DEVE CONVINCERE ANCHE GLI ELETTORI

di Paolo Valentino, da “il Corriere della Sera” del 23/3/2010

Il presidente dopo il sì alla riforma Obama e la sanità: siamo ancora capaci di fare grandi cose –  Barack Obama, dopo il via libera alla riforma sanitaria, chiude una dura battaglia politica e corona, con uno storico traguardo, «quasi un secolo di frustrazioni. Dice il presidente degli Stati uniti: «Abbiamo dimostrato al mondo che possiamo fare grandi cose».

È Stato come vincere la Guerra dei Cento Anni. Con le parole di Barack Obama, il passaggio della riforma sanitaria alla Camera dei Rappresentanti, che domenica notte ha approvato la nuova legge con 219 voti favorevoli e 212 contrari, chiude non solo una dura battaglia politica andata avanti per un anno, ma corona con uno storico traguardo «quasi un secolo di frustrazioni».

«Abbiamo dimostrato – ha detto il presidente subito dopo il voto nella East Room della Casa Bianca, usando una celebre frase di Abraham Lincoln – che questo governo è capace di grandi cose, è un governo del popolo e dal popolo che continua a lavorare per il popolo. Non succederà mai più che in questo Paese una malattia o un incidente possano mettere in pericolo i sogni per avverare i quali i lavoratori, le famiglie e gli imprenditori hanno dedicato un’intera vita».

Ma la legittima soddisfazione di Obama, che finalmente dà concretezza alla promessa della sua elezione mostrando «il volto del cambiamento», non può nascondere la realtà di una nuova sfida politica, dall’esito ancora tutto da decidere. Sul piano procedurale, non ci sono da attendersi grosse sorprese. Il presidente firmerà il testo votato dalla Camera dei Rappresentanti, identico a quello che era passato a dicembre in Senato, promulgando di fatto la legge.

Ma la nuova sanità americana ha un altro piccolo ostacolo da superare. Subito dopo aver adottato il decreto, i deputati hanno infatti approvato (con 220 sì e 211 no) un pacchetto di modifiche, in buona parte ispirate dalla Casa Bianca, che ora dovranno andare all’esame dei senatori. Per farle passare, sarà necessaria solo una maggioranza semplice di 51 voti, i democratici ne hanno sulla carta 59 a disposizione, ma è possibile che i repubblicani tentino di inserire qualche modifica, allungando i tempi.

L’esercizio dovrebbe concludersi senza problemi per l’Amministrazione al più tardi giovedì, quando Obama ha già annunciato una visita in Iowa, prima tappa di un’offensiva politica mirata a spiegare la nuova riforma agli americani. Ed è proprio nella conquista dell’umore volatile del Paese profondo che si consumerà il confronto dei prossimi mesi e si giocheranno i destini prima dei democratici nelle elezioni di Mid-term in autunno, poi dei loro presidente.

La minoranza repubblicana è certa di avere il polso dell’Unione: «Brindino pure – ha detto ieri il senatore John McCain – l’euforia di Washington non trova riscontro nel Paese. Il popolo americano è arrabbiato, non vuole questa riforma. Noi la combatteremo, faremo una campagna dura da qui a novembre e ci sarà un prezzo molto alto da pagare per il voto di ieri».

Ma ora che la riforma è realtà e verosimilmente nessuna delle sventure profetizzate dall’opposizione si abbatterà sul Paese, non ci saranno né eutanasie di vecchiette, né i soviet, né le truppe federali a occupare gli ospedali, il campo democratico ha un’altra storia da raccontare agli americani: «Hanno fatto propaganda contro una caricatura della legge – dice il primo consigliere di Obama, David Axelrod – ora vadano a spiegarlo a una madre, che un bambino con una malattia preesistente non dovrebbe avere le cure pagate dall’assicurazione, come invece impone la nuova legge».

Non è detto che la scommessa pagherà. Ma anche nel 1965, al momento di adottare Medicare, il programma di assistenza pubblica per gli anziani, Lyndon Johnson fu accusato di voler distruggere l’America. Quarantacinque anni dopo, pur riconoscendo la necessità di adattarlo, a nessuno, neppure ai feroci antistatalisti dei Tea Party, è venuto mai in testa per un attimo di abolirlo. (Paolo Valentino)

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SANITA’ USA, OBAMA CONVINCE GLI INCERTI

Battaglia alla Camera sulla riforma. Il presidente –  ottiene il voto decisivo dei democratici antiabortisti – da “il Gazzettino” del 22/3/2010

WASHINGTON – La riforma della sanità dopo aver corso sul filo del rasoio per mesi tra polemiche e battute d’arresto, è approdata ieri notte al voto decisivo alla Camera dei Rappresentanti: il voto su una legge storica, che per un secolo i predecessori di Obama non sono riusciti a condurre in porto.

La mossa decisiva per la spinta finale all’approvazione è stata la conquista del consenso dei democratici antiabortisti: quelli che, con la minoranza repubblicana compatta per il no, potevano far pendere la bilancia a favore della bocciatura facendo mancare il “numero magico” di 216 voti necessario all’approvazione. Obama in cambio del consenso dei deputati “pro vita”, molti dei quali cattolici, ha promesso un decreto presidenziale (“ordine esecutivo”) che rafforza i divieti di finanziare con soldi pubblici l’assistenza medica agli aborti.
La riforma ha avuto come grande promotrice la speaker della Camera, la democratica italoamericana Nancy Pelosi: con la battaglia più che mai incerta ieri è entrata in aula con in mano il martelletto usato dal suo predecessore nel 1965 per sancire l’approvazione di Medicare, la mutua degli anziani.

Gesto simbolico al quale il capogruppo democratico John Larson ha subito dato un commento ottimistico: «La riforma della sanità passerà: abbiamo i voti», cioé i 216 sì necessari a dare l’assicurazione sanitaria pubblica a 32 milioni di americani – il 10% della popolazione – che oggi non ce l’hanno. Mentre fuori del Campidoglio – sede del Parlamento Usa – i manifestanti dei “tea party” contestavano con rumorosa aggressività gli “obamiani”. I parlamentari “Blue Dogs”, conservatori come Joe Tanner, denunciavano il costo esagerato della riforma, 940 miliardi di dollari in 10 anni, quasi come le guerre in Iraq e Afghanistan (1000 miliardi).

Scopo della riforma che per Obama è la pietra miliare della sua presidenza, è aiutare la classe media a comprare una mutua a costi accessibili. I giovani fino a 26 anni potranno essere coperti da quella dei genitori. Sarà garantita una polizza a prezzi ragionevoli a categorie che le assicurazioni private Usa spesso escludono, perché non remunerative, come anziani e malati cronici.

I sì alla riforma sono arrivati fino all’ultimo col contagocce: Dale Kildee, del Michigan, ha sdoganato il voto dopo aver parlato col suo parroco, seguito a ruota dai colleghi Baird e Kaptur. Nel dibattito Patrick Kennedy, deputato del Rhode Island, ha ricordato il padre, senatore Ted Kennedy, come grande promotore della riforma. Ma l’agguerrita opposizione repubblicana ha schierato contro la nuova legge ogni strumento politico, procedurale ed eventualmente anche giudiziario-costituzionale. E la partita potrebbe riaprirsi al Senato, che dovrà rivotare sul testo.

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SANITA’ USA, LE INSIDIE NON SONO ANCORA FINITE

di Lucia Annunziata, da “la Stampa” del 22/3/2010

(…) Anche in Usa – il Paese della libera concorrenza, del capitalismo senza pentimenti, dell’individualismo senza mitigazioni – i poveri potranno (più o meno) avere cure mediche. E Obama avrà firmato il primo vero passo del promesso «cambio», e rovesciato il corso declinante in cui era entrato.

La vittoria conseguita non porta tuttavia necessariamente al consolidamento della sua Presidenza. Anzi.
La battaglia per far passare questa riforma ha infatti profondamente inciso nel tessuto politico americano, cambiando il sistema degli alleati e quello dei nemici. Davanti al Presidente, nel momento stesso in cui prenderà atto di aver vinto, si presenteranno dunque nuovi terreni di conflitto persino più insidiosi di quelli finora affrontati. Fra gli amici persi nei mesi scorsi ci sono sicuramente i democratici pro aborto.
La vittoria della legge è apparsa vicina quando il decisivo gruppo di antiabortisti, repubblicani e democratici, guidati dal democratico Bart Stupak ha deciso di votare a favore. La Casa Bianca ha subito annunciato una nuova misura per rassicurare la sua base a favore dell’aborto. Ma, come si dice, nessuno è scemo: e tutti a Washington hanno ben valutato il significato del gruppo di Stupak.
Ci sarà dunque da aspettarsi molta delusione nel fronte “pro-choice” ma, per dirla con Shakespeare, si tratterà alla fine di «molto rumore per nulla». Il sostegno pro-aborto all’interno del Partito democratico è da anni ormai più una battaglia di identità, legata a un certo periodo, gli anni Sessanta, che una reale battaglia di libertà.

Negli ultimi 30 anni la questione femminile in America si è completamente ridisegnata, e non a caso nessuna delle grandi donne al potere oggi, che pure negli anni Sessanta sono state protagoniste della battaglia pro aborto, ha fatto sentire la sua voce. Né è un caso che il sacrificio di questo fronte sia stato portato a termine con sveltezza e senza pentimenti da una abortista convinta quale è Nancy Pelosi.

Taglio saggio, dunque, taglio di un mito, a favore di una più concreta assistenza sociale: ma ugualmente, dello scontento di pezzi del partito democratico sentiremo molto nei prossimi mesi. Il fronte più pericoloso per la Casa Bianca oggi è quello dei nemici che, nella opposizione alla riforma, si è approfondito nei toni, negli umori, e si è allargato, includendo il potenziale risentimento di forti settori economici che non sono solo le grandi industrie della sanità.

Con quali umori si debba confrontare Obama lo abbiamo visto – tanto per fare un solo esempio – dalla manifestazione inscenata dai militanti del movimento Tea Party alla vigilia del voto. Hanno aspettato i rappresentanti democratici, chiamandoli «Nigger», o «Faggot», dispregiativi per nero e omosessuale, e innalzando cartelli oltraggiosi, quale il disegno di Obama defecato da un asino a illustrare lo «sterco d’asino». Ma anche di questi il Bardo di Avon direbbe probabilmente «tanto rumore per nulla».
Obama ha nel prossimo futuro da temere molto di più da nemici che per ora non sfilano. Come si sa, il colpo che davvero uccide è quello che cala svelto, silenzioso, inatteso, e nel segreto del buio. E di colpi come questi se ne stanno preparando molti, nei segretissimi santuari del potere economico americano. Si sa dello scontento delle Farmaceutiche.

Ma nella equazione di Washington è entrata ora anche Wall Street. La Wall Street che dalla crisi del 2007 è uscita indebolita ma non vinta e che, dopo essere stata salvata da un presidente democratico, guarda oggi con favore ai repubblicani. Dei democratici le banche temono infatti la legge di riforma delle regole per le istituzioni finanziarie.
Sulla natura e l’impatto di questa sfida val la pena di leggere direttamente Frank Rich, che sul New York Times scriveva tre giorni fa: «La battaglia intorno alla riforma delle regole è cominciata la scorsa settimana con la presentazione al Senato del progetto di legge di Chris Dodd… e la guerra che sta per iniziare ha a che fare non solo con chi controllerà Wall Street, ma su quali saranno le regole. La domanda ora per i politici è: con chi si schiereranno? La leadership repubblicana si è già dichiarata inequivocabilmente la settimana scorsa. Parlando alla American Bankers Association il leader repubblicano della Camera, John Boehner, ha promesso una netta opposizione alla legge di riforma».

Il feeling fra banche e i repubblicani, d’altra parte, è stato già confermato dalle donazioni di sostegno. Perfetto esempio del cambio di clima: la JP Morgan Chase e i suoi dipendenti, che nel 2008 avevano garantito corpose sottoscrizioni ai democratici, l’anno scorso hanno dato il 73 per cento delle loro donazioni ai repubblicani.
È dunque un percorso in salita quello che aspetta Obama. Ma la vittoria di queste ore gli fornisce una sorta di orientamento, una bussola per navigare dentro la frammentazione degli interessi della società americana. Se è riuscito oggi a far prevalere sugli interessi elettorali ed economici di forti settori sociali quelli di una parte di società senza grande potere, forse ha trovato una chiave di volta per riallineare in maniera diversa l’interesse privato e quello pubblico del sistema di cui è a capo. (Lucia Annunziata)

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IL PREZZO DELLA STORIA

di Vittorio Zucconi, da “la Repubblica” del 22/3/2010

WASHINGTON. Per cambiare la storia e per costringere l’America a guardare finalmente al diritto alla sanità come a un diritto civile e non come a un prodotto commerciale, Barack Obama ha dovuto perdere sè stesso.

Ha dovuto rinunciare alla popolarità, ad alleati parlamentari, forse alla speranza di una rielezione, come molti prima di lui rischiarono la vita per altri diritti. Ma c’è voluto un uomo di colore per combattere una battaglia impossibile e fondamentale come questa a nome dei cittadini indifesi davanti alla malattia, che per un secolo nessuno dei suoi predecessori aveva osato affrontare con tanto, ossessivo, convinto fervore.

Era dagli anni torvi e disperati della guerra in Vietnam e dalla presidenza Nixon che un’azione di governo, una legge e un Presidente, non avevano toccato così a fondo i nervi della nazione e scavato il solco di una divisione tanto acuta come quella che ha tenuto sospesa la riforma sanitaria per oltre un anno, con toni da opposte crociate e violenze verbali, per ora soltanto verbali, da guerra civile.

Appesa a due voti, la differenza fra il fallimento a 214 voti nella Camera dei Deputati e i 216 necessari per approvarla, la nuova legge sull’assicurazione obbligatoria voluta dal presidente Obama e dai democratici a lui fedeli, ha paralizzato e polarizzato 14 mesi della politica americana. Ed è costata al trionfatore delle elezioni presidenziali nel novembre del 2008 in popolarità e in sostegno il prezzo catastrofico che la guerra in Iraq costò al predecessore George W. Bush.

Tanto più incredibile è la parabola dell’ascesa e dalla caduta della popolarità di Obama legata al problema dei cittadini senza copertura assicurativa o di quelli scaricati perchè «troppo malati», dalla stratosfera dell’80% dove era un anno fa alla palude dei 42% dove sta ora, se si ricorda che la soluzione dell’iniquità di fronte alla malattia e ai costi della sanità era stata uno dei punti qualificanti della sua vittoria. Non è stato, come furono l’ 11 settembre e poi le guerre per Bush, un tremendo agguato della storia trasformato in errore strategico, ma un punto programmatico chiave, una promessa solenne.

Addirittura un progetto di legge identico a quello che proprio Richard Nixon, certamente non uno statalista marxiano, aveva invano, anche lui, cercato di spingere. Se l’ opposizione al progetto iniziale di Obama e della sua compagna di viaggio in questa avventura storica, la speaker, presidentessa della Camera Nancy Pelosi, si è via via coagulata trasformandosi in una furibonda crociata ideologica contro «il socialismo» non è neppure per la ostllità delle grandi multinazionali dell’assicurazione privata.

L’ offensiva di «Big Pharma» e degli assicuratori era scontata, normale e gli strateghi di Obama dovevano, o avrebbero dovuto, prevederla e contrastarla. Quello che ha fatto scattare centinaia di manifestazioni a volte davvero spontanee ed è degenerato in odio è stato il riaffiorare di un’avversione profonda, genetica, nel corpo della nazione, rozzamente sintetizzata appunto nell’accusa di «medicina socialista» o «socializzata». È stato il timore che il meccanismo di assistenza pubblica per chi non si può permettere polizze private, poi annacquato in polizze private ma sovvenziate perché obbligatorie nella versione ultima discussa la scorsa notte, fosse il proverbiale «naso del cammello dentro la tenda». Dove il cammello è «lo Stato», il governo, i suoi burocrati, e la «tenda» è la vita privata dei cittadini.

Il «cavallo di Troia» si direbbe altrove, che avrebbe introdotto il principio, se non ancora la prassi, secondo la quale la salute dei cittadini non è un «prodotto», un «bene» negoziabile sul mercato e acquistabile secondo i proprio mezzi, come un’ automobile più o meno potente o un’abitazione in un quartiere o in un altro, ma un diritto che la collettività – lo Stato – deve cercare di estendere a quanti più individui può, come il diritto di voto o il diritto di essere ascoltati dal giudice naturale. A ogni persona, ricca o povera, rea confessa o presunta innocente, lo Stato garantisce un difensore, anche se non se lo può permettere, quando è confrontato da un’accusa.

Ma lo stesso diritto non deve essere esteso a chi si trova chiamato a rispondere davanti al tribunale della malattia. Hanno dunque ragione gli oppositori, i repubblicani graniticamente compatti e i molti democratici conservatori di gridare che questa riforma, questa «Obamacare», sarebbe non una leggina qualsiasi, ma un cambiamento radicale, il riconoscimento di un principio morale, prima che sanitario.

I costi, che sarebbero elevatissimi ma non superiori al tesoro versato per le guerre volute da Bush e continuate da Obama e certamente molto inferiori alle migliaia di miliardi gettati senza esitare per salvare le stolte banche e le ingorde finanziarie al collasso, non sono il problema chiave, né l’ elemento che ha polarizzato come non si vedeva dagli anni del Vietnam i «pro» e i «contro».

Il cratere di impopolarità è stato aperto dall’ideologia e dall’ostilità repressa contro quel presidente così diverso che ha trovato, quello sì nel «cavallo di Troia» della riforma, il mezzo per esplodere senza apparire esplicitamente razzista. Obama e i democratici a lui fedeli, meno del numero totale di deputati con l’apparente etichetta del partito, sanno di essersi immolati sull’altare di questa rivoluzione, che da un secolo, dal primo tentativo fatto da Teddy Roosevelt agli inizi del ‘ 900, sfugge a ogni presidenza. Sanno che avranno perso anche vincendo, che le elezioni legislative di novembre, quelle di medio-termine, bastoneranno il partito come hanno bastonato la popolarità del Capo dello Stato, ma hanno deciso di passare comunque alla storia, come coloro che avranno cambiato l’ America, anche a costo di compiere harakiri.

Se questo sarà stato un nobile sacrificio o soltanto l’ inseguimento di una chimera, soltanto gli anni dopo il 2014, quando una riforma potrebbe entrare in vigore, diranno. Ma questa sarà stata comunque l’ultima chance, per almeno una generazione a venire, di cambiare qualcosa di profondo dentro la grande tenda dell’America. Come fu cambiata, per il meglio, sugli autobus segregati del Sud dall’ostinazione di una donna. – VITTORIO ZUCCONI

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NEI PAESI POVERI C’E’ L’80% DEI BIMBI MALATI DI TUMORE

di Cosimo Colasanto, da “il Sole 24ore” del 19/2/2010

AL VIA 7 NUOVI PROGETTI INTERNAZIONALI
L`altra faccia del tumore. La più terribile. Quella che colpisce i bambini dei Paesi poveri. L`80% dei pazienti aggrediti dal tumore dei 160.000 mila che ogni anno ricevono la diagnosi vive qui, in paesi a basso reddito, dove è più difficile accedere a cura e assistenza. Non a caso i tassi di sopravvivenza in età pediatrica precipitano dall`80% al 20% o addirittura al 10% nei paesi in via di sviluppo.
Cure che mancano Diagnosi precoce: è una delle strade che potrebbe salvare più vite. Difficile da percorrere in Paesi in cui la spesa sanitaria pro-capite non arriva neppure a coprire le terapie. C`è poi il problema dell`aggiornamento del personale sanitario e dei sistemi informativi. Obiettivi che rientrano nel programma My Child Matters avviato dall`Unione Internazionale contro il Cancro (UICC) che insieme all`azienda farmaceutica sanofi-aventis ha “reclutato” altri 5 Paesi per sostenere progetti volti a migliorare l`assistenza ai bambini malati di tumore nei Paesi in via di sviluppo.
I progetti. Camerun, Ecuador, Mozambico, Panama e Tailandia si uniscono ai 21 che sono già partner nel programma. Si va dalla riorganizzazione dell’unità di ematologia-oncologia pediatrica presso il centro madre e bambino della Fondazione Chantal Biya di Yaoundé in Camerun all`umanizzazione delle cure per i bambini del Mozambico.
Ciascuno dei sette progetti riceverà un sostegno finanziario del valore di 50.000 euro per il 2010 ed il supporto di esperti a livello internazionale in oncologia pediatrica, ricerca di base e salute pubblica.
“A circa cinque anni dal lancio, l’iniziativa ‘ My Child Matters’ continua a mostrare come si possa lavorare uniti nel creare nuove forme di partenariato per affrontare problemi sanitari spesso trascurati, come i tumori infantili nei paesi in via di sviluppo.” ha dichiarato Gilles Lhernould, Senior Vice President della Corporate Social Responsibility di sanofi-aventis. Per numero di paesi coinvolti, My Child Matters è attualmente una delle maggiori iniziative dedicate alla lotta contro il cancro in età pediatrica nei Paesi emergenti e in via di sviluppo. Questo programma associa il sostegno finanziario ai progetti con un network di esperti internazionali per favorire lo sviluppo delle competenze locali, in un percorso di progresso e solidarietà.

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ECONOMIA – Il Rapporto dell’associazione “Azione per la salute globale” –  Si rispettino gli impegni assunti con gli Obiettivi del Millennio

CRISI, ALLARME ONG SUI PAESI POVERI: “NON VENGANO ABBANDONATI”

A rischio soprattutto donne e bambini: “Per la fame fino a 400.000 decessi l’anno” – Per evitare il peggio potrebbero servire dai 25 ai 140 miliardi di dollari
di ROSARIA AMATO, da “Affari e Finanza” del 19/4/2009

ROMA – “Se i donatori si serviranno della crisi economica come scusa per voltare le spalle ai loro obblighi, una crisi già grave potrebbe diventare catastrofica”. E’ la replica, a distanza di mesi, dell’associazione “Azione per la salute globale” alle affermazioni di Robert Zoellick, direttore della Banca Mondiale. Alcuni mesi fa, infatti, Zoellick aveva dichiarato che “la crescente recessione economica sommata all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e di quelli combustibili renderà ancora più difficile, per i governi dei paesi in via di sviluppo, proteggere i poveri”.
E invece è proprio questo il momento di difendere i poveri: rispettare gli impegni presi è anzi la migliore delle strategie anticrisi, è la tesi che emerge dal rapporto (presentato in occasione della Giornata della Salute) di “Azione per la salute globale”, network internazionale che riunisce 15 organizzazioni non governative che hanno sede a Bruxelles e in Francia, Germania, Spagna, Regno Unito e Italia. “La salute è un diritto fondamentale umano. – ricordano gli estensori del rapporto – Costituisce anche un contributo fondamentale alla riduzione della povertà, allo sviluppo sociale, alla sicurezza umana e alla crescita economica”.
La povertà incide soprattutto sulle donne. Al contrario, abbandonare i Paesi in via di sviluppo significherebbe condannare a morte certa centinaia di migliaia di persone, soprattutto donne e bambini. La povertà non è uguale per tutti, ricorda infatti “Azione per la salute globale”: “Attualmente, nel Sud del mondo, ogni minuto una donna muore di parto. Per ogni donna che muore, 20 soffrono di invalidità o malattie”. Ancora, “circa il 75% delle infezioni da Hiv nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni riguarda le giovani donne”; “circa 120 milioni di bambine e di donne sono sottoposte alla mutilazione dei genitali”.

E sulla salute dei bambini. Ma non va meglio ai bambini: “Un bambino che nasce in un Paese in via di sviluppo ha già 13 volte più probabilità di morire rispetto a un bambini nato in un paese industrializzato“. Ma con la crisi il rischio di morte infantile diventerà più elevato: “Si calcola che l’attuale crisi economica comporterà tra i 200.000 e i 400.000 decessi l’anno, dovuti in gran parte al drammatico peggioramento della malnutrizione infantile”.
Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Una società sana è capace di attivare un circolo virtuoso di cui beneficiano anche le relazioni internazionali, ricorda “Azione per la salute globale”. E allora, bisogna evitare che la crisi sanitaria sfoci nei Paesi in via di sviluppo in una catastrofe umanitaria. E l’unica via, ricorda l’organizzazione, è quella di far fronte agli impegni già presi, a partire dagli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, concordati a New York nel settembre del 2008, valutando anche l’eventualità di incrementare i finanziamenti già garantiti. In particolare in riferimento alla Salute, gli Obiettivi assunti sono tre: ridurre di due terzi il tasso di mortalità infantile sotto i 5 anni; migliorare la salute materna; combattere l’Hiv/Aids, la malaria e altre malattie.
Secondo la Banca Mondiale, ricorda l’organizzazione, già in 94 Paesi in via di sviluppo su 116 si sta verificando un rallentamento della crescita economica e soltanto un quarto delle nazioni più vulnerabili possiede le risorse necessarie a prevenire un aumento della povertà. E quindi, “i 22 Paesi più poveri del mondo potrebbero aver bisogno quest’anno, per resistere, di aiuti per 25 miliardi di dollari. Ma se la crisi risultasse peggiore delle previsioni, questa cifra potrebbe raggiungere i 140 miliardi”.
La posizione dell’Italia. A fronte di queste cifre, quali sono gli impegni dell’Italia? Il nostro Paese, sottolinea “Azione per la salute globale”, “ha sempre mantenuto il livello più basso di aiuti per lo sviluppo tra i Paesi presi in esame (con l’eccezione del 2005, ma si trattava di annullamento del debito)”. Non solo: “Il budget destinato allo sviluppo per il 2009 conoscerà una diminuzione del 56% rispetto a quello del 2008 ed è possibile che la crisi economica comporti riduzioni ulteriori”.
L’Italia, riconosce l’organizzazione, non è indifferente alle esigenze dei Paesi in via di sviluppo, e infatti “è comunque molto attiva nella ricerca e sperimentazione dei meccanismi innovativi di finanziamento”. Ma non basta: il rispetto degli impegni economici assunti in sede internazionale è fondamentale per la stessa sopravvivenza dei Paesi più poveri.
E pertanto, chiede con forza “Azione per la salute globale”, l’Italia deve rispettare gli impegni di contribuire con 2,5 miliardi di dollari (l’equivalente di circa 1,9 miliardi di euro, distribuiti in 383 milioni di euro l’anno da inserire nelle manovre finanziarie dei prossimi cinque anni) ai 60 miliardi di dollari stanziati dal Vertice G8 di Toyako per la lotta alle malattie infettive e per rafforzare la salute, e con almeno 130 milioni di euro l’anno per 2008, 2009 e 2010 al Fondo Globale per la lotta contro Aids, Tb e malaria.

…………..

SANITA’ MONDIALE IN CONDIZIONI MINIME

(stralci tratti da  http://www.lapelle.it/ )

Circa 53 milioni di uomini e donne lavorano nella Sanita’ nelle varie aree del mondo. Un esercito insufficiente e spesso sottopagato – di Barbara Di Chiara

Il numero degli operatori della Sanità attivi nelle varie aree del mondo è insufficiente: l’Organizzazione mondiale della Sanità stima infatti che ne sarebbero necessari almeno altri 5,7 milioni. In più, l’accesso all’assistenza è ancora molto irregolare, poiché gli operatori sono distribuiti in modo sproporzionato nei vari paesi e nelle regioni della Terra: il 42,3%, a esempio, si concentra nel Nord America e il 19,3% in Europa, mentre l’Africa può contare solo sul 2,4%. Come se non bastasse questo, l’Africa è destinata a perdere il 30% della sua forza lavoro nei prossimi 10 anni.

Ma il problema non riguarda solo l’Africa: mentre la popolazione mondiale cresce, il numero di operatori sanitari, di fatto, ristagna o diminuisce ovunque. (…) L’Organizzazione Mondiale della Sanità rileva questo problema della penuria in alcune aree del mondo di personale sanitario e la necessità di sviluppare programmi di reclutamento e formazione, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. ”La forza lavoro della sanità è in crisi (…..) e rappresenta una questione problematica soprattutto in quelle nazioni dove, una volta formati, gli operatori sanitari locali cercano di lasciare il Paese per trovare lavoro nella parte occidentale del mondo, dove le condizioni di vita sono migliori. Un fenomeno che va fermato, osserva il direttore generale dell’Oms, perché ”per i sistemi sanitari nazionali é sempre più difficile sostenere e rispondere alla crescente domanda di assistenza. Senza una forza lavoro vigorosa, la sanità non può migliorare.

Occorre ricordare che la forza lavoro è un elemento chiave dei sistemi sanitari e anche numerosi studi internazionali evidenziano che i progressi scientifici in questo settore servono a poco se manca il personale. La sfida prioritaria è quella di facilitare e accelerare l’azione di formazione, reclutamento e cooperazione tra tutti gli operatori sanitari.

(….)L’Oms evidenzia che quelli che seguono sono i punti chiave su cui intervenire per vincere questa sfida.
1) Rafforzare la Comunita’ degli operatori della salute che oltre ai medici e agli infermieri si compone anche di tecnici, educatori, addetti alle pulizie e autisti. Milioni di figure non sanitarie che offrono assistenza (volontari, familiari, badanti, ecc.) e che, con l’aumento delle malattie croniche e della popolazione anziana, aumenteranno sempre di piu’.
2) Affrontare le diseguaglianze combinando in maniera strategica le risorse finanziarie, la formazione e la pianificazione. Alla carenza di operatori sanitari e alla loro scarsa distribuzione si risponde con una formazione innovativa ed efficiente che consenta agli operatori di svolgere almeno le funzioni basilari per salvare vite umane.
3) Limitare la fuga dei cervelli: il mercato sanitario si comporta come qualsiasi altro mercato. Man mano che i Paesi più sviluppati avvertono una carenza di personale sanitario (soprattutto oggi, con l’invecchiamento della popolazione), gli operatori dei Paesi in via di sviluppo sono allettati dalle attraenti offerte di lavoro all’estero.
4) Educare e formare il personale sanitario in loco secondo un programma che tenga conto del numero di professionisti necessari a soddisfare la domanda locale. E questo vale sia per i paesi più poveri che per quelli ricchi.
5) Proteggere chi lavora nella sanità: migliori condizioni di lavoro e maggiori protezioni sono necessarie in quelle parti del mondo dove regnano l’instabilità politica e i conflitti, dove si lavora in strutture fatiscenti e in condizioni non igieniche, situazione che espongono anche i sanitari a malattie e a incidenti.
6) Buona gestione e pianificazione della sanità: adoperare i manager più abili, garantendone la sicurezza e la crescita professionale. Uno studio svolto in Tanzania, dimostra che si può raggiungere un guadagno in termini di produttività del 60% – 75% semplicemente migliorando il supporto, il management e lo schieramento del personale sanitario già esistente.
7) Solidarietà globale: è necessario avviare una collaborazione e un coordinamento globale, aumentando i livelli degli aiuti internazionali e con azioni condotte a livello nazionale.
A leggere queste raccomandazioni ci si accorge che anche in Italia, paese fra i più sviluppati del pianeta, c’è ancora molto da fare se non ci si vuole chiudere in un atteggiamento egoistico e poco consapevole che il futuro del mondo passa non solo attraverso un’economia globale, ma anche per una sanità estesa e condivisa con tutte le aree della terra.

……………

Sulle emergenze malattie nei paesi poveri e gli organismi che cercano di intervenire e tamponare la situazione disastrosa, vi proponiamo questo bellissimo powerpoint messo in rete:

Emergenze_sanitarie_nei_paesi_in_via_di_sviluppo[1]

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LA NON SANITA’ NEI PAESI POVERI CAUSA MORTI SPESSO PREVENIBILI

Da http://www.fides.org/ita/approfondire/dirittonegato/dirittonegato3.html (articolo del 2002, un po’ datato, ma ve lo proponiamo lo stesso per il quadro assai grave che propone, mai migliorato in questi anni, ndr)

Città del Vatiicano(Agenzia Fides) – La situazione sanitaria in tutto il mondo, con particolare riferimento alle zone più svantaggiate, è precaria. Povertà, malnutrizione e carenze igieniche possono trasformare in minacce letali le più banali infezioni: malaria, polmonite, morbillo dissenteria, ecc. La Chiesa è presente con oltre 21.757 istituzioni sanitarie sparse in tutto il mondo e cerca di aiutare indipendentemente dall’appartenenza religiosa. Di seguito una serie di dati allarmanti sulle principali cause di morte per malattie e alcune informazioni sulle istituzioni sanitarie cattoliche.
Le malattie infettive sono responsabili di quasi la metà delle morti nei paesi in via di sviluppo, principalmente perchè la gente più povera non ha accesso ai farmaci necessari per la prevenzione e per le cure. HIV, tubercolosi e malaria sono le tre cause principali, circa 300 milioni di persone si ammalano e più di 5 milioni muoiono ogni anno.

Tra le malattie infettive letali ci sono quelle esantematiche, o malattie dei bambini, che complessivamente hanno colpito 1 milione 318mila di vittime. Tra queste la pertosse, con circa 20–40 milioni di casi in tutto il mondo ogni anno, il 90% dei quali nei paesi in via di sviluppo. Circa 200.000–400.000 di questi pazienti, principalmente bambini, muoiono. La poliomielite, conta circa 1919 casi riportati al 2003. Il morbillo ha causato 745.000 decessi e ci sono purtroppo Paesi dove meno del 50% dei bambini da 0-1 anno è stato vaccinato, in Mali solo il 33%; nella Rep. Centrafricana il 35%; in Congo il 37%; a Niauru il 40%; in Nigeria il 40%; in Afghanistan il 44%; a Vanuatu il 44%; nella R.D. Congo il 45%. La difterite ha ucciso 6mila persone in tutto il mondo; mentre il tetano 282mila.
La meningite è un’altra delle malattie infettive letali, ci sono stati 173mila morti di cui 22mila in Africa; 17mila in America; 29mila nel Mediterraneo orientale; 15mila in Europa; 74mila nel Sud-est asiatico; 16mila nel Pacifico occidentale.
A causa di carenze nutrizionali sono morte complessivamente 477.000 persone, di cui 151.000 in Africa; 59.000 in America; 43.000 nel Mediterraneo orientale; 12.000 in Europa; 189.000 nel Sud-est asiatico; 23.000 nel Pacifico occidentale.
Un’altra grave causa di malattia è derivata dalla carenza di ferro portatrice di anemie in ogni parte del mondo. Un deficit di ferro può derivare da: carenza alimentare di ferro che è rara nei paesi industrializzati, tuttavia in tali paesi la dieta può rilevarsi inadeguata e ciò accade in particolare negli anziani, presso i più poveri e nell’età infantile. Anche un ridotto assorbimento di ferro, la perdita cronica di sangue dovuta a ulcere, gastriti emorragiche, carcinoma gastrico, carcinoma del colon, carcinoma dell’utero e tumori renali, causano anemia. Di tutte queste circostanze le malattie più letali per la carenza di ferro sono rappresentate dalle perdite croniche di sangue.
Nel quadro mondiale la carenza di ferro colpisce: negli Stati uniti il 20% delle donne adulte, il 50% delle donne gravide, il 3% dei maschi e il 30% dei bambini (in questi paesi la mortalità è minima dato il progresso industriale e tecnologico). Le anemie causate dalla mancanza di ferro hanno coinvolto 138.000 persone, 21.000 in Africa; 14.000 in America; 11.000 nel Mediterraneo orientale; 6.000 in Europa; 81.000 nel Sud-est asiatico; 4.000 nel Pacifico occidentale.
L’epatite B è una malattia del fegato causata dal virus dell’Epatite B. E’ estremamente contagiosa e può essere trasmessa sessualmente o per contatto con sangue o liquidi del corpo infetti. Sebbene il virus dell’Epatite B può infettare le persone di tutte le età, i giovani adulti e gli adolescenti sono quelli a rischio maggiore. Il virus dell’Epatite B attacca direttamente il fegato e può portare a malattie intense, danni del fegato, e in alcuni casi alla morte. 81.000 sono le persone contagiate, di cui 11.000 in Africa; 6.000 in America; 9.000 nel Mediterraneo orientale; 4.000 in Europa; 29.000 nel Sud-est asiatico; 23.000 nel Pacifico occidentale.
L’epatite C è un’infiammazione del fegato (epatite) causata dal virus dell’epatite C. Contrariamente agli altri virus dell’epatite (A, B, D ed E), l’infezione causata dal virus dell’epatite C – scoperto nel 1989 – porta alla malattia epatica cronica. Si trasmette soprattutto per via ematica, ma può essere presente anche in altri fluidi corporei. 46.000 sono le persone contagiate, di cui 6.000 in Africa; 6.000 in America; 4.000 nel Mediterraneo orientale; 5.000 in Europa; 12.000 nel Sud-est asiatico; 12.000 nel Pacifico occidentale.
Un’altra delle piaghe che colpisce le fasce più povere dei paesi a basso reddito è la lebbra, più di un nuovo caso al minuto e dieci milioni di persone ancora colpite. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i nuovi casi di lebbra diagnosticati nel mondo nel 2001 sono 760.695.
Tra le malattie tropicali, la Dengue, o febbre spaccaossa, ogni anno fa registrare 25 milioni di malati.
Secondo gli ultimi dati dell’OMS muoiono di tubercolosi circa 2 milioni di persone all’anno, di cui 1 milione e 75 mila uomini e 569.000 donne. In Africa sono stati registrati 336.000 decessi tra adulti e bambini; in America 46.000; nel Mediterraneo orientale 133.000; in Europa 77.000; nel Sud-est asiatico 701.000; nel Pacifico occidentale 351.000.
Nel corso degli ultimi anni sono morte 1 milione e 124.000 persone di malaria, di cui 903.000 in Africa; 1.000 in America; 55.000 nel Mediterraneo orientale; 95.000 nel Sud-est asiatico; 10.000 nel Pacifico occidentale. Tenere sotto controllo questa malattia non sarebbe difficile, ma è ancora bassa la percentuale di bambini che dormono sotto una zanzariera: 0% nello Swaziland; 3% in Burundi e Zimbabwe; 6% in Guatemala, Ruanda, Tagikistan e Zambia; 7% in Uganda; 8% in Malawi; 10% in Angola e Costa d’Avorio. Circa 500,000 bambini africani sono colpiti dalla malaria cerebrale (forma acuta della malattia che colpisce il cervello) ogni anno, il 10-20% muoiono.
Nei paesi in via di sviluppo ci sono 1,2 miliardi di poveri 780 milioni soffrono di fame cronica di cui il 34% nell’Africa subsahariana. Sempre a causa della malnutrizione, ogni anno ci sono 12 milioni di morti (55%) tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età.
Secondo le stime della Fao fatte tra il 1999 e il 2001, sono 842 milioni le persone sottonutrite nel mondo, 10 milioni delle quali vivono nei paesi industrializzati, 34 milioni in quelli in via di transizione e 798 milioni in quelli in via di sviluppo.

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Mappa dell'indice di sviluppo umano (Rapporto 2007-dati 2005)
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One thought on “Stati Uniti d’America: Il diritto alla cura, alla SANITA’ PER TUTTI – L’impopolare (negli USA) coraggiosa battaglia di un presidente segna il principio della necessità di una SANITA’ MONDIALE, diritto civile fondamentale di ciascuna persona

  1. Luca Piccin sabato 27 marzo 2010 / 18:37

    Grande uomo.

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