VENETO: la CINA è vicina – Il NORDEST che si confronta con il grande paese asiatico: conquistati dalla Cina? o alla conquista degli immensi mercati cinesi? (non aver paura e farne una grande opportunità economica e culturale)

Volontari (ragazze e ragazzi) cinesi impiegati nell’organizzazione delle Olimpiadi di Pechino del 2008

La Cina, come grande immenso paese sta correndo: nell’economia, nell’espansione mondiale. Non è dato capire quali saranno i futuri sviluppi politici di un paese di un miliardo e quattrocentro milioni di persone; cioè se il “tenerlo assieme”, unito, sarà dato dalla dittatura che lo caratterizza (ma le tensioni tra centro e regioni sono lì altissime); se con lo sviluppo economico e culturale si potrà prevedere smembramenti e frammentazioni…. vien da pensare che l’ipotesi federalista (cioè di tante grandi macroregioni federate tra di loro) è ancora più necessaria lì rispetto ai 350 milioni di europei…. Insomma, tensioni regionali, gravi problemi ambientali, mancanza di un minimo di welfare, smembramento delle famiglie, forbice sempre più larga tra ricchi e poveri…. anche la Cina ha i suoi grandi problemi, ed è da capire e vedere come li risolverà.

E la Cina, con il suo surplus finanziario dato da grandi produzioni e basso costo della manodopera (sfruttata) possiede grandi capitali, in grado di finanziare il debito pubblico statunitense; ma anche di espandersi in varie parti del mondo, non solo adesso in Africa ma anche nell’area mediterranea europea (il porto del Pireo, il più importante e strategico del Mediterraneo, è pressoché in mano cinese…). E se il grande asse intermodale delle merci cinesi (di bassa qualità) passa per il porto di Napoli, l’interesse cinese per l’insediamento in un’area strategica come il Nordest d’Italia (il Veneto e in parte il Friuli) è cosa assodata.

Perché storicamente, all’origine, il miracolo economico del Nordest ha (in micro) molto le caratteristiche dell’economia cinese: molta manodopera disponibile (una volta appunto a basso prezzo), per prodotti non eccessivamente elaborati, senza bisogno di grandi capitali e fonti energetiche. Cioè ciò che contava (nel Nordest) e ora conta nello sviluppo cinese, è il fattore di produzione umano. Ma le cose, se di fatto son per lo più cessate in Veneto e Friuli (la crisi dei distretti produttivi), sta cambiando velocemente anche nel colosso cinese: al persistente fattore produttivo umano, ora i cinesi mostrano pure grande capacità di far “ricerca”, sperimentazione, studio. E allora diventano più temibili (pur non riuscendo ad esprimere minimamente una cultura dominante, pensiamo nel campo del cinema, della moda, etc… e questo è il loro vero limite).

Partiamo qui col darvi la situazione dell’ “invasione economica e produttiva” cinese in Veneto e Friuli (con articoli riferiti sia alla situazione cinese, che a quella economica veneta, alternando gli articoli a loro dedicati); e di come si stia verificando un fenomeno di delocalizzazione alla rovescia. Sono i cinesi a venire in Italia, nel Nordest, e anche in altre parti d’Europa; e le imprese venete in Cina hanno sempre meno ragioni di andarci. Per il Veneto che si confronta con la Cina, l’ipotesi che sembra affermarsi potrebbe essere quella di una divisione di compiti: il mercato di massa dei prodotti, a prezzo economico e di non elevata qualità, saranno monopolio cinese. Le nicchie produttive di media alta qualità, su produzioni originariamente solo italiane ed europee (l’abbigliamento e la moda, le lavorazioni metallo e legno, ma anche beni immateriali, come il turismo, etc.) potrebbero essere appannaggio di un Nordest che, se motivato a perseguire l’alta qualità, si confronterebbe, come offerta, nell’esportazione di beni materiali verso la Cina, con la domanda di un crescente numero di “nuovi ricchi cinesi” (ora si stimano in circa 250 milioni i cinesi benestanti, la classe media…).

Insomma, quel che appare, è che riuscire a capire e a minimamente governare (da parte della politica) un fenomeno economico com’è il confronto tra il piccolo Nordest rispetto all’immensa Cina, tutto questo potrebbe essere l’inizio di una nuova fase di sviluppo per il Veneto, ben inserita nel sistema globale; sistema mondiale che, piaccia o no, ci troviamo a vivere. E ai cinesi, è dimostrato, considerano Venezia la prima città da visitare in Europa.

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IL BOOM DELLA CINA SPAVENTA IL NORDEST

di Giancarlo Pagan, da “il Gazzettino” del 26/3/2010

2,9 miliardi: l’import in Veneto dalla Cina nel 2009 – 2.228 le imprese cinesi in Veneto

Nel giro di quattro anni la Cina è diventato il secondo Paese al mondo dal quale il Veneto importa più merci. I prodotti cinesi hanno invaso i mercati italiani a prezzi impossibili da reggere per l’artigianato veneto. Ed è iniziata la “delocalizzazione alla rovescia”: grandi gruppi hanno iniziato ad acquistare le griffe italiane.

Cominciamo un viaggio nel “Nordest cinese”. In quella Cina dell’economia e degli affari che fa paura perché è grande, ignora molte regole e penetra come la polvere in ogni provincia. In quella Cina che invade e produce e non sembra consumare. Questa è la prima tappa di un percorso quasi inimmaginabile solo pochi anni fa.

Giocattoli, vetro, radiosveglie, televisori, ma anche scarpe, pneumatici, biciclette, vestiti, mobili… Il made in China è poliedrico, invasivo e inarrestabile. Nel giro di quattro anni la Cina è diventata il secondo Paese da cui il Veneto importa più merci, dopo la Germania. Nel 2009, l’anno orribile dell’economia, quando l’industria veneta ha perso un quarto delle sue esportazioni, l’import dalla Cina è risultato pari a 2,9 miliardi con una flessione del 15,5% rispetto ai 3,4 miliardi dell’anno precedente. La Germania, primo partner commerciale, è a poco meno di 6 miliardi.
Un’ascesa prepotente e rapida. Solo nel 1997 la Cina figurava al dodicesimo posto nella graduatoria dei Paesi che vendevano le proprie merci nel Veneto. Nel 2007 è salita al secondo posto, moltiplicando per 7,3 volte il valore dei beni esportati e superando il tetto dei tre miliardi di euro. L’interscambio non è a senso unico, anche se la bilancia commerciale pende nettamente a favore di Pechino.

La nuova classe di ricchi che si sta facendo largo nelle terre del Drago è stimata attorno ai 200 – 250 milioni di persone. Da un sondaggio risulta che la prima città che vogliono visitare in Europa è Venezia (tutti hanno studiato Marco Polo alle elementari) e che considerano il made in Italy il top del lusso. I dati del centro estero di Unioncamere del Veneto lo confermano.   Nonostante l’industria regionale l’anno scorso abbia esportato il 24% in meno, rispetto al 2008, è riuscita a vendere in Cina beni per 932 milioni di euro con un aumento dell’8,2% sul 2008. Dunque se il modello veneto ha tenuto e il saldo commerciale è ancora in attivo di 4 miliardi, è anche grazie ai nuovi ricchi cinesi che hanno comprato scarpe, vestiti, occhiali, borse, mobili…

Veneto e Cina producono lo stesse genere di cose su livelli completamente diversi e in quantità assolutamente non paragonabili. Il primo punta sull’alta gamma, il bene griffato; l’altra, forte dei grandi numeri, sul prodotto popolare. In teoria sono più complementari che competitori. In pratica no. Perché non tutto il modello veneto si è posizionato sul top del mercato e nei piani bassi dei distretti la concorrenza cinese diventa devastante. All’interno e all’esterno.

Le tonnellate di merci made in China sono riversate nei mercati di paese, nei banchetti delle fiere, nei centri della grande distribuzione low cost, a prezzi assolutamente impossibili per l’artigiano veneto. Ma negli stessi mercati arrivano quotidianamente anche oggetti prodotti ai margini dei distretti veneti. In fabbriche, laboratori gestiti da cinesi, con personale cinese e venduti a prezzi cinesi. I terzisti dagli occhi a mandorla si stanno allargando in settori tradizionale del Nordest di fascia bassa, nell’abbigliamento e nelle calzature. Le imprese manufatturiere cinesi nel Veneto – dice Fondazione Leone Moressa – sono 2.228. Alle camere di commercio della regione sono iscritti 5.798 imprenditori di origine cinese. Da 2002 il loro numero è cresciuto del 235,7%. In Friuli ce ne sono 598 (più 115,1%). Solo un terzo si occupa di ristoranti e bed and breakfast. Gli altri producono o commerciano.

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L’ESPERTO Il nuovo fenomeno è la «delocalizzazione alla rovescia» – Gianluca D’Agnolo: «Grandi gruppi acquistano aziende italiane»

«ORA COMPRANO LE GRIFFE»

di Giancarlo Pagan, da “il Gazzettino” del 26/3/2010

Altro che i negozietti acquistati in contanti o i sottoscala nelle periferie dei distretti dove lavorano venti ore al giorno cinesi più o meno irregolari, come risulta dai verbali delle ispezioni della Guardia di Finanza. Il fenomeno nuovo è la delocalizzazione alla rovescia. Grandi gruppi cinesi, appoggiati da colossi bancari, comprano le griffe del made in Italy. E il Veneto è un’aree appetibile in questo business.
I registi sono i Fondi sovrani spiega Gianluca D’Agnolo, 41 anni, veneziano (è nato al Lido) che dal 1997 fa l’avvocato in Cina. E’ socio dello studio Chiomenti, responsabile dell’ufficio di Pechino, 70 addetti con filiali ad Hong Kong e Shanghai.
«I cinesi hanno un’ enorme liquidità in valuta derivata dal surplus della bilancia commerciale. Banche, grandi imprese e Fondi sovrani, invece di sottoscrivere i titoli del debito pubblico degli Stati Uniti, hanno cominciato a diversificare, comprando direttamente attività produttive».
Che tipo di aziende?
«Non c’è un settore in particolare, anche se moda e griffe sono i più appetibili. Ad aprire la strada è stato il gruppo pubblico Zum Lyion che tre anni fa ha comprato la Cifa di Milano, aziende che produce macchinari per l’edilizia. Poi i marchi della moda Tacchini, Kappa, il cantiere Dalla Pietà a Marghera. Il colosso cinese Machi sta trattando per rilevare il gruppo di elettrodomestici di Antonio Merloni (fratello del più noto Vittorio ndr). China Investment Corporation è interessata ad entrare nell’Eni e nell’Enel».
Perché investono in Europa quando devono dare lavoro ad un miliardo di persone a casa loro?
«La prima ragione è l’impiego dei surplus commerciali. Ma c’è anche una questione di prestigio. I cinesi vogliono essere protagonisti nella globalizzazione, oltre che accaparrarsi i pezzi pregiati che trovano sul mercato. Hanno un approccio molto pragmatico. Dove entrano non cambiano i manager, almeno non subito, non colonizzano e hanno ottime relazioni sindacali».
E gli italiani, continuano a delocalizzare in Cina?
«I piccoli no. Non è conveniente. Le stesse industrie cinesi ad alta intensità di manodopera oggi aprono fabbriche in Cambogia, Bangladesh. Il costo della manodopera e gli affitti sono aumentati moltissimo in aree industriali come Shanghai. Aprire in Cina invece funziona per le aziende, anche medie, purché strutturate, che intendono vendere sul mercato asiatico».

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CINA

OPPORSI E’ INUTILE: LA CINA E’ GIA’ PRONTA A GUIDARE IL MONDO

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 22/2/2010

NEW YORK – “When China rules the world“, quando la Cina governerà il mondo. Un titolo che è un pugno nello stomaco. O un incubo. Sarà per questo che il saggio di Martin Jacques, uscito in Inghilterra e negli Stati Uniti, è stato tradotto in Cina, Taiwan, Giappone, Indonesia, ma in nessun paese dell’ Europa continentale? E’ troppo duro per noi confrontarci con le tesi di Jacques?

studenti cinesi

«L’ Europa – sorride lo studioso britannico – ha abbandonato lo sforzo di elaborare un’idea del futuro. Ai cinesi sa esprimere solo una serie di lamentele che si possono riassumere in una sola: perché non siete come noi?».

Ma in questo libro lei non fa sconti neppure all’ America. Nel sottotitolo evoca “la fine del mondo occidentale e la nascita di un nuovo ordine globale”. La classe dirigente Usa può accettare questa prospettiva?

«Gli Stati Uniti sono impreparati di fronte all’ascesa della Cina. Non l’hanno capita, ne hanno sottovalutato la portata. Solo dall’ultima crisi finanziaria le élite americane hanno cominciato ad avvertire il declino del loro paese. Non molto tempo prima, si cullavano ancora in un’idea d’invincibilità. C’ è stata da parte delle élite americane una diabolica incomprensione della storia».

Che cosa fa velo, per capire la Cina?

«Il fatto di averla considerata una nazione destinata a un futuro come il nostro, cioè a diventare una società simil-occidentale. E’ stata dedicata scarsa attenzione alla possibilità che la Cina, pur trasformandosi, rimanga profondamente diversa da noi. L’ America non è attrezzata ad accettare una diversità così radicale».

Il viaggio di Obama in Cina a novembre fu preceduto da enormi aspettative, si parlò della nascita di un G2. Da quel momento in poi tutto è andato storto. Copenaghen, Google, Taiwan, Tibet: la Cina è diventata “la potenza che dice no”, agli occhi dell’ Occidente.

«Le reazioni a quel viaggio sono emblematiche di quanto la classe dirigente e l’opinione pubblica americana siano impreparate. Obama è stato accusato di essere troppo cauto. Invece è stato realistico, ha tenuto conto dei nuovi equilibri di potere. Le priorità dei dirigenti di Pechino sono chiare. Al primo posto c’è la crescita economica indispensabile per sradicare la povertà ancora estesa in ampie aree del paese. Al secondo posto, e di conseguenza, la Repubblica Popolare deve garantirsi le relazioni internazionali più favorevoli per perseguire il primo obiettivo. Inclusa una relazione positiva con gli Stati Uniti. All’interno di questo rapporto, è vero che la Cina si è fatta più sicura di sè, più determinata, più consapevole dei nuovi rapporti di forze. I cinesi sono straordinariamente pazienti. Hanno un visione a lungo termine. Anzi: lunghissimo».

Nel suo saggio lei proietta un’ascesa della Cina ben oltre la sfera economica, politica, militare. Ma perché la Cina possa davvero dominare il mondo, dovrà competere con l’America anche sul terreno culturale. Può farlo?

«La Cina ha una civiltà ben più ricca degli Stati Uniti. La sua tradizione di uno Stato centrale ha duemila anni di storia. Altri aspetti della sua civiltà sono molto più antichi. Ha una delle lingue più ricche e più antiche del mondo. Per proiettarsi all’ esterno con una capacità egemonica occorrono avere risorse culturali e modernità. La cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino nell’agosto 2008 fu un interessante esempio di come la Cina adesso possa rielaborare la propria storia proponendola attraverso le tecniche di comunicazione e di spettacolo più moderne».

Resta una diversità irriducibile, che ci rende difficile accettare la prospettiva di un’egemonia cinese: abbiamo valori incompatibili, la democrazia liberale e i diritti umani.

«Per questa ragione l’ Occidente sarà il più refrattario alla penetrazione culturale cinese, e cercherà di resistere. La Cina ha meno da offrirci. Ma ha già compiuto delle avanzate notevoli in tutto il resto del mondo. Nei paesi emergenti la Cina rappresenta una valida alternativa a quel modello che fu definito il “Washington consensus”. In particolare durante l’ ultima crisi economica, Pechino ha dato ulteriori prove di avere uno Stato molto efficiente, più efficiente dei nostri. In futuro tutto il dibattito sul ruolo dello Stato dovrà tener conto del modello cinese. L’ egemonia è fatta anche di questo: istituzioni che danno risultati».

Come dovrebbe comportarsi l’ Occidente?

«L’ Occidente vede se stesso come la più cosmopolita fra tutte le culture. E’ un curioso rovesciamento: in realtà siamo i più provinciali. Tutte le altre civiltà, dal XVIII secolo in poi hanno dovuto confrontarsi con un avversario più forte. La colonizzazione europea, poi l’ americanizzazione, hanno sottoposto gli altri a uno sconvolgimento. Sono stati costretti, anche con la forza, a “diventare cosmopoliti”. Noi non siamo passati attraverso questa esperienza. Di conseguenza siamo i più ignoranti. L’ ascesa della Cina sarà per noi un apprendimento. Ci saranno aspetti che non amiamo affatto di quella civiltà, altri che scopriremo interessanti. Lo spostamento del potere dagli Stati Uniti verso la Cina è un processo secolare, inevitabile. Non dipende dalle singole scelte, o dai singoli errori, che questa o quella Amministrazione americana può fare. Sono in movimento forze più profonde, che vanno al di là dell’ influenza dei nostri leader». – (Federico Rampini)

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VENETO

Distretti in crisi – da uno studio “Intesa Sanpoalo”

CONTRORDINE, NON SI DELOCALIZZA PIU’

di Alessandra Carini, da “il Mattino di Padova” del 22/1/2010

VENEZIA. Se si guarda la cartina dei distretti che hanno retto meglio negli ultimi tre anni, compreso quel 2008 che ha segnato l’inizio della crisi, il Veneto e più in generale il Nordest, sono tra le zone che hanno più sofferto. Se non fosse per il Prosecco di Conegliano, il prosciutto di San Daniele e per la Termomeccanica veronese (Riello, Ferroli, Aermec) o per un piccolo pezzo di quella vicentina, i distretti nordestini presenterebbero solo situazioni difficili.

Più difficili, a quanto appare dalla ricerca condotta dall’ufficio Studi di Intesa Sanpaolo, di quelle degli altri «fratelli» industriali italiani. Il perchè è presto spiegato: la crisi ha risparmiato il settore alimentare, ma ha travolto quelle fasce di made in Italy tradizionale (prodotti per la casa, tessile e abbigliamento, scarpe) che qui, più che altrove, sono presenti e facevano leva soprattutto sulle esportazioni.

Ad esempio, la scomparsa del mercato russo, crollato tra il 40 e il 50%, ha mandato in crisi il settore del mobilio che gira intorno alle provincie di Treviso e Pordenone.  «Siamo noi che abbiamo risentito maggiormente del crollo, ma appena la domanda riprende siamo pronti a ripartire» dice Antonio Zigoni, presidente della Federlegno per il Triveneto. Nell’attesa, però, l’industria del settore chiede sostegno: «Noi abbiamo rotto le musigne, dato che la fabbrica è come la nostra casa. Ma anche il governo – aggiunge Zigoni – deve aiutare le aziende ad investire e a sostenere i consumi in questa fase».

Anche per il complesso del sistema moda il colore con cui si chiude il biennio 2006-2008 è prevalentemente rosso. Va un po’ meglio il tessile intorno a Schio-Vicenza (le industrie portanti sono Diesel, Marzotto, Dainese – che ora delocalizza – e altri) mentre quello trevigiano (che vanta marchi come Benetton, Olimpias, Fashion box e Stefanel) ha sofferto più della crisi. Nella meccanica si «salva» l’industria veronese che ruota intorno alla termomeccanica, i distretti della Inox Valley (con capifila De Longhi ed Electrolux).

Uno degli elementi che emerge dallo studio di Intesa Sanpaolo è che il processo di delocalizzazione si è arrestato. L’ufficio studi di Intesa misura questa tendenza sulla base di quanto esportano (e poi reimportano) i distretti. Ed anche su alcune evidenze che trovano conferma di un vero e proprio arresto nei processi di delocalizazzione nei distretti del legno-arredo della Brianza, del mobile in stile veronese di Bovolone, della maglieria di Carpi in Emilia, dell’occhialeria bellunese e della concia di Arzignano.

Per altri (Montebelluna con le sue calzature e i mobili del Livenza e Quartier del Piave) il processo sarebbe un po’ meno evidente. E’ una scelta, quelle di restare in Italia, che alla base ha ragioni di rapporto costi-qualità, di selezione dei fornitori, e, a volte, anche la delusione di molti investimenti scottati dall’esperienza. «Per alcune iniziative imprenditoriali la delocalizzazione si è rivelata un tutt’altro che vantaggiosa» dice Fabrizio Guelpa direttore per l’industria dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo.

Tra le ragioni è anche l’esaurimento naturale di un processo, che, in alcune zone del Nordest data da decenni: «Quello che poteva essere delocalizzato è stato ormai portato fuori» dice Aldo Durante profondo conoscitore del distretto di Montebelluna. «C’è ormai poca manifattura da traslocare all’estero. E poi molti Paesi si sono “normalizzati”: basti pensare all’Est e alla Romania, entrata in Europa, i cui costi tendono a omologarsi con il resto del Continente. Da Timisoara, ad esempio, molti italiani sono andati via».

Dunque la delocalizzazione non è piu uno di quei temi che sono d’urgenza nell’industria del Made in Italy, anche perchè sempre piu spesso, ad esempio in un settore diffuso come quello dell’abbigliamento, sono stati i cinesi a portare qui le loro iniziative produttive che, partendo da lavorazioni magari in nero, sono diventate con il tempo catene produttive “ufficiali” che negoziano accordi con il resto dell’industria italiana.  Per il Nordest sembra aprirsi una seconda sfida. Quella di riuscire a farsi strada con lavorazioni e settori di alta qualità in un mondo sempre piu stretto di consumi e sempre piu abbondante di capacità produttiva.

Una sfida che ha però un secondo aspetto importante spesso materializzato in una delle cartine dell’Italia dei distretti dove si vede chiaramente che negli ultimi anni quelli che erano piu vicini ai grandi centri urbani hanno avuto un andamento migliore. «Probabilmente mano a mano che la produzione si “terziarizza” – dice ancora Guelpa – il centro diventa piu appetibile e competitivo rispetto alla “periferia” dove la manifattura è nata e cresciuta».

Per centro si intende un’area metropolitana che riesca a coagulare servizi, finanza, ricerca, formazione e che, grazie anche ad infrastrutture fisiche e alla sua mobilità interna, venga considerata tale da chi ci vive e lavora. «Non è facile – dice Guelpa – per un territorio frammentato come quello del Nordest». Forse è questa la sfida nei prossimi anni. E non solo per l’industria. – Alessandra Carini

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CINA

Il progetto cinese spiegato sul “Daily Telegraph”

TRENO LONDRA-PECHINO IN DUE GIORNI

di Simona Marchetti, da “Corriere.it” del 9/3/2010

Secondo il piano la nuova linea ad alta velocità potrebbe essere completata nel giro di un decennio

MILANO – Da Londra a Pechino in due giorni di treno e a Singapore in appena tre. Un’impresa fino a poco tempo fa impensabile che, però, i cinesi contano di rendere possibile nel giro di dieci anni, costruendo una rete ferroviaria ad alta velocità in India e in Europa, con convogli capaci di correre a oltre 320 chilometri all’ora. A parlare dell’ambizioso progetto è Wang Mengshu, membro della “Chinese Academy of Engineering”, nonché consulente anziano del progetto alta-velocità in Cina. Secondo le intenzioni, una prima linea passerebbe attraverso l’India e il Pakistan, una seconda vedrebbe i treni viaggiare in direzione nord attraverso la Russia e lungo il sistema ferroviario europeo, mentre una terza collegherebbe il sud, ovvero Vietnam, Tailandia, Birmania e Malesia.

TRE LINEE COMPLETATE ENTRO IL 2020 – «Puntiamo ad avere dei treni che vadano veloci quasi quanto gli aerei – ha spiegato il signor Wang al “Daily Telegraph”» – e nella migliore delle ipotesi, le tre linee ferroviarie saranno completate nel giro di un decennio e grazie a questo nuovo sistema di comunicazione, sarà possibile trasportare anche carichi di materie prime in modo più efficiente e veloce. Ma malgrado la Cina sia già in trattative con altri 17 paesi per la costruzione della rete ad alta velocità, non è stata un’idea nostra. Sono stati gli altri a venire da noi, soprattutto l’India, perché sperano di trarre vantaggio dalla nostra esperienza e dalla nostra tecnologia». Come si sa, la Cina è nel bel mezzo di un grande progetto di espansione ferroviaria da quasi 530 miliardi di euro, che punta a costruire oltre 30mila chilometri di rete nei prossimi cinque anni, collegando le maggiori città del paese con un sistema ad alta velocità.

PROBLEMA COSTI – Non a caso, alla fine del 2009 è diventato realtà l’Harmony Express, il treno più veloce al mondo (tocca i 400 km/ora), in grado di percorrere i mille chilometri che separano le città di Wuhan e Guangzhou (praticamente, la stessa distanza fra Londra ed Edimburgo e ritorno) in appena 3 ore. Stando sempre al signor Wang, il percorso delle tre linee non sarebbe ancora stato deciso, ma la costruzione di quella del sud-est asiatico sarebbe comunque già iniziata nella provincia meridionale dello Yunnan, mentre la Birmania starebbe per dare il via al suo tratto di competenza, anche grazie ai soldi dei cinesi, che si sarebbero offerti di finanziare la linea in cambio dei ricchi giacimenti di litio che ci sono nel paese asiatico.

i treni ad alta velocità cinesi

Attualmente, la sola possibilità che c’è di andare dalla Cina al sud-est asiatico è attraverso l’antiquato percorso ferroviario costruito dai francesi in Vietnam un secolo fa. «Abbiamo già effettuato le ricerche necessarie per la rete europea – ha continuato Wang – e le nazioni interessate sono con noi in questo progetto. La linea settentrionale sarà la terza a nascere, sebbene Cina e Russia abbiano da tempo trovato l’accordo per una linea ad alta velocità attraverso la Siberia, dove ad oggi vivono un milione di cinesi».

Ovviamente, un ostacolo non da poco è rappresentato dai costi, visto che solo per la rete del sud-est asiatico si parla di un investimento da oltre 440 milioni di euro, con l’Asian Development Bank che ha recentemente dato il proprio assenso a un secondo prestito di quasi 30 milioni di euro per la ricostruzione della rete ferroviaria cambogiana: un progetto da più di 100 milioni di euro, che dovrebbe vedere la luce entro il 2013. «In effetti, il problema principale è il denaro – ha riconosciuto Wang – e per questo useremo i soldi del governo e i prestiti delle banche, ma le ferrovie possono anche ottenere finanziamenti dai privati e dagli stessi paesi ospitanti». (Simona Marchetti)

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VENETO

Distretti in crisi

«SPORTSYSTEM, O CAMBIA O MUORE»

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 16/1/2010

MONTEBELLUNA. C’è un bivio davanti al distretto dello Sportsystem: da una parte il declino e dall’altra il rilancio. E’ l’allarme lanciato dal primo rapporto dell’Osservatorio nazionale distretti, promosso dalla Federazione che riunisce 45 «cluster» in tutta Italia e che prende in esame novantadue città-impresa, di cui ben venti nel Veneto.

L’avviso è senza appello: o si cambia o si muore.  Nella terra che ha visto nascere lo scarpone da sci, adesso le scarpe da montagna rappresentano meno del 10 per cento della produzione montebellunese.  Se mezzo secolo fa il volto industriale di Montebelluna era rappresentato da Gianni Munari, che portava la Dolomite sul K2, e da Adriano Vaccari, che ha costruito la Nordica, adesso l’immagine del distretto è quella di Mario Moretti Polegato che inventa «la scarpa che respira» Geox e la porta in Borsa e quella di Andrea Tomat che da manager della Lotto ne diventa proprietario e poi presidente degli industriali del Veneto.

Il rapporto dell’Osservatorio distilla i dati dell’Istat e del Censis, di Unioncamere e della Fondazione Edison, di Intesa SanPaolo e di Confindustria. Riferisce la situazione complessiva dei distretti: che perdono il 20 per cento dell’export e lasciano per strada migliaia di persone. Anche se il modello distretto favorisce la coesione sociale ed impedisce il fenomeno dei disoccupati in piazza perché l’85 per cento delle imprese ha meno di nove addetti.

L’analisi del distretto di Montebelluna è generosa nel passato, severa nel futuro: «La coesistenza di imprese diverse per dimensione, strategia e tipologia di prodotto, dalla multinazionale al laboratorio artigiano» è stata la caratteristica. I montebellunesi sono stati bravissimi a delocalizzare per primi, quando trent’anni fa facevano fare le scarpe a Taiwan e in Corea. Attualmente il distretto attinge a molto terziario: uffici, servizi all’impresa, banche.

Ma «la cultura d’impresa nel distretto è molto limitata e le aziende che hanno una visione internazionale sono pochissime, anche perché manca un adeguato ricambio generazionale. La governance del distretto non sembra aiutare a superare questi limiti», serve più a raccogliere le risorse della Regione. E conclude: «La forma distrettuale di Montebelluna appare non più adeguata alle evoluzioni organizzative delle imprese». Insomma, il modello è finito. Serve svoltare, con coraggio e determinazione.

Anche perché i figli non sono quasi mai come i padri. Siamo nella terza fase, quella della crisi e rivitalizzazione: dove «il fenomeno che più di altri caratterizza i distretti più competitivi è la presenza di imprese di solida reputazione, con brand affermati che anche a livello internazionale, di dimensioni medio grandi che spesso assumono la leadership nei distretti; imprese che hanno puntato a rafforzare la funzione commerciale con l’affermazione di marchi, investimenti pubblicitari, servizi ai clienti, negozi monomarca».

E’ il caso della Geox, sempre più impresa-simbolo, che nel distretto rappresenta la metà della produzione e dei volumi di fatturato (800 milioni di euro su 2 miliardi complessivi). Lo stesso fenomeno che si registra nell’Agordino con il monopolio produttivo sempre più consistente di Luxottica.  Ma per quanto in crisi, «il distretto rappresenta un sistema industriale che il mondo ci invidia» commenta Valter Taranzano, presidente dei distretti italiani, che parla di «modello italiano».

«Il limite è, quasi paradossalmente, che i distretti non riescono a mettere in campo completamente la loro forza, non fanno sistema come dovrebbero». Come camaleonti, si adeguano in fretta, precedono i cambiamenti, anticipano le tendenze: senza aspettare sussidi di Stato, come invece fa la grande industria.  «Quello che non serve alle imprese – aggiunge Aldo Bonomi, vice presidente di Confindustria – è il filtro della politica: le imprese devono fare le imprese, il mondo pubblico è chiamato a creare le condizioni favorevoli alla competitività del nostro sistema e non deve interferire nella governance delle aziende». – (Daniele Ferrazza)

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CINA

“IL DECLINO DELL’OCCIDENTE E’ REALTA’ MA LA CINA NON HA ANCORA VINTO”

di Enrico Franceschini, da “la Repubblica” del 4/3/2010

LONDRA – «Non è detto che la fine del secolo americano e il declino dell’Europa producano automaticamente un mondo dominato dall’Asia e in particolare dalla Cina». Anthony Giddens offre un diverso parere nel dibattito sull’ egemonia asiatica.

Sociologo di fama internazionale, ex-direttore della London School of Economics, inventore della Terza Via, ossia della svolta riformista che portò al potere il Labour di Tony Blair e numerosi partiti progressisti un decennio orsono, membro della camera dei Lord, Giddens è uno dei più acuti osservatori delle trasformazioni della società contemporanea e dei suoi problemi: il suo ultimo libro, già tradotto in decine di lingue, è un saggio sulle responsabilità dei governi nell’ affrontare il cambiamento climatico.

«Naturalmente è possibile che il ventunesimo secolo assista a uno spostamento del potere mondiale dall’ America, e per estensione dal suo alleato storico che è l’ Europa, verso l’ Asia in generale e specialmente verso la Cina, che numerose statistiche indicano come la nuova superpotenza emergente, ma questa è al momento solo una possibilità. Ma è pure possibile che si realizzi uno scenario differente».

Quale, professor Giddens?

«Innanzi tutto parlare di egemonia asiatica significa generalizzare, perché i suoi due paesi emergenti, Cina e India, rappresentano modelli politici ed economici ancora molto distinti e non bisogna comunque dimenticare il Giappone, legato al modello di sviluppo occidentale. Inoltre non bisogna dimenticare l’ascesa contemporanea dell’America Latina: entro pochi decenni o forse pochi anni, anche un paese come il Brasile giocherà un ruolo sempre più cruciale. Quindi la realtà che si profila sarebbe comunque più complessa. E tuttavia, anche semplificando, non è detto che al declino dell’Occidente corrisponda il dominio dell’Asia,o se vogliamo della Cina, visto che è con essa che al momento vengono confrontati gli Stati Uniti».

Eppure l’ egemonia economica di Pechino comincia a manifestarsi anche in campo scientifico e accademico, oltre che economico e geopolitico.

«E’ vero. Ma la Cina rimane esposta a gravi problemi che pongono degli interrogativi a una sua egemonia mondiale analoga a quella esercitata dagli Stati Uniti nel ventesimo secolo e dall’Impero Britannico nel diciannovesimo. La Cina ha una massiccia e diffusa ineguaglianza sociale, le manca un efficace sistema di welfare, è alle prese con la frattura della famiglia tradizionale, paga il prezzo di una corruzione di massa nel partito comunista, soffre forti tensioni tra il potere centrale e le regioni, e prima o poi dovrà fare i conti con enormi problemi ambientali provocati dal suo modello di sviluppo. Non sappiamo ancora come risolverà tutte queste sfide. Inoltre non va dimenticato che la supremazia degli Stati Uniti in campo militare e in quello del soft power, della cultura popolare di massa, è ancora dominante e lo resterà a lungo».

Ian Buruma, intervistato da Repubblica, ha richiamato l’ attenzione sul pericolo che la forma di capitalismo autocratico sperimentata finora con successo da Pechino possa diventare un esempio da imitare anche per altre nazioni, perfino in Occidente, un modello alternativo alla democrazia liberale.

«La Cina in apparenza è riuscita a rovesciare l’utopia di Gorbaciov, che voleva la libertà politica con un’economia mista sostanzialmente guidata dallo stato: oggi Pechino sembra effettivamente dimostrare che è possibile avere la libertà economica in presenza di una politica autoritaria. Eppure io credo che la democrazia resterà comunque il modello preferibile, non solo per l’ aspirazione dei popoli alla libertà ma anche perché, nonostante tutti i suoi problemi, funziona meglio. Solo il libero scambio di idee genera l’innovazione necessaria a un costante progresso».

Ma se la Cina non sarà il paese guida di questo secolo, quale sarà la potenza egemone?

«Potrebbe non essercene una. Il declino americano potrebbe creare un vuoto che nessuno riempirà completamente. Non è detto che la storia si ripeta all’ infinito, con una successione di superpotenze che hanno la leadership unilaterale del pianeta. E questo potrebbe essere uno sviluppo positivo: una chance di vero multilateralismo, in cui Cina, India, Brasile, America, Europa, Russia governano insieme il mondo».

In che modo America ed Europa devono prepararsi a questa nuova era?

«L’ America, con Obama, sta cercando di recuperare il ruolo di influenza morale che ha avuto sul mondo prima della sciagurata presidenza Bush. L’impegno a chiudere Guantanamo, a non calpestare i diritti umani in nome della lotta al terrorismo, sono passi importanti in tale direzione. L’ Europa sta perdendo tempo e terreno: ha impiegato più di dieci anni a darsi una nuova veste, adeguata all’allargamento a 27 paesi, ma poi ha avuto paura di dare autentico potere alle sue nuove strutture. E’ ancora prigioniera dei singoli interessi nazionali. Sembra non capire che, senza un’ulteriore integrazione, non potrà competere nel mondo di domani». (Enrico Franceschini)

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VENETO in crisi

MARGHERA AL COLASSO, L’INDUSTRIA PERDE PEZZI

da “il Gazzettino” del 12/1/2010

VENEZIA – Mentre i lavoratori dell’Alcoa si apprestano ad incrociare di nuovo le braccia oggi per tre ore e a scendere in manifestazione, la Cgil fa il punto sulla crisi di Marghera. L’Alcoa è solo l’ultimo grano di un rosario di chiusure che si snocciola da prima della grande crisi del 2008.

«E’ gravissimo che Alcoa apra unilateralmente la procedura di cassa integrazione, quando al tavolo del Governo si stanno definendo misure sull’energia che accolgono tutte le principali richieste aziendali» – tuona Giorgio Cremaschi, segretario della Fiom Cgil, che ieri era a Fusina in assemblea con i lavoratori. «Lo sciopero vuole proprio denunciare una situazione insostenibile» – aggiunge il segretario della Fiom veneziana Giorgio Molin.

Ma, appunto, l’Alcoa è solo la punta dell’icebeg. L’area industriale di porto Marghera è al collasso a causa della crisi. La Cgil veneziana lancia l’allarme. Il segretario provinciale del sindacato Sergio Chiloiro elenca: 214 crisi aziendali che hanno colpito 6.726 lavoratori nel solo 2009. La crisi industriale di Porto Marghera è «drammatica ma non disperata» sostiene il sindaco di Venezia Massimo Cacciari. «Con la decisione di Alcoa di lasciare, con le chiusure, già ad inzio 2009 di Sirma, De Poli, Montefibre e, in prospettiva, con le difficoltà di Fincantieri, la situazione può essere definita drammatica. Tuttavia è recuperabile se in sede di governo vengono decise politiche fiscali di sostegno a settori strategici e si avvia la costruzione di un Autorità che possa dirigere i processi di riconversione di un’area di interesse nazionale com’è Marghera». Appello accolto dal presidente di Confindustria Venezia Luigi Brugnaro che ha invitato a lavorare insieme e ad avere fiducia. «Il punto più basso della crisi è stato toccato nel maggio scorso. Ora bisogna evitare la coda velenosa».
Intanto la situazione è difficile anche alla Fincantieri, fino ad ora fiore all’occhiello dell’industria di Marghera. Rsu e Fiom-Cgil lanciano l’allarme. «Abbiamo commesse fino al 2012, ma se nel 2010 non ce ne saranno di nuove – sostiene Stefano Castigliego rappresentante sindacale del gruppo – scatterà la cassa integrazione. Una bomba sociale – avverte – perché se i 1.150 addetti della Fincantieri hanno la Cig, i lavoratori dell’indotto, circa 3.000, non hanno ammortizzatori sociali e molti sono extracomunitari».   G.C.P.

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CINA

BURUMA: “COSI’ IL SORPASSO CINESE INDEBOLISCE LE NOSTRE DEMOCRAZIE”

di Federico Rampini, da “la Repubblica” del 19/2/2010

NEW YORK – «Il successo della Cina ha conseguenze politiche, ben oltre quella sfera economica che finora ha attirato la nostra attenzione. In una fase di crisi delle democrazie, incoraggia chiunque abbia tentazioni autoritarie, anche in casa nostra. È una sfida al sistema liberaldemocratico occidentale più seria di quanto fosse il confronto Est-Ovest ai tempi della guerra fredda e dell’ Unione sovietica».

Ian Buruma è uno dei più acuti osservatori del rapporto tra Oriente e Occidente. Olandese di nascita, ha vissuto a lungo in Giappone e a Hong Kong. Ora insegna al Bard College negli Stati Uniti. Ha pubblicato numerosi saggi sull’ Asia, un romanzo ambientato in Cina, e presto uscirà il suo nuovo libro dedicato ai rapporti tra religioni e politica dall’ Europa all’Estremo Oriente.

Signor Buruma, siamo entrati in una nuova fase del rapporto con la Cina, in cui l’Occidente è sempre meno sicuro dei propri valori?

«L’ ascesa della Cina ne fa un vero modello alternativo rispetto alle democrazie occidentali, qualcosa di molto diverso dalla minaccia dell’Urss che era un paese sostanzialmente arretrato. Quel che accade a Pechino incoraggia tutti coloro che pensano che una nazione sta meglio se unisce l’economia di mercato e un governo coi muscoli. Il capitalismo autoritario aveva un fascino limitato finché veniva sperimentato su piccola scala, per esempio a Singapore. Con la Cina tutto cambia. Dall’ America latina fino a Silvio Berlusconi, è ampio l’arco di paesi dove la democrazia parlamentare viene rimessa in discussione. Anche le democrazie più antiche vivono una fase difficile. La voglia di sbarazzarsi dei partiti, di affidarsi a tecnocrati autoritari, spunta in molti luoghi. La forza cinese diventerà un punto di riferimento sempre più importante. E ci mette di fronte a un dilemma. Un’egemonia cinese sarebbe una minaccia. Ma una crisi della Repubblica Popolare può essere una catastrofe, e non solo dal punto di vista economico. Chissà su cosa sfocerebbe: il caos o un regime militare?».

Dopo la competizione economica, politica, militare, tecnologica, Pechino diventerà capace di sviluppare anche un soft power culturale? Di esportare un’ influenza sulle menti?

«Il loro sistema scolastico e universitario può sfornare generazioni di ottimi matematici. Però non è fatto per incoraggiare chi sviluppa idee anticonformiste, fuori dalle convenzioni. Questo può essere un limite all’ espansione mondiale di un’ influenza culturale cinese. Non darei troppa importanza a quel che il governo di Pechino sta facendo per sostenere la cultura cinese all’ estero attraverso gli Istituti Confucio, che sostituiscono i valori tradizionali all’ideologia comunista ormai sprovvista di ogni fascino. Né temo l’indottrinamento della loro tv di Stato (Cctv) che rafforza la diffusione dei suoi programmi all’estero. In questo campo i cinesi hanno ancora molto da imparare. Il glamour mondiale di Hollywood è un fenomeno di mercato, non pianificato dal governo americano. Per avere successo tra noi i cinesi devono proporci anche sul terreno culturale dei prodotti appetibili. Dove la cultura cinese ci invade, infatti, è proprio in quegli aspetti più validi che non dipendono dalle direttive di governo: una certa estetica, o la gastronomia, per esempio. Ma non vedo pericoli reali in questa penetrazione. L’ Asia sarà sempre più in mezzo a noi, questo è inevitabile».

Nel corso degli ultimi mesi l’ atmosfera tra noi e loro sembra essere cambiata. La “dottrina Obama” che auspicava una cooperazione sempre più stretta fra le due superpotenze è stata contrastata da una serie di incidenti: Copenaghen, Google, Taiwan, il Tibet. Cos’ è successo? Siamo cambiati noi, o loro?

«Il vertice sul clima a Copenaghen è stato un punto di svolta. Non solo il presidente Obama ma anche i leader europei sono rimasti sorpresi dal comportamento cinese. I dirigenti di Pechino si sono comportati con arroganza, con gesti quasi offensivi. Obama è rimasto colpito. Attaccato in patria dalla destra, a sua volta ha dovuto adottare una linea più dura. Si è reso che essere semplicemente diplomatici non paga coi dirigenti cinesi».

Di tutte le occasioni di conflitto la vicenda dello spionaggio cinese contro Google è la più nuova: chiama in causa la nostra concezione di Internet come architettura aperta, una metafora della “società aperta” a cui teniamo.

«Google ha fatto la cosa giusta e ha segnato un grosso cambiamento rispetto al passato. Prima di allora, la linea comune del capitalismo e dei governi occidentali era che in nome degli affari bisognava accettare qualsiasi imposizione da Pechino: l’autoritarismo, la censura. Google crea un precedente. Forse anche per gli interessi del business, è meglio dire di no».

È pensabile che per le sue dimensioni, con 380 milioni di utenti Internet, la Cina riesca a far funzionare davvero la Grande Muraglia online, un cyberspazio separato, controllato?

«I modi per aggirare la censura sono tanti, chi vuole farlo riesce a trovare il sistema. E non dobbiamo focalizzarci solo su Internet. La Cina è il più grande mercato mondiale di telefonini. Attraverso gli sms circolano notizie all’interno del paese, anche su scandali e rivolte, che è molto difficile controllare. D’altronde i dirigenti cinesi hanno accettato e voluto una grande apertura alle nuove tecnologie della comunicazione, perché è funzionale allo sviluppo economico e alla modernizzazione. Anche l’ apertura al mondo esterno è essenziale, per costruire una superpotenza dell’economia globale come quella cinese. La Repubblica Popolare non può certo adottare i metodi della Corea del Nord per sbarrare i flussi dell’ informazione».

Che accade però se i giovani cinesi più istruiti e cosmopoliti, quindi capaci di aggirare la censura, sono anche i più nazionalisti? Lo abbiamo visto quando in Occidente ci furono manifestazioni contro le Olimpiadi e in favore del Tibet: la gioventù cinese difese il suo governo. Proprio quelli che dovrebbero essere critici verso il regime, scattano indignati contro le nostre “interferenze”.

«Questo è vero.I dissidenti come Liu Xiaobo sono un’ infima minoranza nella Cina di oggi. Il vasto ceto medio urbano, le generazioni più istruite, hanno accesso a grandi benefici. Secondo me una delle ragioni per cui la gioventù è ipercritica verso l’Occidente, è un inconscio senso di colpa: questo li fa diventare molto difensivi quando il loro paese viene criticato dall’Occidente». – (Federico Rampini)

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VENETO

VENEZIA, FINALMENTE UN “NUOVO PORTO”

di Antonio Stefanon, da “il Gazzettino” del 8/2/2010

Che Venezia riesca a fare quel decisivo passo avanti che le consentirà quello sviluppo e quella razionalizzazione nella gestione navi/passeggeri/merci da più parti spesso auspicata, ma sino ad ora praticamente bloccata? Vorrei esprimere il mio plauso, se non altro per l`impostazione programmatica di una problematica così importante.

Trovo fondamentale la divisione e l`allontanamento tra terminal traghetti e navi passeggeri, che consentirà una maggiore riqualificazione sia della zona Santa Marta-Tronchetto che di Fusina, separando due flussi altrimenti poco compatibili nella “vecchia” portualità veneziana.

L`esperienza di due anni come “project specialist” all`UNESCO, (Parigi) mi ha consentito di visitare varie unità portuali europee, e gli incontri con diversi specialisti del settore mi hanno chiarito molte idee anche sul problema di Venezia.

Il moderno traffico via mare – grazie anche alla “containerizzazione” delle merci – è tanto più economicamente valido quanto meno la nave si ferma in porto per lo scarico ed il carico delle merci ed il bunkeraggio (carico di acque e carburante, avvicendamento degli equipaggi ecc.).

Ne consegue la necessità di disporre a terra di ampi spazi ove accumulare in poche ore tutto lo scarico di una nave e parallelamente l`imbarco delle merci in partenza. Proprio la disponibilità di spazio a terra ha fatto sì che i più grandi porti a livello mondiale siano quelli sviluppatesi su di un`asta fluviale, da Shanghai a New York da Londra a Parigi, da Amburgo a Hong Kong, Barcellona.

Vari porti italiani – Trieste e Genova – sono naturalmente penalizzati dalla presenza di una fascia costiera esigua in larghezza ed altamente urbanizzata. Non è certamente intuitivo, ma una grande nave passeggeri – anche di oltre 300 metri – inquina meno della metà di uno dei tanti traghetti per la Grecia ed il Mediterraneo, pur di dimensioni molto più contenute.

Infatti il traffico turistico/marìttìmo impiega navi modernissime. Che questo miracolo – per ora solo potenziale – sia merito non solo di una necessità impellente ma anche di una Autorità Portuale efficiente e finalmente ricca di positiva Venezialità? (Antonio Stefanon)

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Lavoratori cinesi e africani nel cantiere del Teatro nazionale di Dakar, Senegal, finanziato dalla Cina

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One thought on “VENETO: la CINA è vicina – Il NORDEST che si confronta con il grande paese asiatico: conquistati dalla Cina? o alla conquista degli immensi mercati cinesi? (non aver paura e farne una grande opportunità economica e culturale)

  1. Luca Piccin mercoledì 31 marzo 2010 / 21:58

    I distretti sono (secondo me erano) un modello molto studiato qui in Francia. Così all’università si citano gli economisti italiani, come Becattini, Triglia, Bagnasco, Garofoli…
    Questi hanno ispirato una moltitudine di lavori che fondano una disciplina nuova, l’economia territoriale : così sulla scia dei distretti sono stati studiati i Sistemi produttivi locali (SPL) studiati dal geografo economico Pecqueur, i “cluster”, ipotizzati dal geografo Salais e dall’economista americano Storper, i “milieux innovateurs”, teorizzati dal geografo Aydalot e poi sviluppati dall’italiano Camagni, da Maillat e da Crevoisier, fino ai recenti sistemi agroalimentari localizzati, ancora in fase embrionica. Questi ultimi saranno oggetto di un seminario internazionale a Parma tra il 27 e il 30 ottobre 2010. Per chi, come me, fosse interessato, segnalo il sito : http://www.eaae-syal2010.unipr.it/

    Se la geografia italiana presentasse queste tematiche invece che chiudere i corsi di laurea, forse i distretti e le persone che ci lavorano e i territori che li ospitano oggi non sarebbero così disastrati.

    Per fortuna che c’è Geograficamente, verrebbe da dire !

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