NUCLEARE italiano: tra ambiguità nella scelta dei siti (le prime quattro centrali si faranno in un’area militare, a Montalto, in Polesine e una in Albania?) e invece l’iter di realizzazione che prosegue (e le imprese di settore che rapidamente si organizzano). L’irrisolto grave problema delle SCORIE radioattive

Regalasi scorie radioattive - I volontari di Greenpeace, l’anno scorso, nelle strade di Roma e di altre 18 città d'Italia per ricordare l'anniversario del disastro di Chernobyl (il 26 aprile). Hanno regalato scatolette di simboliche scorie radioattive e per informare «sui rischi e i pericoli del nucleare» (Granati, da Corriere.it)

Chi pensa che si stia prospettando un futuro radioso per le energie rinnovabili, connesse al risparmio energetico e a una spontanea riduzione del consumo elettrico dovuto dal decadimento dell’industria pesante (come le acciaierie e la chimica, grandi consumatrici di energia), ebbene, leggendo parte degli articoli che proponiamo in questo spazio, dovrà ricredersi.

Ogni giorno che passa l’ipotesi delle centrali nucleari sta acquistando peso, datole dal fatto che il sistema industriale e del mondo della progettazione ingegneristica, sembra poter trovare nel progetto delle otto centrali nucleari italiane (si parte comunque con quattro) un volano per uscire dalla crisi. Pertanto la battaglia per un modello di sviluppo più pulito e meno impattante e pericoloso, per le energie dolci diffuse sui territori, questa battaglia sembra essere in regresso; accantonata dall’ipotesi nucleare. In effetti poi anche il campo delle energie rinnovabili e non inquinanti (come l’utilizzo dell’acqua, il sole, l’eolico, le biomasse…) non si ferma e si sta allargando; ma invero è che l’attenzione è ora incentrata (e lo sarà di più adesso che son passate le elezioni regionali) sui siti, sui luoghi dove collocare le centrali nucleari (e, di conseguenza, delle ipotesi di come convincere e accontentare in qualche modo enti locali e cittadini che vivranno più o meno vicino a questi impianti di produzione elettrica con l’atomo).

Enel (sostenuta e guidata dai francesi) sta lavorando alacremente sul progetto nuclearista; e le sue parallele società (come “Terna”, delegata a trasportare l’energia) la stanno aiutando (Terna sta progettando grandi elettrodotti per un trasporto a lunga distanza, anche oltreconfine); dimostrando, queste imprese del settore elettrico, un attivismo e un coordinamento che poche volte in Italia si è avuto. Insomma, siamo qui per dire che il vento del cambiamento, dell’energia prodotta in loco su piccole centrali e con l’utilizzo di fonti che si rinnovano e che non inquinano (e non sono pericolose), tutto questo sembra andato un po’ in disparte.

Questa inversione di tendenza nuclearista si potrebbe accentuare ora, passate appunto le elezioni regionali (e su un contesto che per tre anni in Italia non ci saranno scadenze elettorali importanti); e, noi, sostenitori di una nuova “rivoluzione nello sviluppo compatibile”, in tutti i settori (quello agricolo-alimentare, nei trasporti e mobilità; nel recupero del degrado territoriale…… e non certo ultimo nel consumo energetico con energie rinnovabili…) siamo un po’ preoccupati (ma speriamo di sbagliarci…). Per questo poniamo, tra i vari articoli di questa pagina, una particolare attenzione al pericolo primo del nucleare, che è lo smaltimento delle SCORIE radioattive (eredità lasciata alle future generazioni per migliaia di anni…).

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CENTRALI NUCLEARI E SCORIE RADIOATTIVE

di Giorgio Nebbia (da Liberazione dell’11/2//2010)

Il decreto governativo che avvia (vorrebbe avviare) la costruzione delle quattro centrali nucleari che tanto stanno a cuore al potere economico e finanziario, è destinato ad innescare una lunga stagione di conflitti, simili a quelli che negli anni settanta e ottanta hanno affossato l’altro programma nucleare del governo di allora. Tanto per cominciare il governo dovrebbe trovare qualche posto, forse un paio di posti, in cui mettere le centrali e in Italia non c’è nessun luogo adatto, sulla base dei parametri che il decreto dice che dovranno essere presi in considerazione.

Un luogo che abbia a disposizione grandi quantità di acqua di raffreddamento delle turbine, in cui non venga alterata la biodiversità, in condizioni geologiche e geofisiche in grado di sostenere l’impatto di grandi strutture come quelle delle centrali nucleari con reattori del tipo EPR3, di progetto e costruzione francese; un luogo in cui non esistano rilevanti presenze paesaggistiche e storico-architettoniche, di facile accessibilità, distante da aree abitate e da infrastrutture di trasporti, in cui sia accessibile il collegamento alla rete elettrica nazionale e lontano da rischi potenziali di attività umane.

Un insediamento nel sito di cui si parla maggiormente, quello di Montalto di Castro, accanto alla centrale termoelettrica a carbone da 2400 megawatt, potrebbe usare per il raffreddamento l’acqua del mare in cui peraltro già arrivano le acque calde rigettate dalla centrale a carbone, ma il sito è a ridosso della linea ferroviaria e della statale Aurelia, le due grandi vie di comunicazione che collegano il Sud d’Italia con il Nord e la Francia; l’aria di Montalto è già inquinata dai fumi del carbone e tutto intorno sono sorti insediamenti turistici.

Nei mesi scorsi il governo, come cortina fumogena, ha fatto mettere in circolazione vari nomi di altre località in cui potrebbero essere insediate le centrali, da Termini Imerese, al delta del Po, dalla Puglia, al Molise, a Caorso, dove, nella golena del Po, giace la vecchia centrale nucleare abbandonata. Un attento esame mostra che nessun luogo in Italia è adatto come sito per una centrale nucleare secondo le norme di sicurezza internazionali.

Il governo, che con un’altra legge ha deciso di insediare le centrali nucleari scavalcando gli enti locali, cercherà forse di utilizzare terre demaniali o militarizzate, ma anche così, per far passare il milione di tonnellate di cemento, acciaio, macchinari, cariche di combustibile nucleare e cantieri, finirebbe per scontarsi con vincoli territoriali e diritti umani. E i diritti umani non saranno facilmente soffocati neanche con l’intervento delle forze armate.

Ancora peggiore è la situazione per quanto riguarda la sistemazione dei residui delle attività nucleari, dei materiali altamente radioattivi già accumulati durante la prima sciagurata avventura nucleare italiana e di quelli che nuove centrali produrrebbero in continuazione e per decenni in futuro.

Da decenni in tutto il mondo i vari paesi cercano una sepoltura sicura per le scorie radioattive che debbono essere tenute lontano dalle acque e da qualsiasi forma di vita, in cimiteri che dovrebbero essere sicuri e inaccessibili per migliaia e diecine di migliaia di anni.

Proprio di recente le due più “favorite” proposte di depositi sotterranei di scorie nucleari, quella nella montagna di Yucca Mountain nel Nevada, negli Stati Uniti, e quella nei giacimenti sotterranei di sale di Gorleben in Germania, sono state abbandonate dai rispettivi governi perché considerate inaffidabili. E così i milioni di tonnellate di scorie radioattive restano sparse nel mondo, in Inghilterra, e negli Stati Uniti, in Francia e Giappone, in Russia e Cina — e in Italia, una condanna per le generazioni future che dovranno fare la guardia a questi depositi per tempi lunghissimi; quando saranno passati tanti secoli quanti quelli che ci separano dai tempi dei Faraoni, molte scorie radioattive, prodotte dalle attività militari e dalle centrali commerciali nel mondo, avranno ancora il 70 per cento della radioattività odierna. E in queste condizioni volete continuare a moltiplicare le centrali nucleari e proprio in Italia e proprio quando altri paesi nucleari si stanno disimpegnando dall’avventura in cui si sono impantanati anni fa ?

Le società industriali e quelle che si stanno avviando sulla via della modernità avranno bisogno di energia, ma per fare che cosa? di elettricità per far funzionare quali macchine e dispositivi? per produrre quali merci? Per motivi ecologici e geopolitica è certo necessario utilizzare di meno le fonti combustibili fossili: carbone, petrolio, gas naturale; la soluzione però deve essere cercata non certo nell’energia nucleare, ma nella revisione dei cicli produttivi e dei consumi, nell’uso delle fonti di energia rinnovabili tutte derivate, direttamente e indirettamente, dal Sole: l’unico reattore nucleare accettabile, alla distanza di sicurezza di 150 milioni di chilometri, che trattiene al suo interno le sue scorie radioattive e che funziona senza incidenti inviandoci tutta l’energia ci cui abbiamo bisogno per sempre.

L’enorme quantità di soldi che dovrebbero essere investiti in un programma di centrali nucleari consentirebbe, in alternativa, reali progressi nell’utilizzazione delle fonti energetiche rinnovabili che assicurano, loro sì, lavoro, ed energia pulita disponibili ogni anno, indipendenti dalle importazioni di materie o di tecnologie. Le centrali nucleari appaiono così il volto più vistoso della megamacchina di cui parlava Lewis Mumford nel 1970, la struttura tecnologica con cui il potere economico manifesta la sua violenza contro le popolazioni e l’ambiente. (Giorgio Nebbia)

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I PAGLIACCI DEL NUCLEARE

di Adriano Sofri, da “la Repubblica” del 28/3/2010

Immaginerò di essere un inviato francese in Italia per le elezioni regionali. Il fatto è che durante una sua trasferta in Francia, qualche tempo fa, Berlusconi fece delle spese. Comprò delle piccole sculture in bronzo, dei cosmetici, se non sbaglio, e quattro centrali nucleari. In Italia sarebbe stato macchinoso, e per di più c’era stato il referendum del 1987, e l’80 per cento di No. Poi perfezionò quel suo acquisto privato firmando a Roma un contratto con Sarkozy.

In Italia l’ostilità di principio al nucleare era naturalmente diminuita rispetto ai giorni di Chernobyl, ma le obiezioni di merito erano caso mai rincarate. Una spesa colossale – caricata, chiacchiere a parte, sul denaro pubblico; tempi lunghissimi per una quota molto bassa – chiacchiere a parte, il 4,5% dei consumi finali di energia; militarizzazione dei siti e pacchia di ecomafie; preoccupazioni insuperate sulla sicurezza e soprattutto la certezza di non sapere che cosa fare delle scorie, comprese quelle del nucleare già dismesso.

Una spesa simile sarebbe andata a scapito delle energie rinnovabili. Ma un’obiezione di fatto soverchiava le altre: dove sarebbero state piazzate le centrali? Potete scommettere che neanche l’amministratore delegato dell’ Enel – cioè la persona più affezionata al balzo in Borsa garantito dal programma nucleare – accetterebbe una centrale nel proprio giardino, nemmeno sotto tortura.

Infatti, in una trasmissione televisiva del dicembre scorso, l’amministratore delegato, che dev’essere un umorista e un tecnico della trasparenza, dichiarò di sapere dove sarebbero state situate le centrali, ma non lo avrebbe rivelato nemmeno sotto tortura. La tortura da noi non esiste, non ai piani alti, e così il governo tacque a sua volta sul sito delle centrali a venire. In verità, per fare le cose in regola, votò in agosto una legge che rinviava di sei mesi la comunicazione dei siti designati: solo che i sei mesi scadevano alla fine di febbraio, e le elezioni regionali, mannaggia, erano alla fine di marzo.

Dunque: acqua in bocca. Nel frattempo, come succede per i nostri segreti di Pulcinella, l’elenco dei siti era stato reso pubblico da fonti benemerite. Bene: l’inviato francese che deve riferire in patria dello stato dell’affare ha preso nota.

Una centrale a Chioggia? «Sì al nucleare, ma niente centrali in Veneto», ha proclamato il candidato Zaia. A Fossano e Trino? «Il nucleare è la soluzione -ha detto il leghista Cota- ma mai in Piemonte». Formigoni ha chiarito di essere per il nucleare, ma non in Lombardia, e «non in questo momento». Magari a Palma di Montechiaro, in Sicilia? «Ci batteremo a costo di barricarci per impedirlo», ha avvisato Lombardo. A Oristano? «In Sardegna non c’è posto per le centrali», ha tagliato corto il governatore Pdl Cappellacci. Latina, Montalto? «Nel Lazio non ce n’ è bisogno», ha assicurato la Polverini. Forse a Mola di Bari, Nardò, Manduria? «Sono favorevole al ritorno al nucleare», ha detto il candidato Pdl Palese. Ah, ecco. «Però non in Puglia!» Ah, appunto. L’ abruzzese Chiodi è stato laconico: «Sono favorevole, ma non in Abruzzo». Ci mancherebbe altro. Non cito i governatori e i candidati del centrosinistra perché grazie al cielo non uno di loro è favorevole al ritorno al nucleare.

Che cosa scriverà dunque l’ inviato francese? Il quale peraltro non avrà mancato lo spettacolo del coro dei candidati in piazza San Giovanni, nel quale si giurava fedeltà al patto di governo, che contiene il ritorno al nucleare. Potrebbe pensare allora che governatori e candidati tirano l’acqua al proprio mulino, ma Berlusconi tiene dritta la barra. Ma ecco che Berlusconi, passando dalla Puglia, ha detto anche lui che il nucleare è bello, ma in Puglia no, e l’avrebbe detto in qualunque regione si fosse trovato a passare, così come è pronto a dire in Israele il contrario di quello che dirà a Ramallah fra mezz’ora,e Dio non voglia che passi da Teheran.

In un tale imbarazzo, e volendo magari andare incontro alle aspettative dell’Edf, che ha venduto a Berlusconi le centrali in cambio della fontana di Trevi, l’inviato francese potrà riferire enigmaticamente che l’Italia è pronta per il nucleare, con l’eccezione delle sue regioni. Guardate che ci siamo arrivati davvero, visto che si è proposto di costruire le centrali nucleari italiane in Albania. Questa incredibile pagliacciata avrebbe meritato di coprire ed esaurire un’ intera campagna elettorale.

Neanche tanto sul sì o il no al nucleare, quanto sui farseschi sotterfugi di una politica che compra le centrali come fossero popcorn, le tiene chiuse nel sacchetto, e poi si ingegna a farle ingoiare ai cittadini, a partire da lunedì pomeriggio.

In tutto l’Occidente sono in costruzione due soli impianti nucleari, uno in Francia e uno in Finlandia, con la tecnologia francese scelta dall’Enel e dal governo italiano. L’impianto finlandese avrebbe dovuto essere consegnato un anno fa, si parla ora del 2012 e i costi sono già aumentati del 60 per cento. I sistemi di questi impianti sono stati messi in mora dalle agenzie per la sicurezza nucleare francese, britannica e finlandese.

Nel 2008 per la prima volta gli investimenti privati negli impianti di energia rinnovabile nel mondo hanno superato quelli per tecnologie a combustibili fossili. Da noi, Verdi, Democratici, Radicali, Sinistra, hanno elaborato programmi importanti, e valorizzato le esperienze di riconversione ecologica dell’economia italiana e di conversione dei consumi e delle aspirazioni. «Con la sua piccola e media impresa, con il patrimonio storico di saperi e di tradizioni artigianali, con la varietà produttiva mai completamente domata dagli imperativi della grande industria, il nostro è un Paese d’elezione della green economy». Ma il governo italiano è l’unico che non si sia proposto di affrontare la crisi puntando sull’ economia verde. Ermete Realacci, responsabile per il Pd della green-economy, cita la sentenza di Berlusconi all’inizio della crisi: «Occuparsi di ambiente in un momento di crisi è come fare la messa in piega quando si ha la polmonite». Ognuno parla di quello che sa: economia di parrucchieri. – (Adriano Sofri)

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INDUSTRIALI IN CODA SOGNANDO 30 MILIARDI DI COMMESSE NUCLEARI

di Roberto Giovannini, da “La Stampa” del 20/1/2010

CONFINDUSTRIA ED ENEL ILLUSTRANO LE OPPORTUNITÀ OFFERTE DAL RITORNO ALL`ATOMO – I rappresentanti di cinquecento aziende italiane riuniti a Roma

Folla delle grandissime occasioni, nell`auditorium di Confindustria, per il seminario organizzato da Emma Marcegaglia e Fulvio Conti per presentare le opportunità offerte da quello che l`ad di Enel definisce il «rinascimento nucleare italiano».

La sala piena di industriali convenuti da ogni dove in rappresentanza di 500 aziende del Belpaese rappresentava in modo eloquente l`interesse di tanti imprenditori per quella che si annuncia come una gigantesca torta da spartire. Il numero uno di Confindustria parla di 30 miliardi e più di qui al 2020-2022, se sarà vero che il 70% della spesa e del lavoro necessario per realizzare le otto centrali atomiche promesse dal governo finirà ad imprese italiane.

Secondo molti addetti ai lavori è una stima un po` generosa, perché probabilmente la fetta che spetterà ad “Areva”, l`azienda francese che costruirà in ogni centrale l`«isola» (la parte dell`impianto con il reattore) alla fine si aggirerà intorno al 40-50%.

In ogni caso, l`opportunità resta molto attraente agli occhi di imprenditori che sono alle prese con una terribile crisi produttiva. Sempre che naturalmente le centrali nucleari si facciano, alla fine di un percorso che nonostante tutto resta accidentato. E che le imprese italiane facciano il salto di qualità produttivo e tecnologico per un settore in cui errori e difetti non sono ammissibili.

Il presidente di Confindustria Marcegaglia è ottimista: «Si punta ad arrivare al 25% del totale del fabbisogno energetico nazionale – spiega – il nucleare rappresenta una grande opportunità, non solo di lavoro e crescita, ma anche di qualificazione». Perché si vada in porto, però, servono «programmi e regole chiare, che rimangano nel tempo e non vengano cambiati», quando invece spesso si assiste a «dibattiti superficiali e demagogici», mentre è invece «necessario che non ci si faccia prendere dalla paura e da discorsi influenzati dalla logica delle elezioni».

Anche l`ad di Enel Conti usa toni rassicuranti, ricorda che il nucleare è una tecnologia ampiamente sperimentata, in funzione senza problemi in tanti paesi vicini, e che problemi come quelli delle scorie radioattive o del decommissioning sono assolutamente gestibili. «E’ una grande opportunità per il paese», spiega Conti, che però lancia quasi un preoccupato appello: «Tutti coloro che hanno il potere di emettere leggi e regolamenti devono darci sicurezza – afferma – ogni centrale costa quattro miliardi, il lavoro va cominciato sapendo che ci sarà la certezza di finirlo».

Marcegaglia e Conti dicono che anche il problema del consenso delle popolazioni per la costruzione di centrali nucleari si risolverà con la «corretta informazione». Ma sanno bene che si tratta di una materia «radioattiva».

E dunque anche se i siti prescelti sono abbastanza evidenti, viste le esigenze tecniche delle future centrali, per adesso silenzio: «Sono solo illazioni», dice il manager Enel, che pure in passato aveva ammesso di avere la lista in tasca. I verdi, con Angelo Bonelli, lanciano la sfida: «Smentite se potete che i siti sono Montalto, Borgo Sabotino, Trino Vercellese, Caorso, Oristano, Palma di Montechiaro, Monfalcone e Chioggia, mentre le scorie andranno al Garigliano». E intanto, il reattore di Flamanville (tecnologia Epr come quelli italiani) probabilmente partirà nel 2014 e non nel 2012.

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Un esempio di mobilitazione (ma ce ne sono molti altri) del sistema industriale per la costruzione delle prime quattro centrali nucleari: dalla provincia di Treviso

VENETO: PARTE LA LOBBY DELL’INDUSTRIA ATOMICA

di Daniele Ferrazza, da “la Tribuna di Treviso” del 24/1/2010

Calcestruzzi speciali, turbine resistenti, acciaio indistruttibile, sistemi di sicurezza elettronici, progettazione avanzata, raccolta di finanziamenti. Nel ritorno dell’energia nucleare la Marca e il Veneto sono pronti. Trenta miliardi di investimenti, quattro centrali entro il 2020.  L’industria dell’energia atomica è tornata ad accendere i motori.

Così si spiega l’interesse con il quale l’economia veneta e trevigiana hanno salutato il seminario di Confindustria ed Enel che il 20 gennaio scorso a Roma ha aperto il piano nazionale per il nucleare. Un meeting servito ad «annusare» l’aria in vista degli investimenti richiesti dalla realizzazione delle nuove centrali atomiche.

Dal Veneto sono arrivate 25 tra imprese e professionisti. C’era il gotha degli studi professionali: Zollet di Santa Giustina, Net Engineering di Padova, Progest srl di Padova, Antonio Cancian di Mareno di Piave. E le principali industrie meccaniche della regione: Acciaierie Valbruna di Vicenza, Siderforgie, Acciai speciali forgiati, Demont Group di Venezia. Nonché le imprese che realizzano cavi ed accumulatori: Fiamm, Mondini e Triveneta cavi di Vicenza. E poi Socomer Sicon Group, la Sea spa, la Safas spa, Metallurgica Siderforge, Forgital Italy, Cb Trafilati, Bonollo di Vicenza, Lever e Casagrande di Verona. E la pattuglia di trevigiane: oltre allo studio Antonio Cancian la General Admixtures di Ponzano, la Euroflex di Susegana, la Ibt di Villorba e la Bama di Treviso.  La General Admixtures di Ponzano, fondata nel 2004, è specializzata nella ricerca e produzione di additivi chimici per il calcestruzzo. Ha tredici addetti ed è guidata dall’ingegner Michele Valente.

La Ibt di Villorba, costituita nel 2000 da Ilario Vigani, è specializzata nella progettazione e realizzazione di sistemi energetici ad alta efficienza. E’ partner ufficiale per l’Europa della multinazionale coreana Century corporation, leader nella componentistica nucleare.  Ma le imprese che hanno partecipato all’incontro romano sono solo la punta dell’iceberg di un interesse che si sta facendo largo. Ad annusare il nucleare, da tempo, c’è anche l’Ascopiave di Gildo Salton, che da tempo ha fatto il suo ingresso in Energylab, la fondazione milanese che riunisce tutti i principali operatori del mondo dell’energia. Un’adesione che la società pievigina del gas ha sempre confermato nello spirito di guardare «oltre al gas» quale fonte limitata ed esauribile.

Quanto alle future centrali nucleari, il Veneto secondo l’unica mappa esistente dei «siti idonei» realizzata dal Comitato nazionale per l’energia atomica nel 1979 ha quattro siti possibili: a sud di Legnago (Verona) tra l’Adige e il Po, il Delta del Po (a sud di Chioggia, in provincia di Rovigo), la Costa al confine con il Friuli (Venezia, tra Latisana e Lignano) e la Foce del Piave (tra Jesolo e Caorle, in provinca di Venezia). A venti chilometri in linea d’aria dal centro di Treviso. – (Daniele Ferrazza)

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NUCLEARE, AMBIENTALISTI ALL’ATTACCO: I NUOVI REATTORI SONO PERICOLOSI

di Luca Iezzi, da “la Repubblica” del 9/3/2010

ROMA – Duro attacco degli ambientalisti ai reattori nucleari di tipo Epr, costruiti dal gestore elettrico Edf: «Di fronte a variazioni di potenza potrebbero esplodere come a Chernobyl» affermano Greenpeace e l’associazione francese Sortir du Nucléaire (Uscire dal Nucleare) mettendo in dubbio la sicurezza degli impianti di terza generazione che dovrebbero essere costruiti anche in Italia.

Gli ambientalisti transalpini hanno pubblicato dei documenti interni di Edf realizzati tra il 2007 e il 2009 e che riguardano il reattore di Flamanville, il primo Epr (European Pressurized Reactor) in costruzione in Francia. Sotto accusa sono le barre di controllo che servono a “pilotare” la fissione nucleare evitando che la reazione atomica produca troppa energia. Secondo Sortir du Nucléaire, i progettisti stessi stanno mettendo a repentaglio la sicurezza perché vogliono costringere il reattore a variare la produzione nelle varie ore della giornata.

In sostanza, rincara la dose Greenpeace, il reattore andrebbe a un regime più alto di giorno (quando la domanda di energia è più forte e il suo prezzo sale) mentre andrebbe a regime più basso di notte (quando la domanda di energia è inferiore). Le centrali nucleari attuali- quelle già in funzione- producono la stessa quantità di elettricità nel corso delle 24 ore e la vendono a prezzo fisso.

Anche se non provocata deliberatamente, l’improvvisa variazione di potenza è un problema riconosciuto dell’ Epr e questo spiega il dibattito tra gli ingegneri sui materiali da utilizzare per le barre.

I documenti diffusi dagli ambientalisti, la cui veridicità non è stata smentita da Edf, dimostrano che ancora nel maggio 2009 scorso Edf chiedeva ad Areva (altro costruttore delle centrali) di modificare le specifiche delle barriere di protezione intorno al reattore. Queste si erano dimostrate insufficienti in alcune simulazioni di incidenti estremi. Sempre alla fine nel 2009, le agenzie per la sicurezza di Francia, Finlandia e Inghilterra avevano richiesto ad Areva di migliorare i sistemi di controllo in caso di emergenza.

Il fronte nuclearista italiano non ha dubbi, convinto che per il 2013, quando dovrebbe essere avviato il primo cantiere, l’ Epr darà le migliori garanzie. Ieri a Parigi l’amministratore delegato dell’ Enel, Fulvio Conti, ha ribadito: «Il ritorno all’atomo non comporta alcun rischio. Per le condizioni geografiche dell’Italia, a parità di garanzie è meglio scegliere reattori più grandi e potenti. L’Epr francese al momento è il più avanzato, è già stato realizzato ed è pronto all’ utilizzo».

Sempre nella capitale francese il ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola ha annunciato che entro due settimane dovrebbe partire l’ Agenzia per la sicurezza nucleare e che il 9 aprile Berlusconi incontrerà il presidente Sarkozy. «In quell’ occasione l’italiana Sogin – ha aggiunto Scajola – e l’equivalente società francese (Andra) firmeranno un accordo sui siti per il deposito delle scorie».

Sempre più la Francia guida il ritorno all’atomo dell’ Italia: Enel e Edf saranno i gestori, Areva fornirà le tecnologie mentre Edison (controllata da Edf) si candida per entrare nel progetto: «Non appena ci saranno le condizioni, parteciperemo con la nostra quota a questa cordata» ha dichiarato l’ad di Edison, Umberto Quadrino. – (Luca Iezzi)

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CHE AFFARE L’ATOMO GLOBALE

di Angela Zoppo, da “Milano Finanza” del 6/3/2010

– Il recupero della Russia, lo sprint della Cina, la reazione degli Usa e le new entry Turchia e Filippine. In tutto il mondo ormai è corsa alla costruzione di reattori. E in Italia si aspetta il via libera ai consorzi –

Per quasi 20 anni è rimasta ferma, paralizzata dal fantasma di Chernobyl. Ora sta correndo per rimettersi in pari. In meno di una settimana la Russia ha messo a segno una tripletta che la dice lunga sulla sua determinazione a tornare da protagonista sulla ribalta del nucleare.

Per cominciare, c`è stata la cerimonia d`inaugurazione del sito dove sorgerà la centrale di Kaliningrad, enclave russa sul Mar Baltico. All’annuncio di trattative con la Bulgaria per il 50% della centrale di Belene, alla quale peraltro lavora la russa Atomstroyexport, incaricata di realizzare i nuovi impianti da 2 mila megawatt affacciati sul Danubio. Infine l`accordo con la Turchia, che girerà alle compagnie di Stato russe il 51% della sua prima centrale atomica, dando seguito a un accordo firmato col presidente Dimitri Medvedev.

La Cina non è da meno. Il maggiore operatore nucleare del Paese, la China National Nuclear Corporatíon, starebbe addirittura pensando a un collocamento in borsa per rastrellare sul mercato i fondi necessari a costruire i nuovi reattori e frenare così la rivale China Guangdong Nuclear Power Group. Dal canto suo, nel business delle centrali nucleari la Corea del Sud conta nei prossimi 20 anni di chiudere contratti per 400 miliardi di dollari, in casa e all`estero. Tanto spiegamento di forze a est non sta passando inosservato in occidente.

Sono soprattutto le compagnie americane, come Westinghouse e General Electric, a sentirsi minacciate dai concorrenti dei Paesi emergenti. Dall`alto dei loro 104 reattori in attività gli Stati Uniti non si riposano sugli allori. Al contrario, sono nel pieno dell`Energy Policy Act, eredità dell`amministrazione Bush per incentivare utility e produttori di reattori. In rampa di lancio ci sono 17 nuovi impianti, più altrettanti in attesa di autorizzazione, tutti pronti ad attingere dai generosi finanziamenti del Dipartimento dell`Energia (l`ultimo plafond ammonta a 20 miliardi di dollari).

I portabandiera dell`atomo Usa sono ugualmente attivi all`estero. Westinghouse, per esempio, proprio in questi giorni ha iniziato a guardare al Sudafrica, che mira a decuplicare entro il 2025 la produzione nucleare rispetto agli attuali 1.800 mw della centrale di Koeberg. Entro settembre è attesa la gara per la realizzazione del secondo reattore del Paese.

Westinghouse sa quale sarà il concorrente più agguerrito: il gruppo francese Areva, lo stesso che ha brevettato la tecnologia Epr. Per non perdere tempo ha già aperto una sede in Sudafrica.

Insomma, la corsa all`energia nucleare nel mondo è in pieno svolgimento. Si stima che circa 140 reattori siano pronti per essere realizzati, contando anche quelli che attendono le ultime autorizzazioni.

Nella nuova geografia dell`atomo, l`Italia è solo apparentemente marginale, con i suoi otto reattori in programma, di cui almeno quattro saranno Epr. Con investimenti previsti per circa 30 miliardi, infatti, il Paese calamita comunque l`attenzione dei grandi gruppi europei e statunitensi e delle poche imprese italiane che non hanno perso il know-how dopo il referendum che nel 1987 bandì l`atomo dall`Italia.

Non senza polemiche. Basti pensare ad Ansaldo Nucleare, controllata di Finmeccanica. Pier Francesco Guarguaglini, amministratore delegato della capogruppo, non ha nascosto un po` di insofferenza verso Enel, candidata a dominare la partita italiana con Edf e i suoi quattro Epr. «Dipenderà dal governo avere più concorrenti e l`Enel dovrà fare quello che dice il governo», ripete il numero uno di piazza Monte Grappa.

Ma la questione non è semplice, anche perché i potenziali concorrenti, come appunto gli americani, hanno fatto sapere attraverso i propri consulenti che si muoveranno solo se ci sarà accesso al project financing secondo il modello Usa, ovvero con garanzie governative a compensare i costi troppo elevati dei finanziamenti.

Altrimenti si rischia di bissare il caso della centrale di Shoreham, costata 6 miliardi di dollari per 11 anni di lavori e mai entrata in funzione.

La via europea sembra essere piuttosto legata ai bilanci societari, come emerge da uno studio appena pubblicato da Accenture assieme all`associazione non profit Safe, che mette a confronto l`approccio al nucleare di cinque Paesi (Francia, Spagna, Germania, Usa e Italia). L`operatore nucleare finanzia la realizzazione dell`impianto attraverso risorse proprie e risorse esterne ottenute tramite leva finanziaria.

Ma la formula che si utilizzerà in Italia sarà quella dei consorzi, mettendo insieme utility e gruppi industriali energy intensive (come Alcoa), che partecipando al capitale di rischio avranno diritto a prelevare l`energia prodotta a prezzo di costo. È il modello che si sta sperimentando a Olkiluoto, il cantiere finlandese dell`Epr, al quale partecipano persino i piccoli Comuni.

Quasi una prova generale di quanto intendono fare Enel e Edf per i reattori italiani. Toccherà al Cipe, con un`apposita delibera attesa nelle prossime settimane, stabilire i criteri e le misure per la costituzione dei consorzi, che sembrano comunque la formula migliore per abbattere i costi e assicurare in partenza che venga venduta tutta, o quasi, l`energia prodotta.

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In merito ai grandi elettrodotti in costruzione:

TERNA PUNTA 4,3 MILIARDI SULLE RETI

di Luigi Grassia, da “La Stampa” del 19/2/2010

L`AD SUL NUCLEARE: SIAMO PRONTI, DAL PROSSIMO ANNO LO INSERIREMO NEL PROGRAMMA – l’AD Cattaneo: “4,3 miliardi sulle reti. I nuovi tralicci daranno lavoro a 200 aziende con 10 mila addetti”

Fra le debolezze dell`Italia nel campo dell`energia c`era la produzione insufficiente (ma negli ultimi anni sono nate tante nuove centrali elettriche), c`è tuttora un problema di mix (per i troppi impianti marciano a idrocarburi), e c`è un`insufficienza di reti elettriche interne e di connessioni con le linee estere (i grandi black-out sono sempre nati lì).

Abbiamo, però, davanti a noi una manciata di anni da cui potremmo emergere con tutti questi nodi sciolti, grazie a un misto di stasi nei consumi di energia e di incremento degli investimenti da parte di Terna, la società che gestisce i tralicci dell`alta tensione. Ci aiuta, ed è un paradosso, la recessione economica, responsabile (purtroppo) di un calo della domanda elettrica industriale: «Ci potrebbero volere da 3 a 5 anni per ritornare ai consumi del 2007» valuta l`amministratore delegato di Terna, Flavio Cattaneo. E in questa pausa forzosa di relax della domanda, si inserirà il piano strategico dell`azienda per il periodo 2010-2014, in cui saranno investiti 4,3 miliardi di euro (+26% rispetto al programma quinquennale precedente).

L`ultimo tassello potrebbero essere nuove centrali a carbone e a energia nucleare. I tempi di quest`altro ipotetico sviluppo sarebbero, è logico, più lunghi. Ma Terna già ci sta pensando: nel piano strategico, spiega Cattaneo, «il nucleare non è stato ancora incluso, perché non si conoscono le localizzazioni delle centrali, e non si sa se servirà un rafforzamento delle linee esistenti o invece la costruzione di linee tutte nuove. È impossibile, per adesso, calcolare un costo ipotetico.

Ma se il Paese andasse in questa direzione, noi seguiremmo passo passo». E più in concreto, la previsione è che qualche progetto, riguardo al nucleare, «sarà incluso dall`anno prossimo».

Secondo Terna «il nuovo piano darà lavoro a 200 imprese e 10 mila addetti». Cattaneo dice che «un`intera filiera di imprese elettriche, edili e di servizi beneficerà dell`accelerazione dello sviluppo della rete elettrica, prevista per oltre il 70% al Sud. Lavoro ad alta tecnologia per le grandi, medie e piccole imprese del nostro Paese. Ecco che il 2010 può veramente essere l`anno dei cantieri».

Una nota del gruppo aggiunge che il piano «conferma la politica dei dividendi, che prevede una crescita annua del 4% con il 2008 come anno di riferimento e cedole semestrali».

Sommando «l`assorbimento di cassa generato dal piano d`investimenti e dalla politica di dividendi» ci sarà per Terna «un aumento del debito netto di 3,1 miliardi di euro».

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TIRANA COSTRUISCE LE CENTRALI

di Alfredo Sessa, da”il Sole 24ore” del 2/3/2010

– Terna, Abb e Ansaldo fanno da capofila nei lavori finanziati dalla Cooperazione italiana – Nel 2009 il sistema consortile è stato all`origine di circa il 7% del fatturato del made in Italy all`estero –

Nuove centrali, produzione da fonti tradizionali e rinnovabili, infrastrutture di trasporto dell`energia. Oltre Adriatico, in Albania, aumentano le opportunità per le imprese italiane della filiera dell`elettrotecnica e dell`elettronica. Da parte sua Tirana ha un interesse vitale a risolvere il vecchio problema che ha tenuto non pochi investitori a distanza, e ha costretto altri a fare le valige: l`inaffidabilità della fornitura di energia, basata principalmente su risorse idroelettriche che rendono l`approvvigionamento dipendente dalla stagionalità.

Sullo sfondo c`è il piano Italia per i Balcani, attraverso il quale il ministero per lo Sviluppo economico lavora per accrescere il ruolo delle aziende italiane. A favore giocano anche i progetti di collaborazione sul nucleare siglati recentemente tra il premier italiano Silvio Berlusconi e quello albanese Sali Berisha.

Tre i lavori già in corso per l`integrazione del sistema elettrico albanese in Europa, finanziati dalla Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Affari esteri italiano: 1) la linea ad alta tensione Elbasan-Tirana, un contratto da 13 milioni di euro; 2) l`ammodernamento della rete ad alta tensione della utility Ost (22 milioni di euro), che permetterà l`interconnessione con la rete europea e agevolerà i flussi da e per l`Europa dell`Est; 3) e la sottostazione di Tirana 2, che consentirà all`Albania, con un investimento di 24,5 milioni di euro, di sviluppare la prima interconnessione ad alta tensione con l`Europa.

Tra i gruppi italiani impegnati nei lavori ci sono Terna, Abb Italia, Ansaldo, che fanno da capofila per un gruppo di piccole e medie imprese italiane. Ma è soprattutto in prospettiva che l`Anie, la Federazione delle industrie elettroniche ed elettrotecniche, guarda al mercato albanese. «I progetti che Anie sta valutando con la Confindustria albanese – dice il direttore generale, Maria Antonietta Portaluri – sono centrali a biomasse e a carbone, due parchi eolici, un oleodotto, un gasdotto, per un valore complessivo di 7 miliardi di euro, da realizzare in un periodo di 5-lo anni. I finanziamenti sono attesi da fondi pubblici albanesi, fondi europei di preadesione e investimenti privati».

Sono14 le imprese di Anie che in Albania producono componentistica, ma è tutta la filiera italiana dell`export a essere interessata allo sviluppo delle reti elettriche dell`area balcanica, che possono contare anche sul supporto finanziario di Banca mondiale, Bei e Bers. Rimangono le classiche incognite del mercato albanese: corruzione, insicurezza, instabilità politica.

«A livello di sicurezza – dice Portaluri – non ci sono grandi problemi, i lavori dei progetti già avviati procedono bene. Preoccupa invece, anche in vista dei nuovi progetti, l`instabilità politica che caratterizza lo scenario albanese». L`opposizione non riconosce il risultato elettorale dello scorso mese di giugno. I socialisti accusano il premier Berisha di avere manipolato il voto e boicottano i lavori parlamentari.

Tirana però si gioca tutto in pochi mesi. Se il governo accelererà le riforme, avrà qualche chance in più di diventare paese candidato all`adesione alla Ue. A dare forza alle ambizioni dell`Albania contribuisce l`essere riuscita, unico paese dell`Europa centro-orientale dopo la Polonia, a mettere a segno una crescita del Pil nel 2009.

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“Prefazione” di Giorgio Nebbia al libro “SCORIE (l’irrisolto nucleare)” di Virginio Bettini, ed. UTET libreria, Torino, 2006
La radioattività è sempre esistita intorno a noi. Georg Bauer, detto Agricola (1494-1555), nel suo trattato di tecnologia mineraria, racconta che i minatori che scavavano minerali di argento nelle montagne metallifere a Joachimsthal (Jachimov, nella Repubblica Ceca), si ammalavano perché l’aria era infestata da «spiritelli maligni», che probabilmente erano i vapori di radon emessi dall’uranio e dal radio presenti nelle rocce. La parte che non serviva a fini metallurgici veniva scaricata come inutili scorie nei pressi delle miniere.

E quando Marie Curie (1867-1934), per la sua tesi di laurea, cercò di identificare la misteriosa sostanza che accompagnava l’uranio e che impressionava le lastre fotografiche molto più dello stesso uranio, si fece mandare, a sue spese — una povera studentessa polacca a Parigi, moglie di un assistente universitario — un carico di scorie proprio da Joachimsthal.

Ci vollero mesi per scomporre quei detriti rocciosi, per separare gradualmente una frazione ricca di uranio e per frazionare dai sali di uranio i sali della sostanza, molto più radioattiva, che fu chiamata radio. Il genio era stato fatto uscire dalla bottiglia magica ed era ora possibile guardarlo in faccia: il raggio che uccide e risana, che permette di fermare il cancro, ma che, nello stesso tempo, provoca il cancro se una persona sana viene esposta troppo a lungo a esso; di tumore morì, per il prolungato contatto con i sali di radio e polonio, la stessa Marie Curie.

I primi decenni del Novecento furono segnati dalle prime attività industriali di estrazione dei minerali di uranio, di produzione di uranio e radio e dalla scoperta che molte morti di lavoratori dovevano essere attribuite alla esposizione alla radioattività delle scorie di varie attività minerarie e metallurgiche (una pagina della storia ecologica e industriale tutta ancora da scrivere).

Ma la storia delle scorie radioattive di cui parla questo libro comincia un po’ più tardi; le ricerche dei Curie e dei pionieri stimolarono la curiosità e la voglia di capire perché alcuni elementi potevano liberare materia ed energia. Nel corso di pochi anni fu ricostruita la struttura del nucleo atomico e fu possibile osservare che in alcuni elementi, per esposizione alle nuove particelle, alfa e beta, e alle radiazioni gamma, i nuclei originali si trasformano nei nuclei dello stesso o di altri elementi; l’analisi dei bilanci energetici di queste trasformazioni mostrò ben presto che alcuni nuclei di elementi pesanti, come uranio e torio, addirittura subiscono fissione con «perdita di massa» e liberazione di una grande quantità di energia, proprio come Einstein aveva previsto mezzo secolo prima, descrivendo il processo che si ha ogni volta che una massa «si trasforma» in energia.

I lettori perdonino questa esposizione imprecisa e popolare.

Intanto siamo arrivati al 1939 e alla gente del mestiere apparve chiaro che «sarebbe dovuto» essere possibile, con adatti accorgimenti tecnici, provocare artificialmente la fissione dei nuclei di uranio e «raccogliere» il calore così liberato da usare al posto di quello che allora era ottenuto bruciando il carbone o il petrolio. Il 2 dicembre 1942, come è ben noto, Fermi e altri scienziati dimostrarono sperimentalmente che era possibile produrre, per fissione nucleare, energia sia per azionare navi, sia come esplosivo militare.

La vera storia delle scorie radioattive, con cui abbiamo a che fare oggi, cominciò con una gigantesca catena di imprese industriali e impegni finanziari: bisognava trovare minerali di uranio, che esistono in natura, sia pure non molto abbondanti; trattare meccanicamente e chimicamente questi minerali, lasciandosi dietro quel po’ di radio e di radon che sempre accompagna le rocce contenenti uranio (le prime scorie nucleari sono quelle di miniera), per ottenere l’ossido di uranio come «yellow cake» (1 tonnellata di ossido si lascia dietro circa 500 tonnellate di scorie minerarie e chimiche in qualche misura radioattive); bisognava trasformare l’ossido di uranio in fluoruro di uranio, una forma chimica che consente la separazione dell’isotopo-238, il più abbondante (99,3% del totale), dall’isotopo-235 (0,7% del totale), l’unico capace di subire fissione. Sono così stati inventati diversi sistemi di separazione dei fluoruri dei due isotopi, dotati di diversa volatilità, o per diffusione gassosa o per centrifugazione.

In ciascun passaggio si formavano residui contenenti uranio-238, «impoveriti» del più «utile» uranio-235, residui blandamente radioattivi e inutili, fino a quando l’uranio non ha trovato impiego in leghe metalliche, adatte per proiettili perforanti, per corazze di carri armati e in alcuni altri usi industriali. Uso già fatto dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, come ricorda nelle sue memorie il ministro nazista degli armamenti Albert Speer.

Ma la vera merce preziosa è l’uranio arricchito, contenente circa il 3% di uranio-235, adatto per alimentare i reattori commerciali, o contenente oltre il 70-80% di uranio-235, adatto per bombe atomiche.

L’«età dell’oro», si fa per dire, o l’«età della morte», è quella degli anni dal 1942 al 1945; in quel brevissimo periodo si è capito tutto quello che occorreva per la bomba. Nel corso del processo di fissione nucleare – durante il bombardamento dell’uranio-235 con neutroni di adatta energia – insieme all’energia si forma un’affollata popolazione di altri elementi radioattivi quasi tutti fino allora sconosciuti; alcuni, come il plutonio, più «pesanti» dell’uranio e anch’essi «fissili», si formano per «attivazione» dell’uranio; uranio e nuclei transuranici per fissione generano vari frammenti radioattivi, con peso atomico di circa la metà di quello dell’uranio (cesio, rubidio, stronzio, iodio eccetera); inoltre i flussi di neutroni interagiscono con i metalli e i materiali da costruzione della struttura dei reattori che si trasformano, per «attivazione», in altri isotopi radioattivi.

Per la fretta di fabbricare sufficiente uranio e plutonio per le prime tre bombe atomiche, quelle di Alamagordo, Hiroshima e Nagasaki, le enormi quantità di scorie radioattive furono sistemate, per lo più sotto forma di soluzioni, alla meglio, nel sottosuolo, intorno ad Hanford, nello stato di Washington, dove furono installati i primi grandi impianti industriali e altrove; non c’era molto tempo da dedicare alla chimica e alla tecnologia dei rifiuti; tanto è vero che molti sono ancora lì, da qualche parte, nel sottosuolo.

Dal 1945 in avanti la formazione di scorie radioattive si è fatta sempre più rapida. L’Unione Sovietica si è inserita subito nelle attività nucleari; Inghilterra, Francia e Cina sono ormai membri del club delle potenze nucleari ufficiali; India, Pakistan e Israele hanno proprie potenzialità industriali nucleari militari; centinaia di centrali nucleari commerciali e militari, centinaia di reattori sperimentali sono sparsi nel mondo, alcuni con il loro carico di materiali radioattivi.

Tali materiali sono costituiti dal «combustibile irraggiato», le barre di uranio estratte dai reattori dopo uno o due anni di funzionamento e contenenti uranio-238, una parte residua di uranio-235, elementi transuranici e prodotti di fissione. Vi sono poi le scorie dei processi di «ritrattamento» condotti per recuperare uranio e plutonio dal combustibile irraggiato, i residui di materiali usati in medicina e diagnostica, i residui di materiali industriali (dalle punte dei parafulmini, ai dispositivi per eliminare l’elettricità statica negli ambienti di lavoro), materiali da costruzione che sono stati esposti a flussi radioattivi e in cui si sono formati elementi radioattivi di attivazione, rottami metallici contenenti metalli radioattivi (rottami e scorie di alluminio, acciaio eccetera) formatisi durante lo smantellamento di impianti o per eventi accidentali.

Si tratta di materiali diversissimi che sono classificati grossolanamente in categorie a seconda del tempo di dimezzamento, considerando che possono essere posti in depositi che debbono essere tenuti sotto controllo per mesi, o per anni e decenni o per migliaia di anni. Si tratta di uno dei capitoli più straordinari della chimica dei rifiuti, perché la loro pericolosità per la vita varia a seconda della composizione chimica, che a sua volta varia continuamente nel tempo.

Credo che nessuno sappia esattamente dove questi materiali siano, sul pianeta, che composizione abbiano e come circolino e circoleranno nella biosfera. Ci sono schegge di informazioni, associate ad alcuni incidenti, come quello di Celiabinsk nell’Unione sovietica, filtrato attraverso le maglie del segreto militare, perché alcuni biologi sovietici hanno descritto, in riviste di pubblica circolazione, come si stavano disperdendo nell’ambiente alcuni composti radioattivi che erano evidentemente stati «liberati» in seguito a un incidente o a un incendio in un deposito di scorie.

Altre fughe di materiali radioattivi si sono verificate a Sellafield in Inghilterra, in Francia e forse altrove, ma le informazioni disponibili costituiscono un capitolo ancora inesplorato della storia dell’ambiente.

Il nocciolo del dibattito, quello cui è principalmente dedicato questo libro, riguarda il tentativo di fornire una risposta alla domanda: dove metteremo le scorie radioattive esistenti, note e inventariate e quelle che continuamente si stanno formando? La risposta ragionevole è: nessuno lo sa. Nelle miniere di sale abbandonate? In terreni argillosi? In fondo al mare? Nello spazio interplanetario, lanciate da speciali missili? Pochi problemi tecnico-scientifici hanno avuto risposte fantasiose e speranzose come quello dello smaltimento per tempi lunghi e lunghissimi delle scorie nucleari.

L’aspetto drammatico è che, in totale mancanza di certezze, si continua a costruire centrali nucleari e a produrre scorie con attività commerciali e militari.

L’esposizione dei fatti in questo libro induce ad alcune considerazioni.

Primo. E possibile uscire dalla trappola in cui siamo caduti, è possibile rimettere il genio nella bottiglia? La risposta è «no». Con le scorie radioattive dovremo convivere per tutta la vita e anzi la loro quantità tenderà a crescere e assumerà, col passare del tempo, anche nuovi caratteri. Si pensi ai materiali metallici che sono radioattivi per esposizione, più o meno lunga, ad irraggiamento e che finiscono nei rottami metallici, che a loro volta sono incorporati nei metalli e negli oggetti di consumo domestico. Ci sono già state numerose segnalazioni di scorie e residui di lavorazioni metalliche che si sono rivelati radioattivi, scoperti alle dogane miscelati a rottami metallici, finiti poi in discariche o in fonderia, anche in Italia.

Circolano continue proposte, cui fa cenno anche questo libro, sul trattamento in speciali reattori dei prodotti di fissione e attivazione in modo da modificarne la composizione chimica e la radioattività, ma un’attenta analisi di tali proposte di improponibili «spallazioni», mostra che si esce da una trappola per cadere in un’altra e che il tutto è utile essenzialmente a spillare finanziamenti dai governi creduloni.

Così come sono insensate le proposte di costruire reattori nucleari «puliti» a fusione; ogni tanto qualcuno si presenta sulla scena anche in Italia (come è successo in Basilicata), promettendo una cornucopia di denaro e visibilità a quel paesino che accetterà di ospitare nel suo territorio qualche miracolosa nuova soluzione di impianto che dovrebbe, attraverso la fusione nucleare, fornire energia illimitata a basso prezzo. Non si tiene mai conto di tutte le code avvelenate che la fusione, qualora funzionasse, al di fuori delle bombe a idrogeno, in maniera controllata, genererebbe sotto for- ma di scorie radioattive, sulla cui composizione e sepoltura eterna si sa ancora meno di quanto si sappia sulle scorie delle centrali a fissione.

Secondo. Possiamo seppellire le scorie radioattive in qualche deposito per il quale possiamo chiedere alle generazioni future una sorveglianza affidabile? La risposta è «no».

Il libro riporta nel testo la celebre frase di Alvin Weinberg: «Noi nucleari proponiamo un patto col diavolo: possiamo fornire energia a condizione che le società future assicurino una stabilità politica e istituzioni quali mai si sono avute finora».

Ma proprio questa condizione è irrealizzabile e anche se fosse realizzabile dovrebbe fare i conti con problemi di cui non si vede la soluzione. Abbastanza curiosamente su tali problemi hanno richiamato l’attenzione studiosi che non sono sociologi, né ingegneri, né moralisti, ma semiologi, studiosi di meccanismi di comunicazione.

Si fa presto a dire «diecimila anni» (che comunque è meno della metà del periodo in cui la radioattività del plutonio-239, uno dei prodotti che si formano per attivazione nei reattori nucleari, il più pericoloso per la vita, perde metà della sua radioattività), ma in quale maniera sarà possibile avvertire coloro che vivranno fra diecimila anni, accanto a un deposito di scorie nucleari, che devono continuare a vigilare attentamente perché il materiale depositato non sia esposto a infiltrazioni di acqua, non venga a contatto con forme viventi?

Il semiologo americano Thomas Sebock nel 1984 ha scritto, per conto dell’Office of Nuclear Waste Isolation, un saggio intitolato: Pandora’s box: why and how to communicate 10.000 years into the future, «General Semantics Bulletion», 1984, 49, pp. 23-45, un tema ripreso da Umberto Eco nello scritto: «Alla ricerca di una lingua perfetta».

Diecimila anni sono un periodo nel quale possono nascere e scomparire interi imperi; appena pochi secoli dopo la fine dei faraoni era scomparsa anche la conoscenza di come leggere i geroglifici. Se dovessimo mettere un avviso, all’ingresso dei depositi di scorie: «Attenzione: non avvicinatevi», in quale lingua dovremmo scrivere il messaggio? Con quali segni? Chi tramanderà la leggibilità di tale messaggio?

Sebock ha scartato immediatamente la possibilità dell’uso di qualsiasi tipo di messaggio verbale o di segnale elettrico che richiederebbe una fonte di elettricità continua, o messaggio olfattorio, che sarebbe di breve durata, o qualsiasi forma di ideogramma o pittogramma. Sebock ha notato che oggi, quando osserviamo le pitture rupestri delle società primitive di poche migliaia di anni fa, ci è difficile dire se i personaggi stavano cacciando o ballando o combattendo fra loro.

Sebock ha suggerito che occorrerebbe organizzare una «casta sacerdotale atomica», un «atomic priesthood», di durata eterna, in grado e col compito di tramandarsi nel corso delle 300 generazioni che si susseguirebbero nei diecimila anni, la lingua e il significato di quel cartello apposto sul cimitero delle scorie radioattive e dei residui delle centrali e degli impianti contenenti materiali radioattivi.

E poi su quale supporto l’eventuale messaggio custodito dai sacerdoti atomici può essere tramandato a tutti gli abitanti del pianeta per 300 generazioni? Vari autori hanno trattato, dopo Sebock, il problema della comunicazione del pericolo a chi vivrà fra migliaia di anni.

Il 27 settembre 2005 il notiziario telematico «Apogeonline», nel citare un progetto inglese di otto miliardi di sterline per un deposito in cui stivare i residui dello smantellamento delle centrali nucleari, si soffermava sul tipo di supporto materiale sul quale si dovrebbero depositare, per le generazioni future, le informazioni sulla pericolosità del contenuto del deposito di scorie radioattive, con tanto dei necessari dati, diagrammi e disegni tecnici. Si possono scartare subito i supporti informatici, dal momento che la maggior parte del materiale informatico odierno sarà illeggibile fra poche diecine d’anni. Qualcuno ha pensato di ricorrere … ai papiri, i supporti che ci sono pervenuti quasi leggibili, sia pure quasi incomprensibili, a quattromila anni dalla loro redazione.

Terzo. Si possono, in qualche maniera, attenuare le conseguenze negative della gestione delle scorie nucleari? Sì e no.

I professori di tecnologie nucleari accusano i critici di questa forma di energia di aver provocato una disaffezione e un disincanto dei giovani universitari verso questa branca dell’ingegneria e della chimica. A mio modesto parere, invece, proprio l’attuale situazione potrebbe mobilitare e attrarre molti giovani verso gli studi di tecnologia nucleare. I giovani dovrebbero occuparsi del nucleare con coraggio, non per alimentare fumose speranze e illusioni di un mondo pieno di centrali nucleari che ci libererebbero dalla schiavitù del petrolio e dallo spettro dell’effetto serra, di centrali a fusione, un po’ calda o un po’ fredda, di sempre «più perfette» bombe e bombette nucleari, capaci di stanare i terroristi dalle caverne, ma per affrontare i giganteschi problemi chimici, fisici, ingegneristici, biologici, urbanistici, geologici, economici, istituzionali, associati alla sistemazione delle scorie delle centrali, delle fabbriche di armi atomiche, dei rottami radioattivi, per la sistemazione dei tanti materiali radioattivi intorno a noi.

Forse a questi studenti futuri di tecnologie nucleari bisognerebbe richiedere, come si fa col giuramento di Ippocrate per i medici, di impegnarsi per fermare la proliferazione di impianti nucleari commerciali e militari che producono quelle scorie su cui loro dovranno lavorare per seppellirle. Se questa grande rivoluzione non sarà fatta e non sarà accettata da tutti i paesi, l’umanità sarà dilaniata da conflitti sempre più gravi e costosi.

Quarto. Qualsiasi successo di qualsiasi tecnologia di sepoltura dei materiali radioattivi sarà impossibile senza una partecipazione e una cultura popolare. Purtroppo i movimenti di contestazione si sono sempre rivelati di breve durata; finito il pericolo (annullato il progetto di costruzione di una centrale o di un deposito di scorie «a casa sua»), ciascuno torna al suo lavoro e dimentica tutto.

L’autore di questo libro ricorda che riuscimmo ad allontanare il pericolo delle centrali nucleari a Montalto di Castro e a Carovigno, a Mantova e a Termoli eccetera, cominciando con un’alfabetizzazione tecnico-scientifica delle popolazioni locali che, dopo qualche settimana, sapevano replicare alle sirene dell’ENEA e dell’Enel contestando i singoli dati a suon di neutroni, di rem, di tossicità del cesio e dello stronzio! Che fine ha fatto questo patrimonio di cultura popolare? Direi che è scomparso. Chi, fra i ventenni di oggi, ha mai sentito parlare delle lotte di San Benedetto Po, che pure durarono alcuni anni? Sono scomparsi i documenti, gli archivi, le persone. Ma del resto chi, fra i ventenni di oggi, sa che cosa è successo a Hiroshima, al di là di una generica risposta: «bomba atomica», o a Chernobyl, al di là di una generica risposta: «centrale nucleare»?

Perfino le più recenti lotte popolari contro il progetto di confinamento di scorie radioattive in una caverna da scavare in un deposito di sale nel sottosuolo di Scanzano, in Basilicata, sono ormai un ricordo. Per ricostruire la passione civile di quel novembre 2003 ormai restano le rassegne stampa e il documentato libro di Rossella Montemurro, «I giorni di Scanzano. Cronaca di un accidente nucleare», Roma, Ediesse, 2004. Smantellate le trivelle a Scanzano, il fiammifero acceso delle scorie nucleari passerà a qualche altro paese d’Italia che dovrà ricominciare il cammino di informazione e documentazione per far fronte a chi ne vorrà usare il territorio per crearvi il mortale cimitero.

Ai tempi di Scanzano mi ero permesso di suggerire di organizzare, sulla base delle conoscenze acquisite nelle settimane di lotta, un centro nazionale di documentazione popolare che permettesse di socializzare tali conoscenze con le molte future «Scanzano» che sono e saranno investite da simili problemi. Finora ben poco si è fatto, nonostante qualche buon sito e blog su Internet, che però passa quasi inosservato nel gran chiasso della rete globale.

Nello stesso tempo continua vivace il lavoro, presso i centri del potere politico ed economico, dei gruppi di propaganda filonucleare che, con l’aiuto di diligenti scienziati, di quei nipotini del dott. Ure che minimizzava qualsiasi pericolo e danno della nascente rivoluzione industriale inglese, tranquillizzano sulla fattibilità di depositi di scorie e sulla convenienza di nuove centrali nucleari.

Quinto. Alla luce dell’attuale situazione dobbiamo imporci di fermare non solo la costruzione di nuove centrali nucleari, ma di fermare gradualmente il funzionamento delle centrali esistenti e soprattutto le operazioni dei reattori che producono i materiali fissili, il cui possesso è desiderato sia dalle potenze nucleari, sia dai paesi con ambizioni nucleari, sia dai gruppi terroristici.

Dobbiamo impegnarci perché sia fatto qualche passo, davvero, verso l’attuazione di quanto disposto dall’«articolo sei» del trat- tato di non proliferazione nucleare che impone ai paesi firmatari di avviare iniziative concrete per un disarmo totale nucleare, premessa per un disarmo totale planetario. Disarmo nucleare significa rallentare e fermare le attività di arricchimento dell’uranio, solo apparentemente giustificate dall’alimentazione dei reattori commerciali e le attività di recupero del plutonio dal combustibile irraggiato, solo apparentemente giustificato dall’alimentazione con ossidi misti di uranio e plutonio dei reattori commerciali.

Il disarmo nucleare e la disattivazione delle armi nucleari esistenti metterebbero in circolazione enormi quantità di materiali radioattivi che vanno ad aggiungersi a quello esistente, ma almeno potrebbero segnare un rallentamento e la fine della produzione di sostanze e scorie radioattive. Se ci fermassimo oggi ci sarebbe già un bel da fare lungo decenni per sistemare le scorie esistenti, ma almeno non aumenterebbe ulteriormente la massa di materiali mortali con i quali fare i conti in futuro.

Eppure il mondo va avanti proprio in direzione opposta, con proliferazione delle attività nucleari, sia commerciali, sia militari. Lo dimostrano anche i dibattiti del 2005 sui tentativi di fermare la corsa agli armamenti nucleari di Iran e Corea del Nord, paesi che si dichiarano disposti a rinunciare alla produzione di armi a condizione che possano moltiplicare le centrali nucleari commerciali. Intanto i paesi nucleari «ufficiali» continuano a perfezionare le proprie armi nucleari, sempre «più perfette» piccole e devastanti e continuano a tenere in efficienza le trentamila bombe nucleari esistenti nel mondo, cinquemila in stato di permanente allarme, ormai insensato davanti alla fine di un ruolo di deterrenza che ne ha giustificato per decenni l’esistenza: tu, nemico, non lancerai una bomba nucleare contro di me, altrimenti le mie bombe nucleari ti stermineranno. Ma chi è oggi, nell’era dei commerci globali, il nemico se non noi stessi?

Il fervore nucleare commerciale e militare è confermato dalla ripresa dell’estrazione e del commercio dell’uranio il cui prezzo, sceso e rimasto a lungo al livello di una diecina di dollari per libbra di ossido, un quarto dei 40 dollari per libbra che era il prezzo ai tempi del trionfo del nucleare (anni 1960-1980), dall’inizio del 2000 ha ricominciato ad aumentare, a 30 dollari per libbra nel 2005, come risultato di nuove attività di estrazione e di arricchimento. L’ossido di uranio estratto dalle miniere è passato da 41 a 48 mila tonnellate dal 2000 al 2005.

Sesto. Chi ci salverà? «Forse» la conoscenza diffusa, «forse» la presa di coscienza popolare dei pericoli cui stiamo andando incontro come umanità. Purtroppo i temi trattati in questo libro sono assenti dal dibattito e dai programmi politici, dal chiacchiericcio sulla crescita-decrescita, su un’ipotetica futura società sobria e felice. Parlate, parlate, fate incontri e convegni: intanto chi veramente conta, nel complesso militare-industriale, si frega le mani per la contentezza, va avanti a passo sicuro e, nel nome dei propri affari, aiuta il mondo a scivolare verso un abisso di instabilità, insicurezza e violenza.  (Giorgio Nebbia)

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“Introduzione” di Virginio Bettini al suo libro “SCORIE (l’irrisolto nucleare)”, ed. UTET libreria, Torino, 2006
In Cento soli (approssimazione del Bhagavadgita: «Se nel cielo divampasse simultaneamente la luce di mille soli, sarebbe come lo splendore dell’Onnipotente», citato da J. Robert Oppenheimer, allibito da ciò che aveva contribuito a creare, quando la prima atomica incendiò il deserto del New Mexico), il fotografo americano Michael Light ha raccolto cento fotografie ufficiali tratte dall’archivio dei laboratori di Los Alamos e dagli archivi di stato americani (Light, 2004).

Tra queste immagini di esplosioni nucleari ne ho individuato una, a mio avviso molto significativa: l’esplosione della bomba atomica Climax, 61 kilotoni, avvenuta nel 1953 nel deserto del Nevada, dove gli Stati Uniti collocheranno le proprie scorie nucleari. Un perfetto fungo premonitore.

Chiuso il libro di Light, ho compiuto due passi indietro. Sono andato a rileggermi i due testi che avevo pubblicato a cavallo degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso sui problemi della incompatibilità ambientale del nucleare, con riferimento ai problemi dei siti possibili ove confinare le scorie, ovvero i «siti impossibili» che segnavano pollice verso per il nucleare (Bettini, 1978, 1981). Ho anche ritrovato un articolo che scrissi venti anni fa sul quotidiano «Avvenire» (Bettini, 1985) in cui si esaminavano alcuni siti «possibili» per i rifiuti nucleari prodotti negli Stati Uniti: Deaf Smith County nel Texas, Hanford nello Stato di Washington e Yucca Mountain in Nevada, Davis Canyon, ai margini del Parco Nazionale dei Canyons, in Utah e il giacimento di sale di Richton Dome in Mississippi.

Si avviava il primo scontro sui siti destinati al confinamento delle scorie che avrebbe visto perizie, controperizie, confronti, dibattiti pubblici, valutazioni di impatto ambientale, per finire nell’ovvio, ovvero la scelta del sito ben controllato dai militari: Yucca Mountain.

Il sito nel Texas, Deaf Smith County, cinquanta kilometri da Amarillo, è stato scartato in quanto zona agricola con riserve idriche destinate anche a Stati limitrofi. Hanford, Stato di Washington, avrebbe potuto contaminare le falde sotterranee e il fiume Columbia. Davis Canyon si trova ai margini di un Parco Nazionale, mentre il giacimento di sale di Richton Dome non è considerato sicuro.

La scelta quindi è caduta su Yucca Mountain perché sito più consono luogo alla filosofia nucleare: all’interno della A51, sito di test nucleari superficiali e sotterranei, di un’ipotetica presenza extraterrestre, ma, fondamentale, completamente sotto controllo militare.

Ho visitato il sito nell’aprile del 2004 e ne ho scritto per «Il Manifesto» (Bettini, 2004).

Ho trascorso tutto il mese di giugno 2005 tra la Biblioteca del Congresso a Washington, dove ho potuto accedere ai documenti delle audizioni sui diversi siti, le aree del Panhandle Texano e del Paradox Basin, tra Utah e Colorado. Non mi è stato concesso l’accesso ad Hanford. Ho ascoltato tanti pareri e ho maturato le mie impressioni da sessantenne, impegnato da trent’anni contro il nucleare.

Questo libro ve le propone, ma in primo luogo vorrei che leggeste qual’è stato il primo impatto con la realtà di Yucca Mountain.   (Virginio Bettini)

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Recensione e ripresa di parti del libro

“Scorie. L’irrisolto nucleare” un libro di Virginio Bettini (edizioni UTET, 2006)

Negli Stati Uniti come luogo di deposito delle scorie nucleari è stato scelto Yucca Mountain, nel Nevada, un’area collocata all’interno della A 51, sito di test nucleari superficiali e sotterranei, di un’ipotetica presenza extraterrestre, ma soprattutto, completamente sotto controllo militare. In Italia un tentativo simile è stato fatto a Scanzano Jonico suscitando un’agguerrita protesta da parte degli abitanti della regione. Il nocciolo del dibattito, quello a cui è principalmente dedicato “Scorie”, riguarda il tentativo di dare una risposta alla domanda: dove metteremo le scorie radioattive esistenti, e quelle che continuamente si stanno formando? Nelle miniere di sale abbandonate? In fondo al mare? Nello spazio interplanetario, lanciate da speciali missili? Pochi problemi tecnico-scientifici hanno avuto risposte fantasiose e speranzose come quello dello smaltimento delle scorie nucleari.

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3.7 Nessuna scelta dopo la rivolta di Scanzano
Al momento attuale la situazione delle scorie nel nostro paese è la seguente: 1.500 tonnellate di combustibile irraggiato, provenienti dai vecchi impianti di Latina e del Garigliano sono stoccate in Gran Bretagna, a Sellafield.  Altre 62 tonnellate di combustibile irraggiato, non inviate al riprocessamento in Gran Bretagna, sono immagazzinate presso il disattivato reattore Superphenix di Creys Malville. Il 99% della radioattività italiana sarà trattato in Francia o in Inghilterra. Si tratta delle barre di combustibile irraggiato che sono l’eredità dell’esperienza nucleare conclusasi nel 1987.

L’uranio e il plutonio, il 97% del materiale, verranno riutilizzati e a noi tornerà un 3% di cui non sapremo cosa fare. Ce le rimanderanno a casa entro 20 anni.

L’allora ministro delle attività produttive, Antonio Marzano, ha firmato, il 2 dicembre 2004, un decreto che in pratica cancella quello dei 2001, il quale prevedeva lo stoccaggio nelle centrali. La Sogin, la società pubblica presieduta dal generale Carlo Jean, pubblicamente bocciata dalla rivolta di Scanzano, ha scelto un’uscita laterale di una certa sicurezza: avviare una gara d’appalto rivolta ai due impianti europei in grado di trattare le scorie, l’impianto Bnfl di Sellafield in Inghilterra e l’impianto Cogema di La Hague, in Francia.

Invierà, al migliore offerente, 235 tonnellate di combustibile irraggiato a un costo che si aggira attorno ai 300 milioni di euro. Sogin non avrà problemi economici. Dal 2001, ogni italiano, per ogni kilowattora consumato, versa 1,22 lire per lo smaltimento del parco rifiuti nucleari. Tra l’aprile del 2003 e il gennaio 2005 hanno preso la strada di Sellafield le 53 tonnellate stoccate nel deposito Avogadro di Saluggia (Vercelli). Le scorie non rientreranno prima del 2012.  Costo 80 milioni di euro, grazie a un contratto che risale al 1980.

Le barre, lunghe 4 metri e del diametro di un centimetro, viaggiano in contenitori corazzati a prova di arma anticarro chiamati cask. Caricati su camion o treni speciali fino a Dunquerque, da dove si imbarcano per l’Inghilterra. Le scorie ad alta attività che l’Italia prima o poi dovrà riprendersi, torneranno trasformate in manufatti di vetro vulcanico, una sorta di ossidiana, disperse nell’impasto con cui si fa il vetro e inglobate in colonne alte 1 metro e mezzo (Porqueddu, 2004).

(…)

La mancanza di una linea comune, di un progetto che consenta di affrontare il problema delle scorie nucleari condiziona la possibilità di collaborazione. I laboratori e le lobbies nucleari non si confrontano, si combattono, e la globalizzazione non favorisce il dialogo.

Si rilevano anche casi di ritorno a vecchi errori, come in Russia. I russi stanno ipotizzando di riattivare la vecchia discarica di Mayak, negli Urali, dove, negli anni Cinquanta del Novecento, i rifiuti nucleari raggiunsero il fiume, contaminando 272.000 persone.

Una sola esplosione in un limitato deposito di rifiuti nucleari, sempre in Unione Sovietica, nel 1957, a Celiabinsk, rese sterili migliaia di ettari di territorio, provocando tumori nella popolazione. A questo proposito consiglio ai lettori, se già non lo conoscono, il libro di Medvedev «Disastro atomico in URSS» che riguarda specificamente l’incidente alle scorie radioattive di Celiabinsk. Putin ora avrebbe deciso di riaprire l’area per importare scorie fino a 20.000 tonnellate, il che significherebbe 20 miliardi di dollari cash, con le conseguenze di un costo, in prospettiva, incalcolabile in termini di rischio e danno ambientale per le generazioni future. (Virginio Bettini)

“Scorie. L’irrisolto nucleare”

3.8 La Corte Costituzionale cancella la protesta antinucleare

La sentenza numero 62 emessa dalla Corte costituzionale, in data 13 gennaio 2005, ha praticamente cancellato le proteste antinucleari delle Regioni Sardegna, Basilicata e Calabria che, nel 2003, con tre leggi regionali, dichiararono denuclearizzato il proprio territorio.

Una dichiarazione d’illegittimità dal punto di vista giuridico, una stroncatura dal punto di vista politico.

Dopo questa sentenza della Corte, nessuna regione potrà autoproclamarsi denuclearizzata, come non potrà impedire che, sul proprio territorio, transiti materiale nucleare. Al tempo stesso però il Governo, che dispone di competenza esclusiva dal punto di vista ambientale, non dovrebbe più poter decidere da solo per quanto attiene alla localizzazione d’impianti e depositi, ma dovrebbe basarsi sull’accordo con le regioni interessate.

Un colpo al cerchio ed uno alla botte, lontano dalla chiarezza e sempre più nell’equivoco (Massari, 2005). La decisione è grave perché, se la linea dell’Unione Europea si mantiene al livello di lasciare a ciascuno stato membro l’iniziativa per la soluzione del problema delle scorie nucleari e la questione non viene affrontata a scala globale in maniera seria e definitiva, in Italia il sito di Scanzano resterà ipotesi aperta nonostante le affermazioni dei politici e la scarsa chiarezza degli scienziati allineati.

Ora però l’ineffabile generale Jean, commissario straordinario della Sogin, ci riprova disponendo la creazione di un nuovo sito a Saluggia, senza VIA e senza che il Comune modifichi il piano regolatore. Vince, in negativo, il principio dell’interesse nazionale. Il sito di Saluggia ospita tre impianti nucleari ed oltre 4.000 m3 di rifiuti radioattivi. Si tratta di una «pattumiera nucleare» che andrebbe messa in sicurezza al più presto. A Saluggia si sta configurando un vero e proprio, futuro deposito di rifiuti nucleari di tipo D-2, a bassa radioattività e D-3, ad alta attività, integrato nel deposito Cemex (Massari, 2006b).

Il comune di Saluggia non ha approvato il piano di variante che consente gli interventi Sogin. Lo ha solo adottato. Il Parco del Po, in cui è localizzato il centro di 4.000 abitanti di Saluggia, non ha riconosciuto alcuna urgenza o necessità: «ha solo preso atto» (Massari, 2006b). (Virginio Bettini)

“Scorie. L’irrisolto nucleare”

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4. Principi di precauzione
Abbiamo visto come il problema delle scorie nucleari non si risolva semplicemente attraverso ipotesi di stoccaggio in strutture geologiche profonde. Dopo la separazione dell’uranio e del plutonio, gli altri elementi pesanti e i prodotti di fissione rappresentano, per i reattori ad acqua, una massa di circa il 3% del combustibile irraggiato.

In un primo momento sono collocati, sotto forma di soluzione liquida, in contenitori di acciaio a doppia parete, poi vetrificati in borosilicati per resistere a eventuali aggressioni fisico-chimiche. I rifiuti ad alta attività sono trattati con cemento speciale o fusi in lingotti metallici, quelli a media o debole attività sono inglobati in cemento, resine o bitume.

Siamo quindi a una svolta importante. Fino a ora, se le emissioni alfa di lungo periodo erano sufficientemente deboli, lo stoccaggio avveniva in superficie, basti pensare al centro di stoccaggio della Manica, presso l’impianto francese di La Hague, ormai saturo, che presenta una capacità di 500.000 metri cubi e al nuovo deposito francese di Soulaines-Dhuys nella Aube.

I tempi non sono certamente brevi, ma, in alcune centinaia d’anni, la radioattività di questi prodotti sarà irrilevante e i siti di stoccaggio potrebbero essere recuperati (Reuss, 1999).

I prodotti che contengono quantità notevoli di emettitori alfa pongono invece un problema a lungo termine, di milioni di anni, in particolare quando si tratta di combustibile irradiato che non sia stato ritrattato. In Francia, al momento, le scorie ritrattate e vetrificate sono provvisoriamente stoccate in pozzi di cemento ventilati nei pressi degli impianti di vetrificazione di La Hague sulla Manica e di Marcoule (Gard).

Anche se non è urgente — il limite è stato fissato per il 2010 circa — una decisione deve essere presa. Una soluzione radicale sarebbe l’invio di questi materiali verso il sole, una soluzione che però non sembra affatto realista, considerate le incognite delle tecniche spaziali. La soluzione più semplice sarebbe la sistemazione a centinaia di metri di profondità in formazioni geologiche stabili e impermeabili, in siti in cui il rischio di future intrusioni umane sia debole.

Si studia anche l’incenerimento di questi noccioli pesanti nel reattore (oppure utilizzando un acceleratore di particelle): sotto l’azione dei neutroni essi subirebbero finalmente la fissione, trasformandosi in prodotti il cui periodo sarebbe più breve (meno di una decina d’anni per la maggior parte). Questo problema — che interessa le generazioni a venire — impone di valutare e considerare non solo gli aspetti tecnici, ma anche quelli sociali ed etici (Reuss, 1999).

Ipotesi «creative» di smaltimento delle scorie non sono mancate in passato, anche se le grandi potenze nucleari si stavano sempre più orientando verso lo smaltimento in profondità, in formazioni geologiche stabili. Si tratta delle soluzioni cui abbiamo già accennato nel secondo capitolo, ma che necessitano di alcune righe di approfondimento.

Negli anni Settanta del secolo scorso si parlava della possibilità di collocare i contenitori dei rifiuti nucleari sulla calotta dell’Antartide, dove, grazie al calore prodotto, avrebbero fuso il ghiaccio, aprendosi la strada verso la sottostante piattaforma rocciosa.

Il vantaggio di quest’ipotesi starebbe in una situazione di bassa densità di popolazione in area polare e nella stabilità stessa dei ghiacci. L’ipotesi viene messa in gioco dalle prospettive di cambiamento climatico, dai costi e dalle condizioni meteo. Resta il fatto che questa soluzione può essere presentata solo come elemento di cronaca storica, avendo il Trattato Antartico del 1959 proibito ogni stoccaggio di materiale nucleare e scorie sul continente Antartico.

Un’altra, non so fino a che punto originale e scientificamente attendibile proposta, è stata quella di collocare i contenitori sul fondo dell’oceano in aree di movimenti geologici, in modo che le scorie potessero essere inglobate nella crosta terrestre. La Convenzione di Londra, dell’ottobre 1993, ha bandito, fino al 2018, la possibilità di stoccare le scorie sul fondo del mare. Dopo il 2018, la «sub-seabed disposal option», potrà essere ridiscussa e riconsiderata a intervalli di 25 anni.

Erano i tempi in cui il nucleare era definito «scelta responsabile» dal FIEN, il Forum Italiano per l’Energia Nucleare (FIEN, 1977), sulla base della semplice constatazione che i rifiuti nucleari prodotti per fornire tutta l’energia elettrica consumata da un individuo per la durata della vita sarebbero pari al volume di 100 compresse di aspirina.

Negli anni Settanta, nel nostro paese, quando sembrava che nulla si sarebbe potuto opporre alla continua, indisturbata crescita del nucleare, la parola d’ordine in tema di scorie era: minimizzare. Si riteneva istruttivo fornire una dimensione pratica che traducesse le cifre delle scorie naturali. «Se tutta l’energia elettrica prodotta in Italia (160 miliardi di kWh nel 1976) fosse generata con energia nucleare (in quel tempo era meno del 3%), le scorie fortemente radioattive ammonterebbero a 0,2 g pro abitante/anno, all’incirca un chicco di riso. Tenendo conto del sistema di contenimento si arriva al volume pratico di immagazzinamento di 1 cm3 pro abitante/anno» (Knoepfel, 1979).

Areva ha acquistato su «Le Monde» un’intera pagina, il 31 marzo 2005, per porre ai cittadini la seguente domanda: «Come ottimizzare la gestione del combustibile nucleare usato?».  Ecco la risposta: «Le soluzioni ad alta tecnologia proposte da Areva consentono di riciclare, dopo trattamento, il 96% del combustibile usato. Soluzioni che permettono di gestire le scorie nucleari finali dividendo per 10 la loro tossicità e per 5 il loro volume».

Il tasto battuto è sempre il solito: in termini volumetrici, la quantità di scorie prodotte dai reattori oggi in funzione è veramente bassa.

Se il riprocessamento è adeguato, un impianto da 1000 MW, produce solo 5 metri cubi di scorie ad alta radioattività in un anno. Il volume delle scorie nucleari ad alta radioattività, generato ogni anno in Europa, assomma a 500 m3, che rappresentano un modesto 0,005% di tutti i residui tossici industriali.

L’inventiva umana può trovare una soluzione nella sfida per il loro smaltimento (Johnston, 2005). I sostenitori del nucleare ritengono che non si tratti di un problema di quantità. Il problema vero, irrisolvibile, sta nell’ormai indiscussa incapacità di isolare i rifiuti nucleari non solo dall’ambiente umano, ma anche dal complesso dei cicli biogeochimici, per centinaia di migliaia/milioni d’anni, in modo che essi possano ritornare ai livelli di radioattività del fondo naturale.  Un’impresa praticamente impossibile.  (Virginio Bettini)

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One thought on “NUCLEARE italiano: tra ambiguità nella scelta dei siti (le prime quattro centrali si faranno in un’area militare, a Montalto, in Polesine e una in Albania?) e invece l’iter di realizzazione che prosegue (e le imprese di settore che rapidamente si organizzano). L’irrisolto grave problema delle SCORIE radioattive

  1. Somma Enzo martedì 4 ottobre 2011 / 16:33

    si prega di controllare le regioni che aderiscono al nucleare….di cui spunta anche il veneto……e le scorie dove vanno a finire?

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