MOSCA specchio della RUSSIA in crisi: tra problemi economici (la povertà diffusa), terrorismo indipendentista e terrorismo di stato; voglia di egemonia globale (con le fonti energetiche); mancanza di democrazia e scempio urbanistico di una delle più affascinanti capitali storiche europee

Il “Parco GorKi” a Mosca: alla vicina stazione della metropolitana "Park Kultury", lunedì 29 marzo, alle 8,38 del mattino, c’è stata la seconda esplosione dell’attentato terroristico

A pochi giorni dall’8 aprile, quando a Praga il regime russo, con le firme di Medvedev e di Barack Obama in calce al nuovo trattato Start (di riduzione delle armi nucleari in possesso di Usa e Russia), si preparava a una sua ripresa di ruolo internazionale come superpotenza nucleare, questo ritorno di autorevolezza (di autorità) mondiale è probabile che sarà annebbiato dai fatti accaduti all’interno del Paese: cioè gli attentati terroristici a Mosca (a due stazioni di metro, con 39 morti) e nel Caucaso del nord, in Daghestan, nella città di Kizljan (con 12 morti sul luogo di un’auto esplosa per una bomba). Attentati tutti con protagonisti dei kamikaze, in particolare a Mosca eseguiti da donne, ragazze molto giovani, vedove di terroristi indipendentisti (ma di tutto questo troverete qui sotto, se scorrete gli articoli, un’ampia rassegna stampa, dove ogni articolo rileva particolari importanti per capire la cronaca e il contesto di questi giorni tragici in Russia).

Ma vogliamo qui pure tentare di allargare il “discorso Russia” a un contesto complessivo di quel paese: un’economia, nonostante le grandi risorse energetiche (gas e petrolio, ad importante uso esterno ma anche interno) che non riesce a darsi una connotazione diffusa: crescono i grandi ricchi e ristagnano le grandi sacche di povertà.  E in questi ultimi tempi, di crisi interna e internazionale generale, l’importazione di beni dall’Occidente è dovuta diminuire (se ne sono pure accorti i distretti industriali del Nordest italiano, nell’export verso la Russia: del legno, dell’abbigliamento…).

Autoritarismo e oligarchie ristrettissime sembrano voler controllare un paese troppo grande per un potere centralizzato (che deve confrontarsi-scontrarsi con le spinte indipendentiste, di cui si parla qui, del Caucaso del Nord, che si esprimono spesso con un crudele terrorismo…), rispondendo con un altrettanto feroce “terrorismo antiterrorista” di cui parlava, prima che le sparassero un colpo in testa, la giornalista Anna Politkovskaja.

Vittima e assassina – Dzhennet Abdurakhmanova, la kamikaze 17enne proveniente dal Daghestan (Caucaso del Nord), una delle due autrici della strage alla metro di Mosca del 29 marzo scorso (che ha causato 39 vittime) Qui, nella foto, con il marito Umalat Magomedov, della guerriglia indipendentista del Caucaso, lui ucciso dai filo-russi (colpisce il fatto che entrambi si sono fatti fotografare con una pistola in mano)

Insomma, una situazione per niente buona, che pare non dimostra di avere sbocchi positivi, un futuro di prosperità allargata e di democrazia positiva. Su questo Gorbaciov, grande leader della seconda metà degli anni ’80 ora totalmente ai margini, prospetta la necessità di una nuova perestrojka (ricostruzione) parola importante del suo governo nel momento di smembramento dell’Unione Sovietica (assieme all’altra parola-slogan, “galsnot”, trasparenza, anch’essa significativa nella Russia di adesso autoritaria e oligarchica).

E’ sintomatico poi che anche le grandi risorse culturali del paese vengano messe in forse, usurpate dai nuovi poteri, dai nuovi ricchi: come le splendide architetture della città moscovita, segno di un passato (assai europeo) dove la “madre Russia”, nella letteratura, nella musica, nella filosofia (e anche nell’arte e nell’architettura) ha segnato momenti di storia fondamentali nel DNA nostro, dell’umanità intera. Insomma per dire che, ad esempio, lo scempio urbanistico di Mosca (di cui qui partiamo con il primo articolo, nel tracciare i vari aspetti della crisi russa) è elemento che “segna anche noi”, cioè la nostra storia comune europea (dove la Russia “c’era”, esisteva nella nostra geografia) e le prospettive future.

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MOSCA – COSI’ SI DEMOLISCE IL CENTRO STORICO – L’ULTIMO SACCO DI MOSCA
di Leonardo Coen, da “la Repubblica” del 31/12/2010
Le ruspe distruggono chiese ed edifici d´epoca. E al loro posto i palazzinari fanno sorgere grandi magazzini Una mostra ricostruisce come era la città prima dello scempio. Per salvare quel che resta dell´architettura russa. Deturpate strade e piazze antiche. Al loro posto palazzi di lusso e complessi polifunzionali.

La settimana scorsa un commando di architetti volontari dell´associazione Arkhnadzor che ha per scopo la sorveglianza e la protezione del patrimonio architettonico moscovita, è penetrato all´interno del Detskij Mir, il grande magazzino sovietico «Paradiso dei Bimbi» chiuso un anno e mezzo fa, e ha scoperto che il restauro tanto sbandierato non c´è mai stato, tantomeno è in corso: gli interni, infatti, sono stati completamente devastati.

Uno scempio. L´ultimo di una lista impressionante di delitti architettonici che hanno insanguinato il centro di Mosca, maciullandone l´identità storica. Anzi, non l´ultimo. Il penultimo. Perché domenica 27 dicembre è purtroppo cominciata la demolizione di un altro vecchio edificio, quello che ospitava l´Istituto Professionale all´angolo del Podkolokolnyj e del Khitrovskij pereulok. Al suo posto sorgerà l´ennesimo complesso multifunzionale – un mostro di 8 piani – che ammazzerà la suggestiva piazza Khitrovskaja, cuore di un pittoresco quartiere ottocentesco, famoso un tempo per essere la «zona della malavita» ma anche di mercanti e commercianti, celebrata nei racconti di Vladimir Giljarovskij (1855-1935).

Non sono servite a nulla nemmeno le 12mila firme raccolte contro il progetto della Don – Stroy, uno dei consorzi edilizi privati che maggiormente costruisce a Mosca, tanto meno le rassicurazioni della Moskomnasledije (l´agenzia municipale per il retaggio architettonico della capitale russa). Gli ambientalisti moscoviti celebrano così l´ennesimo funerale di un pezzo della loro città.
Ma c´è chi non si vuole arrendere alle ruspe selvagge. E che ha deciso di combattere la speculazione edilizia. Mobilitando l´opinione pubblica. Proprio in questi giorni è stata inaugurata al centralissimo museo d´architettura Aleksej Viktorovic Sciusev di via Vozdizhenka (si trova accanto alla Biblioteca Lenin), la mostra fotografica «Mosca 1993-2009: il peso dei cambiamenti». L´esposizione è ospitata, non a caso, in una sala che si chiama «le macerie». Ogni riferimento non è puramente casuale: sulle pareti si sviluppa il confronto tra «quello che c´era» e «quello che è diventato».

Le foto accoppiate lo dimostrano impietosamente. Cambiamenti impercettibili ma costanti che hanno snaturato il tessuto urbanistico; il centro storico di Mosca è stato rimpiazzato da edifici che imitano maldestramente la vecchia architettura o da discutibili costruzioni in stile postmodernismo (diciamo la verità: pacchiano kitsch pseudotradizionale).
La visita alla mostra è istruttiva e significativa. Dal 2003 il sito web Moskva Kotoroij Nett (Mosca che non c´è più) mette in Rete rassegne di foto d´epoca di edifici e strade scomparse: spesso si fa promotore d´iniziative per mobilitare la gente contro le demolizioni. Lo stesso museo Sciusev ha un poderoso archivio, in cui sono conservati un milione di documenti sulla storia dell´architettura russa.
Interessante è l´attività del MosKultProg, più nota come MKP, un gruppo di attivisti che si occupa dei piccoli monumenti di quartiere, sorta di rabdomanti del passato che vogliono far riemergere la Mosca dimenticata e potenziale preda dei palazzinari. MKP organizza passeggiate alla riscoperta dei «tesori inattesi» di Mosca. Percorsi come la «passeggiata di Lisa» (tragitto storico-culturale sulle tracce di una novella di Karamzin che narra del suicidio per amore di una bella fioraia) o come quello lungo l´Anello dei Giardini. Dove si scoprono perdite irrecuperabili. E dove matura una nuova coscienza urbano – ambientalista.
A due passi dal museo Sciusev, la via Znamenka era nota per la casa del celebre matematico Carl Mazing, con l´appartamento-museo del grafico sovietico Nikolaj Kuprejanov, autore del cartellone «Cittadini, preservate i monumenti culturali!». Come collante storico della via, la chiesa di sant´Antipio. Il palazzo finì nel mirino di un´impresa di costruzioni, i lavori di ristrutturazione iniziarono nel 2001. Con la promessa sacrosanta di ricostruire fedelmente sia la casa di Mazing, conservando l´appartamento-museo, sia un´altra famosa dom, quella di Novikov, più conosciuta come la casa del Grande Scudiero, costruita tra il XVII e il XVIII secolo, legata al nome di Pushkin, che le stava dietro. Oggi, di fianco alla chiesa c´è un condominio di lusso mentre al posto dell´appartamento di Kuprejanov c´è l´arco di un parcheggio sotterraneo. La mutazione è sostanziale osservano i curatori della mostra fotografica: «Mosca sta perdendo il suo codice genetico impresso nella pietra. Si sta avvicinando il giorno in cui tali legami superstiti crolleranno e lo spirito della città sarà distrutto definitivamente. I predatori bramano una sola cosa: i metri quadri». (Leonardo Coen)

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GLI ATTENTATI TERORRISTICI:

2/4/2010 (11:0) – LA STRAGE (DA “LA STAMPA.IT”)

MOSCA, UNA RAGAZZINA DI 17 ANNI DIETRO GLI ATTENTATI NELLA METRO – IDENTIFICATE LE DUE KAMIKAZE

Sono state identificate le due donne kamikaze autrici del duplice attentato alla metro di Mosca, così come è stato ricostruito il loro incredibile viaggio verso la morte: si tratta di una daghestana e di una cecena, entrambe vedove di leader della guerriglia ed entrambe partite da Kislyar, la città daghestana dove ieri altri due kamikaze hanno causato la morte di 12 persone e il ferimento di altre 23. Lo afferma il sito Lifenews.ru citando fonti dei servizi di sicurezza. Una delle due «vedove nere», come sostiene oggi anche l’autorevole quotidiano Kommersant, sarebbe Markha Ustarkhanova, una cecena di 20 anni, vedova di un guerrigliero ceceno, Said-Emin Khazriev, eliminato nell’ottobre scorso durante la preparazione di un attentato contro il presidente ceceno Ramzan Kadyrov. La donna sarebbe stata la prima a colpire, nella metro Lubianka.
L’altra ragazza è una diciassettenne, vedova da pochissimi mesi di un miliziano ceceno. Il quotidiano di Mosca Kommersant ha pubblicato anche una foto del volto, dai tratti ancora fanciulleschi, di Dzhennet Abdurakhmanova, il capo interamente coperto dal velo nero, insieme al compagno, Umalat Magomedov, entrambi con una pistola in mano. Non è chiaro se i due fossero formalmente sposati: Magomedov nella foto non porta l’anello. La «vedova nera» proveniva dal distretto nel Daghestan di Khasavyurtovsky e aveva conosciuto Magomedov quando aveva 16 anni, contattando i ribelli su internet. Magomedov è stato ucciso in un’operazione delle forze sopeciali contro i ribelli ceceni il 31 dicembre 2009. La mattina di lunedì la Abdurakhmanova è stata la prima a farsi saltare in aria, nella stazione della metropolitana di Lubianka. Ancora non è stta identificata con certezza invece l’altra «vedova nera».
A riconoscere le due donne, e l’uomo che le accompagnava, ora ricercato, sarebbe stato non solo il conducente ma anche il gruppo di passeggeri del bus partito da Kislyar, un punto di transito tra la confinante Cecenia e la capitale russa. Il pullman è arrivato a Mosca, allo stadio Luzhniko, alle 02.00 di lunedì, il giorno della strage. I componenti del trio, secondo le testimonianze, avrebbero preso posti distanti tra loro e non avrebbero fiatato per tutto il tragitto.

Le due donne, secondo alcuni passeggeri, avevano un rigonfiamento sotto il giubbotto: secondo i servizi segreti, potrebbero aver fatto tutto il percorso con addosso le cinture esplosive. Arrivati a Mosca, dopo 36 ore di viaggio, i tre avrebbero dormito in bus sino all’alba, insieme al conducente e ad altri passeggeri: una prassi, per chi non ha dove alloggiare. Poi sarebbero entrati in azione nella metro.

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STRAGE NELLA METROPOLITANA

MOSCA, IL LEADER DEI RIBELLI CECENI RIVENDICA L’ATTENTATO NELLA METRO – IN UN VIDEO NUOVE MINACCE

da “la Stampa.it” del 31/3/2010
L’autoproclamato Emiro del Caucaso del Nord, Doku Umarov, leader dei “ribelli” della regione, ha rivendicato il duplice attentato alla metro di Mosca con un video postato nel sito Kakvakcenter, ritenuto vicino alla guerriglia. Nel suo messaggio Umarov sostiene di aver ordinato personalmente gli attacchi e minaccia che gli attentati continueranno in Russia. Una minaccia che aveva già lanciato il 14 febbraio scorso dallo stesso sito, quando aveva promesso di portare la guerra «nelle case dei russi».
Negli ultimi dieci anni la capitale russa è stata spesso nel mirino terrorismo islamico indipendentista, ispirato dal conflitto ceceno o dall’instabilità delle repubbliche del Caucaso contro il potere di Mosca, ma nell’ultimo periodo la situazione si era calmata. Gli attacchi del 29 marzo sono i primi attentati al metro di Mosca dal 2004, quando un estremista islamico proveniente dal Caucaso aveva causato più di 40 morti.

Il leader del Cremlino Dmitri Medvedev ha detto che gli attentati alla metro di Mosca di tre giorni fa e quelli di oggi in Daghestan sono «anelli della stessa catena».«Sono manifestazioni dell’attività terroristica che negli ultimi tempi si fa sentire nel Caucaso», ha dichiarato il presidente durante una riunione del consiglio per la sicurezza nazionale in corso nella sua residenza a Gorki, alle porte di Mosca. «L’obiettivo dei terroristi – ha proseguito – è quello di destabilizzare la situazione nel paese, distruggere la società civile, seminare la paura e il panico tra la popolazione. Noi non lo permetteremo», ha assicurato, promettendo che «tutti i banditi saranno rintracciati ed eliminati».

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LE BOMBE IN DAGHESTAN RIAPRONO LA GUERRA DEI TERRORISTI ISLAMICI CONTRO LA RUSSIA

dall’inviato Antonella Scott de “il sole 24ore” del 31/3/2010

MOSCA – Sono tornati molto prima del previsto, confermando la grande preoccupazione dopo gli attentati di lunedì mattina a Mosca: non è stato un episodio isolato, i terroristi islamici hanno davvero riaperto la guerra contro la Russia e le sue forze dell’ordine. Nel cuore del sistema – la capitale e la Lubjanka, sede degli eredi del Kgb – ma anche nel Caucaso settentrionale, là dove gli attentati fanno meno notizia ma dove soltanto l’estate scorsa sono state uccise 400 persone. Finora laggiù, tra la Cecenia, l’Inguscezia e il Daghestan, per i russi era come se si trattasse di un’altra guerra, non guerra loro, lontana: «Ci eravamo tranquillizzati, e abbiamo abbassato la guardia», scrive una giornalista, Natalja Serova, sul sito Utro.ru. In fondo, dall’ultimo attentato a Mosca erano passati sei anni.
Il legame tra le due tragedie, quella del metrò di Mosca (39 morti) e questa di Kizljar, in Daghestan vicino al confine ceceno dove le vittime sono almeno 13, è un terribile richiamo alla realtà. La sfida dei terroristi del Caucaso è una sfida all’intero paese, impossibile considerare la Cecenia un problema separato. La beffa ai servizi di sicurezza, oggi Fsb, si è ripetuta perché le esplosioni  (a Kizljar in Daghestan) sono avvenute vicino alla loro sede, e vicino a una scuola. La prima alle 8.40 locali, un’auto è esplosa dopo essere stata fermata da una pattuglia della polizia. Tre i morti, diverse persone sono rimaste ferite. Trenta minuti dopo, mentre gli inquirenti stavano lavorando sul posto, un attentatore vestito da poliziotto si è avvicinato, ha fatto detonare la propria cintura esplosiva uccidendo tra gli altri il capo della polizia locale. Una trappola che si ripete di frequente nel Caucaso. La ricostruzione dell’accaduto è del ministero locale degli Interni, il bilancio parla di otto poliziotti e un detective uccisi, ma anche di alcuni civili. Informazioni ancora in fase di verifica.
A Mosca, dopo gli attentati del 29 marzo, Vladimir Putin aveva ordinato alle forze dell’ordine di “stanare i terroristi dalle fogne”. Su internet e su una parte della stampa, mai come in questi giorni il primo ministro è sotto accusa: “Li hanno stanati, dalle fogne del Daghestan”, è oggi il titolo del sito Polit.ru.

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IL SANGUE E IL SILENZIO

di Sandro Viola, da “la Repubblica” del 30/3/2010

Benché il suo vertice sia composto da due o trecento ex agenti segreti, il regime russo ha mostrato per l’ennesima volta una sua stupefacente vulnerabilità nei confronti del terrorismo interno. Proprio la materia in cui gli ex Kgb portati al potere da Vladimir Putin dovrebbero essere più esperti. Questa è la prima notazione da fare dopo che ieri mattina due donne kamikaze hanno seminato di cadaveri due stazioni della metropolitana nel centro di Mosca. Uno scacco grave per un regime che aveva puntato tutto sulle promesse di ordine e stabilità, e che per far questo ha eroso negli ultimi sei o sette anni il ruolo d’ogni altra istituzione al di fuori del potere esecutivo.

E’ vero, era da tempo che Mosca non subiva attentati sanguinosi come quelli di ieri. Ne aveva conosciuti di terribili in passato (la grande strage del teatro Dubrovka nel 2002, le bombe nella metropolitana di agosto e novembre 2004), ma da allora la capitale russa era sembrata al riparo dal terrorismo – d’origine indipendentista o islamica che sia – di provenienza caucasica.

Va tuttavia tenuto presente che le bombe non esplodono soltanto a Mosca. Ci sono stati due gravi attentati negli ultimi due anni, con alcune diecine di morti, all’Espresso Mosca-Pietroburgo, mentre nel Nord Caucaso (Cecenia, Inguscezia, Dagestan) la guerriglia continua quotidianamente, letteralmente, ad infuriare. Attentatori suicidi, agguati alle truppe governative cecene, alla polizia dell’Inguscezia, alle autorità del Dagestan: e di contro le rappresaglie russe e dei governatori locali, il feroce “terrorismo antiterrorista” di cui parlava, prima che le sparassero un colpo in testa, la giornalista Anna Politkovskaja.

La ricostruzione di Grozny sulla terra bruciata fatta in dieci anni di guerra dall’esercito russo, la parziale sostituzione di questo esercito con le truppe di Ramzan Kadyrov, il governatore ceceno imposto dal Cremlino, avevano fatto pensare ad una Cecenia pressoché pacificata e a un Nord Caucaso ormai sotto controllo. Ma le cose non stanno così.

Nel 2009 il numero dei kamikaze è quasi quadruplicato rispetto all’anno precedente, e il numero dei morti da una parte e dall’ altra (900) è raddoppiato. A Mosca, il regime s’era illuso che delegando ai poteri locali la responsabilità di sconfiggere la guerriglia, inviando fondi sostanziosi per la ricostruzione (fingendo di ignorare che essi andavano ad arricchire notabili e funzionari della zona) e tollerando cinicamente le continue, spesso atroci violazioni dei diritti umani per giungere a una qualche stabilità, le convulsioni del Nord Caucaso si sarebbero progressivamente placate. Ma i morti di ieri a Mosca dimostrano il contrario. Sono la prova che il regime degli ex Kgb è ancora incapace di neutralizzare le offensive del terrorismo interno.

E questo a pochi giorni dall’8 aprile, quando a Praga il regime s’aspettava di celebrare con le firme di Medvedev e di Barack Obama in calce al nuovo trattato Start, il ritorno della Russia sulla scena come superpotenza nucleare alla pari della superpotenza americana. L’8 aprile avrebbe dovuto essere un gran giorno, per Putin e i suoi. Ma verrà a distanza troppo ravvicinata dalla mattina di lunedì 29 marzo, quando la capitale russa si è dimostrata così mal protetta dai servizi di sicurezza del regime, così gravemente permeabile dai commandos del terrorismo ceceno.

Terroristi saliti dalla Cecenia quasi sicuramente, infatti, visto che da lì erano venute le altre donne kamikaze di questi anni. Le due che nell’agosto 2004 avevano fatto esplodere ciascuna un Tupolev in volo, quella che s’era fatta saltare dinanzi ad una stazione del metro un paio di settimane dopo, le donne del commando che poco più tardi nello stesso anno sequestrò la scuola di Beslan nel Nord Ossezia, e quelle che due anni prima avevano preso parte al sequestro del teatro Dubrovka.

La guerriglia cecena, che adesso ha un nuovo capo, Doko Umarov, autonominatosi emiro del Nord Caucaso, non è dunque domata. Bisognerà vedere nei prossimi giorni quali saranno le reazioni del Cremlino. Dopo la spaventosa strage di Beslan, Putin dette un altro giro di vite al po’ di democrazia che era rimasta dagli anni di Eltsin. Niente più elezioni dei governatori regionali, che adesso sono nominati dal presidente, niente più collegi uninominali per le elezioni al Parlamento, e nuovi finanziamenti e poteri per gli apparati di sicurezza.

Se la risposta sarà anche stavolta dello stesso tenore, se tutto verrà affidato ai servizi di sicurezza senza tentare risposte politiche nei confronti della ribellione caucasica, il carattere del regime russo si farà ancora più autoritario di quanto già adesso non è. Non bisogna dimenticare, infatti, come si muove il vertice moscovita. Mai, dopo una sciagura nazionale come quella di ieri, è stata creata una commissione d’inchiesta. Mai si sono interpellati esperti di terrorismo russi o stranieri, né è stato consentito un dibattito che coinvolgesse l’opposizione, il mondo accademico, i giornali.

Così come accadeva nella Russia comunista, il silenzio viene imposto come salvaguardia del segreto di Stato. Come diaframma contro i complotti che dall’esterno (secondo quel che disse Putin all’ indomani di Beslan) minacciano la sicurezza del popolo russo. I russi, quindi, sapranno poco o niente del perché sono tanto esposti ai massacri dei terroristi. Potranno soltanto tenersi in petto le loro ansie, in attesa della prossima bomba. Mentre il regime, che puntava il dito verso l’Occidente esigendo “rispetto per la Russia”, appare più inarticolato, inefficiente che mai. – SANDRO VIOLA

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Il CAUCASO è un ginepraio di etnìe, lingue e religioni, da secoli teatro di sanguinosi conflitti. Eliminati i capi guerriglieri indipendentista ceceni, i «ribelli» superstiti - mezzo migliaio - si sono riorganizzati nelle vicine Inguscezia, Daghestan, Kabardino-Balkaria e Karacievo-Cirkassia: non perseguono più l'indipendenza della Cecenia ma un emirato del Caucaso, sotto la guida di Doku Umarov. CECENIA - «Normalizzata» sotto il regime del presidente filorusso Ramzan Kadyrov, dopo due sanguinose guerre con la Russia seguite alla proclamazione dell’indipendenza nel 1991. Il regime antiterrorismo, revocato da Mosca un anno fa è stato reintrodotto in vari distretti: attentati anche di donne kamikaze, rapimenti e uccisioni, hanno indotto Kadyrov a cancellare l'amnistia. INGUSCEZIA - Il più piccolo e povero degli 83 "soggetti" della Federazione russa è, col Daghestan, il più turbolento. Confina con la Cecenia con cui ha stretti legami storici, culturali e linguistici, ma nella guerra con Mosca è rimasta fedele al Cremlino. Molti guerriglieri ceceni vi hanno trovato riparo, avviando un anno fa un’escalation di attentati contro le forze dell'ordine. Il 6 marzo l'Fsb ha eliminato Said Buriatski, ideologo della guerriglia e regista dell'attentato al treno Nievski Express del 27 novembre (25 morti e 90 feriti tra cui un italiano). DAGHESTAN - Forte instabilità politica dovuta al braccio di ferro, anche violento, tra clan e tribù rivali e le autorità regionali. Uccisi in attentati il ministro degli Interni locale e un alto dignitario musulmano oppositore dell'estremismo islamico. KABARDINO BALKARIA e KARACIEVO-CIRKASSIA - Da anni in queste due Repubbliche della Federazione russa avvengono battaglie periodiche tra polizia russa e gruppi armati locali legati a due etnie diverse

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LA SITUAZIONE POLITICA IN RUSSIA:

La primavera di Mosca che fa paura a Putin

UN VENTO FRAGILE

di Sandro Viola, da “la Repubblica” del 23/3/2010

Chi s’era aspettato, come i leader dei gruppi d’ opposizione, di vedere sabato scorso le piazze russe colme di manifestanti contro la politica del governo Putin, è rimasto deluso. I manifestanti erano infatti pochi, qualche migliaio tra la costa del Pacifico e il mar Baltico: in tutta la Russia, meno dei 12.000 che a gennaio erano scesi in strada nella sola Kaliningrad.

E una cosa è certa: chi pensasse che la protesta crescerà nelle prossime settimane e mesi, chi sogna di vedere masse imponenti di russi dimostrare qua e là nel Paese al grido di “Putin, dimettiti”, si sta preparando a nuove, cocenti delusioni. In Russia non si sta infatti preparando una rivolta arancione come quella ucraina del 2004.

Primo, perché il consenso di cui godono nei sondaggi (sondaggi che si possono ritenere attendibili) Putin e il suo governo, tocca ancora il 65-70 per cento degli interpellati.

Secondo, perché il brivido più forte che il regime abbia provato nei suoi dieci anni di vita, fu proprio quello venuto dall’ “orange revolution” in Ucraina. E da allora Putin e i suoi hanno preso tutte le precauzioni del caso. Aumento massiccio degli effettivi di polizia, acquisto all’estero dei più moderni mezzi antisommossa, nuove leggi per raddoppiare la sorveglianza sui finanziamenti che giungono dall’Occidente in Russia alle Ong (diritti umani, libertà di stampa ecc.), il danaro che fu essenziale per l’ organizzazione della rivolta in Ucraina.

Terzo, perché in Russia non esiste un movimento d’opposizione degno di questo nome. Ma soltanto piccoli gruppi, tra l’altro disuniti, che non farebbero ombra ad uno Stato democratico, e figuriamoci ad uno stato autoritario – per qualche verso, anzi, uno Stato di polizia – come quello costruito dagli ex ufficiali dei servizi segreti raccolti attorno a Vladimir Putin. Certo, la crisi economica globale sta mordendo anche in Russia.

La povertà che per qualche anno era stata dissimulata dalla crescita dei redditi nelle grandi città, torna adesso a galla (nelle campagne, nelle città che vivono d’una sola industria) in forme che ricordano la miseria sovietica. Ma se in Grecia o in Spagna i sindacati possono portare in strada la rabbia di centinaia di migliaia di persone, in Russia questo non può accadere. La storica apatia dei russi, e la paura del peggio (in un paese che per settant’anni ha conosciuto le massime privazioni di tutta l’Europa del Novecento), tendono ad escludere un largo e persistente movimento di protesta. Il regime promette dunque di durare a lungo.

La sua diarchia, le sue due teste (Putin e Medvedev), non sono in bilico, pericolanti. Anzi, ci sono segni che fanno pensare ad un loro sempre più robusto radicamento. Ultimo di questi segni, una dichiarazione fatta avant’ieri dal presidente della Duma, Boris Gryzlov, secondo il quale alle presidenziali del 2012 il tandem si riprodurrà sostanzialmente identico, con Putin presidente e Dmitrij Medvedev primo ministro.

Nei prossimi anni saremo perciò allo stesso punto in cui siamo oggi. A chiederci quale sia la natura, l’effettivo funzionamento della diarchia moscovita. Medvedev un fantoccio manovrato dall’ex colonnello del Kgb Vladimir Putin, o un sincero liberale che crede alle riforme di cui parla, le riforme che dovrebbero condurre ad una Russia finalmente diversa? Nessun imbarazzo, se non riusciamo a dare una risposta credibile a questa domanda.

Da due anni, dall’elezione di Medvedev alla presidenza, centinaia di specialisti negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente si stanno arrovellando sull’argomento, e le loro conclusioni non potrebbero risultare più confuse e contraddittorie. Ieri un team di questi esperti dava infatti per certo che il presidente della Federazione russa è al Cremlino soltanto per fornire una facciata rispettabile al regime, oggi un altro team si dice sicuro che Medvedev non parla al vento, che i suoi progetti di riforme liberali, di lotta alla corruzione, sono autentici, e che presto se ne vedranno gli effetti.

Certo, il giovane e sorridente Medvedev fa discorsi che nessuno, se non dall’opposizione, si consentirebbe di fare. A settembre scorso, un suo lungo articolo “on line” denunciava un’economia russa ancora primitiva, tutta basata (il che è umiliante, diceva il presidente) sullo sfruttamento e commercio delle risorse di gas e petrolio, una vita pubblica devastata dalla corruzione, un calo demografico impressionante, un Transcaucaso esplosivo.

E due mesi dopo, nel discorso sullo stato della Federazione, fu ancora più chiaro. Siamo a un bivio della nostra storia, disse: «Se non riusciremo a modernizzare la Russia, saremo per sempre una paese di second’ordine». Discorsi che Putin non ha mai fatto, discorsi che confondono le idee. Non è un caso che l’ estate scorsa, durante la sua visita a Mosca, persino il presidente Obama credette di individuare in Medvedev “il vero leader della situazione”.

Per uscire dalla confusione, può essere utile stabilire due o tre cose abbastanza semplici. La prima è che Putin agisce più di quanto non parli, e Medvedev fa il contrario. La seconda è il forte sospetto d’un gioco delle parti. L’uno, Putin, parla ai russi di basso reddito che dipendono dal governo per i loro salari e pensioni. Gente d’età media o già anziana, che guarda ogni sera la TV del regime, e con un residuo di nostalgie per l’ Urss superpotenza. L’altro, Medvedev, parla invece ai russi di reddito medio-alto che vivono nelle grandi città, viaggiano, non guardano la TV ma usano Internet, e quindi sanno bene sino a che punto il paese sia ancora arretrato, sino a che punto una corruzione senza freni stia flagellando i tentativi dei liberi imprenditori. E se il gioco delle parti è, come sembra al momento, la verità, la sola conclusione è che la diarchia è stata ben congegnata, è scaltramente gestita, e andrà avanti ancora per un bel pezzo. – SANDRO VIOLA

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MEDVEDEV-PUTIN, ALLEANZA IN CRISI

da “Il Messaggero” del 28/12/2009

MOSCA – Ne] 2009 la Russia ha vissuto il suo primo anno intero di “tandemocrazia”, così come è stata battezzata la nuova formula del potere russo, una compartecipazione di fatto a tutte le principali decisioni tra il leader del Cremlino, Dmitri Medvedev, e il premier, Vladimir Putin. Ma se nei primi otto mesi della sua presidenza, iniziata nel maggio 2008, Medvedev era rimasto nell`ombra del suo mentore, nel 2009 si è ripetutamente smarcato dal capo del governo, complice una crisi economica che ha ridimensionato le ambizioni dell`Orso russo e un “reset” con gli Usa che gli riserva già un ruolo storico con l`imminente accordo sul disarmo nucleare.

Il 2009 è stato l`anno in cui sono emerse per la prima volta le divergenze al vertice, tanto che entrambi i leader, pur professando reciproca stima e amicizia, non hanno escluso di candidarsi alla prossime elezioni presidenziali del 2012. In Occidente l`esistenza di un doppio interlocutore continua a suscitare interrogativi e incertezze. Secondo alcuni analisti, si tratterebbe solo di un gioco delle parti, per vantare un presidente liberal agli occhi del mondo. ma il copione prevederebbe il sicuro ritorno di Putin al Cremlino nel 2012.

Le divergenze comunque, sono innegabili, e non solo nello stile, più macho e rude quello di Putin e più aperto e bon ton quello di Medvedev. Il presidente ha aperto la porta ai difensori dei diritti umani, alle ong. ai giornali di opposizione come la Notaia Gazeta di Anna Politkovskaia. Ha denunciato impietosamente i ritardi del Paese con un velata critica a Putin, comprese le sue maxi holding statali «senza futuro». Ha cominciato a silurare presidenti chiacchierati (in Inguscezia) e governatori incapaci (nominandone uno anche dell`opposizione). Ha fatto rotolare alcune teste, dal suo consigliere Mikhail Lesin, uomo di Putin, a una ventina di dirigenti del sistema carcerario dopo la controversa morte in cella di un avvocato. E proprio la vigilia di Natale ha ordinato di riformare abbastanza drasticamente il ministero dell`Interno, finito sulla graticola per una serie di scandali con protagonisti i poliziotti.

In politica estera ha dato subito credito al nuovo presidente Usa, Barack Obama, per riavviare le ormai deteriorate relazioni russo-americane con un nuovo trattato Start sulle armi nucleari e un sostegno a eventuali sanzioni Onu sul dossier nucleare iraniano.

La nuova amministrazione Usa è stata la prima a tentare di dividere il tandem, quando Obama ha accusato Putin di avere un «un piede nel passato» e una mentalità in parte ancora «da Guerra Fredda». Ma Obama è stato poi costretto a fare marcia indietro. a dimostrazione forse che è ancora Putin a guidare il tandem, tenendo in mano sia le leve della politica estera che i cordoni della borsa.

Come dimostrerebbe anche lo slittamento della firma dello Start-2, nel quale c`è chi ha visto lo zampino del premier, che avrebbe indotto Medvedev a non regalare a Obama l`unico alibi di un Nobel per la Pace assegnato sulla fiducia. Per il presidente resta tabù inoltre il caso dell`ex patron del colosso energetico Yukos Mikhail Kltodorkovski, finito nel tritacarne di un processo bis che molti ritengono orchestrato dall`entourage di Putin.

A consentire un certo affrancamento di Medvedev da Putin è stato l`imprevedibile scenario della crisi economica internazionale, che ha gelato la crescita del Paese per la prima volta in un decennio di boom petrolifero. Ma finora. come concordano gli osservatori, Medvedev ha brillato più con le parole che con i fatti e il Paese è rimasto lo stesso: corrotto, inefficiente e con una economia ancora dipendente dall`export di materie prime.

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MOSCA, SERVE UNA NUOVA PERESTROJKA

di MIKHAIL GORBACIOV, da “la Stampa” del 18/3/2010

La perestrojka, lanciata in Unione Sovietica 25 anni fa, è da allora oggetto di acceso dibattito. Che ora riprende quota, non solo per via dell`anniversario ma anche perché la Russia si trova di nuovo a fronteggiare la sfida del cambiamento. In momenti come questi è appropriato e necessario guardare indietro.

Abbiamo introdotto la perestrojka perché sia i nostri cittadini sia i nostri amministratori capivano che continuare così non era più possibile. Il sistema sovietico, creato nell`Urss con lo slogan del socialismo e a prezzo di enormi sforzi, perdite e sacrifici ha reso il nostro Paese una superpotenza con una forte base industriale.

In condizioni estreme funzionava; in circostanze più normali ha condannato la nostra patria all`inferiorità. Questo era chiaro a me e agli altri dirigenti della nuova generazione, così come ai membri della vecchia guardia che tenevano al futuro del Paese. Mi ricordo la conversazione con Andrei Gromyko poche ore prima che il Comitato Centrale riunito in assemblea plenaria eleggesse il nuovo segretario generale nel marzo 1985. L`ex ministro degli Esteri conveniva sulla necessità di un cambio epocale e sul fatto che, per quanto i rischi fossero alti, era di vitale importanza procedere.

Chiedono spesso a me e ad altri leader della perestrojka se fossimo consapevoli del tipo di cambiamento a cui saremmo andati incontro. La risposta è sì e no: non del tutto e non immediatamente. Era chiarissimo cosa dovessimo abbandonare: il rigido ed ideologico sistema politico ed economico; il confronto frontale con la maggior parte degli altri Stati del mondo; la corsa senza regole al riarmo.

Rifiutando tutto questo ottenemmo il pieno consenso popolare mentre i funzionari che si rivelarono stalinisti duri a morire dovettero tacere e adeguarsi. Ben più difficile trovare una risposta alla domanda successiva: Quali erano i nostri obiettivi, cosa volevamo ottenere? Noi avevamo percorso un lungo cammino in tempi brevi: eravamo partiti dal tentativo di emendare il sistema esistente ed eravamo arrivati alla conclusione di doverlo cambiare. E tuttavia, sono sempre rimasto fedele alla scelta fatta in favore di un`evoluzione: un cambiamento che non avrebbe distrutto il popolo e il Paese e avrebbe evitato spargimenti di sangue.

Era una bella sfida attenersi a questo programma mentre affioravano conflitti vecchi e nuovi. Da un lato i radicali spingevano sull`acceleratore, dall`altro i conservatori ci mettevano i bastoni tra le ruote. Entrambi i gruppi hanno la maggior colpa per quanto è accaduto in seguito. Ma accetto la mia parte di responsabilità. Noi, i riformatori commettemmo errori che sono costati cari, a noi e al Paese. Il nostro più grave errore è stato intraprendere con troppo ritardo la riforma del Partito comunista. Era stato il partito a dare inizio alla perestrojka, ma presto divenne un ostacolo al suo progresso. I burocrati che ne erano a capo organizzarono il tentato colpo di stato dell`agosto 1991, che tagliò le gambe alla perestrojka.

Agimmo con troppo ritardo anche nel riformare l`unione delle repubbliche che avevano fatto già molta strada nel corso della loro esistenza comunitaria. Erano diventati degli Stati a tutti gli effetti, con le loro economie e le loro élite. Dovevamo trovare un modo per garantire la loro sovranità nazionale all`interno di una unione democratica decentrata. Al referendum del marzo 1991 oltre il 70% della popolazione era a favore di una nuova unione di repubbliche sovrane.

Ma il colpo di stato, che mi indebolì come Presidente, segnò il loro destino. Abbiamo commesso anche altri sbagli: presi nel vortice delle battaglie politiche perdemmo di vista l`economia e il popolo non ci ha mai perdonato la scarsità dei beni di prima necessità e dei minimi comfort di quei tempi.

Ma detto tutto questo e qualsiasi cosa ne pensi chi mi critica, quello che è stato ottenuto dalla perestrojka è innegabile. Da lì è passata la via per la libertà e la democrazia. I sondaggi confermano che anche i più critici verso la perestrojka e i suoi fautori e in particolare verso di me – apprezzano le sue conquiste: l`abbattimento del sistema totalitario, la libertà di parola, riunione e fede; la libertà di movimento e il pluralismo economico e politico.

Dopo la fine della perestrojka e lo smantellamento dell`Unione Sovietica, i leader russi hanno optato per una versione «radicale» delle riforme. La loro terapia «shock» si è rivelata peggio della malattia che voleva curare. Molta gente è precipitata nella miseria; il divario nei redditi è fra i più ampi al mondo. Sanità, educazione e cultura subirono enormi decurtazioni. La Russia cominciò a perdere la sua base industriale diventando completamente dipendente dall`esportazione di petrolio e gas naturali.

All`inizio del nuovo secolo il Paese si trovava in uno stato di collasso, a un passo dal caos. I processi democratici hanno sofferto di questo degrado nazionale. Le elezioni del 1996 e il trasferimento del potere a un «erede» designato nel 2000 sono stati atti democratici nella forma ma non nella sostanza.

Da allora ho iniziato a preoccuparmi per il futuro della democrazia in Russia. Capimmo che in una situazione che metteva in forse la stessa esistenza dello Stato russo non era sempre possibile rispettare in modo formale le leggi: in alcuni casi un certo autoritarismo è necessario. Ecco perché ho appoggiato Vladimir Putin durante il suo primo mandato presidenziale.

E non ero il solo: era con lui dal 70 all`80% della popolazione e credo avessero ragione. Nondimeno, stabilizzare il Paese non può essere l`unico fine. La Russia ha bisogno di sviluppo e di riforme per diventare leader nel mondo globalizzato e interconnesso. Il nostro Paese non ha fatto un passo avanti in questa direzione negli ultimi anni, malgrado per un decennio abbiamo beneficiato degli alti prezzi delle nostre principali esportazioni, petrolio e gas. La crisi globale ha colpito la Russia più duramente di molti altri Paesi e la colpa è solo nostra. La Russia potrà progredire senza problemi solo seguendo un percorso democratico.

E recentemente ci sono stati da questo punto di vista diversi passi indietro. Il processo democratico ha perso mordente. In molti casi ha subito una involuzione. Tutte le decisioni di rilievo sono prese dall`esecutivo, il Parlamento si limita a un`approvazione formale. L`indipendenza dei giudici è stata messa in discussione.

Non abbiamo un sistema partitico che dia la possibilità alla maggioranza di vincere lasciando alla minoranza la possibilità di esercitare un ruolo attivo e far valere la propria opinione. C`è la crescente sensazione che il governo sia spaventato dalla società civile e voglia controllare tutto.

Sono cose che conosciamo bene, le abbiamo già passate. Vogliamo tornare indietro? Credo che nessuno, compresi i nostri leader, lo desideri. L`insoddisfazione per questo stato di cose è diffuso a tutti i livelli. Percepisco allarme nelle parole del presidente Dmitry Medvedev quando si chiede, come ha fatto in alcune recenti dichiarazioni pubbliche: «Come può una economia primitiva basata sulle materie prime e su una corruzione endemica portarci verso il futuro?».

Possiamo stare tranquilli se «l`apparato di governo nel nostro Paese è il più grande datore di lavoro, il maggior editore, il miglior produttore, giudice di se stesso, e, di per sè stesso un partito e persino una nazione?».

Non si potrebbe dirlo meglio. Sono d`accordo con il Presidente e con il suo obiettivo, la modernizzazione. Ma non funzionerà se il popolo è tagliato fuori, se è considerato solo una pedina. Per avere persone che si sentono e agiscono da cittadini c`è una sola ricetta: democrazia, legalità e dialogo aperto tra il popolo e il governo. Quello che ci frena è la paura. Tra la gente come fra chi governa serpeggia il timore che la modernizzazione potrebbe portare all`instabilità e persino al caos. In politica la paura è una cattiva consigliera, dobbiamo superarla.

Oggi la Russia ha molti cittadini liberi e indipendenti pronti ad assumersi responsabilità e a sostenere la democrazia. Ma molto dipende dai comportamenti del governo.  (Mikhail Gorbaciov – Distribuito dal The NewYorkTimes)

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IL TRATTATO USA-RUSSIA: SEGNALI DI DISGELO SULLA VIA DELLA PACE

di Carlo Jean, da “Il Messaggero” del 29/3/2010

L’8 aprile prossimo i presidenti americano Obama e russo Medvedev firmeranno a Praga un nuovo trattato di riduzione delle armi nucleari strategiche. Esso sostituisce sia lo Start-1, firmato nel 1991 e scaduto nel dicembre 2009, sia il Sort (Strategic offensive arms reduction treaty), concordato nel 2002 fra i presidenti Bush e Putin. Il primo era un trattato vincolante giuridicamente, che limitava a 6.000 per parte il numero delle testate strategiche ed a 1.600 quello dei vettori (missili intercontinentali basati a terra o a bordo di sottomarini, e bombardieri a lungo raggio). Prevedeva anche un dettagliato regime di ispezioni. II secondo consisteva semplicemente in un impegno a ridurre a 1.700-2.200 le testate strategiche, entro il 2012. Non parlava né di vettori né di ispezioni.

Il nuovo trattato prevede un vincolo giuridico alla riduzione entro sette anni del numero delle testate ad un massimo di 1.550 per parte e del numero dei vettori a 800, di cui possono però essere contemporaneamente operativi non più di 700. Prevede poi un regime di ispezioni che, a richiesta dei russi, sarà meno intrusivo di quello dello Start-1.

E una concessione che gli Usa hanno dovuto fare, per ottenere il consenso dei russi, che lo volevano subordinare a limitazioni dei sistemi antimissili che gli americani potranno installare in Europa. Obama non poteva accettare tale clausola. poiché avrebbe rischiato di fare bocciare il trattato dal Senato, dove deve approvarlo con una maggioranza di due terzi, cioè da 67 senatori. Avrebbero dovuto votare a favore anche molti senatori repubblicani, che però avevano già dichiarato di non accettare nessuna limitazione ai sistemi antimissili e nessuna consistente limitazione al regime delle verifiche.

Lo sblocco dei negoziati è stato fatto direttamente fra i due presidenti. Obama ha accettato che la Russia alleghi al trattato una dichiarazione secondo cui potrà non rispettarlo qualora ritenesse che lo schieramento antimissili minacci la sua sicurezza nazionale. Non è stata invece accettata la richiesta russa di limitare anche il numero delle nuove potenti testate convenzionali arti-bunker messe a punto dagli Usa.

I negoziati per pervenire ad un accordo sono stati più lunghi di quanto inizialmente previsto dai due presidenti, che avevano concordato dì concluderli entro il 2009. Si tratta comunque di un tempo più che ragionevole e di un compromesso equilibrato per entrambi. Gli americani hanno ottenuto quanto desideravano di più, cioè un regime di ispezioni intrusive. Anche i russi hanno ottenuto la riduzione dei vettori, loro necessaria per mantenere una parvenza di parità con gli Usa, ed un accordo avente valore giuridico, che li salvaguardi da un riarmo americano, che non potrebbero equilibrare.

II trattato rappresenta anche un segnale di disgelo fra Washington e Mosca, ai ferri corti per la proliferazione nucleare iraniana. La conclusione delle trattative segna per Obama il primo grande successo in politica estera. Si potrà infatti presentare con le carte in regola alla riunione di quarantacinque capi di Stato e di governo, che presiederà a Washington il 12 aprile, volta a definire le misure per evitare che materiali nucleari cadano nelle mani di terroristi. Potrà poi presentarsi con maggiore credibilità alla conferenza di rinnovo del trattato di non-proliferazione nucleare, che inizierà a maggio a New York.

Per dare maggior risonanza al nuovo trattato sulla riduzione delle armi strategiche, Obama avrebbe voluto firmarlo il 5 aprile, per celebrare l`anniversario del suo “storico” discorso, fatto un anno fa sempre a Praga, in cui aveva auspicato un disarmo nucleare globale. Il presidente russo Medvedev ha accettato il luogo, ma non la data.

L`ha fatto per almeno due motivi. Intanto, per non cedere ad Obama il centro della scena, permettendogli di attribuirsi tutti i meriti di un accordo tanto popolare. Poi, per ragioni di coerenza: nel gennaio scorso ha infatti firmato la nuova dottrina militare russa, che prevede la possibilità di impiegare armi nucleari anche in conflitti regionali, in cui siano in gioco interessi vitali russi.

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ANCORA SUGLI ATTENTATI TERRORISTICI DI QUESTI GIORNI:

In azione due donne con cinture esplosive. Complice ricercata. Pista islamo-caucasica

KAMIKAZE NEL METRO DI MOSCA

da “il Gazzettino” del 30/3/2010, di Giuseppe D’Amato

Una carneficina spaventosa all’ora di punta. Due donne kamikaze di probabile origine caucasica, si sono fatte saltare in aria in mezzo ai pendolari nella metropolitana di Mosca (lunedì 29 marzo). Il primo scoppio alle 7,56 locali, (5,56 in Italia) alla stazione Lubianka della linea rossa. Il secondo, 40 minuti dopo e 4 fermate più a sud, a Park Kultury.

La metropoli di 13 milioni di abitanti è piombata nel caos. Il traffico in centro è rimasto a lungo paralizzato, intralciando i soccorsi, tanto che si è fatto uso di elicotteri per evacuare i feriti gravi. Per ore i centralini della polizia e dei mass media hanno ricevuto telefonate in cui si denunciavano pacchi sospetti o scoppi (poi smentiti) di altri ordigni. Il Patriarca di Mosca ha lanciato un appello alla calma, e anche i capi di altre confessioni hanno ammonito che nessuna violenza può essere giustificata con motivi religiosi.

Il presidente Medvedev ha tenuto una riunione d’urgenza con i ministri degli Interni, Sanità, Protezione civile e col sindaco di Mosca Jurij Luzhkov. Sia il capo dello Stato che il premier Vladimir Putin in visita in Siberia, hanno dato ordine di rafforzare i controlli su tutti i mezzi di trasporto. Putin ha promesso l’eliminazione fisica dei terroristi. Il ministro degli Esteri Lavrov ha indicato «strette connessioni» tra gli attentatori caucasici e i talebani afghani che danno filo da torcere all’America.
Gli inquirenti puntano sicuri sulla pista islamo-radicale, basandosi sulle registrazioni delle telecamere a circuito chiuso e sui brandelli dei corpi delle kamikaze. La scorsa settimana la “mente” del deragliamento del treno superlusso “Nevsky Express”, Mosca-San Pietroburgo (la scorsa estate), è stato ucciso in Inguscezia. Si ipotizza una vendetta dei suoi seguaci.

La Russia delle trame occulte recita, però, anche altri copioni. Sempre la passata settimana è stato arrestato un gruppo di nazionalisti xenofobi che preparava attentati nella capitale. Inoltre, la lotta alla corruzione del tandem Medevedev-Putin ha portato a dolorosi tagli di personale nei “ministeri della forza”, in particolare degli Interni. La riforma è alle porte e a tanti non piace.

Simboliche le stazioni colpite: una sotto la centrale dei servizi segreti Fsb, ex Kgb, a qualche centinaio di metri dal Cremlino; l’altra all’intersezione della linea circolare in un punto nevralgico del traffico di auto di superficie e ferroviario, vicino a “Gorkij Park”. Il messaggio al potere moscovita è chiaro: non siamo ancora finiti e vi possiamo colpire ovunque. Il bilancio dell’attentato, intanto, si appesantisce col passare delle ore. Molti feriti versano in gravissime condizioni. I morti accertati sono 39. In totale 102 le persone ricoverate o medicate. A Mosca è stato decretato il lutto cittadino.

La prima kamikaze, forse una di quelle tristemente famose “vedove nere” della guerra in Caucaso, ha azionato l’ordigno nel momento in cui il treno giungeva alla Lubianka, massacrando i passeggeri sul vagone e sul binario. Indossava una cintura con quasi 4 chili di esplosivo. La seconda suicida aveva una bomba di circa tre chili. La polizia ricerca una donna con tratti somatici slavi, forse una fiancheggiatrice.

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TERRORISMO IN RUSSIA – Doppio attentato, tensione nel Caucaso

UN KAMIKAZE VESTITO DA POLIZIOTTO FA STRAGE IN DAGHESTAN: 12 VITTIME

da “la Stampa” del 31/3/2010
Nuovi lutti per l’inquieto Caucaso del Nord. Dopo il doppio attentato terroristico della metropolitana di Mosca di due giorni fa, che gli inquirenti ritengono causato da kamikaze provenienti proprio dall’instabile regione della Russia meridionale, oggi due esplosioni nella città di Kizliar hanno provocato almeno 12 morti.
La prima esplosione ha avuto luogo alle 8.40 locali (6.40 in Italia). Un’auto Niva ha forzato un posto di blocco ed è esplosa nel momento in cui una pattuglia della stradale le si è avvicinata, secondo quanto riferisce in un comunicato il comitato inquirente. Venti minuti più tardi, un kamikaze travestito da poliziotto s’è fatto esplodere nello stesso luogo, mentre gli inquirenti stavano facendo i loro primi rilievi. «Come risultato delle esplosioni, 12 persone sono rimaste uccise, nove delle quali sono poliziotti, tra cui il capo della polizia (Vitali Vedernikov)», ha spiegato il portavoce del comitato inquirente Vladimir Markin all’agenzia di stampa Interfax. «Inoltre – ha continuato – 23 persone sono state ricoverate con diverse ferite».
Gli attentati terroristici sono ormai parte di una terribile normalità in Daghestan, una provincia in cui vivono due milioni e mezzo d’abitanti per lo più di credo islamico. Come le altre, vicine repubbliche del Caucaso russo (Cecenia e Inguscezia) da diversi mesi sono teatro di frequenti scontri tra ribelli islamisti e forze di sicurezza. Secondo il ministro degli Interni russo Rashid Nurgalev, chi ha voluto questi attentati puntava a colpire sia obiettivi civili, tra cui una scuola, sia obiettivi della polizia e della sicurezza. «È necessario – ha spiegato il ministro – analizzare dove era diretto di carico di morte. C’è una scuola, la polizia cittadina, gli uffici del servizio di sicurezza federale Fsb». Gli attentati di Kizliar vengono due giorni dopo la doppia esplosione, prodotta da donne kamikaze, nelle stazioni della metropolitana moscovita, in cui hanno perso la vita almeno 39 persone.
I servizi di sicurezza russi hanno finora battuto la pista del Caucaso settentrionale per questo attentato che ha spinto ieri il primo ministro Vladimir Putin a promettere che i terroristi verranno «stanati dalle fogne». Ciononostante, c’è anche chi ritiene plausibili altre ipotesi. Il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev, per esempio, parlando ieri con Interfax, ha evocato la pista georgiana e l’ipotesi che dietro gli attentati di Mosca vi siano i servizi di Tbilisi. Russia e Georgia si sono scontrati in una guerra lampo nell’estate di due anni fa e tutt’ora intrattengono relazioni assai tese.

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È STRAGE NELLA METRO DI MOSCA
Ipotesi donne kamikaze

da “il sole 24ore” del 29/3/2010

I servizi segreti russi hanno identificato uno dei complici che avrebbero aiutato le donne kamikaze responsabili degli attentati alle fermate della metropolitana di Mosca, Lubianka e Park Kulturi, che hanno provocato la morte di 39 persone e il ferimento di altre 60. A carico di un uomo dal cognome russo, Mataev, è già stata formulata l’accusa di favoreggiamento. In base agli elementi raccolti grazie alla videosorveglianza, i complici delle responsabili sarebbero due donne e un uomo. Pare che le due donne abbiano dato il segnale alle attentatrici suicide attraverso il telefono cellulare. Le videocamere installate nei vagoni della metropolitana hanno permesso di definire il loro aspetto.
Una donna avrebbe intorno ai 25 anni, slava, vestita con una sciarpa blu, gonna e giacca viola. L’altra avrebbe intorno ai 40 anni, scialle lavanda, giacca nera e gonna bianca e portava una grossa borsa. L’uomo ha intorno ai 30 anni, altezza 180 cm, vestito di scuro. Sulla testa, berretto da baseball scuro. Piccola barba. Presso la stazione della metropolitana “Park Kultury”, sono stati rinvenuti la testa e gli arti della kamikaze: una giovane donna di età compresa tra 18-20 anni, tipo caucasico, viso e occhi castani. Secondo alcuni testimoni, 20 minuti prima l’attacco alla stazione “Lubianka”, nella metropolitana sono state viste tre donne musulmane sospette. Erano vestite con giacche, sciarpe e gonne lunghe. Una di loro nella lobby si è messa in ginocchio e ha pregato.
Gli agenti di polizia hanno fatto inoltre notare che la bomba “potrebbe essere esplosa per errore: è possibile che l’obiettivo dei terroristi fosse un’altra stazione della metropolitana”. Mentre alla fermata della metro “Lubjanka”, continua l’evacuazione dei corpi e l’identificazione delle vittime, ma non ci sono dettagli sulla responsabile dell’esplosione. Nelle prime ore dopo l’esplosione alla stazione della metropolitana “Lubjanka”, sono circolate voci su altre esplosioni nelle stazioni di “Prospekt Mira” e “Komsomolskaya”, ma questi dati non sono stati confermati.
L’ombra delle fidanzate di Allah
C’è ancora una volta l’ombra delle “fidanzate di Allah” sugli attentati odierni alla metropolitana di Mosca, come successo già nell’eccidio di Beslan e nel maxisequestro al teatro Dubrovka. Potrebbero infatti essere le ‘vedove nere’ – già ampiamente descritte dalla giornalista russa Julia Jusik in un libro – ad aver preso parte direttamente al doppio attentato.
Le donne kamikaze, o shahidka, o vedove nere, sono un retaggio del terrorismo ceceno creato dal leader separatista Shamil Basayev e sopravvissuto alla sua morte. In passato ci sono stati persino casi di kamikaze in gravidanza al momento dell’attentato: a dimostrazione che le fidanzate di Allah non sono altro che pedine nelle mani di folli. Per loro nemmeno una formazione o preparazione al suicidio: le contraddistingue infatti una cinghia imbottita di esplosivo. Molte non devono neppure innescarla per farsi saltare in aria: il tutto avviene attraverso un telecomando.
Tra le fila delle vedove nere ci sono in genere fanciulle di un’età compresa tra i 15 e i 19 anni. Secondo la Jusik – che ha passato in Cecenia un intero anno per descrivere il fenomeno – molte delle donne sono state vendute dai loro genitori, altre sono rimaste senza marito, padre e fratelli, e dunque prive di qualsiasi protezione sono state rapite. E forzate alla lotta terroristica.
Un altro gruppo proviene da famiglie wahabite: queste sono state spinte a diventare shahidka dalla propria famiglia. Solo una su dieci di loro vuole la vendetta per la morte di un familiare o del proprio uomo. In genere vengono preparate al suicidio, forzate con la violenza, drogate e stuprate. Lo stupro nella cultura islamica rende infatti una donna non ammissibile per il matrimonio e il suo destino è comunque segnato.
La risposta di Medvedev e Putin
Le forze di polizia e di sicurezza russe «continueranno a combattere il terrorismo sino alla fine, senza vacillare», ha dichiarato il presidente Dmitri Medvedev dopo il duplice attentato di stamattina nella metropolitana moscovita, che ha fatto 39 morti e una settantina di feriti. Il capo del Cremlino ha anche ordinato di rafforzare le misure di sicurezza in tutto il Paese. Medvedev ha anche dichiarato che la linea per sconfiggere il terrorismo sarà proseguita senza esitazione e sino alla fine. Vladimir Putin ha ribadito che i terroristi saranno rintracciati e «annientati»: «È stato commesso un crimine che è tragico nelle conseguenze e ignobile nelle modalità», ha detto Putin, incontrando in video-conferenza un gruppo di alti funzionari delle squadre di soccorso.
Per Mosca un risveglio nel terrore
Mosca questa mattina si era risvegliata nel terrore. Due esplosioni nella rete metropolitana della capitale russa hanno causato decine di vittime. Una terza bomba, trovata inesplosa, avrebbe dovuto scoppiare nella stazione di Prospekt Mira. Non ci sono vittime italiane né cittadini dell’intera Unione europea coinvolti nei due attentati. L’ambasciata italiana nella capitale russa precisa che si stanno compiendo ulteriori verifiche, per poter escludere casi di doppia cittadinanza, ma si tratta di uno scrupolo e niente fa pensare che cittadini italiani siano tra le vittime. Le esplosioni sono avvenute a pochissimi minuti l’una dall’altra, quando la città era nel pieno del traffico mattutino: la prima alle 7:56 ora locale, l’altra alle 8:38. Teatro di entrambe due centralissime stazioni della metropolitana: prima la stazione di Lubyanka, che si trova proprio sotto il quartier generale dei Servizi di Sicurezza Federale, la struttura nata dalle ceneri dei servizi segreti d’epoca sovietica, il KGB. L’esplosione ha fatto saltare la seconda vettura del convoglio e ci sono state vittime tanto nella vettura che sulla pensilina. Poi, la seconda esplosione a Park Kultury.
A farsi esplodere sarebbero state due donne kamikaze, come riferisce l’agenzia Interfax citando una fonte di polizia. «Parti del corpo ritrovato sul luogo ci consentono di dire che erano donne», riferisce la fonte. Ad accompagnarle ci sarebbero state altre due donne dall’aspetto slavo, che ora sono ricercate. Le due kamikaze, secondo le immagini delle telecamere a circuito chiuso, sono salite a bordo della metropolitana al capolinea di Iugo-Zapadnaia, a sud ovest della capitale. L’esplosivo, stando ai primi accertamenti, era nascosto in cinture allacciate all’altezza del petto, una prassi già collaudata dalle kamikaze cecene.
La condanna di Barack Obama, del G-8 e delle Nazioni Unite
Dura condanna del presidente Usa Barack Obama degli attentati di Mosca, definiti «atti
scellerati». «Il popolo americano si unisce a quello russo nella condanna dell’estremismo violento e degli scellerati attacchi terroristi che dimostrano tanto dispregio per la vita umana», ha detto il presidente Usa in una dichiarazione scritta diffusa a Washington. «Noi tutti condanniamo questi atti scellerati», ha aggiunto Obama che ha espresso «le più profonde condoglianze» al popolo russo, per la «terribile perdita di vite umane e per i feriti». In serata ministri degli esteri del G-8 hanno approvato una dichiarazione di ferma condanna per gli attentati di Mosca. E anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato con forza gli attacchi terroristici contro due stazioni della metropolitana di Mosca, definiti «un crimine ingiustificabile».
Dieci anni di terrorismo a Mosca
Negli ultimi dieci anni la capitale russa è stata spesso nel mirino del terrorismo islamico indipendentista, ispirato dal conflitto ceceno o dall’instabilità delle repubbliche del Caucaso contro il potere di Mosca, ma negli ultimi anni la situazione si era calmata. Quelli odierni sono i primi attentati al metro di Mosca dal 2004, quando un estremista islamico proveniente dal Caucaso aveva causato più di 40 morti.

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l’esercito spera di fronteggiare la guerriglia. Ma le linee ferroviarie restano nel mirino

LA RUSSIA ALLA «GUERRA DEI TRENI»: CONVOGLI BLINDATI IN CECENIA

Mosca annuncia la mobilitazione di reparti speciali su vagoni protetti contro gli attacchi dei ribelli

di Guido Olimpo, da “il Corriere della Sera” del 31/3/2010

WASHINGTON – L’hanno ribattezzata la “guerra dei treni”. I ribelli ceceni colpiscono i convogli con trappole esplosive o kamikaze. Unendo tattiche guerrigliere al terrore puro. I russi reagiscono mandando in Cecenia, Dagestan e Inguscetia i treni blindati. Il comando russo ha annunciato la mobilitazione di speciali reparti che si muovono su vagoni protetti, dotati di cannoni, mezzi corazzati e mitragliatrici. Una riedizione dei famosi “desantniy ortriad”, unità che vennero impiegate all’epoca della rivoluzione.
CONVOGLI NEL MIRINO – Già a metà degli anni ’90 le truppe russe avevano fatto ricorso, con successo, ai “treni di guerra”. Possono portare rapidamente i rinforzi in punti sensibili, forniscono appoggio con il tiro dei loro cannoni, sostengono i contingenti anti-guerriglia e garantire la scorta ai convogli cargo. Per gli esperti, però, i ribelli potrebbero cercare di sabotare la linea ferrata per ostacolare l’avanzata dei russi: pur corazzati, i treni possono diventare un bersaglio. Gli insorti hanno dimostrato in questi anni di essere molto abili nell’organizzare imboscate. Numerosi convogli, infatti, sono stati colpiti dai ceceni che hanno messo in atto tattiche diverse. Mine sulle rotaie fatte detonare al momento del passaggio di un treno, esplosione “secondaria” per investire i soccorritori – è avvenuto nel dicembre 2009 -, attentatori disposti al martirio.

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LE NUOVE “VEDOVE NERE” NELLE MANI DI AL QAEDA

di Francesca Sforza, da “La Stampa” del 30/3/2010

II terrorismo supera i confini di Grozny

La prima terrorista cecena che si è fatta saltare in aria aveva diciassette anni, si chiamava Hava Baraeva, era il 2000. «Sorelle, è giunto il nostro momento! – gridava nel video che lasciò a testimonianza dei suo gesto – Dopo che i nemici hanno ucciso quasi tutti i nostri uomini, i nostri fratelli e mariti, solo a noi rimane il compito di vendicarli. Allah Akhbar». Ce ne saranno altre, e le loro storie sono state raccolte una dopo l`altra da Julìja Juzik, giornalista russa che per un anno ha battuto gli sperduti villaggi della Cecenia nel tentativo di dare una risposta alla domanda: «In nome di che cosa le donne cecene si ammazzano?» (Le fidanzate di Allah, 2004). Ne usciva un quadro composto da donne giovani, a cui la guerra aveva distrutto i legami familiari e a cui non si prospettava nessuna vita alternativa.

Da allora però molte cose sono cambiate in Cecenia, e la riedizione di quel copione non ha più alle spalle, come allora, le rovine di Grozny o la disperazione delle campagne disseminate di mine russe. Oggi la Cecenia, sotto il tallone brutale di Ramzan Kadyrov, è comunque un Paese in cui ha molto più senso vivere che morire.

Le violenze continuano, inutile negarlo, ma circolano anche molti soldi, le strade sono state asfaltate, i palazzi ricostruiti, è tornato possibile comprarsi una macchina, aprire un mutuo, mandare i propri figli a scuola, farsi curare in un pronto soccorso. Il controllo del territorio è saldo nelle mani del clan dominante, e tutti gli attentati che negli ultimi mesi hanno continuato a insanguinare il Caucaso portavano di fatto fuori dai confini ceceni: Inguscezia, Daghestan, Cabardino-Balcaria, Carachaevo-Circassia e Adygeya.

Secondo alcuni analisti si tratterebbe degli stessi ribelli ceceni che si sono riorganizzati nei territori confinanti, ma anche se questo fosse vero sono le motivazioni del conflitto a essere cambiate.

Il progetto indipendentista – o secessionista, come preferiscono dire i russi – ha perso qualsiasi presa sulla popolazione, sfiancata da anni di guerre e macerie. Al suo posto è subentrato un progetto terroristico di marca wahabita e qaedista che in questi anni si è progressivamente saldato con le frange più estremiste del terrorismo locale e con i clan criminali lasciati fuori dalle grandi spartizioni di Kadyrov – e il ritorno sulla scena delle donne kamikaze non fa che confermarlo.

Per formare una donna kamikaze sono necessari molti mezzi. E se prima la disperazione della guerra rendeva il reclutamento più facile – che futuro poteva avere una ragazza orfana o vedova, spesso violentata per impedirle qualsiasi ritorno nella comunità d`origine? – oggi l`indottrinamento passa per training molto più impegnativi, e ha a disposizione addestratori sauditi e pakistani, più che locali. E’ il segno che gli estremisti hanno soldi, luoghi in cui operare, strumenti per corrompere, e capacità per organizzare attacchi al femminile, che hanno il pregio di riprodurre vecchi schemi, depistando così dalle nuove insidie.

E` di qualche giorno fa l`allarme al Congresso Usa dell`ex capo del controterrorìsmo Richard Clarke: «Gruppi terroristi stanno addestrando donne». Se è la disperazione – più che l`ideologia – il motivo che spinge la maggioranza delle donne a diventare kamikaze, allora bisogna guardare verso quei luoghi in cui la disperazione cecena si è rovesciata, stringendovi pericolose alleanze.

……………

LA GUERRA DELL’EMIRO UMAROV

di Antonella Scott, da “il Sole 24ore” del 30/3/2010

Con una lucidità agghiacciante Doku Umarov – colui che si fa chiamare “emiro del Caucaso” aveva già scandito il 14 febbraio scorso quanto sarebbe successo: i suoi mujaheddin, aveva avvertito in un video sul sito Kavkaz-Tsentr, sarebbero tornati a colpire le città della Russia, oltre i confini del Caucaso.

«I russi – minacciava Umarov – non capiscono che la guerra oggi sta arrivando nelle loro strade, nelle loro case, non pensano che la guerra sta tornando, la vedono in televisione da qualche parte lontano, nel Caucaso, e pensano che non li riguardi».

«Forse sono stati i separatisti, forse la Cecenia – è come se gli rispondesse Evghenija, tra le migliaia di passeggeri sconvolti dalle esplosioni che hanno devastato due stazioni del metrò di Mosca – qualcuno sta combattendo qualcuno. Mi sento persa».

Perché in parte è così, i russi cercano di tenere il Caucaso e tutto quello che è avvenuto laggiù il più lontano possibile dalla propria vita. Troppo forte è stato per ognuno di loro l`impatto dei palazzi sventrati di Mosca, nel settembre 1999, poi le tragedie al teatro Dubrovka (ottobre 2002) per mano di un commando di separatisti ceceni, e i bambini presi in ostaggio nella scuola di Beslan, due anni dopo.

Centinaia di vittime, e poco importa se le autorità non hanno mai voluto scendere a compromessi, e se molti sono morti per mano delle forze speciali, che nei raid contro i terroristi non hanno guardato in faccia nessuno. Nessuno potrà mai colmare il baratro che si è aperto tra la maggioranza dei russi e i ceceni: «Non li perdoneremo mai», dice una signora a Mosca, Larisa, di colpo il viso dolce si contrae d`odio. Non vuole, non riesce più a distinguere tra i terroristi e i civili ceceni. Vittime anche loro.

Ed è tra loro che Umarov e i suoi guerriglieri trovano ancora quelle che chiamano shahidki, donne kamikaze pronte a immolarsi, in genere donne che negli anni della guerra hanno subito violenze, hanno visto rapire, torturare, morire gli uomini della propria famiglia, una scia di sangue che non si arresta solo perché un anno fa il Cremlino ha proclamato la conclusione, della Kto, l`operazione anti-terrorismo.

O meglio la guerra, la prima nel 1994-96, poi quella del 1999, lanciata da Vladimir Putin. Fu allora che il nuovo leader russo disse che avrebbe «inseguito i terroristi fin nelle latrine». Dieci anni dopo, lapidario, Putin ha ripetuto la minaccia «Li distruggeremo», è stata la sua prima reazione ieri. Molti russi, però, potrebbero accusarlo di non aver saputo mantenere la promessa.

La crisi economica ha portato via a molti di loro la speranza del benessere, gli attentati sbriciolano il senso di sicurezza. I servizi segreti hanno fallito, sei militanti sono riusciti «a portare i loro saluti» – come scrivono in Kavkaz-Tsentr – fin sulla porta di casa del Kgb.

In questi mesi la Cecenia è apparsa sempre più lontana ai russi perché Putin ne ha trasferito il controllo al clan dei Kadyrov, la famiglia dell`attuale presidente Ramzan. Alternando pugno di ferro e ricostruzione, Kadyrov ha cercato di promuovere l`immagine di una Cecenia nuova, dove il miglioramento delle condizioni di vita può soffocare il desiderio di indipendenza. Un obiettivo lasciato ai guerriglieri: Kadyrov ama ripetere che sono poche decine, braccati sui monti dove il leader ceceno è tanto sicuro di poterli sgominare che già al posto dei loro rifugi progetta un Caucaso delle nevi, villaggi turistici stile Courchevel.

Ma lontano dai riflettori, la violenza striscia ogni giorno dalla Cecenia e si insinua nelle repubbliche vicine, il Daghestan, la KabardinoBalkaria, l`Inguscezia che tanti ormai giudicano ancora più insicura e violenta della stessa Cecenia. Le bande dei ribelli di Umarov vengono gonfiate dai disoccupati più che dagli estremisti islamici, il terrorismo prolifera sulla corruzione, il cattivo governo, la mancanza di speranza

Rinasce il mito di quello che Umarov chiama il suo «califfato islamico». I russi cercano di dimenticarlo ma le forze speciali di Putin no, proprio nelle ultime settimane avevano condotto una serie di operazioni speciali uccidendo diversi capi ribelli. La vendetta non si è fatta aspettare.

………..

…………………….

Divagazioni su Mosca e sui moscoviti che qui (nell’articolo che vi proponiamo) in fondo, molti, mostrano di apprezzare la città e ancora lo spirito della “madre Russia” (impersonificata dal truce, autoritario, ma pare molto popolare a apprezzato dal popolo, Vladimir Putin)

QUEL CHE RESTA DI MOSCA

di Marcello Foa

da “il Giornale” del 20/10/2009

La città cerca di ritrovare un’identità persa. E per riuscirci si tuffa nel passato: con sfarzi antichi nell’architettura dei locali alla moda. Non importa se il ricordo va alla potenza sovietica o agli zar

Mosca – Il casamento è maestoso, quasi si potrebbe dubitare di essere in qualche altro nordico paese, ma superato l’ingresso ogni dubbio si scioglie. È inconfondibile il verde ramarro sbavato dei muri delle scale, tetre ed emananti un odore che è di cavoli, di polvere e di umori umani. Impasto di sporcizia, confusione e fumo che prende vita a respirarlo, e ti fa dire: rieccoci in Russia. Nazione più che complicata, ostile e però complice, finta, ma alla buona, pigra ma inquieta, e in misura che dalla nostra Europa non si può capire. Ed in effetti dall’Italia o dalla Germania qui quasi sempre si finisce, non si viene.

Non parlo dei turisti ma di chi appunto viene a viverci, anche solo per qualche tempo. Perché il soggiorno qui perde qualsiasi preciso movente. A guardarsi bene dentro è in effetti quasi sempre un perdersi, inseguendo qualche idea vaga, un intento con troppi sentimenti perciò fuorviante, approssimativo. E però come quest’ariaccia sporca è non saprei dire perché tranquillizzante; come questi colori autunnali delle foglie degli aceri e il bel cielo.

E comunque, malgrado le anime e le distanze, e proprio tutto cospiri a far perdere la nozione consueta del tempo, resta l’agenda delle cose da fare a Mosca, così splendida di nuove architetture. Città certo elettrica e nervosa, anzi direi feroce, e però pure lei direi impossibile da ridurre a uno schema. Perché eccomi la mattina dopo nell’imperdonabile distrazione di non essere sceso alla fermata giusta della metropolitana. Soccorso solo dalla pietà delle donne ritrovo la fermata della Lubjanka, tra i palazzoni solenni degli zar e del partito.
Spazi immensi, nei loro intenti disumani, anzi terrorizzanti, giacché questo palazzone era appunto la sede del vecchio Kgb. Ne emana una solennità di cui si sente che è meglio non fidarsi. Edifici più adatti al cielo grigio, e smisurato e a far sentire quindi il potere: incombente e perciò totale. Come una scenografia di pietra in spazi smisurati, e che però subito dopo si nega. Perché poche strade e inizia una Mosca di piccole viuzze, alberi bassi, mura e cancelli storti che sembrano le scene di una favola ricolma di casette tutte infantili come quella del Maestro e Margherita.

Ed ecco l’istituto dove questo vecchio professore russo dalle maniere anglofone ci fa accomodare. È persona per bene, ha lavorato all’estero in sedi internazionali. Parla con misura e precisione della economia russa. Sa bene la delicatezza della situazione presente e come molto ora dipenda dal prezzo del gas. Ma come un giocatore di scacchi lima le nostre repliche e relativizza, poco alla volta ci pilota verso un suo ottimismo. Ma nel farlo, essendo però noi italiani, e quindi in atavico desiderio di simpatia, lui stesso inizia a mutare. La sua fisiognomica quasi perfetta, da burocrate anglofono, evolve.
Poi, nel negozio di libri che con lui visitiamo, l’attenzione cade inevitabile sui titoli all’entrata, per lo più di guerra: sui generali bianchi, o sui carri armati o sulla Mosca di Napoleone. E il professore di prima via via si scioglie, in intenzione ridente e infantile di stupire. In effetti sa tutto di armi, pur essendo a vederlo una persona più che mite. Non solo, ma ricostruisce la guerra con la Georgia, e con un certo orgoglio per il suo esito che attribuisce alle virtù guerriere russe. E non è importante capire se davvero egli abbia o no ragione, ma conta piuttosto il sentire che ne deriva. Si vede che dietro la solida, occidentale scienza economica si apre in lui un ben altro spazio, distante, enigmatico, teatrale, in cui ti fa perdere e si perde, mentre si diverte.

Del resto è questo essere alla buona dei russi, e la confusione nei compiacimenti, che seduce. Ma anche insidia e confonde. Trascina noi europei in ragionamenti smisurati che come le distanze qui non hanno mai limite. E però non v’è dubbio, anche la loro tv è piena di film a puntate sulla guerra in Cecenia, o su qualche altra zarista o staliniana, non importa. Il fatto è che i più qui alla patria russa ci credono; magari la derubano, ma non v’è dubbio sarebbero pronti a morirci in misura per noi impensabile. Del resto nei Tg c’è sovente il presidente in tuta militare che presenzia a qualche manovra dell’armata e la commenta.

Ma del resto a porre un limite alle esagerazioni russe che così volentieri sconfinano in abissi pacifici oppure guerreschi, c’è dell’altro che impedisce di generalizzare. È la gran dose di intelligenza della quale i russi sono capaci, in una commistione di pensieri infantili e però ogni volta potenti, impolitici, inetti ad amministrare, ma sempre di genio. Come è anche geniale la palestra di Sistema, che frequento poco lontano dalla fermata Beloruskaja. Sistema può dirsi oggi la più ammirata forse delle arti marziali, studiata dagli americani e persino tra i maestri giapponesi. Difficile spiegare il perché: non ha forme o kata preordinati, potrebbe a prima vista dirsi una specie di ju jitsu. Ma non sarebbe preciso dirlo: è un addestramento a mutare il corpo in mobile forma di respiro, che si indurisce o si plasma morbida al moto altrui, per quanto cattivo o veloce sia. Ed è un addestramento che usa espedienti impensabili, con esiti inattesi, capaci anche di estrema durezza.

Pare originarsi dai monasteri russi, in una qualche relazione con l’esicasmo; un’arte cosacca estrema, morbida ma al contempo di una efficacia che non si immagina.

I corpi degli istruttori sono segnati da cicatrici, e il maestro col viso pacifico e buono è un rinomato ex colonnello delle truppe speciali. Meglio non dirne di più, se non che pare che persino la guardia del corpo di Stalin fosse fatta di esperti di questa strana arte cristiana. E comunque basta già a immaginare che debba esservi nello scrivente, un che di matto per sopportare le sue durezze, in palestre dove non v’è per terra neppure un tatami. Al punto peraltro che dopo un po’ d’allenamenti, l’idea del massaggio che mi dicono devo fare, mi persuade.

La speranza è quella di mani femminili che mi diano un qualche materno conforto, dopo allenamenti che è poco dire seri. E invece: ecco Andrej, cristone siberiano, somigliante a Rasputin… Per dire le pene della mia ora di massaggio, senza turbare il lettore ci vorrebbe un film dei fratelli Vanzina. A raccontarla sul serio, mi sentirei male. Ma per i più colti si pensi alle avventure dei libri di Lermontov o a Taras Bulba. E però il giorno dopo i dolori che avevo prima sono spariti: sono indolenzito, ma miracolato nelle ginocchia e nei miei altri guai. E lo stesso vale per gli allenamenti, si arriva ad una nuova flessibilità, e a maestrie impensabili. Il corpo respirante diviene percezione evidente e risanante. Ma non è che un estremo. Dall’altra parte c’è una durezza non compiaciuta ma atavica. Per di più qui sono quasi tutti omoni enormi. Ma inevitabile si crea alla fine un’amicizia infantile. O altri forse la chiamerebbero un regredire a fiducie primitive.

Però così si diventa amici, e ti trovi invitato a pranzo da Sascha, un quarantenne. La sera prima ero stato peraltro a cena al caffè Puskin; quello che pare sia uno dei migliori ristoranti di Mosca. Ma questo che si chiama Gussari, ovvero Hussari, visto che la hacca diventa g in russo, nulla ha da invidiargli. È uno sfarzo di architetture, disegnato a quanto pare da uno dei curatori del Bolscioi, con una spesa di mobili d’epoca che intuisco sterminata. Si pensi solo che una parete e decorata con pistole d’epoca a centinaia, poi divise e sciabole. Un film di Visconti non avrebbe potuto pretendere di meglio. Pure il mangiare è dei migliori, ma la sorpresa viene quando chiedo al mio compagno di Sistema, che mestiere fa. Un altro al tavolo allora ride: è lui il proprietario di questo ristorante milionario e possiede pure un centro commerciale.

Insomma, questo russo alla buona è ricco. Parliamo di una vacanza a Napoli che non gli è piaciuta, città che gli è parsa invivibile, troppo persino per chi è uso al caos russo. Imbarazzato allora svio il discorso. E così mi riviene in mente la domanda che m’ero fatta il giorno prima al caffè Puskin, pure quello in stile napoleonico. Gli domando se la Russia non stia cercando nel passato un proprio futuro che non sa. E anche la politica di Putin non è un riaggancio alla Russia com’era, potenza zarista, prima dell’ideologia comunista? E se i ristoranti più importanti e frequentati fanno il verso all’epica zarista allora questo è un sentire potente, comune. Sascha esita prima della risposta, che poi evita.

Ma resta il fatto che tutti qui cercano un fondo all’abisso, di ritrovarsi in qualcosa. E la storia zarista o la potenza sovietica servono a dare loro una qualche sicurezza. Certo evitano poi il confronto vero coi guai di un’economia che vive troppo di gas e con la corruzione e la demografia. Ma per agire, non v’è dubbio, i russi hanno prima bisogno di un qualche strano ideale. Non sono dei pragmatici americani, o dei causidici italiani, e tantomeno degli ordinati tedeschi. (Marcello Foa)

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