PIU’ ALBERI e meno cemento (piantare alberi e rigenerare il paesaggio degradato) – Tornare a principi fondamentali (e il rispetto degli alberi lo è) per salvare l’umanità (di adesso e futura), sia per il Nord che per il Sud del Mondo (esercitare prove concrete di virtuoso Governo Mondiale)

WANGARI MAATHAI, la militante kenyana che ha conquistato nel 2004 il Nobel per la pace per aver seminato dignità e rispetto in Africa centrale ricordando alle popolazioni quanta ricchezza può creare un gesto semplicissimo: piantare alberi e poi ancora alberi. Tra le varie iniziative in cui ha partecipato, la più famosa è stata la creazione del GREEN BELT MOVEMENT (Movimento cintura verde) per sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi dell’ambiente e in particolare del disboscamento. Questo ha portato il Movimento a piantare negli anni successivi 40 milioni di alberi in Kenia

Non è solo una metafora quella che adesso vi proponiamo, né una provocazione, ma secondo noi qualcosa da riflettere. Cioè che la riduzione degli alberi nel mondo è la riduzione di parte dei polmoni delle persone: se in mezzo secolo un 33% di foreste è sparita impoverendo così la biosfera, vuol dire che un bambino dei nostri giorni ha un terzo di polmoni in meno di uno nato cinquant’anni fa….  E trovare una soluzione a questo non è solo questione di “bilanciare” la Co2, di assorbire l’anidride carbonica compito prezioso che le piante fanno. E’ anche la ricostruzione del paesaggio, dei paesaggi nella loro diversità, cosa che richiede la necessità di tornare a “piantare alberi”.

Se come geografi denunciamo l’abbandono di aree montane e pedemontane ad (appunto) un degrado che allarga sempre di più il bosco selvatico (rovi, robinia, etc.) in aree che prima erano virtuosamente governate dagli uomini (a pascolo, a coltivazioni di pregio, con terrazzamenti e con sentieri ben tenuti…); e se questo degrado non si limita ora solo a queste zone in cui era difficile lavorare la terra, e viverci (in collina, in montagna: spesso luoghi allora di vita dura e misera), e che (il degrado) si sta estendendo anche alle pianure (le chiamiamo terre “rurbane”, cioè a metà tra il “rurale” e l’ “urbano”: di fatto terre acquistate da chi non ha nessun rapporto con pratiche rurale ed agricole, e lasciate momentaneamente lì abbandonate, come investimento sicuro, capitale netto delle imprese; e in attesa del concretizzarsi di espansioni urbanistiche speculative, o di qualche altro tipo di attività a forte profitto, mai comunque legato al rispetto di quella terra -in Veneto molta pianura è interessata all’utilizzo a cave-). Se denunciamo l’abbandono a rovi e sterpi, dall’altra rileviamo l’impoverimento vissuto in questi decenni della presenza degli alberi.

L’olivastro di Luras, in provincia di Oristano, è il più antico albero d’Italia, la cui sua età stimata è di 3.800 anni. E’ alto 11 metri e ha un tronco della circonferenza di 13. Il fatto che si chiama “olivastro” (e non ulivo) non è inteso in senso spregiativo, ma perché è il nome esatto di questo ulivo selvatico che, nonostante la veneranda età, cresce ancora rigoglioso. Appunto a Luras, comune sardo della Gallura (per l’esattezza si trova in località Santo Baltolu di Carana). L’albero in passato era temuto dagli abitanti della zona in quanto considerato un rifugio degli spiriti maligni: proprio questa brutta fama avrebbe contribuito a garantirgli una vita eccezionalmente lunga. (da http://www.travelblog.it/)

Albero come elemento che fa “ordine” in pianura, collina, montagna…. E può fare virtuosa “economia” (su questo blog parliamo spesso dell’utilizzo delle biomasse a fini energetici, e della necessità per questo di pensare anche in pianura al ritorno ai boschi planiziali). Ma l’albero è elemento di “ordine” (nel senso buono di questo termine) e di armonia ancor di più in città: nei centri e nelle periferie grigie e anonime, piantare alberi significa riappropriarsi delle proprie vite.

E se l’attenzione mediatica va inevitabilmente verso la scomparsa delle foreste (che sono il 30% delle terre emerse, 4 miliardi di ettari dei quali 13 milioni all’anno, tanto quanto la superficie della Grecia, scompaiono) cionondimeno il fenomeno è ancor di più “nostro”: uno sviluppo avanzante attraverso il cemento, anche quando non serve proprio; terreni da occupare con “qualcosa” (siano capannoni, o infrastrutture spesso non razionali, doppie, invasive; o seconde e terze case…) solo per ancora l’incapacità di pensare a uno sviluppo (nel benessere) in equilibrio con l’ambiente. E’ allora qui che tentiamo di proporvi qualche seppur piccolo e limitato stimolo, per un “abitare in modo nuovo”; e per tornare a “piantare alberi”.

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PIU’ OSSIGENO PER I POLMONI DEL MONDO

di Daniele Zappalà, da “Avvenire” del 18/3/2010

– Dal summit di Parigi le ricette per lottare contro la deforestazione –  Diplomazie al lavoro per la pax ecologica tra Nord e Sud del pianeta –

PARIGI. Per la tanto auspicata “pax ecologica” fra Nord e Sud, ci vuole forse un albero. O meglio, milioni di alberi da piantare o proteggere soprattutto nei polmoni verdi equatoriali del pianeta, rappresentati dai bacini forestali di Amazzonia, Congo e Indonesia.

Fino a pochi mesi fa, questa soluzione veniva predicata solo da figure simbolo della società civile del mondo in via di sviluppo. A cominciare da Wangari Maathai, la militante kenyana che ha conquistato nel 2004 il Nobel per la pace per aver seminato dignità e rispetto in Africa centrale ricordando alle popolazioni quanta ricchezza può creare un gesto semplicissimo: piantare alberi e poi ancora alberi.

Ma adesso la ricetta seduce come mai prima i vertici della comunità internazionale. Al punto che ben 60 delegazioni nazionali hanno partecipato la settimana scorsa alla prima conferenza mondiale di lotta contro la deforestazione, convocata a Parigi su iniziativa dei governi di Francia e Norvegia, nella scia del clamoroso fallimento della Conferenza di Copenaghen sul clima.

C’erano i Paesi ricchi pronti a donare adesso oltre 4 miliardi di dollari per la protezione delle foreste equatoriali, autentico patrimonio mondiale minacciato da un disboscamento spesso illegale divenuto galoppante. E c’erano soprattutto i Paesi sudamericani, africani e asiatici che affermano da anni di non avere risorse per giocare il ruolo di guardiani della rigogliosa ma fragilissima “cintura verde” planetaria.

A Copenaghen la comunità internazionale ha compreso l`estrema difficoltà d`imporre in tempi rapidi obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni. Da qui, la necessità di trovare nuove strade per saldare un`alleanza fra i Paesi poveri affamati di sviluppo e quelli ricchi disposti a sacrifici pur di disinnescare la “bomba ecologica”.

La deforestazione è responsabile ogni anno di circa il 20% delle emissioni planetarie di gas a effetto serra. Una proporzione simile a quella dei trasporti mondiali. In attesa di riscontri scientifici più credibili sui rischi climatici futuri, la lotta per preservare le foreste ha un innegabile vantaggio rispetto alla battaglia contro le ciminiere. Quello di far direttamente bene alle popolazioni del Sud, in termini di qualità della vita ma anche di ricchezza nazionale. A Parigi, del resto, i governi dei Paesi equatoriali non hanno nascosto il loro appetito verso questa prospettiva.

Taking Root: The Vision of Wangari Maathai (l’attaccamento alle radici: la visione di Wangari Maathai) è un documentario (in inglese) di 81 minuti con protagonista la stessa Wangari che racconta la sua storia e le sue battaglie

Gestire in modo sostenibile le foreste significa conservare esportazioni annuali di legname regolari e virtualmente illimitate. In termini agricoli, invece, ciò è in molti Paesi sinonimo di lotta contro l`avanzata del deserto o delle terre a scarso rendimento. Le foreste evitano pure l`insabbiamento dei fiumi, proteggendo in generale ecosistemi da cui dipende direttamente ogni giorno la vita di circa un miliardo di persone. Si potrebbero così ridurre pure le tanto temute migrazioni climatiche.

La lotta per la riduzione delle emissioni conoscerà altri capitoli, certo, ma tanti diplomatici credono ormai che gli alberi possono colmare molto più in fretta quel vuoto di fiducia fra Nord e Sud emerso in modo impietoso in Danimarca.

«Occorreva essere cartesiani, cioè separare una questione tanto complessa come quella climatica in problemi più semplici che possiamo davvero risolvere, a cominciare dalle foreste», riassume Brice Lalonde, ex ministro francese dell`Ambiente e oggi ambasciatore delegato per i negoziati climatici.

Si è giunti a Parigi con la promessa preliminare di 3,5 miliardi da parte di 6 governi: Stati Uniti, Giappone, Francia, Gran Bretagna, Norvegia, Australia. Ma nuovi impegni per ora ufficiosi si sono saldati al treno durante le trattative. Al prossimo appuntamento del nuovo processo, previsto in maggio ad Oslo, si spera così di giungere a 6 miliardi da investire entro il 2012 in progetti concreti di sostenibilità forestale.

Ma chi gestirà il denaro? Resta in effetti questo il nodo decisivo di cui dovrà occuparsi una task force informale di coordinamento. Per evitare corruzione e ruberie, una soluzione già avanzata è di dare molto spazio all’ “economia sociale“. Ovvero, ad imprese senza dividendi da spartire ad azionisti, o in alternativa a cooperative ed associazioni capaci di creare posti di lavoro attorno alle foreste da proteggere.

Il cosiddetto processo “Redd” (Riduzione delle emissioni legate alla deforestazione) dovrebbe anche permettere a gruppi industriali inquinanti del Nord di partecipare economicamente alla protezione di aree forestali del Sud, nel quadro di una sorta di bilancia idealmente in equilibrio fra emissioni liberate e riassorbite.

Del resto, a Parigi c`erano pure i rappresentanti di “start up” dell`economia sociale pronti a declinare in questi termini la propria missione aziendale verso i potenziali clienti: «Grazie al meccanismo naturale di fotosintesi, l`equivalente delle vostre emissioni di CO2 può essere assorbito dagli alberi che pianteremo per voi». Come dire che il tema della celebre novella di Jean Giono, ” I’uomo che piantava alberi”, potrebbe presto tradursi in regolari fatture aziendali.

«Sta proprio qui tutto il rischio», commentavano nei corridoi della conferenza alcune voci un po` scettiche del mondo associativo anche cattolico già impegnato nel Sud. Ovvero, che tutto il processo manchi d`anima, trasformandosi solo in una nuova grande macchina tecnocratica gestita dai ministeri o da nuove schiere di professionisti del settore. Ma senza un coinvolgimento pieno delle popolazioni, avvertono le stesse voci, la foresta non sarà mai salvata. (Daniele Zappalà)

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PIANTARE ALBERI (sono quasi alieni ma grazie a loro il clima migliora)

di LUCA MERCALLI, da “la Repubblica” del 14/10/2009

ALBERI in città: metterne quanti più si può, perché ci rendono la vita migliore. Eppure nei territori urbani iperartificializzati, l’albero sembra vieppiù una presenza aliena e perfino scomoda: le foglie che cadono sporcano auto e marciapiedi, i rami che si schiantano possono far male. È questione di scegliere correttamente le specie vegetali e di curarne la manutenzione.

Invece i vantaggi sono estetici – il verde riposa – ma soprattutto fisici: gli alberi temperano gli eccessi estivi del clima urbano. La vasta superficie fogliare, tramite l’evapotraspirazione dell’acqua, abbassa la temperatura di qualche grado nelle giornate canicolari, e l’ombra su strade e facciate modera la vampa del sole, aumentando il confort e riducendo i consumi di energia per i condizionatori d’aria. Inoltre le chiome ospitano molti uccelli che divorano zanzare ed altri insetti, e la fotosintesi assorbe biossido di carbonio abbattendo le emissioni climalteranti.

Un’intera branca dell’ architettura sta oggi riscoprendo l’interazione benefica tra vegetazione ed edifici. Piantare alberi è un atto transgenerazionale, come insegna il classico di Jean Giono “L’ uomo che piantava gli alberi” (Salani), e la loro presenza è parte integrante del territorio e della cultura, come illustrano Giuseppe Barbera in “Abbracciare gli alberi. Mille buone ragioni per piantarli e difenderli” (Mondadori) e Matteo Melchiorre in quella piccola gemma letteraria che è “Requiem per un albero. Resoconto dal Nord-Est” per Spartaco Editore. – LUCA MERCALLI

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Sul SENSO DELL’ABITARE e il rapporto con la natura (l’ambiente e il paesaggio), in un’area montana e pedemontana (il feltrino, la provincia bellunese) considerata marginale rispetto ai processi urbani più in trend adesso, vi proponiamo un’intervista a un giovane scrittore di Feltre, Matteo Melchiorre:

«ABBIAMO GAMBE, NON RADICI»

intervista a Matteo Melchiorre, autore del libro “REQUIEM PER UN ALBERO – Resoconto dal Nord Est” (ed. Spartaco)

di Michela Fregona, da “il Corriere delle Alpi” del 31/1/2010

«Abitare un luogo non è soltanto mettercisi dentro, ma tramandarsi qualcosa: un modo di stare al mondo. E questa è la base di tutte le domande che è possibile farsi su questa provincia: il senso dell’abitare. Dell’abitarla».  Una laurea e un dottorato di ricerca in storia, un libro (“Requiem per un albero” ndr) che ha portato il paese di Tomo e la scomparsa del suo Alberòn in tutte librerie d’Italia, la Storia come irrinunciabile punto di riferimento singolo e collettivo: così Matteo Melchiorre.

Che continua: «Bisogna tenere conto delle innegabili condizioni date, che non sono quelle di una provincia centrale: questa non è la pianura padana o lo stato del Montana. E questo significa che ci sono, da una parte e dall’altra rispetto al fondovalle, le montagne: il nostro non è un territorio morfologicamente adatto all’abuso del cemento, non ci sono margini di estensione infiniti».

A che stato siamo del nostro sistema culturale?

«Mi verrebbe da dire imbarbarimento, ma questo presuppone condizioni pregresse di non imbarbarimento. In realtà questo non è mai stato un territorio centrale: ci sono state innumerevoli glorie, ma che in genere hanno alzato le ancore, almeno per lunghi periodi. Quello che voglio dire è che manca un sostrato storico per sostenere un mondo culturale più ampio, più intersoggettivo. Quando prendo il treno, incontro almeno tre insegnanti universitari che vanno a Venezia e due a Padova. Non mancano i cervelli. Ma non c’è relazione».

Quale è, allora, il compito più urgente del mondo culturale?

«Creare una sensibilità nei confronti del paesaggio. Una cosa che non può essere affidata e relegata in un volantino, o in un sit-in, o in un picnic ambientalista. Una volta, seguendo le vicende della costruzione di una superstrada in una (fino ad allora) ignota località della provincia, ho sentito un sindaco locale dire: “Vedo ancora molta terra”. Il che offre una doppia lettura: di istinto predatorio, da una parte. E di constatazione realistica, dall’altra. In effetti il fondovalle è negli stati che è, e l’istinto peggiorativo è fisso. Però ci sono ancora boschi, prati, terra. Ecco, credo che la sensibilità di abitare in modo diverso questi luoghi sia una priorità da creare. Fermo restando che la cosa migliore che possa capitare a una persona, ed è un diritto sacrosanto, è quella di prendere e levare le ancore per vedere altro. Ci vuole coraggio a vivere tutta la vita in un posto solo: ma noi abbiamo le gambe, non le radici come dicono i leghisti».

Un vizio diffuso?

«La frantumazione di denuncia in settori sempre più piccoli: si rischia di rendere tutto staccato, mentre in realtà noi siamo tanti isolotti dentro la stessa acqua. Non voglio dire che la provincia di Belluno è un buco nero, anche perché sta dentro a uno stato che è un buco nero. All’estero sono disposti a pagare fior di soldi per qualcuno che insegni Storia della Repubblica di Venezia, e qui l’Università è al tracollo. Chi ha fatto il possibile per avere una preparazione decente non può farsene nulla. Ma chi è che ci governa? Gli stessi che si beano della Repubblica di Venezia. Mi tocca dirlo: in precedenti condizioni sociopolitiche, gli intellettuali erano pasciutissimi. Ma c’è una ragione: nel Quattrocento veneziano c’era spazio anche per gli intellettuali perché il ceto dirigente aveva buongusto nell’erogare il surplus di cui disponeva. Mentre adesso dove va il surplus? A Sharm el Sheik, nei televisori al plasma, e, se possibile, in qualche speculazione edilizia. A Tomo mi sono spinto in una zona che non conoscevo: un querceto, con sette o otto roveri. Ecco: arrivare là e avvertire una forma di appagamento, di benessere, è stato tutt’uno. E’ chiaro che il bello fa bene. Ma se tu abitui al brutto, non possono nascere che brutture: dall’Altanon in poi».

La provincia è in cortocircuito?

«Beh, io rifletto su quello che vedo. E una delle cose che mi fanno pensare è questo raid sulle casere di sasso, perfino su una chiesetta rupestre del Cinquecento. W lega, hanno scritto con lo spray verde. Ma come: questi che dovrebbero essere quelli che tifano le casere, la montagna, il butiro, ci passano sopra con lo spray. Io vedo un ictus collettivo della provincia sul punto del leghismo: si fanno cose sovrapposte, si dicono cose che poi non si fanno. Sarà un male del tempo».

E’ possibile dare una definizione della provincia?

«E’ una provincia ancipite. Questione di storia. Basta leggere un po’ di documenti. Le città, una volta, erano quelle dove c’era il Vescovo: qui, il Vescovo se lo sono conteso sempre. Nel 1460 Belluno e Feltre vengono unificate; poi divise, poi riunificate, poi divise ancora. Forse, meglio di tutti parla Marin Sanudo. Nel 1488 ha visto Feltre, l’ha descritta, poi si è spinto fino a Belluno, che allora era chiamata Cividal. E scrive “et è una via per concluder molto cativa da Feltre a Cividal, et molto petrosa, unde si suol dir chi vuol un cavallo provar vadi da Feltre a Cividal”. C’era già tutto». – (Michela Fregona)

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LUNGA VITA AI SEIMILA PATRIARCHI: SONO I NOSTRI ALBERI PIU’ ANTICHI

di Francesco Erbani, da “la Repubblica” del 10/11/2009

Una galleria on line che li divide regione per regione segnalando età e caratteristiche

Li hanno chiamati Patriarchi. E come le figure bibliche alla guida del popolo ebraico, sono considerati i capostipiti nel mondo vegetale. I progenitori della natura.

Sono alberi monumentali, per lo più secolari, qualcuno millenario: ora un archivio li raccoglie e ne racconta l’età veneranda, l’altezza, la misura del tronco e della chioma. Ognuno ha la sua scheda e la localizzazione precisa.

Al momento gli alberi catalogati sono 5.327, divisi per regione e per provincia. Ma sulla base dei criteri fissati dall’Associazione “Patriarchi della natura”, con sede a Forlì, chiunque potrà arricchire l’archivio. La gran parte degli alberi hanno alcune centinaia di anni, ma poi c’è l’olivastro di Luras, in provincia di Oristano, il più antico di tutti, la cui età stimata è di 3.800 anni, è alto 11 metri e ha un tronco della circonferenza di 13.

Appena più giovane è il castagno dei 100 cavalli, che di anni potrebbe averne 3.000; si trova a Sant’Alfio, alle pendici dell’Etna, è alto 14 metri ed è composto da tre fusti, cresciuti da un’unica ceppaia che misura 52 metri di circonferenza. Di fatto è un bosco.  Tutti insieme gli alberi monumentali riproducono la ricca mappa dei paesaggi italiani. Ne testimoniano gli strati nel tempo e la multiforme qualità culturale. Raccontano storie di botanica e di fatiche contadine.

L’Associazione dei Patriarchi, presieduta da un agronomo, Sergio Guidi, è nata nel 2005 e ha raccolti i dati messi insieme nei decenni scorsi dal Corpo forestale dello Stato e da alcune regioni. Ha raffinati i criteri di selezione e ha allestito la galleria non solo a fini documentari, “ma anche per stimolare la tutela di questo patrimonio, protetto solo in parte da leggi regionali”, spiega Guidi. “La conoscenza è alla base della salvaguardia, dobbiamo conservare questo germoplasma, cioè il materiale ereditario in grado di preservare la biodiversità. Queste sono le piante più idonee all’agricoltura sostenibile del futuro, le più resistenti e quelle che assorbono più energia”. (….) Nel novembre scorso sono stati pubblicati dall’Associazione due volumi dedicati ai Patriarchi da frutto dell’Emilia Romagna, la regione che con oltre mille esemplari censiti è la più ricca d’ Italia. Seguono la Toscana (463), la Lombardia (424), la Puglia (403), la Sicilia (388).

Gli alberi vanno in archivio, ma a loro volta gli alberi sono un archivio. Attraverso un sistema di carotaggi si può accertare, spesso approssimativamente, l’età. Ma nel tronco, spiega Guidi, sono incise molte informazioni sull’ambiente che li ha circondati, sul tipo di vegetazione in cui sono stati immersi nei secoli, sul clima in cui hanno prosperato oppure sofferto, sul trattamento che hanno subito da parte degli uomini. La ricchezza dei dati che gli alberi possono offrire è uno dei criteri per entrare nell’archivio.

Ma anche il loro valore simbolico è importante. Gli alberi sono protagonisti di miti e di cosmogonie. «Gli esemplari più grandiosi delle diverse specie hanno sempre suggestionato per il doppio ruolo di creature telluriche, con le radici innervate nella madre terra e nello stesso tempo celesti, con la chioma aerea nel cielo», dice Guidi. Molti sono i Patriarchi gonfi di storie. Come il platano dei Cento bersaglieri di Caprino veronese (640 anni di età, più o meno), chiamato così perché – si racconta – cento bersaglieri si nascosero nelle sue immense chiome. O come l’olmo di Bergemolo a Demonte, in provincia di Cuneo, forse il più alto olmo d’Italia (26 metri), che si dice piantato da Napoleone e che, nonostante i 200 e più anni di età, continua a crescere. O, ancora, l’ulivo di Cicciano, in provincia di Napoli, che si dice originato da sementi portate milleseicento anni fa dall’orto dei Getsemani. – (Francesco Erbani)

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ALBERI MONUMENTALI “È uno dei patrimoni del paese. Servono leggi per tutelarli”
Parla l´agronomo Giuseppe Barbera: un tesoro a rischio
L´intervista
Giuseppe Barbera è uno dei massimi esperti di alberi. Insegna a Palermo e ha scritto Tuttifrutti e Abbracciare gli alberi (Mondadori).
Quanto rischiano i Patriarchi?
«Tanto. Un anno fa è morta una roverella nel Parco della Favorita a Palermo. Aveva 350 anni e non ha resistito agli sbalzi climatici. Una tromba d´aria, invece, stroncò il pino del Kaos, ad Agrigento, caro a Luigi Pirandello. Ma per altri alberi secolari i pericoli vengono dagli uomini».
Per esempio?
«L´antico pino loricato del Parco del Pollino è stato gravemente danneggiato da un incendio. Da qualche tempo in Puglia molti ulivi centenari vengono sradicati e trapiantati in Veneto o in Lombardia. E lì soffrono, fino a morire».
Nonostante l´età elevata?
«Stentano ad adattarsi proprio per l´età, perché non si riesce a riprodurre l´equilibrio fra l´ampiezza della chioma e quella delle radici. Ora la Regione Puglia ha varato leggi severe. Ma un caso di trapianto scriteriato è avvenuto anche a Villa Certosa, dove hanno portato una decina di ulivi andalusi. Almeno la metà non hanno retto e sono morti».

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TORNANO LE FORESTE. LA TERRA VUOLE RESPIRARE MEGLIO

di Roberto Giovannini, da “la Stampa” del 26/3/2010

Le contromisure. In molte nazioni del Terzo Mondo si è intensificata la lotta al disboscamento illegale – I drammi. «Ancora troppe aree verdi vengono distrutte per fare posto a campi da coltivare a ad allevamenti» – La Fao: “Per la prima volta la deforestazione rallenta”. Ma ogni anno si perde un`area pari a metà Nord Italia.

Oggi c`è un po` più di speranza per la salvezza delle foreste della Terra. Oggi il rischio di perdere il tesoro rappresentato dalle foreste è più grande che mai. Sembra una contraddizione insolubile, ma invece è proprio così, a leggere il nuovo rapporto della Fao sulle Risorse Forestali Mondiali, presentato il 25 marzo scorso.

I boschi sono non solo la più preziosa riserva di biodiversità, ma anche un fondamentale alleato dell`umanità nel (complicato) tentativo di combattere il riscaldamento del pianeta. Ebbene, tra il 2000 e il 2010 hanno relativamente meglio resistito alla deforestazione e alla pressione dell`uomo, che li distrugge per costruire e per convertire i terreni a produzioni agricole. In qualche Paese ci sono segnali positivi, con un vero contrasto al disboscamento illegale (vedi il Brasile di Lula), mentre altrove si sono fatti notevoli sforzi di riforestazione.

Ma ogni anno, ancora oggi, in media il pianeta perde una superficie forestale pari a 51 mila chilometri quadrati. In altre parole, è come se ogni anno andasse in fumo un`area grande come Piemonte, Lombardia e mezza Liguria.

Lo studio della Fao esce ogni cinque anni, ed è considerato il più importante finora svolto per capire lo stato di salute delle foreste, che coprono il 31% della superficie totale emersa della Terra. Sembra tantissimo, ma una volta era molto di più. E di queste solo il 36% sono foreste primarie, vale a dire quelle mai intaccate dall`attività umana, una riserva di vita fondamentale per l`equilibrio del pianeta. A livello mondiale, dunque, nel decennio 2000-2010, ogni anno circa 13 milioni di ettari di foreste sono stati convertiti ad altro uso o perduti; nel decennio precedente erano stati 16 milioni l`anno. Un lieve miglioramento che come detto è dovuto ai progressi di Brasile e Indonesia, ma anche ai piani di riforestazione di Cina, India, Stati Uniti e Vietnam. Che però sostituiscono a boschi primigeni una foresta «artificiale» e con un potenziale di biodiversità che è decisamente inferiore.

Considerando i diversi continenti, nel decennio 2000-2010 Sud America e Africa hanno segnato la deforestazione più grave: è li che si è registrata la maggiore perdita netta di foreste, rispettivamente con 4 milioni di ettari e con 3,4 milioni di ettari. Anche l`Oceania ha subito una perdita netta, in parte dovuta alla grave siccità dell`Australia a partire dal 2000. L`Asia, invece, nell`ultimo decennio ha registrato un guadagno netto di circa 2,2 milioni di ettari l`anno. In Nord America ed in America Centrale la superficie forestale è rimasta abbastanza stabile, mentre in Europa ha continuato ad espandersi, sebbene ad un tas- so meno rapido rispetto al passato.

In tutto, il 13% della superficie forestale totale è protetta all`interno di parchi nazionali o altre forme tutelate. Positivo, almeno in parte, il giudizio dei vice direttore generale della Fao Eduardo Rojas. «Per la prima volta – ha detto ieri – siamo in grado di mostrare che il tasso di deforestazione è diminuito a livello globale grazie ad interventi concertati fatti sia a livello locale che internazionale». Per Rojas, si sono fatti passi avanti per quanto riguarda le politiche e le leggi forestali, anche con una certa attenzione alle comunità e alle popolazioni indigene.

Tuttavia come ricorda Mette Loyche Wilkie, l`esperta che ha coordinato il Rapporto, «nel 2020 i forti programmi di rimboschimento di Cina, India e Vietnam termineranno. Non abbiamo molto tempo per prendere misure efficaci e permanenti ed evitare di tornare allo scenario degli Anni 90». Un decennio in cui la distruzione dei boschi ha gravemente aumentato la quantità di CO2 in atmosfera responsabile dell`effetto serra. Basti pensare che nella biomassa forestale sono immagazzinate in questo preciso momento 289 gigatonnellate di carbonio. Più di quanto ce n`è nell`intera atmosfera.

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CATASTO BOSCHIVO, SOLO UN COMUNE SU 3 E’ IN REGOLA

di Valentina Arcovio, da “Il Messaggero” del 25/7/2009

La Sardegna è la Cenerentola, seguita da Calabria, Sicilia e Campania nei ritardi per la mappatura delle aree da difendere

I dati sugli incendi nel 2008 ci avevano fatto ben sperare. Sembrava che le fiamme in Italia non fossero più un`emergenza come nel 2007, un`annata davvero tragica soprattutto per il Sud. Certo, le criticità ci sono sempre state, i comuni poco virtuosi pure. Eppure, sembrava che fosse nell`aria un`inversione di tendenza e che tutto il sistema dei controlli e della prevenzione avessero intrapreso la strada giusta, quella più virtuosa.

Ma i 10 mila ettari di macchia mediterranea divorati dalle fiamme in Sardegna hanno riportato in primo piano quella che sembrava una questione in via di miglioramento. Accanto infatti alla diminuzione del 40% degli incendi nel 2008 e a una riduzione di due terzi dell`estensione delle aree bruciate, c`è tutta un`altra parte della Penisola che non è di certo in regola con il sistema di controlli e prevenzione degli incendi.

La Sardegna è sempre stata una delle aree più colpite, basta pensare che nell`ultimo anno sono andati in fumo ben 4.128 ettari con 724 roghi. La regione è ancora indietro nella realizzazione del catasto delle aree percorse dal fuoco, ad oggi aggiornato solo nel 35% dei comuni. Ed è questa la piaga più grave nel nostro paese.

Buona parte delle amministrazioni locali risultano inadempienti. Secondo il rapporto “Eco sistema incendi 2009”, stilato da Legambiente e dalla Protezione Civile, soltanto il 4% dei comuni applica pienamente la legge quadro in materia di incendi boschivi. Anche se l`istituzione del catasto delle aree percorse dal fuoco è stata effettuata nell`80% dei comuni e oltre la metà dei municipi risulta anche averlo aggiornato nell`ultimo anno, rimangono forti fattori di criticità.

«Il catasto – spiega Angelo Marciano, responsabile del Nucleo Investigativo Antincendio Boschivo del Corpo Forestale dello Stato – è uno strumento importante per la prevenzione perché vincola la destinazione d`uso delle aree a rischio incendio per 15 anni e blocca quindi gli interessi di chi usa il fuoco per i propri interessi». Esempi sono i roghi per far passare il cemento, per creare nuove aree al pascolo o per fare affari con l`indotto del rimboschimento.

Sebbene molte amministrazioni abbiano preso atto della gravità del problema, ancora il 48% non svolge un lavoro complessivamente positivo, con un`alta percentuale (19 per cento) delle amministrazioni comunali che non fanno praticamente nulla per prevenire i roghi nella propria area forestale. Tra le Regioni poco virtuose ci`sono la Calabria, la Sicilia, la Sardegna e la Campania. Meglio il Lazio che, anche se rimane tra le regioni più a rischio, sta facendo notevoli sforzi per mettersi regola.

Lodevole l`iniziativa di utilizzare un software, realizzato dalla Forestale, che consentirà a tutti i Comuni di tenere sotto controllo la situazione del territorio, conoscere in tempo reale la condizione dei terreni grazie ad una mappatura delle zone, creare una classificazione dei roghi e verificare il rispetto del divieto decennale di edificazione sui terreni andati a fuoco.

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ARCHIVERDI – LE NUOVE CITTA’? ALBERI DI TRENTA PIANI

di Cristina Nadotti, da “la Repubblica” del 16/7/2009

È come se le piante si riappropriassero di uno spazio a loro rubato. Come una Chernobyl controllata, dove negli spazi urbani abbandonati dopo la catastrofe la natura ha di nuovo il sopravvento. La chiamano architettura verde e si distingue da quella ecosostenibile perché non progetta edifici nel rispetto dell’ambiente, ma muri e case di cui le piante siano struttura, sostegno e parte integrante.

Succede a Seul, dove per l’architetto Minsuk Cho «è venuto il momento che la natura coreana entri nella città». Succede a Austin, in Texas, dove gli architetti Juan Mirò e Miguel Rivera progettano un ponte sul lago come ramificazione delle piante sulla riva, utilizzando la stessa vegetazione che esce dall’acqua.

Succede in Giappone, dove l’ italo-tedesca Astrid Kleist usa un gioco di vetri e prospettive con cui il giardino interno è godibile, almeno per la vista, anche all’esterno dell’edificio. In Italia questo assalto verde ai muri delle città è ancora poco praticato. «In Europa i Paesi più sensibili sono la Spagna – conferma l’architetto milanese Isacco Brioschi – e la Francia, dove il giardino verticale creato da Patrick Blanc è stato brevettato. Da noi si sono viste soltanto alcune installazioni provvisorie in occasione di fiere, come la mia “Green wall lounge”».

Ma le piante non sono nocive dove si dorme? E poi, se è difficile tenere in vita il ficus dell’ appartamento, come sarà dover curare un intero muro verde? «Si utilizzano sempre specie che hanno bisogno di poca manutenzione, come quelle dei prati comuni, ma non è necessario falciarli – dice Brioschi – Non mettiamo mai un muro verde in camera da letto e comunque, a fronte dell’ anidride carbonica rilasciata di notte, queste strutture danno un contributo consistente alla qualità dell’ aria».

Le cifre stupiscono: una facciata verde di otto piani, circa 300 metri quadrati, tratterrebbe l’equivalente del CO2 prodotto dai 20mila chilometri fatti da un’auto. C’è però chi parla di un «uso poco dignitoso delle piante». «È terribile – esclama Paolo Pejrone, architetto di giardini e scrittore- in questo modo si crocifiggono le piante. Chi le ama veramente sa che mantenerle sane in queste condizioni è difficile e la loro mortalità è altissima». Per Pejrone non è così che si riporta il verde in città: «Piuttosto che coprire di muschio i palazzi, meglio pianificare gli spazi urbani con aree verdi in proporzione alle nuove costruzioni. Non condivido neanche le provocazioni come quella del maestro Abbado di barattare il ritorno alla Scala in cambio di 90mila alberi per Milano. La città non sosterrebbe tutte quelle piante, finirebbero in posti dove soffrirebbero, e alla fine sarebbero abbattute. Le piante, lo ripeto, hanno una dignità. L’ unica città verde è quella che rinuncia a costruire un nuovo palazzo e fa invece un giardino». – (Cristina Nadotti)

………………

Gli alberi monumentali d’Italia (quelli censiti, nel 2003, dal Corpo forestale):

http://www.corpoforestale.it/foreste&forestale/cittadino/festalbero/2003/festa2003.htm

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5 thoughts on “PIU’ ALBERI e meno cemento (piantare alberi e rigenerare il paesaggio degradato) – Tornare a principi fondamentali (e il rispetto degli alberi lo è) per salvare l’umanità (di adesso e futura), sia per il Nord che per il Sud del Mondo (esercitare prove concrete di virtuoso Governo Mondiale)

  1. Luca Piccin martedì 6 aprile 2010 / 20:30

    Ah! Grande donna, la conoscevo già da tempo… Ho già piantato alberi, anche da prima che questa persona prendesse il nobel.
    Un pesco e un ciliegio, quest’ultimo in uno spazio pubblico perché tutti i bambini del vicinato possano apprezzarne i fiori e i frutti (Ho sempre pensato che le amministrazioni pubbliche dovrebbero piantare essenze da frutto, anziché platani, aceri e compagnia bella… ).
    Influenzato dalla parabola di Wangari ho piantato anche dei nocciuoli di nespole nell’estate 2008, che ora sono già dei piccoli arbusti. Uno di essi sarà a breve messo a dimora nel terreno dello zio, che desidera farsi una siepe sempreverde. Quest’estate, sempre lo stesso zio, mi ha commissionato di estirpare un mirto dal sud della Francia per contribuire alla siepe… E alla produzione di liquore! Ovviamente estirperò non un mirto qualunque, ma in una zona densa di vegetazione, in modo che le altre essenza si svilupperanno più rigogliose, mentre il virgulto migrante troverà una dimora più accogliente…
    Infine penso di portare nocciuoli di albicocca e di ciliegia sull’isola de La Réunion, in modo da iniziare il fiorente commercio di questi frutti, per poi conquistare il mercato locale, regionale e… il mondo !

    P.S. Consiglio la lettura di J. Giono : L’uomo che piantava gli alberi.

    Tutto questo per : fare, non soltanto votare.

  2. Luca Piccin martedì 6 aprile 2010 / 20:45

    Aggiungo anche che il presidio Slow Food del mais Biancoperla si estende sua zona molto ampia tra Rovigo e Pordenone, ciò che da un lato rende difficile la costruzione di un’identità collettiva…
    Ma riconoscere e aiutare coloro che adersicono a una tale iniziativa permetterebbe :
    – di creare valore aggiunto per le aziende, attraverso il recupero di una coltivazione antica, conosciuta dal 1500, citata dall’agronomo G. Agostinetti ;
    – di salvaguardare la biodiversità, trattandosi di una varietà locale recuperata grazie all’opera degli istituti di agraria di Lonigo e di Castelfranco V.to, soprattutto nell’ottica di un’opposizione (già sostenuta anche dal governo) alla diffusione degli OGM ;
    – di farne uno strumento della pianificazione terrioriale, visto che l’esistenza di piccole realtà diffuse su una zona di produzione vasta, spesso alternate a zone costruite come vuole il modello policentrico veneto, può essere inserita in un contesto di multifunzionalità dell’azienda, sempre più considerata come futuro di un’agricoltura europea post-fordista ;
    – di permettere a noi tutti di apprezzare un cibo gustoso, che per i valori non soltanto ecologici, ma anche identitari, che porta, è un vero e proprio patrimonio da preservare.

  3. Luca Piccin martedì 6 aprile 2010 / 20:49

    Faccio ammenda per la lettura troppo veloce !
    Giono è già stato citato !
    Comunque un’opuscolo da leggere assolutamente.

  4. carlo sabato 22 maggio 2010 / 12:11

    Vi segnalo questo Progetto a favore degli Alberi
    ” Regalati un Albero ”

    http://www.carreradellaregina.it/albero.html

    PROGETTO DAFNE

    Nel cuore del Mezzogiorno d’Italia all’interno dei territori del Comune di Banzi sorge un Bosco di Quercia (Quercus cerris L.), di cui 70 ettari di proprietà della Azienda Agricola Agrituristica Carrera della Regina.

    Questo bosco è attraversato da un antico Tratturo Regio “Carrera della Regina” che, nel passato, i Templari percorrevano per raggiungere le coste pugliesi e partire alla volta delle Crociate.

    Oggi i proprietari della tenuta intendono salvaguardare e tutelare quanto più possibile questo meraviglioso Bosco e la sua Storia e, per tale motivo, hanno deciso di evitare il taglio rotazionale su una parte di esso.

    REGALATI UN ALBERO
    Acquistando il diritto di “NON TAGLIO” su un albero di Cerro avrai diritto ai seguenti vantaggi:
    · Per 12 mesi l’azienda si impegna a non tagliare l’albero, a salvaguardarlo dagli incendi boschivi e dai tagli di frodo
    · Riceverai un attestato di proprietà (simbolico) della Quercia acquistata con il suo numero di matricola
    · Riceverai una confezione di Lavanda coltivata in azienda senza pesticidi e diserbanti per profumare la tua casa o il tuo armadio
    · Verrà posta una piccola fascetta con il tuo Nick Name (scelto da te) e il numero di matricola sull’albero assegnatoti
    · Riceverai via e-mail la foto digitale della tua Quercia e le sue coordinate GPS
    · Riceverai una Tessera che ti consentirà di ottenere uno sconto del 10% sui prezzi di listino per i servizi di B&B, HB e FB (anche in ALTA Stagione – ma non cumulabile con altre promozioni).
    · Potrai andare a trovare il tuo albero tutte le volte che vorrai
    E cosa più importante non dimenticare che ………… RICEVERAI

    DIRETTAMENTE IN ATMOSFERA TERRESTRE 113 kg DI OSSIGENO

    “si stima che un albero di grandezza media rilascia 0.31 Kg di ossigeno al giorno”

    Il costo di diritto di “NON TAGLIO” di una pianta è pari a € 12,00 (dieci/00) comprensivo di IVA e delle spese di spedizione.

    Aderire è semplice:
    inviaci una e-mail all’indirizzo postmaster@carreradellaregina.it con scritto:
    – PROGETTO DAFNE
    – “REGALATI UN ALBERO”
    – Nome e Cognome
    – Indirizzo Abitazione (per inviarti la confezione di Lavanda)
    – e-mail (per inviarti la foto) e le cordinate GPS
    – Nick Name: ……………………. (da dare all’albero)
    – Specifica se vuoi aderire con Vaglia o con Bonifico Bancario
    – gentilmente dovresti scrivere nella e-mail “Si autorizza il trattamento dati personali Art 13 D.LGS n. 196/03” (per autorizzarci ad acquisirli)

    Riceverai subito una nostra e-mail di risposta con le nostre coordinate per effettuare il pagamento.

    Appena riceveremo il pagamento ti invieremo una e-mail di conferma e nella stessa espliciteremo i tempi di invio per “Confezione Lavanda, Attestato, Tessere Sconto, Cordinate e GPS Foto”

    IL PERCHÉ DI QUESTA INIZIATIVA
    ….. l’uomo consuma più risorse di quante ne abbia effettivamente bisogno, il nostro stile di vita così come l’attuale sistema industriale non è un sistema sostenibile …… oggi noi portiamo via risorse alle generazioni future…..

    L’uomo immette nell’atmosfera molta anidride carbonica e consuma ossigeno a un ritmo di 5 litri al minuto.

    La nostra Azienda nasce con la mission di avvicinare l’uomo alla natura, il Progetto DAFNE e all’interno di esso l’iniziativa “Regalati un Albero” dà la possibilità anche a chi è lontano dal verde, a chi vive in città, di sentirsi parte attiva di quel processo virtuoso di rispetto dell’ambiente che è racchiuso nel concetto “sviluppo sostenibile”.

    Questa iniziativa nasce dalla considerazione che ciascun individuo possa nel suo piccolo partecipare all’arresto del cambiamento climatico, partendo dalla convinzione, di dover preservare le foreste dal disboscamento per mantenere alta la produzione di ossigeno e per salvaguardare ecosistemi e biodiversità.

    Importante è sottolineare che “una foresta media europea produce circa venti tonnellate di ossigeno per ettaro annuo” quindi senza fare grandi calcoli di matematica possiamo tranquillamente affermare che ogni ora c’è sempre meno ossigeno per tutti…….

    …… e allora……………… Stop it!

  5. gianni tamponi martedì 21 settembre 2010 / 10:03

    Volevo precisare che l’olivastro di Carana è situato a Luras nella provincia di Olbia-Tempio e NON di Oristano.

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