FEDERALISMO E TERRITORIO: una riforma federale dello Stato non può esserci senza la riorganizzazione dei (troppi) comuni (salviamo l’appartenenza e la tradizione dei municipi ma creiamo nuove città e aree metropolitane)

il presidente Napolitano, garante di questa fase di riforme federaliste

La proposta geografica che facciamo, dalle pagine di questo blog, è che l’aria (primaverile di postelezioni), forse positivamente propizia che pare si respiri ora, di possibili forme concrete di realizzazione di “federalismo” (a partire da quello fiscale), che vedono disponibili tutte le parti politiche in campo, destra e sinistra, e che dovrebbero segnare una svolta virtuosa verso riforme concrete in un paese (il nostro, l’Italia) da troppo tempo in stallo e in declino (rispetto ad esempio alla maggior parte dei paesi europei, per non parlare di altre parti del pianeta…), e cioè con forme istituzionali, amministrative nuove più avanzate (e ogni ipotesi che sia autenticamente federalista è cosa auspicabile)…. Ebbene tutto questo a nostro avviso non può prescindere da altre riforme geo-istituzionali, e cioè nel pensare concretamente alla possibilità di accorpamento degli enti locali (i comuni medio-piccoli) e di abolizione o trasformazione di altri (le Province).

Se una delle chiavi fondamentali per distribuire equamente le risorse parte sì dalla salvaguardia per ciascun cittadino e comunità dei diritti fondamentali previsti dalla Costituzione (la sanità, l’educazione, la sicurezza…), dall’altra il tema veramente forte delle riforma federalista (e non solo fiscale) è quella di individuare i cosiddetti COSTI STANDARD: cioè che analoghi servizi ai cittadini (di ogni genere, da quelli erogati dai comuni, alla scuola, agli ospedali ect.) vedano stabilito un livello di efficienza medio-alto che abbia un costo, appunto standard, uguale in ogni parte d’Italia, al Sud, al Centro, al Nord….. e che così di fatto la distribuzione delle risorse (delle entrate) avvenga equamente in ogni dove….(è chiaro che alle fasce territoriali meno virtuose nel spendere i soldi, li si darà del tempo, pare 5 anni, al 2016, per adeguarvisi).  A tutto questo, nell’ipotesi autenticamente federalista (di seguito qui vi diamo notizie specifiche di quel che sta accadendo) l’attenzione è incentrata sul territorio a partire proprio dal “micro”, dal locale (come distribuire equamente risorse finanziarie che non vadano sprecate?)…

Uno dei problemi che vengono a galla sono le cosiddette “Regioni a statuto speciale” che godono il privilegio di finanze pubbliche di molto (ma proprio molto!) superiori alle regioni “normali”; e ci si chiede se questo privilegio di essere “a statuto speciale” ha ancora, nella nostra attuale epoca, un senso di esistere. E con comuni che vivono ai confini con queste regioni privilegiate che paventano il secessionismo: cioè  chiedono, a volte provocatoriamente a volte molto concretamente (con referendum popolari) di “passare” alla Regione che gode di più privilegi… (poi ci sono le imprese economiche, di confine o no alle regioni a statuto speciale, che devono subire nei costi e nei servizi una concorrenza sleale con quelle inserite nelle regioni privilegiate…).

E poi c’è il problema dei tanti (troppi) comuni che ci sono in Italia, con un impiego di risorse (e di erogazione di servizi ai cittadini) che non può essere efficiente. In Italia ci sono 8.101 comuni. Tra questi 5.740 sono comuni di piccole dimensioni, ovvero con una popolazione che non supera i 5.000 abitanti; quindi rappresentano il 70,86% dei comuni d’Italia. Un italiano su cinque vive nei piccoli comuni e la popolazione che vi risiede è il 17,57% del totale. Proprio i comuni più piccoli sono quelli che soffrono di più a causa degli alti costi dei servizi per i cittadini. Ma non è solo problema di comuni sotto i 5.000 abitanti. Anche medi comuni con popolazione che arriva ai trenta mila abitanti sono quasi sempre integrati in realtà (negli anni settanta le chiamavano “comprensoriali”, queste realtà) che sono economicamente, storicamente e geomorfologicamente molto simili, unite… ma piuttosto divise nella gestione amministrava e politica.

E non è solo questione di finanze, di soldi. Spesso chi vive in un piccolo o medio comune gode di meno “diritti di cittadinanza” rispetto a realtà medio-grandi: nelle infrastrutture (strade, presidi sanitari, cinema, impianti sportivi, luoghi di aggregazione giovanile…) e nei servizi come l’istruzione, la sanità, la mobilità (a proposito di mobilità è ben visibile che solo nelle aree urbane e metropolitane esistono più o meno efficienti sistemi di trasporto pubblico..). I piccoli comuni, scarsi di risorse finanziarie, gestiscono però l’urbanistica nel proprio territorio (cioè il potere di fare o non fare case, capannoni ed altre forme edilizie…), tanto quanto le grandi città, e sono naturalmente più portati ad usare lo strumento legislativo urbanistico per “fare cassa” (specie, appunto, con l’espansione edilizia, ma anche con cave, discariche e altre servitù…. cioè con l’uso e lo sfruttamento del territorio come fonte di entrate finanziarie). Per tutto questo i residenti nei piccoli comuni possono considerarsi “cittadini di serie B”? Pensiamo che molto spesso è così. Per non parlare poi del ruolo delle Provincie, da molti considerate enti molto costosi e poco utili.

Dall’altra è del tutto incompleto, aleatorio, non equo, considerare alcune aree del Paese come privilegiate nello sviluppo. Ci riferiamo alla creazione delle cosiddette aree metropolitane (più precisamente le città metropolitane). Previste (come i comuni, le provincie, le regioni) al Titolo V della Costituzione, sono state stabilite (dopo la legge 142 del 1990) nel numero di 10 dal Parlamento (Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino, Reggio Calabria, Roma, Venezia) e 5 dalle Regioni a statuto speciale (Cagliari, Catania, Messina, Palermo, Trieste), e solo alcune, se poche devono essere, con un criterio geografico, storico, demografico… vero; le altre, è parso evidente, solo per convenienza politica (pensiamo a Reggio Calabria, ma non solo…). Noi pensiamo che tutto il territorio italiano (anche quello montano, forse ancor di più) debba essere organizzato per aree metropolitane (o “città metropolitane”, si usi il termine che si vuole…) che significa parità di diritti e servizi innovativi da offrire (ai cittadini ma anche alle imprese economiche). E che non significa l’urbanizzazione (edilizia) del territorio: anzi, al contrario, il bene ambientale diffuso non potrà che essere elemento di ripristino e tutela, e non di svendita come ora accadde nella maggioranza dei comuni marginali.

Pertanto la riforma federalista non potrà mai esprimersi adeguatamente nel suo vero “senso”, cioè quello di dare potere e risorse, a seconda del servizio da rendere ai cittadini, all’ambito più adatto (che sia efficiente, efficace, equo) nella sua suddivisione territoriale (il comune, la provincia, la regione, lo stato, l’Europa…), se ci troviamo in forme di palese squilibrio e ingiustizia territoriale. L’idea di creare, al posto dei comuni, CITTA’ di almeno 60.000 abitanti, che perseguiamo da tempo in questo blog, è l’idea di creare entità pubbliche più efficienti, con maggiore credibilità e potere, in grado di offrire tutte, ciascuna, servizi di alta capacità innovativa per i propri cittadini. E contemporaneamente di essere più rispettose per la storia e la geografia di realtà geomorfologiche omogenee (ad esempio che fanno riferimento all’alta o alla bassa pianura, alla sponda di un fiume o in riva al mare, in montagna o in aree pedemontane….). Questo mantenendo intatto il più vero e gratuito “senso” dei comuni, dei Municipi (non più però elementi di spesa non virtuosa, ma che rimarrebbero come erogatori in loco di servizi e istituzione volontaria politica di soluzione dei problemi locali e di perseguimento della tradizione locale).

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Federalismo fiscale

COSTI STANDARD ENTRO L’ESTATE: COSI’ ACCELERA L’ITER

di Eugenio Bruno, da “il Sole 24ore” del 31/3/2010

LA TABELLA DI MARCIA: Federalismo demaniale al traguardo entro il 21 maggio – A fine giugno arriva alle camere la relazione con i «numeri» della riforma – Piè autonomi impositiva ai comuni che partecipano alla lotta all’evasione –  verrà lasciata una quota del gettito recuperato dell’imposta sul valore aggiunto
Ora il federalismo. (…) Dietro lo slogan si cela una vera e propria road map a breve termine che parte dal varo definitivo del federalismo demaniale, passa per l’agognata relazione tecnica con i “numeri” della riforma e arriva al varo entro l’estate di altri due decreti attuativi su costi standard e autonomia fiscale di regioni ed enti locali.

In realtà la tabella di marcia non cambia visto che è stata fissata dalla legge delega 42/2009. Ciò che muta è il contesto politico in cui la riforma-bandiera della Lega verrà attuata. Da un lato, c’è da fare i conti con l’accresciuto peso dei lumbard all’interno della coalizione; dall’altro, occorre tenere conto dei mutati rapporti di forza all’interno della Conferenza delle regioni – uno degli organismi che insieme alla commissione parlamentare ha il compito di esprimere un parere sui provvedimenti di attuazione – con l’ingresso di due governatori targati Carroccio.
Come confermato dallo stesso Calderoli il primo atto sarà giungere il prima possibile al varo definitivo del primo decreto attuativo sul federalismo demaniale. Un provvedimento, dice il ministro della Semplificazione, «che è passato sotto silenzio ma che vale tanti miliardi per i diversi livelli di governo».

Approvato in prima lettura dal Consiglio dei ministri il 17 dicembre scorso, il testo trasferisce a regioni, province, comuni e città metropolitane la proprietà di caserme, spiagge, porti, miniere, piccoli aeroporti. Dal 18 marzo il dlgs è all’esame della commissione parlamentare bicamerale che dovrà pronunciarsi entro 60 giorni da quella data. Dopodiché tornerà a Palazzo Chigi per il via libera definitivo che dovrà arrivare, pena la decadenza dell’intera delega, non oltre il 21 maggio.
Più o meno per quella data o al massimo all’inizio di giugno Calderoli vorrebbe portare al Cdm altri due schemi di decreto legislativo dei restanti 17 previsti dalla legge 42. Il primo dovrà contenere il modello di costi e fabbisogni standard per portare le regioni, da qui al 2016, al superamento della spesa storica. La partita non è semplice perché – innanzitutto in materia di sanità, istruzione e assistenza – bisognerà stabilire un livello di servizi e costi non solo adeguati a soddisfare i bisogni della popolazione ma anche economicamente efficienti. Determinante sarà capire a che altezza verrà posta l’asticella sotto la quale interverrà la perequazione ma sopra la quale dovranno essere i singoli territori a tagliare le uscite. Forte del consenso elettorale, infatti, la Lega potrebbe anche decidere di alzare quell’asticella.
In abbinata dovrebbe arrivare il dlgs sull’autonomia impositiva degli enti. Il cui fine, spiega lo stesso ministro leghista, è «spostare la tassazione dai redditi ai consumi in modo da ridurre la pressione fiscale su famiglie e imprese». Sul fisco, dunque, la strategia resta quella anticipata da Calderoli a questo giornale il 6 febbraio scorso. E cioè coinvolgere i comuni e le province nella lotta all’evasione delle imposte sui consumi (in primis l’Iva) così da recuperare risorse con cui «alleggerire l’Irpef e ridurre l’Irap». Lo strumento per convincere sindaci e governatori dovrebbe essere la possibilità di trattenere sul territorio una parte dell’Iva recuperata. Oltre all’attribuzione di una compartecipazione all’imposta sul valore aggiunto e di una quota più ampia di addizionale Irpef in modo da ridurre le aliquote nazionali.
Senza dimenticare, però, la dead line del 30 giugno, quando l’esecutivo dovrà depositare in parlamento la relazione tecnica con le simulazioni sull’impatto della riforma. Quei “numeri” che l’opposizione chiede da un anno e che, secondo il governo, finora non è stato possibile produrre per la disomogeneità dei bilanci pubblici. Novità sono attese a breve, come testimonia il presidente della commissione tecnica paritetica sul federalismo Luca Antonini: «Oggi il Viminale ci consegnerà i dati sui bilanci 2008 dei comuni con le relative esternalizzazioni ed è un atto importante perché potremo finalmente costituire la “data room” per la riforma». Entro la settimana, è la sua speranza, dovrebbero anche arrivare gli ultimi dati regionali che ancora mancano all’appello.

LA ROAD MAP

1 – Federalismo demaniale
Approvato in prima lettura dal Consiglio dei ministri del 17 dicembre scorso il primo decreto attuativo è dal 18 marzo all’esame della commissione bicamerale che avrà 60 giorni di tempo per pronunciarsi. Entro il 21 maggio 2010 il testo dovrà ottenere un nuovo via libera da Palazzo Chigi
2 – Costi standard
Poi toccherà alla fissazione dei fabbisogni e dei costi standard a cui le regioni dovranno progressivamente adeguarsi da qui al 2016. Una volta determinato il livello delle uscite degli enti si passerà alle entrate
3 – Autonomia impositiva
Oltre all’attribuzione alle regioni di una compartecipazione Iva e a una “fetta” più ampia dell’addizionale Irpef, il governo punta a coinvolgerei comuni nella lotta all’evasione dell’imposta sul valore aggiunto consentendogli di trattenere in house una quota del gettito recuperato. Con le risorse recuperate si comincerà a tagliare l’Irpef e alleggerire l’Irap
4 – Le altre 15 deleghe
Entro il 21 maggio 2011 il governo dovrà attuare altre 15 deleghe. L’elenco è lungo: si va dall’armonizzazione dei bilanci pubblici al funzionamento dei fondi perequativi

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(l’articolo del professor Gilberto Muraro che qui sotto vi proponiamo è datato –il punto della situazione attuale lo abbiamo appena qui sopra fatto), ma è interessante per i principi generali sul “federalismo fiscale” che viene a proporre”)

IL FEDERALISMO COSTA SOLO SE FALLISCE

di Gilberto Muraro (20.02.2009) da www.lavoce.info

Il federalismo fiscale promette un risparmio, non maggiori spese. Perché il riferimento al costo standard elimina le inefficienze insite nella spesa storica. Il risparmio atteso sarà comunque quantificabile solo quando i decreti legislativi preciseranno le norme operative. Si trasformerà in costo solo in caso di fallimento della riforma e quindi di duplicazioni di funzioni e burocrazie o di irresponsabili sanatorie, come purtroppo già successo in passato. Il quesito di oggi riguarda quindi non le cifre, ma la probabilità di successo o di fallimento del progetto.

Da più parti si chiede a gran voce di conoscere i costi del federalismo fiscale. È una richiesta che desta stupore. (….) perché la richiesta è mal posta. Perché mai dovrebbe esserci un costo del federalismo fiscale? Sembra che si sia di fronte al progetto di un’autostrada, che promette grandi benefici futuri, ma di cui intanto è bene conoscere la spesa prevista. Ma qui si tratta di una riorganizzazione dei rapporti tra centro e periferia, a parità di funzioni complessive.

Perciò non di costo si tratta, ma di risparmio atteso. Si può infatti dire a priori che il federalismo fiscale abbasserà il livello complessivo della finanza locale. Se funzionerà. Sarà il costo standard, infatti, e non il costo storico a determinare quanto dare alla periferia. Un costo ancora da definire, è vero. Ma un costo basato su un concetto chiaro: che la spesa necessaria all’adempimento dei compiti affidati a regioni, province e comuni va valutata in base a un ragionevole standard di efficienza, senza più accettare l’inefficienza insita in molti casi nella spesa storica.

CATTIVI ESEMPI

Dire che il federalismo fiscale promette un risparmio, sia pure non quantificabile ora, equivale a dire che un eventuale maggiore costo è concettualmente associabile non alla riforma, bensì al suo fallimento. Se la macchina burocratica centrale non verrà ridotta in cambio della dilatazione di quella periferica, allora sì che il federalismo fiscale comporterà un doppio costo.

Oppure, se numerosi comuni, province e regioni si terranno le maggiori risorse locali che una dilatata autonomia tributaria consentirà loro di prelevare e poi chiederanno a Roma quanto o più di quello che ottengono ora e lo otterranno da un governo e un Parlamento ricattati dai buoni sentimenti o preoccupati dalle prossime elezioni più che dalle crepe delle finanza pubblica, allora sì che il federalismo fiscale comporterà una spesa aggiuntiva e non un beneficio per la nazione.
Non sarebbe la prima volta che un vantaggio atteso si trasforma in danno. È ben noto il paradosso del maggiore impiego pubblico statale che si è manifestato dopo il forte decentramento di funzioni introdotto a fine anni Novanta dalle leggi Bassanini. E per quanto riguarda il mancato rispetto delle regole nel rapporto tra centro e periferia, esso caratterizza una parte rilevante della storia finanziaria dell’Italia repubblicana.

Fin dagli inizi, quando la Sicilia ottiene il diritto di trattenere praticamente l’intero prelievo tributario locale in cambio di maggiori impegni di spesa, in particolare in cambio dell’ingente spesa per l’ istruzione, e poi si tiene le risorse senza pagare le scuole.

E in seguito, con la politica successiva alla riforma fiscale degli anni Settanta, quando il governo pone ai comuni vincoli di bilancio che non fa rispettare e procede poi a sanatorie dei deficit e addirittura basa i successivi trasferimenti sulla spesa “sanata” e quindi premia di fatto i comuni meno virtuosi. E poi ancora, con i deficit della gestione regionale della sanità, che nell’ultimo triennio hanno indotto a dare ad alcune regioni miliardi di fondi aggiuntivi rispetto a quanto loro attribuito dalla formula di ripartizione del fondo sanitario nazionale, che è tecnicamente una buona formula. E per arrivare ai giorni nostri, abbiamo già dimenticato i 140 milioni a Catania e i 500 a Roma di qualche settimana fa?
Ovviamente, non si può chiedere al riformatore di prevedere il fallimento della propria riforma. Ma lo studioso ha il dovere di farlo se le condizioni strutturali lo rendono l’evento più probabile, a dispetto delle buone intenzioni del legislatore e dei criteri di stimolo e salvaguardia che vengono inseriti nella legge: nel caso specifico, ossia per il Ddl sul federalismo fiscale approvato in Senato, a dispetto delle sanzioni per gli amministratori non rispettosi dei vincoli, dei premi per la buona gestione e per le fusioni e unioni di comuni, del remunerativo coinvolgimento degli enti periferici nella lotta all’evasione, del divieto di ogni duplicazione di funzioni e di ogni aumento della pressione fiscale complessiva (articolo 27).
Il quesito che logicamente precede ogni ricerca quantitativa è dunque quello, banale e drammatico insieme, che riguarda la probabilità di corretta applicazione della riforma. A seconda della risposta, si cercherà poi di stimare il risparmio o il costo che il federalismo fiscale comporterà per il paese.   da: www.lavoce.info

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IL CODICE DELLE AUTONOMIE SALVA LE PROVINCE

di Gilberto Muraro (04.12.2009) da www.lavoce.info

Il disegno di legge sugli enti locali, il cosiddetto Codice delle autonomie, mantiene le province. Promette di ridurne il numero e di irrobustirle mediante l’assegnazione a esse di una parte significativa delle competenze degli enti locali intermedi che vengono invece aboliti. Non è la riforma ideale, ma promette un deciso miglioramento nella struttura e nel funzionamento dell’apparato pubblico.

Compiti meglio definiti, enti intermedi eliminati, strutture residue alleggerite, procedure semplificate, norme nuove sui dirigenti e sui controlli, patto di stabilità ridefinito, struttura degli uffici periferici dello Stato ridisegnata per coerenza: il cosiddetto Codice delle autonomie, ossia il disegno di legge sugli enti locali varato dal Consiglio dei ministri il 15 novembre e ora all’esame del Parlamento, promette riforme incisive. Alcune sono già configurate nella norma, altre da definire con successivi decreti delegati. Ci si limita qui a considerare la “geografia delle istituzioni”.

RESTANO LE PROVINCE

È in questo ambito la decisione più importante e controversa: mantenere le province, ma inserendo l’indirizzo della dimensione adeguata, in aggiunta al passaggio alla città metropolitana quando previsto, e inoltre irrobustendole con il trasferimento di parte dei compiti appartenenti ai molti enti intermedi, che il disegno di legge cancella. Si sa che la provincia è uno dei massimi tormentoni della scena politica italiana: tranne la Lega, tutti sono contrari, però il numero delle province è andato aumentando negli ultimi anni. Segno che è valida la teoria delle scelte pubbliche nelle democrazie rappresentative, all’insegna dello scambio di voti su decisioni particolari che stravolge i disegni generali impliciti nelle vere preferenze individuali.
In altro contesto di rapporti tra maggioranza e opposizione, si sarebbe affrontato preliminarmente e velocemente il nodo costituzionaledell’esistenza o meno della provincia. A livello di legge ordinaria, quindi con le province ineliminabili, la scelta fatta è la più convincente. In aula si potrà forse dare più forza all’obiettivo dell’accorpamento. Una volta assimilato il principio che non ci saranno altre province, scompare lo scambio di voti su promesse future e rimane possibile solo l’accordo tra parlamentari minacciati della scomparsa della piccola provincia propria: un potenziale accordo ancora vasto, ma forse non invincibile.    Sarebbe anche auspicabile la trasformazione della provincia in organo di secondo grado, ossia con organi eletti dai pertinenti consigli comunali. Ma, a parte la controversia sulla legittimità di tale trasformazione a Costituzione invariata, è davvero improbabile che la casta autolimiti ulteriormente la disponibilità di posti elettivi, che il disegno di legge già riduce attraverso un deciso smagrimento dei consigli e delle giunte comunali e provinciali e la soppressione dei consigli di quartiere nei comuni con meno di 250mila abitanti.

FINE DEGLI ENTI INTERMEDI
E l’abolizione degli enti intermedi? Comunità montane, comunità isolane, consorzi tra enti locali per l’esercizio di funzioni, inclusi i bacini imbriferi montani: con poche eccezioni, tutti a casa; e passaggio delle loro competenze, secondo il criterio della sussidiarietà, a comuni, province e regioni. Ovvia reazione alla moltiplicazione di entie poltrone. Ma non c’è il timore di buttar via il bambino con l’acqua sporca? Non sarebbe meglio mantenere o sciogliere a seconda dei casi? Tanto più che la teoria prospetta pro e contro da soppesare attentamente nella scelta tra enti intermedi specialistici – i consorzi di funzioni – ed enti territoriali plurifunzionali.

I primi promettono in astratto maggiore efficienza, potendo ritagliare confini e organi su misura; i secondi risparmiano sui costi amministrativi e sviluppano il senso di appartenenza comunitaria. Ciò spiega perché il tema risulti soggetto nel tempo al pendolo degli umori collettivi. Nella prima metà degli anni Settanta, si era diffusa la “comprensorio-mania” a livello sub provinciale, poi annullata da una ritorno alla moda dei consorzi. Adesso, la rinnovata spinta alla multifunzionalità, con una mossa drastica che può essere decisiva perché ancorata agli enti territoriali costituzionali.

È la scelta ottimale? Probabilmente no, in astratto. Ma la storia italiana, tutta all’insegna di vincoli sempre più allentati e di enti obsoleti ma persistenti, obbliga a non illudersi sulla capacità di ottimizzare la struttura del nostro settore pubblico e di resistere alle spinte degenerative. Se viene inserito nell’analisi questo fattore genetico di una spiccata propensione all’entropia, forse è davvero la scelta ottimale. E in ogni caso, è senz’altro meglio dell’esistente.  da www.lavoce.info

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COMUNI E PROVINCE, DA QUEST’ANNO MENO ASSESSORI

da “il Mattino diPadova” del 24/3/2010

Il Senato converte in via definitiva il decreto legge sugli enti locali senza apportare modifiche al testo varato dalla Camera.  Il provvedimento sposta al 2011 il taglio del 20 per cento delle poltrone degli enti locali previsto in Finanziaria. Ma la riduzione del numero degli assessori comunali e provinciali inizierà nell’anno in corso. Per quanto riguarda gli emolumenti dei consiglieri regionali – commenta il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni – «viene imposto alle Regioni di contenere entro l’importo netto mensile di euro 5.613,59 tutto ciò che ogni singolo consigliere percepisce per indennità di funzione, indennità di carica, diaria e rimborso spese». Il Pd ha votato contro il decreto sugli enti locali «perché – dice il senatore del Pd Paolo Giaretta – va nella direzione contraria a quella che servirebbe per una seria riforma federalista». Il governo «chiede ai Comuni di risparmiare e i risparmi vanno allo Stato che non sa risparmiare». Sulla riduzione del numero dei consiglieri e degli assessori Giaretta aggiunge: «Perché, mentre si tagliano i consiglieri comunali, aumentano a dismisura gli apparati dello Stato centrale?».

Ecco i contenuti del decreto

1 – Taglio assessori. Già da quest’anno in caso di elezioni gli assessori dovranno essere per legge al massimo un numero pari a un quarto dei consiglieri.

2 – Grandi eventi. Fuori dal patto di stabilità le spese degli enti locali per le opere collegate ai grandi eventi. Escluse anche le risorse che vengono dall’Ue.

3 – Salva-debito Roma. La gestione ordinaria del Comune di Roma sarà rigidamente separata da quella straordinaria per il rientro dei debiti. Il commissario straordinario, che verrà nominato entro un mese dall’ok definitivo al dl, non sarà più il sindaco. In capo alla gestione commissariale che dovrà innanzitutto fare una valutazione dello stato del disavanzo, andranno anche tutti i debiti relativi al periodo antecedente l’elezione di Alemanno, il 28 aprile 2008. Con decreto del presidente del Consiglio la presentazione del bilancio di previsione 2010 e del rendiconto 2009 potrà essere differita.

4 – Salva-Brescia. Dal 2009 i Comuni che nel 2007 hanno percepito dividendi determinati da operazioni straordinarie di società ex municipalizzate vengono esclusi dal patto di stabilità. La norma salva i bilanci delle città di Brescia e Reggio Emilia.

5 – Ici fabbricati rurali. Slitta dal 31 marzo al 31 maggio il termine per la sua presentazione.

6 – Ato. Le Autorità di ambito territoriale sono soppresse. Il taglio che dovrebbe toccare ai consorzi di bonifica è invece demandato al Codice delle Autonomie.

7 – Fondi piccoli comuni. Fino a 45 milioni per interventi di natura sociale per i comuni fino a 5mila abitanti nei quali il rapporto tra la popolazione over 65 e il totale dei residenti è più del 25%; fino a 81 mln per quelli con bambini sotto ai 5 anni pari al 4,5%. E ancora 42 milioni per investimenti per i comuni sotto i 3.000 abitanti.

8 – Risorse per L’Aquila. Maggiorazione del 50% (80% per il comune dell’Aquila) dei contributi ordinari per la provincia dell’Aquila e i comuni colpiti dal terremoto. Più 20% anche per quelli “extra-cratere”.

9 – Regioni-Comuni. Più agibilità per le spese dei Comuni nell’ambito del Patto se le Regioni compensano. 10 – Coperture. Cinquanta milioni: 20 del fondo dei prefetti per i comuni con infiltrazioni mafiose; 30 da quello per l’estinzione anticipata dei mutui da parte delle regioni.

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PROVINCE INUTILI E SPRECONE – LA FABBRICA DI POLTRONE CHE CI COSTA 14 MILIARDI

di Carmelo Lopapa, da “la Repubblica£ del 5/3/2010

L’ ultima occasione per nuove infornate milionarie l’ ha fornita il decreto sulla Protezione civile appena approvato dal Parlamento. Alle Province colpite da calamità naturali e dichiarate in stato di calamità (ed è noto con quale frequenza accada in Italia) è assegnata in via straordinaria «una somma pari a euro 1,5 per ogni residente». Col decreto enti locali votato ieri con la fiducia alla Camera, arriva il taglio progettato dal ministro della Semplificazione Calderoli, ma il 20 per cento dei consiglieri in meno scatterà solo a cominciare da quelli che verranno eletti in futuro.

Dovevano essere soppresse, stando ai proclami del premier Berlusconi in campagna elettorale. Di quei proclami, due anni dopo, non si ha più traccia. E qualsiasi progetto di riforma fa ormai faticaa scalfire quei 110 centri di potere che sono le Province italiane. In compenso, com’ è noto, di province ne sono nate di nuove anche negli ultimi anni: sette. Costano allo Stato 14 miliardi di euro l’ anno. Danno lavoro a 61 mila persona. Ma a chi fa gioco la loro sopravvivenza, dipendenti a parte? Quali interessi girano dietro questo giro vorticoso di finanziamenti e poltrone? Perché i politici di destra e sinistra sono tornati sui loro passi e ora difendono a spada tratta enti fino a poco tempo fa giudicati «inutili»?

GLI SPERPERI

Enti e poltrone da moltiplicare, nuove funzioni e fiumi di risorse in arrivo. La grande attesa adesso è tutta per i decreti attuativi del federalismo fiscale. Che delegherà agli enti intermedi tra Regioni e Comuni una buona fetta di competenze. Alle quali – mettono avanti le mani gli amministratori provinciali – dovranno corrispondere risorse adeguate. Gli enti gestiscono strade e immobili scolastici, promuovo i prodotti del territorio, certo. Garantiscono servizi che i cittadini nemmeno immaginano vengano forniti dalle Province. Queste sconosciute e comunque benemerite, per certi versi.

Per altri, tuttavia, un po’ meno. Su come vengano utilizzati i fondi a loro disposizione la pubblicistica è vastissima e si aggiorna ormai di settimana in settimana. Un mese fa, l’ opposizione alla giunta provinciale di Venezia ha denunciato i 9.240 euro spesi per il lampadario in vetro di Murano del Palazzo (sede dell’ ente) di Ca’ Corner, che ora fa bella mostra tra il quartoe il quinto piano vicino la sala di rappresentanza. Ma anche i 28mila euro spesi per le trasferte della sola giunta guidata dalla leghista Francesca Zaccariotto in novembre. Con la presidentessa, fresca di elezione nel giugno scorso, che sull’ elegante pezzo d’ arredamento si è giustificata: «Non ci trovo nulla di scandaloso.

C’ era bisogno di un lampadario, mica potevamo mettere un neon a Ca’ Corner» ( Corriere veneto, 27 gennaio). Proprio sotto la voce Province, si scopre che in tema di spese il virtuoso Nordest non ha nulla da invidiare alle bistrattate giunte meridionali, seè vero che a Trento ancora si chiacchiera del finanziamento da 300 mila euro erogato dalla Provincia autonoma a beneficio della fondazione universitaria dei Focolarini di Firenze, “Sophia”. Oppure dei 439 mila euro stanziati dalla medesima giunta, guidata dal rutelliano Lorenzo Dellai, per la ristrutturazione della sala stampa dell’ ente (48.592 solo per l’ incarico all’ architetto).

Neanche fosse destinato alle conferenze stampa del prossimo G20. Il 22 febbraio, il capogruppo Pd alla Provincia di Napoli, Pino Capasso, attacca: «L’ amministrazione Cesaro (centrodestra, ndr) ha promesso agli elettori sobrietà nelle spese, ma ha portato l’ importo per contributi ad associazioni amiche fino 3 milioni e 144.414 euro. Tra le iniziative ritenute fondamentali, “Cogli l’ attimo”, euro 9.800, “C’ è di più per te” o “Sognando di diventare campioni tirando la fune” euro 5.000. E Sant’ Antimo, città di origine del presidente Cesaro, batte tutti con aiuti per euro 125.832».

LE MISSIONI D’ ORO

Ma è storia di questi giorni anche la “generosa” spedizione di presidenti di province e assessori siciliani alla Bit di Milano. Roba che ha fatto gridare allo scandalo consiglieri regionali del Pdl. Alla prestigiosa Borsa del turismo si sono presentati, al seguito del governatore Raffaele Lombardo, e tre suoi assessori, tra gli altri i presidenti delle Province di Palermo (Giovanni Avanti), di Trapani (Girolamo Turano) e Ragusa (Francesco Antoci), tutti di centrodestra.

«Di quante persone era composta la comitiva della Regione, a quale titolo erano presenti i partecipanti e poi, risponde al vero che la spesa sostenuta dalle casse regionali si è aggirata intorno al milione di euro» incalza un’ interrogazione di queste ore del Pdl. Va detto che gli enti intermedi esistono in tutta Europa, anche il Pd si guarda bene dal proporne la soppressione delle Province. Ma c’ era davvero bisogno di nuovi enti? Di nuove amministrazioni locali, coi loro uffici, i loro consigli-mangiatoia dei partiti, con le nuove inevitabili poltrone? E che senso hanno le mini province, alcune delle quali nate di recente? Se ne contano 19 con meno di 200 mila abitanti, sono il 17 per cento del totale. Isernia di abitanti ne conta addirittura 89 mila. Ma il record è della Sardegna.

Non solo per averne 8 per un territorio da 1 milione 600 mila abitanti (andranno tutte a rinnovo a maggio). Ma anche perché in ultimo ne ha viste proliferare altre quattro. Tutte in versione short. Sono le province più piccole d’ Italia: Medio Campidano (105.400 abitanti), Carbonia Iglesias (131.890 abitanti), Olbia Tempio (138.334 abitanti)e quella di Ogliastra (solo 58.389 abitanti). Le prime tre nate nel territorio della provincia di Cagliari, l’ ultima in quello della provincia di Nuoro. Ognuna coi suoi consiglieri, i suoi assessori, i suoi presidenti. E i suoi dipendenti, almeno quelli, distaccati.

I TAGLI, DIMENTICATI

La verità è che sulle Province non c’ è giro di vite che tenga. Il decreto taglia-poltrone del ministro Roberto Calderoli ha dovuto fare i conti col muro di gomma della lobby degli amministratori (di destra e sinistra, senza distinzioni). Difficile incidere sul costo pro capite dell’ ente Provincia su ciascun cittadino, stimato di recente in 160 euro l’ anno (con picchi nell’ Italia centrale: 178 euro, al Nord è 164, al Sud 143 euro). In Basilicata, si legge nella relazione al ddl di soppressione delle Province presentato dal dipietrista Massimo Donadi, la spesa pro capite – non si sa perché – sarebbe di oltre 240 euro.

«Il nostro candidato sa bene che lavorerà per un ente che presto aboliremo» annunciava il 3 aprile 2008 Silvio Berlusconi al fianco del candidato Pdl alla presidenza della Provincia di Roma. E rincarava: «Dal momento della fondazione delle Regioni, tutti si aspettavano l’ abolizione delle Province. Abbiamo calcolato che se ne ricaverebbe un risparmio di dodici miliardi di euro». Considerazioni che erano state prese sul serio da tutta la stampa di destra.

«Appello a Berlusconi: elimina le Province», titola il 29 novembre 2008 Libero nel giorno in cui lancia la campagna conclusa con l’ inutile raccolta di migliaia di firme (“Silvio batti un colpo, ricorda le tue promesse”). Di quella campagna, di quelle promesse, a inizio 2010 non vi è più traccia, anche se la spesa è cresciuta a 14 miliardi e le province sono diventate 110.

Da dicembre, l’ Unione delle province italiane è guidata dal presidente di quella di Catania, l’ ex eurodeputato Giuseppe Castiglione, pidiellino. Detentore di uno dei pacchetti di voti più consistenti che Silvio Berlusconi possa contare nel granaio elettorale siciliano. «Non intendiamo fare una battaglia corporativa. Siamo anche disponibili al taglio delle poltrone, io stesso ho ridotto da 15 a 9 gli assessorati in Provincia di Catania, quasi azzerato le consulenze rispetto al mio predecessore Lombardo» racconta nello studio della sede Upi di Palazzo Cardelli nell’ omonima piazza del centro storico di Roma.

Edificio di prestigio che fino all’ 81 fungeva da ufficio della potente corrente dorotea BisagliaRumor e che dall’ 87 l’ Upi affitta, con i suoi 500 metri quadri, per un canone di 7 mila euro al mese. «Siamo disponibili anche a discutere di accorpamenti di Province – riprende Castiglione – quel che chiediamo è che col federalismo fiscale ci vengano garantite risorse adeguate alle nuove competenze, che si apra la strada per una nostra autonomia finanziaria.

Forniamo servizi ai cittadini, è giusto poterlo fare al meglio». Rivendicazioni che il presidente Upi ha già avanzato negli incontri del 10 febbraio con i presidenti di Camera e Senato, Fini e Schifani. «Il problema non è la soppressione delle Province, soluzione semplicistica e improponibile – spiega Walter Vitali, senatore Pd, ex sindaco di Bologna, una vita spesa sulle politiche degli enti locali del suo partito – Sono enti intermedi che esistono in tutta Europa. Quel che noi proporremo con un ddl, in una chiave di riforma costituzionale, sarà l’ introduzione del modello spagnolo.

Mantenerle come istituzioni, ma eliminando il ceto politico provinciale: con consigli composti solo dai rappresentanti dei comuni e non da politici da eleggere». Il presidente Upi Castiglione alza già barricate: «Siamo pronti a discutere anche della revisione dei confini delle Province. Ma non a trattare sul tema della legge elettorale».

Come sopravvivono oggi le Province? Da dove provengono i 14 miliardi necessari a mantenerne strutture e dipendenti? Come si provvede alle indennità di giunte e consiglieri? Oggi, le entrate tributarie incassate direttamente dalle Province ammontanoa poco meno di4 miliardi di euro (3 miliardi 748 milioni, a fine 2009), derivanti per lo più da Rc auto (1,5 miliardi), imposta di trascrizione (881 milioni) e addizionale energetica (682 milioni di euro). Per coprire il fabbisogno però ne occorrono altri otto, di miliardi, stando al più recente report sullo stato della burocrazia e delle finanze delle Province, predisposto dall’ Upi. Servono per le funzioni topiche di questi enti, ovvero la viabilità (3 miliardi), la tutela ambientale (900 milioni), l’ edilizia scolastica (1,6 miliardi), lo sviluppo economico (1,2 miliardi). Ma anche tanto altro.

I CORSI DI FORMAZIONE

Ad esempio, pochi sanno che le Province ancora organizzano e gestiscono i corsi di formazione professionale per una spesa di 800 milioni di euro, sovrintendono ai Centri per l’ impiego, per 500 milioni, gestiscono il trasporto pubblico extra urbano per 1,3 miliardi, si occupano di promozione turistica e sportiva dei loro territori per 550 milioni.

E poi c’ è il capitolo personale. I 61.000 dipendenti (il 23% laureato) assorbono 2 miliardi 450 milioni di euro del budget, pari al 25 per cento. E poi ci sarebbe l’ altro capitolo, quello più dibattuto, i compensi dei 4.207 amministratori: ovvero i 107 presidenti, i 107 vice, gli 863 assessori, i 107 presidenti dei Consigli, i 3.023 consiglieri. Sono i “politici” provinciali, ai quali sono desinati 119 milioni di euro l’ anno.

Di questi, poco più della metà (53 milioni) assorbita dalle indennità di presidenti, vice, assessori e presidenti dei consigli. Il resto (65 milioni)a beneficio dei consiglierie dei loro gettoni. Oggi, il presidente di una piccola provincia (sotto i 250 mila abitanti) gode di un’ indennità di 4.130 euro lordi mensili, quello di una grande provincia (oltre il milione di abitanti) un’ indennità da quasi 7 mila euro. Oltre alle quattro miniprovince sarde, le ultime nate, com’ è noto, sono quelle di Fermo (nelle Marche), di Barletta-AndriaTrani (in Puglia) e di Monza e Brianza. Solo per mettere in piedi quest’ ultima sono stati necessari 47 milioni di euro.

«Sprechi? Guardino altrove, le Province sono fondamentali» sbotta nel giugno scorso il sindaco leghista di Monza, Marco Mariani, entusiasta per la nascita del nuovo ente brianzolo. Le richieste ancora in piedi per istituire nuove province sono 21.

Come dire: ventuno nuovi consigli provinciali (con relativi gettoni di presenza), ventuno nuovi presidenti di provincia, giunte provinciali, altrettanti nuovi prefetti e i loro dipendenti. Si spazia dalla provincia di Sibartide-Pollino a quella del Canadese e delle Valli di Lanzo. Da LancianoVasto-Ortona a Frentania (una provincia con quattro capoluoghi). Qualche tempo addietro l’ attuale ministro Gianfranco Rotondi ne ha presentate otto: Sulmona, Bassano del Grappa, Marsi, Sibartide-Pollino, Melfi, Aversa, Venezia Orientale e Avezzano. – CARMELO LOPAPA

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PROVINCE ADDIO: LA TERZA VIA

di Franco Zanata, da “la tribuna di Treviso” del 13/3/2010

Province si, Province no? Una terza via è possibile: enti territoriali esecutivi e snelli, con organi nominati dai sindaci dei Comuni. Sì, dunque, alla gestione sovracomunale di alcune competenze ma no al proliferare delle cariche istituzionali e delle spese di rappresentanza.

Potrà sembrare la solita mediazione all’italiana, ma è oggi necessario superare il confronto tra opposti schieramenti, ormai avvitati su se stessi. Spesso sono valide sia le argomentazioni di chi vuole mantenerle in vita, sia le ragioni di chi vorrebbe staccare la spina: in verità, però, sulle Provincie si sta giocando una partita politica.

E sulle questioni di merito sembra avere il sopravvento quella brutta pratica di nascondere, dietro agli obiettivi dichiarati, ben altre finalità come la difesa, o l’erosione, di posizioni di potere acquisite, il controllo-occupazione di cariche pubbliche e la visibilità politica.  Vale la pena di esaminare invece i pro e i contro, considerando l’argomento con maggiore serietà.

Tra i sostenitori più convincenti delle Province si sottolinea la loro funzione di indirizzo e coordinamento sulla gestione di infrastrutture e servizi come la viabilità provinciale, le scuole di secondo grado e la tutela dell’ambiente. Per tutti i servizi e i problemi che richiedono una visione extracomunale e per tutti i servizi di area vasta, le Province rappresentano un livello istituzionale tutt’altro che inutile. La Regione infatti non rappresenta un soggetto in grado di assorbire tali funzioni ed è demandata più a programmare che a gestire direttamente gli interventi sul territorio.

Sul versante opposto è chiaro ormai come le Province vadano oltre alle loro competenze sovrapponendosi ad altri enti, facendo lievitare i costi ingiustificati della pubblica amministrazione e siano ormai in preda ad una crescita ipertrofica. Sono cresciute, in numero e dimensioni, non per effetto di un maggior intervento sul territorio ma per una maggiore presenza come soggetto politico istituzionale, come organizzazione e come rappresentanza politica.

Su alcune problematiche c’è ancora molto da fare per rispondere ai bisogni della collettività e delle imprese, l’attuale assetto non risponde certo a questa esigenza. Per rafforzare il ruolo più utile, e difficilmente sostituibile, che le Province sono chiamate a svolgere e nello stesso tempo garantire più concretezza, efficienza e meno rappresentanza, esiste una terza via. Ossia fare della Provincia un ente di secondo grado, intermedio tra Comuni e Regione, ma eletto dai Comuni.

Agli enti locali, dunque, il compito di nominare i consiglieri provinciali facendo sintesi delle dinamiche territoriali e superando la logica di amministrazioni locali omogenee a livello politico. Cessando il bisogno della visibilità finalizzata al consenso, la Provincia sarebbe così molto più orientata ad affrontare e risolvere i problemi di un territorio, assorbirebbe i vari Ato e Consorzi, semplificandoli e riducendone i costi per la collettività.

Ridurre le cariche non è impresa facile, ma solo resistenze di un ceto politico miope possono sostenere che questo livello istituzionale debba essere legittimato direttamente dai cittadini. Le problematiche e le scelte sul tavolo delle province non investono orientamenti e indirizzi di ordine politico. Dopo aver governato per dieci anni il comune di Preganziol ho maturato la convinzione che serva un ente sovracomunale in grado di creare reti, valorizzare le potenzialità e le eccellenze. In questo caso, per saper svolgere al meglio il suo ruolo, la politica deve fare un passo indietro. – Franco Zanata

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ZAIA: PATTO NORDEST PER IL FEDERALISMO

di Maurizio Bait, da “il Gazzettino” del 4/4/2010

Una proposta immediata e concreta al Friuli e al Trentino Alto Adige: Luca Zaia chiede di fare seriamente squadra nei confronti del Governo per portare a casa un federalismo fiscale vantaggioso per tutto il Nordest e non soltanto per le Regioni a statuto speciale di autonomia. Un federalismo in grado di controbilanciare, con l’autogestione delle risorse del gettito, la competitività fiscale austro-slovena da una parte e gli squilibri interni fra il Veneto e le vicine Regioni ad autonomia speciale dall’altra. Il Governo, certo, non fa sconti: gli accordi con le “speciali” fin qui chiusi (Trentino e Alto Adige) e quelli in corso, com’è il caso del Friuli Venezia Giulia, sottendono un “chip” al fondo nazionale di perequazione del debito pubblico in cambio della libertà di gettito e dell’opportunità di attuare forme flessibili di fiscalità nelle aree più esposte.
Presidente Zaia, è vero che esistono squilibri fiscali e di sistema fra Veneto da una parte e Regioni autonome dall’altra. Ma anche il Friuli Venezia Giulia soffre la dura concorrenza austriaca e soprattutto quella della Slovenia, dove l’Irap non esiste e l’Ires è al 20 per cento.
«E allora Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige devono fare squadra. Anzi: una vera e propria falange macedone nei confronti di Roma. E conseguire un buon accordo federale».
Trento, con il ministro Calderoli, l’ha già ottenuto. Rinuncia a oltre un miliardo di euro, ma acquisisce mano libera sul gettito interno.
«E noi dobbiamo giocare tutti insieme. Il Sud, quando ha voluto tutelare i propri interessi, ha agito unito. Noi quassù, invece, parliamo delle piccole secessioni interne. Non esiste».
Le minisecessioni: Sappada non demorde.
«Capisco le difficoltà dei Comuni veneti di confine, conosco l’imbarazzo che prova una località turistica di fronte ai vantaggi dei concorrenti vicini ma oltre il confine regionale».
In effetti anche lei viene da un Comune di confine.
«Esatto, Godega Sant’Urbano».
Però Sappada ha votato massicciamente per cambiare regione.
«E perché Sappada sì e Bibione no? Perché non Portogruaro o Lamon?».
Già, perché?
«Perché ve lo dico io: questa rischia di diventare una guerra fra poveri. Partiamo per condividere equamente le opportunità e finiamo per spartirci equamente i malesseri».
Lei invoca una visione di sistema per uscirne.
«Certo che ne usciamo. Ma insieme. E sul principale fronte comune. E torniamo al tema cruciale, che è e resta il federalismo fiscale. Questa, senz’altro questa è la battaglia da condividere con il Friuli».
Che è una Regione speciale.
«Che è una Regione alla quale ci lega un vincolo di fraternità. Ora vado a guidare una Regione che versa ogni anno 12 miliardi di tasse. Ripeto: 12 miliardi. E siccome i friulani e giuliani sono per noi dei fratelli, da Renzo Tondo in poi, fra fratelli si combatte insieme».
Insomma i giochi si fanno in grande e quindi lasciamo stare le mini-secessioni?
«Insomma: se passasse questo principio, prima o poi il Trentino otterrebbe lo sbocco al mare».
Però l’autodeterminazione delle comunità è un valore forte della Lega.
«Infatti, non metto affatto in discussione tale diritto, ma qui stiamo parlando di meccanismi indotti da pulsioni sostanzialmente economiche, che possono determinare un effetto a cascata. Non aiuta il federalismo agire nel perimetro di queste logiche. Anzi».

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CANCELLIERATO E PRESIDENZIALISMO, PRO E CONTRO

di Paolo Pombeni, da  “IL MESSAGGERO” del 8/4/2010

Il sistema tedesco garantisce la governabilità, il modello francese rafforza lo Stato unitario

Dopo anni in cui sembrava che la Lega optasse in materia di riforme istituzionali per il sistema del cancellierato tedesco (e relativa legge elettorale), si assiste alla novità della sua opzione: il sistema semipresidenziale alla francese.

Ci si chiede ovviaimente se e come questo sistema sia compatibile con il federalismo che è la bandiera storica delle rivendicazioni del partito di Bossi. Rispondere in astratto non è possibile perché fra le cose che non meritano di essere ridotte a slogan ci sono i sistemi di governo: presidenzialismo, semipresidenzialismo, cancellierato, non sono formule fisse ma creazioni storiche ciascuna rispondente a sfide particolari a cui si voleva dare risposta.

Limitandoci alle due ipotesi attualmente dibattute nel nostro Paese, il semipresidenzialismo alla francese e il cancellierato alla tedesca, può essere utile puntualizzare qualche problema che sta alla loro origine.

II sistema francese è “semi” presidenziale perché doveva adattare il modello del presidenzialismo americano alle tradizioni del costituzionalismo continentale. Negli Usa il presidente è in sostanza un sovrano elettivo.` corre tale rappresenta al tempo stesso l`unità della nazione federale (essendo eletto direttamente dal popolo, ma formalmente attraverso un voto che si esprime stato per stato) ed è anche il vertice del potere esecutivo.

Nel caso francese il presidente rappresenta sì la nazione, ma lo fa, almeno in teoria, al di sopra dei partiti, perché questo era l`obiettivo di de Gaulle. Il suo governo però è distinto dal presidente (c`è un primo ministro) e verso questo è possibile il normale giudizio di fiducia/sfiducia del Parlamento, giudizio che invece non è esercitabile verso il Presidente della Repubblica il quale è sottoposto solo al vaglio del  popolo. Egli rappresenta l`unità della nazione non rispetto alle divisioni federali (con de Gaulle non ce n`erano) ma rispetto alle divisioni politiche, cioè ai partiti (poi il sistema è cambiato ma in origine era così).

Nel caso del cancellierato tedesco la situazione è completamente diversa. Qui il sistema è stato immaginato per impedire che i governi, fossero eventualmente soggetti a fibrillazioni parlamentari che le facevano cadere senza avere in mente con cosa sostituirli, e dunque creavano vuoti di potere (come era avvenuto nella Repubblica di Weimar).

Quindi è stata rafforzata la fiducia da dare direttamente al primo ministro (cancelliere) e in caso di sfiducia questa è possibile solo se contestualmente c`è una maggioranza che designa un nuovo primo ministro, Di conseguenza nessuna forza politica può giocare allo sfascio: intanto faccio cadere il governo che non mi piace poi si vedrà (se nel frattempo ci sarà un vuoto di potere, pazienza). Questo è fondamentale perché in uno Stato federale con forti poteri “regionali” non si possono tollerare vuoti di potere al centro.

Nel caso italiano la semplice importazione dell`uno o dell`altro sistema comporterebbe al tempo stesso vantaggi e svantaggi. Il semipresidenzialismo potrebbe in astratto rappresentare un rafforzamento dei poteri di rappresentanza della coesione nazionale e di arbitrato politico che deriverebbe dall`elezione popolare diretta del vertice dello Stato. In concreto bisognerebbe però potersi garantire che il presidente non riuscisse eletto con una maggioranza risicata e che non fosse espressione molto targata di una parte politica.: e già questo è piuttosto difficile. In secondo luogo diventa necessario avere un tempo di permanenza breve nella carica: negli Stati Uniti è di quattro anni e rinnovabili una sola volta sottoponendosi al giudizio degli elettori. In Francia dove originariamente era di sette anni rinnovabile lo si è ridotto a cinque per non avere dei presidenti che somigliavano a dei monarchi controllando per quattordici anni una carica così centrale e delicata. In Italia elezioni presidenziali ogni quattro anni o anche ogni cinque introdurebbe   una nuova complicazione visto come viviamo ogni scadenza elettorale.

Il cancellierato ci metterebbe al riparo da colpi di mano parlamentari di partiti più o meno piccoli (con quel sistema Prodi non sarebbe caduto), ma poi con il nostro sistema elettorale attuale lascerebbe in piedi governi deboli che restano in sella solo perché è impossibile sfiduciarli.

Un altro aspetto da non sottovalutare è che in Germania il cancelliere non si misura solo con il Parlamento ma anche con la Camera che rappresenta gli stati: questo gli dà un margine di manovra che al momento in Italia manca, per cui sarebbe quantomeno opportuno unire questo sistema all`introduzione del Senato delle regioni.

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Dal sito del Movimento federalista Europeo: http://www.mfe.it/mfe4/federalismo.htm

La nascita degli Stati Uniti d’America e del federalismo

Sin dall’antichità, sono noti tentativi di unioni tra stati. Ma è solo in America, nella Convenzione di Filadelfia del 1787, che prende forma la prima Costituzione federale della storia. Essa scaturì da un compromesso tra la corrente che avrebbe voluto riunire in un solo stato le tredici colonie resesi indipendenti dalla madrepatria e la corrente che avrebbe voluto conservare la sovranità assoluta delle ex-colonie. La costituzione federale rappresentò un felice compromesso perchè, come riconobbe subito Alexander Hamilton, essa consentì l’allargamento dell’orbita del governo rappresentativo su un’area composta da molti stati, realizzando così l’unità nella diversità. Con la federazione il popolo veniva rappresentato nel Congresso, mentre gli stati potevano difendere i loro specifici interessi nel Senato. Il governo federale era competente nelle questioni comuni di politica estera e di commercio: tutte le altre competenze venivano riservate agli stati.

Grazie all’unione federale, i cittadini americani poterono sperimentare un prodigioso sviluppo economico e soprattutto evitarono i contrasti e le guerre che continuarono ad affliggere le grandi potenze europee e tutti i paesi, come quelli del Sud America, che una volta conquistata l’indipendenza non seppero imboccare la via dell’unità politica.


Federalismo, cosmopolitismo e nazionalismo

Negli stessi anni in cui le colonie americane si avviavano verso l’indipendenza e l’unione, il filosofo Immanuel Kant giungeva alla conclusione che poichè gli stati, come gli individui nello stato di natura, vivono in una situazione di anarchia, la guerra, e non il diritto, è il solo mezzo a cui possono ricorrere in ultima istanza per farsi giustizia. Non esisterà dunque un vero diritto internazionale sino a che gli stati non abbandoneranno la condizione di selvaggia libertà in cui si trovano, accettando una comune costituzione federale, cioè un governo che abbia i poteri sufficienti per assicurare la pace universale e l’indipendenza di ciascun stato membro.

Il valore cosmopolitico del federalismo, implicito nella costituzione americana ed esplicito nel pensiero politico di Kant, venne tuttavia subito soffocato dal prepotente insorgere del nazionalismo. Le condizioni storiche per lo sviluppo del federalismo come progetto universale non esistevano ancora. Con la Rivoluzione francese si affermò, e venne adottato ovunque, il modello dello stato nazionale sovrano, accentrato e chiuso entro frontiere sicure.

Lo stato nazionale soffoca le autonomie locali e le minoranze etniche. Le relazioni tra stati sono concepite dal nazionalismo come rapporti tra potenze, che fanno valere i propri interessi con la forza delle armi e che pretendono dai propri cittadini una lealtà assoluta, sino al supremo sacrificio della vita. Il nazionalismo è la cultura politica della divisione del genere umano, educa all’odio dello straniero, esalta e giustifica la violenza. Il nazionalismo è l’ideologia politica che ha condotto l’Europa e il mondo al tragico epilogo del nazi-fascismo e della guerra totale.


Il federalismo europeo

Nel corso della Resistenza, cominciarono a formarsi spontaneamente in tutti i paesi europei – nelle carceri, nei luoghi di confino o nella clandestinità – gruppi di opposizione che si proponevano di ricostruire un’Europa pacificata, senza più odi razziali e frontiere. L’idea della Federazione europea, che nel corso del secolo XIX era stata considerata come un nobile ideale, diventò un concreto progetto politico. Nel Manifesto di Ventotene (1941) la «linea di divisione tra il progresso e la reazione» veniva tracciata tra coloro che si propongono come obiettivo prioritario della lotta politica la Federazione europea e coloro che pensano ancora che i valori della libertà, della democrazia e della giustizia sociale possono essere perseguiti all’interno dello stato nazionale. Per questo venne fondato, in Italia, il Movimento Federalista Europeo.

Nel dopoguerra, i governi europei non furono più in grado di garantire autonomamente nè l’indipendenza economica nè la sicurezza dei propri cittadini. L’unità europea apparve sempre più la sola scelta ragionevole e l’azione federalista divenne possibile. Grazie alle iniziative coraggiose di Jean Monnet e Altiero Spinelli, i governi europei si misero, sin dal 1950, seppure solo gradualmente, sulla via dell’unità politica. Oggi, dopo tanti anni di lotte, di sconfitte e di successi, i federalisti europei devono affrontare l’ultima decisiva battaglia. L’Europa, dopo la fine della guerra fredda, è ormai giunta ad una svolta cruciale: o l’unità federale, per costruire un mondo sempre più interdipendente, pacifico e solidale, o il ritorno alle divisioni, al nazionalismo e ai mali del passato.


Il federalismo e le ideologie tradizionali

L’esperienza dei movimenti federalisti, che hanno agito e continuano ad agire in piena indipendenza dai partiti nazionali, dimostra che il federalismo è una ideologia che alimenta un nuovo tipo di comportamento politico. Secondo Mario Albertini, il federalismo è un «pensiero politico attivo» che presenta un aspetto di valore, cioè la pace universale, come è stata definita nel pensiero politico di Kant, un aspetto di struttura, cioè la teoria dello stato federale, e un aspetto storico sociale, vale a dire lo stadio di sviluppo corrispondente ad una società pluralistica e aperta all’interdipendenza.

Il federalismo ha un rapporto critico con le ideologie tradizionali. Esso non si contrappone al liberismo, alla democrazia e al socialismo. Ma afferma che i grandi valori della libertà, della eguaglianza politica e della giustizia sociale non possono valere solo per i cittadini di un stato nazionale. Accettando questa limitazione, le ideologie tradizionali hanno implicitamente subordinato i loro ideali alla ragion di stato, sino al brutale tradimento, con la prima e la seconda guerra mondiale, della solidarietà internazionale che univa i liberali, i democratici ed i socialisti di tutti i paesi. E’ solo con il federalismo che diventerà possibile affermare i valori del liberalismo, della democrazia e del socialismo in un mondo senza frontiere.


Le due polarità del federalismo

Le due polarità ideali del federalismo sono il cosmopolitismo e il comunitarismo. La dimensione nazionale dello stato è ormai inadeguata non solo per affrontare i grandi problemi contemporanei la cui dimensione è mondiale, ma anche per garantire una effettiva partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica ed una efficace programmazione del territorio. Specialmente in Europa, dove il processo di integrazione è giunto ad uno stadio avanzatissimo, è evidente che lo stato nazionale deve cedere competenze sia verso l’alto (il governo europeo) che verso il basso (le comunità territoriali minori, come le regioni e i comuni).

Il federalismo consente di organizzare democraticamente i rapporti tra differenti comunità territoriali, dal livello più basso, come quello regionale, nazionale, o continentale. al limite, attraverso l’unione di differenti federazioni continentali, è concepibile un governo democratico mondiale. La suddivisione dei poteri ai vari livelli di governo deve rispettare i principi della sussidiarietà, perchè i problemi devono essere risolti al livello superiore solo quando non è possibile affrontarli adeguatamente al livello inferiore, più vicino ai cittadini, e della solidarietà territoriale, perchè i cittadini delle comunità territoriali più ricche e fortunate devono condividere il tentativo delle comunità territoriali più povere di raggiungere un più elevato benessere.

Tuttavia, la lotta delle comunità locali per una maggior autonomia rischia, nell’attuale situazione dell’Europa, ancora in bilico tra unità e divisione, di trasformarsi in tragedia, quando le pretese autonomistiche si associano al micronazionalismo, come dimostra il caso della Jugoslavia. L’aspirazione all’autonomia è progressiva solo se riconosce la priorità politica del superamento della dimensione nazionale della vita politica, perchè sino a che i popoli saranno costretti a regolare i rapporti internazionali con la forza delle armi, sussisteranno le ragioni che hanno causato nel passato l’accentramento e la burocratizzazione dello stato.


A. Hamilton: I mali della divisione
Sperare in una permanenza di armonia tra molti stati indipendenti e slegati sarebbe trascurare il corso uniforme degli avvenimenti umani e andar contro l’esperienza accumulata nel tempo.
Il federalista, 1788


I. Kant: Il federalismo e la pace

… non si può avere la pace senza una federazione di popoli, nella quale ogni stato, anche il più piccolo, possa sperare la propria sicurezza e la tutela dei propri diritti non dalla propria forza o dalle proprie valutazioni giuridiche, ma solo da questa grande federazione di popoli, da una forza collettiva e dalla deliberazione secondo leggi della volontà comune.

Idea di una storia universale da un punto di vista cosmopolitico, 1784


P. J. Proudhon: Stato nazionale e centralismo

Il sentimento nazionale è inversalmente proporzionale all’estensione dello stato. Man mano che questo incorpora nuovi territori vi è snaturazione progressiva. Questa sarà una delle cause della dissoluzione dello stato. La nazionalità restringe i sentimenti ed il genio. L’agglomerazione li allarga.

La nazione francese attuale è composta di almeno venti nazioni distinte ed il cui carattere, osservato nel popolo e nei contadini, è ancora fortemente definito. … Il Francese è un essere convenzionale, non esiste. Quello che ci piace rappresentare nei romanzi, nei drammi, nelle caricature, sia esso militare o cuoco, barbiere o commesso viaggiatore è uno scherzo.

Una nazione così grande non si regge che con l’aiuto della forza. L’esercito permanente serve soprattutto a questo. Togliete all’amministrazione ed alla polizia centrale questo appoggio e la Francia cade nel federalismo. Le attrazioni locali prevalgono.

Francia e Reno, 1867


M. Albertini: Il federalismo, le ideologie tradizionali e l’internazionalismo

La storia del federalismo europeo non è che la storia del manifestarsi della contraddizione tra l’affermazione della democrazia nel quadro nazionale e la sua negazione nel quadro internazionale. Ciò equivale a dire che il federalismo europeo è, a partire dalla Rivoluzione francese, un aspetto della storia europea, aspetto molto più esteso di quanto non si pensi (anche se impreciso come tutte le tendenze storiche non ancora giunte a maturità), nel quale, a fianco di una avventura del pensiero iniziata filosoficamente da Kant, sta il lento svolgersi della componente universale delle grandi ondate rivoluzionarie. Sono in questione il liberalismo, per quanto attiene ai diritti dei cittadini, la democrazia, per quanto attiene ai diritti del popolo e il socialismo, per quanto attiene ai diritti economico-sociali del popolo.

Queste tre grandi ideologie, che hanno progressivamente riempito di contenuti democratici e sociali lo stato nazionale, presentano di fatto, sin dalla loro origine, una componente federalistica, anche se con una coscienza incerta per la confusione teorica del federalismo con il uso opposto, l’internazionalismo, che affida ai dirigenti, invece che al popolo, la soluzione dei problemi internazionali.

Le radici storiche e culturali del federalismo europeo, 1973

DA: http://www.mfe.it/mfe4/federalismo.htm

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Franco Cardini Un esito migliore avrebbe potuto avere una soluzione dell’unità nazionale di tipo federalista, indicata da Gioberti ma soprattutto da Cattaneo. E una lega «franco-ispano-italo­bavaro- austro-ungherese» delle potenze cattoliche euromeridionali avrebbe cambiato di molto il corso degli eventi successivi

IDEE. Il Risorgimento fu il frutto di élites estranee alla maggioranza del popolo: lo storico Franco Cardini interviene nella discussione

1861, la storia da ripensare

di Franco Cardini, da “Avvenire” del 24/3/2010
Anzitutto, una premessa. Non mi pare si possa eludere la questione di un ripensa­mento serio sul cosiddetto ‘Risorgi­mento’ (che cosa mai sarebbe ‘ri­sorto’, in particolare?) e sul processo di unità nazionale. Al riguardo parla­re di istanze ‘revisionistiche’ o addi­rittura ‘temporalistiche’ o cose del genere mi sembra del tutto fuori luo­go.

La storia si deve ripensare di con­tinuo. Oggi, a distanza di 150 anni dal­la fondazione del regno d’Italia, è e­vidente che molte prospettive sono andate mutando e che su di esse han­no senza dubbio lavorato gli specia­­listi, ma sono mancati sia (almeno in parte) un vero e proprio aggiorna­mento nelle scuole, sia un dibattito mediatico fruibile da parte del ‘grande pubblico’, vale a dire di quella porzione della società civile italia­na che non ha ancora ri­nunziato a esser tale. Quello che in sintesi mi pare si possa dire, è che il processo di unità nazio­nale fu mandato avanti da alcune élites peraltro non concor­di fra loro, ma che la maggioranza del­le popolazioni che costituivano la fu­tura Italia unita ne restarono estra­nee.

Si potrebbe obiettare che molti eventi storici sono stati caratterizza­ti da un processo dinamico analogo, vale a dire che solo ristrette élites ne sono state protagoniste. Niente di scandaloso. Però vanno sottolineate due cose. Prima: la formula dello Sta­to unitario accentrato che alla fine prevalse era coerente con gli interes­si espansionistici dei Savoia e forse di alcuni imprenditori e finanzieri, era gradita all’ideologismo neogiacobi­no di garibaldini e mazziniani, ma non congrua con la storia e temo nemmeno le strutture e le istituzioni dei vari Stati italiani precedenti; la storia d’Italia è eminentemente poli­centrica e municipalistica, per cui u­na soluzione di tipo ‘federale’, ana­loga mutatis mutandis a quella che gli Hohenzollern e il principe di Bi­smarck dettero al problema unitario tedesco, sarebbe stata più adatta e op­portuna di quella che, fra l’altro, ge­nerò la colonizzazione e lo sfrutta­mento del Sud da parte del Nord (con fenomeni collaterali quali il brigan­taggio e la sua tanto orribile quanto in parte vana repressione) e la meri­dionalizzazione di buona parte delle strutture pubbliche del giovane re­gno.

Secondo: il carattere élitario del ‘movimento risorgimentale’ nei suoi esiti ultimi ebbe come effetto obiet­tivo un notevole ritardo nella ‘nazio­nalizzazione delle masse’, nono­stante i due strumenti della scuola e della leva obbligatoria; da questo punto di vista mi sembra che vedes­sero giusto gli interventisti, ‘demo­cratici’ o ‘rivoluzionari’ che fossero, i quali ritenevano che il bagno di san­gue avrebbe cementato l’edificio del­la patria e che gli italiani, che fatta l’I­talia non erano stati fatti, si sarebbe­ro forgiati nel ferro e nel fuoco della trincea. Ma ciò – attenzione! – porte­rebbe a concludere che la visione del­la prima guerra mondiale come ‘quarta guerra d’Indipendenza’ e compimento del processo di unità nazionale, la visione di Gioacchino Volpe (e alfine anche di Mussolini) e­ra corretta. Attenzione: non sto di­cendo che la dittatura fascista fosse a questo punto l’esito necessario del movimento del ’59-61 (e del’70). Mi li­mito a dire che anzitutto non fu af­fatto ‘l’invasione degli Hyksos’ come sosteneva Benedetto Croce.
Ne consegue, a mio avviso, che esito migliore avrebbe potuto avere in Ita­lia un movimento di edificazione del­l’unità nazionale che scegliesse la via federalista, indicata da Gioberti ma ­soprattutto – da Cattaneo: anche sal­vando, ebbene sì, un potere tempo­rale pontificio, magari ridotto alla città di Roma e qualche pertinenza. Quel­la via non avrebbe creato la rovinosa ‘questione meridionale’, non avreb­be determinato decenni di crisi mo­rale resa inevitabile dal contrasto tra Stato e Chiesa con tutto quel che ciò aveva significato per il Paese (anche in termini morali e culturali: un pic­colo ridicolo Kulturkampf il regno l’ha fatto eccome); probabilmente avreb­be evitato la rovinosa politica di op­posizione preconcetta all’Austria (vorrei ricordare che Cattaneo auspi­cava che il ‘Commonwealth’ au­striaco restasse in piedi), non si sa­rebbe appoggiata alla Prussia nella guerra del ’66 contribuendo in tal mo­do, forse, a evitare la guerra franco­prussiana del 1870 ch’è stata la lon­tana ma primaria fonte dei guai di tut­to il continente per i tre quarti di se­colo a venire.

Sarebbe bastato ap­poggiare seriamente il progetto di Na­poleone III (in verità, piuttosto del­l’imperatrice Eugenia) di una Lega franco-ispano-italo-bavaro-austro­ungherese delle potenze cattoliche euromeridionali, con annesso il pro­getto di favorire l’indipendenza po­lacca (l’Austria ci sarebbe stata, alla faccia di Germania e Russia) e di ge­stire oculatamente la crisi e la deca­denza dell’impero ottomano, il che sarebbe stato meglio per tutto il Vici­no Oriente (mentre invece lo abbia­mo fatto gestire dal ’18 al ’48, rovino­samente, da Francia e Inghilterra). Fra l’altro, l’alleanza sognata da Eugenia sarebbe stato un ottimo contributo alla futura unione europea. E lo stes­so sia detto per il nostro mondo im­prenditoriale: un’Europa meridiona­le e un Mediterraneo egemonizzato dalle potenze navali francese, au­striaca e italiana avrebbe impresso tutto un altro trend alla nostra eco­nomia.

Pensiamo solo alle implica­zioni di un’integrazione linee ferro­viarie- linee marittime, con la possibilità di avviare sul serio una politica di pene­trazione orientale dai Bal­cani e da Istanbul fino all’I­ran e all’Asia centrale. Un mondo senza le due guerre del ’66 e del ’70 avrebbe po­tuto sul serio attuare in tem­pi rapidi una linea ferrovia­ria Vienna-Isfahan e colle­gare l’Europa continentale al great game russo-inglese, magari nel contempo impedendo alla Rus­sia di avvelenare i Balcani con la dro­ga del nazionalismo irredentista, cau­sa della prima guerra mondiale.
Ma l’Italia si è fatta in un altro modo. Ha perduto l’autobus dell’unione fe­deralista. E dopo il fascismo, la guer­ra, il progressivo sfascismo postbelli­co, oggi siamo pervenuti a un Paese che sta tentando di attuare di nuovo un progetto federale. Non so se è cor­retto come quello che sarebbe stato opportuno intraprendere un secolo e mezzo fa. So che alla luce delle nostre scelte di oggi non si può non conclu­dere che quella del regno unitario fu una ‘falsa partenza’. Per cui c’è mol­to da discutere e da studiare. Ma c’è poco da celebrare.

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FEDERALISMO
Corrente d’opinione politica che dalla fine del XVIII secolo ha presentato diversi aspetti e movimenti. È possibile distinguere tre filoni fondamentali: il federalismo interno, inteso come principio ispiratore dell’organizzazione di uno stato; il federalismo esterno, ovvero il processo di unione sovranazionale di stati già esistenti; l’ideologia federalista, che compendia, a partire dalle elaborazioni filosofiche dell’età dell’illuminismo, i tentativi teorici di fondare una cittadinanza universale sulla base del rispetto delle libertà fondamentali e dell’autonomia di ogni singolo individuo e di ogni comunità. La nascita degli Stati Uniti d’America (la cui costituzione risale al 1787) offre una testimonianza efficace di federalismo interno realizzato mercé uno sdoppiamento dei livelli di potere (federale e statale) e una concezione della sovranità sgorgante non già da un’ipotetica volontà generale, ma dal concreto esercizio dell’autogoverno da parte delle comunità di base. Il federalismo esterno ha presieduto la formazione dei grandi stati interetnici, senza radicamenti nazionali di tipo tradizionale. Al progetto sovranazionale del federalismo ricorse, nell’Italia del 1843-1848, il neoguelfismo giobertiano per unificare la penisola senza minacciare le singole entità statuali che la componevano. Uno scrupolo analogo accompagnò il processo di unificazione federale dell’Europa, avviato dopo la Seconda guerra mondiale e culminato nell’elezione a suffragio universale del parlamento europeo (1979). Più complesso l’universo di teorie e di valori cui fa riferimento l’ideologia federalista, che postula quale obiettivo finale il conseguimento dell’ideale kantiano della pace perpetua, da perseguire mercé la corretta applicazione di principi giuridici e razionali: elementi di socialismo e di liberalismo vi sono confluiti nel corso dei secoli, rendendone il percorso dottrinario alquanto controverso e discontinuo. Peculiare, sotto questo profilo, appare in Italia l’apporto di Carlo Cattaneo, secondo il quale il federalismo politico, fondato sull’autogoverno, altro non sarebbe che la proiezione, a livello di comunità, della piena affermazione dell’autonomia psicologica dell’individuo.
R. Balzani  da: http://www.pbmstoria.it/dizionari/storia_mod/f/f021.htm

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Lo sapete quanti sono i comuni in tutta Italia? Sono 8.101, una cifra abnorme che grava tantissimo nella spesa del Paese. Tra di questi 5.740 sono comuni di piccole dimensioni, ovvero con una popolazione che non supera i 5000 abitanti, quindi rappresentano il 70,86% dei comuni d’Italia. Una cifra pazzesca delineata dall’ultimo censimento del 2001. Un italiano su cinque vive nei piccoli comuni e la popolazione che vi risiede è il 17,57% del totale. Il comune più piccolo d’Italia? Si tratta di Pedesina, che ha spodestato il comune di Morterone vantando 37 abitanti contro i 39 del comune rivale. Proprio i comuni più piccoli sono quelli che soffrono di più a causa degli alti costi dei servizi per i cittadini. Da registrare un calo demografico dello 0,42% nel 2006, un numero in controtendenza rispetto al dato nazionale, che registra un aumento dello 0,65 per cento. Una fonte importante per l’analisi dei comuni è fornita dall’Ifel (Istituto per la finanza e l’economia locale) e dall’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) in cui si mostra anche la distribuzione geografica dei piccoli comuni, che si concentrano soprattutto nella Lombardia e nel Piemonte, rispettivamente con il 19,2 e il 18,7% sul totale. Rispetto alla Lombardia, che presenta una sostanziale uniformità della distribuzione della popolazione, il Piemonte, però, mostra una peculiarità: la maggiore concentrazione dei Comuni nelle fasce demografiche con più bassa popolazione, fino a mille abitanti, per una percentuale che si attesta al 56%. Sono 339 i comuni con meno di 500 abitanti in Piemonte, e 263 quelli fra i 500 e i 999 abitanti. Il nodo della questione è che essere un piccolo comune comporta dei costi di gestione più alti, perché gli enti più piccoli devono garantire lo stesso numero di servizi di quelli più grandi a un costo più alto. Lo dimostra la spesa pro capite, più alta per le fasce demografiche con minore popolazione. La spesa corrente pro capite va da un massimo di 1225 euro per i comuni con popolazione sotto i 500 abitanti ad un minimo di 700 euro per i comuni fra i 3 mila e 5 mila abitanti. Un ulteriore indicatore finanziario analizzato dal Rapporto dell’Ifel è la minore autonomia tributaria dei piccoli comuni e un maggiore livello di dipendenza dalle risorse trasferite. In particolare, i comuni sotto i 500 abitanti hanno un’autonomia finanziaria pari al 50,17% a fronte di una dipendenza da entrate trasferite del 49,17%. La fascia dei comuni fra i 3 mila e 5 mila abitanti, invece, registra un maggiore livello di autonomia finanziaria, risultato che secondo l’Ifer è da imputare all’impossibilità per questi comuni di reperire risorse proprie a causa della scarsa capacità fiscale. Quindi? Una possibile soluzione potrebbe essere quella di accorpare i comuni limitrofi più piccoli per ridurre le spese e rendere i comuni più efficienti. (da www.splinder.com )

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comuni secessionisti in Veneto (da "il Gazzettino")
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One thought on “FEDERALISMO E TERRITORIO: una riforma federale dello Stato non può esserci senza la riorganizzazione dei (troppi) comuni (salviamo l’appartenenza e la tradizione dei municipi ma creiamo nuove città e aree metropolitane)

  1. Luca Piccin giovedì 15 aprile 2010 / 12:32

    Mi sembra che in Italia, il proverbio non è più valido.

    Oggi FATTO L’INGANNO TROVATA LA LEGGE !!!

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