L’incidente aereo di Smolensk (Russia) – la Polonia decimata ancora una volta nella sua classe dirigente: un tragico accadimento europeo che ci coinvolge particolarmente

Sullo sfondo la cattedrale di Smolensk, città russa (a 350 chilometri da Mosca verso il confine con la Bielorussia – confine che dista 60 chilometri da Smolensk), dove sabato 10 aprile si è schiantato l’aereo con il presidente polacco Lech Kaczynski e altre 95 personalità della dirigenza e dell’Intelighenthia polacca. Che andavano a commemorare il 70esimo anniversario del massacro di Katyn (a pochi chilometri da Smolensk) di 4 mila ufficiali che nell’aprile 1940 furono trucidati dalla polizia segreta (Nkvd) di Stalin (altri 17 mila fra funzionari, guardie di frontiera e ufficiali dell’esercito polacco catturati dall’Armata Rossa fecero in quei giorni la stessa fine)

“Due momenti sono emblematici della seconda guerra mondiale: i soldati tedeschi che il 1° settembre 1939 rimuovono la sbarra di frontiera tra Germania e Polonia, e la firma, alcuni giorni prima, il 23 agosto, del trattato tedesco-sovietico Ribbentrop –  Molotov che sancisce uno dei passi più scellerati della storia contemporanea.

Milioni di europei si sentiranno traditi da quell`accordo ai due estremi dello spettro politico: a sinistra coloro che fino a qualche giorno prima avevano identificato in Hitler e nel nazismo il nemico estremo politico ed ideologico, a destra chi interpretò quel patto come la cessione al bolscevismo di una parte dell`Europa.

Si sentì tradita l`Italia, allora alleata della Germania con quel patto d`Acciaio stipulato tra Ciano e Ribbentrop appena qualche mese prima con il reciproco impegno che la guerra non sarebbe scoppiata prima del 1943.  Ma si sentirono traditi soprattutto i polacchi per i quali l`accordo nazi-sovietico decretava in sostanza una nuova, la quarta, spartizione della Polonia. Tre settimane dopo l`inizio dell`attacco tedesco, quando l`esercito polacco era già in fase di dissoluzione dopo una pur coraggiosa resistenza, l`armata rossa entrava in Polonia ed occupava le province orientali del Paese per poi allargarsi secondo i termini del patto nell`area Baltica e in quella Finnica.    Per i polacchi un ulteriore tradimento era stata l`inazione dell`Inghilterra e della Francia ambedue garanti della Polonia che il 3 settembre dichiararono guerra alla Germania ma non si mossero ad aiutare lo sfortunato alleato.

Per l`Europa iniziava la seconda guerra mondiale, per la Polonia un lungo calvario che si concludeva solo nel 1989 con la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda” (Giuseppe Mammarella, da “il Messaggero” del 1/9/2009).

Ecco, in questo blog “geografico” vogliamo accenarvi alla Polonia: paese della più profonda e viva storia europea che forse più di tutti ha vissuto i drammi della seconda guerra mondiale, e della continuazione alla difficoltà nell’esprimere una propria libertà fino almeno al 1989 con la caduta del muro di Berlino. Paese comunque sempre indomito, pronto al sacrificio, alla ribellione e al desiderio di risollevarsi; con una presenza della chiesa cattolica che si è fatta oppositrice del regime comunista nel dopoguerra (esprimendo pure un grande papa). Un paese che forse in questi anni non ha creduto sufficientemente al progetto europeo, di un’Europa unita e unica, pur federalista (un’Europa in cui la Polonia è parte storicamente e culturalmente profonda).

Tragedie e drammi, quelli della Polonia, che sembrano non cessare. Sembra un cinico gioco del destino che un’elite della classe dirigente polacca, fatta di quasi un centinaio di persone (capeggiate dal presidente Lech Kaczynski) vada a morire in quel che sembra un banale tragico incidente aereo, proprio con l’intenzione di andare a commemorare i 70 anni dell’episodio del massacro (a Katyn) della classe dirigente polacca di allora decimata da Stalin.

La Polonia piange il suo presidente - Il palazzo presidenziale di Varsavia (Epa, da “il Sole 24ore”)

Polonia specchio di un’Europa che ha vissuto (subìto) un secolo (il 900) sicuramente il peggiore che la storia dell’umanità abbia potuto esprimere. Vi raccontiamo un episodio “filmico”; un anedotto, se si vuole del tutto marginale, ma rappresentativo delle vicende tormentate e tumultuose del popolo polacco. Il grande regista Luchino Visconti nel 1970 si reca con la sua troupe in Polonia alla ricerca di un “volto”, di un possibile giovane attore, che doveva impersonificare nel film che stava approntando (“Morte a Venezia” tratto dall’omonimo romanzo di Thoma Mann) la figura di Tadzio, un giovanissimo polacco di bellezza eterea, assoluta. In un docu-film (“Alla ricerca di Tadzio”) Visconti racconta e fa vedere questa ricerca che lui e la sua troupe fanno di una figura dal viso angelico che possa appunto rappresentare il giovane polacco raccontato da Thomas Mann. Visconti andrà in vari luoghi della Polonia, e alla fine rinuncerà, dicendo che, nella Polonia del dopoguerra, anche i ragazzi, le giovani generazioni che non avevano vissuto i disastri della guerra, sembravano però aver assimilato nei loro volti quella tragedia dei loro padri, e ogni bellezza eterea appariva impossibile che si potesse esprimere nel DNA di bambini polacchi che avevano assorbito più di tutti, nella “Polonia nazione europea”, le distruzioni della guerra e le gravi difficoltà successive (poi la figura di Tadzio, l’attore “giusto”, Bjorn Andresen, Visconti lo troverà in Danimarca).

Il risollevarsi della Polonia di questi giorni dalla grave perdita dell’incidente aereo presuppone ancora una volta la possibilità di un “sentire” più forte e vivo del “progetto europeo” che ci accomuna (polacchi e noi); di quelli “Stati Uniti d’Europa” dove anche tragedie come queste siano più vissute, elaborate nelle nostre menti, in modo comune; siano più sentite di quanto accada ora, indicate invece come eventi che si dissolvono troppo presto, di corsa, tra una notizia e l’altra. 

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POLONIA: IL DESTINO DI UNA NAZIONE

di Lucio Caracciolo, da “la Repubblica” dell’11/4/2010

Le quattro beffe nel “campo da gioco di Dio”. Quattro curiose combinazioni del fato. Eppure i sempre tormentati rapporti polacco-russi sono migliorati. Con la tragedia tramonta una certa idea di Polonia?

“Il campo da gioco di Dio”. Così Norman Davies volle titolare i due volumi oxfordiani della sua “Storia della Polonia”, lo standard in materia. Qualcosa di davvero soprannaturale sembra segnare il destino della nazione polacca, almeno dall’avvento di papa Wojtyla in avanti. La tragedia consumata ieri mattina in un bosco nebbioso presso l’aeroporto russo di Smolensk, dov’è precipitato il vecchio Tupolev 154 con a bordo il presidente Lech Kaczynski e una folta delegazione di dignitari di Stato, è talmente carica di simbolismi da scuotere gli animi più disincantati. Quattro coincidenze fanno pensare.
Cominciamo dalla più palese. A bordo del reattore presidenziale di fabbricazione sovietica – cui Kaczynski pare fosse molto affezionato, tanto da ritardare l’avvicendamento con un jet più moderno – i più alti rappresentanti della Polonia stavano recandosi a commemorare i settant’anni dal massacro di Katyn. Qui, a pochi chilometri da Smolensk, oltre 4 mila ufficiali polacchi furono trucidati nell’aprile 1940 dalla polizia segreta (Nkvd) di Stalin, in base a un ordine firmato dal dittatore e dal politburo del Partito comunista. Altri 17 mila fra funzionari, guardie di frontiera e ufficiali dell’esercito polacco catturati dall’Armata Rossa fecero in quei giorni la stessa fine. L’obiettivo era liquidare l’élite di quello Stato che Molotov, il braccio destro di Stalin, aveva sdegnosamente classificato come “misera creazione del Trattato di Versailles”.
Crimine negato dai sovietici fino alla coraggiosa ammissione di Gorbaciov, nell’aprile 1990. Crimine sul quale le autorità russe – Putin in testa – stentano tuttora ad articolare parole chiare e nette. Sicché Katyn resta oggetto di recriminazioni, sospetti e manipolazioni che tuttora minano le peculiari relazioni russo-polacche.
Legata a questa, la seconda impronta del destino: Smolensk è stata scelta ufficialmente due anni fa come una delle due sedi (l’altra è Varsavia) delle Case della storia polacco-russa. Monumenti volenterosi quanto improbabili che, sull’impulso del lavoro di un gruppo di storici, giornalisti e politici dei due paesi, dovrebbero marcare la conciliazione fra due opposte letture del passato comune. E siccome a est di Berlino, fra le nazioni strette da secoli nella morsa russo-tedesca, la storia è sempre contemporanea e quasi mai condivisa, persino questa tragedia, frutto di un banale errore umano, risveglia memorie lacerate. Già Lech Walesa parla di “secondo disastro di Katyn”, tracciando una parabola impropria ma suggestiva fra il massacro staliniano e l’incidente aereo di sabato 10 aprile.

In terzo luogo, i cabalisti non mancheranno di osservare che il sacrificio del “gemello” Kaczynski coincide con l’avvio della costruzione dell’ardito gasdotto sottomarino Nord Stream, che connetterà Vyborg, presso Pietroburgo. a Greifswald, nel Meclemburgo, per pompare direttamente gas russo verso la Germania, scavalcando le repubbliche baltiche e la Polonia. A Varsavia l’hanno ribattezzato “gasdotto Molotov-Ribbentrop”, ad echeggiare il patto tra Unione Sovietica e Terzo Reich che precedette di pochi giorni la doppia invasione della Polonia, prima tedesca e poi sovietica, nel settembre 1939.
Quarta beffa: a bordo dell’aereo presidenziale viaggiava il novantunenne Ryszard Kaczorowski, ultimo presidente del governo in esilio a Parigi e poi a Londra, che durante la seconda guerra mondiale tenne accesa la fiaccola dell’indipendenza. Quel governo della Seconda Repubblica cui Stalin impedì nel 1945 il ritorno nella Varsavia “liberata”, ma che per molti polacchi, nei decenni del comunismo, rimase l’unico esecutivo legittimo. Tanto che dopo aver vinto le elezioni presidenziali nel 1990, Walesa rifiutò di ricevere le insegne del potere dal generale Jaruzelski, convocando in sua vece lo stesso Kaczorowski. Il quale dichiarava contemporaneamente disciolto il “governo di Londra”, quasi che la Repubblica satellite di Mosca, quella dei Gomulka e dei Gierek, non fosse mai esistita.
Sullo sfondo di queste curiose combinazioni del destino, varrà ricordare che nessuno più di Lech Kaczynski ha incarnato la versione schiettamente reazionaria e profondamente russofoba del nazionalismo polacco. Una visione della Polonia e del mondo piuttosto influente nelle élite e nell’opinione pubblica del paese che seppe dare la spallata decisiva all’impero sovietico.
Nemmeno due anni fa, mentre fra Georgia e Russia tuonavano i cannoni d’agosto, Kaczynski capeggiò un non improvvisato “gruppo dei cinque” – con Ucraina, Lettonia, Estonia e Lituania – che smarcandosi dagli equilibrismi di Sarkozy e della Vecchia Europa si schierò a fianco di Saakashvili nella sua breve avventura contro la Russia “imperialista” e “revisionista”. Per l’occasione, il presidente polacco proclamò l’”inizio della lotta” contro Mosca, quasi si augurasse che l’incendio caucasico fosse il prodromo della resa dei conti finale con l’orso russo.
Negli ultimi tempi, i sempre tormentati rapporti polacco-russi hanno segnato qualche miglioramento, di atmosfera e di sostanza. Merito soprattutto del pragmatico premier Donald Tusk, che Kaczynski non poteva soffrire. Quando fra poche settimane i polacchi sceglieranno il successore del presidente caduto nel rogo di Smolensk, sapremo se questo incidente senza precedenti – mai tanta parte dell’élite di un paese era scomparsa d’un colpo – marcherà non solo una devastante tragedia umana, ma anche il tramonto di una certa idea della Polonia.

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Obama: «un fatto spaventoso per la Polonia e per tutto il mondo»

POLONIA IN LUTTO PIANGE KACZYNSKI

da “la Stampa.it” del 12/4/2010

La salma è stata rimpatriata a Varsavia. Un minuto di silenzio al summit sul nucleare di Washington

La Polonia proclama sette giorni di lutto nazionale e piange la morte del presidente Lech Kaczynski. La sciagura aerea ha scosso il Paese ma ha anche unito, al di là delle differenze politiche, tutti i polacchi nel dolore.

La nazione è stata mutilata dei suoi vertici istituzionali ma non, si sottolinea, della leadership politica. Da Varsavia è partita per la Russia la commissione che indaga sull’incidente, che collaborerà con quella russa presieduta dal premier Vladimir Putin. La causa della sciagura è attribuibile a errore umano ma sarà l’ esame definitivo delle scatole nere a dare la conferma. Secondo indicazioni della parte russa, sembra sicuro che non vi sia stato alcun guasto tecnico e che piuttosto il pilota dell’aereo polacco sia atterrato in condizioni meteorologiche avverse e non abbia obbedito agli ordini della torre di controllo di Smolensk.

OMAGGIO ALLA SALMA – Poco più di 24 ore dopo la sciagura, la salma di Kaczynski, che avrebbe compiuto 61 anni a giugno, è stata rimpatriata domenica a Varsavia. È arrivata nel primo pomeriggio a bordo di un aereo dell’aeronautica militare polacca all’aeroporto militare di Okecie di Varsavia. La salma della moglie Maria, invece, non è stata rimpatriata perché deve ancora essere identificata.

Come tutte le altre vittime della sciagura è stata portata a Mosca per l’indentificazione. Dopo una breve cerimonia militare e religiosa, la bara, avvolta nella bandiera polacca bianca e rossa, ha ricevuto l’omaggio dei presenti: in fila decine di parenti e personalità si sono inginocchiati in preghiera e hanno baciato il feretro.

AGENDA POLITICA – L’agenda politica è scombussolata ma non azzerata: le elezioni presidenziali previste per ottobre, alle quali Kaczynski avrebbe partecipato chiedendo la fiducia per un secondo mandato, saranno anticipate. Komorowski, che assume le funzioni del presidente, ha assicurato che sarà rispettata la Costituzione, secondo la quale in casi di questo genere le elezioni vanno convocate entro due mesi (entro giugno dunque) e la data va resa nota entro due settimane.

Komorowski, 58 anni, candidato del partito del premier Piattaforma Civica (Po), sarebbe stato alle presidenziali lo sfidante di Kaczynski del partito conservatore Pis (Diritto e Giustizia). «Abbiamo lavorato assieme per dare vita alla democrazia polacca», ha dichiarato l’ex presidente e leader di Solidarnosc Lech Walesa, di cui Kaczynski era stato uno stretto collaboratore divenuto poi avversario politico. «Le differenze – ha ricordato Walesa – poi ci hanno diviso ma questo è ora un capitolo chiuso».

SABATO I FUNERALI – Saranno sabato i funerali del presidente polacco Lech Kaczynski e della moglie Maria, morti due giorni fa in un incidente aereo in Russia. Secondo il quotidiano Gazeta Wyborcza, il presidente russo Dmitry Medvedev sarà tra i capi di stato che parteciperanno alle esequie. Le cerimonie per la sepoltura del presidente e delle altre 95 vittime del disastro andranno avanti per due giorni, e i dettagli saranno discussi in un incontro che il consigliere presidenziale Jacek Sasin avrà in giornata con i membri superstiti del gabinetto di Kaczynski e con il premier Donald Tusk.

MINUTO DI SILENZIO A WASHINGTON – Un minuto di silenzio per rendere omaggio al presidente polacco. I 47 leader internazionali riuniti a Washington per summit sulla sicurezza nucleare ricorderanno lunedì mattina, prima dell’inizio della seduta plenaria, il tragico incidente, descritto dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama come «un fatto spaventoso per la Polonia, per gli Stati Uniti e per tutto il mondo». Lo ha annunciato Ben Rhodes, vice consigliere per la sicurezza nazionale e per la comunicazione strategica nel corso di una teleconferenza. L’incidente aereo è costato la vita a 96 persone, lasciando l’intero paese sotto shock.

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IL PIANTO DI VARSAVIA – I RUSSI: NESSUN GUASTO

di Giordano Stabile, da “la Stampa” del 12/4/2010

Avvolta nella bandiera polacca, la salma del presidente polacco Lech Kaczynski è tornata a Varsavia ieri pomeriggio, poco dopo le tre. Un volo speciale, scortato dai caccia Mig 29 dell`aeronautica militare polacca, l`ha trasportata da Smolensk all`aeroporto della capitale. Ad attenderla il gemello sopravvissuto Jaroslaw. Si è inginocchiato di fronte alla bara scura, sostenuta da un cavalletto d`argento, con quattro semplici croci.

Anche Jaroslaw avrebbe dovuto essere sul Tupolev maledetto che si è schiantato a pochi chilometri dalla fatale Katyn. L`ha trattenuto in patria la madre ottantatreenne gravemente ammalata, ricoverata in un ospedale, che ancora non sa di aver perso uno dei due figli e la nuora Maria. Jaroslaw non voleva lasciarla sola, nemmeno per partecipare alle commemorazioni dei 70 anni della strage di Katyn.

Tecnici russi e polacchi sono al lavoro da ieri mattina sulle scatole nere, entrambe recuperate. I russi hanno subito fatto trapelare che non ci sarebbero «cause tecniche» all`origine del disastro.

Dal punto di vista di Mosca è meglio che la colpa della sciagura non ricada sul cattivo stato della flotta di Tupolev che costituisce ancora il grosso dell`aeronautica civile polacca. Una flotta «vetusta», nelle parole di Adam Rotfeld, ex ministro degli Esteri polacco. I russi insistono con la ricostruzione secondo la quale i piloti polacchi del Tupolev Tu-154 non hanno seguito le indicazioni della torre di controllo di Smolensk, e nonostante la nebbia hanno tentato l`atterraggio finito in tragedia. La causa diretta dell`incidente sarebbero allora state le cime degli alberi nascoste dalla scarsa visibilità: un`ala del velivolo vi sarebbe rimasta incastrata. Poi lo schianto inevitabile.

Nella tarda serata di sabato erano arrivati sulla scena del disastro il premier russo Vladimir Putin, il collega polacco Donald Tusk, e lo stesso Jaroslaw, già primo ministro prima di Tusk. Putin e Tusk si sono incontrati presso la sede operativa, situata a soli cento metri dal luogo dello schianto. Hanno ispezionato i resti del velivolo.

Putin, che guida personalmente l`inchiesta ordinata da Mosca, ha detto con un filo di commozione che la tragedia «è anche la nostra tragedia. Soffriamo con voi». Poi i capi di governo hanno cominciato a parlare tra loro in russo e si sono abbracciati. Già sabato pomeriggio erano stati recuperati dai rottami del velivolo i corpi di tutte le vittime del disastro. La traslazione delle salme verso Mosca è avvenuta in elicottero nella notte.

I sopravvissuti dei vertici della nazione polacca sono invece tornati a Varsavia, che si preparava a vivere il secondo dei sette giorni di lutto previsti. A mezzogiorno le sirene hanno annunciato i due minuti di silenzio di commemorazione. La gente per strada si è fermata, chiusa in silenzio, in raccoglimento, in preghiera. Per tutta la notte decine di migliaia di cittadini avevano sfilato davanti al Palazzo presidenziale e hanno deposto davanti al cancello lumini accesi e corone di fiori. Una folla immensa è prevista per i funerali di Stato, ma la data non è stata ancora fissata.

Per il governo, l`unica istituzione rimasta in piedi, il momento è difficilissimo. Il premier Tusk ha cancellato la sua visita a Washington per il vertice sul nucleare e in Canada, in programma per la prossima settimana. «La nazione polacca è nei nostri pensieri e nelle nostre preghiere», ha scritto in una lettera all`ambasciatore polacco il presidente degli Stati Uniti. Obama ha parlato di «terribile tragedia». Una vicinanza emotiva ma anche politica, dato che la Polonia post-comunista è diventata il più importante alleato degli Usa nella regione, allineato anche sul controverso progetto dello scudo anti-missile da piazzare nell`Europa centro-orientale.

Scelte sostenute con grandissima forza dallo scomparso Lech Kacyznski, che aveva già deciso di ricandidarsi alla carica di presidente nel dicembre 2010. Ora le elezioni verranno probabilmente anticipate a giugno. La data dovrà essere annunciata, secondo la Costituzione, entro due settimane.

Si sa per certo che il premier Tusk non parteciperà, il centro-sinistra dovrebbe puntare sull`attuale speaker della Camera Bassa, Bronislaw Komorovski.

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MASSACRO DI KATYN

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il massacro della foresta di Katyń, noto anche più semplicemente come Massacro di Katyń, avvenne durante la seconda guerra mondiale e comportò l’esecuzione di massa, da parte dei sovietici, di soldati e civili polacchi.

L’espressione si riferì inizialmente al massacro dei soli ufficiali polacchi detenuti del campo di prigionia di Kozielsk, che avvenne appunto nella foresta di Katyń, vicino al villaggio di Gnezdovo, a breve distanza da Smolensk. Attualmente l’espressione denota invece l’uccisione di 21.857 cittadini polacchi: i prigionieri di guerra dei campi di Kozielsk, Starobielsk e Ostashkov e i detenuti delle prigioni della Bielorussia e Ucraina occidentali, fatti uccidere su ordine di Stalin nella foresta di Katyń e nelle prigioni di Kalinin (Tver), Kharkov e di altre città sovietiche.

Molti polacchi erano stati fatti prigionieri a seguito dell’invasione e sconfitta della Polonia da parte di tedeschi e sovietici nel settembre 1939. Vennero internati in diversi campi di detenzione, tra cui i più noti sono Ostashkov, Kozielsk e Starobielsk. Kozielsk e Starobielsk vennero usati principalmente per gli ufficiali, mentre Ostashkov conteneva principalmente guide, gendarmi, poliziotti e secondini. Contrariamente ad una credenza diffusa, solo 8.000 dei circa 15.000 prigionieri di guerra di questi campi erano ufficiali.

L’eccidio di Katyń fa riflettere perché da esso emergono aspetti della dittatura staliniana che è stato a lungo imbarazzante riconoscere, vale a dire il carattere fortemente repressivo e le tendenze imperialistiche. Il massacro rispondeva ad una logica ben precisa di ulteriore indebolimento della Polonia appena asservita. Infatti, poiché il sistema di coscrizione polacco prevedeva che ogni laureato divenisse un ufficiale della riserva, il massacro doveva servire ad eliminare una parte cospicua della classe dirigente nazionale. Va inoltre ricordato che Stalin contestualmente ordinò la deportazione in Siberia e Kazakhstan delle famiglie degli ufficiali polacchi (bambini compresi), eliminando in tal modo anche la generazione successiva. Tale eliminazione venne concordata e portata avanti di comune accordo con la Germania Nazista ed i dettagli discussi in riunioni tra i due alleati.

Tutto ciò nel quadro di una spartizione della Polonia tra Germania nazista ed URSS, due potenze che rappresentavano due sistemi culturali ed ideologici opposti ed antitetici, ma che, per circa 2 anni e fino al giugno 1941, furono legate dal Patto Molotov-Ribbentrop, che stabiliva la non aggressione reciproca e la spartizione della Polonia e dei Paesi Baltici.
Il 5 marzo1940 secondo un’informativa preparata da Lavrentij Beria (capo della polizia segreta sovietica) direttamente per Stalin, alcuni membri del politburo dei SovietStalin, Vyacheslav Molotov, Kliment Vorošilov, Anastas Mikojan, e Beria stesso – firmarono un ordine di esecuzione degli attivisti “nazionalisti e controrivoluzionari” detenuti nei campi e nelle prigioni delle parti occupate di Ucraina e Bielorussia.

La scoperta del massacro nel 1943 causò l’immediata rottura delle relazioni diplomatiche tra il governo polacco in esilio a Londra e l’Unione Sovietica. L’URSS negò le accuse fino al 1990, quando riconobbe nell’NKVD la responsabile del massacro e della sua copertura.

Varsavia prega le vittime del disastro aereo
Varsavia prega per le vittime del disastro
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